Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘blogtale’

L’altoparlante aveva appena dato l’annuncio dell’arrivo a destinazione del treno. Tiberio aveva riposto rapidamente il computer nella custodia e gli incartamenti nella borsa. Preferiva prepararsi per tempo prima che nei corridoi della carrozza si formasse la fila.
«Proprio una pessima giornata!» sentì dire non appena arrivato alla porta. Tiberio sbirciò fuori. Era una giornata di pieno sole come non se ne vedeva da tempo. Anche se era mattino la luce prepotente che stava sorgendo a est illuminava un cielo che prometteva una meravigliosa giornata. Tiberio si voltò verso la persona che doveva aver pronunciato quella frase e vide un uomo di colore che stava ancora scuotendo la testa preoccupato.
«Una pessima giornata?» gli scappò di dire. «Ma se c’è un sole stupendo!»
«Tu non dici così se hai tutti quegli ombrelli da vendere, dottore» disse l’uomo guardando Tiberio con un sorriso disarmante. Alle sue spalle aveva un carrettino pieno zeppo di ombrelli che fuoriuscivano da una sacca grossa e ingombrante.  «Io detto loro: ‘cosa fare io a Capaglossa in giornata radiosa come questa? Come possibile vendi ombrelli?’ ma loro niente…. Gente cattiva loro, sai…» fece scuotendo davanti a sé il palmo aperto della mano come se stesse salutando. «Loro dicono: ‘vai… vai… lo stesso‘.»
«E quindi che fai oggi con tutti questi ombrelli?» chiese Tiberio, preso ormai dalla conversazione.
«Allora io vado in campo appena qui fuori e sotterro ombrelli e poi torno a prendere quando piove… così loro contenti… Gente cattiva cattiva, sai…» e ripeté lo stesso strano movimento con la mano di prima.
«Ma quando torni loro vorranno i soldi degli ombrelli visto che non li avrai più con te…»
«Lo so, dottore… tu intelligente… tu studiato…»
I due si guardarono con aria interrogativa. Poi l’uomo di colore tornò a sorridere:
«Mi arrangio, dottore…» gli disse alla fine dandogli una leggera pacca sulle spalle.
Nel frattempo, il treno era arrivato a Capaglossa. Come al solito, un mucchio di ragazzi si stringeva intorno alle porte fin quasi a impedire il rapido deflusso di chi volesse scendere dal treno.
«Fai passare prima chi esce poi entra…» disse l’uomo di colore tirandosi dietro il carrello pieno di ombrelli e strattonando le persone davanti a lui. Poi, ancora pochi metri, e Tiberio non lo vide più, fagocitato dalle decine e decine di ragazzi che si affrettavano schiamazzando a salire sulle carrozze.
Che strana storia…’ rifletteva tra sé e sé Tiberio mentre stava guadagnando l’uscita. ‘È triste pensare che ci sia un racket persino per gli ombrelli e che poveri diavoli così ne siano vittima’.
Poi passò davanti al bar. Guardò l’orologio per sapere se aveva ancora qualche minuto per prendere un caffè. Ma l’orologio non c’era più.

Read Full Post »

Sugar

Si precipitò in strada: l’auto, una berlina nera senza i segni di istituto, era ferma ad aspettarlo.
«Allora cosa abbiamo?» si sentì dire che ancora non aveva chiuso la portiera.
«Dunque… Dottore…»
«Chiamami Bob…» lo interruppe l’uomo e subito dopo si allungò verso l’autista toccandogli la spalla. La macchina partì a forte velocità. Karl cercò di trovare una posizione comoda sul sedile e pensò che se il Sistema aveva inviato il loro Funzionario politico migliore era segno che la situazione stava precipitando.
«Sì… dunque… Bob…» esordì schiarendosi la voce.
«Come mai c’è una concentrazione elevata di questi… uhm “cosi” nella sua area? Da dove sono sbucati?» tagliò corto il Funzionario.
«Li chiamano “Chuar”, Dottore… Bob… e non sono affatto comparsi dal nulla…»
«No? Non sono, come dire, alieni?»
«No, affatto… sembra che siano il prodotto pasticciato di una inseminazione artificiale finita male.»
«Pasticciato?»
«Sì, pare che abbiano usato un DNA alterato che non doveva essere messo in circolazione…»
«Come è possibile una cosa simile?»
«Basta ordinare su Internet uno zigote non sanitariamente verificato e impiantarlo su donna consenziente desiderosa di un figlio senza tanti certificati… Hanno anche rintracciato da dove è stato spedito il plico ed è risultato provenire da un luogo sperduto ai confini tra la Cina e il Tagikistan. Solo che al posto di un laboratorio o di un ospedale hanno trovato una rivendita di souvenir.»
La macchina stava sfrecciando nel traffico evitando all’ultimo momento passanti e altri veicoli. Il lampeggiante posizionato sul tetto spargeva improbabili bagliori bluette tra le vie del centro.
«E questi… questi Chuar sono davvero tanto strani come si dice?»
«Giudichi lei…»
La vettura aveva rallentato per poi fermarsi circondata da altri veicoli che l’avevano fermata in una morsa inestricabile. Trascinando una gamba si stava avvicinando lentamente un essere basso e grasso, dal colorito tendente al fucsia pallido: la faccia era sproporzionata rispetto al resto del corpo ed era pressoché riempita da occhi grandi e spauriti e da un sorriso disarmante. Il tipo si fermò proprio davanti al finestrino di Bob. Disse qualcosa ciondolando la testa e, senza abbandonare il suo ampio sorriso, diede una leccata al finestrino lasciando una lunga scia di saliva che colò alla base piano piano.
«Cos’è questo schifo?» chiese Bob disgustato volgendosi verso Karl.
«Lo so… sono fastidiosi, invadenti, brutti e sporchi e sono ormai dappertutto… ma non fanno male a nessuno!»
«È una indecenza. Bisogna allontanarli, rinchiuderli da qualche parte, rimandarli da dove sono venuti.»
«È proprio questo il problema, Bob, sono nati nel nostro Paese… sono cittadini regolari come me e te; non si sa però dove vivano, né cosa mangino. Si sa ancora pochissimo di loro, ma di certo non costituiscono alcun aggravio di spesa per la collettività… Non ricevono sussidi, né contributi, né si ammalano mai… »
«E cosa vogliono?»
«Nulla… pare che desiderino solo considerazione e affetto… Quel che dicono in continuazione è “sugar”, zucchero, anche se loro lo pronunciano “chuar”, appunto, così come li hanno chiamati: ma vogliono una carezza, un sorriso, una buona parola… lo “zuccherino”… si accontentano solo di questo.»
«Ma danno fastidio… sono un insulto al decoro, al vivere civile, al…» si sfogò il Funzionario scuro in volto.
«È quel che pensano in molti… alcuni di questi Chuar sono stati picchiati a morte, altri, peggio, sono stati persino uccisi… ma tutto quello che è successo è che si sono moltiplicati… non si sa come, ma lo hanno fatto. Pare che l’unico modo per contenerne il numero sia assecondarli. Dar loro cioè quel che vogliono.»
Detto questo Karl tirò giù il finestrino e accarezzò due Chuar che si erano avvicinati a loro volta dalla sua parte, dondolando. Quando ritrasse la mano era grondante di saliva maleodorante.
«Dottore… Bob… bisogna farsene una ragione e soprattutto farci l’abitudine…»

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

«Ah, ah! Ti ho beccata!» esordì la bambina balzando all’improvviso da dietro le tende e sparando un dito indice accusatorio all’altezza degli occhi dell’intrusa.
La Vecchina rimase immobile come a chiedersi se fosse davvero possibile che qualcuno l’avesse vista. Poi per un istante socchiuse le palpebre grinzose e si grattò il naso che quasi le arrivava al mento.
«Chi sei? La zia? La mamma?» chiese rapidamente la bambina mettendo ora le braccia sui fianchi. Il tono era inquisitorio mentre la fronte imbronciata non prometteva nulla di buono. «Pensate che io sia così piccola e scema da non sapere che la Befana non esiste? Lo sanno tutti che è un modo che hanno i Grandi per rincipollire i Piccoli!»
La Vecchina posò il grosso sacco di juta. Era pesante. Guardò attraverso i vetri la luna rosicchiata dal buio. Da quanto era alta sull’orizzonte capì che si stava facendo tardi. Si mise a pensare velocemente a come uscire da quella situazione.
«E poi lo sanno davvero tutti che la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… e tu hai invece delle bellissime scarpe rosse con il tacco alto che sono pure lucide lucide…»
«Sì, in effetti, cara Martina, sono le scarpe di tua zia… le mie, tutte rotte, sono all’ingresso… volevo provare come ci si sente per una volta con addosso delle scarpe fighe…»
«Ecco, lo vedi… la Befana non direbbe mai delle parolacce e poi…»
«E poi tu a quest’ora dovresti essere a letto perché non porta affatto bene vedere la Befana; non torna più e questo sì che lo sanno tutti…»
«Se esistesse la Befana avresti ragione, ma non lo sei…» osservò la piccola con una logica ineccepibile. «In realtà sono tutte scuse per non regalarmi quello che desidero tanto…» e rimise il broncio con le braccia conserte lasciando i gomiti alti.
«Lo so, Martina, lo so… ma vedi c’è anche scritto qui sopra…» e la Vecchina tirò fuori dal sacco un librone impolverato «che ultimamente hai fatto disperare i tuoi genitori…»
«Forse ho fatto un po’ la birba…»
«Molto più che solo un po’…».
«Ma uffa mamma… non mi accontenti mai.»
«Non sono la tua mamma e non è affatto vero che non ti accontenta mai e tu lo sai bene… ma quando si fanno arrabbiare mamma e papà ci si merita solo del carbone e nemmeno di quello buono!»
«Non è giusto, non è giusto… sei cattiva, sei brutta e cattiva.»
Si fece silenzio. Un macchina per la pulizia delle strade venne avanti nella via frusciando; la piccola assunse un’aria pensierosa e poi disse a bassa voce:
«E se ti promettessi di fare la brava? Magari ci provo sul serio e da subitissimo…»
«Uhmm… promesso?»
«Promesso!» fece la bambina baciando più volte gli indici messi in croce e regalando un sorrisetto furbo.
«Martina che ci fai sveglia a quest’ora? Prenderai freddo» fece la mamma entrando alle sue spalle seguita dalla zia.
«Mamma! Zia! Voi! Ma allora…»
«Allora cosa?»
La bambina si voltò con la bocca spalancata là dove aveva appena visto la Vecchina. Non c’era più. C’era solo un sacchetto di carta in mezzo alla stanza. Che dopo un po’ cadde facendo ruzzolare fuori dei cubetti di carbone. E poi il sacchetto cominciò a muoversi. A zig zag. Abbaiando.

Read Full Post »

«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
[space]
[space]
«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

Read Full Post »

Il campanello suonò più volte. Chiunque fosse alla porta aveva fretta.
Solo dopo un po’, quando le scampanellate si ripeterono più volte con ottusa insistenza qualcuno aprì.
«Finalmente!» esclamò l’uomo accigliato. Il ragazzo che era sulla soglia aveva gli occhi rossastri e gonfi. Quando vide l’uomo davanti a sé scoppiò a piangere e, coprendosi il viso con entrambe le mani, tra singhiozzi che gli scuotevano il petto, fuggì via lasciando aperta la porta.
L’uomo entrò con minor baldanza e, sulla soglia, si voltò in direzione dei due uomini vestiti di blu che erano rimasti indietro; fece loro cenno di entrare. Non c’era tempo da perdere, lo sapevano bene: ogni minuto che passava poteva essere fatale. Entrarono nella casa lasciandosi guidare dalle voci che sentivano di lontano oltre che da una luce che filtrava indiscreta dal fondo di un corridoio. L’uomo che era entrato per primo si tolse il cappello come fosse entrato in un tempio dedicato a qualche divinità in cui credeva; si inoltrò di qualche metro mentre gli altri due, dietro di lui, lo pressavano da vicino giusto per fargli capire che non era il caso di essere né incerti né dubbiosi: bisognava agire e subito.
Quando entrarono nella stanza dove erano i Jennings qualcuno aveva posato un foulard sulla lampada a creare una luce soffusa. C’era un odore indecifrabile, di guasto, di fine ineluttabile. Accanto al lettino ove quello era disteso immobile, la famiglia Jennings si era raccolta al completo, lo sguardo sperduto, la faccia affilata.
«Papà ti scongiuro… non possiamo aspettare?» implorò il ragazzo.
Il padre stava per dire qualcosa alle persone che erano appena entrate quando l’uomo con il cappello fece un passo avanti:
«Signor Jenning, abbiamo un contratto… se lo ricordi» fece recuperando quel piglio risoluto per cui era stimato nell’ambiente «…lei non può ora…. del resto, abbiamo pagato bene… venendo incontro a ogni sua richiesta». E non appena papà Jenning, rassegnato, abbassò di nuovo lo sguardo i due uomini vestiti in blu uscirono da dietro l’altro come gatti affamati e si misero ciascuno a un lato diverso del lettino tirando fuori l’occorrente. Il ragazzo cominciò a lamentarsi a voce alta e ad agitarsi; la madre lo abbracciò forte trascinandolo fuori dalla stanza.
«Per l’espianto ci metteremo pochissimo tempo…» cercò di rassicurare l’uomo con il cappello.
«Ma Lui… Lui se ne accorgerà?» chiese papà Jenning con la voce incrinata.
«Assolutamente no, non si preoccupi… ci atterremo alle linee guida…»
«Vederlo così, dopo tanti anni è roba da non crederci…» fece papà Jenning scuotendo la testa «sembrava essere eterno… un tuttofare fedelissimo.»
«Il robot modello T-583 ha una motherboard che non dura più di vent’anni e, in questo caso, ne sono passati venticinque…» chiarì l’uomo con competenza «…mentre le placche di iperianto sono invece introvabili sul mercato e possono essere facilmente riconvertite in chips di nuova generazione o in altra strumentazione digitale di eccellenza. È la cosa più giusta da fare, mi creda, sarebbe oltretutto uno spreco ingiustificabile.»
«Sì, capisco…»
«Bene, ora però si sposti, per cortesia… se il liquido refrigerante si scalda sarà stato davvero tutto inutile… Le assicuro è questione di minuti.»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

L’AM-Z

L’allarme scattò all’improvviso mentre stava ordinando le sue cose per andare al lavoro. Era un suono potente, pervasivo, definitivo. E aveva un solo significato. In un attimo abbandonò la borsa, l’incartamento che avrebbe voluto studiare in treno, la colazione. Presto non ci sarebbe stato più un luogo ove lavorare, né un treno, né la preoccupazione di far venire l’ora di tornare a casa. Andò dritto all’armadio e ne cavò lo zaino da sopravvivenza, quello che in via ufficiale chiamavano AM-Z*402. Non doveva far altro che metterselo sulle spalle e seguire il protocollo che sapeva a memoria.
Il suono dell’allarme si stava facendo più frequente e più acuto, come a chiamare a raccolta, anche se, si sentì di osservare, i Responsabili avrebbero dovuto pensare, in un frangente simile, a qualcosa di meno ansiogeno o nevrotico. Accarezzò il gatto che lo guardava stralunato accanto alla sua ciotola vuota e si buttò giù per le scale senza neppure chiudere la porta. Aveva il cuore che gli pulsava in gola, la bocca arida. Ogni secondo che passava era prezioso, lo sapeva bene.
Anche le porte delle altre abitazioni del condominio erano spalancate. C’era chi era già uscito senza aspettare il resto della famiglia, chi si arrabattava a cercare il suo AM-Z senza trovarlo e chi se ne restava immobile nel corridoio come se avesse dimenticato quello che aveva imparato in tutti quegli anni intensi di esercitazione. Si fiutava l’odore della paura, della rassegnazione per l’Evento Zero che tutti avevano sperato fino all’ultimo non accadesse mai. E invece era arrivato.
Per strada, ad ogni via che percorreva, vedeva la gente confluire a fiotti, come torrenti che divengono fiumi e i fiumi il mare. I volti erano tesi, gli occhi sbarrati, le posture rigide. Nessuno parlava: c’era solo una grande attenzione a percorrere la via giusta nel minor tempo possibile.
L’allarme stava diventando nel frattempo assordante, come se fosse l’unica cosa che si dovesse tener presente: non aveva un origine precisa, era dappertutto. Le mascelle della gente si fecero serrate, i pugni stretti attorno agli spallacci degli zaini grigi.
Poi finalmente si arrivò al Punto di Raccolta, dove era stata programmata l’evacuazione dell’area UTM 9. Ma non c’era nessuno dell’Organizzazione, nessuna giacca con i colori di istituto e soprattutto non c’era alcun mezzo della Tutela Pubblica; avrebbero dovuto essere invece già lì a imbarcare, perché il tempo era essenziale, l’avevano spiegato tante volte.
Scoppiò il panico, nessuno sapeva più che fare.
C’è chi aveva deciso di tornare a casa, chi nella confusione si era messo a cercare l’amico o il parente gridando e spingendo chiunque avesse vicino; c’è chi diceva di aspettare: dopotutto non potevano essere troppo lontani non essendo possibile credere che non avessero mantenuto la consegna.
Il cielo era blu, screziato di viola: avrebbe dovuto essere l’alba da un’ora abbondante e invece vi era solo oscurità incombente, a stento vinta dalle fredde luci di emergenza che contribuivano a creare quell’atmosfera di desolazione. Cominciava ora a scendere anche una leggera pioggia acida.
Lui fermò una donna che indossava una divisa che non riconobbe. Le chiese cosa stava accadendo e perché il piano di sfollamento non avesse funzionato nonostante le rassicurazioni. La donna parlava in modo strano, come se la sua voce non fosse in sincronia con il movimento delle labbra. Così, in quel frastuono montante, lui capì appena qualche parola: ‘tardi’, ‘imprevisto’ e forse ‘scappate’.
D’un tratto un rumore oscillante scosse violentemente l’aria. Lui e molti altri caddero per terra. Una luce violenta squarciò la notte.

«Carlo, Carlo!» gli disse la moglie scuotendogli il braccio sotto le coperte. «Svegliati o farai tardi al lavoro! E, per carità,… spegni quella sveglia per favore che fa un chiasso d’inferno!»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Cala una pioggia insistente, a tratti leggera per non mollare l’abbraccio sulla terra che ormai la respinge; colpisce le foglie pallide che persistono sui rami sempre più radi; picchietta le tegole incupite di rosso rugginoso prima di incanalarsi furibonda nel buio delle grondaie.
La luce, a ben vedere, sembra ovunque e in nessun luogo, l’alba è inespressa, il tramonto è spento. La gente è assorta ancor di più nei propri pensieri raccolta com’è sotto gli ombrelli che si spalancano come funghi lungo le strade desolate.
Il clochard del sagrato della pieve si è ritirato chissà dove, il ragazzo biondo che di solito picchia selvaggiamente le latte vuote di vernice, la spalla appoggiata allo stipite d’un negozio serrato, sbircia l’opacità del cielo e scuote la testa; i tavolini rimasti all’aperto sono relitti abbandonati da un esercito disordinato in fuga.
Ogni tanto qualche passero riga ancora l’aria volando di sghimbescio, mentre le taccole ammutolite si rintanano nei varchi che il tempo ha modellato tra le pietre sgretolate dei palazzi antichi.
Pare non dover finire mai questa malinconia sotto le nubi cariche di risentimento; dalle bolle d’acqua delle pozzanghere d’acquerello nascono solo blande ubbìe e vien voglia di gridare che torni subito il sole per vincere la paura che d’ora in poi possa essere sempre così.

Ma in mezzo al campo la figura di un uomo rimane immobile sotto quell’acqua impietosa.
È comparso tra le zolle scure e profonde non appena la notte ha levato le sue mani buie dalla piana assopita.
Si erge ritto, impassibile, noncurante di quanto accade. Respira l’aria pulita tra l’erba stillante di pioggia, raccoglie i pochi colori che ondeggiano sotto le prime luci del mattino e fa bottino dei suoni che unicamente la campagna sa donare a quell’ora.
La pioggia schietta colpisce il suo vestito generando un suono incongruo nella mescola degli altri rumori, gli riga il volto tanto da far credere che egli pianga. Ma non piange affatto. È anzi felice nel suo intimo d’essere tra tutte quelle cose tanto care un’ultima volta. E poi, solo quando ha ritenuto di averne a sufficienza, di aver fatto il pieno di vita prima dell’eternità che lo attende, socchiude gli occhi.
E pian piano, nel vapore leggero di una foschia incerta, svanisce.
vuoto

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: