«Certo, la completerò come da contratto. Tuttavia, ho bisogno dei nuovi finanziamenti già richiesti nella lettera che vi ho inviato qualche giorno fa. E, naturalmente, dovete ritrovarmi Ramon».
«Per i finanziamenti non si preoccupi, Architetto. L’Asociación Espiritual, che ho l’onore immeritato di presiedere, li ha già stanziati. Mi scusi, non ho capito bene chi le dovrei trovare, Maestro».
«Ramon Alenyà i Corbera».
Bocabella era sempre nervoso quando parlava con il Maestro. Man mano che la Cattedrale dei Poveri prendeva forma aveva compreso ancor più la magnificenza del suo genio. E quando doveva discutere con persone che si dimostravano ben al di sopra della sua statura morale e tecnica, provava sempre un profondo rispetto paralizzante.
«Ramon, eh?» disse tra sé e sé.
Ma non era una vera domanda.
Bocabella stava cercando di ricordare dove aveva già sentito quel nome.
L’Architetto, che aveva preferito rimanere in piedi, come suo solito, ne approfittò per guardare fuori dalla finestra. Era stato un giorno di sole che aveva asciugato il cantiere dopo le piogge torrenziali dei giorni precedenti. Nei primi sbancamenti per le fondazioni si era formato un laghetto, e alcuni germani reali lo avevano scelto come luogo di sosta prima di riprendere la migrazione.
«Sì, è il mio agrimensore di fiducia. È stato licenziato da Capdevila, Direttore dei lavori iniziati alla Cripta della Colònia Güell, su vostra richiesta», spiegò l’Architetto, intuendo il pensiero di Bocabella. «È stato ingiustamente accusato di furto in cantiere. È ridicolo, lo conosco dall’infanzia, non farebbe mai una cosa del genere. E poi è un uomo di grandi mezzi. Non avrebbe nemmeno bisogno di lavorare per vivere nell’agiatezza. Figuriamoci rubare dei sacchi di gesso».
«Quindi, se ho capito bene, è solo un agrimensore?» chiese Bocabella, inarcando le sopracciglia. Ora gli era tornata in mente la vicenda. Ramon era andato in escandescenze per quell’accusa mossagli davanti alle maestranze.
«No, lui non è solo un agrimensore. È molto di più: è un collettore di informazioni, ma anche il mio addetto stampa, il mio faccendiere e chissà cos’altro. In più, mi sono rivolto a lui per delle ricerche fondamentali, che sto aspettando con trepidazione. Dopo il licenziamento, Ramon, però, è sparito nel nulla. Neppure a casa sanno dove sia finito. Sono tutti preoccupati».
«Va bene, Maestro. Ramon verrà reintegrato nel lavoro. Lo sposteremo in un cantiere diverso, fuori dalla portata di Capdevila. Mi spiace che si possa essere verificata una cosa simile. Provvederò personalmente a farlo venire da lei il più presto possibile».
Le ricerche dell’uomo richiesero più tempo del previsto. Ramon era un uomo orgoglioso e dal temperamento infiammabile. Non sopportava critiche né rimproveri. Pur avendo una capacità di lavoro invidiabile, doveva fare sempre a modo suo. Era inevitabile che entrasse in rotta di collisione con Isidre Capdevila, che, dal punto di vista caratteriale, era il suo opposto. Avevano litigato per una sciocchezza e quasi erano venuti alle mani. Isidre aveva poi montato una denuncia inconsistente di furto per far intervenire la committente e allontanarlo. Ora si temeva che Ramon potesse essere addirittura tornato in Messico da alcuni parenti.
Dopo un paio di settimane, un pomeriggio, l’Architetto era a casa sua a Park Güell, quando ricevette un biglietto. La grafia era inconfondibile: era di Ramon. Scriveva che voleva incontrarlo quella sera stessa alle 18, davanti alla chiesa di Sant Felip Neri. Aveva notizie importanti da dargli.
Il Maestro sbrigò le sue faccende. Andò al cantiere per rivedere i disegni della Torre degli Evangelisti. Non lo convinceva il gioco di luci ora che la Facciata della Natività era stata completata. La luce spioveva in modo diverso da come se l’era immaginata.
Poi si incamminò per Sant Felip per incontrare prima Ramon e poi dedicarsi alle sue preghiere serali.
Ramon era già sul posto da mezz’ora che lo aspettava. Era nervoso. Quello che aveva scoperto poteva cambiare ogni cosa, soprattutto per un fervente cattolico come Antoni.
L’Architetto doveva essere informato.
Poi, all’improvviso, Ramon lo vide attraversare la Gran Via all’altezza del Carrer de Bailèn. Il Maestro aveva, come suo solito, il capo chino, immerso nei suoi pensieri, le mani dietro la schiena.
Decise di andargli incontro. Si fermò in mezzo alla strada per far passare il tram veloce che sopraggiungeva alla sua destra. Ma Ramon non resistette e lo chiamò ad alta voce per fargli sapere che era lì.
«Maestro! Maestro!»
Lo vide alzare lo sguardo nella sua direzione e sorridergli. Poi udì lo stridio dei freni e un urto violento nella parte anteriore del tram, che si arrestò bruscamente. Il Maestro era stato investito.
Quando l’ambulanza partì per l’Ospedale, Ramon era ancora in mezzo alla strada, con le macchine che lo sfioravano, sotto choc. Antoni era lì, a pochi metri da lui. E ora…
Il giorno seguente, Ramon si recò alla Hospital de la Santa Creu, dove Antoni era stato trasportato. Insistette con l’infermiera per poter vedere il Maestro. Gli risposero però che tra i degenti non avevano nessun Maestro ricoverato. Solo un poveraccio che era stato investito da un tram. La coscienza di quell’uomo era comunque intermittente. Erano più i momenti di coma che di veglia. Non poteva quindi parlargli: insomma, era in fin di vita.
Allora lui si mise a gridare che non avevano riconosciuto il paziente. Non era un poveraccio, ma l’Architetto, l’Architetto di Dio. Dovevano salvarlo, dovevano farlo per il bene dell’Umanità intera.
Le guardie lo allontanarono con la forza. Ramon sbraitava, si agitava, urlava. Poi capì che era tutto inutile. Il destino del Maestro era segnato. E poi lui era ancora ricercato dalla polizia per quella storia maledetta di furto. Non gli conveniva dare nell’occhio. E se ne andò.
Camminò confuso per Barcellona, che ormai era sera. Aveva pensieri ingombranti che gli sgomitavano nella testa. Si sentiva in colpa. Era stato probabilmente lui a distrarre Antoni nel momento in cui arrivava il tram. Non se lo sarebbe più perdonato.
Giunse nel suo peregrinare senza meta fino al Moll de la Fusta, il molo infinito che dalla città piena di luci si distendeva come un braccio teso a ghermire il mare.
Lo sciabordio delle onde quiete cercò di calmarlo senza riuscirci. Si mise a osservare i giochi di luce di una luna riluttante a salire in cielo. Sentiva il ronzio della propria mente. Non riusciva a lasciarsi alle spalle quanto scoperto. Il cuore era in tumulto.
Quando Antoni si era rivolto a lui per sapere cosa si celasse sotto il terreno degli scavi prima che iniziassero i lavori per la Cattedrale, aveva trovato la richiesta alquanto strana. Tuttavia, il Maestro aveva insistito. Il Maestro, in preda a viva agitazione, gli aveva raccontato di essere stato più volte svegliato. Aveva sentito grida soffocate e sospiri disperati mentre dormiva nel suo studio-laboratorio allestito all’interno del cantiere. Attraverso le assi della baracca, aveva poi intravisto improvvisi lampi di fuoco che si levavano dal terreno senza fumo. Inizialmente si era spaventato, poi si era detto molto preoccupato.
Ramon aveva quindi condotto ricerche approfondite, consultando gli archivi comunali, le biblioteche più antiche e le librerie private. Fu però nello scriptorium monastico del Monestir de Sant Pau del Camp che finalmente aveva scoperto almeno una parte di verità. Anche se la notizia più importante l’aveva trovata in un manoscritto medioevale la cui ultima pagina, quella decisiva, era stata strappata: in altre parole, sul sito di scavo della Cattedrale si trovava un Cimitero di Anime Perdute. Le fondazioni di Dio in terra maledetta.
Colui che si nutriva del Male del mondo tornava ogni notte.
Non era stato semplice per Lui tumulare le anime perverse. Ma erano bastati i chiodi forgiati sul Golgota per tenerle bloccate appena sotto un velo di terra. Poi ogni notte, con il passo leggero del fuoco, Lui arriva personalmente per tormentarle. Dal dolore indicibile si sarebbe perpetuata la diffusione di nuova sofferenza? Questo suggerivano le parti mancanti del manoscritto? Ma poi la domanda più terribile: su un terreno simile poteva davvero essere costruita la Casa di Dio?
Sentì su quel molo che il vento stava rinforzando come fosse una risposta silenziosa ai suoi interrogativi. Un confronto con il Maestro era diventato indispensabile.
Ora la luna sembrava più lontana. Il cielo inaccessibile. Le nuvole trascolorate e livide.
“Forse,” pensò “con il Maestro in quelle condizioni, ogni lavoro sarà abbandonato”.
Ramon doveva liberarsi di quel peso.
Poteva dirlo a Isidre. Dopotutto era un uomo che conosceva il mondo, avrebbe capito, gli avrebbe creduto, nonostante il male che gli aveva fatto.
Forse era meglio parlarne anche con Bocabella. Se avesse solo voluto poteva porre fine ai lavori con una parola.
Poi le onde del mare cominciarono a ribollire, schiaffeggiando gli scogli neri per spostarli più in là. La voce del mare si fece potente per farsi sentire dagli angeli.
Si guardò le mani. Stavano tremando.
E un’onda anomala, alta e violenta, si abbatté su di lui, trascinandolo al largo.

Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.
Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
La sala era ampia ed elegante, e i camerieri andavano e venivano dalla cucina in modo impeccabile ed efficiente.