L’uomo, in divisa verdognola, ricevette all’improvviso una comunicazione all’auricolare. Non era stato tanto il suono a far capire che fosse arrivata al suo orecchio, quanto il suo improvviso ammutolirsi. Gli auricolari nella sua disponibilità erano infatti di ultima generazione. Almeno quelli di Tomàs, supervisore dell’area tematica “La Foresta del Nord” dello Zoo “Luces y emociones” a Playa Cuerta. Lì, tra gli altri, vivevano pinguini imperatori, orche marine dell’Antartide e, soprattutto, orsi polari.
Brizzolato e istrionico, Tomàs si era fermato di colpo mentre parlava con Gael e Thiago da Silva. Sembrava volerli proteggere da un incendio che solo lui vedeva. Allargò infatti le braccia nella loro direzione e poi premette l’indice sull’orecchio, annuendo corrucciato. Tutti gli addetti sapevano che lo faceva solo per darsi importanza. Ma lo sopportavano. Dopo tutto era un bravo diavolo.
«Devi andare tu, Álvarez», disse dopo un po’ nel walkie-talkie, una volta conclusa la comunicazione.
Silenzio.
«Come sarebbe a dire, capo, di nuovo io?», gracchiò una voce non più giovane dall’altra parte.
«Mi segnalano che Madison è fortemente disidratata. Ci sono 40° all’ombra se non te lo ricordassi. La sua termoregolazione è quella che è».
«Perché sempre io, capo? Potresti mandare quello giovane, appena entrato. Come si chiama? Insomma, lui, hai capito. Deve farsi le ossa».
«No, non è questione di farsi le ossa. Ci devi andare tu perché Madison ha un buon feeling solo con te. E tu sai come gestire il suo caratteraccio. È permalosa e bisogna stare attenti. Poi tu lo sai bene come ci si difende. Non possiamo correre il rischio con tutta la gente che c’è oggi».
«Lo so, capo, lo so. È che ultimamente lo fa sempre più spesso, anche senza motivo».
«Dopo, potrai prenderti il giorno libero che avevi richiesto» buttò lì Tomàs, per vincerne le resistenze.
«Sul serio?»
«Sul serio».
Di Tomàs si poteva dire tutto: che era scorbutico, istrionico, bizzarro. Però ci sapeva fare. Riusciva sempre a convincerti.
«Va bene, allora ci vado», concluse quello chiudendo la comunicazione.
Nel frattempo, i tre, camminando in modo indolente, erano arrivati al punto di ristoro. Da qualche settimana si ritrovavano, per la pausa pranzo, al chiosco de “Il feroce Salatino” di Al Kebir Malik. Servivano hamburger sopraffini a prezzi stracciati per gli impiegati dello zoo. Nonostante il caldo, il piatto era irresistibile.
E Madison chi sarebbe?» chiese Gael, il neoassunto, affidato per l’addestramento a Thiago da Silva, addetto alla pulizia delle vasche. Il novellino aveva un’espressione sparuta da passero sorpreso dalla pioggia.
Avevano preso posto sugli alti sgabelli di vimini. La musica arabeggiante creava un’atmosfera soft, da relax. Solo Tomàs mangiava in disparte, a un tavolino. Aveva davanti una insalata dall’aspetto triste che lo guardava con aria di sfida. Il supervisore preferiva evitare la carne per diversi motivi, soprattutto da quando aveva saputo che il titolare de “Il feroce Salatino” faceva affari con Fuente. Il peruviano rivendeva il mix di manzo, pollo e frattaglie avanzate dal pasto ai felini. Lo stare lontano dagli altri due, insomma, lo aiutava a tener ferma questa decisione. La salsina di Malik avrebbe reso infatti la verdura un piatto paradisiaco. Ci sarebbe riuscito del resto anche uno stivale usato.
«È un’orsa polare,» rispose Thiago.
«Un’orsa polare?» chiese Gael, sorpreso.
«Già, la definiamo un’orsa senior perché è molto anziana. Con il caldo di questi giorni, la lingua, alla sua età, perde la capacità di restare umida. Si screpola e si fessura fino a sanguinare. Bisogna intervenire subito», spiegò Thiago.
«Fate quindi entrare l’orsa nella vasca?» chiese l’altro.
«No, purtroppo non è così semplice. Madison nuota male e rischia di annegare. Preferiamo che alla sua età entri nella vasca il meno possibile. L’ultima volta che si è buttata spontaneamente, è andata a fondo come un ferro da stiro. Siamo dovuti andare a riprenderla in quattro. Lei non ha collaborato. E, fuori dall’acqua, ovviamente, è pesantissima».
«E quindi?» incalzò il novellino, che aveva addentato il panino così voracemente che stava per staccarsi un dito.
Tomàs osservò il giovane di sottecchi, ricordando quando, trent’anni prima, anche lui era così: curioso, insaziabile e pieno di ingenua meraviglia per il mondo. Aveva pensato che in quella struttura avrebbe fatto molta più carriera. E invece ecco lì, a sfondarsi di erba per conigli. Sospirò. Si infilò in bocca una generosa forchettata di acciughe e insalata iceberg. La moglie si era messa in testa di farlo dimagrire per il suo colesterolo galoppante. E lui ne era sicuro: lei era nei paraggi, travestita da visitatore, giusto per controllarlo.
«E quindi bisogna intervenire con l’annaffiatoio», rispose Thiago, un po’ divertito. «Ci si mette dell’acqua fredda, si prende una scala sperando stia ferma e che non si alzi in piedi, si sale con cautela e la si irrora da capo a zampe posteriori. Questo più volte. Come puoi immaginare, bagnare un’orsa di quella stazza e in quel modo richiede una decina di annaffiature e una pazienza infinita».
«Ma non potete usare una sistola?»
«No, il getto dell’acqua è troppo forte. Madison deve essere bagnata lentamente, come se fosse un’orchidea».
«Capisco, e il problema è che ti può azzannare?».
In quel mentre, alle narici delicate di Thiago arrivò l’odore dei ripari dei Lemuri dalla Testa piatta della vicina “Africa Rocks”. Il chiosco variopinto di Malik era situato proprio tra le due aree tematiche. “Non li puliscono mai abbastanza”, pensò Thiago, storcendo il naso.
«No, no, per carità. È buona come il pane», rispose dopo un po’. Thiago era incerto se proseguire o no a mangiare l’hamburger, mentre Gael aveva già finito il suo. Stava controllando il menu per assaggiare qualcos’altro non osando chiedere al collega se poteva mangiare lui il suo, se proprio non lo voleva.
«È sempre vissuta in cattività. L’abbiamo comprata da un circo alaskano che la voleva abbattere dopo che avevano vietato di usare animali nei circhi. Poverina, le avevano già tolti gli incisivi e le unghie per renderla inoffensiva. Senza contare che adesso è anche molto anziana».
«Poverina davvero».
«Proprio così».
«E allora, perché Álvarez non vuole avere quel compito?»
In quel momento, arrivò il rantolo pigro dell’orsa, un borbottio gutturale di chi non aveva nessuna voglia di collaborare. E poi un urlo. Era Álvarez.
«L’ha fatto di nuovo, l’ha fatto di nuovo!» gridava lui, anche se da quel punto non lo si vedeva bene.
Gael guardava il collega con aria interrogativa, cercando di capire cosa stesse succedendo. Un leggero sorriso increspò le labbra di Tomàs.
«Cosa ha fatto di nuovo? Chi?» insistette Gael.
Thiago si prese qualche attimo prima di spiegare:
«Madison, come ti ho detto, è molto anziana… ha seri problemi intestinali. E se non si è delicati, se il getto d’acqua, per lei, nonostante tutto, è comunque troppo forte, diciamo… si innervosisce… e fa delle puzze colossali che neppure un concentrato di cento puzzole riesce a…»
A quel punto, Gael scoppiò a ridere da non riuscire più a fermarsi.
Thiago rimase serio.
Tomàs pure e dopo qualche secondo gelò il neoassunto:
«Se fossi in te, non riderei troppo…» fra meno di un mese Álvarez andrà in pensione. Chi credi lo sostituirà?»
Consegna a domicilio
Rokas arrivava sempre con un quarto d’ora di anticipo. Questo gli permetteva di ricevere il rapporto della notte sul bimbo e decidere, tra l’altro, se difendere il suo sonnellino pomeridiano come si proteggerebbe una frontiera conquistata a fatica.
Da quando sua nuora era morta in un incidente, suo figlio Luknè era cambiato radicalmente. Da uomo sereno si era fatto apatico. Un sacco vuoto dimenticato in uno sgabuzzino. La casa, diceva Rokas, era rimasta in piedi, ma mancava la gravità che potesse tenerla dritta. E la notte era il momento peggiore. Benas si svegliava spesso, a volte senza piangere, come se attendesse. Il figlio gli restava allora accanto, un automa scarico, finché la luce dell’alba non lo sorprendeva ancora vestito.
Per questo Rokas si recava da lui ogni mattina. Non per dare una mano, ma per tenere Luknè. Per impedire piuttosto che la disperazione inghiottisse il figlio e ne facesse quello che voleva.
E poi c’erano quegli strani discorsi che a volte faceva.
Che senso ha la mia vita, ora? Diceva scuotendo la testa.
Non sarebbe meglio finirla qui?
Poi, ogni volta si riprendeva. Tornava in sé con quel sorriso un po’ malato, come contento che, dopotutto, fosse passato un altro giorno. Una piccola vittoria sulla vita, per non precipitare. Fino all’affanno della notte successiva.
Così quella mattina, mentre si avvicinava alla casa, Rokas vide un furgone bianco sbucare da una via laterale e infilarsi davanti a lui, con prepotenza. Dovette frenare per evitare il tamponamento. Sul retro, una scritta sbiadita: PRONTO INTERVENTO. E un numero di telefono quasi cancellato.
Il furgone procedeva lento, troppo lento per lui, e ogni tentativo di sorpasso era inutile: strada stretta, troppe curve, auto parcheggiate male. Rokas si ritrovò a seguire quel veicolo con una crescente irritazione. Si faceva tardi. Il programma, in quell’ordinato caos che era diventata la sua esistenza, andava rispettato.
Quando finalmente imboccò la via di Luknè, il furgone svoltò anche lui, accostandosi all’ultimo momento proprio davanti al portone del figlio. L’unico spazio libero.
Rokas strinse i denti, fece il giro dell’isolato e trovò parcheggio a venti metri di distanza. Si fermò e spense il motore. Rimase seduto un attimo con le mani sul volante, come se volesse raccogliere le forze per affrontare il nuovo giorno. Con sua sorpresa, si mise a mormorare una preghiera a mezza bocca, qualcosa che non faceva da tempo.
In quell’istante, capì che nella via non era solo e le parole gli morirono tra le labbra.
Dal furgone scesero due figure, non in tuta da lavoro, ma in lunghe tonache nere che sfioravano l’asfalto, come se la stoffa fosse più pesante della gravità. Si muovevano con calma e professionalità. Una rimase vicino al mezzo, l’altra avanzò verso il portone del palazzo come di chi fosse venuto per una consegna. Poi si fermò. Quella rimasta indietro le porse un attrezzo.
Rokas aggrottò la fronte. Luknè non gli aveva parlato di guasti o di interventi urgenti. Non sapeva di perdite, caldaie rotte o altro. Cosa poteva essere successo?
La figura vicina al portone, ricevuta l’attrezzo, si voltò verso di lui. Rokas lo vide. Era pallido, terreo, come di ceramica grezza. Le orbite erano scure, senza luce. Il tempo di uno sguardo e Rokas sentì lo stomaco contrarsi.
Solo allora riconobbe la forma del bastone che aveva in mano. Non era una pala. Era un bastone, brandito con sicurezza e perizia. Con una lama in cima che gli rimandò un bagliore sinistro rilanciato dalla luce dei lampioni.
Rokas sentì una fitta in petto, come se quella stessa lama fosse entrata tra le sue costole. La mano volò verso la maniglia della portiera, tirandola con forza. Ma non si aprì. Riprovò, più forte, sperando che la forza potesse convincere il metallo. La serratura non cedette, il pulsante di apertura sul telecomando non rispose. L’auto lo teneva prigioniero, segregato come una cavia. Perché quanto stava per accadere dovesse accadere.
Il vetro del finestrino gli restituì in un lampo l’ombra sbiadita del suo volto: era terrorizzato, il labbro inferiore tremava, gli occhi sembravano invecchiati di anni. I due individui davanti al portone del figlio calamitavano il suo sguardo. Quello più vicino al furgone rovesciò improvvisamente la testa all’indietro. E subito, uno stridio acuto e aspro riempì l’aria. Non era un urlo umano, né un suono paragonabile a qualcosa di naturale. Era un graffio sul mondo: mille gessetti contro una lavagna, il suono di metallo che si arrende e si spezza.
Rokas si tappò le orecchie, e qualcosa di caldo gli colò lungo i polpastrelli, macchiando i sedili di un rosso atro. L’aria attorno a lui si saturò in un istante, incapace di contenere quel rumore. Guardò l’orologio: il vetro si era incrinato con un tic secco.
Nel frattempo, le due figure avevano aperto nel portone entrando con determinazione. Rokas batté i pugni sul finestrino, urlò i nomi di Luknè e Benas. Ma le sue parole rimbalzarono nell’abitacolo come colpi a vuoto. Proiettili impazziti senza una via di uscita.
La strada era deserta. Nessuno ai balconi. Era un’ora in cui la città viveva solo dentro le case. Il marciapiede gli appariva un lastricato vuoto e desolato.
Nel buio dell’androne si accese la luce temporizzata. Rokas la vide attraverso il parabrezza: un rettangolo giallastro che si proiettò prepotentemente sulla strada quasi volesse catturarlo. Poi, arrivarono da dentro voci confuse. Frasi spezzate, parole concitate, una discussione trattenuta. Le voci continuarono ancora per pochi istanti e poi si affievolirono, come se si allontanassero.
E poi, più nulla. Solo silenzio. Una superficie liscia d’acqua a nascondere nel suo profondo orribili mostri.
La luce rimase accesa per un tempo interminabile.
Chissà perché, pensò: finché la luce non si fosse spenta, tutto sarebbe stato ancora possibile, nulla poteva succedere. Oppure tutto era già accaduto, e quella luce illuminava solo la scena con la fredda obiettività di un tavolo autoptico.
Poi il portone si aprì di nuovo.
I due figuri uscirono come erano entrati, calmi, burocratici. Quello con il bastone con la lama in cima tirò fuori uno straccio sporco e cominciò a pulirlo con gesti lenti e precisi, come se stesse pulendo un attrezzo dopo un lavoro sporco ma necessario. L’altro, appena dietro, teneva una cartellina. Si fermò un attimo sotto il lampione, la appoggiò sul cofano del furgone a compilare un documento. Scriveva con la penna senza mai fermarsi. Non pensava, non rifletteva. La mano correva qua e là sul foglio. Pochi dati da registrare. Il più era stato già fatto.
Finito, infilò il foglio nella cartellina e la chiuse con uno scatto secco. Il collega ripose lo straccio. Nessuno dei due si guardò più attorno. Rokas era lì, prigioniero in quella bolla nata e cresciuta in una realtà inaccettabile. Oramai non lottava più. La rassegnazione era una coperta umida e gelida.
I due salirono sul furgone. Le portiere si richiusero con un suono metallico, del tutto ordinario, banale. Il motore del furgone fu acceso e il mezzo partì allontanandosi lentamente, svoltando appena possibile per poi sparire in fondo alla strada.
Rokas restò a fissare il portone.
La luce dell’androne all’improvviso si spense. Rokas sobbalzò come se non se l’aspettasse più. Il buio racchiudeva ora in sé la verità, come in uno scrigno da non aprire mai più.
Si accorse che la sua mano era rimasta sulla maniglia della portiera, nella tensione di aprirla. D’un tratto la porta fece uno scatto e si spalancò.
Non scese subito. Rimase seduto, con le mani ancora raggrumate di sangue, quasi fosse stato lui a commettere il delitto.
Uscì. L’aria di fuori gli parve troppo leggera, diafana, impalpabile.
Fece un passo verso il palazzo. Poi un altro. Non osava scoprire la verità.
Dopotutto, pensò, finché non avesse visto con i suoi occhi, non sarebbe successo veramente.
Poi le gambe gli cedettero.
Si accasciò per terra.
Le lacrime presero a bagnargli le dita portando con sé i coaguli secchi.
L’Amazzone farinosa
La valle del Lurín respirava polvere sottile. Il vento scendeva dai rilievi bassi e la spingeva tra le pietre dei cortili, sulle spalle nude delle donne, nelle pieghe dei tessuti. Anak Omek rimase a guardare a lungo il passaggio lento delle portatrici, il rumore dei sandali, le piume che oscillavano sulle acconciature.
Quando parlò, lo fece senza voltarsi.
«Non queste».
E sospirò emettendo rumorosamente il respiro.
«Voglio un copricapo che non abbia mai avuto nessuno prima di me e che nessuno avrà dopo», disse, con quel modo che aveva quando il mondo le risultava insufficiente.
Curaca Pachaq sentì il peso di quella richiesta come un ordine. Le piume più rare non si trovavano più da tempo. Arrivavano da sempre più lontano. La cerimonia dell’Oracolo di Pachacamac era invece imminente. Si incupì. Accontentarla sarebbe stato difficile.
«Si può provare…», disse, accorgendosi che non era quello che voleva dire.
Anak si voltò. Non sorrise. Gli passò accanto e sfiorò con le dita un fascio di piume comuni. «Solo provare?» disse. Poi lo fissò serrando a fessura gli occhi.
Lui ebbe un brivido.
La casa di Yaya Amaru era più bassa delle altre, costruita con ordine e senza ostentazione. Le piume delle are scarlatte e delle amazzoni farinose erano stordenti per i loro colori nitidi e densi.
«Mi sono sempre chiesto cosa te ne fai di così tanti volatili», disse Pachaq.
«Hai mai sentito parlare di godere della bellezza della natura?», rispose Amaru, scostante.
Pachaq osservava quegli esemplari come chi controlla la merce. Poi si guardò attorno e intravvide Quilla in fondo alla stanza: c’era qualcosa di ostentato nel modo in cui stava rigida voltata verso il giardino.
«Posso compensare per tutta questa tua… bellezza».
Amaru scosse il capo. «Non è questione di compenso. Loro sono solo per la gioia dei miei occhi».
Nessuna trattativa si aprì. Nel voltarsi per andarsene, Pachaq incontrò per un istante gli occhi di Quilla che non aveva resistito a non guardarlo. Colse un groviglio di emozioni: amore, odio, risentimento.
Quella notte non dormì.
Quando l’uomo fidato di Pachaq, nelle ore che anticipavano l’alba, entrò nella casa di Amaru, il suo passo era leggero e misurato. Amaru fece in tempo a svegliarsi e a cercare un inutile appiglio. Il gesto fu rapido, preciso. Quilla era lì. Non urlò, non scappò. L’uomo aveva istruzioni precise e finì il lavoro.
Poi entrò nelle grandi gabbie, uccise più volatili che poté e portò via le piume, ancora calde, pesanti di colore.
All’alba, gli artigiani lavoravano già. Il copricapo doveva essere il più bello di sempre.
Quispe fu raggiunto dalla notizia della morte della madre e del nonno al villaggio della zia. Quando rientrò in casa, era già stato tutto ripulito. Come se, a lasciarlo lì, il sangue potesse corrompere quelle pareti.
Dei ladri, pensò. Quelle piume erano troppo preziose.
Non aveva un nome da seguire, ma sapeva dove andare. A Pachacamac. Da chi poteva decidere. La strada non era breve, ma il passo gli venne da sé.
Trovò Pachaq vicino all’area sacra, dove le voci, passando, si abbassavano senza bisogno di un comando.
«Sei tu», disse Quispe.
Pachaq non rispose. Guardò il volto del ragazzo: l’inclinazione del capo, il modo di tenere le spalle, alcuni movimenti dello sguardo. Sentì una stretta al petto prima ancora di capire.
«Vieni più tardi», disse infine, senza sapere se fosse davvero quello che intendeva.
Il fedele Kunak era poco distante. Non si mostrò. Gli bastava intuire che lì c’era qualcosa che poteva valere, non per lui, ma per la sua sovrana.
Anak lo ricevette senza fretta. Kunak riferì ciò che aveva visto e sentito, con precisione, senza aggiunte.
«Gli somiglia», disse alla fine. «In qualcosa».
«Ho poi scoperto da dove arrivano le piume del copricapo. Due morti inutili».
Lei lo congedò con un cenno. Rimase sola.
Il giorno seguente si mise dove poteva vedere senza essere vista. Osservò il modo in cui Quispe inclinava il capo quando ascoltava. Pachaq evitava il volto del giovane con una cautela troppo ostentata. Non era una somiglianza piena. Furono dettagli che, presi insieme, non si spiegavano. Un taglio dello sguardo. Qualcosa nella linea della bocca.
Quispe non apparteneva solo a Pachaq.
Le ritornarono all’improvviso alla mente le mani forte e calde di Amaru sulla sua pelle. E il peso di una neonata affidata ad altri occhi.
Anak non ebbe bisogno di altro.
Quella notte diede due ordini secchi, separati. Non spiegò il motivo.
Quispe fu fermato lontano dagli sguardi della gente. Cercò di dire qualcosa, ma non ebbe il tempo di costruire una frase intera. Cadde senza sapere perché.
Pachaq ebbe meno tempo di quanto si aspettasse. Quando comprese che non si trattava di un errore, era già troppo tardi. Pensò solo al volto del giovane. Il gesto trattenuto. Le somiglianze. Provò a dire qualcosa. Non gli riuscì. Il buio arrivò prima.
Il giorno della cerimonia, il copricapo era pronto. Le piume rare catturavano la luce in modo diverso da tutte le altre.
Anak Omek lo indossò con orgoglio, senza esitazione. Le persone si disposero come dovevano. La guardavano. Le voci si abbassarono. Le teste si inchinarono. Il rito procedette. La sedia regale accanto alla sua era vuota.
Nessuno parlò di ciò che era accaduto.
Le piume tremarono appena, al passaggio del vento.
Digital Harvest
Il navigatore ricalcolò il percorso senza avvisarlo.
Oscar se ne accorse solo perché il simbolo della vettura sulla mappa cambiò direzione, piegando, al bivio, lungo una strada sterrata.
L’auto abbandonò l’asfalto con un sobbalzo più brusco di quanto si aspettasse. I sassi presero a sfiorare il fondo dell’auto. Li sentiva, anche se non li vedeva. Ridusse ancora la velocità, senza però fermarsi.
Avrebbe dovuto essere già arrivato. Il colloquio era fissato per le undici. Non c’era una ulteriore possibilità.
Pensò a Marta: le aveva detto che sarebbe andato tutto bene questa volta, con quella sicurezza un po’ recitata che usava quando non ne era convinto. Quarantadue anni. Tre anni senza un lavoro stabile.
La campagna si apriva ai lati della strada senza recinzioni. Campi larghi, uniformi, quasi senza alberi. Nessuna casa, nessun trattore, nessuna figura umana. Pensò che se qualcuno li avesse dipinti, avresti detto che il pittore li aveva immaginati; un posto così ordinato non poteva esistere davvero.
A qualche decina di metri, sulla destra, un palo inclinato reggeva un cartello rettangolare. Vernice bianca, lettere nere ancora leggibili.
Future Farm.
Lo guardò con curiosità, lo superò.
Il motore cambiò suono all’improvviso. Un ronzio più basso, un tremore leggero dal cofano al volante. La pressione dell’olio scese di colpo. L’auto si fermò. Il motore restò acceso per qualche secondo, instabile, poi si spense.
Tutto il silenzio entrò nell’abitacolo come se aspettasse solo quel momento. Con lui entrarono anche i colori, quella geometria dei campi, quel verde troppo uniforme, quell’ordine che non somigliava alla natura ma a una imitazione.
Sotto il motore, una chiazza scura si allargava lentamente tra i sassi. L’olio colava a filo continuo da una piccola apertura irregolare nella coppa. Un sasso nel punto sbagliato al momento sbagliato.
«Perfetto».
Compose il numero di Marta. Non partì nessun tono. Solo una presenza muta, come se la linea fosse occupata da qualcosa che non rispondeva.
La chiamata risultava attiva.
Durata: 00:03… 00:04… 00:05…
Nessun suono. Interruppe.
Il sole era alto ma non scaldava come avrebbe dovuto. L’aria restava piatta, satura di odori, senza insetti. Né uccelli in cielo. O movimento nei campi.
Si diresse nella direzione che il cartello indicava. Si era alzata una leggera brezza. Portava con sé un brusio lontano, costante, regolare. Un ritmo.
Dopo qualche minuto, il profilo di una struttura emerse dall’orizzonte. Linee pulite, materiali chiari, superfici riflettenti. Difficile dire cosa fosse.
Vide una figura che si spostava lungo una delle file. Il suo muoversi era monotono, senza esitazioni. Poi un’altra, più distante. E un’altra ancora. Più fissava il campo, più vedeva delle figure. Come parti integranti della campagna. Come alberi spuntati dal suolo. Non riusciva a definirle. Ma poi… ecco sì… le vedeva meglio: non erano persone, ma macchine.
Il loro rivestimento esterno era chiaro, opaco, senza segni di usura. Come lui vedeva loro ora loro potevano vedere lui. Nessuna macchina però si era voltato verso di lui. O interrotto il lavoro.
Oscar fece un passo più deciso verso il robot più vicino. Il braccio rallentò impercettibilmente, come se stesse ricalcolando i propri movimenti. Lui allungò la mano per attirare l’attenzione. Stava per toccarlo.
Il robot si fermò di colpo. Il braccio restò sospeso a metà traiettoria, in attesa.
Come se il sistema avesse un protocollo preciso: ignorare la presenza umana passiva e neutralizzare il contatto fisico.
Poi il primo segnale. Un impulso breve, secco, come in un test. A distanza, altri due risposero nello stesso momento.
Si levò quindi un suono pieno, senza variazioni. Attraversò lo spazio con precisione come a dividerlo a metà. Oscar portò le mani sulle orecchie. Non gli servì: il suono gli parve vibrare contro il cranio, contro i denti, contro il petto.
Due unità basse, su ruote, emersero tra le file dei robot. Scure, stabili, silenziose. Avevano la dimensione di due barboncini. Avevano persino la medesima aria innocua.
Un contatto rapido. Secco. All’altezza della caviglia.
La scarica arrivò rapidissima. Stordente. Le gambe cedettero. Le mani si aprirono. Il respiro si bloccò. Oscar cadde su un fianco, senza riuscire ad ammortizzare la caduta.
Vide il cielo per un attimo. Che si rovesciava. La linea dell’orizzonte che si inclinava.
Intanto le macchine del campo avevano ripreso il lavoro. La stessa metodica, la stessa solerzia. Non era accaduto nulla di rilevante.
Fu trascinato per i piedi, la faccia nella polvere. Una sezione del terreno si aprì davanti a lui. La vide appena, in tempo solo per capire di essere rotolato dentro. Come una cosa inanimata. La botola si richiuse.
Cadde atterrando su qualcosa di morbido. Nessuna luce. Nemmeno fioca.
Poi il fetore arrivò. Dolciastro e marcio insieme. Umido. Persistente.
La luce del telefono si diffuse a cono illuminando prima una superficie indistinta, poi un contorno. Non era terra. Era un volto. O quello che ne restava.
Corpi. Accatastati senza ordine. Livelli sovrapposti, compressi. Alcuni ancora riconoscibili, altri già deformati. Vestiti strappati, tessuti incollati tra loro, occhi spenti in volti incavati.
Tutt’attorno pareti lisce, senza appigli. Una vasca di cemento. La botola sopra la testa.
Forse era l’unica persona viva nell’intera farm.
Il telefono illuminò qualcosa incastrato tra due corpi. Un tesserino rigido, plastificato.
Future Farm. CEO.
Il volto nella foto era ancora riconoscibile. Un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, il sorriso di chi è abituato a essere fotografato. Lo aveva visto da qualche parte, un convegno forse o un servizio televisivo su qualche innovazione agricola, sistemi autonomi, il futuro dell’alimentazione. Aveva detto cose come efficienza e integrazione uomo/macchina, impatto zero. Aveva sorriso esattamente come sorrideva in quella foto.
Brutta fine, pensò. I sogni sanno prendere direzioni inaspettate. Come i navigatori.
Cosa era successo in quella farm?
Poi la botola si aprì. Un braccio meccanico scese dall’apertura, un’unità grande, articolata in più segmenti. Pareva costruita apposta per quella necessità. Si mosse tra i corpi senza esitazione. Non cercava. Non selezionava. Si limitava a scendere lungo una traiettoria predefinita.
La presa si chiuse su un corpo. Lo tirò su. Le braccia del cadavere penzolavano nel vuoto, la testa oscillava leggermente come se annuisse.
Di lato un’altra macchina. A rotazione lenta. Un cilindro e un’apertura capiente.
E iniziò a triturare. Poltiglia di carne e sangue rappreso sparata sui campi.
Concime.
«Aspetta!», gli uscì di dire.
La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica, definitiva.
Il tempo là sotto non si misurava. C’era solo il ritorno periodico del braccio meccanico, che Oscar imparò presto a percepire da un clic quasi impercettibile che la precedeva.
Pensava a Marta e a come l’aveva delusa anche questa volta. Al fatto che non avrebbe mai pensato di cercarlo lì.
Poi, una mattina udì qualcosa.
Una increspatura minima del silenzio.
«… non prende… il navigatore…»
Oscar sollevò la testa di scatto. Ma poteva sbagliarsi.
No no, era sicuro. Era una voce di donna. Fuori c’era una persona. Che fosse Marta?
Cercò di ammonticchiare i cadaveri uno sopra l’altro per avvicinarsi alla botola.
«Sì! sono qui! Aiuto, liberatemi», gridò.
La propria voce suonò roca, quasi falsa. Non la riconobbe.
Poi sentì il primo impulso sonoro. Breve. Secco. Come in un test. Il secondo arrivò subito dopo. Più lungo. Poi un terzo.
Il frastuono partì. Pieno. Continuo. Identico a quello che aveva sentito fuori il giorno che era arrivato. Quel rumore non era per lui. Ma per la donna. Perché non sentisse le sue grida. Per impedirle di capire cosa stesse succedendo là sotto.
Poi il silenzio tornò.
La botola è rimasta chiusa, pensò. La donna è andata via. È riuscita a scappare.
Se lo ripeté più volte, piano, come una cosa in cui si vuole credere. Era un pensiero irrazionale. Lo sapeva. Ma scelse di tenerlo.
Alzò le braccia in un gesto di vittoria, anche se non aveva pubblico. Se non di corpi inanimati. Gli parve assurdo sentirsi sollevato per lei. Qualcuno era riuscito a scamparla.
Poi sentì qualcosa di diverso.
Non il clic che aveva imparato a riconoscere. Questo era un suono più sordo. Un peso che veniva trascinato.
La linea della botola si illuminò di taglio. Prima una fessura, poi di colpo.
Un corpo cadde insieme alla luce accecante.
La donna atterrò di fianco su quello che c’era sotto, con il suono sordo di chi non si aspettava la caduta. La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica.
Buio di nuovo. Silenzio di nuovo.
Sentiva la donna lamentarsi. Un brontolio sconnesso. Poi il suo respiro, affannoso, impaurito.
Oscar aprì la bocca. Non sapeva cosa dirle. Non sapeva se fosse meglio parlare o tacere. Era sopraffatto dall’emozione
Alla fine, disse solo:
«Stai ferma».
Incarico d’onore

Un uomo di guerra, prigioniero del proprio dovere, scopre che anche l’obbedienza può avere un prezzo di sangue.
Il maggiore Roman Kushnir si guardava allo specchio come ogni mattina, controllando la piega della divisa. I bottoni lucidi, la cravatta dritta, il colletto inamovibile. Tutto doveva essere in ordine. Era la sola cosa che ancora lo fosse. Negli anni di guerra aveva imparato a mantenere un’apparenza di compostezza, come se la disciplina potesse contenere il caos. Ma dentro, da tempo, sentiva scricchiolare tutto.
Aveva imparato a non pensare troppo, a eseguire soltanto. Il suo incarico, come recitava l’ordine scritto, era “d’onore”: comunicare ai familiari la morte dei loro figli sul campo. Nessuno voleva farlo, e così l’onore era toccato a lui. All’inizio si era illuso di saper reggere, di potersi blindare dietro il tono fermo e la formula d’ordinanza. Poi erano cominciati gli incubi, le voci, gli sguardi vuoti dei parenti che tornavano a trovarlo di notte. Ogni viso che aveva visto piangere lo aspettava, muto, dietro le palpebre.
Quando bussava alle porte, le madri lo riconoscevano subito. Bastava la divisa. La divisa e il suo volto sinceramente contrito. Alcune cadevano in ginocchio, altre lo fissavano come si guarda un animale che porta disgrazia. Lui restava fermo, poi bastavano poche parole. E sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata in quella stanza. Tornava in caserma, si toglieva il cappello e si sedeva sulla branda in attesa del giorno successivo, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia. Un soldato della burocrazia del dolore.
Negli ultimi mesi non dormiva quasi più. L’aria della caserma sapeva di carta e disinfettante, e ogni volta che passava davanti alla stanza dei dispacci gli sembrava di udire i singhiozzi filtrare dalle buste sigillate. Le lettere dei caduti arrivavano piegate con cura, ancora intrise dell’odore dei campi. Lui le consegnava una per una, ma non le leggeva mai. Il volto anonimo del caduto poteva essere per lui un antidoto. Ma non lo era mai.
Aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, ma l’ordine era arrivato firmato dal Comando Supremo. «Nessun altro è idoneo. Continui.» Aveva sorriso, quel giorno. Un sorriso secco, da militare. Poi aveva ripreso a fare il suo dovere. I giorni passavano quasi strisciando, come se il tempo stesso esitasse a scorrere in quel limbo di morte mediata.
La mattina in cui tutto accadde volle uscire prima del solito. Il bombardamento notturno aveva lasciato molte comunicazioni da consegnare. Il vento soffiava basso, sollevando la polvere del cortile. Kushnir indossò il berretto e si avviò verso l’auto di servizio. Si fermò come suo solito davanti allo specchio del corridoio per dare un’ultima controllata alla divisa. Allungò la mano sulla maniglia della porta. Sentiva il brusio costante dentro la testa, come un motore che non si spegne mai.
Lo fermò un rumore di passi alle spalle. Il tenente Taran, l’unico sopravvissuto del gruppo originario deputato alle comunicazioni d’onore, era sull’attenti davanti a lui. Lo sguardo sfuggente, la mascella serrata. Kushnir lo fissò per un istante. Aveva provato rancore per quell’uomo e per tutti quelli che avevano abbandonato l’ingrato compito. Adesso, però, nel vederlo, provò un lampo di speranza. Forse finalmente si era reso conto ed era venuto a dargli l’insperato cambio.
«Riposo, tenente. Dica.»
Taran esitò. Deglutì, poi mormorò:
«Mi dispiace, signore… è per suo figlio.»
Kushnir si irrigidì. «Cosa c’entra mio figlio, adesso?»
«È caduto in azione. Sul fronte est.»
Per un attimo il maggiore non disse nulla. Continuò a guardarsi allo specchio dell’ingresso. Vide riflesso un volto che non riconosceva: il viso pallido, gli occhi svuotati, la bocca tremante. Lo stesso sguardo che aveva visto centinaia di volte nelle altre persone da lui visitate.
Il berretto gli cadde di mano. Fece un passo indietro, poi un altro. Le gambe gli cedettero. Provò a respirare, ma il respiro non venne.
Poi il maggiore Roman Kushnir si mise a urlare. Il suo mondo era all’improvviso andato in mille pezzi.
