L’Amazzone farinosa

La valle del Lurín respirava polvere sottile. Il vento scendeva dai rilievi bassi e la spingeva tra le pietre dei cortili, sulle spalle nude delle donne, nelle pieghe dei tessuti. Anak Omek rimase a guardare a lungo il passaggio lento delle portatrici, il rumore dei sandali, le piume che oscillavano sulle acconciature.
Quando parlò, lo fece senza voltarsi.
«Non queste».
E sospirò emettendo rumorosamente il respiro.
«Voglio un copricapo che non abbia mai avuto nessuno prima di me e che nessuno avrà dopo», disse, con quel modo che aveva quando il mondo le risultava insufficiente.
Curaca Pachaq sentì il peso di quella richiesta come un ordine. Le piume più rare non si trovavano più da tempo. Arrivavano da sempre più lontano. La cerimonia dell’Oracolo di Pachacamac era invece imminente. Si incupì. Accontentarla sarebbe stato difficile.
«Si può provare…», disse, accorgendosi che non era quello che voleva dire.
Anak si voltò. Non sorrise. Gli passò accanto e sfiorò con le dita un fascio di piume comuni. «Solo provare?» disse. Poi lo fissò serrando a fessura gli occhi.
Lui ebbe un brivido.

La casa di Yaya Amaru era più bassa delle altre, costruita con ordine e senza ostentazione. Le piume delle are scarlatte e delle amazzoni farinose erano stordenti per i loro colori nitidi e densi.
«Mi sono sempre chiesto cosa te ne fai di così tanti volatili», disse Pachaq.
«Hai mai sentito parlare di godere della bellezza della natura?», rispose Amaru, scostante.

Pachaq osservava quegli esemplari come chi controlla la merce. Poi si guardò attorno e intravvide Quilla in fondo alla stanza: c’era qualcosa di ostentato nel modo in cui stava rigida voltata verso il giardino.
«Posso compensare per tutta questa tua… bellezza».
Amaru scosse il capo. «Non è questione di compenso. Loro sono solo per la gioia dei miei occhi».
Nessuna trattativa si aprì. Nel voltarsi per andarsene, Pachaq incontrò per un istante gli occhi di Quilla che non aveva resistito a non guardarlo. Colse un groviglio di emozioni: amore, odio, risentimento.
Quella notte non dormì.

Quando l’uomo fidato di Pachaq, nelle ore che anticipavano l’alba, entrò nella casa di Amaru, il suo passo era leggero e misurato. Amaru fece in tempo a svegliarsi e a cercare un inutile appiglio. Il gesto fu rapido, preciso. Quilla era lì. Non urlò, non scappò. L’uomo aveva istruzioni precise e finì il lavoro.
Poi entrò nelle grandi gabbie, uccise più volatili che poté e portò via le piume, ancora calde, pesanti di colore.
All’alba, gli artigiani lavoravano già. Il copricapo doveva essere il più bello di sempre.

Quispe fu raggiunto dalla notizia della morte della madre e del nonno al villaggio della zia. Quando rientrò in casa, era già stato tutto ripulito. Come se, a lasciarlo lì, il sangue potesse corrompere quelle pareti.
Dei ladri, pensò. Quelle piume erano troppo preziose.
Non aveva un nome da seguire, ma sapeva dove andare. A Pachacamac. Da chi poteva decidere. La strada non era breve, ma il passo gli venne da sé.

Trovò Pachaq vicino all’area sacra, dove le voci, passando, si abbassavano senza bisogno di un comando.
«Sei tu», disse Quispe.
Pachaq non rispose. Guardò il volto del ragazzo: l’inclinazione del capo, il modo di tenere le spalle, alcuni movimenti dello sguardo. Sentì una stretta al petto prima ancora di capire.
«Vieni più tardi», disse infine, senza sapere se fosse davvero quello che intendeva.

Il fedele Kunak era poco distante. Non si mostrò. Gli bastava intuire che lì c’era qualcosa che poteva valere, non per lui, ma per la sua sovrana.

Anak lo ricevette senza fretta. Kunak riferì ciò che aveva visto e sentito, con precisione, senza aggiunte.
«Gli somiglia», disse alla fine. «In qualcosa».
«Ho poi scoperto da dove arrivano le piume del copricapo. Due morti inutili».
Lei lo congedò con un cenno. Rimase sola.

Il giorno seguente si mise dove poteva vedere senza essere vista. Osservò il modo in cui Quispe inclinava il capo quando ascoltava. Pachaq evitava il volto del giovane con una cautela troppo ostentata. Non era una somiglianza piena. Furono dettagli che, presi insieme, non si spiegavano. Un taglio dello sguardo. Qualcosa nella linea della bocca.
Quispe non apparteneva solo a Pachaq.
Le ritornarono all’improvviso alla mente le mani forte e calde di Amaru sulla sua pelle. E il peso di una neonata affidata ad altri occhi.
Anak non ebbe bisogno di altro.

Quella notte diede due ordini secchi, separati. Non spiegò il motivo.
Quispe fu fermato lontano dagli sguardi della gente. Cercò di dire qualcosa, ma non ebbe il tempo di costruire una frase intera. Cadde senza sapere perché.
Pachaq ebbe meno tempo di quanto si aspettasse. Quando comprese che non si trattava di un errore, era già troppo tardi. Pensò solo al volto del giovane. Il gesto trattenuto. Le somiglianze. Provò a dire qualcosa. Non gli riuscì. Il buio arrivò prima.

Il giorno della cerimonia, il copricapo era pronto. Le piume rare catturavano la luce in modo diverso da tutte le altre.
Anak Omek lo indossò con orgoglio, senza esitazione. Le persone si disposero come dovevano. La guardavano. Le voci si abbassarono. Le teste si inchinarono. Il rito procedette. La sedia regale accanto alla sua era vuota.
Nessuno parlò di ciò che era accaduto.
Le piume tremarono appena, al passaggio del vento.

Incarico d’onore

Un uomo di guerra, prigioniero del proprio dovere, scopre che anche 
l’obbedienza può avere un prezzo di sangue.

Il maggiore Roman Kushnir si guardava allo specchio come ogni mattina, controllando la piega della divisa. I bottoni lucidi, la cravatta dritta, il colletto inamovibile. Tutto doveva essere in ordine. Era la sola cosa che ancora lo fosse. Negli anni di guerra aveva imparato a mantenere un’apparenza di compostezza, come se la disciplina potesse contenere il caos. Ma dentro, da tempo, sentiva scricchiolare tutto.
Aveva imparato a non pensare troppo, a eseguire soltanto. Il suo incarico, come recitava l’ordine scritto, era “d’onore”: comunicare ai familiari la morte dei loro figli sul campo. Nessuno voleva farlo, e così l’onore era toccato a lui. All’inizio si era illuso di saper reggere, di potersi blindare dietro il tono fermo e la formula d’ordinanza. Poi erano cominciati gli incubi, le voci, gli sguardi vuoti dei parenti che tornavano a trovarlo di notte. Ogni viso che aveva visto piangere lo aspettava, muto, dietro le palpebre.
Quando bussava alle porte, le madri lo riconoscevano subito. Bastava la divisa. La divisa e il suo volto sinceramente contrito. Alcune cadevano in ginocchio, altre lo fissavano come si guarda un animale che porta disgrazia. Lui restava fermo, poi bastavano poche parole. E sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata in quella stanza. Tornava in caserma, si toglieva il cappello e si sedeva sulla branda in attesa del giorno successivo, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia. Un soldato della burocrazia del dolore.
Negli ultimi mesi non dormiva quasi più. L’aria della caserma sapeva di carta e disinfettante, e ogni volta che passava davanti alla stanza dei dispacci gli sembrava di udire i singhiozzi filtrare dalle buste sigillate. Le lettere dei caduti arrivavano piegate con cura, ancora intrise dell’odore dei campi. Lui le consegnava una per una, ma non le leggeva mai. Il volto anonimo del caduto poteva essere per lui un antidoto. Ma non lo era mai.
Aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, ma l’ordine era arrivato firmato dal Comando Supremo. «Nessun altro è idoneo. Continui.» Aveva sorriso, quel giorno. Un sorriso secco, da militare. Poi aveva ripreso a fare il suo dovere. I giorni passavano quasi strisciando, come se il tempo stesso esitasse a scorrere in quel limbo di morte mediata.
La mattina in cui tutto accadde volle uscire prima del solito. Il bombardamento notturno aveva lasciato molte comunicazioni da consegnare. Il vento soffiava basso, sollevando la polvere del cortile. Kushnir indossò il berretto e si avviò verso l’auto di servizio. Si fermò come suo solito davanti allo specchio del corridoio per dare un’ultima controllata alla divisa. Allungò la mano sulla maniglia della porta. Sentiva il brusio costante dentro la testa, come un motore che non si spegne mai.
Lo fermò un rumore di passi alle spalle. Il tenente Taran, l’unico sopravvissuto del gruppo originario deputato alle comunicazioni d’onore, era sull’attenti davanti a lui. Lo sguardo sfuggente, la mascella serrata. Kushnir lo fissò per un istante. Aveva provato rancore per quell’uomo e per tutti quelli che avevano abbandonato l’ingrato compito. Adesso, però, nel vederlo, provò un lampo di speranza. Forse finalmente si era reso conto ed era venuto a dargli l’insperato cambio.
«Riposo, tenente. Dica.»
Taran esitò. Deglutì, poi mormorò:
«Mi dispiace, signore… è per suo figlio.»
Kushnir si irrigidì. «Cosa c’entra mio figlio, adesso?»
«È caduto in azione. Sul fronte est.»
Per un attimo il maggiore non disse nulla. Continuò a guardarsi allo specchio dell’ingresso. Vide riflesso un volto che non riconosceva: il viso pallido, gli occhi svuotati, la bocca tremante. Lo stesso sguardo che aveva visto centinaia di volte nelle altre persone da lui visitate.
Il berretto gli cadde di mano. Fece un passo indietro, poi un altro. Le gambe gli cedettero. Provò a respirare, ma il respiro non venne.
Poi il maggiore Roman Kushnir si mise a urlare. Il suo mondo era all’improvviso andato in mille pezzi.

Il Miracolo di San Canio

Il paese di Polvento era in agitazione. Da settimane non si parlava d’altro che della traslazione delle reliquie di San Canio, patrono del paese. Le sue ossa sarebbero state spostate dal vecchio ossario del convento alla nuova Chiesa della Sacra Rocca, costruita in tempi record al posto della dismessa Manifattura tabacchi. Un evento storico, dicevano tutti. Il santo avrebbe finalmente avuto la sua degna dimora, nel cuore della città.
Anche don Bernardino, ora parroco della nuova chiesa, viveva quei giorni con una frenesia insolita. Alle nove di quella mattina, quando tutto avrebbe avuto inizio, aveva già fatto tre docce. Ma la camicia gli aderiva addosso come carta bagnata, e la fronte gli grondava sudore. Era un suo difetto e gli accadeva anche in pieno inverno. La perpetua, donna Imma, lo inseguiva spesso con un asciugamano nascosto sotto la veste nera, cercando invano di tamponarlo quando nessuno guardava.
«Padre, si calmi, che il santo non scappa», gli disse.
«È un momento importante, Imma. I fedeli ci guardano. La Chiesa ci guarda. E oggi… oggi forse assisteremo a un miracolo. Me lo sento. Su Internet ho letto che accadono in occasioni del genere. Magari avremo anche noi un albero secco e spoglio che rifiorisce in un istante. O pioverà manna oppure…» disse gesticolando e facendo il gesto alla perpetua di non parlare avendo trovato quale poteva essere il miracolo giusto «…oppure l’acqua della fontana si trasformerà in vin santo, …chissà».
L’aria era trasognata. Sembrava vedere il prodigio proprio davanti a sé.
Lei invece alzò gli occhi al cielo, rassegnata. E poi gli allungò ancora l’asciugamano.
“Ma ci vorrebbe spugna e secchio” pensò impietosa.
La giornata si annunciava gelida. Non c’era un uccello in cielo. Anche i gatti non uscivano di casa.
La piazza, però, era già gremita dall’alba. Il Vescovo Paolo, gli esperti e un delegato del Vaticano attendevano il via. L’antico feretro in legno di abete che aveva custodito per secoli la sacra salma, era piuttosto malconcio, e fu sistemato in una nuova bara di mogano. Don Bernardino era molto soddisfatto che la sua missione in Honduras avesse impiegato per l’occasione i bambini orfani nella ricerca del legno pregiato.
E poi fu il momento.
La processione partì solenne dal convento.
Quattro frati, in abiti pesanti, sorreggevano il feretro; dietro, le autorità e il clero, seguiti dalla banda comunale che intonava un inno che il parroco trovò eccessivamente allegro per l’occasione. La folla premeva dietro le transenne, tra canti di giubilo e l’odore di fritto misto proveniente dai banchi dei food trucker.
Alcuni droni delle più accreditate piattaforme televisive ronzavano incessanti da un lato all’altro della piazza come grossi fastidiosi insetti. Le campane suonavano, instancabili, sovrastando a tratti gli altri suoni confusi. La gente si faceva il segno della croce al passaggio ieratico del parroco, insieme a Carlo, il facoltoso salumiere che da sempre, per sentirsi meno in colpa per essere un evasore fiscale totale, gli faceva da sagrestano.
Il viso di don Bernardino era rubizzo, lo sguardo fiero, come Napoleone davanti alla sua Guardia Imperiale. Anche se a ogni passo pregava di non svenire per l’eccitazione. Qualcuno piangeva, inginocchiandosi. Una donna anziana agitava un rosario come un lazo e gridava che il santo le aveva fatto vincere al Superenalotto. Il parroco la guardò con gratitudine: un piccolo segno, forse, che qualcosa di soprannaturale quel giorno stava davvero accadendo.
Dopo un’ora di marcia, il corteo arrivò alla nuova chiesa. Le porte si spalancarono tra un’onda di applausi. L’interno odorava di legno fresco, di calce e vernice fresca. Sul pavimento brillavano ancora le striature umide del cemento. Il feretro fu deposto ai piedi dell’altare su un baldacchino costruito con il mogano rimasto e il Vescovo cominciò la messa solenne. L’organo gracchiava. Doveva essere riparato, pensò il parroco con disappunto. Quella sarebbe stata la prossima spesa. Anche il coro delle voci bianche andava un po’ per conto suo seguendo note in libertà. Per fortuna le campane non smettevano mai di suonare. Don Bernardino, pur provato, sentiva, accanto al Vescovo celebrante, una gioia profonda. Nonostante i piccoli intoppi, tutto stava procedendo come previsto. Forse non ci sarebbero stati miracoli, ma la giornata sarebbe stata comunque ricordata come un successo. Guardò il fido Carlo che, da un lato, stava cercando tra la folla la moglie Bianca. Capì che l’aveva trovata, perché si scambiarono un sorriso. Era bellissima, del resto, come sempre. Pareva avesse un faro che la illuminasse.
Quando il feretro venne infine sigillato in una teca di cristallo, perché tutti i fedeli potessero venerare il santo, fu murato alla base dell’altare maggiore. Il parroco si sentì alleggerito. Salutò i confratelli, ringraziò le autorità e si ritirò in sagrestia. Per asciugarsi. Imma gli porse il solito panno che era ormai da buttare tanto era fradicio.
«Visto, padre? È andato tutto bene. Anche senza resurrezioni o altri segni divini.»
«Già…» sospirò lui. «Eppure, un piccolo miracolo… non mi sarebbe dispiaciuto. Potevamo mettere una lapide ricordo… magari con il mio nome, e quel del Vescovo, naturalmente.»
Poco dopo, uscì sul sagrato insieme a Carlo e alla perpetua. Aveva bisogno di un po’ di fresco. Stava per congedarsi quando una voce squillante li raggiunse da dietro le spalle. Era Bianca, la moglie di Carlo, trafelata ma raggiante.
«Carlo! Ho una notizia bellissima!» esclamò. «Aspettiamo un bambino!»
Il sorriso del marito si spense all’istante. «Un bambino? Ma… Bianca, è impossibile. Noi… da anni… per via del…»
Lei lo guardò sorpresa, quasi smarrita per quella logica ineccepibile, poi si voltò verso don Bernardino, che le restituì un sorriso sereno e un cenno d’incoraggiamento, come per benedire la notizia. Donna Immacolata, accanto a lui, abbassò invece lo sguardo e scosse la testa.
«Volevate un miracolo, no?» disse con una luce negli occhi che era difficile decifrare. «Ebbene, eccolo qui!» e si accarezzò il ventre con orgoglio. «Non sei contento, caro, che il santo abbia pensato proprio a noi?» Il parroco, finalmente, sorrise compiaciuto. Il Cielo lo aveva ascoltato. Disse “grazie”, in cuor suo.
Un vento gelido e tagliente si levò improvviso sulla piazza, facendo ondeggiare il drappo sulla facciata della chiesa su cui campeggiava la scritta: “VIVA SAN CANIO, VIVA IL PARROCO”.
Si staccò e volò lontano.
Molto lontano.

L’ombra sui gradini

Erano passati quasi cinquant’anni dallo scoppio della bomba atomica. Le case erano spuntate dapprima timidamente e poi avevano conquistato gli spazi vuoti, il terreno sbancato e bruciato.
Oggi lo sguardo della gente si è fatto distratto, meno sensibile. Per riscoprire l’orrore che aveva attraversato quei luoghi occorre saper cercare. Forse in un museo, in un monumento, o su quella gradinata a est della città.
Il palazzo, eretto solo dieci anni prima dello sciagurato scoppio, cresciuto alla radice di quella gradinata, svettava su tutti gli altri. La sua struttura, di gusti troppo occidentali, non piaceva agli abitanti. Secondo loro non si adattava allo stile del quartiere. Costruito da una società straniera, la gente del posto lo chiamava “Lo Scatolone senz’anima”. Ma lui si ergeva ugualmente tronfio, appena indispettito per tanta ostilità.
Ma in meno di un secondo, era stato spazzato via, come un capello investito da una brezza improvvisa. Migliaia di tonnellate di cemento erano state scaraventate nel nulla. Vaporizzato.
Era rimasta solo la gradinata: cinque scalini di semplice marmo, coperti dall’ombra di uno dei condomini.
Quell’uomo sconosciuto tornava a casa o forse stava passando a trovare qualcuno. Nel rimirare quella silhouette lo si poteva pensare immerso nei suoi pensieri, angustiato da questo o quel problema o a cullare un sogno nel cuore.
Doveva sicuramente aver sentito anche il boato lontano. E si era girato con una espressione di meraviglia per quel sole che correva verso di lui per abbracciarlo.
Quando avevano lentamente ricostruito palazzi e negozi, la gradinata era rimasta lì. E, in cima ai gradini, dove c’era solo il vuoto, era ripartita la costruzione di una nuova abitazione. Questa volta più piccola, proporzionata in dimensioni alle drasticamente ridotte esigenze demografiche della popolazione.
L’ombra però era rimasta. Nessuno aveva pensato anche solo di spostarla. Anzi, ogni volta che si dovevano fare quei gradini per entrare o uscire dal palazzo, tutti evitavano la sagoma grigia. Passavano più in qua o più là, consapevoli di quello che rappresentava. Era la loro storia, e la storia di un paese, qualunque essa sia, non si calpesta mai.
Questo fino a quando l’intero palazzo non fu acquistato da un uomo del nord. Un uomo appartenente alla pletora dei nuovi ricchi che avevano fatto fortuna con il terziario. Osservare le tradizioni per lui andava pure bene, purché lo lasciassero in pace. Non gli importava di quella macchia antiestetica.
Ma alla giovane moglie sì.
Appena entrata in quel palazzo, la donna ingaggiò una ditta di pulizia specializzata per far scomparire quell’oscenità macabra davanti alla sua porta.
La ditta di mise al lavoro. Provò diversi prodotti, adottò diverse soluzioni. Ma alla fine fu tutto inutile. Il marmo poroso ne era rimasto impregnato, era un negativo tenace e indelebile. Un’impronta viva, avevano poi detto abbandonando il lavoro. Lì qualcuno c’era ancora. Forse poteva fare qualcosa il vecchio Ishida. Se era ancora vivo. Ma forse neppure lui.
La moglie non si arrese facilmente e di quelle superstizioni non sapeva cosa farsene. Non le interessava cosa fosse accaduto lì mezzo secolo prima. Quella macchia era brutta, antiestetica e questo bastava. Le tragedie, pensava, stavano bene nei libri o nei telegiornali, non davanti alla sua porta di casa.
Fu così che fece cercare Ishida, l’esperto in macchie di quel genere. Non fu semplice. Ma alla fine lo trovò.
Lui inizialmente oppose uno fermo rifiuto, ma poi fu convinto dal marito della donna con una somma che avrebbe messo al sicuro dai problemi finanziari persino i nipoti.
Il vecchio fece appello alla sua vasta esperienza. Ci lavorò senza sosta nel suo laboratorio per un mese intero. Poi si mise sui gradini del palazzo e, con ovatta imbevuta nel suo preparato speciale, tamponò i margini e l’interno della figura. C’era profumo di gelsomino e di verbena che aleggiava da quella pozione. Ma anche tanti altri profumi leggeri e delicati sconosciuti. Sembrava essersi portato dietro un giardino intero. Nulla che facesse pensare a qualcosa di caustico e aggressivo.
Durante i lavori, molti degli abitanti del quartiere si rivolsero a lui, implorandolo di non continuare. Sapevano che se qualcuno poteva farcela a smacchiare i gradini, questo era proprio lui. E lo volevano fermare finché era possibile.
«Lascia stare, Ishida, pensa a quello che rappresenta per noi».
Il vecchio era amato e ben voluto da tutti per la sua saggezza e generosità. Erano sicuri che avrebbe capito. Era un bambino piccolo quando scoppiò la bomba. E portava lui stesso, ancora addosso, i segni di quella terribile tragedia.
«Sono molto malato», diceva però a chiunque lo avvicinasse, «Non vivrò a lungo. Devo pensare a far studiare mio nipote. Devo anche aiutare mio genero con il negozio che non va tanto bene e… e mia madre… mia madre è in ospedale e ha bisogno di cure costose. Lasciatemi stare, non capite».
Dopo dieci giorni di duro lavoro, la sagoma sugli scalini era completamente scomparsa. Non c’era più nulla che ricordasse quanto era accaduto. La gente ora passava davanti a quei gradini più distratta del solito, senza nemmeno lanciare uno sguardo su quello che c’era. Nessuno si chiedeva più:
«Ehi… ma cos’è quella strana sagoma a forma di uomo?».
Rimase il silenzio.
E il silenzio a volte non ha rispetto, perché non ha memoria. Sorvola indifferente sofferenza e dolore, come un vento che spira senza direzione.
Il vecchio guardò la sua opera. Aveva fatto un ottimo lavoro, ma non ne era fiero. Si sentiva in colpa, come se avesse tradito la sua gente, i suoi genitori e chi era venuto prima di loro.
Provò ad alzarsi, ma avvertì un dolore intenso e prolungato al centro del petto. Un’oppressione gli devastava il torace e si irradiava alle braccia e al collo. Provò a sedersi per riprendere fiato, ma un dolore ancora più intenso lo fece sobbalzare, sfigurandogli il volto. Si accasciò sugli scalini.
Alcuni passanti cercarono di soccorrerlo e chiamarono un’ambulanza che arrivò in pochi minuti. La sirena urlava nella notte nel portarlo via, un corpo minuscolo in quella barella ipertecnologica.
Sui gradini erano rimasti i suoi tamponi, la boccetta profumata del suo preparato speciale e la sua fatica.
Passarono alcuni giorni, e poi lentamente l’ombra ricomparve sulla gradinata.

Galeotto fu l’albero

«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.