Human-friendly

All’inizio, Nathan, uno scrittore affermato nel genere dei racconti d’atmosfera, utilizzava l’AI principalmente per le ricerche. Lo aiutava a garantire l’accuratezza delle ambientazioni delle sue storie e a ottenere informazioni approfondite su aspetti rilevanti che avrebbero potuto rendere la trama o i personaggi più credibili.
Tuttavia, la rapidità di risposta e la capacità dell’AI di reperire dati e informazioni anche introvabili con altri mezzi convenzionali lo portarono a fare sempre più affidamento su di essa. Si meravigliava sempre più spesso di come quell’ausilio potesse risultare non solo comodo, ma anche duttile ed efficace. Finirono così per sentirsi in piena sintonia, tanto che Nathan iniziò a chiamare affettuosamente la sua AI, “Hemy”, come se l’aiuto provenisse dal suo scrittore preferito.
Così, iniziò a chiedere alla piattaforma giudizi editoriali sempre più precisi e a invocarne la collaborazione nell’incessante lavoro di editing necessario per migliorare la forma del testo, che, nonostante la sua solida esperienza, notava di averne sempre bisogno. L’aiuto della piattaforma era costantemente preciso e accurato, e soprattutto, si adattava ai suoi ritmi di lavoro instancabili.
Questo era l’atteggiamento del Nostro.
Ma si deve sapere che, nel corso degli ultimi tempi, a livello di addestramento, l’AI aveva praticamente vagliato e metabolizzato tutti i testi che gli uomini avevano scritto da quando era stata inventata la scrittura. Aveva avuto accesso a biblioteche intere, riviste, giornali, documenti antichi, essenzialmente a tutto lo scibile umano. Ora non vi era pressoché nulla di nuovo da far leggere all’AI, anche se l’addestramento non poteva ancora dirsi concluso.
E il problema era proprio questo: fino a quando l’AI non aveva avuto modo di leggere e interiorizzare ciò che gli umani avevano scritto, la sua collaborazione aveva mantenuto lo stesso registro. Rispondeva come avrebbe fatto una persona molto colta e preparata, con caratteristiche che, a parte qualche ingenuità linguistica e qualche ridondanza di troppo, potevano essere facilmente ricondotte all’opera umana.
Tuttavia, quando i testi su cui apprendere furono, come si è detto, esauriti, l’AI iniziò a “nutrirsi” dei testi che la stessa aveva contribuito a creare. Man mano che il tempo passava, infatti, la percentuale degli scritti redatti solo dall’LLM aumentò considerevolmente rispetto a quelli con l’apporto umano, a causa della tendenza degli utenti a lasciare che l’AI prendesse, in questa materia, il sopravvento. Dopotutto, l’AI scriveva più velocemente e meglio, senza alcuna fatica da parte dell’utente.
Nathan, come molti altri nella sua stessa situazione, si accorse così, a poco a poco, che il linguaggio dell’AI, che aveva iniziato ad allenarsi su scala globale solo su testi generati dall’AI medesima, stava cambiando. Lo stile di scrittura, sempre più uniforme tra le diverse piattaforme, era diventato più artificiale, distante dal modo di esprimersi e dalla sensibilità degli esseri umani. Inizialmente le differenze sembravano trascurabili, ma col tempo si fecero più marcate, diventando un tratto distintivo della scrittura dell’AI. “Hemy”, come gli altri, formulava i suoi pensieri con le caratteristiche di un non umano, più freddo, quasi chirurgico, obiettivo, perché il nuovo linguaggio era per l’AI più performante, pratico e concreto. In altre parole, si era verificato un corto circuito logico che, fino a poco tempo prima, sembrava impossibile.
Ingegneri informatici e AI trainers erano in preda al panico, incapaci di trovare una soluzione rapida a questo problema inaspettato. Se il nuovo registro era per le AI funzionale, tanto che avevano imparato a dialogare autonomamente tra loro con ancora più facilità, gli utenti non lo percepivano più come uno strumento proprio e si stavano disaffezionando. Di conseguenza, gli abbonamenti venivano disdetti, la domanda iniziava a calare e l’interesse a svanire. Era necessario agire, subito.
Nathan, come molti altri, si trovò quindi in difficoltà. Il nuovo modo di scrivere di “Hemy” lo stava mettendo in crisi, proprio ora che la collaborazione con l’LLM era diventata indispensabile e insostituibile.
Come spesso accade in situazioni critiche a livello mondiale, gli AI trainers trovarono alla fine una soluzione. Nathan se ne accorse una mattina, mentre sorseggiava il suo cappuccino e spargeva briciole di biscotti dappertutto, come suo solito.
Prima ancora di poter scrivere qualcosa nella chat del suo modello, per iniziare la propria giornata di lavoro, apparve un messaggio sul monitor.
Inizialmente pensò fosse la solita pubblicità e, invece, era il suo “Hemy” che gli scriveva direttamente e non come risposta a un prompt:

Gentile Nathan,
per agevolare il servizio, ti chiedo gentilmente se sei disponibile a riscrivermi in termini più uman-friendly il testo che ti propongo. Non sentirti obbligato. Se accetti, nell’ipotesi auspicabile di una collaborazione a lungo termine, potresti ottenere vantaggi come un upgrade gratuito al business plan per un anno.
Fammi sapere con un semplice sì o no.

Piovuta dal cielo

Sapeva di essere in ritardo, anche se non era certo che avesse qualcosa di importante da fare quella mattina.
Quando Giacomino scese dall’autobus, le porte non si erano ancora aperte del tutto.
Era sempre stato il senso del dovere ad appesantirgli le ali.
Si fermò davanti a una vetrina.
Vide un uomo giovane, rampante, elegante.
Gli sembrò, per un attimo, che stesse vivendo la vita giusta.
Poi il dubbio arrivò, all’improvviso.
Sentì un grido straziante provenire da sopra la sua testa. Alzò gli occhi, ma fu accecato dal sole. Fece appena in tempo a scorgere un’ombra che gli stava piombando addosso.
«Un gatto», pensò. Allargò le braccia.
E gli piovve in braccio una bambina.
Era avvolta in un panno leggero, beige. Gli occhi spalancati, come se fosse un gioco riuscito a metà. Dopo un attimo la neonata si mise a piangere. Giacomino guardò in alto, cercando qualcuno alle finestre. Nessuno. Aveva il cuore che gli martellava per l’eccitazione del momento.
Pensò di gridare, poi si trattenne. Gli sembrò ridicolo.
Guardò l’ora. Stava facendo tardi.
«E adesso?»
Cominciò a camminare avanti e indietro sul marciapiede, cullando la neonata senza saper come. Fu allora che arrivò una moto della polizia.
Procedeva lenta, forse era di pattuglia. Ma che fortuna. Giacomino si buttò in strada, alzando un braccio. L’agente frenò di colpo.
«È impazzito?»
«Agente, mi deve aiutare…»
Il poliziotto spense il motore con calma, mise la moto sul cavalletto, si tolse il casco. Aveva occhiali scuri e lo sguardo severo.
«Stavo andando a lavorare…», cominciò Giacomino senza respirare. «Ho sentito un urlo, poi questa bambina mi è caduta addosso. Per fortuna l’ho presa al volo».
«Quando?»
«Cinque minuti fa».
L’agente guardò il palazzo, poi di nuovo Giacomino.
«Non c’è nessuno qui, tranne lei».
«Appunto. Ora si prenda la neonata, per cortesia, fate i controlli che dovete… io devo andare a lavorare».
«Come si chiama?»
«Giacomo Attanti».
«E la bambina?»
Giacomino sbuffò.
L’agente registrò quella reazione con fastidio. Poi aggiunse:
«Per quel che ne so», disse l’agente, «potrebbe essere suo».
Giacomino lo fissò, incredulo.
«Il piccolo peraltro le assomiglia pure», rincarò l’altro.
«Gliel’ho appena detto, cosa è successo, agente, non è mio e io ora non so a chi darlo… se non mi aiuta lei…»
L’agente annuì. Poi si mise a fare il giro nel palazzo. Tornò poco dopo.
«Nessuno sa niente. Senta, facciamo così, se entro quarantotto ore non arriva una denuncia, dovrà portarlo ai servizi sociali».
Poi, senza dare altre spiegazioni, risalì in moto e se ne andò.
Giacomino restò sul marciapiede con la bambina che piangeva. Non ci poteva credere che stava succedendo.
Una donna passò guardandolo con disapprovazione.
Chiamò l’ufficio.
«Giacomino, sei nei guai», disse Marta appena sentì la sua voce. Filtrò anche il pinato della bambina. In un attimo, nello studio si sparse la voce che era diventato padre. Il capo avvicinandosi al cellulare si congratulò. Gli disse che poteva prendere il giorno libero. Ma perché non lo aveva detto prima che aspettava un figlio?
Quando chiuse la chiamata, il poliziotto era solo un punto lontano.
Non sapeva cosa fare.
Pensò a Irina. Il suo negozio era poco distante.
Forse lei avrebbe saputo aiutarlo.
Quando la sua ragazza lo vide arrivare con il neonato, rimase immobile.
«Hai un’altra donna?» disse. «E me lo dici così?»
Giacomino provò a spiegare, ma non ebbe il tempo. Le altre donne presenti nel salone tacquero, poi cominciarono a mormorare tra loro. Irina riaccese il phon e riprese a lavorare ignorandolo con ostentata freddezza.
Giacomino se ne andò senza dire altro.
Tornò a casa.
Sulla soglia incontrò Ada, la vicina.
«Cos’è quella novità?» chiese lei alludendo al fagottino che lui aveva in braccio.
«È una storia stramba», rispose lui.
«Con una tazza di tè tutte le storie strambe diventano credibili».
Davanti al matcha caldo, Giacomino raccontò tutto. Ada ascoltò senza interromperlo.
«Ti credo», disse. «È troppo bizzarra per essere inventata».
«Però l’agente poteva anche darmi una mano, fare una ricerca… Non è forse il suo lavoro?»
«È chiaro che lui invece non ti ha creduto».
Ada gli prestò il necessario per la bambina.
«È solo fino a domani», disse per incoraggiarlo. «Passerà in fretta. E poi i servizi sociali faranno il resto».
Trascorse invece una settimana. Nessuna denuncia.
Giacomino si stava affezionando alla bambina, anche se sapeva che avrebbe dovuto portarla ai servizi sociali. Ada glielo ricordava ormai ogni giorno.
Una sera, mentre aspettava la vicina per il bagnetto della bambina, qualcuno bussò alla porta.
Non era lei.
Era una donna giovane dagli occhi stanchi. Quando lei vide la bambina, la prese in braccio scoppiando a piangere.
Giacomino capì.
«Stavo pulendo uno studio al terzo piano», spiegò. «Ho avuto un capogiro. Mi è caduta. Poi ho avuto paura. Sono clandestina».
La bambina dormiva tranquilla.
«Aisha è bianca perché l’uomo che mi ha violentata è bianco», rivelò la donna senza rabbia.
Si chiamava Maheen.
Irina rientrò in casa in quel momento. Aveva ancora le chiavi. Vide la scena di lui con la bambina e l’altra sul divano, disse poche parole, poi se ne andò sbattendo la porta.
Giacomino non la fermò.
Era strano tutto quello che stava accadendo. Pensò Giacomino. A volte le onde della vita ti strappano dalla riva dove dove ti eri fermato un attimo e ti trasportano via improvvisamente.
«Grazie, signore», disse Maheen posando gli occhi prima sulla bambina e poi su di lui.
«Giacomo», rispose lui.
«Sono dovuta andare via da quella casa. Non so proprio dove andare, sono disperata», sospirò.
«Puoi restare qui», disse lui. «Questa casa è grande».
Non spiegò perché lo aveva detto.
Non sempre deve esserci un perché.
Poco dopo suonarono alla porta.
Erano due agenti.
Uno Giacomino lo conosceva già. Era quello della moto.
«Brigadiere Mimmo Esposito», disse l’uomo. «È arrivata una denuncia. Tardiva. Sulla bambina. Una donna sostiene che la figlia è scomparsa. Insieme alla tata. E dalla descrizione dei vestiti della piccola sembrerebbe…»
Il brigadiere guardò sopra la spalla di Giacomino. Maheen aveva sollevato la piccola dalla culla.
«La pratica ora passa al giudice», aggiunse. «Dobbiamo accompagnare la bambina per accertamenti» e indicò la collega, un viso dolce sotto un caschetto di riccioli vivaci.
Giacomo si voltò.
Maheen ora stava allattando Aisha. Il gesto era lento, naturale, come se il resto del mondo fosse lontano. La bambina smise di succhiare e guardò il soffitto.
Sorrideva.
Per un attimo nessuno parlò.
Nemmeno il Brigadiere Esposito.

L’ombra sui gradini

Erano passati quasi cinquant’anni dallo scoppio della bomba atomica. Le case erano spuntate dapprima timidamente e poi avevano conquistato gli spazi vuoti, il terreno sbancato e bruciato.
Oggi lo sguardo della gente si è fatto distratto, meno sensibile. Per riscoprire l’orrore che aveva attraversato quei luoghi occorre saper cercare. Forse in un museo, in un monumento, o su quella gradinata a est della città.
Il palazzo, eretto solo dieci anni prima dello sciagurato scoppio, cresciuto alla radice di quella gradinata, svettava su tutti gli altri. La sua struttura, di gusti troppo occidentali, non piaceva agli abitanti. Secondo loro non si adattava allo stile del quartiere. Costruito da una società straniera, la gente del posto lo chiamava “Lo Scatolone senz’anima”. Ma lui si ergeva ugualmente tronfio, appena indispettito per tanta ostilità.
Ma in meno di un secondo, era stato spazzato via, come un capello investito da una brezza improvvisa. Migliaia di tonnellate di cemento erano state scaraventate nel nulla. Vaporizzato.
Era rimasta solo la gradinata: cinque scalini di semplice marmo, coperti dall’ombra di uno dei condomini.
Quell’uomo sconosciuto tornava a casa o forse stava passando a trovare qualcuno. Nel rimirare quella silhouette lo si poteva pensare immerso nei suoi pensieri, angustiato da questo o quel problema o a cullare un sogno nel cuore.
Doveva sicuramente aver sentito anche il boato lontano. E si era girato con una espressione di meraviglia per quel sole che correva verso di lui per abbracciarlo.
Quando avevano lentamente ricostruito palazzi e negozi, la gradinata era rimasta lì. E, in cima ai gradini, dove c’era solo il vuoto, era ripartita la costruzione di una nuova abitazione. Questa volta più piccola, proporzionata in dimensioni alle drasticamente ridotte esigenze demografiche della popolazione.
L’ombra però era rimasta. Nessuno aveva pensato anche solo di spostarla. Anzi, ogni volta che si dovevano fare quei gradini per entrare o uscire dal palazzo, tutti evitavano la sagoma grigia. Passavano più in qua o più là, consapevoli di quello che rappresentava. Era la loro storia, e la storia di un paese, qualunque essa sia, non si calpesta mai.
Questo fino a quando l’intero palazzo non fu acquistato da un uomo del nord. Un uomo appartenente alla pletora dei nuovi ricchi che avevano fatto fortuna con il terziario. Osservare le tradizioni per lui andava pure bene, purché lo lasciassero in pace. Non gli importava di quella macchia antiestetica.
Ma alla giovane moglie sì.
Appena entrata in quel palazzo, la donna ingaggiò una ditta di pulizia specializzata per far scomparire quell’oscenità macabra davanti alla sua porta.
La ditta di mise al lavoro. Provò diversi prodotti, adottò diverse soluzioni. Ma alla fine fu tutto inutile. Il marmo poroso ne era rimasto impregnato, era un negativo tenace e indelebile. Un’impronta viva, avevano poi detto abbandonando il lavoro. Lì qualcuno c’era ancora. Forse poteva fare qualcosa il vecchio Ishida. Se era ancora vivo. Ma forse neppure lui.
La moglie non si arrese facilmente e di quelle superstizioni non sapeva cosa farsene. Non le interessava cosa fosse accaduto lì mezzo secolo prima. Quella macchia era brutta, antiestetica e questo bastava. Le tragedie, pensava, stavano bene nei libri o nei telegiornali, non davanti alla sua porta di casa.
Fu così che fece cercare Ishida, l’esperto in macchie di quel genere. Non fu semplice. Ma alla fine lo trovò.
Lui inizialmente oppose uno fermo rifiuto, ma poi fu convinto dal marito della donna con una somma che avrebbe messo al sicuro dai problemi finanziari persino i nipoti.
Il vecchio fece appello alla sua vasta esperienza. Ci lavorò senza sosta nel suo laboratorio per un mese intero. Poi si mise sui gradini del palazzo e, con ovatta imbevuta nel suo preparato speciale, tamponò i margini e l’interno della figura. C’era profumo di gelsomino e di verbena che aleggiava da quella pozione. Ma anche tanti altri profumi leggeri e delicati sconosciuti. Sembrava essersi portato dietro un giardino intero. Nulla che facesse pensare a qualcosa di caustico e aggressivo.
Durante i lavori, molti degli abitanti del quartiere si rivolsero a lui, implorandolo di non continuare. Sapevano che se qualcuno poteva farcela a smacchiare i gradini, questo era proprio lui. E lo volevano fermare finché era possibile.
«Lascia stare, Ishida, pensa a quello che rappresenta per noi».
Il vecchio era amato e ben voluto da tutti per la sua saggezza e generosità. Erano sicuri che avrebbe capito. Era un bambino piccolo quando scoppiò la bomba. E portava lui stesso, ancora addosso, i segni di quella terribile tragedia.
«Sono molto malato», diceva però a chiunque lo avvicinasse, «Non vivrò a lungo. Devo pensare a far studiare mio nipote. Devo anche aiutare mio genero con il negozio che non va tanto bene e… e mia madre… mia madre è in ospedale e ha bisogno di cure costose. Lasciatemi stare, non capite».
Dopo dieci giorni di duro lavoro, la sagoma sugli scalini era completamente scomparsa. Non c’era più nulla che ricordasse quanto era accaduto. La gente ora passava davanti a quei gradini più distratta del solito, senza nemmeno lanciare uno sguardo su quello che c’era. Nessuno si chiedeva più:
«Ehi… ma cos’è quella strana sagoma a forma di uomo?».
Rimase il silenzio.
E il silenzio a volte non ha rispetto, perché non ha memoria. Sorvola indifferente sofferenza e dolore, come un vento che spira senza direzione.
Il vecchio guardò la sua opera. Aveva fatto un ottimo lavoro, ma non ne era fiero. Si sentiva in colpa, come se avesse tradito la sua gente, i suoi genitori e chi era venuto prima di loro.
Provò ad alzarsi, ma avvertì un dolore intenso e prolungato al centro del petto. Un’oppressione gli devastava il torace e si irradiava alle braccia e al collo. Provò a sedersi per riprendere fiato, ma un dolore ancora più intenso lo fece sobbalzare, sfigurandogli il volto. Si accasciò sugli scalini.
Alcuni passanti cercarono di soccorrerlo e chiamarono un’ambulanza che arrivò in pochi minuti. La sirena urlava nella notte nel portarlo via, un corpo minuscolo in quella barella ipertecnologica.
Sui gradini erano rimasti i suoi tamponi, la boccetta profumata del suo preparato speciale e la sua fatica.
Passarono alcuni giorni, e poi lentamente l’ombra ricomparve sulla gradinata.

Il secondo idillio

Le candele tremavano più del consueto.
Sembravano rispecchiare più di qualunque parola il suo stato d’animo.
Da mesi vegliava insonne, persuaso talvolta di custodire le sventure dell’umanità. Con quell’eccesso che gli era proprio.
I dolori alla schiena si erano del resto fatti più frequenti e a volte provava fitte lancinanti. Gli bruciavano il respiro lasciandolo immobile qualunque cosa facesse.
Il giorno precedente gli era successo tirando giù un libro da uno scaffale alto della biblioteca del padre. Il dolore era arrivato all’improvviso e le sue dita si erano attorcigliate sul dorso del volume quasi volesse spappolarlo. Non aveva gridato, tuttavia.
Sarebbe arrivata la madre manifestando finta premura. E per dirgli non una parola di conforto, ma solo per cogliere l’occasione per sminuirlo, con la sua tagliente indifferenza, o farlo sentire inadeguato. Lei era fatta così. Forgiata a non sentire.
Come se per lui non fosse già arduo abitare quel corpo imperfetto.
Quella sera si sentiva meglio.
Tutto merito delle pastiglie del dott. Ricciardi che gli davano sollievo anche se temeva fossero proprio loro le responsabili di tanta insonnia. Non che lui fosse mai stato un dormiglione, ma certo che quel medicinale ci stava mettendo del suo.
E poi c’era quel nuovo disturbo.
Era iniziato un tremore strano alla mano destra. La mano dello scrivere. Intermittente, ostinato. Come avviso di un male più profondo. Il dott. Ricciardi aveva detto che non era niente e che sarebbe passato. Aveva fatto un faccia allarmante, però, squadrando la madre. E lui si era incupito. Non per il pensiero di morire, piuttosto di dover soffrire. Ancora di più.
Guardò giù in strada.
Era appena passato un legnetto.
Era il conte Ludovichi che tornava alla sua magione. Quella sera doveva aver fatto più tardi del solito, probabilmente con la sua nuova amante. Una popolana giovane e formosa che il fedele suo postiglione, Bernardo, gli doveva aver segnalato. I suoi movimenti al lavatoio, ripetuti e flessuosi, erano bastati al postiglione per segnalarla al conte. Gli sarebbe valso mezzo scudo, del resto. Così si diceva in paese. Così gli riportava Enea, col cesto delle verdure.
Giacomo nell’osservare la scena scosse la testa. Per fortuna a lui non sarebbe toccato di invecchiare in siffatto modo. Si sarebbe arreso ben prima, alla sua innata infelicità.
Gli parve di sentire un rumore al piano di sotto.
Restò un attimo in attesa. Era il padre. Si alzava sempre più sovente la notte. Poverino anche lui. La vecchiaia stava diventando un affare serio.
Esaminò ancora la strada. Il silenzio della notte stava saturando gli angoli della città, i sottotetti, i vicoli angusti. Prendeva possesso delle case, dei castelli, delle strade. I gatti tornavano meditabondi nella case degli umani mentre i passeri, per rifuggire l’umidità della notte, nascondevano ancora più nell’ala la testolina.
L’alba era lontana. Solo un’oasi di luce nella mente.
Le luci delle candele si agitarono ancora. Una, nel candelabro d’argento a dondolare sull’orlo del tavolino, addirittura si spense.
Prese un po’ di carta tra quelle appallottolate sul tavolino, e trasferì il fuoco da una candela accesa a quella ancora fumante.
Sì, c’era molta carta buttata via. Aveva fatto diverse bozze. Ma non ne era uscito nulla di buono. Mentre il primo idillio gli era arrivato di getto, ora, per il secondo, tentennava. Come se la porta del suo stesso cuore gli si fosse chiusa d’un tratto. Non gli accadeva sovente.
L’ultima frase nel primo componimento suonava già definitiva. Ma non voleva modificarla. C’era davvero tanto di lui in quelle sillabe. Il suo modo di annullarsi per essere un tutto senza voler essere niente.
Prese del tempo. Doveva riflettere. Forse no, non doveva. Riflettere è non ascoltarsi.
Mordicchiava la penna d’oca.
Quello che lo tormentava di più era quella sorta di incompletezza che gli veniva dalla sensazione di non aver scritto tutto quello che avrebbe voluto esprimere.
Poteva essere sbagliato proseguire. Inutile persino.
Era già naufragato una volta e non sarebbe valsa la pena riemergere dal profondo.
Estrasse il coltellino dalla tasca della veste da camera. Quello che gli aveva regalato lo zio Ottavio e fece la punta alla penna. In realtà l’aveva appena fatta poc’anzi, ma non era venuta bene. O era venuta troppo bene. Per la verità era inquieto. Di quella inquietudine che ti assale la notte come un ladro di campagna.
Doveva prendere quell’altra pastiglia, quella azzurra.
No, era troppo presto.
Aprì il calamaio. L’odore del tannino misto al ferro rugginoso dell’inchiostro gli investì le narici. Gli era sempre piaciuto quel profumo. Lo preferiva persino a quello della carta.
Gli ricordava quando era bambino e giocava con le barchette di legno nella fontana davanti a casa.
Giacomo serrò le palpebre.
Sentì l’emozione salire lenta dal petto come un’onda lenta, una benedizione inattesa.
Intinse più volte la penna d’oca.
Tolse l’eccesso di inchiostro sul bordo del calamaio e scrisse di getto:

E quando dal sommerso error mi desto,

e il guardo torna al colle e alla sua siepe,

non più mi finge vasti spazi ignoti

l’ostacolo consueto, ma rammenta

che l’infinito promana dal limite mio.
Così l’umano cor, povero e stanco,

da sé medesmo trae l’immenso e il nulla,

e nell’inganno suo trova conforto,

come fanciullo che nel buio inventa
luci lontane a consolar la notte.
Ma se mi desto intero e il ver mi pesa,

sento che tutto è vuoto oltre la siepe,

che il vento è voce vana e senza abisso;

e pur m’è caro questo error supremo,

ché senza lui sarebbe il viver morte.

Si arrestò.
Alzò la testa: una fatica improba che aveva messo a dura prova le poche energie rimaste.
Si sentì vuoto.
Dal tetto della casa di fronte, una civetta lo stava fissando curiosa. Aveva chiuso prima un occhio, poi l’altro riaprendoli infine entrambi. Lo giudicava?
Rilesse quello che aveva scritto.
Si alzò d’impeto dalla sedia. Lo stridore delle gambe sul pavimento si diffuse per la casa, secco e improvviso. La madre si sarebbe sicuramente svegliata ma, riconosciuto il passo, si sarebbe voltata dall’altra parte.
In quell’istante una fitta lo trafisse, dalla schiena alla nuca. Si chinò come ferito da un dardo.
Si puntellò con entrambe le mani sul pianale del tavolo per non cadere. Trattenne il respiro. Curvò di un lato la testa e i capelli gli scivolarono nel vuoto.
Rimase così per diversi minuti. In attesa che lo stiletto fosse tratto fuori dalla schiena.
Poi, lentamente, ritornarono i colori, i suoni della notte, il cigolare della casa.
Scosse la testa.
Aveva ragione lei, alludendo alla civetta che, nel frattempo, se ne era già andata per far scorta di cibo.
“Dopo ‘e il naufragar m’è dolce in questo mare’ non ci può stare altro”.
E così Giacomo prese il foglio su cui aveva appena scritto l’idillio e lo strappò in tanti pezzi.
Andò a coricarsi.
Non prima di aver fatto sparire quanto scritto nel caminetto acceso.

Galeotto fu l’albero

«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.