«Allora, non mi dici proprio niente?»
«Diciamo che non me l’aspettavo. Non qui, almeno».
«Ti ho fatto proprio una bella sorpresona, vero?»
«Altroché. Come ti è venuta in mente una cosa simile?»
«Te ne sei andato via troppo presto e mi sei mancato molto».
Era una bella giornata d’autunno. Alcuni pettirossi si erano radunati su un ramo che, carico di bacche, si piegava fin quasi a terra.
«Il prete, quando ci ha uniti in matrimonio, ha detto nella buona e nella cattiva sorte».
«Finché morte non ci separi, però, Maria…»
«Ma che c’entra? L’importante è stare insieme».
«Farti seppellire addirittura nella mia stessa tomba! Non ti sembra di aver esagerato?»
«È solo colpa tua se dobbiamo coabitare anche qui. In vita non hai mai voluto pensare a una cappella di famiglia. Quando mi sono informata, c’era a disposizione solo la tua tomba per starti vicino. per fortuna è piuttosto larga per una persona sola. L’alternativa era un altro cimitero».
«Ecco, non sarebbe stato perfetto?»
«Scherza, scherza. Ho fatto mettere nel testamento di essere seppellita con mio marito, e mia sorella mi ha accontentata, ben volentieri».
«Ci credo, se poteva farmi un dispetto… Trent’anni che non mi rivolgeva la parola».
«Non è forse amore eterno, questo, tesoro mio?»
«Sì, ma dovrebbe essere anche riposo eterno. C’è scritto pure sulle lapidi».
«Ma va’ là, che ti fa piacere un po’ di compagnia. E poi qui c’è gente per bene. Sai, abbiamo fondato il comitato “Un cimitero più pulito” e io sono la presidente. Ci sono Adelmo, il maestro elementare, che scrive i verbali con una calligrafia di quelle di una volta, Evarista la bidella (pardon, collaboratrice scolastica) e il carabiniere, quello che è morto scendendo dal letto dell’amante: si è imbrogliato con le su stesse mutande, ha perso l’equilibrio e ha battuto la tempia sull’angolo del comodino».
«Maria, scusa, tu da quanto tempo sei qui?»
«Da una settimana. Perché?»
«In vita ci hai messo vent’anni a salutare la vicina del piano di sopra e ora sai già tutte queste cose».
«Era una maleducata, quella, che c’entra. Shhh… fai silenzio un attimo» disse, imperiosa. «È il marchese De Factis, della fila nord. Organizza un torneo di burraco. Marchese, mi sente?» urlò. «Non potremmo fare martedì? Ho la serata libera solo quel giorno…»
Si sentì un trattore che passava sulla strada vicina, facendo scoppiettare la marmitta bucata.
«E io che stavo così tranquillo…»
«Non fare il solito brontolone. A proposito della settimana impegnata. Domani sera, a mezzanotte, mi vedo con il Gruppo della Doppia Luna».
«E che cos’è?»
«Un gruppo di anime inquiete di questo cimitero. Andiamo a disturbare il sonno delle persone che ci sono antipatiche: tiriamo loro i piedi, facciamo carezze gelide. Si svegliano terrorizzati. Da morir dal ridere. Si esce solo nelle notti di luna piena, quando la luna si specchia nella vasca della fontanella vicino al cancello. Allora le lune sembrano due».
«Si può uscire dal cimitero? Ma che dici?»
«Certo. Non fossi il solo pantofolaio! C’è una vita dopo la morte, che ti credi. Ti mancano le basi, però. E ti ho iscritto: ci serve qualcuno che tenga i punteggi, e tu sei sempre stato così precisino da annoiare un morto. Si fa per dire».
«Io non voglio farlo. Sono tutte fesserie».
«Guarda che nella lista delle visite c’è anche Mario Benincasa».
«Lui? Quello che mi è stato preferito per la promozione? Quel viscido leccapiedi incompetente…»
«Proprio lui. Si sta godendo la pensione da dirigente che avresti dovuto avere tu».
«È ancora vivo?»
«Altroché. Certa gente non muore mai».
«Hai ragione, Maria. Verrò, fosse l’ultima cosa che faccio! Anzi, ho già un’idea per i coefficienti da applicare: chi ha la pensione da dirigente vale doppio».
L’aria fu lacerata dalla sirena di un’ambulanza.
«Forse presto avremo un altro ospite…» commentò lei. «Speriamo che sia solo una persona simpatica». Quel suono era stato l’ultimo che aveva sentito, prima di passare a miglior vita, e la angosciava ancora.
Maria pensò a quanto si fosse sentita sola in quella grande casa, dimenticata dalla sorella e dai nipoti, schiacciata dai ricordi. E a come adesso, da morta, si sentisse molto più viva.
«Guarda che si sente tutto» disse Arturo.
«Come dici?»
«Da morti, quando si sta nella stessa tomba, i pensieri si sentono benissimo. Ti mancano le basi, cara».
«Ah, sì? Vabbè, tanto io non ti ho mai nascosto niente».
Arturo non disse niente. Per la prima volta gli venne voglia di dirle qualcosa di gentile. Dopotutto quella tomba era davvero larga, anche con lei dentro.
* * *
Il venerdì il cielo si coprì di nuvole: niente luna doppia, niente uscita. La domenica Evarista, che passava le giornate vicino al cancello ad ascoltare i vivi in visita, portò la notizia: Mario Benincasa era morto in ospedale la notte precedente. L’ambulanza del giovedì era stata la sua.
E Termidoro, il necroforo, scavò di malavoglia la fossa proprio accanto a quella di Arturo e Maria, dalla parte, però, di Arturo.
«In via provvisoria» disse con quella odiosa voce nasale, che Arturo avrebbe riconosciuto tra mille. «La cappella di famiglia è in ristrutturazione. Qualche mese e tolgo il disturbo».
Arturo conosceva le ditte del paese, e sapeva che in questo Paese niente è più definitivo del provvisorio (e viceversa).
«Dottor Benincasa!» esclamò Maria. «Lei arriva proprio al momento giusto. Stiamo organizzando il Gruppo della Doppia Luna: lei, che ha diretto un ufficio, saprà tenere i punteggi meglio di chiunque altro».
«Con piacere, signora. Trentadue dipendenti, ho diretto».
«Ma i punteggi li tengo io!» protestò Arturo. «Me l’hai proposto tu, appena qualche giorno fa».
«Sì, caro, ma il dottor Benincasa è più qualificato di te. Lui ha fatto il dirigente per anni, mica broccoli. Tu potrai sempre occuparti dei turni del comitato pulizie».
Arturo rimase attonito, disteso tra la moglie e il suo nemico giurato, ad ascoltarli discutere di coefficienti. Chi ha una pensione da dirigente, propose Benincasa, dovrebbe valere la metà. Maria trovò l’idea molto equilibrata.
Un pettirosso spiccò il volo con un’ultima bacca nel becco.
* * *
La luna piena tornò quattro settimane dopo, e nella vasca della fontanella le lune furono di nuovo due. La cappella di Benincasa, naturalmente, era ancora in ristrutturazione.
«Facciamo presto, che domattina devo suonare la campanella alle otto» disse Evarista.
«Domani è domenica» obiettò Adelmo.
«Come vola il tempo da morti» commentò Arturo.
Benincasa aprì il verbale alla luce di un lampione.
«Il primo nome è il mio, depennato. Poi c’era scritto un altro nome, ma è stato cancellato e al suo posto c’è Sveva Cancelli».
«È mia sorella!» esclamò Maria stupita.
Adelmo si chinò sul foglio e aggrottò la fronte. «Questa non è la mia calligrafia».
Tutti si voltarono verso Arturo.
«Così impara a farsi i fatti suoi» disse lui gongolando.
«Questa è alterazione di documento» obiettò il carabiniere, impettito nella divisa con cui l’avevano sepolto.
«Non si può fare» tagliò corto Benincasa. «La signora abita dall’altra parte del paese. Il nominativo che era stato cancellato mi risulta essere invece è qui vicino». La voce era più nasale del solito.
«Ma il tizio da visitare non è il sindacalista che in azienda gli ha fatto penare tre contratti integrativi e uno sciopero?»
«Pura coincidenza» rispose Benincasa fingendo un’aria innocente. «La lista è la lista».
«Sempre preciso lui» gongolò Maria.
Si sentirono scricchiolare le vertebre di Arturo, nel gelo della notte.
«Anche da morto» mormorò. «Anche da morto mi passa davanti».

Teresa aveva cinquant’anni quando Artemio morì.
Nella casa di fronte c’è di nuovo vita. Una bella villa d’epoca, tipica del Devon. Da ragazzo entravo da una finestra rotta, arrampicandomi sul noce che ancora oggi arriva fino alla gronda. Nel salone immaginavo feste eleganti, musica, vino e dolci a volontà. Da piccolo pensavo sempre ai dolci. Anche adesso, a dire il vero. Ed è per questo che a trentadue anni sono così grasso. Ma va bene così. I dolci mi fanno pesare meno il fatto di essere rimasto solo.
I passi dei due amici risuonavano sull’acciottolato della via, un suono ovattato e affettuoso. Le finestre erano già buie; in giro non c’era nessuno.