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La pièce

Sedendosi in sala, si chiese come mai ci avesse messo così tanto tempo per venire a vedere quella pièce; aveva infatti tanto contribuito alla sua riuscita, sia mettendo mano al testo che alla musica, che era stato quindi grazie anche a lui se era divenuto un successo tanto enorme quanto inatteso; anche se poi, per via di quel brutto litigio con Mark, il capo compagnia, aveva dovuto abbandonare la stagione e nessuno gli aveva mai più riconosciuto un qualche merito.
Non ricordava bene perché non si fosse deciso prima. Ma che importa? Ora era lì, in quel teatro ed era giunto il momento di riconciliarsi con gli errori del passato, di mettere un po’ d’ordine nella sua vita come in un solaio dimenticato. Chissà, magari a fine spettacolo sarebbe potuto andare a trovarli in camerino per un breve saluto e poi forse uscire pure con loro a mangiare un boccone e ricordare i bei vecchi tempi. Dopotutto, qualcosa gli dovevano. Ma ecco… ecco… si era appena levato il sipario: il brusio in sala si stava sciogliendo in un silenzio di aspettativa, creando l’attesa nell’attesa, l’attimo nell’attimo e lui, sì, proprio lui, finalmente era lì.
L’attacco dei violini era rimasto sempre lo stesso, morbido, accattivante, tanto da creare fin da subito l’atmosfera giusta; la voce impostata di Annalise, l’attrice principale, faceva il suo grande effetto persino a palco vuoto; riempiva tutta la sala prima ancora che il suo ingresso sul proscenio scatenasse un sincero scroscio di applausi. Era sempre la solita, lei, ci godeva un mondo a creare quell’attenzione spasmodica nel pubblico; sì, li poteva ben vedere di profilo nella penombra della sala; tutti quei volti rapiti che pendevano dal suo incedere misurato, dal quel movimento studiato delle mani, la postura leggera del suo corpo di giunco a sfidare il mondo; ogni oggetto di scena, ogni più piccolo particolare sembrava solo valorizzare la sua bellezza. E poi il testo! Si era dimenticato di quanto fosse stato bello e ricco e appassionato. E la scenografia!?! Avevano avuto delle idee brillanti: le soluzioni erano innovative e avveniristiche; bravi, sì, bravi davvero; adesso tutto appariva armonioso e il succedersi delle scene era fluido, il ritmo incalzante, accurato, mai affrettato. Ora capiva perché avevano avuto una così buona riuscita; una bella compagnia di attori, nulla da dire.
Rimpianse all’improvviso di aver dato di matto, quel giorno, con Mark. Non avrebbe dovuto dirgli che sua moglie Annalise amoreggiava con tutti: con lui, con l’impresario, con il produttore, persino con il trovarobe e da ultimo, dietro le quinte e durante le prove, persino con l’addetto alle luci; avrebbe potuto tacere, avrebbe dovuto tacere, ma lui era fatto così: sincero, leale, diretto. Le cose non se le poteva tenere per sé, oh no, le doveva dire, soprattutto a Mark che era suo fratello.

Poi, da un lato della sala, una falce di luce per un attimo gli ferì l’occhio.
Il solito ritardatario’, pensò. ‘A miei tempi, una volta iniziata la rappresentazione, non era possibile entrare in sala in ritardo. Ora fanno come vogliono e vanno e vengono dal teatro come in una stazione ferroviaria. Non c’è più rispetto per nessuno e men che meno per quelli che pagano il biglietto. Che gente!”.

«Mi scusi, signore» fece un tizio in piedi, accanto a lui, con una camicia sgargiante e un foulard intorno al collo. Lui per un po’ lo ignorò, ma quello si ostinava a rimanere lì, in piedi, a parlare, a parlare…; sembrava avercela con lui; stava disturbando tutti.
«Mi scusi, signore!!!» insisté quello alzando la voce.
«Dice a me?» fece lui girandosi finalmente verso l’uomo.
«Sì, certo, proprio a lei. Guardi che non può stare qui.»
«Come non posso stare qui, cosa dice?»
«La ditta delle pulizie sta mettendo a posto la sala per la rappresentazione di questa sera. Lei deve andarsene. Mancano ancora sei ore all’alzata del sipario. Torni più tardi, per favore.»

L’amica

A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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Oramai mancavano pochi mesi alla pensione. L’attendeva un cambio di prospettiva, una nuova vita. Avrebbe avuto tanto tempo da dedicare a sé e prendersi finalmente tutte quelle soddisfazioni che aveva sempre rimandato. Non aveva una famiglia cui badare ed era quindi assolutamente libero e completo padrone della propria esistenza.
In tutti quegli anni di lavoro aveva anche risparmiato una bella somma e, siccome delle banche non si era mai fidato, i soldi li aveva messi in una piccola cassaforte che si era installato in casa. Per non dare nell’occhio l’aveva comprata in un’altra città e poi, armato di scalpello e mazzuolo, aveva ricavato un incavo nel muro maestro della casa in un punto ben nascosto della soffitta; lì l’aveva murata mettendoci davanti, in sovrappiù, un mobiletto. Poteva adesso pensare di comprarsi una casetta in campagna o lo ‘spiderino’ che tanto aveva desiderato o fare quel viaggio intorno al mondo per tornare solo quando avesse sentito la nostalgia di volerlo fare.

E il gran giorno del pensionamento arrivò; quando ritirò il gruzzoletto della buonuscita era emozionato e se ne tornò subito a casa preoccupato che qualche malintenzionato glielo potesse sottrarre per strada. Salì in soffitta. Tirò fuori tutto il danaro e lo contò unitamente a quello nuovo. Lo contò più volte formando tanti mazzetti legati ciascuno con una propria fascetta recante ben in evidenza la somma. Erano tutti suoi, quei soldi. Solo suoi. Era una gioia vederli in un colpo solo.

Iniziò la sua nuova vita facendo innanzitutto un giro per la città, godendosi il sole di quella primavera che pareva la promessa migliore. E intanto rimuginava su come spendere il danaro. Si informò alla agenzia viaggi e a quella immobiliare, e poi alla concessionaria auto e anche in quel bel negozio di computer. Gli sembrava però, in realtà, tutto un po’ troppo caro. Anche se la cifra messa da parte era non poca cosa, avrebbe dovuto pensare al suo avvenire. E poi che brutte facce che si vedevano in giro! Non si ricordava che ci fosse così tanta gente poco raccomandabile. Il centro era pieno zeppo di brutti ceffi: immigrati, nomadi, straccioni e questuanti di ogni tipo. Distratto, un uomo di colore lo urtò e subito lo squadrò con aria minacciosa come se fosse incerto se aggredirlo oppure no. Quello sguardo gli scese giù nel cuore e gli avvelenò l’anima.
D’un tratto pensò alla sua casa e alla sua cassaforte. Tutto sommato, si disse, non erano al sicuro né l’una né l’altra. E se mentre lui era in giro qualcuno fosse entrato e l’avesse derubato?
Tornò di corsa. Salì le scale senza neppure prendere l’ascensore. Entrò nella sua abitazione come una furia. Fece scendere la scala dalla botola nello sgabuzzino e salì in soffitta, spostò il mobiletto e aprì la cassaforte che gli tremavano le mani. Sì i soldi erano ancora lì. Li tirò di nuovo fuori tutti e li ricontò e poi lì ricontò ancora, una seconda e una terza volta. Che spavento! Capì che non erano al sicuro; no, non lo erano affatto; non se la sentiva però di aprire ora un conto corrente; le banche se ne sono sempre approfittate dei poveracci come lui; porti loro il danaro e poi si comportano come se fosse sempre stato il loro. Installare un allarme? Ma no! Oramai ‘quelli lì’ sapevano benissimo come disattivarlo. No, era meglio che uscisse il meno possibile e rimanesse a casa, a fare la guardia. Sì sì, era meglio.
Prese così ad allontanarsi solo per fare la spesa e pagare le bollette. Poi neppure più per quello; si mise a ordinare per telefono quanto gli occorreva per il pranzo e la cena chiedendo alla vicina se le bollette le pagava lei. Piazzò persino una brandina in soffitta proprio accanto alla cassaforte. Potevano notte tempo entrare dal tetto, pensò, e sfilarglieli da sotto il naso.

Poi un giorno si ammalò. Il medico fu tassativo: ‘Lei si deve ricoverare per una serie di accertamenti a tappeto. Ha i valori del sangue e pressori molto scompensati. Bisogna intervenire con tempestività’.
Come avrebbe potuto fare con i soldi? Si chiese. Non poteva certo lasciarli lì dov’erano mentre lui era in ospedale. Si sarebbe potuto risapere ‘nel giro’ e avrebbero potuto approfittarsene. Hanno occhi e orecchi dappertutto, ‘quelli lì’.
Decise di portarseli dietro mettendoli in una borsa. Nell’armadietto della sua camera d’ospedale sarebbero stati al sicuro con lui nel letto a fare la guardia.
Ma il giorno dopo il ricovero gli comunicarono che il suo quadro clinico era pessimo e che dovevano operarlo di urgenza. Era grave. Aveva non so cosa, non so dove… Ma il danaro? Durante l’intervento non poteva rimanere nell’armadietto incustodito! Avrebbero potuto aspettare che lui fosse in sala operatoria sotto anestesia e rubargli il borsone.
«Quando cambiano le lenzuola e la federa?» chiese all’inserviente.
«Abbiamo fatto il cambio proprio ieri e il prossimo è fra tre giorni» gli fu risposto.
Sì, ce l’avrebbe fatta. Nascondendo i soldi nel cuscino, di notte, sarebbero stati al sicuro sino al suo rientro in camera.
E così avvenne; anche se l’anestesia lo fece dormire fino al mattino dopo e pur se avvertiva un forte dolore all’addome, prima ancora di aprire gli occhi, infilò la mano all’interno del cuscino per sincerarsi che il danaro ci fosse ancora. No, non c’era più.
Cercò, disperato, di chiamare l’inserviente nonostante la voce flebile; poi venne una giovane donna che non sapeva nulla. Controllò però nei registri. Sì, avevano cambiato eccezionalmente le lenzuola e la federa con tutto il cuscino mentre lui era in sala operatoria. Dal reparto delle malattie infettive un uomo, in stato confusionale, si era allontanato dalla sua camera per finire nella sua nascondendosi nel suo letto per non farsi trovare. Se non avessero cambiato le lenzuola le possibilità di infezione sarebbero state elevate visto che lui era appena reduce da un intervento. Non doveva comunque preoccuparsi di nulla: ora era tutto igienizzato.

dietro il racconto
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Piano bar

«Marta perché non arrivi?»
Questa domanda continuava a rimbalzargli nel cervello come una pallina da ping pong che non trovava la via di uscita dalla sua testa.
Girava il bicchiere vuoto tra le dita staccando lo sguardo solo per puntarlo sull’ingresso del piano bar ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Lo sapeva, aveva sbagliato, non avrebbe dovuto trattarla così. Era stato spregevole da parte sua e quando lei aveva scoperto ogni cosa e l’aveva lasciato gridando e piangendo aveva capito quanto importasse per lui. Era davvero l’unica donna che avesse mai amato, l’amore su cui avrebbe voluto basare l’intera sua esistenza.
Dovevi pensarci prima’ gli aveva urlato contro per telefono.
Mi devi un’altra chance, ho fatto una grande stupidaggine, me ne rendo conto e mi dispiace tanto, ma posso spiegarti, ti prego, non posso vivere senza di te’ le aveva ribattuto con rabbia per la consapevolezza di aver gettato via così stupidamente la propria felicità.
Non ti devo un bel nulla, sei solo un gran bastardo’ aveva risposto lei, secca, sbattendogli il telefono in faccia.
E così lui, disperato, le aveva dato appuntamento lì, in quel luogo magico, dove erano stati la prima volta, tempo prima. Era sicuro che in quell’ambiente avrebbe saputo trovare le parole adatte per convincerla a tornare con lui e a perdonarlo. Ma erano già trascorse due ore e no, non sarebbe venuta. Si era illuso inutilmente. L’aveva fatta troppo grossa.
Fece il gesto alla cameriera di portagli un altro bicchiere. Tanto valeva prendersi una sonora sbronza. Sospirò. Quanto avrebbe dato per rivedere i suoi occhi azzurri…
«Grazie, tesoro» disse alla cameriera che gli portava un altro manhattan.
Azzurri’? Ma che dico? Sono verdi, di un verde smeraldo. Sono sempre stati verdi i suoi occhi. Beh proprio smeraldo smeraldo forse no, probabilmente erano più scuri; ma che importa? Sono gli occhi di Marta’. Si disse agitandosi al tavolino. Avevano passato dei momenti stupendi insieme, pensò sorridendo amaramente. Come poteva ora fare senza di lei?
Ecco forse quella è lei che è appena entrata. No Marta mi pare più alta di così, è anche un po’ più snella e… e… più magra. Ma certo, quella è l’altra cameriera che sarà uscita a fumarsi una sigaretta. Sto proprio sragionando. Poi questa è bionda, Marta è bruna, quasi corvina. Devo restare calmo, calmo’.
Stavano suonando la loro canzone. Lo sapeva che sarebbe successo. Gli venne un groppo in gola. La sua vita era finita.
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«Allora, non sei contento di vedermi?»
Una ragazza rossa di capelli lo squadrava con aria indispettita e di sfida, le braccia incrociate sul petto. Era così immerso nei suoi pensieri che non l’aveva vista né entrare, né avvicinarsi. Lei era lì, dunque, era fantastico.
«Ma certo Marta, scusami, ero solo sopra pensiero» disse lui alzandosi di scatto e scostando la sedia dal tavolino per farla sedere. «Non ti vuoi accomodare?» le fece vedendo che lei rimaneva in piedi
«Marta? Chi è Marta? Io mi chiamo Maria, te lo sei già dimenticato?»

Nanook

Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
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dietro il racconto
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Melissa osservava il marito: se ne stava accanto a lei facendosi condurre docilmente dal carrello; complice un’altezza ragguardevole e una magrezza sospetta (se non si fosse conosciuta la storia di quell’uomo) sembrava come al solito del tutto scollegato dalla realtà con la testa in un’altra dimensione. I capelli sottili, tendenti chissà perché all’azzurrino, erano arruffati più del solito, ribelli a qualsiasi disciplina che un pettine potesse assicurare, mettevano in evidenza gli occhi mobili e penetranti che guardavano senza vedere. Avrebbe potuto essere ovunque: sulla cima di un grattacielo in bilico su un’antenna, seduto in fondo all’oceano o proprio lì a far la spesa con lei.
Melissa non era mai riuscita a spiegarsi perché lo avesse sempre amato e continuasse ad amarlo come fosse il primo giorno. Forse per quella sua aria così indifesa, implume, per quella sua dolcezza pasticciona con cui riusciva a metterla al centro del proprio mondo, qualunque esso fosse.
«Però così non mi aiuti» sbottò a un certo punto lei impuntandosi nella corsia dei casalinghi. Lui, che si era sentito strattonare, diresse lo sguardo verso la donna senza riconoscerla.
«Non ho capito» fece subito dopo, riprendendosi.
«Ti sto dicendo che così non mi aiuti… pensi ai fatti tuoi… e così ci metteremo un sacco di tempo» fece lei cercando di fare il broncio senza riuscirci.
«No, affatto» cercò di smarcarsi. «È che non hai bisogno di me: te la stai cavando benissimo, tant’è che fino adesso non mi hai chiesto nulla…»
«Ah sì? Allora eccoti, sapientone, una precisa e chiara richiesta di aiuto: non riesco a trovare la candeggina… sono dieci minuti che giriamo a vuoto, non so se te ne sei accorto. È che in questo iper, a sistemare le cose sugli scaffali, sembra sia stato un burlone ubriaco.»
«Candeggina? Candeggina?» ripeté lui guardando un soffitto molto lontano intersecato da tubi di aspirazione, sensori antincendio e macchinari che sfidavano la gravità. «È alla corsia 34, di là, in quella direzione.»
Melissa non sapeva se ridere o preoccuparsi. La corsia 34 era poco distante. Ci arrivarono in un attimo e subito vide davanti a sé un intero bancone di confezioni di candeggina. Si aspettava che Carlo le dicesse ‘hai visto?’ ma era invece di nuovo sprofondato nei suoi pensieri. Afferrò una bottiglietta di quello meno caro e la posò piano piano nel carrello come per non disturbare il marito.
«E vediamo, allora,… il pane in cassetta dove lo potrei trovare?» chiese lei, appena dopo qualche minuto, a mo’ di sfida.
Lui guardò in basso, in direzione del punto dove aveva sentito giungere la voce. Metabolizzò la domanda della moglie anche se in ritardo. Ci pensò qualche secondo e poi disse:
«Pane in cassetta? Alla corsia 22, dove l’hanno messa da qualche giorno dopo aver risistemato la zona dei freschi che occupa adesso la zona sud. Il nuovo direttore ha voluto così» fece abbozzando un sorriso e allargando le braccia come per dire: ‘non è colpa mia!
Melissa che fino a quel momento aveva creduto che quella di prima fosse stata solo una botta di fortuna accelerò il passo verso la corsia 22. Avrebbe tanto voluto che il pane in cassetta non fosse affatto là. Invece, come poté constatare con grande meraviglia, si trovava proprio in quel posto, insieme a tutti i tipi di pane, da quello salato a quello sciocco, da quello sfuso a quello imbustato. «Ma come caspita…» fece lei squadrando il marito da capo a piedi. «Come fai ad avere tutte queste informazioni?»
«Non saprei… ascolto, capto qua e là, memorizzo…» fece lui come per scusarsi.
Melissa scosse la testa. La spesa era finita. Si diressero verso la linea delle casse.
«No, non andare dalla Lucia» disse d’improvviso lui «è appena rientrata da un periodo di congedo. Poverina, l’ha lasciata il fidanzato a pochi mesi dal matrimonio ed è molto depressa. Ma è anche parecchio lenta. Vai lì dalla Paolina, piuttosto, che l’hanno assunta da poco, anche se con una raccomandazione: è giovane, molto volenterosa, rapida e precisa.»
«Ma dai, Carlo, com’è possibile che tu sappia tutte queste cose…? Dimmelo, dov’è il trucco?»
«Ti ho detto che non lo so, Melissa. E poi perché non dovrei saperle, scusa?»
«Perché abitiamo a più di mille chilometri di qui e in questo iper ci siamo entrati solo per caso.»
«Ah sì?»

Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

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