La svolta (seconda parte)

[RIASSUNTO del post precedente: Tiffany Parker riunisce in un bar 
malfamato di Madison tutti i personaggi che (come lei) sono stati 
creati dalla talentuosa penna del best-seller Mark Turner, preoccupata 
per il fatto che lo Scrittore, entrato in depressione e nel tunnel 
delle dipendenze da alcol e droga, non scriva più. Tiffany propone 
allora al gruppo di far pervenire a Turner la trama inventata da lei 
e dal suo fido aiutante di origini coreann-american John Xi Jung]. 
--> leggi La svolta (prima parte).

Avuta l’attenzione di tutti, Tiffany iniziò a spiegare la trama nei minimi particolari. La espose in modo fluente e accattivante, con improvvise accelerazioni e pause sapienti, cambiando le voci e gesticolando nei momenti giusti. Dopo che ebbe finito, gli astanti rimasero ammutoliti.
«Ma è bellissimo!» fece “Mortimer” Riverstone dimenticando di essere un uomo triste e silenzioso; esagerò persino, accennando a un timido applauso.
«Altro che bellissimo» fece il Commissario Paul J. Harper, «è…è geniale! Altroché. Quasi meglio degli altri tre romanzi.»
«Sì, niente male… roba forte… bisogna ammetterlo» convenne “Billo” che diede una tirata nervosa al suo profumato Cohiba. «Anche se non mi sembra che io faccia granché in questo nuovo libro. Tuttavia, con qualche ritocco…»
L’atmosfera si era rilassata all’improvviso; ora i cinque ridevano e scherzavano come vecchi amici. Anche se “Billo” rimaneva a debita distanza dal Commissario, Xi Jung da “Billo” e Riverstone un po’ da tutti, essendosi di nuovo richiuso in sé stesso come in un sarcofago virtuale. Avevano realizzato, in altri termini, che le preoccupazioni di quegli ultimi anni forse potevano magicamente trovare una brillante soluzione.
«Sì, ma non abbiamo ancora pensato a come far pervenire la trama allo Scrittore» obbiettò d’un tratto Harper, le cui parole ebbero l’effetto di una doccia fredda. Ritornò il malumore, questa volta cupo e greve, come una nevicata sovrabbondante in piena estate.
«È anche per questo che ho voluto convocare questa riunione…» disse Tiffany fiduciosa. «La barriera tra Immaginario dove viviamo e la Realtà dove vive Lui parrebbe insuperabile. Ma sono certa che ci deve pur essere un modo per far passare una informazione. È possibile che non sappiamo trovarlo?»
In quel mentre entrò Bob, il Barista. Aveva un sorriso incerto sulla faccia. «Porto qualcosa?» disse poco convinto, come se sapesse già la risposta.
«NOOOOO!» fecero tutti pressoché in coro, seccati di essere stati disturbati.
«Sì, infatti, perché mai dovreste occupare la sala più bella del locale consumando una banale bevanda che mi compenserebbe in parte degli elevati costi…?» fece ironico Bob riprendendo la strada dell’uscita.
«Potremmo fare una seduta spiritica…» azzardò “Billo” che parve serio nel pronunciare questa frase.
«Ma non è mica morto!» sbottò Riverstone che, affacciandosi appena dal suo sarcofago come una civetta dall’incavo di un tronco, non aveva resistito dal rimarcare un’ovvietà simile. Lui i morti li conosceva bene.
Si sentì di nuovo aprire la porta della sala.
«Vogliamo solo stare in pace, Bob, per cortesia…» se ne uscì Tiffany girandosi.
Non era Bob.
«L’idea del gangster qui, non è del tutto sbagliata…» si sentì dire. Era appena entrato un ragazzo sovrappeso, vistosamente claudicante, un viso cordiale e appiccicoso; si era fermato sulla soglia della sala con un’aria tra l’interrogativo e il provocatorio.
«Gangster a chi?» fece “Billo” facendo qualche passo in avanti puntando il sigaro verso il ragazzo come fosse una pistola.
Il Commissario, in modo autorevole, alzò una mano nella sua direzione. E anche se il Malavitoso era lontano da lui diversi metri sembrò essere stato toccato perché si arrestò di colpo. Poi Harper, strizzando un occhio come faceva durante gli interrogatori giù alla Centrale, chiese:
«“Suckme”… ma che ci fai qui?»
«Sono qui per la stessa ragione per cui ci siete voi…» disse facendo spallucce e facendo vedere i palmi aperti delle mani che luccicavano di sudore.
«Ma come facevi a sapere che ci eravamo riuniti per discutere del Sig. Turner?» gli domandò Xi Jung che non riusciva ad accavallare le gambe corte, nonostante i reiterati sforzi.
«L’Information Technology ha fatto passi da giganti, miei cari, anche al di qua del nostro Mondo … Nulla ormai mi sfugge». La sua maglietta della salute, indossata stoicamente nonostante il fresco pungente della giornata, mostrava la scritta “Il Grande Fratello mi fa una pippa”.
«Maledetto hacker…» sibilò “Billo” rientrando nel cono d’ombra.
«Hai avuto una piccolissima parte in “La Morte vien cantando”, il primo libro di Turner…» gli fece notare Tiffany inarcando le belle sopracciglia «e poi lo Scrittore non ti ha più coinvolto negli altri romanzi…»
«Appunto, sono un personaggio che però ‘buca’, a dar retta ai lettori che hanno sempre ragione… e sarebbe ora che il sig. Turner si ricordasse anche di me, non trovate? … Sicché, ho pensato che con aiutino…» fece “Suckme” con una strana luce negli occhi.
«Sì, ma in che senso non è un’idea del tutto sbagliata?» insistette a interrogarlo il Commissario il quale, voltandosi verso il ragazzo per vederlo meglio in viso, con una delle sue proverbiali monumentali scarpe pestò un piede a “Mortimer” Riverstone. L’Anatomopatologo si esibì a quel punto in un urlo che, in linea con il suo personaggio grigio e riservato, nessuno udì.

La terza e ultima parte domenica prossima --> La svolta (terza e 
ultima parte) 

La svolta (prima parte)

Tiffany Parker entrò nel locale a passo sostenuto, come se fosse in ritardo. Ma non lo era. Dietro di lei trotterellava serio e impassibile il fido aiutante John Xi Jung, coreann-american. Solo Tiffany fece un cenno di saluto al Barman mentre, di passaggio davanti al lungo bancone, si dirigevano entrambi nella sala ‘dietro’, quella del biliardo.
«Pensi che verranno?» le chiese Xi Jung constatando, nell’entrare, che la sala era vuota.
«Certo che verranno!» fece Tiffany con un tono di voce che faceva pensare esattamente al contrario.
«Io, in realtà, sono già qui…» disse Frank “Billo” Roof, dopo un po’, uscendo da un cono d’ombra. Si sentì soddisfatto per l’effetto che la sua comparsa inaspettata ebbe sui due. «Sono arrivato da qualche minuto» precisò guardando con particolare interesse la parte accesa del suo costoso sigaro dopo che lo aveva appena allontanato dalle labbra spesse.
«Hai invitato anche lui?» chiese stupito Xi Jung.
«Certo che ha invitato anche me. Sono forse troppo ‘cattivone’ per te, musetto giallo?» fece irridente il Malavitoso infilando una mano nella tasca di una giacca da duemila dollari. «Non vuoi dividere il tuo problemino con… come mi chiamasti una volta? Ah sì… con “un aborto di fogna”?
«State bravi tutti e due, siamo qui per una questione piuttosto importante…» esortò la donna. «E dobbiamo collaborare.»
«Hai sentito, ometto?» fece sprezzante “Billo” parlando ancora all’aiutante di Tiffany «dobbiamo collaborare!» e disegnò nell’aria delle virgolette.
«Certo che dobbiamo collaborare!» disse il Commissario Paul J. Harper entrando in quel momento in sala con l’Anatomopatologo Stu Riverstone, detto il “Mortimer”. «Dobbiamo mettere da parte le nostre passate… come dire… incomprensioni, e darci da fare.»
Tiffany annuì e prese posto sul divano seguita in questo da Xi Jung che ancora guardava di traverso “Billo”.
«E, ovviamente, dopo aver raggiunto una intesa…» fece il Commissario con uno strano sorriso obliquo sulla faccia «ti arresterò per la rapina al Francis Capitol Hotel di un mese fa…» disse guardando “Billo” che, sbuffando, rientrò nel cono d’ombra della stanza. Xi Jung sorrise soddisfatto. Anche Harper e Riverstone a quel punto si sedettero.
«Ora che ci siamo tutti, volevo riprendere il discorso di cui vi avevo fatto cenno qualche giorno fa per telefono. Lo Scrittore Mark Turner, come sapete, ha smesso da tempo di scrivere. Dopo tre best-seller, grazie ai quali siamo diventati famosi anche per la serie televisiva che ne hanno tratto… non è seguito più nulla. E ormai sono cinque anni.»
«L’attore che mi impersona non mi assomiglia per niente…» si intromise a quel punto “Billo”.
«…dicevo…» continuò Tiffany alzando la voce «… il sig. Turner ha smesso da tempo di scrivere entrando così in una grave depressione che gli ha alienato amicizie e appoggi influenti nel giro grosso, anche perché ha iniziato pesantemente a bere e a farsi. È stato arrestato un paio di volte per disturbo della quiete pubblica e anche per danneggiamento di un ristorante. A volte la fama e i soldi, per chi ha avuto una vita “difficile”, come lo ha avuta Lui, fanno questo scherzo…»
«Anche a me, all’inizio della mia carriera, far soldi facili mi ha molto turbato, ma poi ho comprato una Rolls gialla e mi è passata…» fece “Billo” ridendo sguaiatamente. Quando si accorse però che aveva riso solo lui si azzittì di colpo. La stanza si riempì di nuovo di un silenzio teso, tanto da poter avvertire i rumori lontani provenienti dal bar oltre la porta chiusa. Tiffany sospirò con forza per poi continuare.
«Noi tutti, come Personaggi, non possiamo consentire di finire nel dimenticatoio in questo modo. Almeno io e John non ci riusciamo, non so voi. Non senza lottare. Siamo riusciti a fatica a guadagnarci il rispetto e l’ammirazione del pubblico in un ambiente, come quello dei romanzi gialli, dove è molto difficile farsi strada, come sapete… Insomma: vorremmo mantenere il nostro status quo.»
«Sì, ben detto» convenirono gli altri.
«L’idea è allora quella di far giungere in qualche modo allo Scrittore, il ‘nostro’ Scrittore, una trama con i fiocchi come suggerimento per un nuovo libro. Se Lui ha il blocco dello scrittore, noi gli passeremo degli spunti e anche qualcosa di più. Lui poi farà il resto. Questo, prima che si autodistrugga con alcol e droghe. In fondo se siamo diventati quello che siamo oggi, lo dobbiamo solo alla Sua penna.»
«E dove la troviamo una trama del livello degli altri tre libri?» fece l’Anatomopatologo Stu Riverstone rompendo finalmente il suo mutismo.
«Io e John…» principiò Tiffany che aspettava quella domanda.
«Cioè l’ometto giallo…» masticò tra i denti “Billo”.
«Io e John…» ripeté Tiffany, dando un’occhiataccia al Malavitoso, «è un po’ che ci stiamo pensando e avremmo trovato queste idee che vorremmo sottoporvi.»

la seconda parte domenica prossima --> La svolta (seconda parte)

Entra dentro che è tardi

«Ike, ho paura…»
Il fratello sembrava non ascoltarlo. Guardava la strada davanti a lui e si era fatto serio.
«Guarda che dico davvero.»
«Lo so Bobby, anch’io ho paura, ma ne abbiamo parlato più volte, ricordi? Non ci pensare.»
Nel frattempo, le macchine sulla Interstatale li sfioravano correndo veloci. Sembravano accorgersi di loro solo all’ultimo istante.
«Entriamo nel campo… camminare qui è pericoloso» disse lui, forte dei suoi sedici anni. Il fratellino, più giovane di lui di sei, stava per piangere, ma lo seguì docile.
«Lo sapevi che quando abbiamo deciso di scappare avremmo incontrato delle difficoltà… No?» lo incalzò Ike con voce però rassicurante «non potevamo rimanere ancora con lo zio.»
«Sì, ma ora, l’essere andati via non mi sembra più una gran bella idea e poi sono stanco da morire e ho fame.»
I due ragazzini avevano raggiunto il piano campagna. Era l’imbrunire e il sole stava rotolando come un’ostia arancione dietro la linea delle colline color prugna. Una gracula codalunga che aveva fatto nido nello spoglio campo di mais si alzò all’improvviso ai loro piedi lanciando un grido lamentoso. I due ragazzini si spaventarono: pareva quasi fosse volato via uno strappo della notte. Si fermarono, il cuore batteva all’impazzata. Poi Ike disse:
«Vieni, cerchiamo qualcosa da mangiare…»
«Io voglio la cioccolata che mi sono portato dietro» protestò querulo Bobby.
«Conservatela per un altro momento, c’è un meleto laggiù, raccoglieremo un po’ di mele così ci disseteremo» fece lui come un esperto esploratore.
Camminarono ancora un’ora fino a quando Ike intravvide in lontananza un fienile.
«Questa notte dormiremo là, non sarà difficile entrare.»
Bobby ubbidì senza fiatare. Era pallido, claudicante. Aveva sbagliato a mettere il tipo di scarpe. Con quelle che aveva scelto, scivolava spesso sbucciandosi le ginocchia, senza contare che gli facevano male.
Si sistemarono nel fienile sopra alcune balle squadrate. Gli spunzoni di paglia erano più scomodi di quello che avrebbero creduto ma non dissero nulla. Erano troppo stanchi per farlo. Presero una scala per salire in una sorta di soppalco dove sembrava facesse più caldo. Avevano appena spento la luce della torcia che subito si accesero le luci centrali al neon che illuminarono a giorno l’interno del fienile. Un uomo con la barba, corpulento e paonazzo in volto, stava sbraitando nei loro confronti avvicinandosi minaccioso. Non si capiva cosa dicesse. Poi, quando fu vicino, si capì che li accusava di essere dei ladruncoli e di essere venuti a rubare le uova nel pollaio. Fu allora che si accorsero che aveva una doppietta in mano. L’uomo sparò un primo colpo nella loro direzione. E subito loro due si buttarono giù dal soppalco scattando come gatti. L’uomo prese la mira e sparò di nuovo. Ma i due riuscirono a sottrarsi proprio mentre il contadino stava ricaricando. Si ritrovarono così nell’abbraccio freddo della notte, terrorizzati; corsero all’impazzata senza accendere la torcia per far perdere le loro tracce e non si fermarono fino a quando non si sentirono al sicuro nel bosco. Ike accese finalmente la torcia.
«Stai bene?» gli chiese, senza più fiato, illuminando il fratello.
«Ho perso lo zaino, Ike, l’ho lasciato nel fienile…» disse con gli occhi bassi.
«Non ti preoccupare. In qualche modo faremo.»
In quell’istante si accorse che il fratellino stava perdendo sangue da una mano. Non aveva più il dito mignolo della mano sinistra. Un pallino della cartuccia esplosa dal contadino glielo aveva tranciato di netto. Bobby era ancora troppo spaventato per accorgersene. Ike tirò fuori dal suo zaino un calzino pulito e cercò di fare una benda improvvisata. Intanto il bambino cominciava a sentire il dolore e prese a piangere.
«Mi ricrescerà, Ike? Mi ricrescerà?»
«Dobbiamo tornare indietro» fu la risposta del fratello. Bobby annuì.
Era quasi mezzanotte quando i due arrivarono in vista della casa dello zio. E quando Ike intravvide quella odiata sagoma uscire sulla veranda si nascose.
«Vai, Bobby, vai…» gli sussurrò allora il fratello.
Il bambino lo squadrò con aria disperata, tenendosi la mano ferita con l’altra. Il dolore adesso era forte e pulsante. «Tu non vieni?»
«Non posso tornare, Bobby, lo sai, non potrei più sopportarlo; con tutto quello che ci ha fatto… Tornerò a prenderti…» disse con un tono che sembrava una domanda «…non appena sarai guarito.»
«Giura.»
«Te lo giuro, Bobby.»
Il bambino annuì.
«Chi è là?» disse lo zio nella notte. «Sei tu, Bobby?»
«Sì, zio» rispose dopo un po’. «Ero andato a fare un giro.»
«Dov’è tuo fratello?»
«Non lo so…»
«Che il diavolo se lo porti… vieni dentro che è tardi.»

È solo un pensiero

Lo so, sei una celebre star e sei abituata ad avere questo tipo di attenzioni, ma, ti ribadisco, non sono un fan qualunque, perché il mio amore per te è veramente autentico e sincero. Se solo tu mi dessi una possibilità, saprei dimostrartelo.
Mi ricordo ancora di quando, una decina di anni fa, ho visto per la prima volta un tuo film in tv. Sono rimasto incantato per la tua bellezza, la tua grazia e la tua bravura. E ora, a distanza di tempo, sei ancora più affascinante e meravigliosa.
Per fortuna ora ci sono i social. Nonostante il fatto che non rispondi alle mie mail e alle mie telefonate, grazie ai social appunto, so come passi le tue giornate, cosa pensi, quali sono i tuoi progetti per il tuo futuro. A proposito: Jack non ti merita, lo sai. Ne abbiamo già parlato. Non ha la sensibilità e la cultura giuste per comprenderti e valorizzarti. E poi non è neppure una persona seria, a volerla dire tutta, visto che è un donnaiolo impenitente come hai tu stessa dovuto sperimentare. A mio avviso ti prende in giro e non ti merita. Io invece capisco subito cosa ti passa per la testa anche solo dall’espressione che hai in foto. Lui non ti guarda a sufficienza negli occhi, non sa cogliere quel che di stupendo c’è in te.
La casa a Malibu poi dobbiamo venderla. Costa troppo e non è poi tutto questo che. Sono sicuro che se venissi a stare qui a casa mia a Mendocino, ti sentiresti meglio. La tua villa è troppo dispersiva con tutte quelle stanze, senza contare il lavoro di manutenzione che ti dà il parco e la piscina a sfioro o i purosangue. Certo, ci sarebbero delle migliorie da fare alla mia casetta. Ma se tu trovassi il tempo di dare anche solo un’occhiata alle foto che ti ho inviato tempo fa, potrei intanto avvantaggiarmi e cominciare a organizzarmi per apportare tutte quelle modifiche che riterrai opportune per sentirtela anche un po’ tua. Pensa al vantaggio di una piccola abitazione! Non dovresti circondarti di domestici, giardinieri e personal trainer. Qui basteremmo solo io e te, te e io.
Guarda poi che non tutti i tuoi amici mi piacciono. Scusa se te lo faccio notare, ma il nostro rapporto deve essere basato sulla sincerità. Capisco che devi frequentare il jet set e che certe frequentazioni sono necessarie per la tua carriera. Ma io mi domando: vuoi davvero continuare a fare l’attrice internazionale tutta la vita? È faticoso e stressante, mentre se stessimo insieme potrei garantirti una vita decorosa e tranquilla senza che tu debba più lavorare limitandoti a fare la signora (la “mia” signora). Potrei persino mettermi in proprio. È da parecchio che ci penso. In fondo in tutti questi anni passati da aiutante in un negozio di caccia e pesca ho imparato tante cose e con il tuo aiuto potremmo aprire addirittura un bel markettino. Mi rendo conto che guadagni milioni di dollari all’anno, ma cosa saranno mai i soldi se in fondo c’è l’amore? Tu, con il tuo fascino e la tua fama, saresti una calamita per i clienti. Qualora non ci fosse tanta gente in negozio, potresti intrattenerli nel modo amabile che tu conosci bene. Potresti inoltre occuparti della cassa standotene comodamente seduta. Io penserò a tutto il resto. Non è forse una splendida idea?
Per fare il grande passo ho però bisogno che tu mi dica se sei d’accordo, come penso. Il fatto che tu non voglia parlarmi, purtroppo, non mi aiuta nelle scelte, né in quelle presenti né in quelle future. E diventa tutto più complicato.
Lo so che mi è stata vietata ogni forma di contatto con te o anche solo con uno dei tuoi familiari entro un raggio di 500 metri. Ho letto la diffida che mi hai fatto fare dai tuoi costosi avvocati. Ma sono sicuro che hai preso questa decisione in tutta fretta e perché ti sentivi un po’ giù per via di quel film cui tenevi tanto e che il tuo agente, quel buon annulla, non è riuscito ad accaparrarsi. Anche di lui dobbiamo parlare. Se proprio vuoi continuare per qualche anno ancora a fare l’attrice te lo posso anche concedere, ma devi trovarne un altro, di agente, perché lui davvero non è all’altezza.
No, non ce l’ho con te. Te lo assicuro. Anzi, per provare che nulla è cambiato fra di noi, ti ho preparato una cenetta squisita per questa sera quando tornerai a casa. Ho scelto solo piatti che so che ti piacciono tanto. Ho approfittato del fatto che tu e la tua famiglia foste a trovare la nonna a Fresno e sono entrato nella tua villa, come ho fatto altre volte, con un duplicato della chiave. Non hai idea di cosa si possa fare con un buona mancia alle persone giuste. Mi han detto persino la password per disattivare l’allarme.
Siccome poi avevo ancora un po’ di tempo da dedicarmi, ho fatto il bagno nella tua vasca per sentirti più vicina, usando le tue essenze e i tuoi asciugamani. Ho anche rifatto il letto in camera tua lasciando una rosa rossa sul tuo cuscino insieme a questo biglietto.
Non mi ringraziare, cara. È solo un pensiero.
Anche se non potrò trattenermi, per i motivi che sai, passa una bella serata.
A presto, Amore mio. Ti amo.
Per sempre, Tuo Frank.

Yan Yan

Yan Yan si distese sul futon lercio. Era stanchissimo. Lo stomaco brontolava. Il cibo che passavano era insufficiente e maleodorante. Oramai erano due mesi che si trovava in quella struttura, con turni massacranti e condizioni di vita pessime. Non c’erano però alternative, pensò mentre cercava di rimanere un po’ sveglio per riordinare le idee, intanto che i compagni di lavoro riempivano il dormitorio. Ma il sonno, come al solito, arrivò in un sussulto trascinandolo in un baratro nero senza sogni.
Yan Yan, nonostante fosse molto giovane, era responsabile di filiera: line manager, lo chiamavano. Doveva controllare che sulla piastra fossero inseriti correttamente i componenti B6m, R2s e HH32. Poi le schede madri venivano inviate altrove in una sezione vicina dello stesso stabilimento. Non tutti i lavoranti tuttavia erano bravi e veloci come lui e spesso doveva intervenire rapidamente quando qualcuno di loro era in difficoltà. Se i vigilanti se ne fossero accorti le sanzioni sarebbero state severe. Aveva visto un operaio che era stato sbattuto con violenza contro un muro per avere invertito i pin del pannello frontale del case cagionando il blocco momentaneo dell’intera catena di montaggio. Il lavorante era rimasto per terra una buona mezz’ora, con un rivolo di sangue che gli fuoriusciva da un orecchio; poi, senza riprendere conoscenza, l’avevano trasportato via come un sacco di soia e sostituito con un altro addetto, sbucato da chissà dove.
Yan Yan, come responsabile di filiera, godeva di una certa libertà di movimento. Una volta era addirittura salito furtivamente all’ultimo piano dello stabile per capire dove si trovasse. Lui e i suoi compagni erano infatti arrivati a notte fonda chiusi in un container dopo una settima di viaggio e, una volta all’interno del complesso, non erano più usciti. Le finestre erano tutte murate mentre il portone di ingresso era blindato e presidiato da una squadra di vigilanti. Attraverso un piccolo buco nel muro, praticato da qualcuno prima di lui, aveva però potuto accorgersi che intorno allo stabilimento c’era solo aperta campagna a perdita d’occhio. Campi di erba secca e colline brulle. Poteva trovarsi in un qualunque paese del globo.
Gli era giunta anche voce che non erano i soli a lavorare alla catena. C’era anche un altro gruppo di operai che faceva il turno di notte. Del resto, lo si poteva capire dal fatto che il lavoro, tra un turno e l’altro, andava avanti ugualmente tanto che i lotti da loro trattati non avevano numeri sequenziali all’inizio di ogni ciclo.
Il suo turno andava dalle 7 del mattino alle 19 di sera; interrompevano solo per un quarto d’ora per il pranzo e un quarto d’ora per la cena, girandosi semplicemente dalla postazione di lavoro per non contaminare i componenti sterili. Ogni quattro ore poteva dormire sul posto per non più di 5 minuti o, a scelta, andare in bagno o andare a bere l’acqua scura del rubinetto. Poi, a fine turno, sciamavano tutti da un unico portone facendo un percorso tale da non poter incontrare l’altro personale. I lavoranti del secondo turno di notte, dopo aver riposato nell’unico dormitorio, raggiungeva il luogo di lavoro per un altro percorso e un diverso accesso. I due turni, insomma, non si incontravano mai. Che il suo futon fosse utilizzando da altri, Yan Yan lo aveva compreso però subito, per il fatto che trovava infatti sempre qualcosa di spostato tra le sue cose e un odore non suo sul materassino.
Una sera, seminascosto dal futon, trovò 25 yuan. Il guadagno di una giornata di lavoro. Chi l’aveva usato in sua assenza li aveva persi. Yan Yan scrisse un biglietto cercando di nasconderlo insieme ai soldi in una piega del materassino. Non voleva che gli altri occupanti di quella squallida stanza lo scoprissero.
Il giorno dopo rinvenne nello stesso posto un biglietto di carta azzurra. Era di ringraziamento ed era firmato Kumiko. Chi occupava il futon nell’altro turno era una donna! Lui dormiva nello stesso posto doveva giaceva una femmina. Ecco perché di tutto quel mistero sul personale del turno di notte.
Trascorsero così alcuni giorni e poi Yan Yan decise di conoscere meglio Kumiko scrivendole ancora con quelle stesse modalità. Continuava a fantasticare su di lei, su chi potesse essere. Kumiko, dopo alcune titubanze, gli rispose. Così, seppe che lei aveva sedici anni, veniva dallo Guangxi, dove aveva fatto la sarta, e che lavorava a quella stessa catena di montaggio da circa sei mesi.
Yan Yan e Kumiko, da allora, si scrissero per diverse settimane fino a desiderare di incontrarsi, anche se era davvero difficile per l’inconciliabilità dei turni e la severità dei controlli.
Poi, un giorno, si misero d’accordo che l’uno avrebbe almeno cercato di vedere l’altra.
Lei si fece coraggio: scappò per pochi minuti dal dormitorio e riuscì a scorgerlo nella sua divisa da manager di linea. Il giorno dopo lui fece lo stesso: lei si era messa tra i capelli un fiore di stoffa che aveva preparato quando ancora si trovava a Shuxian.
Nessun si accorse di nulla. Ma trascorsero alcuni altri giorni senza che lui scrivesse più.
Lei non sapeva più cosa pensare. Era amareggiata. Non gli era evidentemente piaciuta. Come dargli torto. Quella vita non l’aveva resa certo più bella ed era tanto smagrita.
Dopo una settimana lui scrisse in un biglietto: “Sposiamoci”.
Lei rispose: “Va bene, però prima fuggiamo”.