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Fagiolino

Quando il Sindaco giunse sul posto non riusciva a credere ai suoi occhi. Durante i lavori per la costruzione della circonvallazione la benna di un escavatore aveva portato alla luce un cannone antico.
«È perfetto!» esclamò il Sindaco quasi ballando sul posto. «Appena in tempo per le celebrazioni della Resistenza…»
«Guardi, sig. Sindaco,… si tratta di un cannone del fine Settecento» lo avvisò il prof. Pisquani della Sovrintendenza con tono sommesso. «La Resistenza c’entra davvero poco…»
«Sottigliezze storiche, professore, sottigliezze; qualunque sia l’epoca cui appartiene questo coso… certamente qui si è consumato un atto eroico della nostra Resistenza, di quella prode Resistenza che solo l’Uomo, con la IU maiuscola, può ergere senza tempo avverso la tracotanza del Nemico che pur ci invase in numero soverchio per ogni dove; qui le nostre indomite truppe hanno eretto imperituro baluardo con il loro petto ricolmo d’orgoglio patrio e il loro coraggio ardimentoso al fuoco invasore…» Poi, accorgendosi che il tono gli era scattato automaticamente sulla modalità comizio, il Sindaco tacque.
«Sì, certo», continuò il professore, togliendosi il berretto di lana e massaggiandosi i pochi capelli che aveva sul cranio. «Tutto vero. Tuttavia sento il dovere di farLe notare che questo cannone non è delle nostre indomite truppe ma proprio dei nemici tracotanti: questo è un cannone napoleonico e in quella battaglia del 1796 abbiamo pure perso.»
Il Sindaco lo guardò intensamente come se si sforzasse di capire se il suo interlocutore avrebbe avuto l’ardire di rimettersi a respirare. Il primo cittadino di Lughi aveva anche assunto (spontaneamente) quell’espressione da “bello e dannato” che tanto seduceva Tina, la sua giovane segretaria promossa in pochi giorni da shampista a segretaria particolare (e le cui doti professionali straripavano dalla maglietta leggera che indossava nonostante i zero gradi) e che da qualche tempo compariva sempre al suo fianco ovunque egli andasse.
«Ma allora lei ce l’ha proprio con me!» sbottò a quel punto il Sindaco rivolto al professore.
Tina, che fino a pochi momenti prima si stava mordicchiando le labbra, tutta presa nell’osservare il piglio sexy e autoritario del suo “Fagiolino”, come lei amava chiamarlo nell’intimità e come tutti avevano preso a soprannominarlo al bar, si lasciò andare a una risata liberatoria con un numero imprecisato di denti bianchissimi. Pisquani abbassò mortificato la testa.
«Ma chi vuole che se ne accorga!» insistette il Sindaco uscendo agilmente dalla buca per riguadagnare il piano viario. «Lo voglio pulito e lustrato sulla piazza del paese fra tre settimane» ordinò il Sindaco ai “suoi” indicando il cannone e prendendo la via della Casa comunale; Tina, che aveva rinfoderato la matita eyeliner che usava per prendere appunti (non c’era posto per la penna tradizionale nella sua microborsetta) gli trotterellò dietro con il tacco dodici.

Venne il giorno della cerimonia. C’erano il Questore, il Prefetto, Autorità militari ed ecclesiastiche varie ed eventuali; c’era anche in bella vista Luigino, il nonno del Sindaco, vestito per l’occasione alla bell’e meglio da partigiano anche se, per tutto il periodo della seconda guerra mondiale, aveva tranquillamente lavorato in un bananeto in Sudamerica. Era su una sedia a rotelle, poverino, e, per convincerlo a venire, gli avevano detto che si trattava di una puntata di Linea Verde e che ci sarebbe stata anche Miss Italia. Il nonno, per farsi notare, aveva allora fatto eccezionalmente la doccia prendendo con sé anche una vistosa paperella gialla del nipotino.
Il Sindaco, per l’occasione, si lasciò andare a un discorso vulcanico e trascinante, pieno di citazioni e sentimenti patriottici sempreverdi, spaziando da Luther King a Kennedy, da Gandhi (che non ci sta mai male) a Beyoncé, giusto per catturare l’attenzione dei pochi giovani presenti. Gesticolava in modo misurato e sobrio come aveva provato a lungo davanti allo specchio; fino a quando, nel dare una pacca all’affusto bronzeo del cannone, si sbloccò una specie di uncino che, scattando in avanti, provocò una scintilla. Seguì uno sfrigolio. Pochi attimi dopo, nell’istante in cui il Sindaco si stava chiedendo se avessero controllato che il pezzo non fosse rimasto carico per tutto quel tempo, il cannone con un gran boato esplose un colpo che si infilò dritto dritto tra la banca e la farmacia, facendo incuneare una palla da 22 kg verso la Casa Comunale che sventrò all’altezza della sua stanza. Per il rinculo il cannone prese a muoversi all’indietro, dapprima lentamente, e poi sempre più in modo rapido, trascinando nella sua corsa vessilli e stendardi, trombe e chiarine, fino a quando il peso considerevole del manufatto trascinò giù il pezzo lungo la ripida discesa a ridisegnare il negozio di Pino, il barbiere, che demolì completamente.
Il silenzio si fece sovrano, tanto che si sentirono cinguettare i canarini della signora Palmira che ha l’affaccio sulla piazza. Il Sindaco, senza essere in grado di profferire parola, continuava senza battere ciglio a guardare il buco che la palla aveva appena creato nell’edificio pubblico e che, man mano che la polvere si posava, appariva sempre più enorme.
Quando il silenzio si fu trasformato in un insopportabile generale imbarazzo, Tina scoppiò in una risata inaspettata quanto isterica e, ad alta voce, a microfono ancora aperto, se ne uscì:
«Siamo proprio fortunati io e te, Fagiolino, eh? Pensa se a quest’ora fossimo stati sdraiati sulla scrivania del tuo ufficio come è successo ieri!»
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Pagine bianche

Si era servito della sua solita bancarella; Egidio riempiva ogni giovedì quasi tutto l’antico portico di piazza Vecchia Armeria, davanti all’unica banca del paese, ed era uno spettacolo vedere in un colpo d’occhio tanti libri così buttati alla rinfusa che sembravano dire: “prendi me, prendi me”.
Marcello riuscì a trovare quasi subito due libri interessanti da tempo introvabili nelle librerie (“Una pioggia tiepida” di Jakob Grossman e “Jeremiah” di Abraham Scottsdale) e se li portò a casa sottobraccio, fiero e soddisfatto, quasi fosse riuscito a trovare un tesoro.
Alla sera, prima di addormentarsi, prese i due libri che aveva appoggiato sul comodino, incerto su quale leggere per primo, accorgendosi però subito dopo che, rimasto attaccato a uno dei due, ce n’era un terzo, senza sovraccoperta e con una prima di copertina di cartoncino ingiallito, senza titolo. Lo sfogliò brevemente scoprendo che, tranne la prima e la seconda, tutte le altre pagine erano bianche. Incuriosito iniziò a leggere quelle poche righe. Il racconto (perché di racconto si doveva probabilmente trattare) era pulito, scorrevole, avvincente man mano che la storia si dipanava fino a interrompersi, a pagina due, come si è detto, come se fosse terminato l’inchiostro e non se fossero accorti. Alzò le spalle e lo posò preferendogli il libro di Grossman in cui ben presto si immerse.
La sera dopo gli ritornò tra le mani quello strano libro bianco. Scuotendo la testa, lo scorse velocemente avvedendosi però ora che vi erano stampate almeno altre dieci pagine. Che si fosse sbagliato la sera prima e non le avesse viste? Impossibile, pensò, anche perché adesso il primo racconto era completo e ve ne erano altri due. E poi c’era ancora quella stessa strana sensazione che avvertiva mentre li leggeva: era come svuotato, senza forze, confuso.
L’indomani volle controllare nel suo studio in una sua vecchia cartellina di plastica azzurra: gli frullava con insistenza in testa un’idea bizzarra che doveva assolutamente verificare; e dopo un po’ trovò la conferma del suo timore: nelle pagine del misterioso terzo libro erano contenute storie che altro non erano se non lo sviluppo di spunti e tracce sue. Chissà come, chissà perché e in che modo, quel libro assorbiva ciò che aveva ideato in passato e lo metteva in bella prosa, con ordine, stile e originalità. Ne fu all’improvviso quasi sollevato più che preoccupato. In fondo era tutta “roba sua” e avrebbe avuto una quantità notevole di materiale bell’e pronto da cui attingere per il suo lavoro. Perché non essere contento di questa novità?
Passarono i giorni e il libro continuò a completarsi pagina dopo pagina sino all’ultima. Era venuto un gran bel lavoro: 49 nuovi racconti, scritti bene, persino in modo impeccabile; e ora quella sensazione di vuoto che gli procurava la nausea era pure cessata; di bene in meglio: non restava che contattare l’editore. Riprese a leggere, contento, il libro di Grossman.
Poco prima di addormentarsi volle però riprendere il “suo” libro perché in fondo era venuto anche il momento di dargli un titolo. Ci pensò. Ma poi vide che le pagine erano completamente vuote, dalla prima all’ultima.
«Non è possibile!» gridò. «Che fine hanno fatto?».
Poi, tornando verso la prima di copertina, si accorse che erano appena apparse due nuove pagine stampate: era l’inizio di un nuovo racconto, anche questo nato da una sua vecchia idea.
E sentì di nuovo, fortissima, quella sensazione acuta di svuotamento e spossatezza.
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A faccia in giù

Dopo tanti anni era ritornata nella sua città. La trovò molto cambiata: diversi negozi erano nuovi, i turisti parevano dappertutto, forse c’era più colore, ma anche più confusione e sporcizia. Quando l’occhio però cadeva lungo le vie traverse, la vita di allora sembrava esservi rimasta intrappolata intatta: le botteghe degli ultimi artigiani, la quotidianità semplice che s’indovinava dalle finestre aperte, la luce che spioveva di sbieco sulle pietre antiche.
«Entriamo qui dentro…» gli disse d’un tratto tirandolo per il giubbotto. L’uomo quasi si spaventò per il modo repentino con cui glielo aveva detto.
«Dobbiamo entrare in una biblioteca? Adesso? A fare?»
«Chetati e vieni con me!»
La donna entrò decisa come se avesse sempre saputo dove andare. I passi liberarono un’eco irriverente tra le volte severe della biblioteca e un andirivieni assorto di giovani indaffarati la sfiorarono distrattamente. Dopo una decina di metri svoltò a sinistra per poi piazzarsi davanti a un ampio televisore acceso mentre su un pannello tutt’attorno grandi fotografie in bianco e nero documentavano la tragedia; scene crude dell’alluvione di cinquant’anni prima, scene violente di una realtà opaca, cupa, disperata. L’uomo finalmente la raggiunse anche se guardava più lei che il resto.
Sul televisore cominciarono così a passare spezzoni di brevi filmati amatoriali ma anche di telegiornali dell’epoca restituendo ciò che di ineluttabile quel giorno accadde. Si vedevano vetture sbattute qua e là dalla forza irosa dell’acqua come barchette di carta a demolire segnali stradali instabili come birilli; onde d’acqua sporca mista a gasolio rovesciarsi dalle spallette del fiume nelle vie della città a cercare una nuova strada che potesse contenerle; uomini e donne, dall’aria apparentemente composta, a spalar fango, a spostare libri, togliere detriti e quel che restava di un incubo che non voleva sciogliersi alle luci della sera.
«Ecco» fece lei con uno scatto verso il televisore e premendo il pulsante del fermo immagine. Il fotogramma mostrava il corpo di una persona che roteava a faccia in giù nella corrente melmosa come un manichino rotto. Lei prese il telefonino e lo fotografò. L’uomo, spalla a spalla, la guardò stupito per quel gesto inaspettato; ma la donna era immobile su quel fotogramma sospeso nel tempo.
«Lo conosci?» ebbe poi il coraggio di chiedere.
«Era mio nonno. Quel giorno dovevamo andare a trovarlo per trascorrere la giornata insieme; allora era festa nazionale, il 4 novembre; era sceso in cantina a prendere le bottiglie di vino per il pranzo quando l’acqua del fiume è entrata a tradimento dalla bocca di lupo e lui non è più riuscito a guadagnare le scale; quando l’acqua in pochi secondi ha saturato la cantina ha anche sfondato il muro come fosse d’ostia e lui ne è uscito trascinato via dalla forza del fiume. Lo hanno cercato per giorni. La furia del fiume se l’era portato giù a valle per chilometri senza trovare ostacoli, fino al mare.»
L’uomo si era fatto pallido ad ascoltarla: «Non… non lo sapevo, non me l’avevi mai raccontato… è terribile.»
«Pensa che viveva del lavoro nei campi, non usciva mai dal suo podere, anche se aveva sempre desiderato di vederlo, il mare. E il mare lo aveva accolto quella mattina come se aspettasse un figliol prodigo… solo che lui, il mare, non poteva più vederlo.»
Si fece un silenzio opprimente, soffocante, acido.
Poi lei si voltò verso di lui: «Ma dai… ci hai creduto!» fece lei aprendo il volto a un sorriso contagioso. «Non ho mai conosciuto mio nonno, non so nemmeno che faccia abbia! Va là che sei proprio un boccalone tu… ti bevi proprio tutto…» fece lei prendendo l’uscita.
«Figurati… l’avevo capito subito che stavi recitando…» rispose lui risentito mettendosi sulla sua scia «sei una brava attrice tu, te l’ho sempre detto.»
«Sì sì, come no?» fece lei facendo le scale di corsa. «E ora portami a mangiare che ho fame.»
Il rumore festoso della città li abbracciò entrambi come se fossero stati via per anni.
«Ah, mi sono dimenticata dentro il cellulare… aspettami qui, torno subito» fece lei tornando indietro.
Rifece di corsa tutto il percorso fino al televisore che mostrava ancora quel corpo immobile nell’acqua. Lei aprì la mano e la adagiò su quell’immagine.
«Ti penso sempre, nonnino caro. Vai, vai verso il tuo mare» sussurrò. E sbloccò il fermo immagine.
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L’ora legale

L’uomo magro magro, ma dagli occhi vispi da furetto alla ricerca di cibo, entrò nell’Ufficio del Primo Direttore. Aveva bussato così piano che non lo avevano sentito neppure i tarli della porta. Ma il Primo Direttore, dall’orecchio fino e dalle mani lunghe, dott. Ermenegildo Pinnacoli, lo aveva sentito benissimo e volutamente non lo aveva invitato a entrare. L’uomo aveva sfidato lo stesso la sorte ed era rimasto sulla porta dopo averla chiusa diligentemente dietro di sé. La sua carnagione, scura e terrea, creava con il legno massiccio sullo sfondo una curiosa forma di mimetismo.
«Cosa c’è, Quagliarullo?»
«Eccellentissimo Primo Direttore, mi spiace davvero tanto disturbarVi, tuttavia mi sembrava necessario notiziarVi…»
Pinnacoli, sentito che l’uomo si era impuntato, alzò il suo sguardo monumentale e paternalistico dall’enorme Sudoku che utilizzava al mattino per richiamare a raccolta i suoi svagati neuroni ovunque si fossero (da tempo) nascosti.
«Parla, perdio, parla Quagliarullo, non farmi perdere tempo!»
«Sì, scusatemi Primo Direttore, si tratta di Bonocore… è sparito.»
«Sarà nel locale tecnico delle ramazze e detersivi, di solito si nasconde là per fumarsi le sigarette… un giorno o l’altro prenderà fuoco e useremo lui come accendino.»
«No no, Dottore Illustrissimo, la situazione è molto più grave; vedete, il giorno in cui torna l’ora solare abbiamo un rito, noi del piano F: ci raduniamo nella Sala Conferenze e mettiamo indietro, tutti insieme, l’ora. È stata una pensata del nuovo capo Dipartimento, il dott. Santarnicola; dice che crea integrazione, coesione interna e stimola la produttività…»
«Mica male come idea…»
«Sì, come no? È che c’è anche un piccolo rinfresco e le sfogliatelle e i babà sono di Gaetano…»
«Ah…» si limitò a sottolineare in modo secco Pinnacoli facendo vibrare appena appena i vetri.
«Il problema però è quello che Vi dicevo prima» continuò l’uomo magro magro «è cioè che, non appena abbiamo messo indietro le lancette dell’orologio, Bonocore è sparito.»
«Come sparito?»
«Sì, Primo Direttore, confermo: sparito, sotto gli occhi di tutti. Abbiamo cercato anche su Internet e sembra che un caso simile si sia verificato, all’estero, proprio l’anno in cui fu introdotta per la prima volta l’ora legale in Europa.»
«E a quel tempo che successe? Lo ritrovarono?»
«No.»
«E tu cosa vuoi da me, Quagliarullo?»
«L’idea che ci è venuta in mente è che se si introducesse nuovamente, anche solo per pochi minuti, l’ora legale, siamo sicuri che Bonocore ricomparirebbe; è rimasto lì, in mezzo… in quell’ora di meno; lui rimane sempre in mezzo a qualcosa, Primo Direttore: porte di ascensori, serrande, le bocce abbondanti della stagista Amelia…; basterebbe insomma una Vostra autorevole telefonata al Ministro e il gioco è fatto.»
«Ma che scherzi, Quagliarullo? E io dovrei interessare il Ministro per far reintrodurre in tutta Italia, anche solo per poco, l’ora legale? Ma che figura ci faremmo? Come lo potremmo giustificare? E poi per chi? Bonocore è uno emerito sfaticato, un pessimo esempio per tutti e ruba letteralmente lo stipendio che gli elargisco con tanta generosità… Non se ne accorgerà nessuno che non c’è, credimi.»
Quagliarullo si era azzittito e aveva assunto la posa del basset hound incompreso.
«Ho finito Quagliarullo, puoi andare…» gli disse in modo sbrigativo Pinnacoli.
«Vedete Direttore, la questione è, come dire, ancora più delicata di quello che sembra: Bonocore tiene una zia che tiene un’amica che conosce un tale che ha un parente in marina che… beh, per farla breve, è lui che ci procura quella miscela con cui facciamo al mattino il caffè per tutti, compreso quello che bevete Voi più volte al giorno, soprattutto quanto siete nervoso, con rispetto parlando. Non ci ha mai detto né dove va a prendere la miscela, né tantomeno dove nasconde qui in Ufficio il sacco dei chicchi che macina a mano di volta in volta…»
Pinnacoli fece la stessa espressione che avrebbe fatto un guidatore che, lanciato con la macchina a 150 km/h in autostrada, avesse visto, appena dentro alla galleria, un grufolante branco di cinghiali.
Si fece silenzio.
Poi dopo aver fatto una leggera torsione del busto, cui rispose un sommesso scricchiolio della sua sedia da interior designer, il Primo Direttore afferrò il telefono.
«Mo’ vedo se riesco a trovare a quest’ora il Ministro…»
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Il Mago girovago

Sembrava volersi nascondere: il libro, un paperback vissuto dall’aria trasandata, era rimasto sotto una pila di libri d’arte più voluminosi. Quando Gualtiero lo intravide ne apprezzò subito la particolarità: era un lavoro di un certo Thomas Swann, un autore gallese che non conosceva; tuttavia il titolo, d’istinto, lo intrigava lo stesso, così come la copertina misteriosa. “Maria e il Mago” si intitolava, e prometteva bene. Pagò in fretta l’omino seminascosto dalla enorme bancarella che lo sovrastava pregustando il momento in cui l’avrebbe letto.
Scoprì che narrava di un commerciante inglese che, per le vacanze estive, si era recato con la sua famiglia in un villaggio turistico del Sud Italia dove, in una calda serata di agosto, si era presentato, apparentemente non invitato, un Mago girovago che nel corso della sua non breve esibizione, aveva eseguito numeri stravaganti che avevano destato interesse tra il pubblico ma anche reazioni piuttosto controverse. Il Mago, dall’aria luciferina e inquietante, si era messo infatti, dapprincipio, a litigare con un ragazzo del posto che lo aveva, a suo dire, offeso, e poi, dopo averlo ipnotizzato a distanza, lo aveva costretto a ripetere per tutta la serata il verso della gallina suscitando l’ilarità ma anche lo sconcerto generale. Il Mago, che ogni tanto si lasciava andare a una risata squillante che dava i brividi, aveva anche fatto in modo che un gruppo di persone, scelte a caso tra il pubblico seduto ai tavoli per cenare, si alzasse e si mettesse a ballare una musica che solo loro potevano sentire. Aveva persino usato un uomo di mezz’età come panchina dopo averlo irrigidito come un asse da stiro tra due sedie; infine, aveva reso ridicola, facendo commenti sconci, la cameriera del locale, una certa Maria, cui aveva fatto rivelare nei minimi particolari, sempre sotto ipnosi, cosa avesse fatto quel giorno stesso da quando si era alzata la mattina. Ed è a questo punto che Gualtiero ebbe un sussulto. Ma certo! Maria! L’aveva conosciuta tre anni prima a Ginepri, proprio ad agosto. L’aveva incontrata per caso alla fontanella della piazza e avevano passato, ridendo e scherzando, una giornata indimenticabile fino a quanto, prima di cena, era sparita senza lasciarle un recapito e con esso la possibilità di rivedersi. Gli aveva detto, andandosene, che per caso si erano incontrati e per caso, se fosse stato vero amore, si sarebbero messi insieme.
Gualtiero, che non si era comunque dato affatto per vinto, aveva trascorso gli ultimi due giorni del suo soggiorno a cercarla per ogni dove per incontrarla nuovamente, “per caso”, senza però riuscirci. E ora quella ragazza era descritta così bene nel libro che sembrava fotografata: bruna, ventenne, minuta, un piccolo neo sul naso, un sorriso stordente e il colore del mare negli occhi; lei gli aveva anche detto di chiamarsi Maria, come il personaggio del romanzo, e che faceva la cameriera in un locale, come nel libro, anche se lui proprio non ci aveva pensato di cercarla sull’isola vicina dove c’era quel famoso piano bar descritto da Swann. Ma quel che c’era di davvero incredibile era che il Mago, facendo confessare alla ragazza cosa avesse fatto quel giorno, le aveva fatto raccontare, passo dopo passo, tutta la giornata trascorsa con lui.
Gualtiero capì allora che doveva partire. Sì, doveva assolutamente tornare in quei luoghi. Ora sapeva dove cercarla o quanto meno sapeva dove avrebbe potuto ottenere informazioni. Doveva ritrovarla: il caso si era ripresentato anche se sotto forma di un libro.

Quando arrivò ad Onèsti trovò subito il locale. Era esattamente come descritto nel libro. Ora che era lì il cuore gli batteva forte. Forse era una pazzia, dopo tanto tempo. Lei poteva averlo dimenticato o non volerne più sapere di lui. Ma si fece coraggio ed entrò.
Parlò con la proprietaria, una donna corposa ma simpatica che lo ascoltò con attenzione.
No, non c’era mai stata una ragazza simile al suo servizio, gli disse subito, se lo sarebbe ricordato, e soprattutto non c’era mai stato un mago, tre anni prima, che si fosse esibito nel suo locale.
«Ma no, signora, non è possibile è tutto scritto minuziosamente qui, in questo libro: è impossibile che ci possa essere un errore.»
La donna gli chiese di vedere il libro che si era portato dietro.
«Sì sì, eccolo…» fece lui pieno di speranza.
Lei lo sfogliò attentamente, poi lo abbassò scuotendo la testa.
«Guardi che questo libro è stato scritto nel 1915. Esattamente cent’anni fa.»
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Sono il papà di Anura e vivo qui con la mia famiglia nel piccolo villaggio di Pranaranesh nella regione di Angun nel nord dell’India. Non ho molto tempo e cercherò di raccontarvi, per quanto mi è possibile, ciò che di incredibile è accaduto in quest’ultimo anno. Mi devo sfogare con qualcuno.
Giusto un anno fa il torrente Sarawannan che sgorga dai Monti Sacri, per la furia delle piogge monsoniche, si è improvvisamente ingrossato come mai era accaduto prima e, straripando, è diventato un fiume di fango. Scorrendo a valle ha portato via ogni cosa incontrata sul suo cammino: foresta, villaggi, persone, animali. Ha deviato all’ultimo momento risparmiando il nostro piccolo agglomerato di case, ma nel disastro ho perso ugualmente alcuni amici cari e gran parte della mia terra. Non voglio però dilungarmi su questo. Ho davvero poco tempo, come vi ho detto, e vi devo raccontare tutto anche se il mio cuore è ricolmo di dolore.
Quel che c’è di peggio infatti è che mia figlia Anura, di sette anni, ha smesso improvvisamente di parlare. L’abbiamo fatta visitare da molti medici, anche importanti della capitale, ma non c’è stato nulla da fare. Ci hanno assicurato che è sana e che, se volesse, potrebbe tornare a parlare quando vuole; ha solo semplicemente smesso di farlo perché non ha più niente da dire. A sette anni.
Tuttavia si sa: Ganesh toglie, Ganesh dà.
Così il giorno dopo la tragedia, al ritorno dai primi soccorsi, mia moglie Samiya ha trovato all’ingresso di casa un panno di cashmere pregiatissimo; per la sua fattura molto elaborata e le rifiniture d’oro abbiamo pensato dovesse appartenere a una famiglia molto ricca come non ce ne sono da queste parti. La capitale è lontanissima e i visitatori stranieri, qui, sono più rari dei fiocchi di neve. Samiya l’ha ritenuto un segno del Cielo e ne ha ricavato una pashmina da mettere al collo di Anura perché l’aiutasse a riacquistare la parola.
Sette giorni dopo, mia figlia si è alzata finalmente dal letto ed è andata nella stanza che uso come studio; mi ero dimenticato di dirvi che sono un giornalista, un giornalista dell’Angun Chronicle. Ebbene, stavo dicendo, la mia piccolina è andata dritta alla mia scrivania, ha preso la mia macchina da scrivere ed è tornata a letto. E si è messa subito a scrivere: lei che ha appena imparato a leggere e che non dovrebbe avere neppure la forza di pigiare sui tasti rigidi della mia Underwood. Sta di fatto che ha cominciato a battere svelta: date, nomi, elenchi, luoghi che neanche conosce. È un anno che lo fa, senza più dormire, senza più mangiare, giorno e notte. Ticchete, ticchete, ticchete.
Sua madre si è subito disperata pensando potesse morire. E invece la bambina ha un aspetto ancora più sano, più sereno, pieno di vigore. È persino cresciuta. Il nastro della macchina da scrivere non c’è più da tempo, consumato dall’uso, e la carta su cui batte sembra non finire mai nonostante sia un normale foglio formato A4. Mia moglie ha anche cercato di toglierle la pashmina dal collo ma ha dovuto purtroppo constatare che non si snoda più, né è possibile tagliarla o distruggerla.
Ticchete, ticchete, ticchete.
Insomma, Anura scrive le notizie che accadono nel mondo prima che accadano. Un piccolo di sula piedazzurri che nasce in un’isola sperduta della Polinesia, un vaso di fiori che cade dal terzo piano in Nebraska, un incidente tra biciclette in un paese dell’entroterra della Cina, la vittima di un omicidio in Botswana, una potenza straniera che invade lo Stato vicino; piccoli e grandi eventi, comuni e straordinari della nostra vita; una sorta di telescrivente, in altre parole, solo che dietro quei messaggi non c’è una macchina fatta di ferro e ingranaggi, c’è mia figlia e, dall’altra parte, Chi tutto vede e provvede.
La voce di una bambina che scrive del futuro prossimo e venturo si è sparsa in un attimo. La chiamano l’Antenna di Dio. E ora, davanti alla mia casa, c’è una fila interminabile di gente di ogni tipo, a piedi o con qualsiasi mezzo: arrivano da ogni parte del mondo proprio qui a Pranaranesh. Tutti vogliono vedere la mia bambina, tutti le vogliono parlare e io non so più che fare, non so più come tenerli a bada: sono molto preoccupato.
Anche perché sono l’unico che Anura accetta che entri nella sua stanza. Forse perché sono l’unico che la rispetta e riconosce il suo ruolo e soprattutto che non insiste perché smetta.
Nelle lunghe ore in cui le sto accanto ho imparato a interpretare i suoi sorrisi e i suoi sguardi. Ci capiamo, noi, ci siamo sempre capiti, anche se adesso ancora di più.
Così quando è apparso il mio nome, in quella marea di dati vomitati senza sosta dal rullo della macchina da scrivere, abbiamo capito entrambi che non era per quel posto all’Università cui tenevo da tanti anni. Lei ha persino smesso di scrivere e mi ha abbracciato forte. E io l’ho consolata togliendole le lacrime che le scendevano dalle guance: volevo portarle via con me. È stato solo questione di attimi: non avevo infatti ancora chiuso la porta dietro di me che lei aveva già preso a scrivere. La mia piccolina. Ha sempre preso molto a cuore i suoi compiti.
Sì. Questo è proprio tutto. Almeno mi pare.
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Il ritorno a casa

Era stata una giornata molto impegnativa. Quella cena con Etan era il coronamento di mesi di duro lavoro. La campagna pubblicitaria era piaciuta al Cliente che si era convinto a firmare per altri quattro anni di partnership. Si trattava di un grosso Cliente e di una campagna da migliaia e migliaia di dollari. La promozione era davvero vicina anche grazie proprio a Etan, il giovane acquisto del gruppo, la cui collaborazione era stata determinante.
«Bene» fece a quel punto della cena il collega alzandosi in piedi. «Vado a prendere la macchina.»
«Spero tu sia in grado di guidare…» fece Francis alzando il calice e bevendo un altro sorso di vino. Il collega lo guardò serio, quasi offeso:
«Ma io ho bevuto solo acqua per tutta la serata, apposta per poter guidare.» Poi, riprendendo il suo garbo di sempre: «Dammi anche la tua borsa, così non te la devi portare dietro.»
Francis gliela allungò volentieri chiedendosi da quando i giovani erano diventati più saggi dei vecchi. Lo vide allontanarsi con eleganza e sobrietà. La moquette dell’atrio rese ancora più morbida e silenziosa la sua uscita con i tempi giusti di una pièce teatrale. La notte, che attendeva Etan appena fuori, lo inghiottì d’un sol boccone.
Francis pagò con calma con la card della Company lasciando una buona mancia. Era certo che sarebbe stata una giornata memorabile. Uscì anche lui dal ristorante fermandosi sotto la pensilina. Si era rinfrescato un poco e stava scendendo qualche goccia di pioggia. Ci sarebbero volute diverse ore prima di tornare a casa, ma Etan odiava l’aereo tanto da sacrificarsi a voler prendere la sua macchina e guidare fin lì. Francis non aveva avuto obiezioni anche se trovava strano che una persona così attiva e moderna avesse una simile fobia.
Dopo un quarto d’ora di ritardo cominciò a preoccuparsi. La macchina non doveva essere stata parcheggiata lontana, almeno così gli aveva detto Etan.
Si tastò le tasche alla ricerca del telefonino. Non c’era. Visualizzò in quell’istante di averlo lasciato sulla cassettiera della stanza d’albergo. Doveva andare a prenderlo, non poteva abbandonarlo lì. Cominciò a correre in direzione dell’hotel. Non era vicino, ma neppure così lontano da non poterci arrivare in pochi minuti. Iniziò a piovere con più insistenza anche se ancora con poca convinzione.
«Sono John Francis Mitchell» disse trafelato al desk non appena entrò nella hall dell’albergo. «Ho lasciato il mio cellulare in stanza, nella stanza 602.»
Il concierge, alto e magro, le guance scavate, prima lo ascoltò in silenzio e poi con misurata flemma iniziò a digitare piegandosi in due sulla tastiera del computer. Quando raddrizzò il busto disse con parole misurate: «John Francis Mitchell ha lasciato la stanza questa mattina… signore.»
«Lo so, le ho appena detto che John Francis Mitchell sono io e che ho lasciato il cellulare nella stanza, è stato trovato?»
L’uomo si ripiegò nuovamente in due digitando rumorosamente sulla tastiera:
«Il personale addetto alle pulizie non ha fatto alcuna segnalazione…» disse imperturbabile facendo scricchiolare leggermente le vertebre.
«Sono Rosamaria» si intromise una donna di bassa statura strizzata in una divisa da cameriera. «La sua stanza al sesto piano l’ha rifatta Matelda che forse ha trovato qualcosa per lei: è quella che sta uscendo ora.» Francis si mise a correre per raggiungerla. Ma appena fuori dall’albergo il via vai di ombrelli aperti e di gente frettolosa gliela fecero perdere immediatamente.
Rientrò. Dal telefono dell’albergo chiamò il cellulare di Etan. Suonava libero fino a quando non attaccava la segreteria. Chiamò anche la sua ditta, a Newport, ma era tardi e gli uffici erano chiusi. Chiamò a malincuore anche il Cliente: era andato via da tempo e quel ‘bel giovane’ di Etan no, non lo avevano più rivisto.
Uscì di nuovo in strada deciso a tornare al ristorante. Etan poteva essere già lì. Nel frattempo aveva iniziato a piovere forte. La pioggia rimbalzava sul marciapiede rovesciando sulla strada vetro liquido che rifletteva tutte le luci della città. Forse doveva andare alla polizia a denunciare il fatto, ma era sicuro che non lo avrebbero ascoltato: era passato troppo poco tempo. L’unica cosa che poteva fare, forse, era raggiungere l’aeroporto nella speranza di trovare un aereo per tornare a casa. Il giorno dopo aveva un’agenda fittissima di impegni, non poteva rimanere un’altra notte in quel posto.
Fece chiamare un taxi che arrivò così in fretta da dover frenare in poco spazio davanti al ristorante.
«All’aeroporto, per favore!» disse Francis con un tono che parve a lui stesso triste e arrabbiato. Il tassista fece un cenno con la testa aggiustandosi il berretto in segno di assenso e partì. Dopo una mezz’ora di macchina Francis gli chiese se la strada che stavano percorrendo fosse davvero quella giusta, visto che si trovano ancora in mezzo a quartieri popolati. Per tutta risposta il tassista di limitò ad alzare il vetro divisorio interno, a bloccare le portiere e ad accelerare. Francis si mise a battere forte con i pugni sul vetro e a tentare inutilmente di aprire le portiere. Il taxi procedeva velocissimo nella notte sotto un diluvio infernale che sembrava voler allagare il mondo intero.
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