Teresa aveva cinquant’anni quando Artemio morì.
Una brutta malattia, di quelle che allora non lasciavano molto spazio né alla speranza né alle spiegazioni. Se l’era portato via in pochi mesi. Fino all’ultimo Teresa gli era rimasta accanto, seduta su una sedia di paglia vicino al letto, pronta a sistemargli il cuscino, a bagnargli le labbra, a tirargli su la coperta quando lui diceva di avere freddo.
La sera prima che morisse, Artemio con un filo di voce le aveva preso la mano:
«Giurami che non avrai nessun altro dopo di me».
Lei rimase sorpresa per una simile richiesta. Poi mosse appena le palpebre.
Artemio aveva considerato quel movimento quasi impercettibile come un assenso. Sorrise e poi morì.
Per anni la vedova non ebbe difficoltà a mantenere la promessa. Un po’ perché il dolore era stato grande, un po’ perché Artemio le mancava davvero e un po’ perché, a dire il vero, nei primi tempi nessuno si era fatto avanti.
Poi le cose erano cambiate.
C’era il signor Bartolini, proprietario di due poderi e di una casa con il balcone sulla piazza, che ogni domenica, dopo la messa, trovava un motivo per accompagnarla fino a casa.
C’era il farmacista, vedovo anche lui, che quando Teresa entrava a comprare qualcosa le chiedeva sempre allusivamente se non avesse bisogno di qualcos’altro rifiutando di essere pagato.
Poi c’era il commendator Bellandi. Il più insistente di tutti. Sessant’anni ben portati, baffi curati, automobile sportiva e persino l’attico al mare.
Il commendatore non usava mezzi termini.
«Teresa, siamo ancora vivi».
Lei sorrideva sorniona.
«La vita va vissuta. E voi siete una bella donna. Una bellissima donna». Poi, visto l’atteggiamento di lei, allargava le braccia e se ne andava sconsolato. Per ricominciare la volta successiva.
A casa, però, la donna si sedeva a tavola e guardava Artemio.
La sua fotografia era appesa alla parete, sopra la credenza. Era stata scattata quando aveva poco più di quarant’anni. Giacca scura, capelli impomatati, baffetti sottili e quell’aria troppo seria che Teresa gli aveva sempre rimproverato.
«Hai visto Bellandi?» gli diceva mentre mangiava la minestra. «Mi ha invitata un’altra volta al mare».
Artemio la fissava.
«Ho detto di no, cosa credi? Una promessa è una promessa, dopotutto».
Passarono altri anni.
Il commendator Bellandi trovò una vedova di Lughi che evidentemente non aveva fatto promesse a nessuno. Il farmacista si risposò con una cugina venuta da Bologna. Il signor Bartolini continuò invece a salutarla dopo la messa, ma con sempre minore convinzione.
Fu allora che Teresa cominciò a sospettare di essere stata un po’ precipitosa con il marito.
Una sera mise in tavola un piatto di fagioli, si versò mezzo bicchiere di vino e alzò gli occhi verso Artemio.
«Non dico che io abbia sbagliato ad accontentare la tua richiesta. Eri in punto di morte. Insomma, di pareva brutto dirti di no».
Artemio taceva.
«Dico soltanto che forse non era necessario promettertelo. E poi è passato così tanto tempo. Certo, se tu ora mi sciogliessi dalla promessa… la mia buona volontà ce l’ho messa. Mi basta un segno, anche piccolo».
Bevve un sorso, guardandosi attorno come se si aspettasse qualcosa senza sapere quale. Ma non successe nulla.
Da quel giorno la questione divenne argomento abituale delle loro cene.
Teresa non intendeva venir meno alla parola data. Su questo non si discuteva. Però cominciò a ritenere che l’importante era stato che lei gli fosse stata fedele in vita. Si certo, il salumiere un pomeriggio, regalandole il prosciutto, si era preso qualche libertà. Ma lei l’aveva respinto. Forse non proprio con quella sollecitudine che avrebbe voluto. Ma poi da lui non c’era più andato. Era stata una brava moglie, dunque.
«Basterebbe un segno», le dice con l’aria di volerlo implorare. Qualcosa che mi faccia capire che posso considerarmi libera. Suvvia, non essere crudele».
Artemio rimase impassibile.
«Anche piccolo».
Niente.
Teresa sospirò.
Poi scoppiò la guerra.
All’inizio arrivò attraverso la radio e i discorsi degli uomini davanti al municipio. Poi attraverso le tessere annonarie, le partenze dei militari, il caro vita. Infine, arrivò davvero.
La fabbrica dove Teresa lavorava venne rasa al suolo. I tedeschi occuparono il paese. Gli uomini cominciarono a sparire dalle strade. Qualcuno si nascose in montagna. Qualcun altro non tornò più.
Quando il fronte si avvicinò, molte famiglie decisero di andarsene.
Anche a Teresa dissero di lasciare la casa.
«Dove dovrei andare?»
«Da tua sorella».
«Mia sorella si è data alla macchia».
«Qui è pericoloso».
Teresa guardò le pareti della cucina, la credenza, il tavolo al quale aveva mangiato con Artemio per quasi vent’anni.
«Io resto».
E rimase.
Passava gran parte delle giornate in casa ad ascoltare la radio. Ogni tanto sentiva sparare in lontananza. Altre volte erano esplosioni. I vetri tremavano e Teresa alzava gli occhi verso Artemio. Ma lui, come sempre, taceva.
Poi cominciò a circolare la voce che stavano arrivando gli americani.
Teresa ne vide alcuni da lontano.
Erano passati sulla strada provinciale con camion e mezzi militari. Giovani, aitanti, divise diverse da quelle a cui il paese si era abituato. Teresa li osservava da dietro una persiana. Uno aveva sorriso mostrandole denti bianchissimi.
Un altro si era tolto l’elmetto e aveva dei capelli biondi che sembravano quelli di un attore del cinematografo. Teresa richiuse lentamente la persiana.
Quella sera cenò con Artemio.
«Sono arrivati gli americani. Ma cosa te lo dico a fare. Tu lo sai già».
Nessuna risposta.
«Hai visto che uomini? Che razza di marcantoni?»
Si fermò con il cucchiaio a mezz’aria.
«Voglio dire: sembrano in salute. Non che ci abbia messo il pensiero».
Artemio la fissava.
«Dopo tutto quello che hanno passato. Sono venuti nel nostro paese. Se ne potevano stare al loro e invece eccoli qui a rischiare la pelle».
Teresa riprese a mangiare.
«Peccato».
Silenzio.
«Peccato davvero. Così lontani da casa, dai loro affetti, Chissà come si sentono soli».
Alzò nuovamente gli occhi verso la fotografia.
«Se solo avessi quel segno…»
La mattina seguente non era ancora sorto il sole quando Teresa fu svegliata dalle esplosioni. Era un bombardamento a tappeto, terrificante. Le esplosioni erano sempre più vicine.
Si alzò dal letto, infilò una vestaglia e corse in cucina. Il cielo lampeggiava oltre le finestre. I cannoni rispondevano da qualche parte fuori dal paese e il pavimento sembrava vibrare sotto i piedi.
Un boato fece tintinnare i bicchieri nella credenza.
Teresa si portò una mano al petto.
«Madonna santa».
Un’altra esplosione.
Poi un sibilo.
La casa sembrò sollevarsi.
Teresa non ebbe nemmeno il tempo di gridare. La bomba deflagrò nell’edificio accanto.
La finestra della cucina andò in frantumi. Una nuvola di polvere e calcinacci invase la stanza. Qualcosa attraversò l’aria con un fischio secco e si conficcò nella parete.
Poi silenzio.
Teresa rimase immobile. Si toccò il viso. Le braccia. Il petto. Non aveva niente.
Guardò intorno.
Una sedia era rovesciata. I vetri coprivano il pavimento. Una tazza era caduta dalla credenza.
Poi alzò gli occhi. La fotografia di Artemio era ancora appesa alla parete.
O quasi. Una grossa scheggia metallica l’aveva attraversata da parte a parte, portandosi via esattamente la testa.
Della faccia di Artemio non restava più nulla.
Teresa spalancò gli occhi.
Guardò la fotografia. Guardò la scheggia.
Poi guardò fuori dalla finestra sventrata, verso il cielo che cominciava appena a schiarire.
Rimase così per qualche secondo.
«Beh… finalmente».
Si tolse la vestaglia. Andò in camera, aprì l’armadio e scelse il vestito azzurro, quello con i piccoli fiori bianchi. Si pettinò davanti allo specchio. Si mise un velo di rossetto.
Tornata in cucina, raccolse la borsetta. Prima di uscire si fermò davanti alla fotografia.
La osservò ancora una volta.
«Potevi dirlo prima. Farmi aspettare così per tutto questo tempo».
In fondo alla strada si sentivano già le voci dei soldati americani.
Teresa si sistemò i capelli e uscì loro incontro.
Radiance
Nella casa di fronte c’è di nuovo vita. Una bella villa d’epoca, tipica del Devon. Da ragazzo entravo da una finestra rotta, arrampicandomi sul noce che ancora oggi arriva fino alla gronda. Nel salone immaginavo feste eleganti, musica, vino e dolci a volontà. Da piccolo pensavo sempre ai dolci. Anche adesso, a dire il vero. Ed è per questo che a trentadue anni sono così grasso. Ma va bene così. I dolci mi fanno pesare meno il fatto di essere rimasto solo.
Papà me lo diceva spesso di non mangiarne tanti. Che sarei diventato obeso, come la mamma. Triste, solo. E obeso. Aveva ragione lui, come sempre. Quanto mi manca.
Da quando sono cominciati i lavori alla villa passo molto tempo dietro la finestra. Non mi faccio vedere, sia ben chiaro. Guardo soltanto. Non ho molto altro da fare. Il sussidio per i miei problemi mi basta e avanza. E adesso mi sono perfino messo a dieta. Forse papà sarebbe stato contento. Non mi direbbe più che assomiglio a quella palla di lardo di mamma. Aveva sempre voglia di scherzare, lui.
I furgoni sono arrivati un martedì. Gli operai rispondevano a un uomo che dava ordini in una lingua sillabata e un po’ cantata. Mi è sembrato arabo. Non che lo sappia riconoscere, ma nei film di spionaggio parlano spesso così quando appaiono i sottotitoli.
Per qualche giorno hanno trasportato mobili costosi e casse di libri. Poi, un pomeriggio, è scesa da un’automobile color panna una donna bellissima. Capelli scuri, luminosi e mossi, una scatola fra le braccia. Il vento le ha spinto una ciocca sugli occhi e lei ha sorriso mentre cercava di liberarsene. Sono rimasto folgorato. Mi è venuta alle labbra solo una parola.
Radiance.
Era scritta sul flacone dorato di un profumo che usava mia madre. Non ricordo che cosa voglia dire, ma ha a che fare con la luce. E quella donna sembrava averne una tutta sua addosso.
Papà avrebbe detto che era troppo appariscente. E le donne appariscenti non sono buona mogli. Mi diceva lui.
«Cercane una dimessa, che ti voglia bene e abbia tanta pazienza. Perché con te ce ne vuole tanta».
Un sant’uomo, lui. Sempre la battuta pronta.
Non ho visto nessuno scendere dall’automobile insieme a lei. Ho guardato bene, e a lungo. Sì sì, una donna sola.
Il giorno dopo un corriere ha gridato verso il piano superiore:
«Miss Al-Najjar? Miss Maha Al-Najjar!»
Lei si è affacciata in una vestaglia chiara. Gli ha chiesto, con un inglese incerto ma grazioso, di lasciare il pacco vicino alla porta. Il sole ha attraversato la stoffa e ho visto tutto. Il corriere ha abbassato gli occhi. E anch’io. Proprio bella. Un sogno.
Maha è un bel nome. Ma Radiance è molto meglio.
Qualche giorno dopo l’ho sentita parlare al telefono nel giardino.
«Lui c’è sempre». Una pausa. «Ogni giorno. Alla stessa ora. Alla finestra». Poi, più piano: «Grande. Grosso. Come…»
Il vento mi ha rubato il resto. Sarà stato un ex, ho pensato. Uno di quei tipi che non sanno stare al loro posto.
La vedevo di spalle. Mi sembrava di sentire persino il profumo dei suoi capelli. Un profumo in cui dimenticare questa vita inutile. Questo corpo ingombrante. Doveva portarlo il vento. Anche se quella mattina non tirava un filo d’aria.
Dalla finestra potevo vedere soltanto il giardino e parte del terrazzo. Così sono salito in soffitta e ho tolto una tavola sconnessa sotto la gronda. Ho allargato la fessura con un cacciavite. Quanto bastava per vedere la finestra della sua camera.
Non c’era niente di male nel farlo, ne ero sicuro. Una donna sola può avere bisogno di qualcuno che controlli se ci sono malintenzionati. Lei, però, la sera tirava le tende. Un colpo secco del polso. E buonanotte.
Non dovevo farmene accorgere da papà. Lui si accorge di tutto e mi punisce. Come quando mi rinchiuse nel capanno degli attrezzi. Al buio, con un rastrello tenuto in alto davanti a me. Guai se lo posavo. Veniva a controllare, e se succedeva erano ceffoni. Ma faceva così per correggermi. Dio solo sa se ne ho bisogno.
Una mattina ero sulla veranda quando Radiance è uscita ad annaffiare i fiori. Indossava qualcosa di chiaro, color carne. Passava da un vaso all’altro come una farfalla. Come se non avesse peso. Ha alzato la testa verso di me. Ho pensato che mi avesse sorriso. Ho sollevato una mano per salutare, ma si era già chinata sulle ortensie.
Nel pomeriggio le tende erano serrate. Forse voleva un momento per sé. O forse aveva caldo. Papà le chiudeva sempre, negli ultimi tempi, anche d’inverno.
Quella notte l’ho sognato. Era ai piedi del letto, com’era prima della malattia. Scandiva le parole: diceva che a volte era più semplice parlare alla carriola che a me. Aveva sempre voglia di fare battute.
Radiance non andava bene. Mi agitava, diceva, mi faceva fare sogni malsani. Se proprio dovevo sognare qualcuno, che sognassi lui, che mi aveva voluto bene più di chiunque altro.
Dovevo richiudere la fessura sul tetto. E poi se avessi trovato quella svergognata con ogni cosa in mostra, dovevo abbassare gli occhi e recitare dieci Ave Maria.
«È il diavolo che te l’ha mandata. Per tentarti».
Ho promesso che non l’avrei più guardata. Non come prima. Forse con un occhio solo. Con un occhio solo non è peccato, vero?
Papà è rimasto in silenzio. Poi ha detto che sapevo cos’altro andava fatto.
«Non voglio», ho risposto. «Non voglio più».
Ha indicato la porta in fondo alle scale, quella che tengo chiusa a chiave e apro soltanto per portare giù qualcosa o parlargli prima di andare a letto.
È vero, gli avevo promesso di spostarlo dalla cantina e portarlo in un vero cimitero. Papà dice che i morti devono stare con i morti. Là sotto si sente solo.
Ma se lo porto via, chi mi farà compagnia ora che la mamma è andata via?
Mi sono svegliato nel cuore della notte. Dal corridoio saliva un odore di terra bagnata. Quella notte però non pioveva. Dovevo aver lasciato aperta la cantina.
Sono sceso. Davanti all’ultimo gradino la macchia di sangue scura si era allargata ancora. Avevo comprato della candeggina, ma a papà quell’odore non piace. Magari con il tempo sbiadisce.
Ho guardato dov’è lui.
«Non sei solo», gli ho detto. «Ci sono io».
A letto ho pensato a Radiance. Al sorriso. Alla vestaglia attraversata dal sole. Alle tende chiuse.
All’alba, nelle ombre sul muro, ho riconosciuto il suo profilo.
Papà aveva ragione: i morti devono stare con i morti, e lui era troppo solo.
Non era giusto.
Ho aperto il cassetto dei coltelli. Il primo raggio di sole è scivolato sulla lama di quello più grande.
Sembrava il sorriso di Radiance.
L’ho stretto fra le dita. Ora sapevo cosa fare. Il mio papà non sarebbe stato più solo.
E sono andato a trovarla.
Nonsiamoseri
Nel paese di Siamoallegri la notizia arrivò di prima mattina, dentro una busta con il timbro del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
La raccomandata, posata sulla scrivania del sindaco, conteneva i risultati dell’ultimo monitoraggio nazionale sul consumo del suolo. I dati erano preoccupanti. Cementificazione, perdita di capitale naturale, impermeabilizzazione dei terreni e aumento del rischio idrogeologico richiedevano, secondo il Ministero, un’immediata opera di sensibilizzazione.
Tito Tiracampà si illuminò. Era da tempo che cercava un’occasione per dimostrare ai suoi detrattori che l’amministrazione comunale non si occupava soltanto del torneo di fantacalcio online e della scelta dei pasticcini per le riunioni di giunta.
Lesse il comunicato come leggeva tutti i documenti ufficiali: una parola ogni cinque, quando andava bene. Leggere costava fatica, persino da quando l’intelligenza artificiale poteva fare rapidamente i riassunti. Purtroppo, Saverio Sotuttoio, il suo segretario tuttofare, era in ferie. Era lui che di solito leggeva, filtrava, riassumeva e, nei casi un po’ più difficili, spiegava al sindaco quello che aveva appena detto.
Tiracampà arrivò alla fine della prima pagina con il fiatone. «È tutto chiarissimo», concluse dubbioso.
Convocò una conferenza stampa per il pomeriggio stesso. Davanti ai giornalisti, con la fascia tricolore messa al contrario e un’espressione da uomo gravato dal destino della Terra, annunciò che Siamoallegri sarebbe stato il primo paese italiano a recepire integralmente le indicazioni ministeriali.
«Da domani», dichiarò, «ogni cittadino dovrà impegnarsi a ridurre il consumo delle suole».
Un giornalista alzò la mano. «Delle suole?»
«Esattamente. Quelle delle scarpe. Non possiamo continuare a consumarle come se il pianeta fosse infinito».
La proposta sembrò strana anche a Tiracampà, ma ormai l’aveva pronunciata davanti a tre telecamere riunite. Inoltre, i giornalisti prendevano appunti e questo gli dava l’impressione non solo di avere ragione, ma anche che, quanto appena detto, fosse davvero importante. Si sentì uno statista. Il Nobel non glielo avrebbe tolto nessuno.
Il primo a sostenere l’iniziativa fu il professor Pensierifini, docente di filosofia in pensione e autore del saggio Camminare stanca, dunque sono.
«La soluzione è semplice», spiegò durante un’affollata assemblea pubblica grattandosi il pizzetto della barba che si era dimenticato di aver tagliato anni prima. «I cittadini dovranno uscire in coppia, abbracciarsi per le spalle e procedere saltando su un piede solo. Nei giorni pari useranno la scarpa destra, nei dispari la sinistra. In tal modo il consumo sarà dimezzato e, nel contempo, miglioreranno le relazioni sociali».
La proposta fu approvata per acclamazione, in modo entusiastico. Il sindaco istituì immediatamente la GSA (Giornata della Suola Alternata), estesa per prudenza fino alla dell’anno.
Non mancarono i problemi. Nessuno voleva accompagnarsi a Gattabuia, noto delinquente del posto, perché durante i salti approfittava della vicinanza per alleggerire le tasche del compagno. Neppure la signora Sosbilenca trovava facilmente un abbinamento: per il suo noto problema fisico cambiava piede senza preavviso e aveva già fatto cadere tre cognate e il parroco.
Alcune coppie si sciolsero dopo pochi metri giurandosi eterna infedeltà. Altre scoprirono di non avere mai avuto lo stesso passo, né nella vita né sul marciapiede affermando che grazie al sindaco lo avevano capito. Due fratelli, costretti a sorreggersi per raggiungere il bar, ripresero a parlarsi dopo undici anni, ma soltanto per accusarsi a vicenda di saltare fuori tempo che tanto solo uno dei due, non si sa chi fosse, era il cocco della mamma.
Il Comune reagì organizzando corsi gratuiti di deambulazione solidale. A tenerli fu il maestro di ginnastica Silvio Saltalplinto, cognato dell’assessore ai Lavori pubblici, scelto dopo una selezione rigorosa alla quale non fu consentito partecipare a nessun altro.
In piazza comparvero frecce colorate, piazzole di riposo e corsie riservate alle coppie con la stessa altezza. Davanti al municipio venne installato un corrimano lungo quaranta metri in legno arabescato, costato quanto il rifacimento del tetto della scuola elementare. Il tetto continuò a piovere, ma almeno gli alunni potevano raggiungere l’ingresso consumando una suola sola.
I vigili ricevettero l’ordine di multare chiunque fosse sorpreso a camminare con entrambe le scarpe. Il comandante Nontransigo si applicò con entusiasmo. In tre giorni elevò centosette contravvenzioni, multando persino se stesso che, per prendere accendersi una sigaretta da una tasca mise entrambi i piedi per terra.
I commercianti si adattarono. Il calzolaio Taccododici lanciò la linea MezzoPasso: scarpe vendute singolarmente a un prezzo appena superiore a quello del paio.
Tiracampà seguiva con soddisfazione quella mobilitazione generale. Ogni mattina si faceva fotografare mentre saltava davanti al municipio, sorretto da due assessori che consumavano le suole al posto suo. In una settimana il paese comparve su giornali e televisioni. Il sindaco parlò di modello Siamoallegri, svolta ambientale e rivoluzione dal basso, anche se tutto era cominciato al primo piano del municipio.
I primi dati confermarono il successo. Il consumo delle suole destre era diminuito del quarantotto per cento nei giorni dispari e quello delle sinistre del cinquantadue nei giorni pari. Nessuno seppe spiegare la differenza, ma la Commissione comunale per la Mobilità Monopodalica la considerò statisticamente significativa e chiese nuovi fondi per approfondirla.
Nel frattempo, aumentarono le distorsioni, le contusioni e le liti fra compagni di saltellamento. Il pronto soccorso esaurì le stampelle. Il professor Sonounbarone dichiarò che si trattava di una temporanea fase di adattamento dell’apparato locomotore alla transizione ecologica e prescrisse riposo assoluto a tutti, tranne che ai suoi pazienti privati che furono avviati alla sua costosissima clinica di riabilitazione.
Quando qualcuno cominciò a domandare che cosa avessero a che fare le scarpe con il rischio idrogeologico, Tiracampà istituì un tavolo tecnico a rappresentanza mista di parenti vati e amici fidati. Poi un secondo tavolo tecnico dei cugini dei cugini e degli amici degli amici. Poi un terzo tavolo tecnico di coordinamento dei primi due. I tavoli furono collocati nella sala consiliare, ma non vi si sedette nessuno perché raggiungerli saltellando era troppo pericoloso.
Fu allora che Saverio Sotuttoio tornò dalle ferie.
Scese dall’autobus davanti alla piazza e rimase immobile. Vide decine di persone procedere a coppie su un piede solo. Vide un vigile inseguire saltellando un pensionato che tentava di fuggire nello stesso modo. Vide una scolaresca legata a una lunga fune per impedire che i bambini cadessero in direzioni diverse. Infine, vide il sindaco posare davanti alle telecamere con una scarpa lucida sollevata platealmente da terra.
Sotuttoio entrò nel municipio e trovò sulla propria scrivania la raccomandata del Ministero. Lesse il titolo, poi la prima pagina, poi la seconda. Poi rilesse più volte. Tornò dal sindaco con il documento in mano.
«Qui non si parla del consumo delle suole. Ma del suolo».
Tiracampà lo guardò con indulgenza.
«Saverio, non sottilizzare. Devi cogliere lo spirito della direttiva. Hai mai visto i tuoi cittadini così felici?»
«La direttiva riguarda il terreno coperto da edifici, strade e parcheggi», insistette già stanco di essere tornato al lavoro.
«Appunto. Edifici, strade e parcheggi si calpestano. E con cosa si calpestano?»
Sotuttoio inspirò lentamente e alzò gli occhi al cielo. Poi gli mostrò i dati sugli incidenti, le proteste dei cittadini e le fatture dei corsi comunali. Tiracampà li esaminò con attenzione, vale a dire capovolse il fascicolo e lo rimise dritto.
Per qualche minuto parve preoccupato. Poi gli si rischiarò il volto.
Il giorno seguente l’ordinanza, nonostante i grandi risultati ottenuti, fu revocata in attesa di ulteriori chiarimenti da parte del Ministero. Il sindaco spiegò che la fase sperimentale si era conclusa con pieno successo e che continuare avrebbe significato non mettere a buon frutto i risultati ottenuti.
Gli abitanti tornarono a camminare con entrambi i piedi. Per alcuni non fu facile. Furono organizzati corsi per il ripristino del passo naturale. Pensierifini sostenne che il ritorno alla deambulazione ordinaria rappresentava un regresso culturale. Taccododici mise in vendita a prezzi scontatissimi le scarpe rimaste spaiate come calzature da collezione.
Nessuno parlò più del consumo del suolo attraverso le suole. Intanto, alla periferia del paese, iniziarono i lavori per costruire un centro commerciale su un prato grande quanto dodici campi di calcio. Tiracampà assicurò che il progetto avrebbe creato nuovi posti di lavoro, soprattutto per i parcheggiatori abusivi.
Sotuttoio osservò, scuotendo la testa, la nuova targa di Siamoallegri che il Consiglio comunale aveva inaugurato soltanto pochi mesi prima.
«Dovremmo cambiare di nuovo il nome al paese», disse.
Tiracampà aggrottò la fronte.
«E perché mai?»
«Sarebbe più adatto chiamarlo Nonsiamoseri».
Il sindaco rimase in silenzio per qualche secondo. Sotuttoio sapeva che non avrebbe accettato. Per farlo avrebbe dovuto capire la battuta e, soprattutto, ammettere che riguardava anche lui.
Tiracampà indicò il prato oltre la finestra.
«Hai sempre voglia scherzare, tu. Dai, vieni, che ci sono questioni molto più serie da affrontare. Ti ho mai parlato del mio progetto di addomesticare le cornacchie per recapitare la posta?»
Colorina
I passi dei due amici risuonavano sull’acciottolato della via, un suono ovattato e affettuoso. Le finestre erano già buie; in giro non c’era nessuno.
Non si vedevano da quando la vita li aveva portati su strade diverse: una carriera inaspettata per Stefano e un matrimonio non pianificato per Angelo, che aveva dovuto sposare in fretta Elvira, rimasta incinta.
«Ci voleva il matrimonio di mia sorella per vederti da queste parti», disse Angelo, fermandosi per un attimo e guardando l’amico negli occhi. La luce del lampione illuminava solo metà del suo viso, conferendogli un’espressione difficile da decifrare. Stefano vi lesse comunque quanto la sua assenza gli fosse pesata. Voleva dire qualcosa, ma si trattenne e riprese a camminare. Era una serata dolce, di un autunno infinito che faceva credere che l’inverno fosse ancora lontano. Solo l’umido che saliva dal fiume aveva convinto Angelo, prima di uscire, a prestare all’amico la sua sciarpa.
«Lo so che hai sempre avuto una cotta per mia sorella», disse dopo un po’ Angelo a tradimento.
«Era così evidente?»
«Altroché. Non solo per me, in realtà. Ma sarei stato davvero contento che l’avessi sposata tu, non tanto perché avresti messo le tue manacce su di lei», aggiunse con un sorriso, «quanto perché saremmo diventati cognati e avresti avuto molte meno scuse per non farti sentire più».
Stefano si fermò di nuovo, guardando la piazza davanti a sé. Era pensieroso. Come se fosse incerto se lasciarsi andare alla quiete del paese e allontanare definitivamente lo stress della sua vita. L’acqua della fontana gorgogliava come se volesse dire la sua.
«Tua sorella è sempre stata una donna difficile, con un carattere tutto suo… e poi…», esitò.
«E poi?» incalzò Angelo.
«E poi è stata lei a non volermi. Per quanto credo che abbia fatto un affare a non sposare uno Stuparovich e pure tu a non avermi come cognato», ammise Stefano.
«Dici?»
«Sì, non ti avrei mai permesso di andare in giro con quel taglio di capelli da spaventapasseri. Ne sarebbe andato del mio buon nome», e ridacchiò.
Poi Stefano si fece pensieroso. Si capiva che quello della sorella dell’amico non era l’argomento che voleva affrontare. Anche se sapeva che il suo ritorno al paese per fare da testimone proprio a Maria l’avrebbe riaperto.
Il silenzio che ne seguì accentuò ulteriormente il rumore dell’acqua nella fontana. Il suono liquido riecheggiava tra le vecchie pietre di quel minuscolo centro.
Poi l’attenzione di Stefano fu catturata da una figura appoggiata a una bacheca sul muro del Palazzo del Podestà. Finché era rimasta immobile, non l’aveva notata. Il suo vestito, decisamente fuori moda, l’aveva resa tutt’uno con l’ambiente circostante.
«Cosa sta facendo?» chiese Stefano indicandola.
«Chi?» Angelo seguì lo sguardo dell’amico. «Ah… quella? È Colorina».
«Chi?»
«Colorina… è il suo nome di battaglia, da partigiana. Sembra che lavorasse in una fabbrica di matite colorate. Arriva qui, in questa piazza, ogni 15 dicembre… è oggi, vero?»
«Sì… credo di sì. Se domani è il giorno del matrimonio di Maria…» Voleva essere una battuta. Ma non sorrise. «Non è possibile che sia una partigiana» seguitò dopo qualche istante «quanti anni avrebbe, scusa?»
«Non lo so… nessuno lo sa, in realtà».
Nel frattempo, la donna anziana aveva iniziato a muoversi gesticolando e parlando, con qualcuno vicino a lei, ma non c’era nessun altro in quella piazza se non loro due, al di là della strada.
«Cosa sta facendo?»
«Il 15 dicembre 1944» iniziò a raccontare Angelo con la voce che aveva preso un tono roco «i nazisti irruppero in una casa qui vicino, dove si stava tenendo una riunione di partigiani. Li catturarono tutti e, a forza di botte e spintoni, li trascinarono qui e li fucilarono contro il muro del Palazzo. Ci sono ancora i segni dei proiettili».
«È orribile», e mentre lo diceva sentì una stretta al cuore, come se si fosse ricordato qualcosa di spiacevole.
«E ogni anno, il giorno e nell’ora dell’eccidio, cioè adesso, viene qui e fa queste scene».
«Sì, ma non capisco cosa stia facendo».
«Dicono che parli con le anime dei partigiani uccisi. Li abbraccia, li bacia, ride con loro. Quasi fossero lì, con lei».
Stefano guardò l’amico. Era rimasto senza parole. La luce dei lampioni ora lo faceva sembrare pallido.
«Questa cosa fa venire i brividi», disse dopo un po’.
«Sì, hai ragione».
Stefano rimase immobile, fissando la scena.
«Mi dispiace che tu debba assistere a tutto questo…» gli disse Angelo «su, andiamo, è durata fin troppo questa pantomima».
«No, aspetta». Stefano si era messo a osservare attentamente la donna che sembrava felice. Diceva nomi, frasi spezzate, si voltava, rideva.
«Ma non è l’unica cosa strana», continuò Angelo, notando l’amico del tutto assorto. «Quella bacheca là in fondo, che vedi appena sopra di lei, mostra di solito le foto di tutti e ventiquattro i partigiani trucidati».
«Ventiquattro?»
«Sì, ventiquattro. Solo che, quando lei inizia a parlare e a fare quello che sta facendo ora… beh… le foto spariscono. Come vedi, non ci sono. La bacheca è vuota».
«Infatti».
«Ma non appena tutto sarà finito… riappariranno… Nessuno è mai riuscito a spiegarsi perché succeda. Anche se, dopo tanti anni, la gente non ci fa più caso».
«Davvero?» chiese Stefano incredulo, girandosi verso di lui.
Angelo stava per rispondere quando una voce si levò nella notte:
«Stjepan!»
Sia Angelo che Stefano si voltarono verso la piazza. Era la donna che si era avvicinata a loro.
«Stjepan, sei tu!» esclamò ancora, meravigliata.
A quel nome che non sentiva da tanti anni, Stefano trasalì.
«No, Signora, mi confonde con qualcun altro».
«No, ti riconosco benissimo… sei Stjepan… sembra che non sia trascorso neppure un giorno da allora… non ti ricordi di me? Sono Ines… ma tu mi conoscevi per Colorina».
«Io non so chi sia lei, Signora. Avevo un parente, sì, che si chiamava giusto così, Stjepan, ma era mio nonno…»
Stefano in quel momento pensò alla fotografia del nonno che sua madre teneva sul comò. Da ragazzo gli aveva detto tante volte che erano due gocce d’acqua.
«Quella sera… questa sera… solo io e te mancavamo alla riunione. Io ero in ospedale perché mi ero appena rotta una gamba, ma tu? Tu stavi benissimo. Ci eravamo incontrati nel pomeriggio per decidere cosa dire ai compagni. C’era quella fabbrica di munizioni da far saltare in aria. Tu però non ci sei andato alla riunione…»
«Ma io… guardi…», cercò di dire Stefano per difendersi da quel tono accusatorio e aggressivo.
Angelo sentì il dovere di intervenire, facendosi vicino e tendendo una mano aperta davanti alla donna come per allontanarla.
«Si chiama Stefano. È un mio amico. Lo lasci stare».
Lo disse con una fermezza che stupì anche lui.
Colorina lo scansò bruscamente.
«Tu non eri presente in quella casa» proseguì lei mettendo davanti alla punta del naso di Stefano un indice smagrito «perché se ci fossi stato, i nazi avrebbero fucilato anche te… Sei stato tu allora a tradire gli altri, a tradire il mio fidanzato… L’hanno ucciso come un cane, poverino… Anche noi dovevamo sposarci. Era l’amore della mia vita».
Angelo e Stefano rimasero senza parole per la rapidità con cui gli eventi si erano succeduti. Era tutto così autentico da non sembrare una recita.
«Col tempo ho dimenticato la sua voce», disse Colorina guardando per terra. «È per questo che torno ogni anno: per sentirla ancora».
Stefano sentì nuovamente quel morso in mezzo al petto.
«E allora adesso vieni a parlare con gli altri», disse la donna. «Chiedi scusa a loro di quello che hai fatto».
Colorina gli prese la mano. Aveva dita sottili, una stretta che lo sorprese per quanto era ferma.
«Lascialo», intervenne Angelo.
Stefano avrebbe potuto liberarsi. Gli sembrò invece crudele sottrarsi proprio allora, dopo aver ascoltato quel che la donna aveva perduto. Sentiva di doverle una spiegazione, benché non sapesse quale. E decise di seguirla.
«Ma cosa fai, Stefano, vieni qui, non fare il matto…», protestò Angelo cercando di fermarlo.
«Torno subito, Angelo. Sono sicuro che c’è una spiegazione a quello che è successo quel giorno a mio nonno. Chiarisco e torno subito… resta qui… faccio in un attimo».
I due attraversarono la strada e si diressero verso la fontana e poi verso il muro del Palazzo del Podestà, crivellato di colpi. Angelo vide l’amico che, a un certo punto, allargò le braccia e poi si mise a parlare anche lui con qualcuno che gli era accanto, anche se c’era solo quella donna. Parlava in modo concitato, guardandosi da un lato e dall’altro. Sembrava rispondere a qualcuno.
«Stefano!» lo chiamò ancora Angelo. Ma quello sembrava non sentire.
Poi, d’un tratto, spazientito, attraversò la strada per andare a riprendersi l’amico. Ma, appena superò la fontana, si accorse che lo aveva perso di vista. Vide solo Colorina che si allontanava a passo sostenuto lungo i portici.
«Dov’è andato?» le gridò.
Lei proseguì senza voltarsi.
Angelo corse fino all’angolo del Palazzo, tornò indietro e chiamò ancora l’amico. La sua voce risuonò nella piazza vuota. Solo l’acqua continuava a gorgogliare monotona nella fontana.
Dietro il vetro della bacheca erano tornate le fotografie.
Ora erano venticinque.
L’ultima era a colori. Stefano teneva ancora al collo la sciarpa che Angelo gli aveva prestato quella sera.
Pinepass
Video generato con intelligenza artificiale. Scena e personaggi di fantasia.
Trovare quella villetta a Whispering Pine era parsa a Wyatt Miller una gran fortuna. Cercava una casa tranquilla dove lavorare da remoto per la sua azienda canadese: alberi, silenzio, connessione stabile. La villetta le aveva tutte e tre. Norman Fletcher, il proprietario, gliel’aveva mostrata in fretta, soffermandosi sulla caldaia più che sulle stanze, e prima di consegnargli le chiavi gli aveva raccomandato di stare attento alle linci, “di casa” da quelle parti. Wyatt aveva riso. Norman no.
Il lunedì successivo, alle sette del mattino, qualcuno bussò sul retro: una donna in tailleur pretendeva di attraversare casa sua per raggiungere “l’altra parte”. Poi arrivò un tuttofare con una scala, un contadino con una gallina sotto il braccio, due signore con le sporte della spesa. Tutti parlavano di “un accordo” con Norman. Tutti portavano qualcosa in cambio: pasta, biscotti, un favore. Wyatt rifiutò tutti, gentilmente ma fermamente, finché alla sera un’anziana signora, Agnes, con una torta di mirtilli ancora tiepida, gli chiese di passare per andare a fare da baby-sitter al nipote. «Con la macchina sono ventisette minuti», disse, «da qui sono ventisette passi.» Wyatt chiuse la porta e telefonò a Norman.
«Forse non gliel’ho detto», ammise il proprietario. «La casa si trova esattamente sul confine.» La linea nera sotto il tappeto dell’ingresso non era una decorazione: era la frontiera tra Stati Uniti e Canada. Cucina e camera da letto in territorio canadese, living e ripostigli in territorio americano. Da anni i vicini attraversavano la casa per evitare la coda alla dogana ufficiale, in cambio di piccoli favori. «Business is business, Wyatt. È un disagio che può avere i suoi vantaggi».
Per tre giorni Miller tenne le porte chiuse, con un cartello scritto a mano: PROPRIETÀ PRIVATA. Ma vedere Agnes correre sotto la pioggia con l’ombrello rotto, o la donna in tailleur inzaccherata fino alla caviglia, gli lasciò addosso un rimorso che non riusciva a spiegarsi. Il quarto giorno, senza pasta in frigorifero e con una consegna urgente da finire, fece entrare di nuovo Agnes. «Solo questa volta», disse lei, posando la torta sul tavolo. Fu la torta migliore che avesse mangiato da quando era arrivato.
Da lì in poi Wyatt smise di dire sempre di no. Ma il viavai disorganizzato, persone che si incrociavano nel corridoio proprio durante le sue riunioni, fango sul pavimento, dispute su chi avesse la precedenza, lo convinse che serviva un metodo. Tracciò due corsie con nastro adesivo colorato, rosso e blu, fissò orari di passaggio, e trasformò le offerte in natura in una tariffa fissa con tanto di abbonamento prioritario, proposto per primo da Diane Whitfield, la donna in tailleur, che si offrì anche di gestire le prenotazioni su un foglio Excel in cloud. Nacque così PinePass: card plastificate, un tornello di seconda mano, un distributore di caffè nel ripostiglio americano e uno di sciroppo d’acero in quello canadese.
L’attività crebbe in fretta. Diane portò colleghi, il contadino Earl iniziò a fornire uova e verdura in cambio di un abbonamento di famiglia, un ragazzo del paese fu assunto per accompagnare i clienti dal parcheggio con un pick-up ribattezzato “PinePass Shuttle”. Un mercoledì arrivarono due funzionari, uno americano e uno canadese, a discutere per quaranta minuti su chi avesse giurisdizione sul distributore di caffè, senza mai attraversare la linea che erano venuti a ispezionare. Wyatt li iscrisse d’ufficio alla prova gratuita dell’abbonamento Executive: nessuno dei due la disattivò più.
Un mese dopo arrivò una lettera su carta intestata congiunta: una task force binazionale annunciava un sopralluogo per verificare “attività commerciali non autorizzate”. Diane, ex responsabile compliance, preparò registri, tariffario e un piccolo dossier con le testimonianze degli abbonati storici. L’agente che guidava l’ispezione, colpito soprattutto dalla storia della torta di mirtilli sotto la pioggia e soprattutto dall’assaggio di una fetta, si limitò a promettere una risposta “entro tempi ragionevoli”. Arrivò quarantatré giorni dopo: una sospensione di giudizio che, di fatto, non cambiava nulla, proprio come aveva previsto Norman fin dall’inizio. Non era certo chi dovesse eventualmente intervenire per far cessare quel via vai irregolare. Se la dogana americana o quella canadese
I mesi seguenti portarono una seconda dipendente, un piccolo servizio di parcheggio nato dalla collaborazione con un ex concorrente fallito, e persino un articolo di giornale che trasformò Whispering Pine in una piccola curiosità regionale. Una sera, mentre chiudeva il punto di ristoro, Wyatt vide entrare dalla porta sul retro una lince vera, che attraversò il corridoio con calma assoluta, senza esitare un istante sulla linea del confine, prima di uscire dalla porta americana. Nessuno le aveva chiesto una card. Quella notte Wyatt si chiese, per la prima volta con chiarezza, cosa avrebbe fatto alla scadenza dell’affitto.
La risposta arrivò in autunno. Telefonò a Norman per comprare la casa. «Che cosa le ha fatto cambiare idea?» chiese Norman, il giorno della firma, mentre fuori una navetta scaricava nuovi abbonati e un monitor segnava il tempo medio di attraversamento: trentadue secondi.
«Mi sono organizzato meglio», rispose Wyatt. «Per i frontalieri».
«Business is business», aggiunse poi, restituendo a Norman, con un sorriso, la stessa frase con cui l’uomo lo aveva congedato mesi prima. Fuori, la staccionata bianca continuava a segnare, indifferente, il confine ufficiale. Sotto il tappeto ormai sollevato dell’ingresso, l’altra linea, quella vera, quella di casa, continuava a essere attraversata ogni giorno da chiunque avesse trentadue secondi e la card giusta per farlo.
