Feeds:
Articoli
Commenti

PTO

tazzina-caffe-biscotto«Oh ciao Lucius, come va?»
«Abbastanza bene» rispose quello, poco convinto. Lucius posava entrambi i gomiti sul bancone dello spaccio dell’azienda: il collo e la testa erano un po’ piegati in avanti, come se stesse affrontando in bicicletta una salita ripida. La tazzina di caffè davanti a lui si stava raffreddando. «In realtà sono distrutto… ho passato tutta la notte a compilare il PTO.»
«PTO1 o PTO2?»
«PTO2!»
«Già è vero, il PTO2 è proprio tosto, però del resto ti tocca…» fece George non riuscendo a nascondere un po’ di invidia. «Se vuoi diventare un F4 e, in futuro, un fottutissimo G2, la strada è quella: lo SGA, il PTO1, il SORT e il maledetto PTO2.»
«Ti sei dimenticato l’intermedio A.R.G.O. con quella noiosissima e interminabile serie di stage…»
«Perché, li fanno ancora?»
«Certo, anzi, li hanno potenziati…»
«Meno male allora che io non ho nessuna velleità» disse George rosicchiandosi il labbro inferiore. «Rimarrò al settore BAFS per tutta la vita.»
«Sì, ma tu in fondo sei fortunato, sei un 102 e puoi usufruire della 306 sicché, con appena 25 anni di BAFS, dovrai aggiungerci solo un po’ di S.T.O.R.S. e potrai lasciarci con un buon board di farewell e un sicuro livello di CF6.»
«Chiamami fortunato! Sono stato in DBA per 41 giorni tra il diquì e il dilà e quando sono tornato in azienda volevano mandarmi in APT per un periodo di re-training e di self-help a tempo indeterminato, altro che BAFS! C’è voluto tutto l’intervento di Hank della RSP per ristabilire le priorità di impiego.»
«Non lo sapevo…» fece Lucius dando una scorsa all’orologio elettronico sul muro di fronte «ma allora hai avuto seri problemi…»
«Certo, stavo bello bello a estrudere l’ennesimo top nei tempi READ del TAB quando mi è venuto addosso all’improvviso, per un anomalo recrute, il braccio della SMARZ, con tutto il suo peso da 2 ton: mi ha disarcionato dalla cab che, come ben sai, non ha fences: manco fossi stato, insomma, un pillino di prima covata. Così ho fatto un volo di dieci metri. Grazie al cielo sono caduto su un cumulo di risboffi freschi di re-lined e mi sono fatto male il giusto.»
«Caspita, mi spiace davvero» disse George gettando un occhio su Helena, la nuova cameriera estone che si era appena chinata a raccogliere lo straccio che le era caduto.
«Ho salvato la buccia, è vero» seguitò George passandosi una mano tra i capelli grigi «ma addio carriera, altro che PTO1 o PTO2!»
Lucius si girò a guardarlo trovando due occhi tristi da cucciolo abbandonato; ma già stava pensando ad altro. Scese il silenzio tra i due. Si sentiva solo il rumore dei piattini e delle tazzine che, nel bar poco distante, un ragazzo stava impilando in modo sgraziato sopra la macchina del caffè.
«Hai saputo di Brett?» fece a un certo punto George che si era messo inconsciamente a massaggiarsi la gamba appesantita da tre piastre di titanio che gli tenevano fermo il femore.
«Brett?»
«Sì, Brett dell’RSB del settore Beta… sai quello un po’ jab con gli sten da un lato.»
Lucius prese un’espressione indecifrabile.
«Beh… in poche parole è deceduto.»
Lucius alzò le sopracciglia fini con aria interrogativa. No, questa proprio non l’aveva capita.
«È un R.I.P» precisò George.
«Ah, un R.I.P.!» fece l’altro annuendo vistosamente. «Ma poverino!»

La prua

designFinalmente Paul Hagg si trovava in quell’ufficio, nell’attico del ventiduesimo piano. Stanza d’angolo, tre finestre e una conformazione dei muri che ricordava la prua di un motoscafo d’altura. Tutto il resto della società si trovava, anche fisicamente, sotto di lui, ai piani inferiori. Un sogno. C’erano voluti trent’anni ma, al trasferimento di Mark Walkoat, era uscito il suo nome come quello più adatto a dirigere il Compartimento. Un curriculum impeccabile il suo, i migliori clienti nel portafoglio. E, nonostante le forti resistenze interne, alcuni sgambetti e un complotto dell’ultimo momento, ce l’aveva fatta. Ora la prua della sua stanza puntava verso un tramonto spettacolare, da film western d’altri tempi.
Si era appena insediato. Era comodamente seduto dietro alla scrivania di quello studio enorme, con monitor collegati a telecamere dislocate nei punti nodali del palazzo, la tabella luminosa con tante lucine quante erano le navi da trasporto in giro per i tre oceani, l’ascensore personale e un mucchio di documenti da firmare in cartelle distinte per colore e forma; ma non riusciva a lavorare. Se ne stava con le mani raccolte dietro la nuca a dondolarsi sulla poltrona e a rimirare il soffitto in mogano intarsiato. Si stava godendo tutto ciò, ad occhi chiusi. Quando bussarono alla porta.
Paul si drizzò subito sulla poltrona. Guardò confusamente i monitor alla sua destra. Non era ancora pratico e non riuscì a individuare quello che puntava sul corridoio. Bussarono di nuovo, con insistenza. Si ricordò che non aveva ancora istituito un segretariato personale; nessuno sarebbe andato ad aprire. Si alzò contrariato. Doveva tenere bene a mente tutte le modifiche che andavano fatte in tempi brevi e aprì la porta di scatto pronto a investire verbalmente chiunque si fosse trovato lì; davanti a sé c’era però solo il largo corridoio luminoso: un corridoio senza altre stanze se non quella del futuro segretario ancora vuota e, in fondo, la vasta vetrata sul Corona Park il cui verde cupo sembrava voler entrare a occupare ogni spazio. Nessuno sullo scalone, nessuno sull’ascensore di servizio fermo al piano ai suoi comandi.
La stessa scena si ripeté dopo pochi minuti e poi ancora una volta: non ci poteva credere che i suoi dipendenti invidiosi si fossero ridotti a essere così puerili. Lasciò alla fine la porta spalancata, chiunque fosse stato l’avrebbe visto.

Trascorsero diversi altri giorni. Istituì al piano una segreteria di suoi fedelissimi. Le bussate alla porta però non smisero, neppure con la porta spalancata. No, neppure il suo Segretario particolare le aveva sentite. Era strano, si disse, proprio strano. E poi, a farci bene attenzione, adesso Paul le sentiva un po’ ovunque intorno a lui, da punti indefinibili della stanza.

Poi incontrò un giorno Mark, nel ristobar del palazzo.
«Allora come ti trovi?» gli chiese l’amico.
«Molto bene e tu?»
«Lo sai?» fece dopo un po’ lui interrogando il fondo del bicchiere. «Occupi un attico che è nuovo nuovo, pieno di comfort e avveniristico. Sei un dannato fortunato.»
«Sì sì lo so: è bello da non credere» e sorrise.
«L’ha costruito la società appena un anno prima che ci trasferissimo nel nuovo grattacielo.» Paul lo osservava: Mark era invecchiato velocemente da quando era andato a dirigere la West Coast Oil Company, anche se il suo sguardo era sempre luminoso e vivido. «È un gioiello di design dell’archistar svedese Åaron Lundström…» proseguì l’amico come se si stesse confessando. «Peccato che abbia fatto una così brutta fine.»
«In che senso?» chiese Paul che si era incantato a guardare il profilo da bulldog dell’amico.
«Nel senso che nel bel mezzo dei lavori è sparito.»
«Sparito? Come sparito?»
«Sì, dicono che fosse in attrito con la mafia con cui faceva affari e che l’abbiano seppellito in uno dei muri dell’attico mentre lo stavano costruendo. Ma non credo sia vero. Sarà piuttosto in qualche isola sperduta a godersi i suoi soldi esentasse.»
Calò il silenzio tra i due.
«Pensa» proseguì Mark facendo segno al cameriere che voleva un’altra birra. «C’è persino qualcuno che sostiene di sentirlo bussare alle pareti a riprova che ancora si trova lì dentro. Ovviamente nemmeno questo è vero. Anche se sembra certo che porti sfiga sentirlo. Sono morti tutti di morte violenta quelli che lo hanno riferito.»

Prendimi per mano

istanbulNon era stato facile ma alla fine aveva trovato quel libro. Nell’affrontare il capitolo, nello studio che stava preparando, sulle abitudini predatorie di quelle particolari formiche verdi si era accorto che gli mancavano dei dati; certo, avrebbe potuto, e forse anche dovuto, documentarsi sul campo, magari partendo per l’Australia ed esaminare quegli insetti nel loro habitat, ma quella parte del manoscritto, in fondo, era marginale e serviva solo per completare un altro argomento ben più importante e già di per sé ampiamente trattato. E poi i soldi per andare un mese in Australia proprio non ce li aveva, né l’Università glieli avrebbe mai dati. Così, documentarsi altrimenti poteva essere una soluzione.
Matteo era così curioso di leggere il libro ordinato che, non appena lo ritirò in quella biblioteca sconosciuta della città, si sedette nella piccola sala a leggerlo. Sfogliandolo capì però subito che non era affatto un’opera scientifica: era un romanzo, uno stupidissimo romanzo da cui avevano tratto persino un film. Come poteva essere stato così ingenuo? E adesso? Mancava pure poco tempo al termine di consegna del suo lavoro.
Si alzò scuotendo la testa e riconsegnò il libro al desk.
«Già letto?» chiese la ragazza con un sorriso molto dolce. «Mi avevano parlato bene della lettura veloce ma lei è stato strabiliante.»
«No, è che mi sono accorto di aver sbagliato libro…» disse lui meravigliandosi per quella ironia inaspettata.
«Succede, sa?» aggiunse lei ritirando il volume e riponendolo in un carrello. «Molto più spesso di quello che crede».
Matteo rispose al sorriso con un’espressione che voleva dire ‘a me non dovrebbe succedere’ ma la ragazza già non lo stava più guardando. Fece per andarsene.
«Aspetti!» disse ancora la ragazza, gentile.
«Sì?»
«Questo foglio deve essere suo…» disse lei estraendo una carta piegata in quattro dall’interno del libro.
«No, guardi, si sbaglia…»
«Beh, mio non è di certo» insistette lei allungandogli decisa il foglio. Matteo non seppe cosa obbiettare, prese il foglio e uscì. Lo avrebbe gettato nel primo cestino della spazzatura.
Scese le scale. Poi si fermò, aprì il foglio e lo lesse:

Prendimi per mano, amore mio. Tienimi stretto, perché non mi perda nei miei pensieri scuri. Perché non è sufficiente la luce di queste stelle vaporose per vedere dove sta andando la nostra vita. Potrei accorgermi che quanto mi hai dato durante tutti questi anni è stato in realtà solo un sogno o solo la fotografia stinta sul banco di un rigattiere o un racconto, ascoltato distrattamente, di due, proprio come noi, che hanno vissuto, così, banalmente felici di essere insieme. No, fammi vedere dove sono i tuoi occhi: guardami; dimmi che mi sceglieresti ancora un’altra volta e cento e mille altre volte ancora; dimmi che vorresti che tutto intorno a noi si fermasse adesso mentre sorridiamo senza imbarazzi in questo silenzio avvolgente.
Respiriamo profondamente nella notte di questo quadro infinito, tesoro mio, gli occhi semi chiusi, nel gesto di spiccare il volo sopra la campagna addormentata e sentire il desiderio intatto di ritrovarsi uno accanto all’altra per il tempo che ci rimane.

Conversazioni

img_2418Arrivato a quella rotatoria l’autista sembrava faticare a convincere il bus a rimanere in strada perché sentiva che in realtà se ne sarebbe andato volentieri da un’altra parte, libero di infrangere la routine del solito tragitto e andarsene a spasso, da solo, nel buio della città.
Ed era poco dopo, alla fermata appena successiva, che una giovane donna dai lunghi capelli bruni, avvitata in un giubbino blu informe, saliva sul bus dopo aver fatto segno al mezzo, in ritardo, di fermarsi.
Non era possibile darle un’età. Nonostante infatti lui non mancasse mai di incontrarla, non era mai riuscito a vederla in volto: i capelli sciolti finivano per mascherarne le sembianze, persino quando scendevano alla stessa fermata in prossimità dell’ufficio: lei si avvicinava alla porta centrale con il busto di tre quarti, quasi di spalle, per poi passargli davanti all’ultimo momento ostacolandone la discesa.
Di lei però sentiva la voce: da quando la vedeva sul marciapiede in attesa di salire sull’autobus fino a quando, dopo la discesa, non la scorgeva sparire in una delle tante vie traverse in prossimità del suo ufficio, lei era sempre al telefono che parlava con qualcuno. Ogni volta, immancabilmente, senza quasi neppure prendere respiro, nonostante fossero le 6 del mattino.
Un giorno salì il controllore e, nel momento in cui le chiese il biglietto con insistenza, visto che lei era assorta al telefono, ne nacque una discussione; la donna si stava giustificando, per qualche motivo, mostrando visibilmente di sentirsi a disagio più per il fatto di aver dovuto interrompere la comunicazione che per essere stata colta senza biglietto. Il controllore le parlava e lei guardava il display scuro del cellulare come per chiedersi come fosse possibile che le stesse accadendo tutto ciò; e il controllore si era finalmente appena allontanato quando il cellulare si mise a suonare.
«Non ci crederai mai…» disse lei con un largo sorriso che le spuntava da sotto la chiostra di capelli «ero qui buona buona che stavo telefonandoti quando mi è arrivato all’improvviso di lato il controllore e…» Le altre parole vennero mangiate dal rumore del motore e lei abbassò il tono della voce voltandosi verso il finestrino.
Trascorsero altri giorni in cui, a parte il controllore, si ripeté più e più volte la stessa scena. La donna era sempre al cellulare che fosse bello o brutto tempo, che fosse buio o ancora chiaro, che fosse estate o pieno inverno.
Poi, una mattina, mentre erano appena scesi entrambi alla solita fermata, mentre lei si camminava davanti a lui con l’orecchio incollato al telefonino, nell’attraversare la strada, una macchina che sopraggiungeva dallo stradone la prese in pieno. La vide volare, come se un gigante l’avesse presa in braccio e scaraventata lontano. Come altri, prese a correre. Trovarono la donna sbalzata contro un cassonetto e con la testa che perdeva sangue. Era attorniata da alcune persone che le prestavano i primi soccorsi. Era immobile, scomposta e pallida, almeno per quel poco che si poteva intravvedere, visto che i capelli le coprivano quasi interamente la faccia.
«Poverina…» disse una signora anziana mettendosi una mano tremolante sulla guancia «era così giovane…»
Nell’attesa che arrivasse l’ambulanza, nello strano e minaccioso silenzio che aleggiava sugli astanti, si sentì squillare un telefonino. La donna semi-svenuta ebbe un fremito. Con la mano tastò il marciapiede vicino a lei fino a quando non prese in mano il suo cellulare.
«Non ci crederai mai…» fece con un filo di voce tirandosi su a stento a sedere  «ero qui buona buona che stavo telefonandoti quando mi è arrivato all’improvviso di lato una macchina e…»

Sussurri

Palazzo Te«E così lei ha comprato la casa dell’anziana signora Pina?» chiese Oreste da dietro il bancone. Aveva alzato il tono della voce per farsi sentire dagli avventori. Si capiva che era diventato il discorso degli ultimi giorni. La casa della signora Pina, un po’ fuori dall’abitato, si trovava accanto al cimitero comunale ed era stata in vendita per diversi anni. Nessuno del paese l’avrebbe infatti mai comprata: si diceva un gran male di quella villetta, in particolare che di notte si sentissero bisbigliare i morti e si avvertissero rumori in casa. Ci voleva giusto un acquirente di fuori, come Leonardo Cernuschi che veniva dal capoluogo senza conoscere la storia di quei muri.
«Sì, da una settimana» rispose candidamente Leonardo bevendo il suo caffè. L’uomo dai grossi baffi a manubrio che non smetteva mai di lisciarsi, guardò di sottecchi gli amici del bar e chiese ancora:
«E come si trova?»
«Ah… bene bene… è la notte, purtroppo, che dormo male.»
I risolini generalizzati, sino a quel momento a stento trattenuti, diventarono risate grasse e sguaiate.
«E sarà il letto nuovo…» disse Beppe che stava giocando a biliardo da solo, come sua consuetudine, fermandosi però per un attimo a ridere di gusto.
Leonardo e la casa divennero così ben presto il nuovo argomento di conversazione della gente di Lughi che, come si sa, non ha molte altre distrazioni; i paesani non sprecavano occasione per prenderlo in giro e farne oggetto di battute salaci, complice anche il fatto che l’uomo stava molto sulle sue e non dava confidenza. In effetti, durante la notte, sentiva un biasciare sussurrato che proveniva dal muro di confine con il camposanto, ma, a essere sinceri, non gli dava fastidio più di tanto; aveva imparato in vita sua a temere i vivi non i morti ed erano sicuramente molto più fastidiosi i compaesani che non smettevano mai di additarlo per strada.
«Perché non si fa dare i numeri del Superenalotto?» gli domandò il tabaccaio un giorno.
«Mi fa per cortesia salutare mio nonno, buonanima, da uno dei suoi nuovi amici? Sa, è morto l’anno scorso…» disse ancora un tizio che non conosceva neppure e che lo fermò a bell’apposta per la via.
«Certo che così può sempre contare su qualcuno con cui far due chiacchiere, anche nel cuore della notte…» si sentì dire alla nuca, mentre passeggiava, senza aver avuto voglia di voltarsi.
Insomma, stava diventando un inferno.

Trascorse altro tempo e una sera al bar qualcuno chiese:
«E che fino ha fatto il Cernuschi? Non lo si vede più in giro…» Era Remo, una carriera da calciatore professionista alle spalle; grande e grosso com’era, camminava ancora come se avesse i tacchetti sotto le scarpe.
«È arrivata una sua lettera, un paio di giorni fa…» rispose Oreste serio.
«E ce lo dici solo ora? Che dice, che dice?» chiese Beppe posando finalmente la stecca del biliardo.
«La devo proprio leggere?» fece il barman titubante.
Gli avventori si avvicinarono al banco, pronti a farsi le ennesime risate. Oreste si lisciò un paio di volte i baffi e lesse:

Carissimi, mi scuserete se per qualche tempo non mi farò vedere in paese. Mi trovo ai Caraibi… Vi ricordate di quel tale, Giulio Orsini? Credo proprio di sì. Tempo fa era il vostro commercialista, ma anche il vostro fidato consulente finanziario. So che si è ‘mangiato’ un mucchio di soldi, dei vostri soldi, tanto che in paese c’è chi è fallito e chi si è suicidato per la vergogna dei debiti. L’Orsini stava per essere arrestato dalla Guardia di Finanza quando è morto di infarto. Non ha fatto in tempo, insomma, a pagare con il carcere quel che ha fatto, ma non ha neppure fatto in tempo a dirvi dove aveva messo tutto il vostro danaro. Eh sì, perché non l’aveva affatto perduto in investimenti azzardati come vi aveva fatto credere: l’aveva solo nascosto, e pure sotto il vostro naso. Era diventato un gran peso per lui, poverino, e doveva rivelarlo a qualcuno. Ora posso assicurarvi che l’ha fatto. Aveva cercato anche di dirlo alla signora Pina, ma lei, come sapete, era mezza sorda e non ci stava neppure più tanto con la testa. Insomma questa lettera è per dirvi grazie, grazie a tutti, davvero. Non vi dimenticherò.
Leonardo Cernuschi.’

Ladro di ricordi

batacchioAvrebbe raccontato la sua vita. L’aveva sempre saputo che era quello l’argomento che, per avere successo, avrebbe dovuto trattare prima di altri in un libro; aveva cercato tuttavia di evitare un simile coinvolgimento perché scrivere di sé avrebbe comportato anche giudicarsi, oggettivamente, ripensando in modo critico al proprio passato: il che poteva risultare anche non troppo piacevole. Ma ora Mario aveva sessant’anni. Era un uomo arrivato, con una forte personalità e un disincanto verso di sé e gli altri da fargli credere, a ragione o a torto, che in realtà non avrebbe avuto nulla da temere. Anzi no, era sicuro: gli avrebbe fatto bene.
Così cominciò dapprima con un capitolo generico, introduttivo, richiamando quei principi etici cui si era sempre ispirato e poi via via, partendo dal racconto dell’infanzia, risalì alla gioventù, agli anni della maturità, a quella delle grandi scelte. Era soddisfatto. Si profilava come un romanzo di grande respiro, penetrante, liberatorio, per nulla indulgente. Anche se per ora aveva trovato l’artificio narrativo di usare la terza persona.
Poi una mattina cominciò ad accorgersi che in casa mancavano diversi oggetti. Una prima volta non trovò una maglia di quando aveva intrapreso da ragazzo l’avventura del calciatore dilettante, un’altra volta risultò sparita una cartina antica che aveva comprato a Londra dopo il diploma, un’altra ancora il suo set completo di canne da pesca. Era diverso tempo che Anna, la moglie, aveva ripromesso un ‘bel ripulisti’ di vecchie cose sue che ‘prendevano solo polvere‘, ma non poteva credere che dalle minacce fosse passata ai fatti.
Fu immancabile un furioso litigio all’inizio del quale lui accusava lei di non rispettarlo come uomo e come marito e la moglie che negava di aver buttato via alcunché; alla fine c’era solo lei che rimproverava lui, insieme a molte altre cose, del perché il rinfresco del loro matrimonio fosse stato così misero rispetto a quello delle sue amiche, poco importando fossero passati trent’anni.
Qualche settimana dopo, Anna, uscita di casa per andarsene a lavorare, tornò appena dopo cinque minuti, la faccia pallidissima. Se ne stava nella luce della porta guardando il marito senza fiatare.
«Per l’amor del cielo, Anna, parla! Cos’è successo?» chiese lui preoccupato.
«Hanno rubato la macchina! Nonostante sia più vecchia di me!» fece lei tutto d’un fiato.
E così avevano a che fare con un ladro seriale. Non c’era dubbio. Un ladro strano, per la verità, selettivo e pervicace. Rubava ricordi, solo ricordi: i suoi. La polizia, dal suo canto, com’era prevedibile, non li prese neppure in considerazione.
Anna, per tutta risposta, liberò il ripostiglio delle scope, fece montare una porta blindata e nello stanzino stipò tutto quello che secondo lei era prezioso. Compreso il fazzoletto della prima comunione con cui aveva toccato l’ostia consacrata, il tappetino di plastica della sua prima macchina e un orecchino superstite, regalo di quell’Altro, che se lo avesse sposato come le aveva raccomandato quella santa donna di sua madre, che riposi in pace, ‘ora avrebbe fatto la Signora’.
Poi lui capì. Non poteva essere altrimenti.
C’era il gatto della moglie che gli si era sdraiato, come al solito, sopra la tastiera del computer: fece alcuni tentativi per convincerlo a spostarsi. Poi riempì la ciotola di croccantini e il gatto, indolente, scese dal tavolo. Fu così che al romanzo aggiunse un paio di pagine proprio su quel gatto, di quanto fosse irritante averne uno da accudire tutti i santi giorni quando ti dimostra ostentatamente solo indifferenza e ostilità. Poche righe intense, insomma, asciutte, ma ben scritte. E, come immaginava, per qualche motivo imperscrutabile, il gatto sparì.

«Mario??? Deve sei?», fece la moglie appena alzata dal letto. «È domenica, non ti sembra esagerato lavorare anche la domenica mattina? Ma dove sei?»
Giunta nello studio trovò la luce della lampada da tavolo accesa, il monitor del computer illuminato. ‘Lo Scrittore non deve essere lontano’, pensò.
Allungò il collo sul display e lesse:

«Devo dire che al termine di questo romanzo mi pare la scelta più giusta. Preferisco infatti scegliere di stare di qua in un mondo fatto di ricordi e momenti felici, piuttosto che in una vita scialba che non mi assomiglia più. Sì, lo scrivo, qui, ora, anche se cosa vorrà dire. Succederà come per la maglia, la macchina e finanche il gatto che, sia ben chiaro, m’ingegnerò a rispedire di qua.
Ebbene sì, il personaggio di cui si parla nel libro sono proprio io.
Addio.
»

La moglie scossa la testa più volte. Fece un passo indietro e schiacciò con le pantofole dei croccantini.
«Ma Mario, cos’hai fatto? Possibile che tu debba essere sempre così sciatto? Mario! Ma dove sei? Marioooo…»

Noz

girasoleLa formica esploratrice aveva preso la Via sul retro, quella interna e profonda che avrebbe permesso alle consorelle di uscire dal formicaio in tutta fretta nel caso ci fosse stato un pericolo. Gli altri tentativi di ricerca del cibo, a est e a sud, non avevano avuto nessun successo; proprio non riusciva a capire perché si fossero ostinate a costruire la tana in un posto simile. Sì, tanto valeva provare a nord. Qualcosa da quelle parti doveva pur esserci che fosse sufficiente a sfamare un formicaio a pieno regime.
Noz, dopo circa cinquecento metri, si accorse che il cunicolo si fondeva con vecchie tane di altri abitanti. Dall’odore dovevano essere lombrichi o qualcosa di simile. Benché le strade possibili adesso fossero tante si lasciò guidare dall’olfatto e imboccò un altro percorso che, diversamente dagli altri, andava in salita. Giunto a un fenditura nel terreno sentì arrivare dall’alto dell’acqua. In superficie stava piovendo. Era meglio tenersene alla larga. La pioggia infatti significava gocce pesanti e improvvise, rivoli d’acqua impetuosi e mulinelli violenti non governabili. Doveva sicuramente rimanere sottoterra. L’odore di lombrichi ora era molto forte, tanto che, ad un tratto, ne sbucò uno enorme che subito si inabissò nel terreno. Poi vide che vi era qualcos’altro poco distante da lei. Era un grosso seme; poi ne vide un altro e un altro ancora. Forse aveva trovato la riserva che cercava, anche se si trovava lontana quasi un chilometro dal formicaio: se fossero giunte però le Operaie e anche le Ausiliatrici ce l’avrebbero fatta a fare la scorta prima dell’arrivo dell’inverno. Scese verso il seme più vicino e dopo averlo afferrato cominciò a spingerlo verso casa. Sapeva di dover farlo prima testare ai Responsabili. Erano molto pignoli sul punto e si era vista scartare tempo prima dei semi che aveva giudicato ottimi. Sì, sarebbe stata una faticaccia portarlo fin là, ma non voleva far brutte figure. Era il suo lavoro del resto.
Spingere in avanti nel cunicolo quel seme di così grosse dimensioni si rivelò ben presto un’impresa sfibrante. Si impigliava dappertutto ed era sproporzionato per le sue zampe. Ogni tanto rotolava indietro o si interrava o rimaneva incastrato. L’ideale sarebbe stato andare in superficie. Avrebbe potuto caricarselo sul dorso e portarselo così agevolmente. Ma stava piovendo molto forte e non le sembrava il caso di rischiare. Andò ugualmente avanti ma i cunicoli si facevano sempre più stretti. Si trovava ancora a duecentocinquanta metri dal formicaio quando non se la sentì più. Il seme si era impantanato sotto un sasso e non c’era più modo di toglierlo di lì. Pensò tuttavia che se fosse corsa alla tana, senza l’impaccio del seme, avrebbe comunque potuto far presto. I Responsabili non avrebbero avuto da ridire più di tanto. Noz rimase ancora un po’ lì, titubante. Poi capì che non c’erano alternative e decise di incamminarsi verso il formicaio, con la pessima sensazione di avere fallito.

«Tu pensi che troveremo qualcosa in questi campi?» domandò il ragazzo.
«Qualche anno fa qui c’era un allevamento di fagiani…» rispose l’uomo, gli occhi a terra nello sforzo della ricerca «molte deiezioni sono penetrate nel terreno e ora si trovano dei vermi davvero grossi…»
«Hai ragione pa’ eccone qua uno, guarda…»
«Bravo, mettilo dentro al barattolo… prenderemo una trota enorme con quello… Continua a cercare, ne abbiamo bisogno ancora. Cerca soprattutto sotto i sassi.»
«Qui c’è una pietra bella grossa, pa’…»
Il padre lo raggiunse e, chinatosi, la rovesciò da un lato.
«No, non c’è nulla… Cerchiamo ancora.»

E il seme, liberato dalla pietra, avvertì l’aria, il sole, l’umidità. Si sentì risvegliare nel profondo della sua essenza e un brivido, come di debole corrente elettrica, lo attraversò.

«Ferma qui Miriam che ho visto una cosa.»
«Non arriveremo mai ad Alvona se mi fai fermare in continuazione.»
«Hai ragione, questa è l’ultima volta, lo giuro.»
Non appena l’auto rallentò lui uscì velocemente con la macchina fotografica in mano. Davanti a sé si apriva un prato immenso a perdita d’occhio. In centro un grande girasole che svettava pieno di colore.