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Posts Tagged ‘figlio’

«Marchino, come stai?»
«Eh? Ah ciao mamma, sì sì tutto bene.»
«Sicuro sicuro?»
«Certo, perché me lo chiedi?»
«Perché l’altro giorno sul tetto di casa tua, si è radunato un nugolo di corvi.»
«Ma dai mamma, cosa dici… non ci sono corvi da queste parti.»
«Figliolo, riconosco bene i corvi quando li vedo, sono nata e cresciuta in campagna e quando erano nei campi a beccare la semina io e tuo papà, buonanima, gli sparavamo con il sale grosso.»
«Sarà stato qualche corvo di passaggio, cosa vuoi che sia…»
«Erano tutti sul tuo tetto, Marchino, te lo assicuro; io che abito di fronte a te, li ho potuti vedere bene; il tetto brulicava talmente di corvi reali che sembrava si muovesse. Sono uscita a far la spesa e sui tetti dei vicini non c’era nulla; erano solo sul tuo e facevano un baccano d’inferno, non li hai sentiti?»
«Anche se fosse, mamma, cosa ci posso fare?»
«Credo nulla. Non ti ho telefonato per questo o meglio non solo per questo, visto che ora i corvi sono volati via; ti ho chiamato piuttosto perché c’è uno strano girotondo intorno a casa tua.»
«Girotondo? Quale girotondo?»
«Se ti affacci lo vedi. Sono grossi gatti completamente neri che stanno girando intorno al tuo giardino, e lo fanno incessantemente da qualche ora, in silenzio. È inquietante.»
«…»
«Marchino?»
«Sì?»
«Non è che hai ricominciato a fare le sedute spiritiche, vero?»
«…»
«Marchino…»
«No, mamma, cioè forse, non so…»
«Marchino!!!»
«Ma sì, mamma, eravamo tra amici qui, in casa, l’altra sera e ci annoiavamo un po’, e così…»
«Te l’ho detto troppe volte, non devi farlo, sei troppo bravo, finirai nei guai.»
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(Dopo alcuni giorni)
«Figliolo?»
«Si, mamma?»
«Ho visto che l’altro giorno hai poi fatto venire il pitbull di Sandro…»
«Hai visto, mamma, che fuggi fuggi tra i gatti?»
«Sì, è stato proprio divertente… ma adesso come pensi di fare?»
«A che proposito, mamma?»
«Di quest’altro girotondo!»
«Altri gatti? Ma per la miseria adesso mi sono davvero stancato e…»
«No no, tesoro, non sono gatti. Ci vedo poco anche perché è quasi sera. Ma mi sembrano grossi caproni. Anziché a quattro zampe camminano in piedi, si danno la mano, sbuffano vapore dalla bocca e hanno uno sguardo un po’ troppo luminoso, direi rosso fuoco…»

dietro il racconto
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pepite di cioccolato«Voglio la Crema Pepitaciok, mamma!» fece il bambino reclinandosi con il busto all’indietro e indicando la vetrinetta-frigo del supermercato che stava scorrendo sotto i suoi occhi. Il carrello su cui lui era seduto nell’apposito sedile vacillò.
«Non ci pensare nemmeno» disse risoluta la mamma tirando dritto. «Che poi ti vien male al pancino e ti metti a piangere.»
«Ma no che non piango e poi io voglio Pepitaciok…» fece lui con una cantilena strascicata, oscillando il corpo come un pendolo.
«Stai fermo una buona volta che cadi dal carrello!»
Il bambino incrociò le braccia in modo teatrale mettendo il broncio.
«Ti va bene lo yogurt alla fragola?» gli domandò lei, dopo un po’. Lui rispose scuotendo la testa sciogliendo le braccia dalla precedente postura e rimettendole subito conserte con ancora più vigore. La mamma cercando di trattenere un sorriso ripose lo yogurt nel carrello.
«E cosa mangeresti volentieri questa sera? Un hamburger di chianina o una sogliolina al limone?» chiese lei cercando di essere seria.
«Voglio la Pepitaciok, ho detto!» ribadì lui con un ampio gesto della mano a indicare la crema ormai alle sue spalle.
Lei, dopo qualche metro:
«Guarda, ci sono i giocattoli… vai a scegliere il regalino per il compleanno di Luca… che sei bravo…»
Il bambino gettò un’occhiata veloce davanti a sé: scaffali ricolmi offrivano ogni tipo di giocattolo. Rimase a bocca aperta. La madre prontamente lo sganciò dal sedile del carrello e non appena gli fece toccare a terra lui si mise a correre. «Sono qui che finisco la spesa, Matteo, torna subito, però…» gli disse quando lui era ormai sparito. Dopo cinque minuti se lo vide ritornare.
«Hai fatto presto, Tesoro, come mai quella faccina?» gli chiese accarezzandolo.
Il bambino guardava a terra, impacciato, era leggermente pallido. Lei lo tirò su e lo piazzò nuovamente seduto sul seggiolino del carrello.
«Cos’hai Matteo… non stai bene?» e gli mise le labbra sulla fronte per sentire se aveva la febbre. Il bambino fece spallucce: aveva un’aria assente, distante. ‘Forse è annoiato‘, pensò lei, ‘o ha solo sonno o è ancora arrabbiato con me e sta usando un’altra strategia‘. «Hai visto qualche giocattolo che può piacere a Luca?»
«Forse» rispose lui, anche se non subito.
La madre continuò a fare la spesa, ma ogni tanto squadrava il bambino stranamente silenzioso: stava giocando con un laccetto del suo giubbino in un atteggiamento che non gli era solito.
«Non la vuoi più allora la tua Pepitaciok?»
Il bambino la guardò con l’espressione di chi non sapesse di cosa si stesse parlando: quindi tornò a giocare in modo apatico con lo stesso cordino. D’impulso la donna tornò indietro nel vicino reparto giocattoli. Doveva capire. Rapida fece il giro degli scaffali. Non c’era nulla di diverso o di strano tra quei giocattoli, come di consueto, del resto. Alzò gli occhi in modo interrogativo verso il suo bambino che aveva lasciato nel carrello a qualche metro da lei: aveva ancora un atteggiamento indifferente, chiuso in un mondo tutto suo. ‘Cosa ti succede, piccolo mio?’ sembrò chiedergli a distanza. Poi svoltò il bancale per per percorrere l’ultima corsia: si accorse che per terra c’era la scatola di un giocattolo: “La Porta tra i Multiversi”. La raccolse.
«Mamma, mamma, allora me la compri la Crema Pepitaciok?» si sentì dire. Matteo era vicino a lei, sorridente: le tirava la gonna con la sua consueta irruenza e la solita luce vivida negli occhi. Lei guardò verso il carrello. Il suo bambino era ancora lì, seduto e tranquillo.
«Matteo, bambino mio…» fece lei inginocchiandosi per terra e abbracciandolo forte.
«Ehi, mamma, ma così mi fai male…» le disse «che ti prende?»
«Ma allora… ma allora… quel bambino là, chi è?» chiese la madre a Matteo come se lui avesse potuto avere una risposta.
«Quale bambino?» chiese il figlio con un occhio chiuso e un aperto e le mani sui fianchi.
«Quello lì!» fece la madre indicando il carrello dietro di lei. Sul carrello non c’era più nessuno.

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Tunnel«Te l’avevo detto IO che occorreva partire domani, ma tu niente…» disse lei con un’espressione irrigidita del volto. L’uomo chiuse gli occhi e strinse le mani attorno al volante. Sapeva che quello era l’inizio di una litigata e non ne aveva nessuna voglia di affrontarla. Guardò gli stop accesi della macchina davanti a lui.
«Chissà cosa avrà da frenare questa macchina qui, visto che siamo fermi…» fece lui per cambiar discorso. Lei, muovendosi a scatti, come faceva spesso quando era arrabbiata, accese l’autoradio.
«Come si fa a far funzionare ‘sto coso… magari dice qualcosa sul traffico…»
«Siamo dentro una galleria, Franca, non prende… Bisogna avere pazienza, magari è solo un incidente…»
«Certo, solo un incidente… dici tu; una giornata da bollino nero per il traffico e in più solo un incidente… ma bene, di bene in meglio.»
Tiberio controllò il suo bambino dallo specchietto retrovisore. Era disteso sul sedile posteriore e stava dormendo beatamente. Almeno lui era tranquillo.
«Te l’ho già spiegato non so quante volte» fece lui nella speranza di tagliar corto. «Domattina presto ho questo appuntamento importante di lavoro e non era possibile spostarlo… Saremmo dovuti piuttosto partire ieri, ma volevi rimanere ancora un po’.»
«Eh certo! Perché adesso la colpa sarebbe mia! E IO rinunciavo a un giorno di ferie perché il ‘signore’ qui voleva tornare prima per stare con quella là…»
«Come quella là?»
«Ma sì che mi hai capito bene… la tua preziosa segretaria color della cioccolata… Miss Fior della Savana…»
«Di nuovo con questa storia?»
Entrambi si erano messi a guardare nell’opposta direzione. La donna la parete umida della galleria, Tiberio la corsia opposta, del tutto libera.
«Vado a vedere cosa sta succedendo…» disse lui per sottrarsi a quella discussione sterile.
Ma dove vai? Torna qui!’ si sentì dire dalla moglie prima che la portiera si chiudesse. Tiberio non ci voleva pensare: ci volevano ancora 400 chilometri prima di arrivare a casa. Sarebbe stata una prova di resistenza.
Sceso dalla macchina, guardò davanti a sé. Il tunnel si allungava a perdita d’occhio fino a una curva ampia e pigra che nascondeva ai suoi occhi il fascio ininterrotto di scatole di metallo sberluccicanti sotto i fari al neon. I motori lasciati accesi, nonostante la fila ferma, stavano rendendo l’aria irrespirabile. Preferì così raggiungere l’imboccatura opposta della galleria, quella alle sue spalle, che distava solo una decina di metri.
«Sa per caso del perché di questa coda?» chiese Tiberio a una donna sola, riccia e rossa di capelli, seduta al posto di guida dell’auto appena dietro di lui. Lei tirò giù il finestrino, imbarazzata, come se avesse dovuto trovare una qualche scusa per non dargli un passaggio:
«Dicono che è un incidente stradale: un TIR ha investito una mucca…» fece a voce bassa.
«Una mucca? Su un’autostrada?»
La donna fece spallucce e tirò subito su il finestrino. Tiberio allungò il passo verso l’uscita. C’era un sole bruciante. Appena fuori dalla galleria un giovane aveva montato la sedia a sdraio sull’asfalto e si stava abbronzando. Non c’era nessun’altra macchina in coda. ‘Pessimo segno’ pensò lui. ‘Vuol dire che hanno chiuso l’autostrada: la situazione allora è molto più grave di quello che si poteva pensare’. Il giovane disteso a torso nudo sulla brandina, sentendosi osservato, aprì gli occhi con aria di sufficienza; poi, come se fosse in riva al mare, inforcò degli spessi occhiali da sole e si voltò dall’altra parte aprendo un giornale. Tiberio tornò svelto verso la sua macchina. ‘Un bel guaio’ pensò ‘ora chi glielo dice a Franca?
Passò davanti alla signora rossa e riccia che distolse subito lo sguardo giusto per far capire che non voleva essere più disturbata. Arrivò all’auto e aprì la portiera. Stava per entrare quando un uomo, con una grossa pancia che premeva sul volante, lo apostrofò con un accento straniero:
«Ehi, ma cosa fa?»
Tiberio si abbassò per vedere meglio nell’abitacolo. Oltre all’uomo alla guida, c’era una donna anziana accanto a lui e altri due giovani, dietro, dalla carnagione olivastra con barbe lunghe e senza baffi.
«Oh… mi scusi…» fece lui confuso: si voltò attorno più volte. La macchina effettivamente non era la sua: le assomigliava, ma di certo non era la sua. Eppure riconosceva quella davanti a sé ancora con gli stop accesi e quella appena dietro con la donna riccia al volante. Ma dov’era la sua auto? Corse in avanti chiamando Franca ad alta voce. Udì quel nome rimbombare nel tunnel come se a cercarla fosse stata un’intera squadra di soccorritori. Si sentiva smarrito. Poi i motori delle macchine si accesero pressoché all’unisono. La coda cominciò a muoversi lentamente.
«Franca, Franca, Mino, dove siete?»
Le auto in movimento si misero a suonare il clacson per farlo spostare. La donna riccia, passando davanti a lui, lo squadrò con commiserazione scuotendo la testa; il giovane che prendeva il sole, per la fretta di ripartire, aveva buttato la sdraio di traverso nell’abitacolo e ora stava armeggiando con gli occhiali scuri.
Ben presto l’autostrada fu completamente vuota.

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lampioniIl rumore era stato forte, secco, improvviso. Era notte fonda e il silenzio lo amplificò. Padre e figlio si ritrovarono nel corridoio in mutande come per chiedersi di chi fosse la colpa. Ma lo scambio di occhiate che ne seguì face loro capire che il rumore proveniva da fuori. Il padre accese le poche luci esterne del casolare e, dopo essersi vestito con un pesante giubbotto imbottito, imitato in questo dal figlio, uscì. Sotto il fascio di luce della torcia gli alberi da frutto parevano volersi ritrarre nel buio infastiditi mentre il fumo bianco che usciva dalla stufa si era addensato intorno al comignolo a formare un fantasma incerto se volare via o scaldarsi al tepore del fuoco sottostante. La scena era irreale, trattenuta, vuota. Poi il rumore si sentì nuovamente. Padre e figlio capirono che proveniva dalla recinzione nord, quella rifatta alcuni mesi prima. Girarono l’angolo della casa, con circospezione, notando in lontananza qualcosa che si era incastrata nella rete: si muoveva. La luce non era sufficiente per capire di cosa si trattasse. Probabilmente era meglio tornare in casa e chiedere aiuto, pensarono entrambi senza dirsi nulla. Ma la curiosità ebbe la meglio e si avvicinarono. Qualunque cosa fosse, adesso aveva visto loro che si avvicinavano e stava raddoppiando gli sforzi per liberarsi. Dopo qualche passo, tutto fu chiaro: era un ragazzino. Sì, un bambino di dieci anni, vestito di una tuta da ginnastica leggera, un ghigno stampato sulla faccia. Aveva la testa al di qua della recinzione, così come la spalla sinistra e il braccio che protendeva inutilmente verso un tronchese caduto dentro la proprietà. Scalciava sul terreno per tirarsi in dentro o in fuori senza far alcun progresso. Un po’ imprecava, un po’ gemeva. La mano e il braccio erano graffiati, un rivolo consistente di sangue gli scendeva dalla fronte. L’uomo gli puntò la torcia in faccia.
«E tu chi sei?» chiese con il tono di chi non si aspettava una risposta.
Il ragazzino chiuse gli occhi abbagliato dalla luce; lanciò un insulto nella sua lingua incomprensibile, continuando a sforzarsi per uscire da quella situazione.
«Che facciamo papà?» fece il figlio che provava una sorta di confusa tenerezza.
«Potremmo fare un po’ di caccia grossa…» disse alzando il fucile che il figlio non si era accorto avesse in mano.
«Papà non scherzare, dai…»
Il padre per tutta risposta caricò l’arma e la puntò verso il ragazzino che urlò.
«E perché?» insistette l’uomo «posso sempre dire che, alle tre di notte, l’ho scambiato per un cinghiale «e poi, in fondo, è lui che è sul nostro terreno. E non ci dovrebbe essere…» e chiuse un occhio per prendere meglio la mira.
«Papà smettila, dai, non fare così!»
In quel mentre il ragazzino, come fosse stato risucchiato da una forza sovrannaturale sprigionata dal bosco alle sue spalle si sbrogliò dalla rete per posarsi bocconi un paio di metri più indietro sulla terra umida. Era infatti comparso, come materializzato dal buio, un uomo tozzo, vestito di scuro, con un cappellaccio che gli copriva metà del volto. Aveva afferrato per i piedi il bambino e lo aveva tirato a sé con tutte le forze. E ora, standosene ritto come per far valere le proprie buone ragioni, aveva preso a inveire contro padre e figlio nella stessa lingua sconosciuta del ragazzino, noncurante del fucile che adesso era puntato contro di lui. Un attimo dopo, l’uomo tozzo si prese il ragazzino ancora steso bocconi a terra e, caricatoselo su un spalla tale e quale un sacco di farina, sparì con ampi balzi nella boscaglia. Tutto si era consumato in pochi secondi tanto che, se non fosse stato per quel buco in mezzo alla recinzione, ci si poteva chiedere se fosse accaduto veramente.
«Non gli avresti sparato davvero, eh papà?» gli domandò il figlio che ancora stava tremando per l’eccitazione.
«Vieni, che è tardi…» gli disse sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla. «Abbiamo ancora qualche ora di sonno davanti. Che poi dobbiamo andare a trovare la nonna al mare.»
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boeing747Ogni volta che usciva sulla terrazza capiva perché aveva comprato quell’attico. Era l’unico grattacielo della città con la vista a 360 gradi sul territorio. Si dominavano a est le montagne, come le quinte di un paesaggio da impressionista, mentre a ovest si apriva la piana plasmata dai seminativi con, sullo sfondo, il luccichio blu elettrico del mare aperto in un sorriso di benvenuto. All’ombra del grattacielo, appena sotto di lui, le case giallo paglierino del paese parevano piccoli cubi da gioco nell’erba, con i loro tetti integolati di melograno a guardare stupite quel mirabolante palazzo di vetro e ferro che toccava il cielo con disinvoltura. E da quell’altezza, poteva osservare anche i grandi aerei intercontinentali arrivare come naufraghi dal mare e atterrare sulla lunga lingua di cemento stesa al sole pronta a ingoiarli di gusto. Era così vicino, in linea d’aria, all’aeroporto da poter vedere le scritte sulle ali degli apparecchi, ma sufficientemente lontano da non doverne sentire il rombo dei motori. A quell’ora del mattino, poi, la luce sapeva trasformare il panorama in uno sconfinato plastico d’autore tanto da illudere di poter aggiungere qua e là macchie di alberi o una chiesetta in stile o il rudere pensoso di un castello abbandonato. Se non fosse stata per la preoccupazione di quel progetto da presentare il giorno dopo, tenendolo sveglio, avrebbe perso tutta quella meraviglia.
Stava rientrando nel suo studiolo quando un Boeing 777 della Turkmenistan Airlines, dopo la consueta virata per mettersi in linea con la pista principale, ebbe un sussulto. Guardò meglio. La coda del bimotore aveva preso fuoco e la parte posteriore si era staccata come se un gigante invisibile gli avesse assestato un morso vorace. La carlinga, senza più una direzione, aveva preso a beccheggiare vistosamente perdendo quota a ogni secondo fino a quando un’altra esplosione la spezzò in due tronconi uguali che caddero in avanti lanciati come proiettili. Tutto si era consumato in pochi attimi: era sembrato un colpo di scena mal realizzato in un film catastrofico di cassetta. Ma era stato anche uno spettacolo terrificante, perché lui aveva fatto in tempo a veder fuoriuscire i passeggeri dallo squarcio e cadere giù come tante formiche scrollate da uno straccio. Ora, al posto dell’aereo, c’era solo un furibondo fumo denso che si elevava da dietro la cortina degli hangar, diafani come fantasmi accucciati. E il silenzio tutt’attorno.
Aveva ancora lo sguardo fisso su quel punto quando un secondo aereo arrivato da est, di minor dimensioni, forse avvertito dalla torre di controllo di quanto appena accaduto, riprese goffamente quota. Subito dopo, una detonazione accecante all’altezza della cabina impennò la fusoliera sino a portarla ortogonale al terreno per poi farla discendere verso terra come una pietra.
Allora è un attentato terroristico‘, pensò lui con angoscia, ‘un nuovo 11 settembre!’ e afferrò la ringhiera come se si volesse buttare giù per dare un primo soccorso. ‘Dio mio, non ci possono essere dubbi’ si ripeté ad alta voce prendendo ad andare e venire sulla terrazza come per decidere sul da farsi.
Fu quello il momento in cui sentì distintamente, provenire dalla cameretta, la voce del figlio. Si precipitò da lui. Se si fosse svegliato e avesse visto quella scena dalla finestra sarebbe potuto rimanere scioccato, povero piccolo.
«Giovannino, cosa succede, stai bene?» gli chiese entrando in camera.
«Guarda papà, non me sbaglio uno…» disse invece lui, felice, puntando la cerbottana in direzione di un altro bimotore; ‘Baaaang’ fece in uno scoppio di gioia. Un attimo dopo, l’aereo in lontananza esplose come un fuoco d’artificio all’altezza della scritta ‘Emirates’ dividendosi in numerosi monconi che caddero alla rinfusa all’indietro.
«Cosa fai?» gli fece il padre strappandogli di mano la cerbottana e riducendola a pezzettoni. Il bambino impallidì, incredulo per quel gesto repentino; e scoppiò a piangere disperato.
Ma il padre non lo stava neppure più ascoltando. Guardava sgomento dalla finestra verso l’aeroporto. Il fumo degli aerei caduti stava oscurando il sole appena sorto sulla linea dell’orizzonte e una fredda coltre di vapore sopravanzava rapida verso il grattacielo come l’ala di un enorme pipistrello.

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papàPapà è uscito da un po’ di tempo. No, non ho paura. Ho undici anni, io. Sono un ometto. Me lo dice sempre il mio papà. Mi ha passato le mani tra i capelli, me li ha spettinati da una parte, e mi ha detto con quel suo modo buffissimissimo: torno presto, ometto, vado via con questi signori, ma torno subito. Non avere paura.
Di solito papà non mi lascia mai solo. E poi non mi dice mai: non avere paura. Perché dovrei averne? Tanto lui torna subito. E poi sono un ometto.
Se accendo la televisione però magari lui torna subito perché non vuole che io accenda la tv nel pomeriggio. La guardo la sera, con lui, prima di andare a dormire. Mi dice che la tv fa venire strani pensieri. Chissà cosa sono gli ‘strani pensieri’? Boh! Lo strano è invece che sta diventando buio e papà non torna. Ma lui sta per tornare, ne sono sicuro. Papà fa sempre quello che dice. Mica quegli smidollati senzalavoro dei giovinastri d’oggi. Così dice sempre il mio papà. Chissà cosa sono i ‘giovinastri‘? Dei giovani andati a male? È che mio papà a volte parla complicato. Lui ha fatto un mucchio di studi. La scuola, ai suoi tempi, era una roba seria, mica quella cosa lì che non si capisce ‘cosa faccio io quando vado a scaldare il banco‘. Loro imparavano un sacco di poesie a memoria e al liceo sapevano parlare di filosofia e letteratura proprio come io parlo con i soldatini. Chissà se la filosofia ha aiutato il mio papà quando è andato a militare. Sì, sicuramente. Lui non fa mai le cose tanto per fare. E anche sapere le poesie a memoria gli sarà stato utile quando ha passato tanto tempo in ospedale che gli hanno sparato alla gamba. È sempre utile sapere poesie, non sai mai quanto ti sparano.
Oh, il telefono squilla. Vorrei rispondere ma il mio papà dice che non lo devo fare, che tanto non è per me. Sono piccolo io. E poi non è il mio papà che telefona perché lui torna presto. Me l’ha detto proprio lui prima di uscire. Non ha bisogno di ripeterlo per telefono.
Ora è passato ancora più tempo ed è tanto buio là fuori. Forse dovrei accedere la luce. Papà dice che la luce costa e che non bisogna accenderla se non serve. L’insegna del bar illumina il salone. In casa non è proprio buio buio. E se non è proprio buio buio i mostri non escono da sotto il letto. È la regola. Lo sanno tutti. E poi non ho mica paura, io.
Ecco, il telefono non squilla più. Adesso però ho fame. A quest’ora di solito mangio con il mio papà. Lui mi fa la pasta corta con il burro e tanto formaggio sopra o una fettina di carne sulla graticola. Raramente tutte e due. Il mio papà dice però che dovrei mangiare la verdura. La verdura e la frutta. Ma le piante non le mangio. A meno che non siano piante che fanno le patatine fritte. O la cioccolata. Se ci fosse la verdura in casa però ora la mangerei tutta, perché ho davvero fame. E poi se mi tappo il naso non sento neppure il sapore.
Ohi, bussano alla porta. Papà però non vuole che vada ad aprire. Ci sono un mucchio di ‘farabrutti’ in giro. Chissà cosa sono i farabrutti. Non l’ho mai capito. Forse sono quelli che si mettono le dita nel naso e fanno le smorfie. Perché non ci si mette le dita nel naso, né si fanno le boccacce. Lo sanno tutti. Fa brutto.
Ora picchiano forte alla porta e gridano il mio nome. Come fanno a sapere come mi chiamo? Forse l’ha spifferato la Silviotta, la figlia del panettiere. Ha solo otto anni, quella là, ma è già una gran smorfiosa. Non le presterò più la bicicletta, così impara. Non si va in giro a spifferare il nome degli altri. Anche questo fa brutto.
Bene, adesso non battono più. Ho avuto un po’ di paura. Ma solo un po’, eh? Quando torna papà però non glielo dico che ho avuto paura. Gli ometti non hanno paura.
Spero che il mio papà non mi ha lasciato. Forse l’ultima volta che ho fatto picchiare la biglia di vetro sul pavimento lui si è arrabbiato così tanto che ha deciso di andare via. Dice che i vicini di sotto si lamentano perché faccio rumore. Se torna il mio papà, giuro però che non gioco più con quella biglia. Tanto ne ho un’altra nel cassetto, che è di gomma.
Adesso non ho più tanta fame, ho solo sonno.
Mi metto qui sul divano e dormo un po’. Perché il mio papà torna di sicuro. E poi ho fatto il fioretto della biglia. E quando si fa il fioretto della biglia i papà tornano sempre. Me l’ha detto Gasparre che ha già i baffi anche se lui li esagera con la matita. Ma è uno tosto. Tostissimissimo.
Sì. Dormo un po’. Solo un po’.

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Mondotreno a RablàIl figlio aveva insistito tanto. In alta montagna, in un paesino della valle, alcuni appassionati avevano allestito, con il patrocinio degli enti locali, un padiglione con plastici di paesaggi montani e trenini perfettamente funzionanti. Rocco si sentiva in colpa per aver trascinato quel ragazzino lontano dagli amici del mare e, soprattutto, erano ventiquattr’ore che non smetteva di piovere. Sì, disse sorridendo al figlio: ‘dopo tutto non può essere una cattiva idea’.
La sala della esposizione, gremita di gente, era enorme con un unico immenso plastico di centinaia di metri quadrati che correva lungo tutto il perimetro. La ricostruzione era stata maniacale non solo per la riproduzione reale e in scala delle montagne, dei fiumi, delle centrali elettriche, delle case e delle stazioni ferroviarie, ma anche per i piccoli particolari curati, come i vestiti delle persone in attesa di prendere il treno, i cerchi degli pneumatici delle vetture in strada e persino per un cane colto nell’attimo di fare la pipì su un lampione. Ed erano riusciti inoltre a riprodurre addirittura le doghe delle panchine, le foglie degli alberi e finanche gli scoiattoli sui rami. E in questo mondo di perfezione viaggiavano e si intersecavano locomotive e vagoni di ogni tipo e foggia in un andirivieni continuo e complesso: le motrici si fermavano alla loro stazione, ripartivano, facevano manovra agganciando e sganciando vagoni; davano insomma l’idea, nell’insieme, di muoversi all’interno di un preciso ordine programmato, scandito da semafori rossi e verdi. Avevano fatto un lavoro magnifico, non c’era niente da dire, anche per il sofisticato software di gestione. Altro che spettacolo per bambini!
«C’è scritto dappertutto che non puoi toccare» ammonì il figlio che si stava sporgendo dalla ringhiera di protezione verso una littorina colorata che, in quel momento, sferragliava allungando il pantografo verso la sovrastante linea elettrica. Mariolino ritrasse subito la mano continuando però a seguire con lo sguardo ammirato l’intero convoglio. E subito, da dietro una collina, sbucò una locomotiva a vapore con cinque carrozze al seguito. L’interno, una riproduzione fedele dello stile dei vagoni dell’epoca, era illuminato tanto da potersi ben distinguere le persone sedute nei vari scompartimenti: una signora con la borsa della spesa in grembo, un uomo vestito con un tabarro scuro che fumava un sigaro, un bambino che guardava annoiato fuori dal finestrino.
«Guarda papà, quello è il paesino dove noi abbiamo l’albergo!» gridò Mariolino spostandosi improvvisamente qualche metro più in là e urtando diversi visitatori. Rocco non si mosse. Era come ipnotizzato da quel convoglio che sbuffava arrancando sulla salita. Gli ricordava tanto un trenino della Rivarossi che aveva invidiato al suo vicino di casa. Persino il vapore della motrice aveva la consistenza giusta. Per un attimo, come per farsi notare meglio, il convoglio si fermò proprio davanti a lui.
Chissà di cosa sono fatti… se di legno o di ferro…’ si chiese incuriosito e piegandosi per vedere meglio. E la sua mano fu più veloce della domanda.
«Dov’è tuo padre?» chiese la donna rivolgendosi a Mariolino.
«Non lo so mamma, forse si è stufato ed è andato in macchina…»
«Sempre il solito» fece lei sbuffando.
Rocco vide, seduto di fronte a lui nello scompartimento, la donna con la spesa in grembo e, vicino, l’uomo con il tabarro scuro che fumava il sigaro. La signora incrociò per un attimo il suo sguardo restituendogli un sorriso impacciato.
«In carrozza!» urlò il capotreno salendo sul convoglio. Rocco fece appena in tempo a osservare suo figlio che parlava distrattamente con la madre che il treno, con lui a bordo, partì.
«Hai toccato anche tu la locomotiva, vero?» gli chiese il bambino annoiato mentre continuava a guardare fuori dal finestrone.

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