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Posts Tagged ‘mare’

Passava sempre di lì a quell’ora della sera. Aveva imparato a sentire a un certo punto la brezza del mare che veniva su ad abbracciare la costa, subito dopo un grosso masso dal dorso massiccio e ben levigato. I ciottoli sotto le sue scarpe dalle suole fini, in quel punto, diventavano grossi e rotondi. Anche l’erba si faceva profumata. Ci doveva essere un qualche arbusto odoroso nella scarpata là sotto perché soprattutto quando era in fiore veniva una fragranza intensa che gli ricordava l’infanzia.
Avrebbe fatto solo ancora qualche passo per incontrare la porta in ferro che chiudeva un vecchio bunker per poi prendere per il sentiero di lato a strapiombo sugli scogli. Era lì, dopo un centinaio di metri, che aveva trovato una torretta probabilmente dell’antiaerea dell’ultima guerra dove, al riparo dall’umidità e dal freddo, avrebbe potuto trascorrere la notte. Allungò la mano ma si accorse che la porta in ferro era in realtà aperta.
Strano’, pensò ‘è la prima volta che succedeSe potessi fermarmi dentro al bunker almeno il vento non lo sentirei per tutta la notte’ si disse.
«C’è nessuno?» urlò con il suo forte accento slavo sporgendosi all’ingresso. Da come aveva riecheggiato la sua voce non era più sicuro che si trattasse davvero di un locale in cemento. Pareva più un tunnel. «Ehi, c’è nessuno qua sotto? Sono armato… polizia…» gridò ancora.
Di solito quelle parole spaventavano i più sprovveduti e nessuno comunque era mai venuto a contestargli, a lui che era un barbone vecchio e cieco, se fosse o non fosse armato o appartenesse o meno alla polizia. Non sentì alcuna risposta se non l’eco lontano delle sue parole.
Sì, sì’ considerò: ‘è una galleria e anche molto lunga’.
Si introdusse strisciando il muro di destra. Era fatto di mattoni lisci e consunti. Le pareti erano asciutte e non vi erano cattivi odori né muffa; a una decina di metri dall’imboccatura già non si sentiva più né il mare né il vento, solo il suo respiro e il battito del cuore. Non faceva neppure freddo.
Si sedette. Era terra riportata, compatta. Vi appoggiò lo zaino logoro e ne cavò lentamente la coperta di lana. Si stese e si coprì. Erano anni che non si sentiva in quel modo: al sicuro, protetto.
Come nella pancia di un drago’ commentò ad alta voce, cercando di dare alla terra la forma del suo corpo.
Però nella pancia del drago non ci si può sentire protetti…’ obbiettò subito dopo, sorridendo nel buio.
Certo che sì’ si disse ancora alla fine, convinto: ‘se il drago fosse mio’. E si addormentò.
Dopo qualche ora avvertì un rumore in lontananza che non aveva mai sentito e che lo destò. Si drizzò sul busto e diresse le orecchie verso il suono.
Non è una macchina e neppure un treno…’ Scosse la testa preoccupato e si alzò.
La volta era alta come lui, ma era troppo stretta per un veicolo, a meno che non fosse un carrello. Ma i binari non c’erano. Non capiva. Quel rumore non sembrava legato all’attività dell’uomo e poi, anziché diminuire, stava crescendo. Era come ipnotizzato. Rimase fermo, ad ascoltare, trattenendo il respiro.
Ma cosa può essere?’ si chiese di nuovo.
Fu quello il momento in cui si sentì afferrare con forza per il bavero. Qualunque cosa l’avesse preso aveva un’energia risoluta e invincibile. Si fece trascinare sul dorso senza reagire come fosse un animale appena abbattuto. Pregava solo che finisse presto perché gli doleva tanto la schiena. All’uscita dalla galleria fu buttato malamente da una parte come un sacco vuoto.
«Cosa credevi di fare brutto idiota?» gli urlò contro un uomo. Dalla voce potente e grave doveva essere un tizio grosso e ben piantato. «Ma tu lo sai cos’è uno scolmatore? Uno SCOLMATORE?!?» aggiunse con lo stesso tono.
Il barbone, che si sentiva ancora indolenzito, diresse il volto verso la fonte di quella voce per sentirne meglio le vibrazioni sulla faccia. E fece no con la testa.
In quello stesso istante un muro d’acqua uscì prepotente dalla galleria; era scura, vorticosa, screziata di schiuma. Si convogliò sicura e prepotente nel canale di spurgo davanti a sé divorando sassi, piante e rumori. Il frastuono era sordo e incontenibile e il suo ruggito di belva rabbiosa fece tacere la risacca del mare.
Il vecchio lentamente si rialzò. Non aveva nulla di rotto anche se gli faceva male una gamba. L’uomo che lo aveva salvato doveva essere andato via perché non gli gridava più. Capì che, per fortuna, si trovava sul sentiero che lo avrebbe condotto alla sua torretta antiaerea. Riprese a percorrerlo a testa china: pensava che aveva appena perduto la sua preziosa coperta e il suo zaino con dentro quel poco che gli era rimasto. E quella notte non avrebbe dormito più per il freddo.

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«Cos’hai? Hai un’aria strana…»
La ragazza sembrava turbata e si mordeva il labbro inferiore.
«Niente, niente» disse abbassando il ricevitore del telefono. Charlotte guardò prima la propria scrivania ingombra di carte e poi Bruno che le stava davanti e la guardava ancora in modo interrogativo.
«Ti conosco bene, Tesoro, c’è qualcosa che non va. Dillo allo zio.»
La ragazza fissò allora un punto lontano dell’open space e poi gli disse:
«E che continuo a ricevere telefonate mute… e temo proprio che sia di nuovo il mio ex che non si rassegna…»
Bruno si mise a ridere.
«Ho detto qualcosa di divertente?» chiese seccata Charlotte.
«In un certo senso, sì. Sta capitando da qualche tempo anche a me. A me che in un primo tempo mi ero illuso di avere un ammiratore segreto!»
«Ma davvero è capitato anche a te?» fece la ragazza riprendendo il suo buon umore.
«Non solo, ma anche a diversi altri dipendenti qui della Brain Solutions… tanto che è stata aperta una pratica interna di salvaguardia… per le molestie, intendo, e anche per ragioni di sicurezza…»

«Hanno capito chi faceva quelle telefonate mute» esordì Bruno non appena si avvicinò alla scrivania di Charlotte.
La ragazza fece un sorriso raggiante.
«E allora?» incalzò lei visto che l’uomo non si decideva a parlare.
«Dunque… hanno scoperto… che le telefonate venivano dal laboratorio.» «Laboratorio? Quale laboratorio?»
«Il nostro!»
«E chi c’è nel nostro laboratorio che fa scherzi così stupidi?»
«È qui il problema. Nessuno.»
«Come nessuno?»
«Per carenza di fondi il laboratorio è stato chiuso dall’Azienda da più di tre mesi; la Direzione ha ritenuto meno dispendioso appaltare a terzi il servizio di ricerca; a seguito della denuncia per le telefonate mute hanno tracciato le chiamate e hanno scoperto però che provenivano senza dubbio tutte da lì…»
«L’hai già detto e come si spiega, allora?»
Bruno avrebbe voluto a quel punto accendersi una sigaretta e si tastò la tasca della giacca anche solo per sentire la rassicurante presenza del pacchetto. Sospirò e poi proseguì:
«Uno degli ultimi esperimenti è stata la coltivazione in vitro di cellule cerebrali. Solo che lasciate lì si sono incredibilmente sviluppate anziché morire e alcune sinapsi sono venute a contatto con l’apparecchio telefonico vicino. Erano telefonate di aiuto quelle che ricevevamo Charlotte, almeno cosi credono…»
«Ma è terribile… cellule pensanti, umane!»
«Sì esatto.»
«Bisogna fare qualcosa per preservarle è come se, in fondo, fossero un individuo.»
Bruno scosse la testa.
«Quando l’ex responsabile del laboratorio è stato informato delle telefonate è venuto indispettito in laboratorio e ha buttato via tutto… La notizia buona, comunque, è che non saremo più disturbati.»

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Era una delle peggiori tempeste che si fossero mai abbattute in quel tratto di mare. Il capitano Kamamura, anziché tornare al porto più vicino, stava proseguendo imperterrito lungo la sua rotta. Non sarebbe mai tornato se non con la stiva piena del quantitativo di pescato pattuito.
Da tempo vi era grande rivalità con Sukato, l’altro comandante di punta della flotta Mutziko, e Sukato aveva fatto sapere a tutti che era seduto già da qualche ora al bar del porto di Shiogama a sfondarsi di sakè visto che aveva appena consegnato una partita eccezionale di merluzzi e tonni.
Kamamura si era chiuso in un mutismo impenetrabile, spezzato unicamente da comandi secchi e precisi. Il suo secondo, Ishikawa, che ben lo conosceva, aveva capito che si preparavano per tutti giorni difficili.
Alle 14.06 dell’ottavo giorno di navigazione il vento rafforzò da est. Una gabbia per granchi reali si frantumò contro la scialuppa numero due lanciando ovunque schegge di bambù e fasciame di barca.
«Perché non l’avete assicurata con una doppia volta di cima…?» gridò rabbioso contro il vento Kamamura. Nessuno l’aveva visto arrivare sul ponte e ora, sotto gli scrosci potenti del maestrale, sembrava un fantasma sorto dal profondo dell’oceano. Formulando quella domanda si era fatto così vicino al suo secondo che sembrava volesse prenderlo a schiaffi. Si limitò però a sputargli addosso tutto il suo disprezzo facendolo vergognare di essere al mondo.
Poi l’imprevedibile.
La gloriosa e rispettata bandiera della flotta Mutziko, dimenticata anch’essa sul pennone, con lo schiocco di una frustata, udibile finanche nel fragore della tempesta, si era liberata del suo sostegno finendo in mare. Il capitano avrebbe potuto sopportare anche l’umiliazione di tornare con la stiva mezza vuota, ma mai di fare rientro senza bandiera. Sarebbe stato per lui un disonore intollerabile e tutti si sarebbero sicuramente presi gioco di lui. Rimase così, immobile, per un tempo sospeso, a fissare quella striscia di stoffa volare nel cielo come un’uria ferita e infilarsi dentro un’onda di diversi metri che subito la avvolse spingendola nel profondo. Poi, come lanciato da una balestra, Kamamura si mise a correre all’impazzata verso la poppa del peschereccio lanciandosi in mare in modo scomposto e senza nemmeno tuffarsi. L’equipaggio a quella scena rimase impietrito. Ishikawa salì subito in cabina per fermare il motore. Occorreva mettere immediatamente in mare una scialuppa, quella rimasta integra, per cercare di salvare il capitano o quantomeno per riportare a bordo il suo corpo.
In pochi secondi, i tre marinai più coraggiosi già si stavano calando tra le onde immense rischiando ad ogni istante di venire spinti contro la fiancata del peschereccio; si portarono a colpi di remi là dove avevano visto sparire l’ultima volta il capitano. Tutto intorno c’erano muri d’acqua, improvvisi crateri e subito dopo montagne inaccessibili. I tre fermarono la scialuppa legandosi agli scalmi per rimanere dentro la barca e guardarsi attorno.
«Ecco lì, eccolo lì» gridò Fukuda all’improvviso mettendosi pericolosamente in piedi. Ora che tutti e tre lo vedevano si diressero in quella direzione a forti colpi di remi. Il capitano agitava trionfante sopra la sua testa la bandiera. Ai marinai parve addirittura che lui stesse sorridendo. E sembrava impossibile perché nessuno, neppure Ishikawa, lo aveva mai visto mutare in qualche modo il suo viso di pietra. Mancavano ormai poche bracciate per raggiungerlo, quando un’ombra scura di proporzioni indefinibili guizzò rapidissima dal fianco di un’onda gigantesca. Tutto si consumò nello spazio di un lampo che squarciò in quel momento il cielo. La massa scura e irreale si abbatté sul capitano prendendo il suo posto nell’acqua nera, lasciando subito dopo solo un gorgo largo e vuoto.
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Il primo venerdì del mese era diventato l’occasione per una serata davvero gradevole. Gli amici si riunivano per fare due chiacchiere davanti al caminetto di pietra e per una partita a burraco. Le ore trascorrevano veloci tra le battute divertenti di Adriano, i suoi battibecchi con Cateno, la simpatica ospitalità di Ada e Luigino e l’ambiente caloroso di quella villa che abbracciava con slancio gli scogli aguzzi e lucidi della costa protendendosi verso il blu del mare e del cielo come un veliero pronto a salpare.
Poi, Cateno, una sera che aveva saputo che Adriano non sarebbe venuto, portò a far conoscere al gruppo Gilda, una sua amica mezza gitana che si diceva essere bravissima con i tarocchi.
La figlia di Ada e Luigino, Marilena, non ci pensò un attimo a farsi fare le carte. I suoi genitori, per una naturale ritrosia verso questo genere di argomenti, dapprima si opposero ma poi si arresero all’entusiasmo contagioso della ragazza che non vedeva l’ora di scoprire il proprio futuro. Gilda allora si concentrò assumendo un’aria professionale e, complice una candela che ad un certo punto spuntò accesa sulla tavola, si venne a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
La gitana predisse a Marilena una vita ricolma di soddisfazioni anche se a venticinque anni avrebbe incontrato il grande amore che l’avrebbe fatta soffrire intensamente cambiandole la vita. La ragazza registrò ogni parola con attenzione come se Gilda le avesse dettato delle preziose istruzioni da seguire. E quando i presenti pensavano che avrebbe rivolto altre domande alla cartomante, per saperne di più, invece se ne uscì con:
«Bene, adesso le faccia a mio padre che è sempre così brontolone…»
E mentre Luigino, colto di sorpresa, stava per fare le sue rimostranze, la gitana aveva già mescolato le carte e aveva preso a raccontare cosa sarebbe successo all’uomo nel tempo a venire: un importante avanzamento in carriera (proprio quello da tempo desiderato), un aumento di stipendio, la guarigione da quel problema che lo affliggeva da mesi (che lui ben conosceva) e poi…
«E poi?» chiese Luigino che si era fatto prendere dal fascino della divinazione.
«No, non posso» rispose Gilda fattasi improvvisamente seria e preoccupata e preparandosi per andarsene. I presenti, che si stavano divertendo, fecero a gara per farla desistere. Ada le diede anche da bere il suo famoso passito e tutti cercarono di rincuorarla.
«Deve dirmi assolutamente cosa ha visto nelle carte… la prego…» pretese Luigino prendendola per un braccio.
«Va bene… va bene…» fece Gilda svuotando di colpo il bicchiere, «ma non mi tocchi, per favore.»
«Già, mi scusi…» fece il padrone di casa sedendosi.
Gilda si coprì la faccia con entrambe le mani, come volesse sparire, restando in quella posizione per quasi un minuto. Poi trasse un lungo respiro.
«Ebbene… suo padre… suo padre è appena venuto a mancare…»
«Mio… mio padre?»
«Sì, dieci minuti fa… un infarto fulminante.»
«Ma non è possibile!» disse Luigi con la voce incrinata; poi, mal reggendosi sulle gambe, raggiunse il suo studio per telefonare.
Nella sala, intanto, si era fatto un silenzio imbarazzante. Ada era rimasta in piedi non sapendo che fare. Era diventata pallida e si torceva le mani fino a farle diventare bianche. Trascorsero attimi penosi. Poi Luigino rientrò.
«Mio padre è vivo, è vivo… e sta benissimo… è tutto a posto, grazie al cielo» e accennò a una risata che risuonò tirata e nervosa. I presenti ne furono sollevati, riprendendo il buon umore perduto, desiderando dimenticare il più in fretta possibile quanto avevano appena vissuto.
Squillò il telefonino di Cateno. Pronunciò alcune parole incomprensibili all’apparecchio e riattaccò.
«Era Adriano. Mi ha detto che gli è appena morto il padre. Un quarto d’ora fa. Un infarto fulminante.»
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FaroEra la prima volta che sceglieva quel tratto di costa per trascorrere l’estate. Il cottage era a due passi dal mare, tanto da poter sentire il rumore della risacca fin dentro casa. Silenzio, tranquillità e solitudine: l’ideale per finire di scrivere il libro.
Appena posata la valigia decise di iniziare la giornata con una passeggiata: voleva esplorare l’ambiente circostante. Scelse il sentiero verso est che segnava la costa aggettante sulla spiaggia con una panorama gonfio di sole e di pulcinelle di mare che galleggiavano per ore nell’aria in equilibrio sul vento teso. Il profumo era saturo di salmastro e la luce rimbalzava maestosa e infinita in un luccichio di onde e di polvere d’acqua. Quando tornò nel cottage si sentì pieno di energie con un mucchio di buone idee che gli ronzavano nella testa.
La mattina dopo fece altrettanto. Questa volta però andò dalla parte opposta, verso ovest. Anche da quella parte il sentiero serpeggiava lungo il costone, ma dopo una mezz’ora di cammino, degradava improvvisamente verso la spiaggia. Mentre scendeva, cespugli ordinati di sassifraga e ginestre sembravano volerlo toccare e, ogni tanto, si vedeva qualche tamerice protendere i suoi rami verso il mare in un gesto di disperato richiamo.
Giunto alla spiaggia il mare non c’era. Svettava sulla sinistra solo un faro spento a sorvegliare una piana umida con sparse pozze salmastre piene di piccoli granchi e molluschi.
Sulla via del ritorno chiese a un vecchio seduto all’ombra della sua veranda perché, là dove c’era il faro, non si vedeva il mare. L’uomo, senza togliersi la pipa di bocca, gli rispose, in quella lingua melodiosa e strana che capì poco, che era tutta colpa di una diga foranea costruita mezzo secolo prima e che, comunque, era meglio che al faro non ci andasse. E ovviamente al faro ci tornò il giorno dopo.
La porta massiccia era mezza aperta, ma quando cominciò a salire si accorse che la scala a chiocciola era ostruita. C’era un po’ di tutto: un materasso con la relativa rete, le macerie di una casa, assi di legno. Era chiaro che non volevano che si salisse lassù.
Tornò al cottage irrequieto e, complici tre giorni di brutto tempo, uno di seguito all’altro, non uscì di casa. Ma appena il sole tornò ad abbracciare incontrastato la bianca costiera si armò di una pala trovata nel deposito degli attrezzi e si diresse al faro. Cominciò con il gettare sul terreno tutto il materiale che bloccava il passaggio impiegandoci quasi due ore; e quando pensava di aver avuto la meglio trovò le scale ingombre di una immensa macina per il grano. Era incastrata nella curva tra i gradini assaggiati dal tempo. Non sarebbe mai stato in grado di spostarla da solo.
Stava per rinunciare quando si accorse che nel muro interno, accanto a lui, c’era una porticina. L’aprì, anche se a fatica. Nonostante fosse molto buio vide penzolare dall’alto delle robuste cime da imbarcazione. Senza neppure pensarci, si strinse nel pertugio e, con la sola forza delle braccia, si tirò su fino a quando non fu in grado di entrare nella stanza della lanterna. Si guardò attorno: polvere e vetri rotti dappertutto, la trasmittente smontata da un lato, alcuni indumenti ridotti a stracci. Ma si vedeva poco. Sì, era ancora scuro nonostante le grandi vetrate a raggiera permettessero di vedere fuori. Poi si accorse che era buio non perché mancava la luce ma perché era notte, con uno spicchio insignificante di luna in una zona trascurata del cielo, anche se, ne era sicuro, avrebbe dovuto essere non più tardi delle undici del mattino.
Intanto, con un cigolio potente, la lanterna prese a muoversi e a girare in tondo proiettando il suo fascio di luce ipnotico sopra il mare. Già, perché il mare era davvero lì. Lo scorse d’un tratto, minaccioso, imponente: era sotto il faro a dar spallate poderose alle pareti. Le onde erano muri d’acqua che un momento prima raggiungevano il cielo a strappar via le stelle e subito dopo creavano baratri infernali di cui non si scorgeva il fondo. Uscì sul terrazzino con gli spruzzi d’acqua che gli sferzavano il viso. La scena era irreale, magica, ancestrale.
E poi sentì un grido.
Frugò meglio con lo sguardo nei gorghi neri, almeno per quello che il fascio di luce del faro ad ogni passaggio gli permetteva di fare. Era una persona, forse una donna, che lottava tra le onde. Si vedeva il biancore delle sue braccia che ogni tanto uscivano dalla superficie dell’acqua e si agitavano nell’aria come i tentacoli di un mostro marino. Ogni volta che la vedeva soverchiata dalla potenza della burrasca si convinceva che sarebbe stata l’ultima. E invece quella testa bionda riemergeva caparbia, come una boa inaffondabile, a gridare il suo nome. Sì, proprio il suo nome.
Si accorse di stare trattenendo il respiro.
Poi, prima ancora di poter concepire un qualche pensiero sensato, afferrò un salvagente di gomma dura e si buttò in mare.
Si buttò nell’acqua gelida e profonda.
Dimentico di ogni altra cosa.
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Australia«Ma tu mi vuoi bene?»
La donna era seduta sul divano. Sembrava che la domanda l’avesse fatta all’iPad che stava stringendo tra le mani e da cui non aveva distolto lo sguardo. Ma poi alzò gli occhi verso di lui che seguiva a sua volta la televisione. L’uomo tardò a darle retta per aver sentito mille altre volte quella stessa domanda, ma poi le rivolse un sorriso molto dolce come se fosse quella la sua risposta.
«Anche se sto diventando vecchia, brutta e grassa?» insistette.
«Non ci sono donne vecchie, brutte o grasse in questa stanza; però è buio qui dentro e si vede poco…» fece lui voltandosi di nuovo verso la tv e mettendosi a sogghignare.
«Dico sul serio» fece lei, cambiando ora il tono e posando l’iPad.
«Beh, la promessa è sempre valida… no?»
«Quale promessa?»
«LA PROMESSA.»
«Cioè?»
«Che staremo insieme fino al ‘saltino’ finale…»
«Davvero?» disse lei commossa.
«Certo, dopo quarant’anni di matrimonio dove vuoi che vada… e poi non avrei più chi mi fa da mangiare e mi stira le camicie… tanto vale…»
«Che sciocco che sei…» fece lei riprendendo il lavoro e accennando a un sorriso che voleva trattenere.
La televisione trasmetteva la storia di una coppia che in Australia aveva deciso di costruire, in mezzo al bush più inospitale, una casa moderna ma con pareti di paglia isolate con sterco di mucca. Lui stava scuotendo la testa.
«Ma non è poi che, con la scusa che siamo morti, tu sparisci e non ti fai più vedere, vero?» chiese lei dopo un po’.
«Non saprei…» disse lui mettendo su una faccia pensosa. «Il cielo è grande. E poi non sono sicuro che ti seguirò in Paradiso…»
«Non ti preoccupare: al momento giusto gli parlo io al Principale e lo convinco…»
«Non avevo dubbi a questo proposito.»
Nella stanza si era fatto silenzio. La televisione passava splendidi panorami della costa australiana. Il colore intenso di quel mare era entrato nella sala.
«Arancione!» fece lei all’improvviso.
«A me sembra un bel blu» disse lui distratto.
«Ma no, non sto parlando del mare! È che potremmo metterci al momento opportuno, tutti e due, ben calcato in testa, un berretto di lana color arancione, così riusciremmo a ritrovarci anche tra le nuvole… e ci riparerà pure dagli spifferi.»
«Pensi proprio a tutto, tu.»
Lei annuì soddisfatta.
Poi lui si girò a guardarla: la sua compagna di vita con il volto illuminato dal tablet come fosse un riflettore.
«Ti amo, Tesoro» le disse.
Lei posò l’iPad sulla gonna sorridendogli teneramente.
«Lo so.»
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binarioScese dalla macchina che ancora il collega non l’aveva fermata.
«Venga via di lì, presto, ma che fa è matto?» urlò il poliziotto alzandosi sulla punta dei piedi come se questo gli potesse permettere di farsi udire meglio. Il vecchio, le spalle alla galleria Fornaci, aveva posizionato la sedia all’interno del binario della ferrovia, ma non sembrava aver sentito.
«Ma guarda te, questo qui!» fece Persico inerpicandosi tra le ortiche per salire sino alla massicciata. Il collega lo guardava incerto se seguirlo oppure no. Si rese subito conto che l’essere sovrappeso in questi casi non l’avrebbe aiutato. Decise di aspettare sperando che la situazione si sbloccasse da sola e che il capo non avesse bisogno di lui.
«Allora, si vuole allontanare di lì?» gli gridò ancora Persico che intanto aveva raggiunto il muretto di contenimento. Il vento teso che proveniva dal mare gli portava via le parole. Il vecchio, seduto sulla sedia, era impassibile, assorto, la mano sotto il mento e lo sguardo rivolto a un punto lontano tra la collina e la distesa blu della baia. Quando l’agente scelto fu a pochi metri da lui, si voltò spaventato e poi sorrise.
«Venga subito via di lì» lo incalzò imperioso il poliziotto «è pericoloso stare sui binari, ma cosa crede di fare?»
«La linea è stata dismessa da dieci anni, si rilassi, qui è più sicuro che a casa sua…»
Persico non gradì quel tono sfottente e gli chiese i documenti. Nel frattempo il collega, graffiato sulle mani e sul viso per essersi imbattuto in un rovo particolarmente ostico, era arrivato anche lui alla massicciata, inzuppato di sudore. Si sentiva mancare. Persico gli passò la carta d’identità del vecchio.
«Uhmm…» fece Atzeni consultando il documento consumato e diviso in due. «Uhmm… Gerardo Giugno…» e fece un’espressione come se il nome gli avesse ricordato chissà quali precedenti.
«Gérard Jugnot» fece il vecchio contrariato. «Sono di origine francese. Non sa leggere?»
«Senta Gerrrardo Giugnott, di origine francese, lei qui non ci può proprio stare, deve venire via con noi… e anche subito» gli comandò Persico a gambe divaricate per dare l’impressione di essere più grosso e allungando nel contempo il documento che il vecchio però non prese.
«Ma non ci penso proprio» fece quello di rimando e calando entrambe le mani in fondo alle tasche come se avesse paura che gliele potesse rubare. «Fino a quando non avrò avuto la mia ispirazione non mi muoverò di qui.»
«Fino a quando non avrà avuto cosa?» fece Atzeni chiudendo un occhio per il riverbero.
«L’ispirazione, santiddio, mai sentito parlare di ispirazione? Sono un pittore. Sto aspettando l’idea, il colore, la luce giusta…»
I due agenti si guardarono senza capire.
«Una volta…» seguitò il vecchio sbottando «sono stato tre settimane su un albero in attesa dell’idea e un’altra volta, per lo stesso motivo, venti giorni in un’area di sosta dell’autostrada… Ogni tanto mi alzo al mattino, capisco dove mi verrà l’ispirazione e mi ci reco; poi aspetto… Sono un pittore affermato, io, cosa crede? E lavoro così. Che c’è di male in questo?»
«Nulla, signor Giugnott» fece Persico avvicinandosi lentamente. «Assolutamente nulla, se lei non si trovasse però nel bel mezzo di una linea ferroviaria e per giunta a ridosso di una galleria…»
«Mi chiamo Jugnot, testa di rapa, Jugnot, e questa è una linea abbandonata, come glielo devo dire? Non sono cose che dovreste sapere?»
«Senta, lei non può usare questo tono…» gli fece Atzeni indicandolo con il berretto e facendo un gesto come se avesse voluto respingere una pallina con la racchetta.
«Aspetti, aspetti un po’…» esclamò il vecchio all’improvviso mettendosi in piedi con una agilità sorprendente «ma sì… eccola, eccola…».
Gli agenti si guardarono prima tra loro, stupiti, e poi in direzione del punto che il vecchio stava fissando. «Ma è fantastico!» urlò il vecchio cominciando a ballare su stesso dalla felicità «è veramente fantastico!»
«Cosa è fantastico?» chiese Atzeni sforzandosi di capire e allungando il collo.
«Grazie, grazie!!!» fece il vecchio buttandosi giù a capofitto dalla massicciata. «Grazie, davvero grazie» ripeté sparendo alla loro vista.
«Cos’ha visto?» chiese Atzeni al collega.
«Che ne so? Vieni via, Gavino, non lo vedi che quello non c’è con la testa?» gli fece notare l’altro cominciando a scendere verso la macchina «dai, che se n’è andato…»
«No, aspetta un momento» disse salendo sulla sedia e facendosi schermo con una mano sulla fronte «forse ho capito… ecco ecco, laggiù…» fece indicando l’orizzonte.
In quel mentre, silenzioso come una poiana, un treno merci uscì dalla galleria.
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