
Finn O’Shea attendeva da ore, mentre Fergal, il tagliatore di torba, continuava a bere senza sosta. Finiva una birra e ne ordinava subito un’altra, senza dare segno di voler smettere. L’aria del pub era pesante e satura di fumo, come ogni sabato e l’odore di birra aleggiava come un miasma denso e gli stava dando alla testa. Nonostante la fibra ancora giovane, Finn iniziava a sentire la stanchezza. La giornata era cominciata all’alba nei campi ed era proseguita, come secondo lavoro, nel pomeriggio al pub The Red Rowan, il più frequentato nel villaggio. E adesso era già sera inoltrata.
Finn non aveva guadagnato abbastanza per tornarsene finalmente a casa. La sua “adorabile” moglie, Nessa, lo avrebbe preso a male parole, chiamandolo buon a nulla e incapace. Gli avrebbe rinfacciato per l’ennesima volta che avrebbe fatto meglio, quando era giovane, magra e bella, sposare Ciaran. Certo, avrebbe sempre puzzato di ossa bollite, ma nel campo dei fertilizzanti e della colla il suo spasimante era diventato un’autorità. E soprattutto, aveva fatto tanti soldi, il che le avrebbe permesso di fare la signora. Che ben meritava.
Finn contava dunque proprio su Fergal per dare una sterzata alle sue magre entrate. Il bracciante delle torbiere abitava lontano dal pub e quindi il compenso che poteva chiedere non era basso. Un mese prima, quando dovette trasportarlo a casa nella sua gerla perché alticcio come uno straccio dimenticato sotto un acquazzone, Fergal non lo pagò in denaro, ma con una grossa lepre. In casa ci avevano mangiato per tre giorni. Finn aveva persino macinato le orecchie, le zampe e la coda per fare un ragù squisito. Dunque, meritava aspettarlo. Anche perché in paese quel servizio lo dava solo lui. Ed era anche bravo. Ma sì. Occorre solo avere un po’ di pazienza. Ancora poco e Fergal sarebbe stato ubriaco a puntino.
Finn aveva usato la gerla solo una volta quel giorno. C’era stato Tadhg da accompagnare a casa. Anche se abitava vicino. Tadhg preferiva farsi portare sempre da lui. Soprattutto a causa del sentiero stretto che portava al suo cottage e dello strapiombo che lo costringeva, già da sobrio, a fare attenzione. Una volta era andato da solo con le sue gambe era finito giù nel burrone.
Finn aveva chiesto cinque pence per il servizio, ma Tadhg voleva pagarne solo due. Durante il viaggio, Tadhg si era difatti agitato, rendendo difficile il trasporto. Aveva anche insultato e imprecato contro tutti quelli che avevano incontrato, costringendo Finn a fermarsi per scusarsi al suo posto. Al momento di pagare, però, aveva tirato sul prezzo, sostenendo di non avere altro, e gli aveva mostrato l’interno di entrambe le tasche dei pantaloni.
«Bastava bere meno» lo aveva rimproverato Finn. Ma Tadhg già non lo ascoltava più addormentandosi sulla soglia di casa.
Ora era quasi mezzanotte e Finn era esausto.
Sapeva che l’alba sarebbe arrivata in un batter d’occhio e che la giornata sarebbe ricominciata da capo, uguale a mille altre della sua vita.
E stava per andarsene quando Fergal scivolò all’improvviso giù dallo sgabello, pagò l’oste e si diresse verso l’uscita.
Finn lo intercettò subito, cercando di sorridergli nel modo più cordiale possibile.
«Basket carry, Fergal?» chiese.
L’uomo, sui cinquant’anni dall’aspetto trasandato, con rimasugli di bacon e cavolo sulla barba incolta, si meravigliò di vederlo lì, accanto a lui, con quell’aria smunta.
«Macché», gli rispose sprezzante. «È una bella giornata e tornerò a casa da solo».
«Guarda che è notte, Fergal, e sta nevicando fitto fitto».
«Lasciami stare, brutto corvaccio impagliato», lo apostrofò Fergal, mandandolo a quel paese con un gesto della mano. Uscì rapidamente dal pub, dando una manata alla porta per aprirla. Finn era inebetito vedendosi sfumare il guadagno. Non riusciva a capire come riuscisse a stare in piedi, con tutta quella birra in corpo. A casa non ci poteva certo arrivare.
Guardò la sua gerla come se fosse colpa sua per come era andata. Forse si doveva mettere a trasportare solo legna da ardere.
«Puoi portare me, se vuoi», sentì biascicare alle sue spalle.
Finn si voltò e vide Fiona. trent’anni, bionda, i capelli lunghi scarmigliati, con un sorriso che avrebbe illuminato la notte. Finn era sempre stato innamorato di Fiona. Se sua moglie gli rinfacciava sempre di Ciaran, lui non le aveva mai detto invece della sua cotta per Fiona da quando aveva i calzoni corti. Lo avesse fatto sarebbe diventata gelosissima e ancora più insopportabile.
«Ciao, Fiona, come stai?» chiese lui preso dall’emozione. Si chiese dove fosse stata nel pub fino a quel momento: non l’aveva vista.
«Come vedi, sono piuttosto ubriaca. Abbiamo fatto una scommessa su chi beveva di più…», disse indicando qualcuno con la testa e cercando di articolare bene le parole. «Una vecchia storia, insomma».
Finn lanciò uno sguardo in fondo al locale. Due uomini erano piegati sullo stesso tavolino. Russavano profondamente.
«Mi porti a casa, allora, Finn? Non vorrai mica che una signora corra il rischio che qualcuno approfitti delle sue virtù…», e gli fece l’occhiolino. «Ah…», continuò dopo una pausa studiata «non ho più soldi. Li ho spesi tutti nel bere, anche se ho vinto. Ma ti darò un bel bacio, come ricompensa. Ti va?».
Finn era sorpreso che si ricordasse persino il suo nome. Non credeva neppure che per lei lui esistesse. Da ragazza era stata la donna più corteggiata di Kilmoreen. Aveva poi sposato il sellaio Shay Brennan, biondo, bello e aitante, che però era morto calpestato dal suo Draught. Fiona non si era più maritata né aveva frequentato nessun altro. Aveva continuato, con grande successo, l’attività del marito, guadagnandosi la fiducia e il rispetto dei compaesani. Viveva sola, non avendo avuto figli. Finn si stupì molto di trovarla in quel pub, oltretutto ubriaca persa.
«Certo, Fiona, accomodati», disse a disagio. Posò la gerla sul pavimento e la aiutò a salire dentro. Lei si accoccolò in ginocchio, trovando la posizione giusta. Poi, con arricciando il naso, urlò: «Si parte!»
Uscirono. I fiocchi di neve scendevano lenti e grossi come foglie.
Finn non aveva bisogno di chiederle dove abitasse. Lo aveva sempre saputo. Lei stava a Glen Path, nella parte est del villaggio. Anche quando si sposò.
«Vada a Glen Path, buon uomo», disse lei farfugliando e ridendo.
Finn annuì felice. Non riusciva a credere a quanto gli stesse accadendo. La splendida Fiona, l’amore segreto della sua vita, era nella sua gerla a pochi pollici da lui e la stava portando sulla schiena. Lei gli aveva persino promesso che all’arrivo gli avrebbe dato un bacio. Stava vivendo un sogno.
Si incamminò adagio, in preda a una sorta di torpore ovattato. All’incrocio con St. Finbarr’s Church prese la strada del torrente, senza fretta. Desiderava che quei momenti durassero il più a lungo possibile.
Nel frattempo, Fiona si mise a cantare in modo sgangherato un limerick che Finn non riuscì nemmeno a riconoscere. Il profumo di lei, però, nonostante le ore trascorse al caldo del Red, gli arrivò alle narici e lo turbò.
La campagna era completamente bianca e le sue erano le prime orme della notte. Solo una volpe in cerca di cibo lo aveva preceduto. L’effetto fiaba che stava vivendo fu ingigantito.
Imboccato il sentiero del torrente, sentì all’improvviso un liquido caldo scendergli lungo la schiena. All’inizio non riuscì a capire, ma poi sentì Fiona lamentarsi:
«Oh… mi spiace, mi spiace davvero, Finn».
Fiona se l’era fatta addosso per il troppo bere e a lui colava addosso la sua urina.
Finn posò la gerla senza dire nulla cercando di scrollarsi il liquido che, a contatto con l’aria fredda della notte, lo stava gelando.
«Come mi dispiace, Finn. Scusami tanto. Sono mortificata», cantilenava Fiona.
«Non ti preoccupare», le disse, cercando di calmarla. «Non è niente, può capitare»
«La verità è che non ci sono più abituata a bere», disse schermendosi.
Finn riprese la gerla sulle spalle, con Fiona che ancora si scusava, e proseguì.
Voleva dirle che la prospettiva di avere un bacio da lei metteva in secondo piano qualunque intoppo avesse subito. Preferì però rimanere zitto e infilare un passo davanti all’altro.
Finalmente arrivò al cottage.
Finn appoggiò la gerla a terra, pronto ad aiutare la donna a scendere. Lei però si era addormentata, le mani sul bordo per appoggiare la testa con i lunghi capelli dorati che le scendevano di lato. Il tanto whisky ingurgitato aveva finalmente fatto effetto.
Prese la donna in braccio ed entrò in casa. La porta, come si usava nel villaggio, era sempre aperta. La portò così in camera da letto, la stese sulle coperte e la coprì con una pelle di montone che trovò ai piedi del letto. Era bellissima. Controllò un’ultima volta che stesse bene rimanendo per un po’ a guardarla sulla soglia come fosse un’apparizione. Si sentiva una cosa sola con lei, altro che bacio. Domani probabilmente lei non si sarebbe più ricordata dell’episodio. Lui l’avrebbe serbato nella testa, per sempre.
Poi se ne tornò a casa.
Nessa lo aspettava sulla porta. Senza proferire parola, gli tese la mano per farsi dare subito da lui i soldi della giornata. Lui le consegnò i pochi pence avuti da Tadhg, e lei iniziò subito a insultarlo per la pochezza di quanto guadagnato. Sentì il fetore di urina e il profumo di una donna. Gli urlò contro, accusandolo di aver speso i soldi con qualche donnaccia in una latrina. Lo spinse così fino al pollaio e lo chiuse dentro per la notte, insieme alle galline. Pensò che questo lo avrebbe fatto riflettere sulla vita che lui le faceva condurre. E poi allontanandosi gli disse dietro:
«Ah, se avessi sposato Ciaran».
Finn, disteso sulla lettiera delle galline fissò il soffitto. Tra le fessure delle assi penetravano i fiocchi di neve che si scioglievano prima di toccare terra, per il calore degli animali.
Pensò a Fiona.
Aveva un largo sorriso stampato sulla faccia.
Sospirò:
«Che giornata magnifica».

«Certo, la completerò come da contratto. Tuttavia, ho bisogno dei nuovi finanziamenti già richiesti nella lettera che vi ho inviato qualche giorno fa. E, naturalmente, dovete ritrovarmi Ramon».
Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.
Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse: