Rabarbaro

Edgar non aveva mai fatto la comparsa.
Aveva risposto all’annuncio quasi per scherzo, dopo che un amico gli aveva detto che per stare seduto a un tavolino, bere qualcosa e fingere di parlare non serviva essere attori. La produzione cercava uomini tra i trentacinque e i cinquant’anni, aspetto comune, abbigliamento informale. Edgar possedeva tutti e tre i requisiti, soprattutto il secondo.
Quando arrivò sul set, però, scoprì che perfino stare seduti richiedeva una certa preparazione.
Gli fecero firmare due moduli, gli controllarono la camicia, gli tolsero l’orologio perché rifletteva le luci e infine una ragazza con le cuffie gli indicò un tavolino nell’angolo di un bar che non era un bar. Era stato ricostruito all’interno di un teatro di posa. Aveva lampade color ambra, divanetti di velluto, bottiglie ordinate contro una parete di specchi e piccole candele accese sui tavoli. Dietro le finestre, invece della strada, c’era un pannello retroilluminato che imitava una sera d’autunno.
Edgar si accomodò.
Poi vide la donna seduta davanti a lui.
Bionda, occhi azzurri, forse trent’anni. Indossava un abito chiaro, molto semplice. Non aveva la bellezza aggressiva delle modelle che Edgar aveva immaginato di trovare su un set pubblicitario. Era una bellezza tranquilla, quasi fuori posto. Se ne stava con le mani appoggiate sul tavolo e guardava davanti a sé.
Edgar sorrise.
Lei non reagì.
Pensò che forse non l’avesse visto.
«Ciao».
La donna sollevò appena gli occhi.
«Io sono Edgar».
Nessuna risposta.
«Prima volta anche tu?»
Lei lo fissò per un paio di secondi, poi guardò altrove.
Edgar si schiarì la gola.
«Be’, cominciamo bene».
Questa volta lei lo guardò con un’espressione che non lasciava molto spazio all’interpretazione.
«Non si può parlare».
La sua voce era bassa, perfettamente nitida.
Edgar si voltò intorno.
«Come sarebbe?»
«Siamo in un set non te ne fossi accorto».
«Ah».
Lei indicò con gli occhi la zona davanti al bancone, dove due attori stavano provando una scena.
«Quando girano, le comparse devono fingere di parlare. Non parlare davvero».
«E come si fa a fingere di parlare?»
La donna parve esitare, come se la domanda fosse più ingenua del previsto.
«Muovi la bocca»,
«Dicendo cosa?»
«Rabarbaro».
Edgar aggrottò la fronte.
«Rabarbaro?»
«Rabarbaro».
«Perché proprio rabarbaro?»
Lei gli rivolse uno sguardo appena infastidito.
«Perché muove bene le labbra. Puoi ripeterlo quanto vuoi e da lontano sembra che tu stia conversando. Basta non far uscire la voce».
Edgar si guardò attorno.
Soltanto allora si accorse di quanto fosse strano quel bar.
C’erano almeno una ventina di persone ai tavoli. Una coppia rideva. Due uomini discutevano animatamente vicino al bancone. Una donna raccontava qualcosa a un’amica accompagnando le parole con le mani.
Eppure non si sentiva nulla. Bocche che si aprivano, denti che apparivano, sopracciglia che si sollevavano, c’era anche chi rideva come a una battuta, mani che disegnavano nell’aria conversazioni inesistenti. Forse stavano davvero dicendo tutti rabarbaro.
«Inquietante», mormorò Edgar.
La donna lo fulminò.
«Scusa», cerco di correggersi lui.
Una voce gridò qualcosa.
Le luci cambiarono.
«Silenzio!»
Edgar si raddrizzò.
«Motore».
Qualcuno batté il ciak.
«Azione!»
La donna davanti a lui si trasformò.
Gli sorrise. Edgar ebbe per un istante la sensazione assurda che quel sorriso fosse destinato proprio a lui.
Lei mosse le labbra.
Rabarbaro.
Edgar rispose.
Rabarbaro.
La donna inclinò leggermente la testa.
Edgar sollevò il bicchiere.
Lei fece altrettanto.
Continuarono per quasi un minuto a sostenere una conversazione che non esisteva.
Quando il regista gridò «Stop!», il sorriso della donna scomparve.
Edgar rimase con il bicchiere a mezz’aria.
«Però sei brava».
Nessuna risposta.
«Sembrava quasi che stessi dicendo qualcosa».
Lei lo guardò. «Lo stavo dicendo».
«Rabarbaro, se non sbaglio», ironizzò.
«Esatto».
Un assistente passò tra i tavoli raccomandando a tutti di rimanere nelle posizioni assegnate.
Edgar si sporse appena.
«Sai leggere il labiale?» La donna annuì.
«Davvero?» Ancora un cenno.
«Quindi se io parlo senza voce tu capisci quello che dico?»
Lei annuì di nuovo.
Edgar sorrise. La cosa cambiava tutto.
Al secondo ciak si sentì molto più sicuro.
Il regista chiamò l’azione.
La donna sorrise.
Edgar mosse solo le labbra. «Mi chiamo Edgar».
Lei lo guardò.
«Lavoro in un negozio di strumenti musicali».
La donna inclinò appena la testa, come se volesse metterlo a fuoco.
«Non so suonare niente, però… a pensarci bene, ora, questa cosa appare buffa».
Gli sembrò che gli occhi di lei sorridessero.
Edgar continuò. Non emetteva nessun suono. Da fuori doveva sembrare che stesse ripetendo come tutti gli altri la loro assurda parola da comparsa. E invece raccontava.
Le disse che abitava da solo. Che aveva avuto una fidanzata molti anni prima. Che lei, di punto in bianco, si era sposata con un dentista e aveva avuto due gemelli. Che sua madre telefonava ogni domenica mattina per sapere se avesse finalmente conosciuto qualcuno tra la vendita di un piffero o di una chitarra.
La donna lo ascoltava. Ogni tanto annuiva. Una volta sorrise a una sua battuta.
Edgar non avrebbe saputo spiegare perché, ma quel modo di comunicare gli sembrava più facile del parlare davvero.
Forse perché non sentiva la propria voce.
Forse perché nessun altro poteva sentirlo.
Forse perché, se le cose fossero andate male, avrebbe sempre potuto fingere di avere detto rabarbaro.
Al terzo ciak le raccontò del piccolo appartamento che aveva comprato due anni prima con grandi sacrifici.
Al quarto del viaggio in Irlanda che desiderava fare.
Al quinto della paura di diventare uno di quegli uomini che si accorgono troppo tardi di non avere costruito niente. E di aver sbagliato tutto nella vita.
Susy, ancora non sapeva che si chiamasse così, con quegli occhi azzurri da lago di montagna, lo guardava. Sempre con attenzione. Sempre con quella immobilità tra un gesto e l’altro.
Durante una pausa Edgar si accorse che non aveva mai bevuto dal bicchiere.
«Non hai sete?»
Lei non rispose.
«Giusto. Non si parla».
Si guardarono. Edgar sorrise. Lei ricambiò.
Le luci si spensero per qualche minuto mentre i tecnici modificavano l’inquadratura.
Quando si riaccesero, Edgar la trovò ancora più bella.
«Posso dirti una cosa?»
La donna lo fissò.
«Tanto tu capisci e io invece non posso capire quello che rispondi. È una situazione abbastanza comoda, dopotutto. Puoi dirmene di tutti i colori e io non capirò».
Lei sorrise.
Edgar prese fiato.
«Credo di essermi innamorato di te». Non so perché se ne fosse uscito con quella frase. Lei non lo aveva incoraggiato. Sarà stato che lei ascoltava in un modo così assorto e forse era stata l’atmosfera, finta quanto si voleva, ma romantica. O forse unicamente perché lui si sentiva tanto solo.
La donna non ebbe alcuna reazione immediata. Poi abbassò appena gli occhi.
Edgar sentì il cuore accelerare.
«Lo so che è una cosa ridicola. Non so neanche come ti chiami».
Lei rialzò lo sguardo.
«Però non ho mai incontrato una donna come te.»
Il regista gridò di prepararsi. Edgar continuò, ormai senza preoccuparsi di nulla.
«Io vorrei sposarmi.»
Lei lo guardò.
«Non domani, naturalmente», fece la battuta.
Un piccolo sorriso di lei. Edgar rise senza voce.
«Vorrei solo trovare qualcuno che imparasse ad amarmi. Anche senza fretta, con dolcezza.»
La donna inclinò la testa.
«Tu potresti farlo?»
Il ciak batté.
«Azione!»
Per qualche secondo nessuno dei due si mosse.
Poi lei sorrise.
Era un sorriso leggermente diverso dagli altri.
O almeno così sembrò a Edgar.
Lui non disse più nulla.
Si limitò a guardarla.
Lei mosse lentamente le labbra.
Edgar non seppe leggere cosa stesse dicendo. Poteva essere rabarbaro. Poteva essere qualsiasi altra cosa.
Quando arrivò la pausa lunga del pomeriggio, alcuni tecnici accesero tutte le luci del teatro di posa. Il bar romantico perse di colpo gran parte del suo fascino.
Le candele sembravano finte. Gli specchi erano sporchi. Da una parte si vedeva il bordo del pannello che simulava la sera.
La donna, invece, era rimasta bellissima.
Edgar prese coraggio.
«Comunque io mi chiamo Edgar. Ma forse l’ho già detto due o tre volte»
Lei sorrise d’un sorriso che ora appariva triste.
«Piacere».
Edgar aspettò. Avrebbe voluto farsi una foto con lei. Prese il cellulare in mano.
«Scusate». Era uno di quei tecnici che gironzolavano rapidi sul set ad aggiustare, mettere a posto, sistemare. Aveva una valigetta in mano e un cappellino rosso da baseball calcato sulla testa alla rovescia.
Edgar si spostò appena.
«Devo cambiare le batterie».
Edgar lo guardò stranito.
«Batterie?»
«Sì».
«La batteria del mio cellulare va benissimo» gli disse muovendogli davanti agli occhi lo smartphone.
L’uomo lo fissò.
«Non la sua batteria».
Appoggiò la valigetta a terra.
«Susy.»
Edgar si voltò verso la donna.
«Susy?»
L’uomo sorrise.
Edgar guardò prima lui e poi lei.
«Chi?»
«L’umanoide.»
Per alcuni secondi Edgar non capì.
L’uomo aprì la valigetta.
Sul coperchio c’era scritto HOMOTECH.
Arrivò un secondo tecnico.
«Mi dai una mano, Bob?»
«Sì».
Uno prese Susy per le gambe.
L’altro le infilò le braccia sotto le ascelle.
La sollevarono dal divanetto.
Edgar rimase immobile.
La portarono via così, rigida e bellissima, come un rifiuto che dovessero smaltire.
Avevano già fatto qualche passo quando Edgar ebbe un sussulto.
«Ma Susy, tu… allora…»
L’umanoide, ancora sospesa tra i due uomini, voltò la testa verso di lui.
Accennò a un sorriso. Era ancora più triste. Poi annuì. E disse:
«Rabarbaro».

OneWay

Rowan era morto serenamente nel proprio letto. Di questo era abbastanza sicuro.
Un momento prima aveva sentito il peso del lenzuolo sulle gambe, il respiro farsi corto, la mano di qualcuno che stringeva la sua. Un momento dopo era in piedi in una lunga fila, sotto pannelli luminosi, con una valigia in mano.
La struttura aveva l’aria di un terminal aeroportuale. Nastri, tapis roulant, banchi per il check-in, gente che trascinava trolley. Una voce diffondeva annunci incomprensibili.
Quando arrivò il suo turno, posò la valigia sul nastro. La ragazza al banco portava un badge: BARBRA. Sotto, ONEWAY.
«Biglietto, prego».
«Non ce l’ho. Non so nemmeno perché sono qui».
Barbra mantenne il sorriso. «Non può non averlo. Forse le esce dalla tasca?» disse indicando un punto del suo giubbotto mantenendo il sorriso.
Rowan si guardò il giubbotto. C’era davvero un rettangolo di carta. Lo estrasse.
Il suo nome, la data di quel giorno, e una scritta che gli fece mancare il fiato:
CAUSA DEL DECESSO: arresto cardiaco.
Alla voce DESTINAZIONE, solo una sequenza di lettere e numeri.
Barbra passò il biglietto sotto un lettore. Il sorriso le si incrinò.
«Lei è in overdeading».
«Cioè?»
«Convocato in sovrappiù rispetto ai posti disponibili sulla partenza».
«Vuol dire che sono morto e non c’è posto per portarmi da nessuna parte? Dovunque sia questa parte?»
«Se non si presentano tutti, partirà regolarmente».
«Ma sono morti, come fanno a non presentarsi?»
«Ripensamenti dell’ultimo minuto, contrattempi. Le solite cose, sa com’è».
«No, non so com’è. Non sono mai stato morto prima. E poi io ho solo quarant’anni! Cosa sono morto a fare?» protestò Rowan.
«Capisco il suo disappunto. Lo farò presente».
«E se non parto?»
«Non dipende da me, signore. Le regole non le faccio io. Io sono solo un’impiegata. Però, in caso di mancato imbarco ha diritto a una compensazione. Permanenza temporanea. Manieri, castelli, vecchi alberghi».
«Per quanto?»
«Qualche decennio».
«Ma ritorno in vita?»
«Questo no. Lei rimarrebbe come ora… né morto né vivo. Presenza intermittente, prevalentemente notturna».
«Mi sta proponendo di fare il fantasma?»
Il sorriso di Barbra si allargò. «Non è poi così male. Vedrà, si divertirà. Non ha idea di come urla la gente quando ne vede uno…»
«Raggiunga l’area partenze. La chiameremo appena avremo la lista definitiva».
Rowan si allontanò con la valigia inutile.
L’area partenze era enorme e affollata. Trovò un posto libero. Poco dopo arrivò una ragazza sui vent’anni, zaino enorme, che non riusciva a sfilarselo.
«Aspetta». Rowan si alzò e la aiutò.
«Grazie, davvero gentile».
«Wren», disse lei tendendogli la mano.
«Rowan».
«Quasi ci facciamo il verso a vicenda» sorrise lei. «Terzo aereo questa settimana. Sto girando troppo per l’Europa».
Fu allora che Rowan notò l’ombra di Wren, netta sul pavimento. Guardò i propri piedi. Niente.
«Ma tu sei viva?»
«Certo. Sono solo stanca morta».
«No, voglio dire viva davvero».
«Sta bene? Ha una brutta cera».
Rowan si guardò intorno. Una famiglia con un’ombra sottile ma presente. Dietro, un vecchio col cappotto grigio. Nessuna ombra.
Un brivido gli attraversò la schiena.
«Ci sei già andato al duty free di questo aeroporto?» chiese Wren.
«No, sarà come tutti i duty free del mondo».
«No, questo è speciale. Hanno aperto lo stand di Pitchforks & Wings».
«Come hai detto?»
«Forconi e Ali. Roba fantastica».
«E come ci si arriva, se non ho la carta d’imbarco?»
Wren indicò una porta in fondo al corridoio. «Vedi quella porticina? È sempre chiusa, ma non a chiave. Nella tua condizione, se ci passi, non se ne accorge nessuno. Io, invece, non posso entrarci».
Rowan esitò, poi si alzò.
Lo stand era incastonato tra un bar chiuso e un negozio dalle vetrine vuote. Scaffali ordinati esponevano bottigliette ambrate ARIA COME SE FOSTE VIVI, penne per firmare testamenti con notaio gratuito, ali in miniatura in DOWNLOAD GRATUITO PREVIO ABBONAMENTO PLUS.
Un commesso gli si avvicinò, sorridente in un modo che ormai riconosceva.
«Cerca qualcosa, signore, o sta solo dando un’occhiata?»
«Sto solo… aspettando».
«Ah, ho capito, lei è uno standby, vero? Le consiglio i Suoni Dorati. Sono i suoni del Paradiso, in Alta Fedeltà. Da ascoltare sulla sua piattaforma di streaming preferita».
Rowan uscì senza comprare nulla. Tornò verso Wren, ma non finì la frase che aveva in mente di dirle.
In fondo al corridoio aveva visto Barbra. Procedeva sicura verso di lui, scansando i viaggiatori. Questa volta non sorrideva.
Quando gli fu davanti, abbassò per un istante gli occhi sull’iPad.
«Signor Rowan… senta…»
Lui deglutì.
La sveglia suonò.
Rowan spalancò gli occhi. La stanza era nella penombra. Non la riconobbe, né i giochi d’ombra che la luce che filtrava dalle tende che si muovevano sulla parete. Non capiva dove fosse. Rimase immobile ad ascoltare i suoni, caso mai li riconoscesse. Ma c’era un silenzio in quel posto che pareva rumore. Ecco, poi all’improvviso il verso doloroso della civetta.
Si portò una mano al petto. Il cuore non lo sentiva. Doveva essere ancora intontito dal sonno.
Si mise a sedere. Ma sì, era stato un brutto incubo. Solo un sogno assurdo. Cosa era andato a pensare!
Un aeroporto per morti. Mischiati ai vivi. L’overdeading. Che astrusità. Una hostess che gli aveva proposto qualche decennio da fantasma in compensazione del mancato volo. La Pitchforks & Wings.
Scosse la testa. Si alzò. Pensò che dovesse mangiare più leggero la sera. Non era più un ragazzino.
Sentì poi qualcosa nella tasca del pigiama. La tastò attraverso la stoffa. Poi mise la mano in tasca ed estrasse un biglietto.
Era il biglietto Oneway. C’erano ancora il suo nome e la sequenza alfanumerica sconosciuta. La data e la causa del decesso erano scomparse. Al loro posto, appena sotto la scritta STATUS, una sola parola:
STANDBY.

L’arma segreta di George

Horace entrò nell’open space del giornale Stourbridge News per andare a trovare, come faceva spesso, il suo amico “Bun” (soprannominato così dai colleghi, da “Bunny”, per via delle orecchie più grandi del normale, e addirittura, per alcuni, pure a punta). Non appena fece ingresso nella redazione, storse il naso.
«Qui qualcuno non si lava», se ne uscì senza mezzi termini appena scorse l’amico. «Dovreste aprire le finestre».
Bun lo salutò e poi annuì. Non era l’aria stantia, però, chiarì, ma di George.
«Chi è George?»
Bun era titubante, guardingo. Poi, disse sottovoce che George era quello che stava entrando in quel momento in sala. Un uomo vestito modestamente, che camminava con passo lento, dondolandosi un po’. Molto alto, quasi imponente, i capelli lunghi e bagnati sulle spalle. Lui stesso era fradicio d’acqua, i vestiti incollati addosso, tanto che a ogni passo lasciava una scia di bagnato per terra. L’aspetto era inquietante anche per via di una maschera di cuoio scuro che gli copriva parzialmente il volto.
«E chi è?», gli chiese Horace sempre più incuriosito.
Bun si era fatto serio. Le mani sulla scrivania come a cercare qualcosa. Era nervoso. Continuava infatti a osservare quello strano uomo che si avvicinava alle scrivanie dei giornalisti che, nel vederlo arrivare, si irrigidivano per poi chinare la testa e lavorare alacremente.
«Da dove sbuca?», insistette Horace.
Bun si toccò le orecchie, quasi per trarre ispirazione, se le lisciò un poco. Poi gli disse che George , così lo avevano soprannominato perché non si sapeva neppure chi fosse, lo avevano tirato fuori dal fiume una decina di giorni fa. Il medico legale ne aveva constato la morte. Era annegato per motivi ancora da accertare. La faccia e il corpo mangiucchiati dai pesci gatto. È per quello che aveva la maschera.
«Cosa vorresti dire… che è morto?», chiese preoccupato l’amico.
«Sì, proprio così», rispose Bun, continuando a seguire con lo sguardo George che nel frattempo, si era spostato diretto verso altre scrivanie. «La polizia ha riferito che era disteso sulla riva e il medico legale aveva appena constatato il suo decesso quando improvvisamente lui si è alzato da terra iniziando a camminare e rifugiandosi nel primo ufficio che ha trovato aperto, che poi è questo», disse indicando la sala. «Da quel momento, non si è più spostato da qui». E fece una smorfia.
«E la polizia non lo ha fermato? Non gli ha chiesto, cioè, spiegazioni?», chiese Horace.
Bun scrollò le spalle. «A quanto pare, il medico è piuttosto anziano e si sono detti che poteva aver commesso un errore nel dichiararlo morto. Non so dirti di più. Il giornale menzionava che avevano chiesto a George chi fosse e cosa ci facesse lì, ma lui non ha detto nulla. Se ne è semplicemente andato E poi, considerato il suo odore nauseabondo, hanno deciso di lasciarlo stare».
«Ed è venuto qui».
«Ed è venuto qui», confermò Bun con un sospiro. George si era messo a guardarlo. Bun subito abbassò gli occhi. «Nessuno evidentemente vuole scrivere nero su bianco che un cadavere che cammina sui propri piedi». E si mise a fissare il monitor fingendo di leggere qualcosa.
Horace, alzò anche lui lo sguardo verso George che, a sua volta, lo stava fissando con insistenza. Notò anche che gli impiegati in sala lavoravano in silenzio, il capo chino sulla tastiera che avevano davanti.
«Ma Mr. Allen non lo ha cacciato? So che è molto severo», chiese ancora Horace.
«Macché. Anzi, ha scoperto che, come supervisore, è eccezionale. Da quando c’è lui, non ci sono più distrazioni e tutti arrivano puntuali. La produzione è aumentata. Sono diventati tutti impiegati modello».
«Persino tu?», chiese Horace prendendo in giro l’amico.
Bun però non rise. Deglutì rumorosamente.
«Ma cos’ha di speciale, questo George? Come fa a farli rigare dritto?», chiese spiegazioni Horace.
Bun si fece di nuovo silenzioso. Era visibilmente a disagio. Poi mormorò: «Ha un’arma segreta».
«Un’arma segreta?», ripeté Horace, incuriosito.
Nel frattempo, Horace si accorse di aver perso di vista lo strano tipo. Pareva sparito. Poi, un odore dolciastro di carne avariata gli arrivò al naso. Si girò e vide George che lo sovrastava. Sussultò. Da vicino, George appariva ancora più massiccio e minaccioso, soprattutto a causa della inquietante grossa maschera che gli copriva due terzi del volto. Un rivolo d’acqua gli scivolava lungo il mento e cadeva sulla scrivania di Bun, formando una pozza ai suoi piedi.
George a quel punto si mise a gesticolare nella direzione di Bun.
«Che dice?» chiese Horace al suo amico.
«Mi chiede chi sei. Dice che non gli risulta che tu sia un dipendente».
Horace allora si rivolse a George e, scandendo bene le parole come se parlasse a uno straniero un po’ sordo, disse: «Sono un amico di Bun. Sono venuto a trovarlo e a portargli un muffin caldo».
George lo ascoltava, ma sembrava un po’ lento a capire, come se facesse fatica a elaborare quello che gli veniva detto. Poi si girò verso Bun e gesticolò di nuovo.
«E adesso che dice?» chiese ancora Horace.
«Dice che te ne devi andare. Stai disturbando il mio lavoro. Sono già in ritardo con un pezzo che devo finire in giornata», rispose l’amico.
«Ed è vero?» chiese Horace.
«Purtroppo, sì», confermò l’amico.
Horace sorrise a George. E gli scandì bene le parole:
«Va bene, non appena Bun finisce il muffin, vado via». Ma, mentre gli stava parlando, si accorse che il suo amico gli stava vistosamente facendo di no con la testa.
Sentita la risposta, George, con un certo ritardo come se si ripetesse più volte nella testa le parole di Horace, si curvò su di lui e gli alitò in faccia con tutto il fiato che aveva. Horace fu subito avvolto da un odore di marcio putrefatto. Cercando di reprimere i violenti conati che gli stavano squassando la gola e lo stomaco, si alzò di scatto e scappò via.