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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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dietro il racconto
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manichinoMartha la città se l’era immaginata così. E ora la stava sognando.
Passeggiava per le vie del centro, con il suo passo morbido, una leggera brezza tra i riccioli rossi. Non c’erano però persone, solo manichini. Manichini ben fatti, privi di volto, ma vestiti di ogni accessorio. Sbucavano dalle maglie, dalle t-shirt, dai pullover, colli eburnei e mani snelle non sagomate, orologi ai polsi, borse a tracollo, occhiali da sole sui nasi ben fatti. I manichini erano ritratti nelle pose naturali del vivere quotidiano, come se un incantesimo avesse fermato il mondo e trasformato le persone in statue eleganti e opalescenti. Il sortilegio sembrava appena accaduto perché il gelato offerto dal gelataio non si stava ancora neppure sciogliendo, il caffellatte nella tazza al bar era fumante, il cane aveva appena fatto la pipì e ora stava guardando il padrone chiedendosi perché mai non si muovesse. Tutta la città si adagiava pigra sotto lo sguardo di lei inondato di luce, vetrine a perdita d’occhio, ristorantini romantici, monumenti imponenti. Un mondo silenzioso penetrato da un sole caldo vestito di primavera. Anche se era inverno in quel luogo straniero che aveva perduto il senso del tempo.
Dopo tanto camminare la donna, stanca, si fermò al bar che aveva visto ore prima. Si sedette allo sgabello del bancone. Il caffellatte del vicino ormai era gelido. Guardò il barman di spalle: era così verosimile che gli ordinò un caffè come se si aspettasse si dovesse girare da un momento all’altro. Si mise a ridere per quell’illusione così reale. Poi si voltò verso il signore accanto a lei con un borsalino a larga tesa sul capo; gli prese il cucchiaino tra le dita e lo posò sulla tazzina; non sapeva il perché di questo suo gesto spontaneo, ma le sembrava più ordinato così; poi pensò a quanto fosse stata strana la sensazione che aveva provato sfiorando quella mano; e la toccò: era calda.

Graham la città se l’era immaginata proprio così. E ora la stava sognando.
Scese in fretta dal taxi perché si era fermato all’improvviso, senza motivo e non accennava a ripartire. Si avvicinò arrabbiato alla portiera del guidatore battendogli furioso sul vetro; l’aveva infatti chiamato vanamente più volte dal sedile posteriore ma l’autista non si era degnato di rispondergli. Ma l’uomo alla guida non c’era più; al suo posto ora c’era un manichino. Come avevano fatto a sostituirlo così velocemente? Si voltò attorno. Anche i passanti erano manichini: la famigliola a passeggio, il giocoliere di strada, il carabiniere. La città intorno a lui pareva essersi bloccata. Pensò a un flash-mob spettacolare ad uso e consumo dei turisti. Ben riuscito, sì, certo, nulla da dire. Ma ora come avrebbe fatto a raggiungere il luogo della conferenza? Era anche in ritardo. Poi ad un tratto, con la coda dell’occhio, vide una bellissima donna dai capelli lunghi e rossi che ancheggiava sicura come incedesse su un tappeto rosso tra ali di fotografi e pubblico adorante. Aveva un viso intenso, provocatorio, irraggiungibile. La chiamò pur sembrandole un’apparizione, ma la voce gli si arrotolò in gola e lei proseguì. L’uomo ritornò rapidamente dentro il taxi per riprendersi la borsa del computer e quando ne uscì notò che la donna stava entrando in un bar. Si mise a correre per raggiungerla. Una volta nel locale trovò però solo manichini. Il barman dava le spalle alla porta nell’atto di armeggiare con la macchina del caffè e, al bancone, seduta sugli sgabelli, una coppia che si teneva per mano.

dietro il racconto
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Silente Veleno

fiore‘In questo nascondiglio credo di essere al sicuro. Il contatto qui a Navòdgoro, in questa estrema periferia di Stalingrado, è stato chiaro: mi hanno individuato e fino a quando non avrò un nuovo passaporto non potrò allontanarmi. Non ci voleva. Proprio ora che la missione era pressoché ultimata: la migliore di tutta quanta la mia onorata carriera. Sono entrato e uscito dal Palazzo nel modo più spettacolare, beffando tutti controlli e i sofisticati sistemi di allarme. Collocare l’ordigno nel luogo che solo l’ambasciatore potrà usare è stato poi un capolavoro. Del resto mi chiamano ‘Silente Veleno’ mica per nulla. Sono inesorabile, rapido, silenzioso. Sì, un lavoro da professionisti quello di oggi, davvero pulito e senza sbavature. Al Centro avrò riconquistato quella stima e considerazione di cui ho sempre goduto. Dopo lo smacco di Istanbul e quell’errorino lo scorsa estate ad Alesund. Sì, sì: posso dirmi completamente riabilitato. Certo, non potevo immaginare che, nell’uscire dalla Sala delle Colonne, avrei incontrato proprio quel venduto di Vladimir Badijnski dell’NNK sovietico con cui avevo lavorato fianco a fianco nell’82 a Hong Kong nell’affaire Tatami, prima che lui passasse al nemico. È stata una leggerezza del Servizio di copertura. Spettava loro avvisarmi, e per tempo. E dire che quel fesso ha provato pure a spararmi; ma io sono stato, come al solito, più veloce di lui. Devo dire che ha messo su qualche chilo di troppo e i suoi riflessi si sono appannati con il tempo. Buon per me. L’ordigno per fortuna non l’hanno trovato: è nascosto troppo bene; almeno così mi dice questo rilevatore a onde corte. Resta il fatto che sono bruciato, bruciatissimo. Per fortuna questo nascondiglio è di livello 2 ed è testato come sicuro al cento per cento: non dovrei correre alcun pericolo. Perché allora mi sento così inquieto? Il mio sesto senso mi dice che qualcosa non va. Ma cosa? Se esco di qui adesso sono un uomo morto. Devo aspettare almeno che faccia buio. Per andare poi dove? Sono proprio in un brutto guaio. Altro che. Forse farei bene a ritelefonare al mio contatto per farmi assegnare una nuova base, magari di livello 1. Lo so, significa contravvenire al Protocollo, ma dopotutto me lo devono. Prima di notte l’ambasciatore sarà morto e questo grazie solo a me.
Oddio, c’è qualcuno alla porta. Stanno entrando, stanno entrando! Mi hanno scoperto, maledizione. La pistola è scarica. Mi fingerò morto’.

La donna entrò nella stanza lentamente. Anche se il corridoio era buio non accese la luce. Raggiunse a passi leggeri lo studiolo. Come al solito lui era lì, sulla sua sedia a rotelle, con il viso rivolto verso la finestra che dà sul parco. Un fascio di luce calava dai vetri illuminandolo come se fosse stato su un palcoscenico e fosse in procinto di cominciare la rappresentazione. Il viso era reclinato un poco di lato, con un pallore delle gote che era accentuato dalla sciarpa scarlatta che gli avvolgeva il collo. Gli occhi erano chiusi, immobili sotto le palpebre avvizzite. La sorprese constatare, sotto quella luce ingrata, quanto lui fosse invecchiato ultimamente. Gli tolse dalla mano il telecomando del televisore e gli tirò su il plaid che gli aveva regalato in modo da coprirgli oltre alle gambe parte del busto. Lo accarezzò, dolcemente, e sussurrò:
«Fra un po’ viene Maria per spicciare casa, papà. Ti voglio tanto bene, buon anno.»

Maricopa

auguri di Natale
Per la prima parte del racconto –> Buon Natale

«Stai dormendo, Hap?»
Si sentì il fruscio della coperta come di chi si fosse appena girato nel letto per poter parlare meglio.
«No no, sono ancora sveglio» fece dopo qualche attimo l’altro, con un tono che esprimeva però il dubbio di essere in realtà addormentato. Il rubinetto perdeva come al solito e la spugna adagiata sul fondo del lavandino non era sufficiente ad attutire il suono metallico della goccia in caduta.
«Tu te la ricordi ancora tua moglie?» chiese Leo con la voce incrinata.
«Che ti viene in mente, ora?»
«Te le ricordi, sì o no?» insistette.
Trascorsero alcuni secondi di silenzio.
«Non benissimo; ma ha una qualche importanza, in questo posto?»
«Io invece non me la rammento più. Benché mi sforzi, il suo viso non ha contorni. Fino a dieci anni fa avevo una sua foto appesa al muro, di quando ci eravamo sposati; poi è successo che quel pazzo di ‘Wishbone’, quando eravamo tutti in mensa, è entrato in alcune celle, tra cui la mia, è ha distrutto tutto quello che ha trovato.»
«Non è meglio così, tutto sommato?» chiese Hap con la voce impastata dal sonno. «Ora te la puoi immaginare come ti pare… e poi hai pur sempre i ricordi della tua vita passata insieme a lei…»
Calò di nuovo il silenzio.
«La tua si è risposata?» fece Leo.
«Lo fanno tutte… prima o poi… è normale… lo fanno anche per i figli… per voltare pagina: un ergastolano lo si aspetta solo per aver la notizia che è morto.»
«Già!»
«Anche tu hai un figlio, no?»
«Sì»
«E che cosa fa ora?»
«Lascia perdere, Hap, non ho voglia di parlarne.»
«Ci siamo sempre raccontati tutto…»
«Sì, hai ragione ma non ho voglio di discuterne lo stesso.»
Rimasero in ascolto. Il rumore di una porta blindata che si chiudeva, seguita da quello cupo di una serratura che la bloccava allo stipite di acciaio, saturò la cella. Ogni volta che ascoltavano quei suoni in successione, anche se erano passati tanti anni, il cuore finiva sempre con il nascondersi nel pozzo più buio e disperato della mente. Ma non lo avrebbero mai ammesso.
«Mio figlio ha deciso di fare il secondino…» rivelò a un certo punto Leo abbassando la voce, come se sperasse che Hap non lo sentisse.
«Lavora in un carcere? Ma dai, non è possibile!»
«Sì, è così.»
«E dove?»
«Qui a Maricopa
«Davvero?»
«Già, e si è fatto trasferire da circa un mese, da Attica
«Dove un tempo stavi anche tu.»
«Infatti, e l’hai appena conosciuto… è Chuck.»
«’Bastardo’ Chuck… è tuo figlio?»
«Non mi ha mai perdonato di avergli ucciso la madre e ha deciso di farmela pagare anche qui dentro. Ha preso il cognome di mia moglie e si è fatto assumere per seguirmi in tutte le carceri dove mi mandano. Giusto per rendere questo inferno ancora più un inferno. Premuroso il ragazzo, non trovi?»
Il silenzio si distese nuovamente come una coperta leggera pronta a lacerarsi. ‘Cheepynwok’, il pluriergastolano della cella accanto, aveva smesso di russare. Anche la goccia stava indugiando nella bocca del rubinetto, incerta se cadere oppure no.
«Però l’idea della serra come regalo di Natale mi è piaciuta troppo…»
«Lo so, Hap, lo so, l’ho detto apposta.»
«Allora ’notte, Leo, a domani.»
«’Notte anche a te, Hap.»
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Buon Natale

christmas«Allora, dove passerai il Natale?»
Hap alzò lo sguardo dal libro. Sembrò far fatica a mettere a fuoco l’amico che gli era di fronte. Posò gli occhiali e fece un sorriso stanco gettando un’occhiata per un attimo verso il muro dalla parte opposta.
«Penso che come tutti gli anni andrò negli Hamptons, con moglie, figli e cani al seguito…» rispose dopo un po’ Hap cercando ora gli occhi di Leo.
«E quanto tempo ci resterai?»
«Due settimane, come al solito, tempo e lavoro permettendo» fece lui mostrando i palmi delle mani come se quel concetto dovesse essere evidente. «In quella villa così grande non ci vado quasi mai… dovrò decidermi a venderla. Nemmeno Ann ci si trova bene: si sente sola persino con la servitù; anche i ragazzi… se non li porto ogni tanto a far un po’ di pesca d’altura al marling si annoiano facile.»
«Ti capisco, è l’effetto deprimente che a volte fa il mare…» disse Leo lisciandosi la barba di un paio di giorni e sedendosi vicino all’amico. «Io infatti preferisco la montagna.»
«E tu dove andrai invece?»
«Io che sono più vecchio di te me ne starò invece tranquillo nel mio chalet sul Lago Tahoe anche se assediato dalla mia tribù di nipotini. Faranno un gran baccano, come sempre, ma vederli al mattino di Natale starsene a rovistare sorridenti tra i regali ai piedi dell’abete di otto metri che ho comprato apposta per loro, è un vero balsamo per gli occhi.»
«Eh già già…» annuì Hap posando il libro e mettendoci l’indice in mezzo per non perdere il segno. «Mia figlia grande, per ora, non ne vuol sapere di mettere su famiglia: ci ha presentato questo suo nuovo ragazzo, che, per carità è pure di buona famiglia, educato e rispettoso, ma è lei che non mi sembra granché convinta…»
«Forse perché il ragazzo non piace al papà» fece Leo ironico.
«No, che dici, ho smesso da tempo di impicciarmi di queste cose; no, è piuttosto che non mi sembra innamorata, ecco, tutto qui… Prendi per esempio l’altro giorno: lui, questo ragazzo, questo John, ha preso l’aereo dall’Europa dove si trovava per non so quale motivo e si è fatto 6.000 miglia solo per essere presente al pranzo del compleanno di Margaret, mia figlia; e lei, quando l’ha visto entrare, gli ha rivolto un gelido ‘ah, sei qui?»
«Mah, sono i ragazzi di oggi… non ci badano mica alle formalità; loro sono concreti, vanno dritti alla sostanza non sono come eravamo noi…»
«Dici?»
«Dico dico… te lo assicuro… e che regalo farai a tua moglie?»
«Quest’anno sono vent’anni di matrimonio… le regalerò un anello bellissimo che ho fatto arrivare tramite il mio gioielliere di fiducia direttamente dal Sud Africa…»
«Caspita che regalone! Io invece ho pensato a una serra.»
«A una…?»
«A una serra, una serra nuova per le piante: a lei piace tantissimo, ma anche a me del resto. Coltivare le orchidee e le piante grasse dà molta soddisfazione: sai, è un passatempo che abbiamo entrambi, che ci accomuna, ed è un modo come un altro per stare insieme, dopo tanti anni…»

«Ma che bella coppia di inguaribili sognatori…» si sentì dire alle loro spalle. I due ergastolani si girarono. Chuck il secondino, li stava squadrando con l’aria strafottente di sempre. «Se non spegnete subito quella luce, come vi ho già chiesto di fare da un po’, vengo lì dentro e vi rompo i denti a tutti e due.»
Hap e Leo si guardarono senza dir nulla. Hap allungò la mano e spense lentamente la luce della cella salendo poi sul superiore dei letti a castello; subito dopo anche Leo prese posto nel suo letto in basso. Calò il silenzio. Si sentivano solo rumori lontani e indistinti che in un carcere di massima sicurezza non si sa mai da dove provengano. Il buio si era già rarefatto e le ombre si stavano dividendo quella stanzetta sghemba.
«Allora buon Natale, Hap.»
«Sì, buon Natale anche a te, amico mio.»

La seconda parte segue con –> Maricopa
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PTO

tazzina-caffe-biscotto«Oh ciao Lucius, come va?»
«Abbastanza bene» rispose quello, poco convinto. Lucius posava entrambi i gomiti sul bancone dello spaccio dell’azienda: il collo e la testa erano un po’ piegati in avanti, come se stesse affrontando in bicicletta una salita ripida. La tazzina di caffè davanti a lui si stava raffreddando. «In realtà sono distrutto… ho passato tutta la notte a compilare il PTO.»
«PTO1 o PTO2?»
«PTO2!»
«Già è vero, il PTO2 è proprio tosto, però del resto ti tocca…» fece George non riuscendo a nascondere un po’ di invidia. «Se vuoi diventare un F4 e, in futuro, un fottutissimo G2, la strada è quella: lo SGA, il PTO1, il SORT e il maledetto PTO2.»
«Ti sei dimenticato l’intermedio A.R.G.O. con quella noiosissima e interminabile serie di stage…»
«Perché, li fanno ancora?»
«Certo, anzi, li hanno potenziati…»
«Meno male allora che io non ho nessuna velleità» disse George rosicchiandosi il labbro inferiore. «Rimarrò al settore BAFS per tutta la vita.»
«Sì, ma tu in fondo sei fortunato, sei un 102 e puoi usufruire della 306 sicché, con appena 25 anni di BAFS, dovrai aggiungerci solo un po’ di S.T.O.R.S. e potrai lasciarci con un buon board di farewell e un sicuro livello di CF6.»
«Chiamami fortunato! Sono stato in DBA per 41 giorni tra il diquì e il dilà e quando sono tornato in azienda volevano mandarmi in APT per un periodo di re-training e di self-help a tempo indeterminato, altro che BAFS! C’è voluto tutto l’intervento di Hank della RSP per ristabilire le priorità di impiego.»
«Non lo sapevo…» fece Lucius dando una scorsa all’orologio elettronico sul muro di fronte «ma allora hai avuto seri problemi…»
«Certo, stavo bello bello a estrudere l’ennesimo top nei tempi READ del TAB quando mi è venuto addosso all’improvviso, per un anomalo recrute, il braccio della SMARZ, con tutto il suo peso da 2 ton: mi ha disarcionato dalla cab che, come ben sai, non ha fences: manco fossi stato, insomma, un pillino di prima covata. Così ho fatto un volo di dieci metri. Grazie al cielo sono caduto su un cumulo di risboffi freschi di re-lined e mi sono fatto male il giusto.»
«Caspita, mi spiace davvero» disse George gettando un occhio su Helena, la nuova cameriera estone che si era appena chinata a raccogliere lo straccio che le era caduto.
«Ho salvato la buccia, è vero» seguitò George passandosi una mano tra i capelli grigi «ma addio carriera, altro che PTO1 o PTO2!»
Lucius si girò a guardarlo trovando due occhi tristi da cucciolo abbandonato; ma già stava pensando ad altro. Scese il silenzio tra i due. Si sentiva solo il rumore dei piattini e delle tazzine che, nel bar poco distante, un ragazzo stava impilando in modo sgraziato sopra la macchina del caffè.
«Hai saputo di Brett?» fece a un certo punto George che si era messo inconsciamente a massaggiarsi la gamba appesantita da tre piastre di titanio che gli tenevano fermo il femore.
«Brett?»
«Sì, Brett dell’RSB del settore Beta… sai quello un po’ jab con gli sten da un lato.»
Lucius prese un’espressione indecifrabile.
«Beh… in poche parole è deceduto.»
Lucius alzò le sopracciglia fini con aria interrogativa. No, questa proprio non l’aveva capita.
«È un R.I.P» precisò George.
«Ah, un R.I.P.!» fece l’altro annuendo vistosamente. «Ma poverino!»
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La prua

designFinalmente Paul Hagg si trovava in quell’ufficio, nell’attico del ventiduesimo piano. Stanza d’angolo, tre finestre e una conformazione dei muri che ricordava la prua di un motoscafo d’altura. Tutto il resto della società si trovava, anche fisicamente, sotto di lui, ai piani inferiori. Un sogno. C’erano voluti trent’anni ma, al trasferimento di Mark Walkoat, era uscito il suo nome come quello più adatto a dirigere il Compartimento. Un curriculum impeccabile il suo, i migliori clienti nel portafoglio. E, nonostante le forti resistenze interne, alcuni sgambetti e un complotto dell’ultimo momento, ce l’aveva fatta. Ora la prua della sua stanza puntava verso un tramonto spettacolare, da film western d’altri tempi.
Si era appena insediato. Era comodamente seduto dietro alla scrivania di quello studio enorme, con monitor collegati a telecamere dislocate nei punti nodali del palazzo, la tabella luminosa con tante lucine quante erano le navi da trasporto in giro per i tre oceani, l’ascensore personale e un mucchio di documenti da firmare in cartelle distinte per colore e forma; ma non riusciva a lavorare. Se ne stava con le mani raccolte dietro la nuca a dondolarsi sulla poltrona e a rimirare il soffitto in mogano intarsiato. Si stava godendo tutto ciò, ad occhi chiusi. Quando bussarono alla porta.
Paul si drizzò subito sulla poltrona. Guardò confusamente i monitor alla sua destra. Non era ancora pratico e non riuscì a individuare quello che puntava sul corridoio. Bussarono di nuovo, con insistenza. Si ricordò che non aveva ancora istituito un segretariato personale; nessuno sarebbe andato ad aprire. Si alzò contrariato. Doveva tenere bene a mente tutte le modifiche che andavano fatte in tempi brevi e aprì la porta di scatto pronto a investire verbalmente chiunque si fosse trovato lì; davanti a sé c’era però solo il largo corridoio luminoso: un corridoio senza altre stanze se non quella del futuro segretario ancora vuota e, in fondo, la vasta vetrata sul Corona Park il cui verde cupo sembrava voler entrare a occupare ogni spazio. Nessuno sullo scalone, nessuno sull’ascensore di servizio fermo al piano ai suoi comandi.
La stessa scena si ripeté dopo pochi minuti e poi ancora una volta: non ci poteva credere che i suoi dipendenti invidiosi si fossero ridotti a essere così puerili. Lasciò alla fine la porta spalancata, chiunque fosse stato l’avrebbe visto.

Trascorsero diversi altri giorni. Istituì al piano una segreteria di suoi fedelissimi. Le bussate alla porta però non smisero, neppure con la porta spalancata. No, neppure il suo Segretario particolare le aveva sentite. Era strano, si disse, proprio strano. E poi, a farci bene attenzione, adesso Paul le sentiva un po’ ovunque intorno a lui, da punti indefinibili della stanza.

Poi incontrò un giorno Mark, nel ristobar del palazzo.
«Allora come ti trovi?» gli chiese l’amico.
«Molto bene e tu?»
«Lo sai?» fece dopo un po’ lui interrogando il fondo del bicchiere. «Occupi un attico che è nuovo nuovo, pieno di comfort e avveniristico. Sei un dannato fortunato.»
«Sì sì lo so: è bello da non credere» e sorrise.
«L’ha costruito la società appena un anno prima che ci trasferissimo nel nuovo grattacielo.» Paul lo osservava: Mark era invecchiato velocemente da quando era andato a dirigere la West Coast Oil Company, anche se il suo sguardo era sempre luminoso e vivido. «È un gioiello di design dell’archistar svedese Åaron Lundström…» proseguì l’amico come se si stesse confessando. «Peccato che abbia fatto una così brutta fine.»
«In che senso?» chiese Paul che si era incantato a guardare il profilo da bulldog dell’amico.
«Nel senso che nel bel mezzo dei lavori è sparito.»
«Sparito? Come sparito?»
«Sì, dicono che fosse in attrito con la mafia con cui faceva affari e che l’abbiano seppellito in uno dei muri dell’attico mentre lo stavano costruendo. Ma non credo sia vero. Sarà piuttosto in qualche isola sperduta a godersi i suoi soldi esentasse.»
Calò il silenzio tra i due.
«Pensa» proseguì Mark facendo segno al cameriere che voleva un’altra birra. «C’è persino qualcuno che sostiene di sentirlo bussare alle pareti a riprova che ancora si trova lì dentro. Ovviamente nemmeno questo è vero. Anche se sembra certo che porti sfiga sentirlo. Sono morti tutti di morte violenta quelli che lo hanno riferito.»

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