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Posts Tagged ‘blogtale’

Ultimamente gli accadeva di girare per la grande casa senza uno scopo; come se entrando in una stanza si fosse ricordato di aver dimenticato qualcosa di vitale importanza in un’altra tanto da dover tornare indietro o altrove; ma cercava senza trovare, metteva in ordine ciò che già lo era, guardava senza vedere.
Non riusciva davvero ad abituarsi ad aver perso la sua compagna di tutta una vita, di non trovarla più in quelle stesse stanze, di non sentirla borbottare tra sé e sé mentre entrava minuta dalla porta d’ingresso.
‘Quanto tempo è passato da allora?’ si diceva disteso nel letto, sotto quel cielo senza luna che gli incombeva dall’abbaino, pronto alla dormiveglia estenuante di un’altra notte.
‘Quanto tempo dovrà ancora passare?’
Quella sera, se mai fosse stato possibile, la nostalgia era ancora più bruciante. Aveva trovato nel pomeriggio un pezzetto di carta scritta di pugno di lei con un abbozzo di lista della spesa; l’aveva trovato infilato in un libro tra una pagina e l’altra. Con grafia precisa e ordinata erano marcati il caffè, una bottiglia di aceto, un detersivo per i piatti e qualcos’altro che iniziava con due lettere sbiadite come se fosse finito l’inchiostro. Un’interruzione definitiva senza rimedi.
Aveva allora preso a pensare a quella quotidianità spicciola che aveva vissuto con lei, a quella banalità semplice che la vita pazientemente intesse e di cui ci sfugge spesso la ruvida bellezza.
Poi in quel buio denso, grondante di nero e di ricordi, sentì all’improvviso il profumo intenso della sua pelle, velata dal calore inebriante della sua intimità. Si girò nel letto e se la sentì accanto. Il suo corpo morbido e accogliente era lì, vicino a lui. Subito ne ebbe spavento e si ritrasse. Ma poi allungò di nuovo cautamente la mano. Sentì i suoi capelli sottili sotto le dita, le sue guance di velluto, il respiro calmo e profondo di chi ha ancora davanti a sé tutta una vita di mille risvegli e mille soli. La gola gli si serrò: gli venne da piangere. Poi riconobbe sotto le lenzuola il suo pigiama preferito, la forma un po’ arrotondata della pancia, le braccia abbandonate ad abbracciare un sogno fuggevole e delicato come il volo di un passero.
Si voltò verso il proprio comodino e afferrò nell’oscurità la pipetta dell’abat-jour pronto ad accendere la luce; poi si arrestò. Se l’avesse fatto lei sarebbe sparita, ne era certo.
Si rimise allora lentamente sotto le coperte con il cuore che batteva con forza nel petto.
‘Cosa mi sta succedendo?’ si chiese. ‘Sto impazzendo?’
Poi sentì distintamente che lei nel sonno, come faceva sempre, sussurrò qualcosa a mezza bocca, qualcosa di incomprensibile. Lui sorrise.
‘Ci penserò domani…’ si disse preso da una strana ebbrezza; e le si distese accanto aderendo al corpo di lei, in un tutt’uno indistinguibile, almeno per quella notte.
E finalmente si addormentò.

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Il primo venerdì del mese era diventato l’occasione per una serata davvero gradevole. Gli amici si riunivano per fare due chiacchiere davanti al caminetto di pietra e per una partita a burraco. Le ore trascorrevano veloci tra le battute divertenti di Adriano, i suoi battibecchi con Cateno, la simpatica ospitalità di Ada e Luigino e l’ambiente caloroso di quella villa che abbracciava con slancio gli scogli aguzzi e lucidi della costa protendendosi verso il blu del mare e del cielo come un veliero pronto a salpare.
Poi, Cateno, una sera che aveva saputo che Adriano non sarebbe venuto, portò a far conoscere al gruppo Gilda, una sua amica mezza gitana che si diceva essere bravissima con i tarocchi.
La figlia di Ada e Luigino, Marilena, non ci pensò un attimo a farsi fare le carte. I suoi genitori, per una naturale ritrosia verso questo genere di argomenti, dapprima si opposero ma poi si arresero all’entusiasmo contagioso della ragazza che non vedeva l’ora di scoprire il proprio futuro. Gilda allora si concentrò assumendo un’aria professionale e, complice una candela che ad un certo punto spuntò accesa sulla tavola, si venne a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
La gitana predisse a Marilena una vita ricolma di soddisfazioni anche se a venticinque anni avrebbe incontrato il grande amore che l’avrebbe fatta soffrire intensamente cambiandole la vita. La ragazza registrò ogni parola con attenzione come se Gilda le avesse dettato delle preziose istruzioni da seguire. E quando i presenti pensavano che avrebbe rivolto altre domande alla cartomante, per saperne di più, invece se ne uscì con:
«Bene, adesso le faccia a mio padre che è sempre così brontolone…»
E mentre Luigino, colto di sorpresa, stava per fare le sue rimostranze, la gitana aveva già mescolato le carte e aveva preso a raccontare cosa sarebbe successo all’uomo nel tempo a venire: un importante avanzamento in carriera (proprio quello da tempo desiderato), un aumento di stipendio, la guarigione da quel problema che lo affliggeva da mesi (che lui ben conosceva) e poi…
«E poi?» chiese Luigino che si era fatto prendere dal fascino della divinazione.
«No, non posso» rispose Gilda fattasi improvvisamente seria e preoccupata e preparandosi per andarsene. I presenti, che si stavano divertendo, fecero a gara per farla desistere. Ada le diede anche da bere il suo famoso passito e tutti cercarono di rincuorarla.
«Deve dirmi assolutamente cosa ha visto nelle carte… la prego…» pretese Luigino prendendola per un braccio.
«Va bene… va bene…» fece Gilda svuotando di colpo il bicchiere, «ma non mi tocchi, per favore.»
«Già, mi scusi…» fece il padrone di casa sedendosi.
Gilda si coprì la faccia con entrambe le mani, come volesse sparire, restando in quella posizione per quasi un minuto. Poi trasse un lungo respiro.
«Ebbene… suo padre… suo padre è appena venuto a mancare…»
«Mio… mio padre?»
«Sì, dieci minuti fa… un infarto fulminante.»
«Ma non è possibile!» disse Luigi con la voce incrinata; poi, mal reggendosi sulle gambe, raggiunse il suo studio per telefonare.
Nella sala, intanto, si era fatto un silenzio imbarazzante. Ada era rimasta in piedi non sapendo che fare. Era diventata pallida e si torceva le mani fino a farle diventare bianche. Trascorsero attimi penosi. Poi Luigino rientrò.
«Mio padre è vivo, è vivo… e sta benissimo… è tutto a posto, grazie al cielo» e accennò a una risata che risuonò tirata e nervosa. I presenti ne furono sollevati, riprendendo il buon umore perduto, desiderando dimenticare il più in fretta possibile quanto avevano appena vissuto.
Squillò il telefonino di Cateno. Pronunciò alcune parole incomprensibili all’apparecchio e riattaccò.
«Era Adriano. Mi ha detto che gli è appena morto il padre. Un quarto d’ora fa. Un infarto fulminante.»

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Quando il Sindaco giunse sul posto non riusciva a credere ai suoi occhi. Durante i lavori per la costruzione della circonvallazione la benna di un escavatore aveva portato alla luce un cannone antico.
«È perfetto!» esclamò il Sindaco quasi ballando sul posto. «Appena in tempo per le celebrazioni della Resistenza…»
«Guardi, sig. Sindaco,… si tratta di un cannone del fine Settecento» lo avvisò il prof. Pisquani della Sovrintendenza con tono sommesso. «La Resistenza c’entra davvero poco…»
«Sottigliezze storiche, professore, sottigliezze; qualunque sia l’epoca cui appartiene questo coso… certamente qui si è consumato un atto eroico della nostra Resistenza, di quella prode Resistenza che solo l’Uomo, con la IU maiuscola, può ergere senza tempo avverso la tracotanza del Nemico che pur ci invase in numero soverchio per ogni dove; qui le nostre indomite truppe hanno eretto imperituro baluardo con il loro petto ricolmo d’orgoglio patrio e il loro coraggio ardimentoso al fuoco invasore…» Poi, accorgendosi che il tono gli era scattato automaticamente sulla modalità comizio, il Sindaco tacque.
«Sì, certo», continuò il professore, togliendosi il berretto di lana e massaggiandosi i pochi capelli che aveva sul cranio. «Tutto vero. Tuttavia sento il dovere di farLe notare che questo cannone non è delle nostre indomite truppe ma proprio dei nemici tracotanti: questo è un cannone napoleonico e in quella battaglia del 1796 abbiamo pure perso.»
Il Sindaco lo guardò intensamente come se si sforzasse di capire se il suo interlocutore avrebbe avuto l’ardire di rimettersi a respirare. Il primo cittadino di Lughi aveva anche assunto (spontaneamente) quell’espressione da “bello e dannato” che tanto seduceva Tina, la sua giovane segretaria promossa in pochi giorni da shampista a segretaria particolare (e le cui doti professionali straripavano dalla maglietta leggera che indossava nonostante i zero gradi) e che da qualche tempo compariva sempre al suo fianco ovunque egli andasse.
«Ma allora lei ce l’ha proprio con me!» sbottò a quel punto il Sindaco rivolto al professore.
Tina, che fino a pochi momenti prima si stava mordicchiando le labbra, tutta presa nell’osservare il piglio sexy e autoritario del suo “Fagiolino”, come lei amava chiamarlo nell’intimità e come tutti avevano preso a soprannominarlo al bar, si lasciò andare a una risata liberatoria con un numero imprecisato di denti bianchissimi. Pisquani abbassò mortificato la testa.
«Ma chi vuole che se ne accorga!» insistette il Sindaco uscendo agilmente dalla buca per riguadagnare il piano viario. «Lo voglio pulito e lustrato sulla piazza del paese fra tre settimane» ordinò il Sindaco ai “suoi” indicando il cannone e prendendo la via della Casa comunale; Tina, che aveva rinfoderato la matita eyeliner che usava per prendere appunti (non c’era posto per la penna tradizionale nella sua microborsetta) gli trotterellò dietro con il tacco dodici.

Venne il giorno della cerimonia. C’erano il Questore, il Prefetto, Autorità militari ed ecclesiastiche varie ed eventuali; c’era anche in bella vista Luigino, il nonno del Sindaco, vestito per l’occasione alla bell’e meglio da partigiano anche se, per tutto il periodo della seconda guerra mondiale, aveva tranquillamente lavorato in un bananeto in Sudamerica. Era su una sedia a rotelle, poverino, e, per convincerlo a venire, gli avevano detto che si trattava di una puntata di Linea Verde e che ci sarebbe stata anche Miss Italia. Il nonno, per farsi notare, aveva allora fatto eccezionalmente la doccia prendendo con sé anche una vistosa paperella gialla del nipotino.
Il Sindaco, per l’occasione, si lasciò andare a un discorso vulcanico e trascinante, pieno di citazioni e sentimenti patriottici sempreverdi, spaziando da Luther King a Kennedy, da Gandhi (che non ci sta mai male) a Beyoncé, giusto per catturare l’attenzione dei pochi giovani presenti. Gesticolava in modo misurato e sobrio come aveva provato a lungo davanti allo specchio; fino a quando, nel dare una pacca all’affusto bronzeo del cannone, si sbloccò una specie di uncino che, scattando in avanti, provocò una scintilla. Seguì uno sfrigolio. Pochi attimi dopo, nell’istante in cui il Sindaco si stava chiedendo se avessero controllato che il pezzo non fosse rimasto carico per tutto quel tempo, il cannone con un gran boato esplose un colpo che si infilò dritto dritto tra la banca e la farmacia, facendo incuneare una palla da 22 kg verso la Casa Comunale che sventrò all’altezza della sua stanza. Per il rinculo il cannone prese a muoversi all’indietro, dapprima lentamente, e poi sempre più in modo rapido, trascinando nella sua corsa vessilli e stendardi, trombe e chiarine, fino a quando il peso considerevole del manufatto trascinò giù il pezzo lungo la ripida discesa a ridisegnare il negozio di Pino, il barbiere, che demolì completamente.
Il silenzio si fece sovrano, tanto che si sentirono cinguettare i canarini della signora Palmira che ha l’affaccio sulla piazza. Il Sindaco, senza essere in grado di profferire parola, continuava senza battere ciglio a guardare il buco che la palla aveva appena creato nell’edificio pubblico e che, man mano che la polvere si posava, appariva sempre più enorme.
Quando il silenzio si fu trasformato in un insopportabile generale imbarazzo, Tina scoppiò in una risata inaspettata quanto isterica e, ad alta voce, a microfono ancora aperto, se ne uscì:
«Siamo proprio fortunati io e te, Fagiolino, eh? Pensa se a quest’ora fossimo stati sdraiati sulla scrivania del tuo ufficio come è successo ieri!»
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Si era servito della sua solita bancarella; Egidio riempiva ogni giovedì quasi tutto l’antico portico di piazza Vecchia Armeria, davanti all’unica banca del paese, ed era uno spettacolo vedere in un colpo d’occhio tanti libri così buttati alla rinfusa che sembravano dire: “prendi me, prendi me”.
Marcello riuscì a trovare quasi subito due libri interessanti da tempo introvabili nelle librerie (“Una pioggia tiepida” di Jakob Grossman e “Jeremiah” di Abraham Scottsdale) e se li portò a casa sottobraccio, fiero e soddisfatto, quasi fosse riuscito a trovare un tesoro.
Alla sera, prima di addormentarsi, prese i due libri che aveva appoggiato sul comodino, incerto su quale leggere per primo, accorgendosi però subito dopo che, rimasto attaccato a uno dei due, ce n’era un terzo, senza sovraccoperta e con una prima di copertina di cartoncino ingiallito, senza titolo. Lo sfogliò brevemente scoprendo che, tranne la prima e la seconda, tutte le altre pagine erano bianche. Incuriosito iniziò a leggere quelle poche righe. Il racconto (perché di racconto si doveva probabilmente trattare) era pulito, scorrevole, avvincente man mano che la storia si dipanava fino a interrompersi, a pagina due, come si è detto, come se fosse terminato l’inchiostro e non se fossero accorti. Alzò le spalle e lo posò preferendogli il libro di Grossman in cui ben presto si immerse.
La sera dopo gli ritornò tra le mani quello strano libro bianco. Scuotendo la testa, lo scorse velocemente avvedendosi però ora che vi erano stampate almeno altre dieci pagine. Che si fosse sbagliato la sera prima e non le avesse viste? Impossibile, pensò, anche perché adesso il primo racconto era completo e ve ne erano altri due. E poi c’era ancora quella stessa strana sensazione che avvertiva mentre li leggeva: era come svuotato, senza forze, confuso.
L’indomani volle controllare nel suo studio in una sua vecchia cartellina di plastica azzurra: gli frullava con insistenza in testa un’idea bizzarra che doveva assolutamente verificare; e dopo un po’ trovò la conferma del suo timore: nelle pagine del misterioso terzo libro erano contenute storie che altro non erano se non lo sviluppo di spunti e tracce sue. Chissà come, chissà perché e in che modo, quel libro assorbiva ciò che aveva ideato in passato e lo metteva in bella prosa, con ordine, stile e originalità. Ne fu all’improvviso quasi sollevato più che preoccupato. In fondo era tutta “roba sua” e avrebbe avuto una quantità notevole di materiale bell’e pronto da cui attingere per il suo lavoro. Perché non essere contento di questa novità?
Passarono i giorni e il libro continuò a completarsi pagina dopo pagina sino all’ultima. Era venuto un gran bel lavoro: 49 nuovi racconti, scritti bene, persino in modo impeccabile; e ora quella sensazione di vuoto che gli procurava la nausea era pure cessata; di bene in meglio: non restava che contattare l’editore. Riprese a leggere, contento, il libro di Grossman.
Poco prima di addormentarsi volle però riprendere il “suo” libro perché in fondo era venuto anche il momento di dargli un titolo. Ci pensò. Ma poi vide che le pagine erano completamente vuote, dalla prima all’ultima.
«Non è possibile!» gridò. «Che fine hanno fatto?».
Poi, tornando verso la prima di copertina, si accorse che erano appena apparse due nuove pagine stampate: era l’inizio di un nuovo racconto, anche questo nato da una sua vecchia idea.
E sentì di nuovo, fortissima, quella sensazione acuta di svuotamento e spossatezza.
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L’uomo magro magro, ma dagli occhi vispi da furetto alla ricerca di cibo, entrò nell’Ufficio del Primo Direttore. Aveva bussato così piano che non lo avevano sentito neppure i tarli della porta. Ma il Primo Direttore, dall’orecchio fino e dalle mani lunghe, dott. Ermenegildo Pinnacoli, lo aveva sentito benissimo e volutamente non lo aveva invitato a entrare. L’uomo aveva sfidato lo stesso la sorte ed era rimasto sulla porta dopo averla chiusa diligentemente dietro di sé. La sua carnagione, scura e terrea, creava con il legno massiccio sullo sfondo una curiosa forma di mimetismo.
«Cosa c’è, Quagliarullo?»
«Eccellentissimo Primo Direttore, mi spiace davvero tanto disturbarVi, tuttavia mi sembrava necessario notiziarVi…»
Pinnacoli, sentito che l’uomo si era impuntato, alzò il suo sguardo monumentale e paternalistico dall’enorme Sudoku che utilizzava al mattino per richiamare a raccolta i suoi svagati neuroni ovunque si fossero (da tempo) nascosti.
«Parla, perdio, parla Quagliarullo, non farmi perdere tempo!»
«Sì, scusatemi Primo Direttore, si tratta di Bonocore… è sparito.»
«Sarà nel locale tecnico delle ramazze e detersivi, di solito si nasconde là per fumarsi le sigarette… un giorno o l’altro prenderà fuoco e useremo lui come accendino.»
«No no, Dottore Illustrissimo, la situazione è molto più grave; vedete, il giorno in cui torna l’ora solare abbiamo un rito, noi del piano F: ci raduniamo nella Sala Conferenze e mettiamo indietro, tutti insieme, l’ora. È stata una pensata del nuovo capo Dipartimento, il dott. Santarnicola; dice che crea integrazione, coesione interna e stimola la produttività…»
«Mica male come idea…»
«Sì, come no? È che c’è anche un piccolo rinfresco e le sfogliatelle e i babà sono di Gaetano…»
«Ah…» si limitò a sottolineare in modo secco Pinnacoli facendo vibrare appena appena i vetri.
«Il problema però è quello che Vi dicevo prima» continuò l’uomo magro magro «è cioè che, non appena abbiamo messo indietro le lancette dell’orologio, Bonocore è sparito.»
«Come sparito?»
«Sì, Primo Direttore, confermo: sparito, sotto gli occhi di tutti. Abbiamo cercato anche su Internet e sembra che un caso simile si sia verificato, all’estero, proprio l’anno in cui fu introdotta per la prima volta l’ora legale in Europa.»
«E a quel tempo che successe? Lo ritrovarono?»
«No.»
«E tu cosa vuoi da me, Quagliarullo?»
«L’idea che ci è venuta in mente è che se si introducesse nuovamente, anche solo per pochi minuti, l’ora legale, siamo sicuri che Bonocore ricomparirebbe; è rimasto lì, in mezzo… in quell’ora di meno; lui rimane sempre in mezzo a qualcosa, Primo Direttore: porte di ascensori, serrande, le bocce abbondanti della stagista Amelia…; basterebbe insomma una Vostra autorevole telefonata al Ministro e il gioco è fatto.»
«Ma che scherzi, Quagliarullo? E io dovrei interessare il Ministro per far reintrodurre in tutta Italia, anche solo per poco, l’ora legale? Ma che figura ci faremmo? Come lo potremmo giustificare? E poi per chi? Bonocore è uno emerito sfaticato, un pessimo esempio per tutti e ruba letteralmente lo stipendio che gli elargisco con tanta generosità… Non se ne accorgerà nessuno che non c’è, credimi.»
Quagliarullo si era azzittito e aveva assunto la posa del basset hound incompreso.
«Ho finito Quagliarullo, puoi andare…» gli disse in modo sbrigativo Pinnacoli.
«Vedete Direttore, la questione è, come dire, ancora più delicata di quello che sembra: Bonocore tiene una zia che tiene un’amica che conosce un tale che ha un parente in marina che… beh, per farla breve, è lui che ci procura quella miscela con cui facciamo al mattino il caffè per tutti, compreso quello che bevete Voi più volte al giorno, soprattutto quanto siete nervoso, con rispetto parlando. Non ci ha mai detto né dove va a prendere la miscela, né tantomeno dove nasconde qui in Ufficio il sacco dei chicchi che macina a mano di volta in volta…»
Pinnacoli fece la stessa espressione che avrebbe fatto un guidatore che, lanciato con la macchina a 150 km/h in autostrada, avesse visto, appena dentro alla galleria, un grufolante branco di cinghiali.
Si fece silenzio.
Poi dopo aver fatto una leggera torsione del busto, cui rispose un sommesso scricchiolio della sua sedia da interior designer, il Primo Direttore afferrò il telefono.
«Mo’ vedo se riesco a trovare a quest’ora il Ministro…»
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Sembrava volersi nascondere: il libro, un paperback vissuto dall’aria trasandata, era rimasto sotto una pila di libri d’arte più voluminosi. Quando Gualtiero lo intravide ne apprezzò subito la particolarità: era un lavoro di un certo Thomas Swann, un autore gallese che non conosceva; tuttavia il titolo, d’istinto, lo intrigava lo stesso, così come la copertina misteriosa. “Maria e il Mago” si intitolava, e prometteva bene. Pagò in fretta l’omino seminascosto dalla enorme bancarella che lo sovrastava pregustando il momento in cui l’avrebbe letto.
Scoprì che narrava di un commerciante inglese che, per le vacanze estive, si era recato con la sua famiglia in un villaggio turistico del Sud Italia dove, in una calda serata di agosto, si era presentato, apparentemente non invitato, un Mago girovago che nel corso della sua non breve esibizione, aveva eseguito numeri stravaganti che avevano destato interesse tra il pubblico ma anche reazioni piuttosto controverse. Il Mago, dall’aria luciferina e inquietante, si era messo infatti, dapprincipio, a litigare con un ragazzo del posto che lo aveva, a suo dire, offeso, e poi, dopo averlo ipnotizzato a distanza, lo aveva costretto a ripetere per tutta la serata il verso della gallina suscitando l’ilarità ma anche lo sconcerto generale. Il Mago, che ogni tanto si lasciava andare a una risata squillante che dava i brividi, aveva anche fatto in modo che un gruppo di persone, scelte a caso tra il pubblico seduto ai tavoli per cenare, si alzasse e si mettesse a ballare una musica che solo loro potevano sentire. Aveva persino usato un uomo di mezz’età come panchina dopo averlo irrigidito come un asse da stiro tra due sedie; infine, aveva reso ridicola, facendo commenti sconci, la cameriera del locale, una certa Maria, cui aveva fatto rivelare nei minimi particolari, sempre sotto ipnosi, cosa avesse fatto quel giorno stesso da quando si era alzata la mattina. Ed è a questo punto che Gualtiero ebbe un sussulto. Ma certo! Maria! L’aveva conosciuta tre anni prima a Ginepri, proprio ad agosto. L’aveva incontrata per caso alla fontanella della piazza e avevano passato, ridendo e scherzando, una giornata indimenticabile fino a quanto, prima di cena, era sparita senza lasciarle un recapito e con esso la possibilità di rivedersi. Gli aveva detto, andandosene, che per caso si erano incontrati e per caso, se fosse stato vero amore, si sarebbero messi insieme.
Gualtiero, che non si era comunque dato affatto per vinto, aveva trascorso gli ultimi due giorni del suo soggiorno a cercarla per ogni dove per incontrarla nuovamente, “per caso”, senza però riuscirci. E ora quella ragazza era descritta così bene nel libro che sembrava fotografata: bruna, ventenne, minuta, un piccolo neo sul naso, un sorriso stordente e il colore del mare negli occhi; lei gli aveva anche detto di chiamarsi Maria, come il personaggio del romanzo, e che faceva la cameriera in un locale, come nel libro, anche se lui proprio non ci aveva pensato di cercarla sull’isola vicina dove c’era quel famoso piano bar descritto da Swann. Ma quel che c’era di davvero incredibile era che il Mago, facendo confessare alla ragazza cosa avesse fatto quel giorno, le aveva fatto raccontare, passo dopo passo, tutta la giornata trascorsa con lui.
Gualtiero capì allora che doveva partire. Sì, doveva assolutamente tornare in quei luoghi. Ora sapeva dove cercarla o quanto meno sapeva dove avrebbe potuto ottenere informazioni. Doveva ritrovarla: il caso si era ripresentato anche se sotto forma di un libro.

Quando arrivò ad Onèsti trovò subito il locale. Era esattamente come descritto nel libro. Ora che era lì il cuore gli batteva forte. Forse era una pazzia, dopo tanto tempo. Lei poteva averlo dimenticato o non volerne più sapere di lui. Ma si fece coraggio ed entrò.
Parlò con la proprietaria, una donna corposa ma simpatica che lo ascoltò con attenzione.
No, non c’era mai stata una ragazza simile al suo servizio, gli disse subito, se lo sarebbe ricordato, e soprattutto non c’era mai stato un mago, tre anni prima, che si fosse esibito nel suo locale.
«Ma no, signora, non è possibile è tutto scritto minuziosamente qui, in questo libro: è impossibile che ci possa essere un errore.»
La donna gli chiese di vedere il libro che si era portato dietro.
«Sì sì, eccolo…» fece lui pieno di speranza.
Lei lo sfogliò attentamente, poi lo abbassò scuotendo la testa.
«Guardi che questo libro è stato scritto nel 1915. Esattamente cent’anni fa.»
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Sono il papà di Anura e vivo qui con la mia famiglia nel piccolo villaggio di Pranaranesh nella regione di Angun nel nord dell’India. Non ho molto tempo e cercherò di raccontarvi, per quanto mi è possibile, ciò che di incredibile è accaduto in quest’ultimo anno. Mi devo sfogare con qualcuno.
Giusto un anno fa il torrente Sarawannan che sgorga dai Monti Sacri, per la furia delle piogge monsoniche, si è improvvisamente ingrossato come mai era accaduto prima e, straripando, è diventato un fiume di fango. Scorrendo a valle ha portato via ogni cosa incontrata sul suo cammino: foresta, villaggi, persone, animali. Ha deviato all’ultimo momento risparmiando il nostro piccolo agglomerato di case, ma nel disastro ho perso ugualmente alcuni amici cari e gran parte della mia terra. Non voglio però dilungarmi su questo. Ho davvero poco tempo, come vi ho detto, e vi devo raccontare tutto anche se il mio cuore è ricolmo di dolore.
Quel che c’è di peggio infatti è che mia figlia Anura, di sette anni, ha smesso improvvisamente di parlare. L’abbiamo fatta visitare da molti medici, anche importanti della capitale, ma non c’è stato nulla da fare. Ci hanno assicurato che è sana e che, se volesse, potrebbe tornare a parlare quando vuole; ha solo semplicemente smesso di farlo perché non ha più niente da dire. A sette anni.
Tuttavia si sa: Ganesh toglie, Ganesh dà.
Così il giorno dopo la tragedia, al ritorno dai primi soccorsi, mia moglie Samiya ha trovato all’ingresso di casa un panno di cashmere pregiatissimo; per la sua fattura molto elaborata e le rifiniture d’oro abbiamo pensato dovesse appartenere a una famiglia molto ricca come non ce ne sono da queste parti. La capitale è lontanissima e i visitatori stranieri, qui, sono più rari dei fiocchi di neve. Samiya l’ha ritenuto un segno del Cielo e ne ha ricavato una pashmina da mettere al collo di Anura perché l’aiutasse a riacquistare la parola.
Sette giorni dopo, mia figlia si è alzata finalmente dal letto ed è andata nella stanza che uso come studio; mi ero dimenticato di dirvi che sono un giornalista, un giornalista dell’Angun Chronicle. Ebbene, stavo dicendo, la mia piccolina è andata dritta alla mia scrivania, ha preso la mia macchina da scrivere ed è tornata a letto. E si è messa subito a scrivere: lei che ha appena imparato a leggere e che non dovrebbe avere neppure la forza di pigiare sui tasti rigidi della mia Underwood. Sta di fatto che ha cominciato a battere svelta: date, nomi, elenchi, luoghi che neanche conosce. È un anno che lo fa, senza più dormire, senza più mangiare, giorno e notte. Ticchete, ticchete, ticchete.
Sua madre si è subito disperata pensando potesse morire. E invece la bambina ha un aspetto ancora più sano, più sereno, pieno di vigore. È persino cresciuta. Il nastro della macchina da scrivere non c’è più da tempo, consumato dall’uso, e la carta su cui batte sembra non finire mai nonostante sia un normale foglio formato A4. Mia moglie ha anche cercato di toglierle la pashmina dal collo ma ha dovuto purtroppo constatare che non si snoda più, né è possibile tagliarla o distruggerla.
Ticchete, ticchete, ticchete.
Insomma, Anura scrive le notizie che accadono nel mondo prima che accadano. Un piccolo di sula piedazzurri che nasce in un’isola sperduta della Polinesia, un vaso di fiori che cade dal terzo piano in Nebraska, un incidente tra biciclette in un paese dell’entroterra della Cina, la vittima di un omicidio in Botswana, una potenza straniera che invade lo Stato vicino; piccoli e grandi eventi, comuni e straordinari della nostra vita; una sorta di telescrivente, in altre parole, solo che dietro quei messaggi non c’è una macchina fatta di ferro e ingranaggi, c’è mia figlia e, dall’altra parte, Chi tutto vede e provvede.
La voce di una bambina che scrive del futuro prossimo e venturo si è sparsa in un attimo. La chiamano l’Antenna di Dio. E ora, davanti alla mia casa, c’è una fila interminabile di gente di ogni tipo, a piedi o con qualsiasi mezzo: arrivano da ogni parte del mondo proprio qui a Pranaranesh. Tutti vogliono vedere la mia bambina, tutti le vogliono parlare e io non so più che fare, non so più come tenerli a bada: sono molto preoccupato.
Anche perché sono l’unico che Anura accetta che entri nella sua stanza. Forse perché sono l’unico che la rispetta e riconosce il suo ruolo e soprattutto che non insiste perché smetta.
Nelle lunghe ore in cui le sto accanto ho imparato a interpretare i suoi sorrisi e i suoi sguardi. Ci capiamo, noi, ci siamo sempre capiti, anche se adesso ancora di più.
Così quando è apparso il mio nome, in quella marea di dati vomitati senza sosta dal rullo della macchina da scrivere, abbiamo capito entrambi che non era per quel posto all’Università cui tenevo da tanti anni. Lei ha persino smesso di scrivere e mi ha abbracciato forte. E io l’ho consolata togliendole le lacrime che le scendevano dalle guance: volevo portarle via con me. È stato solo questione di attimi: non avevo infatti ancora chiuso la porta dietro di me che lei aveva già preso a scrivere. La mia piccolina. Ha sempre preso molto a cuore i suoi compiti.
Sì. Questo è proprio tutto. Almeno mi pare.
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