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La mia PACAR

piattaforme aeree cingolate a ragno«È lei il responsabile della sicurezza?»
L’uomo che mi stava facendo questa domanda, e che seppi poi essere il capo cantiere, era ben piantato, sulla cinquantina, un armadio in tuta arancione e un casco giallo in testa che, per la conformazione del cranio a uovo di pasqua, gli stava in bilico sbattendogli sulla fronte.
«Sì, certo!» gli risposi cercando di non farmi intimorire.
«Allora mi deve dire chi ha spostato la mia PACAR stanotte» incalzò come se si stesse chiedendo come avrebbe potuto sistemarmi braccia e gambe.
«La sua cosa?»
«La PACAR, la Piattaforma Aerea Cingolata a Ragno, quella che vede là, insomma…»
Per capire meglio mi spostai di lato visto che, per la stazza dell’uomo, non ero in grado di vedere oltre la sua spalla. Effettivamente sul prato c’era una macchina grigia, parcheggiata ai piedi della facciata, con le quattro braccia idrauliche rosso fuoco ben piantate nell’erba. Sapevo che erano in corso degli accertamenti sui panelli di protezione del complesso edificio e quella doveva essere una delle apparecchiature utilizzate.
«Guardi» gli feci reggendo l’occhiata aggressiva dell’uomo anche se dal basso vero l’alto. «Io non ne so proprio niente… Dopo una certa ora mi limito ad accertare che non ci sia più nessuno all’interno dell’area protetta e poi chiudo i cancelli. Quando ho fatto la chiusura ieri sera, sono sicuro che non c’era per più nessuno.»
«E quindi?» incalzò il capo cantiere come se non avesse capito.
«E quindi… mi domando piuttosto chi altri abbia le chiavi di accensione di quella macchina.»
«Solo io…» fece lui pronto. Poi si portò una mano al mento alzando gli occhi di lato. L’impressione che la mano tenesse in bilico quella testa enorme fu molto forte. «…e il direttore dei lavori!» concluse dandosi una manata a una coscia e scuotendo la testa. L’uomo, dopo una smorfia, se ne andò senza neppure salutare.
L’indomani è successa la stessa scena. Sembrava così identica a quella del giorno prima che temetti di avere quello che si chiama un ‘digiavù’ o come caspita si dice. Tanto che gli ho obiettato di nuovo il fatto delle chiavi e lui, questa volta, mi ha chiarito che le chiavi per il movimento dell’elevatore ce li aveva ora solo lui. Si era fatto consegnare quella in possesso del direttore dei lavori per ragioni di sicurezza. Nonostante questo, la macchina era stata spostata nuovamente.
Visionai personalmente i filmati delle videocamere a circuito chiuso del piazzale, ma non non era emerso nulla di sospetto. Si era solo verificato un malfunzionamento tra le ore 4.02 e le 4.33. La macchina sembrava infatti sparita dal piazzale per poi ricomparire all’improvviso, il che non era possibile. Ho aperto un ticket per la verifica di funzionalità dell’impianto di sorveglianza.
«Abbiamo chiarito cosa è successo…» mi ha detto poi la mattina seguente il capo cantiere con tono di scuse. Non mi sembrava sollevato. Si stava anzi grattando nervosamente la testa a uovo di pasqua con in mano il casco ciondoloni. «Sono macchine di ultima generazione, piene di controller e di microchip.»
«Vedo però che l’avete portata via… avete finito allora…» feci io indicando il posto vuoto nel prato.
«No, non esattamente… In quest’istante la PACAR è aggrappata al nono piano del palazzo e si sta sgranocchiando una finestra. Tirarla giù di lì sarà un bel problema.»

Salutarsi

scaleLo incontrava sempre sulle scale. Aveva anche cercato di anticipare il suo ritorno o di ritardarlo, ma il risultato era sempre lo stesso: lui saliva e l’altro scendeva. Gli si parava davanti all’improvviso, quasi aspettasse di sentire lo scalpiccio sui gradini. Usciva con irruenza dalla porta della sua abitazione con quell’odiosa aria caracollante da nave che presti le fiancate a onde troppo alte per la sua stazza, una barbetta da professore saccente, lo sguardo impenetrabile e fisso come di chi non si cura del mondo intero. Una persona di per sé antipatica se non fosse stato, in modo inammissibile, che non rispondeva al suo saluto. E dire che erano scale tanto strette che per far scendere o salire qualcuno, l’altro doveva mettersi un po’ di lato. Non vedersi era possibile, ignorarsi un affronto.
Possibile mai che non mi debba rispondere?’ pensava Onofrio rientrando ogni volta furibondo in casa sua. ‘Ma come si permette?’ ‘Chi si crede di essere?
E, nonostante ogni sera masticasse amaro e si ripromettesse per l’indomani di non salutare più il cav. Livolsi (così c’era scritto sulla targhetta sopra il suo campanello) qualunque cosa accadesse, fatalmente, appena lo incrociava, il saluto gli usciva spontaneamente dalla bocca, come se avesse avuto vita propria, e altrettanto fatalmente Livolsi atteggiava il volto a una espressione di cera, a quello che sembrava un sorrisino prestampato, continuando a scendere i gradini in un silenzio glaciale.
Un giorno, salendo le scale e rimuginando il suo proposito definitivo di starsene zitto e di ignorare ostentatamente il suo vicino, lo vide uscire con il solito impeto, ma non era solo: c’era una bambina insieme a lui. Onofrio, disobbedendo ancora una volta ai suoi buoni propositi, fece una cosa che non pensava avrebbe mai fatto. Si chinò all’altezza della bambina e la salutò cordialmente; e la bambina, con un largo sorriso, rispose: «Buonasera a lei, Signore…»
Onofrio per un attimo chiuse gli occhi per l’emozione. Ebbe un capogiro. Poi si voltò verso la bambina: «Almeno tu mi rispondi, non sei allora come tuo nonno…» gli scappò di dire.
«Ma cosa dice, Signore!» fece lei assumendo uno sguardo severo mentre il cav. Livolsi proseguiva la sua discesa ignorando la scena. «Mio nonno, poverino, è sordomuto dalla nascita…»
Onofrio rimase senza parole. Non sapeva che dire. Non ci aveva pensato.
Il cavaliere intanto aveva svoltato la rampa, subito seguito dalla bambina che lo raggiunse di corsa.
Onofrio era invece rimasto lì, sul pianerottolo, immobile, senza avere la capacità di riprendere la salita. Sentì in basso lo scatto del portone d’ingresso e il suo chiudersi con un rumore di legno e di metallo.
Arrivati in strada, il nonno prese per mano la nipotina. I due squadrarono il cielo dove la luna si era velata come per una cena elegante. Lui le sorrise teneramente e indicò la strada alla loro destra: iniziarono a passeggiare mentre la bambina gli si strinse dandogli un bacio all’altezza dell’avambraccio. Il via vai sornione del tardo pomeriggio venne loro incontro con dolcezza tra le vetrine illuminate che promettevano mondi favolosi ricolmi di cose buone e preziose.
«Cos’è che ti diceva quel cretino?» chiese a un certo punto lui.
«Non lo so, nonno, non l’ho capito neppure io…»

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Osvaldo

Era una decina di giorni che aveva aperto il locale. Un bar più che discreto sulla via principale con una ampia vetrina ricolma di dolci e di panini. L’aveva ristrutturato svecchiando l’ambiente della gestione passata e arredandolo in modo accattivante, con panche comode, luci soffuse e persino la musica di sottofondo. I prodotti da forno provenivano da una panetteria storica molto apprezzata in città, i prezzi erano concorrenziali. Insomma non mancava nulla. Tranne i clienti.
Aveva organizzato il vernissage un sabato pomeriggio, preceduto da un buona pubblicità e c’era stato anche un ottimo afflusso di gente ripetutosi per i primi giorni della settimana successiva e poi più nulla. Il bar era sempre vuoto. Forse il fatto che fosse stato per anni un posto mal frequentato si era radicato nell’immaginario collettivo imprimendogli un marchio indelebile. O semplicemente, per ubicazione, non era il posto giusto dove tenere aperto un bar anche perché lo ‘struscio’ consueto era tutto sulla strada parallela e nessun negozio nei paraggi vendeva griffes di rilievo.
Trascorsero altri giorni ed Estelle non faceva che pulire un locale già pulito; alla sera si disfaceva puntualmente dei panini e delle brioche diventate gommose gettando via anche i quotidiani che nessuno spiegazzava e leggeva.
Poi, un giorno, una persona anziana entrò nel suo locale. Ordinò una brioche alla marmellata di albicocche e un cappuccino. Aveva un cerotto all’avambraccio destro che fermava un batuffolo di cotone.
«Analisi?» chiese con un tono simpatico Estelle cercando di fare conversazione.
«Come?» fece l’uomo pensieroso girando il cucchiaino nella tazza «… ah sì sì, le analisi… le ho appena fatte al laboratorio qui vicino: dovevo essere a digiuno e ora ne approfitto per mangiare un po’» fece sorridendo, felice come un ragazzino.
Di lì a poco entrò una signora che chiese una cioccolata per suo figlio e un macchiato latte per sé; entrò anche un uomo che prese un caffè e poi una coppia di giovani che si sedette al tavolo d’angolo; nonostante che si tenessero in continuazione per mano come per non perdersi, fecero diverse consumazioni. Il vecchio si attardò ancora una decina di minuti e una volta uscito, non più tardi di un paio d’ore dopo, il bar era di nuovo vuoto.
Trascorsero tre mesi. Estelle era disperata per come andavano gli affari. Stava meditando di chiudere l’esercizio quando vide di nuovo varcare la soglia del bar il vecchietto dell’analisi. Era lì, davanti a lei, con il suo sorriso contagioso, che voleva la solita brioche con la marmellata di albicocche e il cappuccino. Di lì a poco il bar si riempì. Estelle non ci mise molto a capire che, se anche poteva sembrare solo una coincidenza, l’uomo, che di nome faceva Osvaldo, portava clienti in quel locale.
Estelle pensò allora, dapprima di offrigli la colazione, e poi di invogliarlo a venire più spesso dandogli l’incarico di comprare i giornali del mattino, di mettere le salviette di carta nei contenitori, di ricevere i clienti sfoderando quel suo sorriso gioioso, di sostituirla al banco quelle rare volte che doveva allontanarsi. E ogni volta Osvaldo, inevitabilmente, riempiva il locale.
Andò avanti così per diversi mesi tanto che gli affari cominciarono ad andare meglio; un giorno però Estelle perse di vista l’uomo. Si accorse d’un tratto che, dopotutto, sapeva ben poco di lui: conosceva a mala pena il suo nome e non il suo numero di telefono o dove abitasse. E ora era sparito. E ovviamente il bar era vuoto.
Tempo dopo entrò nel bar un uomo sui trent’anni.
«Desidera?» gli chiese Estelle.
«So che lei era molto affezionata a mio padre…» disse senza indugi guardandola dritta negli occhi. La donna non capiva. «Ma sì, Osvaldo Petrioli…» precisò facendole vedere una foto. «L’abbiamo seppellito ieri. L’ha investito un tram. Stava venendo qui da lei, quando ha attraversato la strada con il semaforo rosso. È sempre stato molto distratto, ma con l’età lo era diventato anche di più. È rimasto ricoverato in ospedale per più di un mese senza riprendere più conoscenza e poi purtroppo non ce l’ha fatta.»
Estelle si tappò la bocca per l’emozione e due grossi lucciconi comparvero all’angolo degli occhi.
«Gliela posso lasciare se vuole…» fece l’uomo alzandosi dallo sgabello e allungando verso di lei la foto. «A lui avrebbe fatto piacere. Le era molto affezionato, sa? Mi parlava spesso di lei.»
Estelle non riuscì a dire nulla; si limitò ad annuire e a stringere la mano all’uomo. La foto aveva catturato il sorriso simpatico e da ragazzino di Osvaldo; gli occhi azzurri, curiosi e sereni. Sembrava di averlo lì con lei.
E di lì a poco, nel locale entrò un uomo che ordinò un mocaccino, una donna voleva che le si incartasse una torta per il compleanno della sua bambina, un ragazzo chiese due panini da portar via e poi ancora due coppie di giovani che festeggiavano non so cosa, ma anche un’altra persona anziana che prese un caffè e una pasta e un bambino che…

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Pepitaciok

pepite di cioccolato«Voglio la Crema Pepitaciok, mamma!» fece il bambino reclinandosi con il busto all’indietro e indicando la vetrinetta-frigo del supermercato che stava scorrendo sotto i suoi occhi. Il carrello su cui lui era seduto nell’apposito sedile vacillò.
«Non ci pensare nemmeno» disse risoluta la mamma tirando dritto. «Che poi ti vien male al pancino e ti metti a piangere.»
«Ma no che non piango e poi io voglio Pepitaciok…» fece lui con una cantilena strascicata, oscillando il corpo come un pendolo.
«Stai fermo una buona volta che cadi dal carrello!»
Il bambino incrociò le braccia in modo teatrale mettendo il broncio.
«Ti va bene lo yogurt alla fragola?» gli domandò lei, dopo un po’. Lui rispose scuotendo la testa sciogliendo le braccia dalla precedente postura e rimettendole subito conserte con ancora più vigore. La mamma cercando di trattenere un sorriso ripose lo yogurt nel carrello.
«E cosa mangeresti volentieri questa sera? Un hamburger di chianina o una sogliolina al limone?» chiese lei cercando di essere seria.
«Voglio la Pepitaciok, ho detto!» ribadì lui con un ampio gesto della mano a indicare la crema ormai alle sue spalle.
Lei, dopo qualche metro:
«Guarda, ci sono i giocattoli… vai a scegliere il regalino per il compleanno di Luca… che sei bravo…»
Il bambino gettò un’occhiata veloce davanti a sé: scaffali ricolmi offrivano ogni tipo di giocattolo. Rimase a bocca aperta. La madre prontamente lo sganciò dal sedile del carrello e non appena gli fece toccare a terra lui si mise a correre. «Sono qui che finisco la spesa, Matteo, torna subito, però…» gli disse quando lui era ormai sparito. Dopo cinque minuti se lo vide ritornare.
«Hai fatto presto, Tesoro, come mai quella faccina?» gli chiese accarezzandolo.
Il bambino guardava a terra, impacciato, era leggermente pallido. Lei lo tirò su e lo piazzò nuovamente seduto sul seggiolino del carrello.
«Cos’hai Matteo… non stai bene?» e gli mise le labbra sulla fronte per sentire se aveva la febbre. Il bambino fece spallucce: aveva un’aria assente, distante. ‘Forse è annoiato‘, pensò lei, ‘o ha solo sonno o è ancora arrabbiato con me e sta usando un’altra strategia‘. «Hai visto qualche giocattolo che può piacere a Luca?»
«Forse» rispose lui, anche se non subito.
La madre continuò a fare la spesa, ma ogni tanto squadrava il bambino stranamente silenzioso: stava giocando con un laccetto del suo giubbino in un atteggiamento che non gli era solito.
«Non la vuoi più allora la tua Pepitaciok?»
Il bambino la guardò con l’espressione di chi non sapesse di cosa si stesse parlando: quindi tornò a giocare in modo apatico con lo stesso cordino. D’impulso la donna tornò indietro nel vicino reparto giocattoli. Doveva capire. Rapida fece il giro degli scaffali. Non c’era nulla di diverso o di strano tra quei giocattoli, come di consueto, del resto. Alzò gli occhi in modo interrogativo verso il suo bambino che aveva lasciato nel carrello a qualche metro da lei: aveva ancora un atteggiamento indifferente, chiuso in un mondo tutto suo. ‘Cosa ti succede, piccolo mio?’ sembrò chiedergli a distanza. Poi svoltò il bancale per per percorrere l’ultima corsia: si accorse che per terra c’era la scatola di un giocattolo: “La Porta tra i Multiversi”. La raccolse.
«Mamma, mamma, allora me la compri la Crema Pepitaciok?» si sentì dire. Matteo era vicino a lei, sorridente: le tirava la gonna con la sua consueta irruenza e la solita luce vivida negli occhi. Lei guardò verso il carrello. Il suo bambino era ancora lì, seduto e tranquillo.
«Matteo, bambino mio…» fece lei inginocchiandosi per terra e abbracciandolo forte.
«Ehi, mamma, ma così mi fai male…» le disse «che ti prende?»
«Ma allora… ma allora… quel bambino là, chi è?» chiese la madre a Matteo come se lui avesse potuto avere una risposta.
«Quale bambino?» chiese il figlio con un occhio chiuso e un aperto e le mani sui fianchi.
«Quello lì!» fece la madre indicando il carrello dietro di lei. Sul carrello non c’era più nessuno.

Bollino nero

Tunnel«Te l’avevo detto IO che occorreva partire domani, ma tu niente…» disse lei con un’espressione irrigidita del volto. L’uomo chiuse gli occhi e strinse le mani attorno al volante. Sapeva che quello era l’inizio di una litigata e non ne aveva nessuna voglia di affrontarla. Guardò gli stop accesi della macchina davanti a lui.
«Chissà cosa avrà da frenare questa macchina qui, visto che siamo fermi…» fece lui per cambiar discorso. Lei, muovendosi a scatti, come faceva spesso quando era arrabbiata, accese l’autoradio.
«Come si fa a far funzionare ‘sto coso… magari dice qualcosa sul traffico…»
«Siamo dentro una galleria, Franca, non prende… Bisogna avere pazienza, magari è solo un incidente…»
«Certo, solo un incidente… dici tu; una giornata da bollino nero per il traffico e in più solo un incidente… ma bene, di bene in meglio.»
Tiberio controllò il suo bambino dallo specchietto retrovisore. Era disteso sul sedile posteriore e stava dormendo beatamente. Almeno lui era tranquillo.
«Te l’ho già spiegato non so quante volte» fece lui nella speranza di tagliar corto. «Domattina presto ho questo appuntamento importante di lavoro e non era possibile spostarlo… Saremmo dovuti piuttosto partire ieri, ma volevi rimanere ancora un po’.»
«Eh certo! Perché adesso la colpa sarebbe mia! E IO rinunciavo a un giorno di ferie perché il ‘signore’ qui voleva tornare prima per stare con quella là…»
«Come quella là?»
«Ma sì che mi hai capito bene… la tua preziosa segretaria color della cioccolata… Miss Fior della Savana…»
«Di nuovo con questa storia?»
Entrambi si erano messi a guardare nell’opposta direzione. La donna la parete umida della galleria, Tiberio la corsia opposta, del tutto libera.
«Vado a vedere cosa sta succedendo…» disse lui per sottrarsi a quella discussione sterile.
Ma dove vai? Torna qui!’ si sentì dire dalla moglie prima che la portiera si chiudesse. Tiberio non ci voleva pensare: ci volevano ancora 400 chilometri prima di arrivare a casa. Sarebbe stata una prova di resistenza.
Sceso dalla macchina, guardò davanti a sé. Il tunnel si allungava a perdita d’occhio fino a una curva ampia e pigra che nascondeva ai suoi occhi il fascio ininterrotto di scatole di metallo sberluccicanti sotto i fari al neon. I motori lasciati accesi, nonostante la fila ferma, stavano rendendo l’aria irrespirabile. Preferì così raggiungere l’imboccatura opposta della galleria, quella alle sue spalle, che distava solo una decina di metri.
«Sa per caso del perché di questa coda?» chiese Tiberio a una donna sola, riccia e rossa di capelli, seduta al posto di guida dell’auto appena dietro di lui. Lei tirò giù il finestrino, imbarazzata, come se avesse dovuto trovare una qualche scusa per non dargli un passaggio:
«Dicono che è un incidente stradale: un TIR ha investito una mucca…» fece a voce bassa.
«Una mucca? Su un’autostrada?»
La donna fece spallucce e tirò subito su il finestrino. Tiberio allungò il passo verso l’uscita. C’era un sole bruciante. Appena fuori dalla galleria un giovane aveva montato la sedia a sdraio sull’asfalto e si stava abbronzando. Non c’era nessun’altra macchina in coda. ‘Pessimo segno’ pensò lui. ‘Vuol dire che hanno chiuso l’autostrada: la situazione allora è molto più grave di quello che si poteva pensare’. Il giovane disteso a torso nudo sulla brandina, sentendosi osservato, aprì gli occhi con aria di sufficienza; poi, come se fosse in riva al mare, inforcò degli spessi occhiali da sole e si voltò dall’altra parte aprendo un giornale. Tiberio tornò svelto verso la sua macchina. ‘Un bel guaio’ pensò ‘ora chi glielo dice a Franca?
Passò davanti alla signora rossa e riccia che distolse subito lo sguardo giusto per far capire che non voleva essere più disturbata. Arrivò all’auto e aprì la portiera. Stava per entrare quando un uomo, con una grossa pancia che premeva sul volante, lo apostrofò con un accento straniero:
«Ehi, ma cosa fa?»
Tiberio si abbassò per vedere meglio nell’abitacolo. Oltre all’uomo alla guida, c’era una donna anziana accanto a lui e altri due giovani, dietro, dalla carnagione olivastra con barbe lunghe e senza baffi.
«Oh… mi scusi…» fece lui confuso: si voltò attorno più volte. La macchina effettivamente non era la sua: le assomigliava, ma di certo non era la sua. Eppure riconosceva quella davanti a sé ancora con gli stop accesi e quella appena dietro con la donna riccia al volante. Ma dov’era la sua auto? Corse in avanti chiamando Franca ad alta voce. Udì quel nome rimbombare nel tunnel come se a cercarla fosse stata un’intera squadra di soccorritori. Si sentiva smarrito. Poi i motori delle macchine si accesero pressoché all’unisono. La coda cominciò a muoversi lentamente.
«Franca, Franca, Mino, dove siete?»
Le auto in movimento si misero a suonare il clacson per farlo spostare. La donna riccia, passando davanti a lui, lo squadrò con commiserazione scuotendo la testa; il giovane che prendeva il sole, per la fretta di ripartire, aveva buttato la sdraio di traverso nell’abitacolo e ora stava armeggiando con gli occhiali scuri.
Ben presto l’autostrada fu completamente vuota.

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Perl

cane e gattoOggi sono proprio di cattivo umore. Questa notte non ho chiuso occhio. Il chip della Realtà Aumentata si deve essere guastato. Per carità, da quando c’è si fa fatica a credere come si sia potuto un tempo stare senza. Avere informazioni approfondite della realtà che ti circonda, degli alert sulla sicurezza personale e degli sconti praticati in zona, per citare solo alcune delle migliaia di risorse contestuali a disposizione, è impagabile. Anche l’alloggiamento nella tasca cutanea del deltoide, dove ora lo mettono subito dopo la nascita, è veramente comodo e non si sente neppure. Ma la questione è un’altra: da quando, una ventina d’anni fa, hanno vietato che potessero essere spenti o staccati in modo autonomo dall’utente, è diventato, diciamolo pure, un vero problema se qualcosa non va. E infatti, mentre dovrebbe mettersi in pausa automaticamente, alle prime emissioni di onde theta dal cervello in fase di addormentamento (per poi riaccendersi in modo autonomo appena ci si sveglia) invece non si spegne affatto. Così, rimanendo sempre attivo e accorgendosi per di più che sono giocoforza sveglio, continua, oltre a tutto il resto, a inviarmi pubblicità, le ultime news, la posta quotidiana e tutti i messaggi video e testuali cui sono abbonato. Un vero incubo. Questa mattina, alle due e mezza di notte, l’UltraMarket sotto casa mi comunicava con squilli di elettrokornamuse a tutto volume che le pantofole telecomandate Plink, originali, erano in offerta a 3×2. Roba da matti. Che mi è venuta pure voglia di scendere a comprarle.
Il nostro tecnico di condominio, cui normalmente ci si rivolge per guasti come questi, è ovviamente in ferie su Amazon5 e, per ragioni di budget, non c’è nessuno che lo sostituisca fino a martedì prossimo.
Ho provato anche a vedere su MegaNet se potevo autoripararmi con uno dei tanti tutorial disponibili, ma temo di aver peggiorato la situazione perché adesso mi compare ogni mezz’ora un bambino bruttino con tre capelli in testa e due denti in bocca che mi canta tutte le ninne nanne dell’Universo con una cantilena demenziale e insopportabile.
Come se poi di problemi con i bambini non ne avessi già abbastanza.
Mia nipote, da una settimana, si è trasferita infatti da me (provvisoriamente dice lei) con il suo bimbo piccolo che piange in continuazione. Che poi più che un pianto sembra un allarme tanto che il mio malandato chip della Realtà Aumentata, registrando quel suono stridulo e ondeggiante, si mette a passarmi tutte le misure da adottare in caso di incendio: dall’ordine di evacuazione all’indicazione della più vicina area di raccolta.
Ho provato anche a mettermi in contatto via chip con il Centro di assistenza per la Realtà Aumentata. Ma per il malfunzionamento anomalo dello stesso dispositivo sembra che a loro risulti essere solo un problema di upgrade sicché mi imbottiscono di programmi di aggiornamento: a voglia a spiegar loro che il problema è un altro. Il computer comunica loro che il sistema operativo è obsoleto e tanto basta: il computer non mente, sostengono, io evidentemente sì. È che non ne posso più di essere aggiornato sui mille e un modo per allevare i bachi da plastica o di come si può cucinare l’armadillo in umido. Ho solo bisogno di dormire. Sono convinto che pensino che io li voglia imbrogliare per poter richiedere formalmente il Sedativo di Stato. Ma io non lo voglio, non ho bisogno di quella robaccia: sono già rimbecillito di mio.
Così, dopo un po’, il Reparto Upgrade & Reset del Centro di assistenza, non riuscendo a trovare la soluzione, mi passa il Reparto Guasti Improvvisi e Non Tabellati che subito mi dice che è invece un problema di Upgrade & Reset sicché mi ripassa il Reparto precedente e si ritorna daccapo. Ieri è successo quattro volte. Fino a quando una signorina gentile di Upgrade & Reset mi ha chiesto se doveva mandare al mio indirizzo una SPIO (Squadra di Pronto Intervento Operativo), visto che si sentiva suonare a casa mia l’allarme.
È quello che mi è successo del resto anni fa quando avevo Perl.
Perl era mio fantastico cangatto. Un ibrido magnifico che mi ha fatto tanta compagnia fino a quando non si è ammalato. Mi sono rivolto al Servizio Vet on-line Gatti e Gattili ma lì mi hanno chiarito subito che il mio non era un gatto ma un ‘cangatto’ sicché non potevano fare nulla per lui. Così mi hanno passato cortesemente il Servizio Vet on-line Cani e Canili, che, con altrettanta sollecitudine, mi hanno spiegato di nuovo che il mio pet (quando si dice il caso….) non era un cane ma un ‘cangatto’ sicché non potevano fare nulla. Dico io: fanno gli ibridi e poi non sanno come curarli. In fondo l’importante è venderli, come al solito.
Il rimpallare folle da un veterinario all’altro è durato un bel po’ fino a quando un brutto giorno Perl è scappato di casa. Sulle prime ero disperato. Poi mi hanno spiegato che fanno così, i cangatti. Nel senso che quando stanno male e nessuno li cura se ne vanno via per trovare da soli una soluzione. Non si sa a chi si rivolgano e purtroppo, una volta guariti, di solito non tornano più perché, a causa dell’ibridazione, acquistano in intelligenza e umorismo ma perdono in memoria a lungo periodo; e il rilevatore GPS, inspiegabilmente, va fuori uso. O forse sono loro piuttosto che lo mettono fuori uso per non farsi più rintracciare. La verità è che si sa ancora davvero molto poco di loro. Povero Perl. Spero che stia bene, ovunque si trovi.
Scusate, mi stanno chiamando dall’Assistenza. Spero abbiano buone notizie per me.
Allora ciao, ci si prende.

* * * * *

Si parla di Spiro Tanz anche qui:

Voci dal sonno

rodin«Come mai quella faccia lì stamattina?»
Gabo alzò lo sguardo verso di lei strizzando gli occhi per poterla mettere meglio a fuoco. Dondolò quindi un po’ il capo come se avesse già risposto e dimostrasse soddisfazione per quanto appena detto. Poi lentamente biascicò:
«Niente, niente…» e scansò la tazza del cappuccino davanti a sé per non urtarla con il gomito.
«Come niente? Con quel broncio?» insistette lei girandosi tra le dita il bicchiere del latte.
La luce del primo sole filtrava tra i rami di frassino disegnando attorno al capo di lei un’aureola di innocenza che contrastava con il tono inquisitorio. Il marito sbuffò appena e, scelto dalla scatola un biscotto ricco di inserti di cioccolato, cominciò a sgranocchiarlo. Si vedeva che stava riordinando le parole scegliendo bene quali di esse fosse il soggetto, il verbo e il complemento. Deglutendo, chiarì con fatica:
«Ti sei messa a parlare nel sonno.»
«Chi? Io?» fece lei rimanendo a bocca aperta quasi le fosse stata sollevata un’accusa infamante.
«Non penso ci sia un’altra donna nel mio letto…» fece lui con uno sguardo indecifrabile.
«Ma non l’ho mai fatto…»
«Appunto… Ma sono cose che succedono; mi ci abituerò, dai… non volevo neppure parlartene… è una stupidaggine.»
E invece Marilisa voleva parlarne. Anzi voleva venirne a capo. Aveva letto da qualche parte su Internet che poteva essere il segnale di un disturbo del sonno, di un principio di apnea notturna con tutto quello che ne conseguiva: e a venticinque anni poteva anche diventare, a lungo andare, un problema. Decise così per qualche tempo di dormire nella stanza degli ospiti. Gabo si era opposto; ripeteva che presto non ci avrebbe fatto nemmeno più caso, ma lei non sentì ragione. Il problema era suo e poi lui stava attraversando un periodo stressante sul lavoro e l’essere svegliato più volte durante la notte lo avrebbe reso inevitabilmente nervoso.
È solo fino a quando non risolvo questa questione’ sentenziò lei chiudendo rumorosamente la porta dietro di sé, mettendo fine alla discussione.
Marilisa cercò ulteriori informazioni su Internet e trovò un’app che registrava tramite il cellulare la voce durante il sonno. Era quello che faceva al caso suo. Avrebbe potuto così capire quanto grave potesse essere il suo disturbo.
La sera stessa, scaricata l’applicazione, la predispose sull’ON. La registrazione sarebbe partita, come informavano diligentemente le istruzioni, solo alla presenza di un suono.
L’indomani, al risveglio, si accorse che il cellulare aveva registrato ben cinque minuti di dialogo. Le batteva forte il cuore. Chissà perché, era emozionata. Si rigirò per qualche attimo il cellulare tra le mani, indecisa. Poi premette play. Per qualche secondo si sentirono fruscii e schiocchi, un colpo di tosse, persino un rumore come di un colpo di vento. Quindi un sussurrato, ma distinto:
«Bambina mia, dormi bene, la tua mamma veglia sempre su di te…»

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