Panic Room

Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».

L’Amazzone farinosa

La valle del Lurín respirava polvere sottile. Il vento scendeva dai rilievi bassi e la spingeva tra le pietre dei cortili, sulle spalle nude delle donne, nelle pieghe dei tessuti. Anak Omek rimase a guardare a lungo il passaggio lento delle portatrici, il rumore dei sandali, le piume che oscillavano sulle acconciature.
Quando parlò, lo fece senza voltarsi.
«Non queste».
E sospirò emettendo rumorosamente il respiro.
«Voglio un copricapo che non abbia mai avuto nessuno prima di me e che nessuno avrà dopo», disse, con quel modo che aveva quando il mondo le risultava insufficiente.
Curaca Pachaq sentì il peso di quella richiesta come un ordine. Le piume più rare non si trovavano più da tempo. Arrivavano da sempre più lontano. La cerimonia dell’Oracolo di Pachacamac era invece imminente. Si incupì. Accontentarla sarebbe stato difficile.
«Si può provare…», disse, accorgendosi che non era quello che voleva dire.
Anak si voltò. Non sorrise. Gli passò accanto e sfiorò con le dita un fascio di piume comuni. «Solo provare?» disse. Poi lo fissò serrando a fessura gli occhi.
Lui ebbe un brivido.

La casa di Yaya Amaru era più bassa delle altre, costruita con ordine e senza ostentazione. Le piume delle are scarlatte e delle amazzoni farinose erano stordenti per i loro colori nitidi e densi.
«Mi sono sempre chiesto cosa te ne fai di così tanti volatili», disse Pachaq.
«Hai mai sentito parlare di godere della bellezza della natura?», rispose Amaru, scostante.

Pachaq osservava quegli esemplari come chi controlla la merce. Poi si guardò attorno e intravvide Quilla in fondo alla stanza: c’era qualcosa di ostentato nel modo in cui stava rigida voltata verso il giardino.
«Posso compensare per tutta questa tua… bellezza».
Amaru scosse il capo. «Non è questione di compenso. Loro sono solo per la gioia dei miei occhi».
Nessuna trattativa si aprì. Nel voltarsi per andarsene, Pachaq incontrò per un istante gli occhi di Quilla che non aveva resistito a non guardarlo. Colse un groviglio di emozioni: amore, odio, risentimento.
Quella notte non dormì.

Quando l’uomo fidato di Pachaq, nelle ore che anticipavano l’alba, entrò nella casa di Amaru, il suo passo era leggero e misurato. Amaru fece in tempo a svegliarsi e a cercare un inutile appiglio. Il gesto fu rapido, preciso. Quilla era lì. Non urlò, non scappò. L’uomo aveva istruzioni precise e finì il lavoro.
Poi entrò nelle grandi gabbie, uccise più volatili che poté e portò via le piume, ancora calde, pesanti di colore.
All’alba, gli artigiani lavoravano già. Il copricapo doveva essere il più bello di sempre.

Quispe fu raggiunto dalla notizia della morte della madre e del nonno al villaggio della zia. Quando rientrò in casa, era già stato tutto ripulito. Come se, a lasciarlo lì, il sangue potesse corrompere quelle pareti.
Dei ladri, pensò. Quelle piume erano troppo preziose.
Non aveva un nome da seguire, ma sapeva dove andare. A Pachacamac. Da chi poteva decidere. La strada non era breve, ma il passo gli venne da sé.

Trovò Pachaq vicino all’area sacra, dove le voci, passando, si abbassavano senza bisogno di un comando.
«Sei tu», disse Quispe.
Pachaq non rispose. Guardò il volto del ragazzo: l’inclinazione del capo, il modo di tenere le spalle, alcuni movimenti dello sguardo. Sentì una stretta al petto prima ancora di capire.
«Vieni più tardi», disse infine, senza sapere se fosse davvero quello che intendeva.

Il fedele Kunak era poco distante. Non si mostrò. Gli bastava intuire che lì c’era qualcosa che poteva valere, non per lui, ma per la sua sovrana.

Anak lo ricevette senza fretta. Kunak riferì ciò che aveva visto e sentito, con precisione, senza aggiunte.
«Gli somiglia», disse alla fine. «In qualcosa».
«Ho poi scoperto da dove arrivano le piume del copricapo. Due morti inutili».
Lei lo congedò con un cenno. Rimase sola.

Il giorno seguente si mise dove poteva vedere senza essere vista. Osservò il modo in cui Quispe inclinava il capo quando ascoltava. Pachaq evitava il volto del giovane con una cautela troppo ostentata. Non era una somiglianza piena. Furono dettagli che, presi insieme, non si spiegavano. Un taglio dello sguardo. Qualcosa nella linea della bocca.
Quispe non apparteneva solo a Pachaq.
Le ritornarono all’improvviso alla mente le mani forte e calde di Amaru sulla sua pelle. E il peso di una neonata affidata ad altri occhi.
Anak non ebbe bisogno di altro.

Quella notte diede due ordini secchi, separati. Non spiegò il motivo.
Quispe fu fermato lontano dagli sguardi della gente. Cercò di dire qualcosa, ma non ebbe il tempo di costruire una frase intera. Cadde senza sapere perché.
Pachaq ebbe meno tempo di quanto si aspettasse. Quando comprese che non si trattava di un errore, era già troppo tardi. Pensò solo al volto del giovane. Il gesto trattenuto. Le somiglianze. Provò a dire qualcosa. Non gli riuscì. Il buio arrivò prima.

Il giorno della cerimonia, il copricapo era pronto. Le piume rare catturavano la luce in modo diverso da tutte le altre.
Anak Omek lo indossò con orgoglio, senza esitazione. Le persone si disposero come dovevano. La guardavano. Le voci si abbassarono. Le teste si inchinarono. Il rito procedette. La sedia regale accanto alla sua era vuota.
Nessuno parlò di ciò che era accaduto.
Le piume tremarono appena, al passaggio del vento.

Incarico d’onore

Un uomo di guerra, prigioniero del proprio dovere, scopre che anche 
l’obbedienza può avere un prezzo di sangue.

Il maggiore Roman Kushnir si guardava allo specchio come ogni mattina, controllando la piega della divisa. I bottoni lucidi, la cravatta dritta, il colletto inamovibile. Tutto doveva essere in ordine. Era la sola cosa che ancora lo fosse. Negli anni di guerra aveva imparato a mantenere un’apparenza di compostezza, come se la disciplina potesse contenere il caos. Ma dentro, da tempo, sentiva scricchiolare tutto.
Aveva imparato a non pensare troppo, a eseguire soltanto. Il suo incarico, come recitava l’ordine scritto, era “d’onore”: comunicare ai familiari la morte dei loro figli sul campo. Nessuno voleva farlo, e così l’onore era toccato a lui. All’inizio si era illuso di saper reggere, di potersi blindare dietro il tono fermo e la formula d’ordinanza. Poi erano cominciati gli incubi, le voci, gli sguardi vuoti dei parenti che tornavano a trovarlo di notte. Ogni viso che aveva visto piangere lo aspettava, muto, dietro le palpebre.
Quando bussava alle porte, le madri lo riconoscevano subito. Bastava la divisa. La divisa e il suo volto sinceramente contrito. Alcune cadevano in ginocchio, altre lo fissavano come si guarda un animale che porta disgrazia. Lui restava fermo, poi bastavano poche parole. E sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata in quella stanza. Tornava in caserma, si toglieva il cappello e si sedeva sulla branda in attesa del giorno successivo, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia. Un soldato della burocrazia del dolore.
Negli ultimi mesi non dormiva quasi più. L’aria della caserma sapeva di carta e disinfettante, e ogni volta che passava davanti alla stanza dei dispacci gli sembrava di udire i singhiozzi filtrare dalle buste sigillate. Le lettere dei caduti arrivavano piegate con cura, ancora intrise dell’odore dei campi. Lui le consegnava una per una, ma non le leggeva mai. Il volto anonimo del caduto poteva essere per lui un antidoto. Ma non lo era mai.
Aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, ma l’ordine era arrivato firmato dal Comando Supremo. «Nessun altro è idoneo. Continui.» Aveva sorriso, quel giorno. Un sorriso secco, da militare. Poi aveva ripreso a fare il suo dovere. I giorni passavano quasi strisciando, come se il tempo stesso esitasse a scorrere in quel limbo di morte mediata.
La mattina in cui tutto accadde volle uscire prima del solito. Il bombardamento notturno aveva lasciato molte comunicazioni da consegnare. Il vento soffiava basso, sollevando la polvere del cortile. Kushnir indossò il berretto e si avviò verso l’auto di servizio. Si fermò come suo solito davanti allo specchio del corridoio per dare un’ultima controllata alla divisa. Allungò la mano sulla maniglia della porta. Sentiva il brusio costante dentro la testa, come un motore che non si spegne mai.
Lo fermò un rumore di passi alle spalle. Il tenente Taran, l’unico sopravvissuto del gruppo originario deputato alle comunicazioni d’onore, era sull’attenti davanti a lui. Lo sguardo sfuggente, la mascella serrata. Kushnir lo fissò per un istante. Aveva provato rancore per quell’uomo e per tutti quelli che avevano abbandonato l’ingrato compito. Adesso, però, nel vederlo, provò un lampo di speranza. Forse finalmente si era reso conto ed era venuto a dargli l’insperato cambio.
«Riposo, tenente. Dica.»
Taran esitò. Deglutì, poi mormorò:
«Mi dispiace, signore… è per suo figlio.»
Kushnir si irrigidì. «Cosa c’entra mio figlio, adesso?»
«È caduto in azione. Sul fronte est.»
Per un attimo il maggiore non disse nulla. Continuò a guardarsi allo specchio dell’ingresso. Vide riflesso un volto che non riconosceva: il viso pallido, gli occhi svuotati, la bocca tremante. Lo stesso sguardo che aveva visto centinaia di volte nelle altre persone da lui visitate.
Il berretto gli cadde di mano. Fece un passo indietro, poi un altro. Le gambe gli cedettero. Provò a respirare, ma il respiro non venne.
Poi il maggiore Roman Kushnir si mise a urlare. Il suo mondo era all’improvviso andato in mille pezzi.

Il Miracolo di San Canio

Il paese di Polvento era in agitazione. Da settimane non si parlava d’altro che della traslazione delle reliquie di San Canio, patrono del paese. Le sue ossa sarebbero state spostate dal vecchio ossario del convento alla nuova Chiesa della Sacra Rocca, costruita in tempi record al posto della dismessa Manifattura tabacchi. Un evento storico, dicevano tutti. Il santo avrebbe finalmente avuto la sua degna dimora, nel cuore della città.
Anche don Bernardino, ora parroco della nuova chiesa, viveva quei giorni con una frenesia insolita. Alle nove di quella mattina, quando tutto avrebbe avuto inizio, aveva già fatto tre docce. Ma la camicia gli aderiva addosso come carta bagnata, e la fronte gli grondava sudore. Era un suo difetto e gli accadeva anche in pieno inverno. La perpetua, donna Imma, lo inseguiva spesso con un asciugamano nascosto sotto la veste nera, cercando invano di tamponarlo quando nessuno guardava.
«Padre, si calmi, che il santo non scappa», gli disse.
«È un momento importante, Imma. I fedeli ci guardano. La Chiesa ci guarda. E oggi… oggi forse assisteremo a un miracolo. Me lo sento. Su Internet ho letto che accadono in occasioni del genere. Magari avremo anche noi un albero secco e spoglio che rifiorisce in un istante. O pioverà manna oppure…» disse gesticolando e facendo il gesto alla perpetua di non parlare avendo trovato quale poteva essere il miracolo giusto «…oppure l’acqua della fontana si trasformerà in vin santo, …chissà».
L’aria era trasognata. Sembrava vedere il prodigio proprio davanti a sé.
Lei invece alzò gli occhi al cielo, rassegnata. E poi gli allungò ancora l’asciugamano.
“Ma ci vorrebbe spugna e secchio” pensò impietosa.
La giornata si annunciava gelida. Non c’era un uccello in cielo. Anche i gatti non uscivano di casa.
La piazza, però, era già gremita dall’alba. Il Vescovo Paolo, gli esperti e un delegato del Vaticano attendevano il via. L’antico feretro in legno di abete che aveva custodito per secoli la sacra salma, era piuttosto malconcio, e fu sistemato in una nuova bara di mogano. Don Bernardino era molto soddisfatto che la sua missione in Honduras avesse impiegato per l’occasione i bambini orfani nella ricerca del legno pregiato.
E poi fu il momento.
La processione partì solenne dal convento.
Quattro frati, in abiti pesanti, sorreggevano il feretro; dietro, le autorità e il clero, seguiti dalla banda comunale che intonava un inno che il parroco trovò eccessivamente allegro per l’occasione. La folla premeva dietro le transenne, tra canti di giubilo e l’odore di fritto misto proveniente dai banchi dei food trucker.
Alcuni droni delle più accreditate piattaforme televisive ronzavano incessanti da un lato all’altro della piazza come grossi fastidiosi insetti. Le campane suonavano, instancabili, sovrastando a tratti gli altri suoni confusi. La gente si faceva il segno della croce al passaggio ieratico del parroco, insieme a Carlo, il facoltoso salumiere che da sempre, per sentirsi meno in colpa per essere un evasore fiscale totale, gli faceva da sagrestano.
Il viso di don Bernardino era rubizzo, lo sguardo fiero, come Napoleone davanti alla sua Guardia Imperiale. Anche se a ogni passo pregava di non svenire per l’eccitazione. Qualcuno piangeva, inginocchiandosi. Una donna anziana agitava un rosario come un lazo e gridava che il santo le aveva fatto vincere al Superenalotto. Il parroco la guardò con gratitudine: un piccolo segno, forse, che qualcosa di soprannaturale quel giorno stava davvero accadendo.
Dopo un’ora di marcia, il corteo arrivò alla nuova chiesa. Le porte si spalancarono tra un’onda di applausi. L’interno odorava di legno fresco, di calce e vernice fresca. Sul pavimento brillavano ancora le striature umide del cemento. Il feretro fu deposto ai piedi dell’altare su un baldacchino costruito con il mogano rimasto e il Vescovo cominciò la messa solenne. L’organo gracchiava. Doveva essere riparato, pensò il parroco con disappunto. Quella sarebbe stata la prossima spesa. Anche il coro delle voci bianche andava un po’ per conto suo seguendo note in libertà. Per fortuna le campane non smettevano mai di suonare. Don Bernardino, pur provato, sentiva, accanto al Vescovo celebrante, una gioia profonda. Nonostante i piccoli intoppi, tutto stava procedendo come previsto. Forse non ci sarebbero stati miracoli, ma la giornata sarebbe stata comunque ricordata come un successo. Guardò il fido Carlo che, da un lato, stava cercando tra la folla la moglie Bianca. Capì che l’aveva trovata, perché si scambiarono un sorriso. Era bellissima, del resto, come sempre. Pareva avesse un faro che la illuminasse.
Quando il feretro venne infine sigillato in una teca di cristallo, perché tutti i fedeli potessero venerare il santo, fu murato alla base dell’altare maggiore. Il parroco si sentì alleggerito. Salutò i confratelli, ringraziò le autorità e si ritirò in sagrestia. Per asciugarsi. Imma gli porse il solito panno che era ormai da buttare tanto era fradicio.
«Visto, padre? È andato tutto bene. Anche senza resurrezioni o altri segni divini.»
«Già…» sospirò lui. «Eppure, un piccolo miracolo… non mi sarebbe dispiaciuto. Potevamo mettere una lapide ricordo… magari con il mio nome, e quel del Vescovo, naturalmente.»
Poco dopo, uscì sul sagrato insieme a Carlo e alla perpetua. Aveva bisogno di un po’ di fresco. Stava per congedarsi quando una voce squillante li raggiunse da dietro le spalle. Era Bianca, la moglie di Carlo, trafelata ma raggiante.
«Carlo! Ho una notizia bellissima!» esclamò. «Aspettiamo un bambino!»
Il sorriso del marito si spense all’istante. «Un bambino? Ma… Bianca, è impossibile. Noi… da anni… per via del…»
Lei lo guardò sorpresa, quasi smarrita per quella logica ineccepibile, poi si voltò verso don Bernardino, che le restituì un sorriso sereno e un cenno d’incoraggiamento, come per benedire la notizia. Donna Immacolata, accanto a lui, abbassò invece lo sguardo e scosse la testa.
«Volevate un miracolo, no?» disse con una luce negli occhi che era difficile decifrare. «Ebbene, eccolo qui!» e si accarezzò il ventre con orgoglio. «Non sei contento, caro, che il santo abbia pensato proprio a noi?» Il parroco, finalmente, sorrise compiaciuto. Il Cielo lo aveva ascoltato. Disse “grazie”, in cuor suo.
Un vento gelido e tagliente si levò improvviso sulla piazza, facendo ondeggiare il drappo sulla facciata della chiesa su cui campeggiava la scritta: “VIVA SAN CANIO, VIVA IL PARROCO”.
Si staccò e volò lontano.
Molto lontano.

L’ombra sui gradini

Erano passati quasi cinquant’anni dallo scoppio della bomba atomica. Le case erano spuntate dapprima timidamente e poi avevano conquistato gli spazi vuoti, il terreno sbancato e bruciato.
Oggi lo sguardo della gente si è fatto distratto, meno sensibile. Per riscoprire l’orrore che aveva attraversato quei luoghi occorre saper cercare. Forse in un museo, in un monumento, o su quella gradinata a est della città.
Il palazzo, eretto solo dieci anni prima dello sciagurato scoppio, cresciuto alla radice di quella gradinata, svettava su tutti gli altri. La sua struttura, di gusti troppo occidentali, non piaceva agli abitanti. Secondo loro non si adattava allo stile del quartiere. Costruito da una società straniera, la gente del posto lo chiamava “Lo Scatolone senz’anima”. Ma lui si ergeva ugualmente tronfio, appena indispettito per tanta ostilità.
Ma in meno di un secondo, era stato spazzato via, come un capello investito da una brezza improvvisa. Migliaia di tonnellate di cemento erano state scaraventate nel nulla. Vaporizzato.
Era rimasta solo la gradinata: cinque scalini di semplice marmo, coperti dall’ombra di uno dei condomini.
Quell’uomo sconosciuto tornava a casa o forse stava passando a trovare qualcuno. Nel rimirare quella silhouette lo si poteva pensare immerso nei suoi pensieri, angustiato da questo o quel problema o a cullare un sogno nel cuore.
Doveva sicuramente aver sentito anche il boato lontano. E si era girato con una espressione di meraviglia per quel sole che correva verso di lui per abbracciarlo.
Quando avevano lentamente ricostruito palazzi e negozi, la gradinata era rimasta lì. E, in cima ai gradini, dove c’era solo il vuoto, era ripartita la costruzione di una nuova abitazione. Questa volta più piccola, proporzionata in dimensioni alle drasticamente ridotte esigenze demografiche della popolazione.
L’ombra però era rimasta. Nessuno aveva pensato anche solo di spostarla. Anzi, ogni volta che si dovevano fare quei gradini per entrare o uscire dal palazzo, tutti evitavano la sagoma grigia. Passavano più in qua o più là, consapevoli di quello che rappresentava. Era la loro storia, e la storia di un paese, qualunque essa sia, non si calpesta mai.
Questo fino a quando l’intero palazzo non fu acquistato da un uomo del nord. Un uomo appartenente alla pletora dei nuovi ricchi che avevano fatto fortuna con il terziario. Osservare le tradizioni per lui andava pure bene, purché lo lasciassero in pace. Non gli importava di quella macchia antiestetica.
Ma alla giovane moglie sì.
Appena entrata in quel palazzo, la donna ingaggiò una ditta di pulizia specializzata per far scomparire quell’oscenità macabra davanti alla sua porta.
La ditta di mise al lavoro. Provò diversi prodotti, adottò diverse soluzioni. Ma alla fine fu tutto inutile. Il marmo poroso ne era rimasto impregnato, era un negativo tenace e indelebile. Un’impronta viva, avevano poi detto abbandonando il lavoro. Lì qualcuno c’era ancora. Forse poteva fare qualcosa il vecchio Ishida. Se era ancora vivo. Ma forse neppure lui.
La moglie non si arrese facilmente e di quelle superstizioni non sapeva cosa farsene. Non le interessava cosa fosse accaduto lì mezzo secolo prima. Quella macchia era brutta, antiestetica e questo bastava. Le tragedie, pensava, stavano bene nei libri o nei telegiornali, non davanti alla sua porta di casa.
Fu così che fece cercare Ishida, l’esperto in macchie di quel genere. Non fu semplice. Ma alla fine lo trovò.
Lui inizialmente oppose uno fermo rifiuto, ma poi fu convinto dal marito della donna con una somma che avrebbe messo al sicuro dai problemi finanziari persino i nipoti.
Il vecchio fece appello alla sua vasta esperienza. Ci lavorò senza sosta nel suo laboratorio per un mese intero. Poi si mise sui gradini del palazzo e, con ovatta imbevuta nel suo preparato speciale, tamponò i margini e l’interno della figura. C’era profumo di gelsomino e di verbena che aleggiava da quella pozione. Ma anche tanti altri profumi leggeri e delicati sconosciuti. Sembrava essersi portato dietro un giardino intero. Nulla che facesse pensare a qualcosa di caustico e aggressivo.
Durante i lavori, molti degli abitanti del quartiere si rivolsero a lui, implorandolo di non continuare. Sapevano che se qualcuno poteva farcela a smacchiare i gradini, questo era proprio lui. E lo volevano fermare finché era possibile.
«Lascia stare, Ishida, pensa a quello che rappresenta per noi».
Il vecchio era amato e ben voluto da tutti per la sua saggezza e generosità. Erano sicuri che avrebbe capito. Era un bambino piccolo quando scoppiò la bomba. E portava lui stesso, ancora addosso, i segni di quella terribile tragedia.
«Sono molto malato», diceva però a chiunque lo avvicinasse, «Non vivrò a lungo. Devo pensare a far studiare mio nipote. Devo anche aiutare mio genero con il negozio che non va tanto bene e… e mia madre… mia madre è in ospedale e ha bisogno di cure costose. Lasciatemi stare, non capite».
Dopo dieci giorni di duro lavoro, la sagoma sugli scalini era completamente scomparsa. Non c’era più nulla che ricordasse quanto era accaduto. La gente ora passava davanti a quei gradini più distratta del solito, senza nemmeno lanciare uno sguardo su quello che c’era. Nessuno si chiedeva più:
«Ehi… ma cos’è quella strana sagoma a forma di uomo?».
Rimase il silenzio.
E il silenzio a volte non ha rispetto, perché non ha memoria. Sorvola indifferente sofferenza e dolore, come un vento che spira senza direzione.
Il vecchio guardò la sua opera. Aveva fatto un ottimo lavoro, ma non ne era fiero. Si sentiva in colpa, come se avesse tradito la sua gente, i suoi genitori e chi era venuto prima di loro.
Provò ad alzarsi, ma avvertì un dolore intenso e prolungato al centro del petto. Un’oppressione gli devastava il torace e si irradiava alle braccia e al collo. Provò a sedersi per riprendere fiato, ma un dolore ancora più intenso lo fece sobbalzare, sfigurandogli il volto. Si accasciò sugli scalini.
Alcuni passanti cercarono di soccorrerlo e chiamarono un’ambulanza che arrivò in pochi minuti. La sirena urlava nella notte nel portarlo via, un corpo minuscolo in quella barella ipertecnologica.
Sui gradini erano rimasti i suoi tamponi, la boccetta profumata del suo preparato speciale e la sua fatica.
Passarono alcuni giorni, e poi lentamente l’ombra ricomparve sulla gradinata.