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La voce

«Gabriele! Gabriele!»
Nel sonno sentiva in continuazione chiamare il suo nome.
«Gabriele! Gabriele!»
Il tono era secco, profondo, concitato. Dopo un primo momento di sorpresa, la riconobbe: a chiamarlo era suo padre, scomparso anni prima d’un brutto male. Sì, la voce era senz’altro la sua: era la sola che potesse scuoterlo così profondamente facendolo sentire indifeso, in colpa, inadeguato.
«Gabriele! Gabriele!»
Si svegliava ogni volta di soprassalto. Era così reale quel suono nella sua testa che si scuoteva tutto gridando:
«Sì, papà, eccomi… sono qui… dimmi.»
Ma la voce al suo risveglio taceva. Come taceva tutto il resto della casa, della notte, del mondo intero.
«Gabriele! Gabriele!»
Negli ultimi dieci anni non aveva avuto un buon rapporto con il genitore; l’aveva anzi perso di vista per uno screzio, uno stupido screzio che subito aveva eretto tra loro un muro ottuso di orgoglio e intransigenza. A lui sembrava di essersi finalmente liberato di un giogo troppo stretto che lo aveva soffocato fin dall’infanzia, ma in realtà aveva solo reciso una parte importante di sé e della sua identità. E come spesso accade, solo adesso che suo padre non c’era più, aveva imparato a riconoscerne nel ricordo i lati positivi, l’esempio che aveva rappresentato per lui, il legame profondo al di là dei risentimenti e dei silenzi imbarazzanti.
E così poteva essere che fosse tornato per rimproverarlo, ancora una volta, che reclamasse una spiegazione del perché si fosse allontanato da lui così tanto, del perché fosse diventato un figlio ingrato e soprattutto irriconoscente.
Era diventato angoscioso andare a dormire. Tant’è che guardava il soffitto per prendere tempo, leggeva quel che capitava, sbirciava fuori dalla finestra le luci del cielo come in cerca di un aiuto. Ma non si accorgeva neppure di addormentarsi, stanco com’era per la lunga giornata di lavoro.
«Gabriele! Gabriele!»
«Cosa c’è papà, cosa c’è? Cosa posso fare per te? Perché non mi lasci in pace, una volta per tutte?»

Poi una notte gli parve che il mattino non arrivasse mai. Voleva aprire gli occhi per vedere l’ora dalla sveglia sul comodino, ma non ci riusciva. Stava diventando tardi, ne era sicuro. Doveva alzarsi per prendere il treno. Lo aspettava una giornata di inferno. Doveva scendere dal letto. Subito.
«Gabriele! Gabriele!»
Anche se gli occhi non gli si aprivano più avvertì che il padre era lì, ai piedi del letto. Gli sorrideva in quel suo modo semplice, aperto, rassicurante che tanto gli aveva infuso coraggio in mille altri momenti difficili della sua adolescenza.
«Vieni, Gabriele» gli disse girando un poco il busto e allungando la sua mano grande e accogliente verso di lui. «Vieni con me, vedrai che non è niente… sono qui io… Dobbiamo proprio andare.»

Come stai?

«Eccolo, puntuale come sempre…»
Biagio stava sorbendo il suo cappuccino ammirando la nuova e procace cameriera estone che aveva l’aria di non aver mai comprato un reggiseno in vita sua. «Come dici?» riemerse dopo un po’.
«Ignazio…» ripose Turi indicandogli fugacemente il destinatario della sua attenzione con un impercettibile movimento della testa.
«È vero…» convenne l’amico scorgendo l’uomo mentre, al di là della siepe, si stava dirigendo, serio e compunto, verso il cimitero vicino. «Sono le 9 del mattino, è il 2 di novembre e lui sta passando. Spero sempre, ogni anno, che lasci perdere… ma invece no. Tenace come un esattore.»
«Perché cosa succede il 2 novembre e chi è Ignazio?» chiese il giovane seduto con loro allo stesso tavolino del bar mentre stava mangiando avidamente un croissant caldo e profumato.
Biagio se ne stette zitto. Si capiva che non voleva parlarne. Ma il ragazzo continuava a guardare interrogativamente i due uomini davanti a lui. Aspettava con evidenza una risposta esaustiva.
Nel frattempo Ignazio, un omone di quarant’anni, dalla testa troppo piccola per sormontare un corpo troppo obeso per essere trasportato da gambette così esili, stava lentamente e a fatica caracollando fuori dal loro campo visivo.
Turi contraccambiò finalmente lo sguardo del nipote e poi cominciò:
«Ignazio, che l’è propi un brav’om, generoso e disponibile come nessun altro qui in paese, è attaccato morbosamente alla madre. Diceva sempre che quando la mamma fosse morta si sarebbe buttato giù dal campanile…»
«E quindi?» chiese il giovane per nulla sorpreso per quella affermazione.
«E quindi tre anni fa la mamma è morta improvvisamente e noi tutti temevamo che lui mantenesse la sua promessa.»
«Non mi pare allora che l’abbia fatto…» osservò Teo con logica ineccepibile.
«Sì, certo. Però per diverse settimane non è uscito di casa…» proseguì Turi «…e poi la situazione piano piano si è normalizzata: ha insomma elaborato il lutto…»
«Tutto bene, quindi, no?» fece il giovane tornando a divorare il croissant.
«Sì, in un certo senso… solo che ogni 2 novembre…»
«Ogni 2 novembre?» incalzò Teo inseguendo alcune briciole che si erano nascoste dietro la tazza del caffellatte.
«Be’, io adesso devo proprio andare…» esordì Biagio balzando in piedi e sistemando con cura i soldi sul tavolino. «La colazione, Teo, oggi te la offro io. Scusate tanto, ma ho proprio una visita urgente da fare…»
«Vengo anch’io con te» fece Turi alzandosi «sono di strada…»
In un attimo Teo rimase solo. Seguì con gli occhi Turi e Biagio che si stavano allontanando. Cosa c’era dietro la storia di ‘sto Ignazio? Perché non ne volevano discutere? Si domandò. Vinto dalla curiosità decise di scoprirlo. Tanto il croissant era ormai solo un ricordo, anche se nel suo stomaco reclamava il bis. Affrettò il passo e trovò Ignazio che era già entrato nel cimitero. Era vicino a una lapide di granito scuro, molto suggestiva, con un angelo bambino seduto sul margine. Si mise da un lato per osservare meglio ma anche per non farsi vedere. Ignazio, intanto, aveva spostato delicatamente i ceri e i vasi da fiori. Stava evidentemente sistemando la tomba per tenerla in ordine. Pensò Teo. Non ci vedeva davvero nulla di strano. Era lì lì per andarsene, annoiato, quando si accorse che Ignazio aveva in mano una vanga. Non l’aveva notata prima perché era così minuscola rispetto al corpo e alle mani di quell’uomo da sembrare inesistente. In un attimo Ignazio si mise a scavare in modo energico e ritmico come fosse una macchina. Man mano che cavava la terra e la accumulava da una parte, lui nel contempo spariva a vista d’occhio dentro la buca. Teo si avvicinò: non voleva perdersi nulla di quella scena. Così riuscì a notare che, arrivato al feretro, Ignazio aveva tirato fuori, chissà da dove, un trapano a batteria con cui allentò rapidamente tutte le viti che sigillavano la bara. Senza indugi l’uomo la spalancò. Il coperchio sbatté contro il muro di terra facendone cadere un grumo all’interno. A quel punto Ignazio si alzò in piedi levandosi il cappello e, le mani giunte sul davanti, sospirò commosso:
«Ciao mamma, come stai?»

La casellante

«Ma allora vedi che non mi ami, Geppo…»
«Certo che ti amo, cara, che dici?»
«No, tu non mi ami affatto… se mi amassi non faresti così…»
«Non è affatto vero!»
«E allora perché fai tante storie? Lo sai, ho paura a camminare da sola la mattina presto per queste vie buie…»
«È solo un paesino, cara, uno tra i più tranquilli che conosca, non succede mai nulla lì…»
«Ah sì? E che ne sai tu? Tante volte si legge sul giornale che è proprio in questi paesi, come dici tu ‘tranquilli’, che succedono le cose più atroci ed efferate… comunque ecco, sono arrivata… era così complicato stare al telefono con me per farmi compagnia? Non è colpa mia se mi dai sicurezza; e poi se mi succedesse qualcosa potresti sempre chiamare la polizia, non ci hai pensato?»
«Francamente avrebbe più senso che, se del caso, la chiamassi tu: io sono lontano più di cinquecento chilometri…»
«Sì, sì va bene, ho capito… sei un egoista, come al tuo solito: torna pure a dormire che tanto non ti scoccio più.»
«Dai, non fare così, Tesorino… ci risentiamo domattina?»
«Non lo so, ci devo pensare… ciao» e riattaccò.

E l’indomani Teresa telefonava sempre. Quel paesino sulle montagne lo trovava lugubre, inospitale e inquietante e stare al telefono con il marito, sentire la sua voce, la faceva star tranquilla mentre con la torcia accesa percorreva la strada sterrata che, pressoché all’alba, la conduceva tra campi e seminativi al suo posto di casellante. Era un lavoro saltuario, lo sapeva bene, ma non sarebbe durato poco e non se l’era sentita di rifiutarlo con i problemi economici che avevano.
Poi accadde che, per qualche giorno, lei non riuscisse a telefonare. Le avevano rubato il cellulare. Era disperata: vedeva ombre minacciose dappertutto. Ogni rumore o suono della campagna si ingigantiva nella sua testa ed era il chiaro segno di un agguato imminente.

«Pronto, Tesorino, come stai?»
«Pronto? Ah, sei tu…»
«Ho letto il tuo messaggio di ieri sera tardi: sei riuscita finalmente a farti imprestare un nuovo cellulare… bene! Sono proprio contento, ero preoccupato: credevo mi chiamassi tu però, questa mattina, come al solito…»
«Preoccupato? Tu? Ma non dirmelo…»
«Ma certo, è vero, non ti facevi viva e mi stavo preoccupando sul serio: è per questo che ti ho chiamato… Allora come va al casello?»
«Il solito…»
«Ti sei ambientata, ormai…»
«Sì sì.»
«Stai bene Teresa? Ti sento strana… Non ce l’avrai ancora con me, vero?»
«No no, tutto bene… sono quasi arrivata, puoi tornare a dormire…»
«Non vuoi parlare ancora?»
«…»
«Teresa, mi senti? Pronto?!?»
(In lontananza dall’altro capo del filo, una voce maschile:)
«Ciao Teresa, Amore mio…»
(e Teresa sottovoce:)
«Ciao Mario… ssssh! Sono al telefono…»
«Cos’è questa voce, Teresa, chi è?» fece Geppo alzando il tono.
(Dall’altro capo del filo, la voce maschile quasi sussurrando:)
«Scusa, non me n’ero accorto che stavi telefonando… mi sei mancata tanto…»
(Teresa bisbigliando:)
«Ma ci siamo visti appena ieri sera… davvero ti sono mancata tanto?»
«Teresa, insomma, con chi stai parlando? Cosa sta succedendo lì?» insistette il marito.
«Oh sì scusa, Geppo, è un turista che si è perso.. Ora sono al casello… ci sentiamo domani!»
E riattaccò.

Mako

Prometteva di essere una bella giornata. Dopo la burrasca durata tre giorni, Svein guardava fuori dalla finestrella della cucina; la luce che proveniva dal mare aveva un piglio diverso: era vivida, lucente, come fosse stata la prima dall’inizio del mondo. I primi raggi del sole rimbalzavano intrepidi sulla costa curva delle onde e il verso acuto delle sule attorno alla sua baracca facevano intendere che avrebbe potuto anche uscire in mare.
Aperta la porta gli venne incontro il suono ritmico della risacca sugli scogli, come quello di un cuore appassionato che pulsa e non si ferma mai. Ma lo colse subito anche un penetrante odore di pesce marcio, al girare del vento.
Brutta storia’ pensò.
Ridiscese verso l’insenatura risalendo poi lentamente la costa. Gli occhi si posarono per un attimo sulla terraferma laggiù: la gente forse ancora dormiva o si stava scaldando stringendo tra le dita una tazza di caffè nero e bollente. Non gli sarebbe mai piaciuta 
la vita di città. Pensò. A meno di non viverla insieme a Inger. Ma da tempo il ricordo di lei si era perso nelle brume appiccicose della sua solitudine.
Prese allora la strettoia e salì verso est. Il vento lì era teso e violento e lo sorprese a ondate sul bavero del giubbotto spesso da dove entrò gelandogli la schiena. Poi, all’improvviso, dopo la Pietra Caim, coperto in parte da granchi rossastri che stavano lavorando di chele, lo vide con la testa incastrata nella cavità di uno scoglio.
Brutta storia’ disse ancora, ma questa volta a voce alta: era un grosso squalo mako di più di cento chili, probabilmente spiaggiato da qualche giorno con l’ultima burrasca. Già, poteva essere davvero un problema. Le onde del mare in tempesta l’avevano spinto ad almeno dieci metri dall’acqua e non c’era nessuna speranza che qualche altro squalo se lo portasse via a morsi; d’altronde, pesante com’era, non era neppure pensabile trascinarlo semplicemente a riva per ributtarlo in mare. Né poteva aspettare che i granchi facessero il loro lavoro; la carcassa sarebbe marcita in poco tempo nel riverbero di quel sole tagliente e l’aria sarebbe diventata ben presto per lui irrespirabile. Se ne sarebbe dovuto andare via di lì.
Tornò indietro a prendere il coltello più robusto che possedeva. L’unica soluzione era di fare a pezzi il mako in modo da liberarsi delle parti, una dopo l’altra, buttandole dall’alto del promontorio di Knivskjellodden dove la forte corrente le avrebbe poi portate al largo.
Si mise all’opera immediatamente, di buona lena. Sapeva che sarebbe stato un lavoro lungo a farlo da solo e si sarebbe potuto anche scordare la sua uscita in mare.
Cominciò dapprima dalla testa, poi segò via le pinne e quindi la coda. Poi proseguì aprendo il pesce per il ventre praticando un taglio preciso dalla gola sino all’attaccatura della pinna caudale. La pelle rugosa e compatta faceva resistenza sotto la lama priva di filo facendogli fare ancora più fatica. Le mani gli dolevano. Non aveva davvero più la forza di una volta. Raggiunse il fegato e poi il cuore. Lo stomaco era pesante e lo recise per poterlo svuotare. Ne uscì fuori un piccolo merluzzo ancora intero con gli occhi opachi color della madreperla; poi la pinna di una tartaruga e un pezzo di cannocchiale. C’era persino un tappo di sughero, un’arancia gettata fuori bordo da qualche imbarcazione e una moneta da dieci centesimi.
‘Cos’è questo?’ si chiese poi balzando ritto in piedi. Strusciò più volte l’oggetto sul panno logoro del giubbotto. Aveva lavorato da ragazzo sulla terraferma e ne aveva visto uno uguale nel negozio di un gioielliere; ma sì, era un anello, di diamanti probabilmente. Se lo girava tra le dita, incredulo. Così facendo l’anello si mise a lanciare in ogni direzione proiettili di luce. Avrebbe potuto comprarci una barca nuova. Magari con il GPS e la radio di bordo; senza contare una nuova rete, più ampia e più resistente. Pensò.
«Svein, Svein!» sentì gridare.
Lui ci mise un po’ prima di riaversi e alzare il viso. Era Jørgen, quell’impiccione di un danese. Si stava facendo largo a grandi passi sugli scogli. Concentrato com’era su quel ritrovamento non l’aveva visto arrivare. ‘Ma che ci fa a quest’ora sull’isola?‘, si chiese. Non ci voleva: proprio adesso! Non doveva fargli sapere quel che aveva appena trovato. Sarebbe stata la fine. Ne avrebbero parlato tutti in paese e avrebbero preteso di spartirlo e poi chissà cos’altro. Sì, doveva senz’altro nascondere l’anello. Si chinò nuovamente o lo infilò nella gola del merluzzo che aveva trovato nella pancia del mako e lo spinse ben dentro al corpo. Lo avrebbe recuperato più tardi quando Jørgen si fosse allontanato.
«Svein, Svein, dove sei? Vecchio scarpone ammuffito!»
«Eccomi!» disse rialzandosi e agitando il merluzzo sopra la sua testa per farsi vedere. «Sono qui.»
In quel preciso istante una gazza marina planò su di lui proveniente da chissà dove. Afferrò il pesce sospeso nel cielo e volò via.

La piccola Emy

«Lei è nuovo…» osservò con un certo disappunto Olga mentre saliva a fatica sul predellino della corriera. «È vero che non abbiamo mai visto questo signore, Elvira cara?» fece all’indirizzo dell’amica e dando l’impressione di star per perdere l’equilibrio.
«Certo, Olga… non l’abbiamo mai visto, ma che t’importa, vai a sederti…»
«Come che m’importa, ma che diamine… proprio oggi che c’è da prendere la piccola Emy e che fine ha fatto Enea?» Quindi rivolgendosi direttamente all’autista e assumendo un’aria inquisitrice, come se l’uomo l’avesse nascosto imbavagliato nel vano portabagagli. «Dove ha messo Enea?»
«Ha dovuto raggiungere la madre al paese: sta molto male e così per un po’ lo sostituisco io» fece l’autista sistemandosi meglio il berretto sulla testa. «Io mi chiamo Gregorio» e si sforzò di sorridere.
Nel frattempo la pioggia aveva cominciato a sferzare sulla lamiera e sul parabrezza. Erano gocce grosse scagliate come sassi come a convincere il mezzo a non partire. Salirono poche altre persone: era l’ultima corsa della giornata, ma il tempo in peggioramento aveva lasciato a casa la maggior parte della gente.
Gregorio si accertò che in piazza non ci fosse più nessuno in attesa. Premette quindi un pulsante rosso davanti a sé e la porta a soffietto si chiuse con un cigolio e un sospiro. La corriera lentamente s’incamminò prendendo la strada verso il monte che subito si inerpicava tortuosa dopo la chiesetta. Se non ci fosse stata la pioggia, la corriera sarebbe stata già avvolta da una coperta densa di polvere.
Curva dopo curva, il mezzo arrancò lambendo ogni volta il ciglio della strada e il baratro; man mano che saliva le case del paese, animate di luci flebili, assomigliavano sempre più a quelle di un presepe.
«C’è da prendere la piccola Emy…» disse Olga dopo un po’ cercando di farsi sentire dall’autista. «Non è vero che c’è da prendere la piccola Emy, Elvira cara?» Ma Gregorio non pareva aver sentito affatto. Era concentrato a bucare con lo sguardo la pioggia fitta che scendeva a torrente davanti al vetro. Di fronte a lui solo righe bianche d’acqua a creare un velo quasi impenetrabile.
Olga non si diede per vinta. Cercando di tenersi in piedi all’interno di una corriera traballante, nonostante l’avanzata età, scivolò a scatti verso l’autista urlandogli pressoché nell’orecchio:
«C’è da prendere la piccola Emy…!»
«Chi?» fece Gregorio voltandosi per un istante.
«Attento!» gli gridò di nuovo Olga.
Gregorio la scorse all’ultimo momento. Era la sagoma di una bambina immobile in mezzo alla strada, incurante della pioggia battente. L’autista inchiodò finendo a pochi centimetri di distanza da lei.
«Oddio… c’è mancato poco» disse pallido guardando nel vuoto davanti a sé.
Nel mentre, la bambina aveva già raggiunto la porta aspettando che si aprisse.
«E apra, no? Cosa aspetta?» gli urlò ancora Olga dandogli una manata sulle spalle.
Gregorio, ubbidiente, azionò il pulsante: le gambe ancora gli tremavano per lo spavento. Una bambina di dieci/dodici anni trotterellò dentro senza dir nulla. Era grondante d’acqua.
«Ma che ci faceva lì fuori sotto la pioggia?» chiese quasi a se stesso Gregorio.
«È una storia lunga» rispose Olga tornando al suo posto. «Non è vero che è una storia lunga, Elvira cara…?»
La corriera ripartì a fatica come se avesse perso il suo entusiasmo. La pioggia del resto non accennava a voler diminuire di intensità.
«Cioè?» insistette l’autista volgendo di lato la testa per far giungere la voce dietro alle proprie spalle.
Olga fece spallucce. Passarono alcuni secondi e poi Elvira iniziò a raccontare:
«Oggi è il 6 ottobre e la piccola Emy va al camposanto per portare un mazzolino di fiori sulla tomba della sorellina…»
«Perché cosa è successo?» chiese incuriosito Gregorio.
Olga fece un gesto all’amica di tacere: l’autista non era della valle e non doveva sapere i fatti loro. Ma Elvira finse di non aver capito.
«Il 6 ottobre di tanti anni fa ebbe un incidente con la bicicletta e la sorellina è morta sul colpo» spiegò Elvira volenterosa.
«Beh.. mi spiace…» fece Gregorio sincero. E subito Elvira assunse all’indirizzo di Olga un’espressione come per dire ‘vedi che ho fatto bene a parlargli?’. Olga fece una smorfia di dissenso.
«Non capisco però perché non sia andata con i genitori. Andare tutta sola! E con questo tempo per giunta!» obiettò l’uomo.
«La madre non si muove più dal letto da anni. È entrata in un grave stato depressivo; il padre, quel disgraziato, se n’è andato invece via di casa quando il fatto è successo» finì di raccontare Elvira.
«Fermi qui, piuttosto…» sbuffò Olga in segno di insofferenza. «Quella è la casa della piccola Emy.»
Gregorio rallentò per poi fermarsi. Aprì la porta di uscita con il consueto rumore. La pioggia spazzava l’erba scura dei campi non riuscendo più a essere trattenuta. La bambina come era salita, così discese in silenzio gli scalini; la sua figura esile si confuse ben presto con le ombre della sera.
«Speriamo almeno che non si sia buscata un malanno!» disse tra sé e sé l’autista premuroso.
Le prime luci di Locomori uscirono all’improvviso dall’oscurità appena dopo la curva.
«Non si preoccupi…» disse Olga sgarbata. «Era Emy che guidava la bicicletta quel giorno. Sono morte insieme, le due sorelline. Ma Emy non si è più data pace.»

Tra le nubi

«Ma lo vede anche lei?» disse Z. fermando una signora anziana e indicando un punto nel cielo.
«Cosa? Non capisco…» chiese la donna guardando all’insù e mascherandosi gli occhi con la mano tesa.
«Lassù, su quella grossa nube bianca.»
«Mi spiace, mi spiace proprio, giovanotto, ma ho lasciato a casa gli occhiali e non vedo benissimo…»
Z. abbandonò la signora senza dire altro, tanto che lei ci rimase molto male di non essere più considerata, e subito si mise a fermare una bella ragazza dai capelli corvini e boccolosi che le stava venendo incontro trionfante sui tacchi alti.
«E lei la vede, quella cosa là… lassù?» disse alzando la voce.
La ragazza si arrestò poco prima che lui la potesse sfiorare. E senza alzare la testa nella direzione indicatale guardò Z. diritta negli occhi. Fece un sorrisino di sufficienza e, mettendosi una mano sul fianco, scaricò il peso sull’altra gamba:
«E che ce stai a provà?» lo apostrofò.
Z. proseguì a camminare senza rispondere; fece diversi altri metri verso la fine del viale. Era agitato, irrequieto forse anche spaventato. Poi vide un negozio di ottica sulla sua destra ed entrò.
«Sì? Desidera?» domandò quello che sembrava essere il proprietario ancorché avesse l’aplomb di un proprietario di albergo a cinque stelle.
«Vorrei vedere il binocolo più potente che ha…»
«Un binocolo? Lei è fortunato… ho giusto un binocolo della marina, in saldo, antico, ma molto potente e…»
«Sì, certo, ho capito… è bellissimo e costa poco… me lo faccia vedere, su…»
«Va bene…» rispose accondiscendente ma deluso il negoziante. Armeggiò per un po’ su uno scaffale in alto e, da una bella scatola di legno scuro di una certa dimensione, estrasse religiosamente la custodia di un binocolo come fosse stata la pisside da un tabernacolo.
«Ah, finalmente…» fece Z. «…lo provo un attimo» fece lui afferrando il binocolo e dirigendosi verso l’uscita.
Il negoziante, temendo che il cliente se ne andasse con il suo oggetto prezioso, gli si mise dietro. Ma Z. si era limitato a spalancare la porta per scrutare meglio la nube su cui aveva distintamente visto qualcosa muoversi. Cercò febbrilmente con il binocolo e poi ad un certo punto lo vide bene. Erano due grossi occhioni e parte di una testa con lunghi capelli bruni. Era senz’altro qualcuno che si nascondeva dietro la protuberanza della nube a osservare di soppiatto il mondo sotto si sé, con grande curiosità, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva. Ma che ci faceva lassù quel tizio e perché non cadeva? Poi all’improvviso come se fosse stato chiamato da qualcun altro alle sue spalle, quello si voltò sorpreso all’indietro. Diede ancora un’occhiata un’ultima volta giù in basso e poi a malincuore sparì tra le pieghe della nuvola. Z. lo cercò ancora, ma niente, era andato via davvero.
«Allora è di suo gradimento?» chiese sicuro di sé il negoziante che era rimasto immobile dietro di lui, le dita delle mani incrociate sul davanti. «Pensi che è un raro binocolo SkySkraper 22.5x50mm della marina britannica della seconda guerra mondiale, con trattamento della lente multistrato e diametro di pupilla d’uscita di 5 mm…»
«Sì sì va bene…» fece Z. restituendo il binocolo. «Ci penserò sopra» e fece per uscire.
«Ma non le ho detto a quanto glielo posso lasciare… è un affare, sa?»
«Ne sono sicuro!» fece Z voltandosi.
Passarono alcuni secondi e poi il negoziante fece alcuni passi oltre la soglia del negozio sulla scia di Z.
«Lo ha visto anche lei, vero?» disse con tono basso della voce.
Z. tornò indietro.
«Allora c’è davvero qualcuno lassù tra le nuvole…»
«Sì certo che c’è… l’ho rivisto anch’io, poco fa,… oppure siamo pazzi tutti e due… Esce quasi tutti i giorni verso quest’ora e fa due passi su una nuvola, se c’è, ovviamente, se no non si fa vedere. Ma nessun altro, oltre a noi due, pare se ne sia ancora accorto. La prima volta che lo notato ho avvertito immediatamente le Autorità ma non mi hanno creduto. E allora ho provato anche a fotografarlo con un potente teleobiettivo, ma non rimane impresso nulla sulla memoria digitale. Lo stesso mi è successo con una cinepresa.»
«Ma cos’è?»
«Non ne ho idea… so solo che ha i capelli corti e biondi e due occhi che fan spavento… Forse è un diavolo che aspetta il momento giusto per scendere sulla terra a far danno.»
«Io però ho visto solo degli occhi molto buoni e capelli lunghi e scuri, non biondi… Ho addirittura pensato fosse un angelo!»
«Non è possibile!» fece il negoziante pensoso. «Allora quel tizio, qualunque cosa sia, appare sotto sembianze diverse a seconda di chi lo guarda… è stupefacente!»
I due rimasero in silenzio a riflettere su questa ultima considerazione mentre la sirena di un’ambulanza urlò per qualche secondo sul lungomare.
«Posso tornare domani verso quest’ora a darci un’altra occhiata?» domandò Z. dopo un po’, quasi supplichevole.
«Ma certo è il benvenuto» fece il negoziante rientrando in negozio. «Torni quando vuole… e poi il binocolo è in sconto per tutto il mese.»

La goccia del Santo

Ferruccio decise di perdersi tra le vie del centro città. La riunione si sarebbe protratta fino alle 18, ma aveva trovato il modo di uscire prima dalla sala senza dare nell’occhio. Il tema del seminario era risultato piuttosto noioso e i colleghi, con cui per un po’ aveva diviso i lavori della mattinata e il pranzo, ancora di più.
Così ne approfittò per distrarsi e visitare un posto in cui non era mai stato. Forse l’aria della sera avrebbe giovato anche al suo doloroso mal di testa dandogli un po’ di sollievo. Gli avevano diagnosticato tempo addietro una cefalea atipica che con il tempo si sarebbe forse spontaneamente rimessa; a meno di non rientrare in quello 0,001% della popolazione per il quale si sarebbe invece cronicizzata aumentando di intensità; e Ferruccio non si era mai reputato una persona fortunata.
Passando davanti a una farmacia decise allora di comprare un analgesico. Il farmacista, un tipo gioviale e dal piglio disinvolto, grazie anche a un’assenza momentanea di clientela, lo accompagnò sino alla porta del negozio senza smettere di chiacchierare.
«E questa pianta? Cos’è?» chiese Ferruccio, curioso, toccandola. Era un bell’albero proporzionato, di un paio di metri di altezza, che sbucava all’improvviso da un’aiuola a ridosso dell’entrata e il cui tronco, grigio e stropicciato, impediva parzialmente l’ingresso.
«Ora che l’ha toccata le rimarrà sui polpastrelli una sorta di vernice rossa» fece il farmacista ridendo. «Ci vorrà qualche settimana prima che vada via. È per questo che c’è il cartello: ‘NON TOCCARE!’» precisò indicandolo.
«Oh, mi scusi, non l’avevo visto.»
«Non si preoccupi, i turisti che non conoscono la storia, non lo leggono mai… È una delle tante stranezze di questa pianta.»
«Storia? Che storia?»
Il farmacista si guardò in giro come per accertarsi che non fossero entrati nel frattempo clienti e poi raccontò:
«Si narra che, alcuni secoli fa, sia passato in questa via il Santo mentre rientrava al suo romitorio, sorretto da due discepoli. Era stato appena accoltellato a morte da due briganti di strada ed era in fin di vita. Una goccia del suo sangue cadde proprio qui, in questo punto, dove ora c’è l’albero, rimanendovi anche nei mesi successivi tanto che non ci fu né pioggia né sole né vento che fu in grado di cancellarla. Poi, un giorno, su quella minuscola goccia, si è posato un seme e ben presto è germogliata questa pianta, che è risultata peraltro, da studi approfonditi, di specie del tutto sconosciuta. Il giorno in cui il Santo è morto, benché cada di pieno inverno, l’albero fiorisce completamente e il profumo intenso dei suoi fiori si sente a distanza di chilometri. I biologi hanno anche cercato di moltiplicarla o di riprodurre chimicamente il profumo, ma nessuno c’è mai riuscito. Questo è e sarà l’unico esemplare esistente sulla terra.»
«È una bella storia, non c’è che dire…»
«E non è tutto… il giorno in cui fiorisce si dice che a coloro che vengono qui e recitano una preghiera sono rimessi tutti i peccati… e non sono rari pure i miracoli.»

Gli venne in mente proprio questo racconto a Ferruccio quando l’anno successivo tornò per lo stesso seminario in quella stessa città. La data era slittata di qualche settimana sino a quasi combaciare con quella della commemorazione del Santo del giorno successivo. Decise allora di trattenersi.
La mattina dopo, nonostante si fosse alzato abbastanza presto, si accorse che la città era stata invasa da pellegrini. Non c’era modo di muoversi già subito all’uscita dell’albergo. Tutte le strade del centro e soprattutto quella che portava all’Albero del Santo erano gremite di persone che, in ginocchio, pregavano assorte in mezzo alla strada. Avrebbe voluto avvicinarsi di più per vedere la pianta in fiore di cui sentiva peraltro il profumo intenso, ma gli astanti lo avevano squadrato tutti molto male sicché dovette rinunciare. Si appoggiò a un muro e provò a pregare. Ma non era mai stato capace di farlo. Pregava infatti meccanicamente, senza convinzione, distraendosi di continuo. E poi quel mal di testa terribile non lo lasciava in pace.
«E tu ci credi davvero?» si sentì dire d’un tratto, dietro le spalle, con tono canzonatorio.
Ferruccio si voltò. Era un giovane, sui vent’anni, con piercing a una narice e un tatuaggio tribale che si inerpicava su per il collo prendendo parte del mento. Aveva un sguardo duro come di chi è abituato a sfidare tutti i giorni il mondo. Gli occhi erano intensi, penetranti e reclamavano una risposta. Ferruccio ci pensò su. La domanda era davvero importante se ne rese conto in quel momento. Se la ripeté in cuor suo alla ricerca di una risposta sincera. Trascorsero probabilmente alcuni minuti durante i quali non smise mai di fissare gli occhi del suo interlocutore.
«Sì» gli disse infine lui, deciso. «Assolutamente sì.»
Il ragazzo allora gli si avvicinò. Gli mise una mano sul capo. E il mal di testa sparì.

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