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«Lei è nuovo…» osservò con un certo disappunto Olga mentre saliva a fatica sul predellino della corriera. «È vero che non abbiamo mai visto questo signore, Elvira cara?» fece all’indirizzo dell’amica e dando l’impressione di star per perdere l’equilibrio.
«Certo, Olga… non l’abbiamo mai visto, ma che t’importa, vai a sederti…»
«Come che m’importa, ma che diamine… proprio oggi che c’è da prendere la piccola Emy e che fine ha fatto Enea?» Quindi rivolgendosi direttamente all’autista e assumendo un’aria inquisitrice, come se l’uomo l’avesse nascosto imbavagliato nel vano portabagagli. «Dove ha messo Enea?»
«Ha dovuto raggiungere la madre al paese: sta molto male e così per un po’ lo sostituisco io» fece l’autista sistemandosi meglio il berretto sulla testa. «Io mi chiamo Gregorio» e si sforzò di sorridere.
Nel frattempo la pioggia aveva cominciato a sferzare sulla lamiera e sul parabrezza. Erano gocce grosse scagliate come sassi come a convincere il mezzo a non partire. Salirono poche altre persone: era l’ultima corsa della giornata, ma il tempo in peggioramento aveva lasciato a casa la maggior parte della gente.
Gregorio si accertò che in piazza non ci fosse più nessuno in attesa. Premette quindi un pulsante rosso davanti a sé e la porta a soffietto si chiuse con un cigolio e un sospiro. La corriera lentamente s’incamminò prendendo la strada verso il monte che subito si inerpicava tortuosa dopo la chiesetta. Se non ci fosse stata la pioggia, la corriera sarebbe stata già avvolta da una coperta densa di polvere.
Curva dopo curva, il mezzo arrancò lambendo ogni volta il ciglio della strada e il baratro; man mano che saliva le case del paese, animate di luci flebili, assomigliavano sempre più a quelle di un presepe.
«C’è da prendere la piccola Emy…» disse Olga dopo un po’ cercando di farsi sentire dall’autista. «Non è vero che c’è da prendere la piccola Emy, Elvira cara?» Ma Gregorio non pareva aver sentito affatto. Era concentrato a bucare con lo sguardo la pioggia fitta che scendeva a torrente davanti al vetro. Di fronte a lui solo righe bianche d’acqua a creare un velo quasi impenetrabile.
Olga non si diede per vinta. Cercando di tenersi in piedi all’interno di una corriera traballante, nonostante l’avanzata età, scivolò a scatti verso l’autista urlandogli pressoché nell’orecchio:
«C’è da prendere la piccola Emy…!»
«Chi?» fece Gregorio voltandosi per un istante.
«Attento!» gli gridò di nuovo Olga.
Gregorio la scorse all’ultimo momento. Era la sagoma di una bambina immobile in mezzo alla strada, incurante della pioggia battente. L’autista inchiodò finendo a pochi centimetri di distanza da lei.
«Oddio… c’è mancato poco» disse pallido guardando nel vuoto davanti a sé.
Nel mentre, la bambina aveva già raggiunto la porta aspettando che si aprisse.
«E apra, no? Cosa aspetta?» gli urlò ancora Olga dandogli una manata sulle spalle.
Gregorio, ubbidiente, azionò il pulsante: le gambe ancora gli tremavano per lo spavento. Una bambina di dieci/dodici anni trotterellò dentro senza dir nulla. Era grondante d’acqua.
«Ma che ci faceva lì fuori sotto la pioggia?» chiese quasi a se stesso Gregorio.
«È una storia lunga» rispose Olga tornando al suo posto. «Non è vero che è una storia lunga, Elvira cara…?»
La corriera ripartì a fatica come se avesse perso il suo entusiasmo. La pioggia del resto non accennava a voler diminuire di intensità.
«Cioè?» insistette l’autista volgendo di lato la testa per far giungere la voce dietro alle proprie spalle.
Olga fece spallucce. Passarono alcuni secondi e poi Elvira iniziò a raccontare:
«Oggi è il 6 ottobre e la piccola Emy va al camposanto per portare un mazzolino di fiori sulla tomba della sorellina…»
«Perché cosa è successo?» chiese incuriosito Gregorio.
Olga fece un gesto all’amica di tacere: l’autista non era della valle e non doveva sapere i fatti loro. Ma Elvira finse di non aver capito.
«Il 6 ottobre di tanti anni fa ebbe un incidente con la bicicletta e la sorellina è morta sul colpo» spiegò Elvira volenterosa.
«Beh.. mi spiace…» fece Gregorio sincero. E subito Elvira assunse all’indirizzo di Olga un’espressione come per dire ‘vedi che ho fatto bene a parlargli?’. Olga fece una smorfia di dissenso.
«Non capisco però perché non sia andata con i genitori. Andare tutta sola! E con questo tempo per giunta!» obiettò l’uomo.
«La madre non si muove più dal letto da anni. È entrata in un grave stato depressivo; il padre, quel disgraziato, se n’è andato invece via di casa quando il fatto è successo» finì di raccontare Elvira.
«Fermi qui, piuttosto…» sbuffò Olga in segno di insofferenza. «Quella è la casa della piccola Emy.»
Gregorio rallentò per poi fermarsi. Aprì la porta di uscita con il consueto rumore. La pioggia spazzava l’erba scura dei campi non riuscendo più a essere trattenuta. La bambina come era salita, così discese in silenzio gli scalini; la sua figura esile si confuse ben presto con le ombre della sera.
«Speriamo almeno che non si sia buscata un malanno!» disse tra sé e sé l’autista premuroso.
Le prime luci di Locomori uscirono all’improvviso dall’oscurità appena dopo la curva.
«Non si preoccupi…» disse Olga sgarbata. «Era Emy che guidava la bicicletta quel giorno. Sono morte insieme, le due sorelline. Ma Emy non si è più data pace.»

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«Ma lo vede anche lei?» disse Z. fermando una signora anziana e indicando un punto nel cielo.
«Cosa? Non capisco…» chiese la donna guardando all’insù e mascherandosi gli occhi con la mano tesa.
«Lassù, su quella grossa nube bianca.»
«Mi spiace, mi spiace proprio, giovanotto, ma ho lasciato a casa gli occhiali e non vedo benissimo…»
Z. abbandonò la signora senza dire altro, tanto che lei ci rimase molto male di non essere più considerata, e subito si mise a fermare una bella ragazza dai capelli corvini e boccolosi che le stava venendo incontro trionfante sui tacchi alti.
«E lei la vede, quella cosa là… lassù?» disse alzando la voce.
La ragazza si arrestò poco prima che lui la potesse sfiorare. E senza alzare la testa nella direzione indicatale guardò Z. diritta negli occhi. Fece un sorrisino di sufficienza e, mettendosi una mano sul fianco, scaricò il peso sull’altra gamba:
«E che ce stai a provà?» lo apostrofò.
Z. proseguì a camminare senza rispondere; fece diversi altri metri verso la fine del viale. Era agitato, irrequieto forse anche spaventato. Poi vide un negozio di ottica sulla sua destra ed entrò.
«Sì? Desidera?» domandò quello che sembrava essere il proprietario ancorché avesse l’aplomb di un proprietario di albergo a cinque stelle.
«Vorrei vedere il binocolo più potente che ha…»
«Un binocolo? Lei è fortunato… ho giusto un binocolo della marina, in saldo, antico, ma molto potente e…»
«Sì, certo, ho capito… è bellissimo e costa poco… me lo faccia vedere, su…»
«Va bene…» rispose accondiscendente ma deluso il negoziante. Armeggiò per un po’ su uno scaffale in alto e, da una bella scatola di legno scuro di una certa dimensione, estrasse religiosamente la custodia di un binocolo come fosse stata la pisside da un tabernacolo.
«Ah, finalmente…» fece Z. «…lo provo un attimo» fece lui afferrando il binocolo e dirigendosi verso l’uscita.
Il negoziante, temendo che il cliente se ne andasse con il suo oggetto prezioso, gli si mise dietro. Ma Z. si era limitato a spalancare la porta per scrutare meglio la nube su cui aveva distintamente visto qualcosa muoversi. Cercò febbrilmente con il binocolo e poi ad un certo punto lo vide bene. Erano due grossi occhioni e parte di una testa con lunghi capelli bruni. Era senz’altro qualcuno che si nascondeva dietro la protuberanza della nube a osservare di soppiatto il mondo sotto si sé, con grande curiosità, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva. Ma che ci faceva lassù quel tizio e perché non cadeva? Poi all’improvviso come se fosse stato chiamato da qualcun altro alle sue spalle, quello si voltò sorpreso all’indietro. Diede ancora un’occhiata un’ultima volta giù in basso e poi a malincuore sparì tra le pieghe della nuvola. Z. lo cercò ancora, ma niente, era andato via davvero.
«Allora è di suo gradimento?» chiese sicuro di sé il negoziante che era rimasto immobile dietro di lui, le dita delle mani incrociate sul davanti. «Pensi che è un raro binocolo SkySkraper 22.5x50mm della marina britannica della seconda guerra mondiale, con trattamento della lente multistrato e diametro di pupilla d’uscita di 5 mm…»
«Sì sì va bene…» fece Z. restituendo il binocolo. «Ci penserò sopra» e fece per uscire.
«Ma non le ho detto a quanto glielo posso lasciare… è un affare, sa?»
«Ne sono sicuro!» fece Z voltandosi.
Passarono alcuni secondi e poi il negoziante fece alcuni passi oltre la soglia del negozio sulla scia di Z.
«Lo ha visto anche lei, vero?» disse con tono basso della voce.
Z. tornò indietro.
«Allora c’è davvero qualcuno lassù tra le nuvole…»
«Sì certo che c’è… l’ho rivisto anch’io, poco fa,… oppure siamo pazzi tutti e due… Esce quasi tutti i giorni verso quest’ora e fa due passi su una nuvola, se c’è, ovviamente, se no non si fa vedere. Ma nessun altro, oltre a noi due, pare se ne sia ancora accorto. La prima volta che lo notato ho avvertito immediatamente le Autorità ma non mi hanno creduto. E allora ho provato anche a fotografarlo con un potente teleobiettivo, ma non rimane impresso nulla sulla memoria digitale. Lo stesso mi è successo con una cinepresa.»
«Ma cos’è?»
«Non ne ho idea… so solo che ha i capelli corti e biondi e due occhi che fan spavento… Forse è un diavolo che aspetta il momento giusto per scendere sulla terra a far danno.»
«Io però ho visto solo degli occhi molto buoni e capelli lunghi e scuri, non biondi… Ho addirittura pensato fosse un angelo!»
«Non è possibile!» fece il negoziante pensoso. «Allora quel tizio, qualunque cosa sia, appare sotto sembianze diverse a seconda di chi lo guarda… è stupefacente!»
I due rimasero in silenzio a riflettere su questa ultima considerazione mentre la sirena di un’ambulanza urlò per qualche secondo sul lungomare.
«Posso tornare domani verso quest’ora a darci un’altra occhiata?» domandò Z. dopo un po’, quasi supplichevole.
«Ma certo è il benvenuto» fece il negoziante rientrando in negozio. «Torni quando vuole… e poi il binocolo è in sconto per tutto il mese.»

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Ampelio era uscito dalla tranvia, come faceva sempre, seguendo l’esile filo dei suoi pensieri. Era il suo modo di estraniarsi dal mondo che lo circondava, un mondo fastidioso fatto di turisti chiassosi, studenti maleducati, molesti questuanti e, perché no, da impiegati distratti come lui.
Il marciapiede era ingombro di passeggeri che salivano e scendevano dalle carrozze, mentre una donna, con un ampio velo che le copriva la testa e una lunga veste grigia che le insaccava il corpo, gli passò davanti lasciando dietro di sé un profumo di vaniglia e spezie resinose. Il volto pallido, incorniciato da un ovale semplice e non truccato, metteva in evidenza uno sguardo bruno molto espressivo costantemente diretto verso terra. Nel parapiglia, Ampelio riusciva a stento a procedere mentre la signora velata sembrava destreggiarsi con disinvoltura evitando gli uno e gli altri. Giunto al semaforo con luce rossa, guardò il cielo sospirando. Il sole si stava abbassando sulla linea dell’orizzonte bucando due strati spessi di nubi scure. Pensò che, anche lui, aveva tutta l’impressione di volerla finire lì con quel giorno così inconcludente e noioso. La gente, sull’orlo del marciapiede, fremeva di impazienza, un po’ sbirciando la strada ancora bollente per la calura del pomeriggio e un po’ l’irraggiungibile riva opposta del centro storico con i suoi colori ipnotici e il suo indecifrabile andirivieni. Nell’attesa, il suo pensiero prese a svolazzare ancora, come una carta di caramelle sollevata svogliatamente dalla brezza della sera.
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La luce del semaforo divenne improvvisamente verde. Di tutte le persone che si trovavano in attesa solo la donna con il velo sembrò accorgersene. Scese sollecita dallo scalino proprio mentre, dalla direzione opposta della strada rispetto a quella da lei ispezionata per attraversare, arrivò a tutta velocità una moto di grossa cilindrata accelerando l’andatura nella convinzione di fare in tempo a passare. Ampelio si rese subito conto di quanto stava per accadere. Istintivamente alzò il braccio per afferrare la donna e la trasse con forza verso di sé. La moto sgusciò rombante mentre la donna guardò stupita l’uomo che l’aveva trattenuta, ma più per la sua presenza accanto a lei che per il fatto di aver appena scampato l’investimento.
Subito un quarantenne, scuro di carnagione e dal naso importante, si avvicinò ad Ampelio a sbarrargli il cammino.
«Cosa hai fatto tu?» domandò. Era alto, minaccioso, gli occhi stralunati. E stava sudando. Ampelio cercò di scostarsi anche perché quello aveva messo il suo viso a pochi centimetri dal suo e il suo fiato non profumava di rose. La signora invece aveva fatto alcuni passi indietro e, perfettamente immobile, consapevole del dramma che si stava per consumare, faceva finta di osservare il cemento del marciapiede sotto le scarpe di raso nero.
«Tu toccato Lubaaba, adesso tu sposare.»
«Eh?» fece Ampelio che non sapeva se mettersi a ridere.
Un altro uomo corpulento arrivò rapidamente urtando il suo avambraccio con il torace possente. «Tu toccata, tu disonorata.»
«Lasciatemi stare… io, piuttosto, le ho salvato la vita, ma che dite? C’era quella moto che la stava per investire. L’hanno visto tutti…» disse avvedendosi però che il marciapiede, se non fosse stato per lui e per quegli altri strani tipi, si era fatto deserto.
«Io visto solo te toccare Lubaaba a braccio» fece il terzo che si approssimò in modo da chiuderlo all’interno di un cerchio. «Tu non facevi se non intenzioni serie; rimedi ora con buon matrimonio… quante pecore per noi?»
«Ma quale matrimonio, ma quali pecore?» disse Ampelio perdendo la pazienza «da che buco sotto terra siete usciti? Lasciatemi perdere…» e si strattonò da quello che più lo pressava fisicamente.
«Allora Lubaaba morire lapidata. Stasera stessa…» se ne uscì imperioso quello che gli aveva parlato per primo fendendo l’aria con un gesto secco del palmo della mano.
«Come lapidata? Non scherziamo!»
«Lapidata, certo, non può vivere con marchio di infamia… non vuole più nessuno lei a paese… usare noi questi blocchetti di pietra di fondo vostre strade… va benissimo.»
«Ma no… ma no… parliamone ancora…» piagnucolò Ampelio ad alta voce.
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Alcune persone che come lui aspettavano la luce verde del semaforo lo squadrarono. Si sentì a disagio e sollevò nuovamente gli occhi verso il sole che stava ora incendiando la nube più bassa.
Poi il semaforo improvvisamente diede il via libera. Di tutte le persone che si trovavano in attesa solo la donna con il velo sembrò accorgersene. Scese sollecita dallo scalino proprio mentre, dalla direzione opposta della strada rispetto a quella da lei ispezionata per attraversare, arrivò a tutta velocità una moto di grossa cilindrata accelerando l’andatura nella convinzione di fare in tempo a passare. Ampelio si rese subito conto di quanto stava per accadere. Istintivamente alzò il braccio per afferrare la donna, ma poi si trattenne. La signora con il velo fu presa in pieno dal centauro che la scaraventò lontano dopo averle fatto fare una doppia capriola per aria come fosse un fantoccio. Quando ricadde fece il rumore di un’anguria lanciata a terra dal secondo piano.
«Lei era vicino e l’ha vista incamminarsi perché non l’ha fermata?» lo rimproverò una donna anziana alzando il dito ossuto nella sua direzione.
Ampelio subito non rispose. Ci pensò un po’ su e poi disse:
«Non volevo mica sposarla!»
E raggiunse l’altro marciapiede confondendosi ben presto con il via vai quotidiano della solita gente.

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Braies«Ho dormito malissimo.»
«Sì, ho sentito che ti sei agitato molto questa notte… i soliti incubi?»
«Sì e peggiorano sempre di più. Appena mi addormento sogno di aver dimenticato delle scadenze importantissime; mi arrivano solleciti carichi di minacce per adempimenti oscuri, incomprensibili cui non riesco neppure a pensare di poter porre rimedio perché sono complicatissimi tanto da non essere in grado di ricostruirne la difficoltà e di venirne a capo; mentre poi mi accorgo che in verità sono il solo a non sapere cosa si debba fare per risolvere il problema essendo circondato infatti da chi invece lo ha già risolto e mi guarda scuotendo il capo in segno di biasimo per i miei ingiustificabili ritardi.»
«Io te l’ho già detto: devi farti vedere, non puoi continuare così… diventerai matto se non lo sei già…»
«Grazie, mi sei di conforto… Ma ciò che per me è più cupo e angosciante è che quando mi sveglio tutto ciò che sembrava avere una logica, una ragione, un perché, a poco a poco svanisce facendomi rendere conto che la realtà che ho vissuto fino a pochi attimi prima altro non era se non un incubo angoscioso. Sogno di un mondo indecifrabile, fatto di oggetti, persone, situazioni che non conosco e che non mi appartengono. Mi giro e mi rigiro, riaddormentandomi, e subito, la logica del sogno riprende il sopravvento, la realtà che mi era estranea da sveglio diventa la mia solita e la sola realtà e riprendo a tormentarmi in relazione al perché io non stia facendo nulla per rimediare alle mie imperdonabili mancanze, perché non metto a tacere chi mi rimprovera e mi esorta di fare questo e quello. E così via fino al prossimo risveglio o al prossimo sogno. Un labirinto di verità vere e di verità false da cui non riesco a uscire. Insomma, man mano che passa il tempo faccio sempre più fatica a distinguere il sogno dalla realtà e la realtà dall’incubo.»
«Basterebbe però che tu ti guardassi attorno per capire bene cosa è l’incubo e cosa è la realtà. Tu sei tu e il sogno è solo una proiezione del tuo subconscio: è qualcosa che non sei… La tua realtà è infatti ora qui con me.»
«Fai presto tu… ti sto dicendo che realtà e incubo hanno ciascuno una loro logica ineccepibile; sia l’uno che l’altro sembrano assolutamente veri quando vi sono in mezzo; quando sogno è la realtà a sembrare inaccettabile e quando sono nella realtà lo è il sogno… Ammesso che sappia ancora qual è l’una e quale è l’altro. Mi ricordo anche che mi dicevi proprio questa tua frase di poc’anzi: ‘la realtà è ora‘ e sono sicuro che in quel preciso istante stavo sognando.»
Rimasero in silenzio. Ognuno dei due avrebbe voluto che l’altro trovasse nuovi e diversi argomenti per continuare il proprio discorso. Ma non ce n’erano.
All’improvviso un chiarore accecante riempì l’aria. Il sole si abbatté su di loro come una scure.
«Papà, papà… guarda che cosa ho trovato sotto questo grosso sasso…»
«Fai vedere, Bepi! Caspita che bei lombrichi cicciottelli… prendili entrambi e mettili nel contenitore: vedrai che grosse trote prenderemo…»
«Sì papà, subito papà.»
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Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

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Orologio della TorreAveva fatto tanta strada per vederlo. A Zeni, che aveva la passione per gli orologi, vederne uno da vicino risalente all’epoca medioevale e oltretutto tra i più vecchi al mondo era diventata una necessità più che un desiderio.
L’orologio, con il suo complicato meccanismo, trovava alloggiamento nel vasto locale dell’ultimo piano della Torre che si elevava superba sulla piazza principale del paese dominando un mare che sembrava color dell’alluminio. Ma nonostante fosse tornato più volte al portone di spesso legno, martoriato dalle intemperie, Zeni lo aveva trovato sempre sbarrato. Una volta il cartello avvertiva che era chiuso per turno, un’altra volta per sciopero, un’altra ancora per il mercato (quale?). Infine campeggiò un enigmatico ‘Torno subito?
Insomma, dopo una settimana di vani tentativi nonostante l’ora fosse quella giusta per la visita, si demoralizzò.
Si informò anche in giro.
Certo che la Torre è aperta” gli dissero quasi con risentimento perché lo dubitava. “Sarà solo un problema momentaneo, riprovi” oppure, “Ma come, ho appena visto Boscolo che andava ad aprire…
Vinto dalla curiosità, una notte decise di forzare il portone. Non fu difficile, per la verità, e quando fu finalmente dentro stette bene attento a richiuderlo dietro di sé. Accese torcia. Provava una strana sensazione nel salire i gradini. L’aria era stagnante, odorava di muffa, anche se una brezza impercettibile proveniva dall’alto come l’alito caldo e umido di un drago. C’erano suoni indistinti, scricchiolii, un frusciare confuso. Si accorse che gli si stava accapponando la pelle.
Giunto all’ultimo piano Zeni entrò in quella che sembrava una cella campanaria. Il panorama lasciava estasiati. Si poteva ammirare tutta l’isola mentre il mare pareva cullarla; la distesa infinita d’acqua era adesso scura come una lavagna ma brillava opaca di un chiarore diffuso che non si comprendeva bene da dove potesse provenire. A occidente, le casette colorate dei pescatori formavano, in un arco da proscenio, un plastico accurato.
Poi iniziò a esaminare, sotto il fascio della sua torcia, il meccanismo dell’orologio. Era ingegnoso, complesso, perfetto.
«Lei non deve stare qui» si sentì dire a un certo punto. Lui fece un balzo all’indietro per lo spavento sbattendo la testa su un trave.
«Stai attento, fai male… qui luogo stretto-stretto e se non sai dove metti piedi…»
Chi gli stava parlando aveva una mano poggiata delicatamente al pilastro che teneva su il tetto. Era una figura esile, alta, anziana. Il viso era in ombra, ma la voce era forte, con uno spiccato accento slavo. L’uomo pareva curiosamente ondeggiare con il busto in avanti e indietro come se si trovasse su una barca e cercasse di trovare il proprio baricentro.
«Chi è lei? Mi ha fatto paura» chiese Zeni.
«Sono custode, custode di antico orologio.»
«Davvero?» disse sorpreso.
«Certo.»
«E, scusi se glielo chiedo, ma che ci fa qui a quest’ora, saranno le due di notte…»
«Questa domanda devo però fare io a te…»
«Ha ragione, mi scusi: mi chiamo Zeni e sono un appassionato di vecchi orologi: ho voluto visitare questa meraviglia… È una settimana che ci provo, ma il portone era sempre chiuso. Non ho resistito.»
Il custode uscì dal cono di buio. Aveva la barba lunga, occhi grigio cenere, uno sguardo buono.
«Appassionato? Orologi vecchi-vecchi? Dunque… bene, questo…» disse battendosi con una mano il fianco e sorridendo divertito. «Io Liev e vivo qui. Mio compito è far funzionare orologio. Meccanismo vecchissimo ma non funziona più e non riparabile neppure se trasportato in mio paese lontano da qui e abile artigiano lavorare lui; io quindi a ogni minuto sposto a mano l’unica lancetta. Dare impressione lui funziona. Gente orgogliosa, qui.»
«Sposta la lancetta a mano? Ogni minuto? E… e come fa… quantomeno a dormire?»
«Mi aiuta Ludmilla, mia brava moglie e da qualche anno anche mio figlio Chasov, nato qui, in questo spazio. Facciamo turni. Un po’ io, un po’ loro. Siamo arrivati da Staryi Krym tanti anni fa e Comune dato noi lavoro. Noi piace.»
Discussero a lungo, insieme. Liev gli spiegò la storia come la sapeva lui, ma anche le leggende della laguna e le cose cui, non visto, aveva assistito. Era curioso vedere quell’uomo anziano salire ad ogni minuto su una traballante scala in legno e spostare con leggerezza ed eleganza la lancetta dell’ora.
Quando al mattino, prima dell’alba, Zeni scese le scale della Torre era contento. Era stata un’esperienza meravigliosa, unica e particolare.
«Avete un orologio davvero affascinante…» disse lui al barman mentre al banco si stava facendo un cappuccino con la brioche.
«Ne siamo fieri… signore» disse il barman guardando fuori dalla finestra e vedendo il profilo rassicurante della Torre. «E anche il desiderio di vederlo ancora funzionante… è stata una scelta encomiabile…»
«Funzionante? Scherza, signore? L’orologio è fermo da alcuni secoli. Il meccanismo che lo muoveva era in gran parte di legno ed è andato completamente distrutto in un incendio. Lancetta compresa.»

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Io sono un casino e la mia vita è troppo complicata per una relazione stabile. Devo mettere ordine nella mia testa prima di permettermi il lusso di essere felice. Meriti di meglio, tu. Ti auguro di incontrare presto la persona che ti possa dare tutto l’amore che desideri.’ Così gli aveva detto. E, prima ancora che lui potesse ricominciare a respirare, lei gli aveva dato un bacio sulla guancia e aveva svoltato l’angolo.
Ma tu sei già il mio meglio’ avrebbe voluto dirle. ‘Sei già il mio alfa e il mio omega, il mio nord e il mio sud, la mia stella polare.’ Ma non ne aveva avuto il coraggio o il tempo o entrambi.
Come poteva rimediare prima che fosse troppo tardi?
Poi si ricordò che di lei aveva l’indirizzo mail. Perché non ci aveva pensato prima? Avrebbe giocato la sua carta migliore: le avrebbe scritto spiegandole con calma ogni cosa. Poteva riconquistarla, ne era sicuro.
Tornò subito a casa e febbrilmente cominciò a lavorare a una bozza. Corresse, integrò, cancellò, riscrisse. Forse era venuta troppo lunga. Undici pagine potevano essere tante. Ma era anche l’unica occasione che avrebbe avuto per convincerla a tornare con lui. Doveva tentare il tutto per tutto. Rilesse un’ultima volta, attenuò alcuni passaggi, ne sviluppò degli altri con rimando ad alcune note a piè di pagina. Usò un carattere a corpo 8 senza interlinea e senza margini e ne vennero fuori nove pagine e mezzo. Un buon compromesso, dopotutto. Del resto, se lei era davvero ancora interessata a lui, come riteneva, le avrebbe lette quelle pagine, tutte.
Scrisse il titolo della mail: “Il meglio sei tu; “Il Meglio sei Tu”. Mise il documento in allegato e inviò.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due. Nessuna risposta.
Dall’applicativo implementato nel programma di gestione della posta si accertò che la mail era arrivata ma non era stata letta. Era evidente che era ancora arrabbiata con lui. Forse doveva trovare un diverso titolo alla sua missiva, più accattivante, che potesse solleticare la sua curiosità e spingerla a leggere il resto. E poi probabilmente non era stato chiaro a sufficienza. Doveva parlarle anche di quando era piccolo, della sua infanzia, del suo ricco mondo interiore, del percorso formativo fatto per diventare quello che era oggi. Così sarebbe stato tutto più chiaro. Quando avesse saputo ogni cosa su di lui non avrebbe avuto più scampo: avrebbe dovuto amarlo per forza.
Riprese la lettera, la riscrisse da capo, aggiunse alcuni aneddoti, anche delle foto di quando era bambino. Il file stava diventando pesante. Lo impaginò allora con un apposito programma, fece un bel pdf e lo allegò. Nel titolo della mail scrisse: “Non posso vivere senza di te”; “Non posso credere di poter vivere senza di te; “Tu non puoi vivere senza di Me”. Inviò. Questa volta l’avrebbe aperta e letta. Era fiducioso.
Rimase davanti al computer per vivere in diretta il momento in cui la notifica di lettura avrebbe decretato il suo trionfo. Si sentiva finalmente felice.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due e poi anche tre. Ancora nessuna risposta. La mail risultava arrivata, ma non era stata letta.
Faceva la sostenuta, allora. Ma sì la capiva.
Provò anche a telefonare sul luogo di lavoro per sapere se fosse tornata al paese. Quando sentì la sua voce dolcissima riattaccò. Questo però gli fece anche venire la voglia irresistibile di reincontrarla. Ma doveva avere pazienza. Si limitò ad appostarsi vicino a casa per vederla di nascosto uscire al mattino e rincasare la sera. Era bellissima! Una sera, prima di chiudere la porta di casa dietro di sé, si accorse che lei aveva accarezzato distrattamente un fiore di oleandro che pendeva da un albero. Lo raccolse furtivamente e lo portò via con sé.
No, così non approdava a nulla. Pensò. Doveva alzare il tiro. Forse non doveva parlare a lei di lui, ma a lei di loro. Di quale vita meravigliosa avrebbero potuto avere insieme, quali sogni avrebbero potuto realizzare e soprattuto quanto lui avrebbe potuto renderla felice.
Riscrisse tutta la lettera. Parlò dei suoi progetti, della loro futura casa in mezzo al verde e vicino alla cascata, dei figli bellissimi che avrebbero avuto: Luigi, Baldovino Vitantonio e Guendalina Maria. Creò dei fotomontaggi di loro due insieme, racchiusi in un cuore che palpitava con dietro il baratro che li avrebbe ingoiati entrambi se lei avesse fatto un passo falso all’indietro.
Oramai la lettera era diventata una pubblicazione. Conteneva testo, immagini, video, link e persino un’autointervista in diversi momenti della sua giornata. Un risultato convincente e persuasivo, insomma. Era proprio soddisfatto. Meditò anche sul nuovo titolo: “Non impedirti di essere felice: viviamo il nostro sogno o facciamolo morire insieme!
Con il cuore che gli batteva forte, la inviò. Era certo che questa volta avrebbe fatto centro. Era nervoso. Si alzò per la stanza a camminare.
Passarono pochi minuti e il computer lo avvisò che era arrivata una mail. Allora era vero! Aveva finalmente ceduto. La costanza l’aveva premiato. Anche se non si capacitava come avesse potuto leggere così tanto in così poco tempo. Aprì la mail. La lesse.

Gentile Utente,
questa mail è generata automaticamente dal nostro Sistema che adopera l’algoritmo Efialte per analizzare ai fini psicoterapeutici il testo delle mail attraverso di Noi veicolate. L’analisi sulle Tue recenti missive ha messo in evidenza preoccupanti profili di ipocondria, esaltazione del sé, ipotesi di comorbilità tra narcisismo e bipolarità oltre a tendenze anticonservative con episodi sistemici di depressione grave e aggressività non adeguatamente gestita. 

Secondo la Convenzione LR 12.07.2018 n. 33 con l’Azienda Sanitaria della Tua Regione abbiamo allertato uno specialista in materia di disagio psicologico che, a breve, Ti contatterà per un primo ciclo di dieci sessioni di assistenza e riabilitazione che potrai usufruire, in modo del tutto gratuito, anche comodamente presso la Tua abitazione.
Il Responsabile di Settore.


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dietro il racconto
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Era nervoso. La prova generale lo metteva sempre a disagio: per quel suo qualcosa di definitivo, di cerimonioso, ma anche di stridente. È a porte chiuse, a teatro completamente vuoto; tuttavia tutti gli orchestrali indossano lo smoking, come lui del resto. Come se si facesse sul serio, ma non troppo. Come se tanta fatica non meritasse di essere ascoltata. E accorgersi poi di un errore in quella ultima esecuzione, anche minimo, significa portarselo dietro anche alla rappresentazione ufficiale perché oramai è troppo tardi per correggerlo, nonostante le migliaia di note eseguite e le ripetizioni estenuanti.
Quello che lo preoccupava infatti, a dire il vero, era il terzo controfagotto. Gli era stato raccomandato da Lui e non era riuscito a dire di no. Non era all’altezza, quantomeno non di un brano di una difficoltà simile. Ma perché si era messo in quell’impiccio? E per una prima in quel tempio della musica, oltretutto!
Fece un respiro profondo ed entrò.
Gli orchestrali che lo stavano aspettando, chiacchierando fra loro, tacquero all’unisono. Raggiunse il podio senza salutare, come era suo costume. Alzò lo sguardo verso le luci. Quelle almeno erano perfette. I tecnici del suono erano al loro posto, anche i tre addetti alle riprese erano dietro le telecamere a simulare la trasmissione in eurovisione; c’erano persino i sostituti prescelti caso mai qualcuno dei professori si fosse sentito male. Era tutto a posto. Guardò per un attimo le fila vuote delle poltrone del teatro. Non ci avrebbe mai fatto l’abitudine, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un altro profondo respiro, cercando però di non farsi notare. Batté tre volte la bacchetta sul leggio. Ottenuto l’assoluto il silenzio, cominciò.

Il primo violino era un grande. Era deciso, sciolto, morbido ma anche di carattere. Entrava e usciva dai complicati fraseggi con disinvoltura e colore. Era una sicurezza.
Il pianista invece non era eccelso, “sporcava” qualche nota, ma aveva una solida preparazione e suonava di esperienza. Anche i fiati gli davano soddisfazione; se non fosse stato per quel controfagotto sarebbe stato davvero tranquillo. Per fortuna “quellolà” era in ritardo solo su poche note, sempre le stesse, che il resto dell’orchestra avrebbe coperto tanto che nessuno lo avrebbe probabilmente sentito. Ma non lui, ovviamente, che aveva quel maledetto orecchio assoluto che gli faceva capire, nel bel mezzo della sinfonia, chi sbucciava anche solo una semibiscroma.
Forse avrebbe fatto meglio a dire a “quellolà” di farsi da parte o quantomeno di non suonare dalla diciannovesima alla trentesima battuta del terzo movimento. Poteva suggerirgli di far finta. Che fosse il loro piccolo segreto. Senza bisogno che Lui lo venisse a sapere, ben inteso. Dopotutto era un buon compromesso: lui avrebbe consentito al controfagotto di rimanere al suo posto in quella famosa orchestra e il controfagotto gli avrebbe fatto quel piccolo favore. Ma sì: era sicuro che, se glielo avesse detto, avrebbe capito.

I primi due movimenti erano perfetti. Ora doveva iniziare il terzo.
E se glielo avesse detto subito? Di non suonare in quel punto, cioè.
No, avrebbe dovuto avvicinarsi a lui, ora, e tutti si sarebbero chiesti che cosa avevano avuto da dirsi. Ci potevano essere fraintendimenti. No, glielo avrebbe chiesto alla fine della prova generale. E poi chissà, magari avrebbe fatto il miracolo e non avrebbe sbagliato.

Iniziò il terzo movimento. La diciannovesima battuta arrivò in un lampo e il controfagotto fu come al solito in ritardo sul mi discendente. Era stato come se qualcuno gli avesse dato una stilettata nell’orecchio. Una frazione di secondo, certo, ma in ritardo. Passaggio difficilissimo, niente da dire, ma intollerabile. Dalla espressione che l’orchestrale aveva sulla faccia tonda e grassa capì che non se ne era neppure accorto di quell’abominio.
Non fermò l’esecuzione, non era il caso. Sì, dopo il concerto gli avrebbe senz’altro parlato.

Stava per iniziare il quarto e ultimo movimento quando avvertì dietro di sé un rumore. Si girò. Dopo appena un attimo qualcuno entrò nella stanza.
«Caro, ti ho chiamato già due volte… è in tavola. Per favore togliti quello smoking che poi ti sporchi tutto e vieni subito che devi aprirmi la bottiglia di bianco…»
Lui fece una smorfia di disappunto. Andò al giradischi e staccò la puntina dal 33 giri. Posò sul tavolino la bacchetta. Poi, sempre davanti allo specchio, fece un leggero inchino.
«Signori, per questa sera allora è tutto. Bene così. A domani. Per il grande giorno.»
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hat_gy

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