
Le candele tremavano più del consueto.
Sembravano rispecchiare più di qualunque parola il suo stato d’animo.
Da mesi vegliava insonne, persuaso talvolta di custodire le sventure dell’umanità. Con quell’eccesso che gli era proprio.
I dolori alla schiena si erano del resto fatti più frequenti e a volte provava fitte lancinanti. Gli bruciavano il respiro lasciandolo immobile qualunque cosa facesse.
Il giorno precedente gli era successo tirando giù un libro da uno scaffale alto della biblioteca del padre. Il dolore era arrivato all’improvviso e le sue dita si erano attorcigliate sul dorso del volume quasi volesse spappolarlo. Non aveva gridato, tuttavia.
Sarebbe arrivata la madre manifestando finta premura. E per dirgli non una parola di conforto, ma solo per cogliere l’occasione per sminuirlo, con la sua tagliente indifferenza, o farlo sentire inadeguato. Lei era fatta così. Forgiata a non sentire.
Come se per lui non fosse già arduo abitare quel corpo imperfetto.
Quella sera si sentiva meglio.
Tutto merito delle pastiglie del dott. Ricciardi che gli davano sollievo anche se temeva fossero proprio loro le responsabili di tanta insonnia. Non che lui fosse mai stato un dormiglione, ma certo che quel medicinale ci stava mettendo del suo.
E poi c’era quel nuovo disturbo.
Era iniziato un tremore strano alla mano destra. La mano dello scrivere. Intermittente, ostinato. Come avviso di un male più profondo. Il dott. Ricciardi aveva detto che non era niente e che sarebbe passato. Aveva fatto un faccia allarmante, però, squadrando la madre. E lui si era incupito. Non per il pensiero di morire, piuttosto di dover soffrire. Ancora di più.
Guardò giù in strada.
Era appena passato un legnetto.
Era il conte Ludovichi che tornava alla sua magione. Quella sera doveva aver fatto più tardi del solito, probabilmente con la sua nuova amante. Una popolana giovane e formosa che il fedele suo postiglione, Bernardo, gli doveva aver segnalato. I suoi movimenti al lavatoio, ripetuti e flessuosi, erano bastati al postiglione per segnalarla al conte. Gli sarebbe valso mezzo scudo, del resto. Così si diceva in paese. Così gli riportava Enea, col cesto delle verdure.
Giacomo nell’osservare la scena scosse la testa. Per fortuna a lui non sarebbe toccato di invecchiare in siffatto modo. Si sarebbe arreso ben prima, alla sua innata infelicità.
Gli parve di sentire un rumore al piano di sotto.
Restò un attimo in attesa. Era il padre. Si alzava sempre più sovente la notte. Poverino anche lui. La vecchiaia stava diventando un affare serio.
Esaminò ancora la strada. Il silenzio della notte stava saturando gli angoli della città, i sottotetti, i vicoli angusti. Prendeva possesso delle case, dei castelli, delle strade. I gatti tornavano meditabondi nella case degli umani mentre i passeri, per rifuggire l’umidità della notte, nascondevano ancora più nell’ala la testolina.
L’alba era lontana. Solo un’oasi di luce nella mente.
Le luci delle candele si agitarono ancora. Una, nel candelabro d’argento a dondolare sull’orlo del tavolino, addirittura si spense.
Prese un po’ di carta tra quelle appallottolate sul tavolino, e trasferì il fuoco da una candela accesa a quella ancora fumante.
Sì, c’era molta carta buttata via. Aveva fatto diverse bozze. Ma non ne era uscito nulla di buono. Mentre il primo idillio gli era arrivato di getto, ora, per il secondo, tentennava. Come se la porta del suo stesso cuore gli si fosse chiusa d’un tratto. Non gli accadeva sovente.
L’ultima frase nel primo componimento suonava già definitiva. Ma non voleva modificarla. C’era davvero tanto di lui in quelle sillabe. Il suo modo di annullarsi per essere un tutto senza voler essere niente.
Prese del tempo. Doveva riflettere. Forse no, non doveva. Riflettere è non ascoltarsi.
Mordicchiava la penna d’oca.
Quello che lo tormentava di più era quella sorta di incompletezza che gli veniva dalla sensazione di non aver scritto tutto quello che avrebbe voluto esprimere.
Poteva essere sbagliato proseguire. Inutile persino.
Era già naufragato una volta e non sarebbe valsa la pena riemergere dal profondo.
Estrasse il coltellino dalla tasca della veste da camera. Quello che gli aveva regalato lo zio Ottavio e fece la punta alla penna. In realtà l’aveva appena fatta poc’anzi, ma non era venuta bene. O era venuta troppo bene. Per la verità era inquieto. Di quella inquietudine che ti assale la notte come un ladro di campagna.
Doveva prendere quell’altra pastiglia, quella azzurra.
No, era troppo presto.
Aprì il calamaio. L’odore del tannino misto al ferro rugginoso dell’inchiostro gli investì le narici. Gli era sempre piaciuto quel profumo. Lo preferiva persino a quello della carta.
Gli ricordava quando era bambino e giocava con le barchette di legno nella fontana davanti a casa.
Giacomo serrò le palpebre.
Sentì l’emozione salire lenta dal petto come un’onda lenta, una benedizione inattesa.
Intinse più volte la penna d’oca.
Tolse l’eccesso di inchiostro sul bordo del calamaio e scrisse di getto:
E quando dal sommerso error mi desto,
e il guardo torna al colle e alla sua siepe,
non più mi finge vasti spazi ignoti
l’ostacolo consueto, ma rammenta
che l’infinito promana dal limite mio.
Così l’umano cor, povero e stanco,
da sé medesmo trae l’immenso e il nulla,
e nell’inganno suo trova conforto,
come fanciullo che nel buio inventa
luci lontane a consolar la notte.
Ma se mi desto intero e il ver mi pesa,
sento che tutto è vuoto oltre la siepe,
che il vento è voce vana e senza abisso;
e pur m’è caro questo error supremo,
ché senza lui sarebbe il viver morte.
Si arrestò.
Alzò la testa: una fatica improba che aveva messo a dura prova le poche energie rimaste.
Si sentì vuoto.
Dal tetto della casa di fronte, una civetta lo stava fissando curiosa. Aveva chiuso prima un occhio, poi l’altro riaprendoli infine entrambi. Lo giudicava?
Rilesse quello che aveva scritto.
Si alzò d’impeto dalla sedia. Lo stridore delle gambe sul pavimento si diffuse per la casa, secco e improvviso. La madre si sarebbe sicuramente svegliata ma, riconosciuto il passo, si sarebbe voltata dall’altra parte.
In quell’istante una fitta lo trafisse, dalla schiena alla nuca. Si chinò come ferito da un dardo.
Si puntellò con entrambe le mani sul pianale del tavolo per non cadere. Trattenne il respiro. Curvò di un lato la testa e i capelli gli scivolarono nel vuoto.
Rimase così per diversi minuti. In attesa che lo stiletto fosse tratto fuori dalla schiena.
Poi, lentamente, ritornarono i colori, i suoni della notte, il cigolare della casa.
Scosse la testa.
Aveva ragione lei, alludendo alla civetta che, nel frattempo, se ne era già andata per far scorta di cibo.
“Dopo ‘e il naufragar m’è dolce in questo mare’ non ci può stare altro”.
E così Giacomo prese il foglio su cui aveva appena scritto l’idillio e lo strappò in tanti pezzi.
Andò a coricarsi.
Non prima di aver fatto sparire quanto scritto nel caminetto acceso.

«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
«Certo, la completerò come da contratto. Tuttavia, ho bisogno dei nuovi finanziamenti già richiesti nella lettera che vi ho inviato qualche giorno fa. E, naturalmente, dovete ritrovarmi Ramon».
Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.