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Era stato il suo sogno: andare in pensione dopo tanto viaggiare e ritirarsi in campagna. Forse nel Saskatchewan o in Finlandia; in un posto tranquillo, tuttavia. E alla fine optò per le colline del Galles. Si ricordò che lui veniva da lì, dopotutto. Non a caso si chiamava Heddwyn.
Cercò così un cottage che facesse al caso suo e lo trovò nel Carmarthenshire. Un vero affare.
E ora si stava godendo il suo primo tramonto, seduto sulla poltrona e la stufa accesa. L’ampia vetrata sulle colline verdissime della contea lo ipnotizzava. Si sentiva realizzato.
Guardò l’orologio, era tardi. L’indomani si voleva alzare presto per fare alcuni lavori urgenti che aveva in mente alla staccionata e al giardino.
Si sistemò nel suo letto: se ne stette immobile per un po’ a guardare le travi a vista. Realizzò che sarebbe stato bello avere una compagna accanto a sé per condividere quel momento. Ma la vita aveva deciso diversamente. Spense la luce.
Stava per addormentarsi quando gli sembrò di sentire un rumore. Non era ancora abituato ai suoni di quel luogo. Poteva essere il vento, un mobile che scricchiolava, finanche un topolino. Poi vide un chiarore che proveniva dal corridoio. Pensò allora a un incendio. Forse una scintilla era fuoriuscita dalla stufa ed era caduta sull’assito. Stava per alzarsi quando entrò un uomo nella stanza. Era alto, allampanato, magro da far spavento, i capelli corti che mancavano sulla testa spuntavano dalla nuca sulle spalle; gli occhi erano azzurri e gelidi, una vecchia lampada ad olio accesa in mano.
«E lei che ci fa qui?» disse con una voce che suonò chioccia.
«Io? Che ci fa lei, piuttosto. Questa è casa mia!»
«Ma non mi dica… le hanno rifilato questa casa?»
«Rifilato?»
L’uomo che era entrato appoggiò la lanterna sul comò. Fece un simpatico sorriso di circostanza. Era un sorriso disarmante, leale, dovette convenire Heddwyn.
«Io mi chiamo Einion Llandyfaelog, ma tutti mi chiamano Usk perché mi piace andare a pesca sul fiume. In realtà sono, anzi ero, il parroco del paese. Sono morto nel 1604 e lei ha messo il letto proprio dove sono stato inumato.»
«Morto?»
«Certo, hanno costruito abusivamente questo cottage sul vecchio cimitero di Llannon… scommetto che non gliel’hanno detto…»
«N-no.»
«Però ha pagato poco per questo bel cottage e le sarà sembrato un affare…»
«S-sì.»
«Sappia che l’hanno buggerata.»
«Prego?»
«L’hanno fregata, trombata… non mi faccia esprimere altrimenti, per favore, sono pur sempre un uomo del Signore… Una cosa comunque è certa: qui sotto c’è un camposanto intero…»
«Lei quindi…»
«Esatto, sto tornando, come ogni notte, nella mia bara. Mi alzo presto al mattino, vado in paese, faccio i miei affari, vado a pesca, e quindi a fine giornata torno a casa… come tutti del resto.»
«E perché la lanterna, scusi?»
«Ma che domande! Perché non c’è l’energia elettrica nel 1604… comunque non si deve preoccupare, non sarò io quello che le darò fastidio…»
«Ah no?» chiese ironico Heddwyn.
«No. C’è per esempio…»
«Oddio cos’è questa puzza?» chiese Heddwyn tappandosi il naso.
«Appunto, le stavo dicendo che c’è Heulog, l’ubriacone del paese. È da quando la moglie l’ha lasciato che, ahimè, non si lava e ha grossi problemi intestinali per essere intollerante all’alcool…»
Un uomo basso e grasso, in quel preciso istante, si presentò sulla soglia della camera da letto con una bottiglia in mano. Si appoggiò rumorosamente allo stipite della porta. Aveva gli occhi sbarrati dalla sorpresa di vedere qualcuno. Bevve un lungo sorso di whisky senza riuscire però a parlare. Heddwyn ebbe un conato di vomito.
«E siamo in tanti che torniamo ogni sera,» seguitò Usk il parroco grattandosi un naso che gli indicava il mento «c’è Yorath, il medico, che però non scende mai da cavallo, Ashling la locandiera che non sta mai zitta, Cormac che però si porta sempre dietro i suoi tre maiali… ah… e c’è Dónall che…»

A occhi chiusi

Aveva dormito poco durante la notte. Seduto a quel banchetto da scuola elementare sentiva l’adrenalina montargli la testa. Sparpagliati all’interno di un capannone gelido, migliaia di ragazzi come lui aspettavano la dettatura del tema. C’era chi ostentava una spavalda sicurezza, chi indifferenza e chi invece come lui aveva l’aria spaurita e tesa. Aveva bisogno di calmarsi ma anche di essere reattivo senza lasciarsi andare a pensieri negativi.
Cercò di ricordarsi quello che aveva letto in un manuale di mindfulness.
Chiuse gli occhi stando con la schiena dritta e appoggiata allo scomodo schienale della sedia e iniziò a svuotare la mente. Ogni tanto agganciava spezzoni di ricordi, segmenti di idee, barlumi di aspettative ma riusciva sempre a ritornare alla condizione di base di assenza di pensiero. Pian piano si stava rilassando escludendo il mondo là fuori che pareva lontano, persino al là della strada, anzi in un altro mondo.

Furono tre giorni di scritti molto stressanti perché le tracce erano complicate come al solito. La selezione fu durissima tanto che, quasi un anno dopo, gli comunicarono che erano stati solo 350, tra cui lui, ad aver superato lo scritto. Gli altri dodicimila erano stati scartati per vari motivi.
Si mise a studiare con grande impegno anche perché gli orali, a base nazionale, erano tra i più difficili di quel genere. Ma anche quell’esame finale andò bene tanto che il punteggio complessivo fu così alto da consentirgli di poter scegliere un posto nel raggio di pochi chilometri da casa.
Sposò finalmente l’amore della sua vita e andò ad abitare con lei in quella nuova città del nord dove si ci fecero ben volere e accettare da tutti.
Nacquero tre bei figli, due maschi e una femmina, come avevano sempre desiderato. Uno dei due divenne un musicista affermato, l’altro un neurochirurgo mentre la ragazza prese a girare il mondo per diverso tempo per poi tornare dall’Ecuador con un mucchio di soldi fatti con il commercio di gamberi.
E gli anni trascorsero, con alti e bassi, come per tutte le coppie. Ma la vita in prevalenza aveva loro sorriso riservando anche sul lavoro (lei aveva uno studio ben avviato da architetto), le soddisfazioni che avevano con così tanta caparbietà ricercato.
Arrivò quindi il momento di andare in pensione e si ritirarono in quella casetta di campagna che avevano adocchiato in uno dei loro viaggi e dove sarebbero vissuti ancora per diverso tempo tra volontariato, belle passeggiate e il mestiere di nonni.

Poi sentì una voce che reclamava attenzione.

Allora avete otto ore di tempo per sviluppare la traccia che ho appena dettato. Sarà possibile poter usufruire delle toilette solo entro due ore da adesso.”

Aprì gli occhi. Si guardò in giro.
«Traccia?» chiese sgomento «quando hanno dettato la traccia?»
Gli altri candidati erano ordinatamente già seduti ai loro banchi. Quello dietro a lui che aveva sentito distintamente la sua domanda fece finta di nulla. Altri, attorno, stavano già scrivendo.
“Non è possibile” pensò “non può essere vero!”
E sentì che il panico gli stava paralizzando il cervello.

«Poggia il palmo della mano qui…» le disse indicando la sabbia compatta e scura della battigia davanti a sé. Lei gli era seduta accanto, attenta. Il mare scrollava delicatamente le sue onde trasparenti poco lontano con un lieve sciabordio di fondo. Mentre lei pensava se dargli corda o no, lui appoggiò la mano sulla sabbia guardando, senza in realtà vederla, una coppia di gabbiani che si era appena staccata dal molo tuffandosi nell’aria tersa.
«Si sentono passare le nuvole, si sentono passare i sogni…» cominciò a dire con voce impostata.
Vide che lei aveva un sorriso appena disegnato sulle labbra. Era incuriosita anche se i suoi occhi tradivano un pensiero indecifrabile che le stava passando per la testa. Ma per ora lei era lì, lui pensò, e il resto non poteva avere grande importanza.
«Si sentono i mille racconti del mare e le infinite parole sussurrate e quelle naufragate nel silenzio delle notti senza luna…» recitò concentrato. E, dopo essersi assicurato con la coda dell’occhio che lei ascoltava sul serio, continuò: «qui, in questo stesso punto, circa cinque secoli fa, un ragazzo del posto aveva dato alla sua amata un appuntamento alle prime luci dell’alba. Dovevano scappare insieme per sottrarsi alle proprie famiglie che avevano deciso di ostacolare il loro amore. Lui si era procurato una barca, l’aveva riempita di vettovaglie, coperte e portolani oltre a un mazzo di violette fresche che a lei piacevano tanto. Sarebbero andati via, da quale parte, non importa dove: il loro amore li avrebbe protetti.
Lui aspettò per ore, invano, fino a quando un parente di lei, al corrente della loro fuga, non andò ad avvertirlo che non sarebbe mai venuta. I suoi genitori avevano infatti scoperto tutto e l’avevano segregata nella torre della casa senza cibo né acqua; ma lei, per la disperazione di non poter più raggiungere il suo fidanzato, non potendo pensare di vivere senza di lui, aveva deciso di farla finita buttandosi in mare. Il dolore del ragazzo fu così devastante che lui si trasformò in un pesce per poter passare di mare in mare alla ricerca di lei…»
«È straziante questo racconto…» disse lei sospirando.
«Certo che lo è… E non è finita. Tempo dopo si scoprì che la ragazza non si era affatto buttata in mare; semplicemente non aveva voluto partire perché si era innamorata di un altro ragazzo, gradito ai suoi genitori; lei non aveva avuto il coraggio di confessare al fidanzato il suo ripensamento e aveva preferito quel sotterfugio. Poi l’anno successivo la ragazza si sposò ed ebbe un figlio. Presa però dal rimorso per come si era comportata, le impose il nome di quel suo primo amore di cui non aveva saputo più nulla e al quale continuava a pensare.
Trascorsero gli anni e un giorno, quando il figlio fu abbastanza grande per andare a pesca sul molo, un grosso pesce abboccò alla sua lenza trascinandolo prima sugli scogli e poi in mare aperto.»

Lei, che non si era persa neppure una parola, aggrottò appena la fronte guardando il dorso della mano di lui. Rimase in silenzio. Non chiese nulla. Le era tutto chiaro.
La coppia di gabbiani ora galleggiava nell’aria contro il faro bianco e blu. Entrambi gli uccelli, uno di fianco all’altro, parevano immobili anche se si poteva udire il vento che frusciava sotto le loro ali.
Poi lei disse:
«Certo che hai proprio un modo ben strano per far colpo su una ragazza al primo appuntamento!» protestò lei alzandosi e scrollandosi la sabbia dalle ginocchia. «Spaventare con questi racconti macabri e tristi… ma cosa ti dice il cervello?» disse con aria saputa incamminandosi verso la rotonda.
«Vai via?» fece lui deluso pensando di aver perso la propria occasione.
«Vado a prendere l’asciugamano. Facciamo il bagno assieme, no?»
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dietro il racconto
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Dopo una settimana di lavoro finalmente era sulla strada per la campagna. Gli piaceva quell’ora di macchina che lo divideva dalla casa. Era un modo per prendere consapevolezza dello stacco e apprezzare ancor più la pace e l’aria pulita che avrebbe trovato.
A quell’ora si sintonizzava su una stazione radio che trasmetteva un’ora piacevole con tre giovani ragazzi dalla battuta pronta e dalla verve originale. Sì, si stava rilassando e quegli ultimi semafori che regolavano il traffico prima dell’ingresso in autostrada parevano sorridergli. Forse era felice, pensò.
La macchina superò il casello e fluì morbida sulle scie delle altre vetture che gli sfilavano accanto veloci. Dopotutto la sua sapeva da sola dove andare e lui non doveva fare altro che lasciarsi trasportare.
Appena prima dell’autogrill, alla trasmissione che ascoltava se ne sovrappose un’altra. Era un brano di jazz fusion, un riff incalzante di basso molto sostenuto e sofisticato. In realtà si sentiva molto male sia l’uno che l’altro segnale. Un po’ si sentiva il chiacchiericcio concitato dei conduttori, un po’ le note del basso che debordavano potenti nelle casse dell’auto. Dopo una galleria prese il sopravvento per qualche secondo il brano musicale ma poi tornò la voce. Si era perso comunque gran parte del senso di quanto stavano discutendo in studio, ma ora il disturbo era cessato. Si era nel clou del programma. Non si sa mai cosa viaggi veramente nell’etere. Pensò.
Aveva da qualche minuto abbandonato l’autostrada e stava percorrendo la provinciale tutte curve, tra casolari insonnoliti e campi dalle zolle riverse. Solo i fari abbaglianti potevano bucare il buio compatto di quell’ora.
Appena sotto le balze, all’improvviso, la radio si azzittì nel bel mezzo di una frase. Non era assenza di suono. Sembrava piuttosto che ci fosse qualcuno accanto al microfono che esitasse a parlare non sapendo se farlo o no. Poi la voce di un uomo, diversa da quelle del programma radiofonico, disse in rapida successione:
STAI ATTENTO, FRENA!
Istintivamente lui frenò. Era ben consapevole che la voce provenisse dalla radio. Ma era così convincente, così perentoria che aveva ubbidito. Sulla strada non c’era nessuno, né davanti, né dietro. C’era un vigneto sulla sua destra dove i tralci cercavano di proteggersi dal freddo e un bosco confuso di roverelle dall’altra parte.
Stava per riprendere la marcia quando dalla curva sbucò trotterellando una coppia di daini seguiti da due piccoli. La femmina quando vide l’auto si fermò proprio in mezzo al fascio dei fari arrestando tutto il gruppo. I suoi occhi erano curiosi, privi di paura. Lo sguardo del maschio era invece altero, impaziente. Il suo manto grigio focato dava colore e profondità alla notte. Poi tutti e quattro ripresero il cammino, lentamente, attraversando tutta la carreggiata per poi buttarsi a capofitto nel querceto sparendo alla sua vista.
Lui invece era rimasto immobile, le mani sul volante, tremavano appena.
Si stava chiedendo se fosse successo realmente. Guardò lo specchietto retrovisore: la campagna era immersa nel buio. Se avesse spento le luci abbaglianti era sicuro che sarebbe stato inghiottito dall’oscurità. E poi quella voce. E perché lui aveva reagito così? Forse perché gli era sembrata così tanto familiare? No, non poteva essere.
Sospirò e nel silenzio quel suono rimbombò amplificato nell’abitacolo.
Poi di colpo riprese a suonare il riff di basso. Lui fece un soprassalto.
Ingranò la marcia e ripartì nella notte.

caffèEdo, come al solito, entrò in cucina quasi con gli occhi chiusi. L’età avanzata lo portava a svegliarsi sempre più presto al mattino ma non per questo in modo meno penoso. Anzi.
La moglie lo aveva sentito armeggiare ed era andato a fargli compagnia, come sempre. Si salutarono agitando la mano a mezz’altezza senza profferire parola. Era il loro modo di riappropriarsi degli spazi condivisi e della reciproca compagnia.
Poi lui, sempre in silenzio, si fece il caffè, versò lo zucchero di canna nella tazzina e girò con il cucchiaino.
Gli venne da sorridere.
«Che c’è? Perché sorridi?» gli chiese.
«È da un po’ di tempo che il suono del cucchiaio contro le pareti della tazzina…»
La moglie fece un’espressione del viso per incoraggiarlo a terminare la frase.
«…mi sembrano delle parole…»
«Oh Madonna Edo…» fece lei battendo per aria le mani una contro l’altra. «Lo sapevo che andando in pensione ti saresti prima o poi rimbambito!»
«Non è gentile da parte tua… dire questo» rimbrottò lui rabbuiandosi.
La donna fece finta di mettere in ordine davanti a sé le cose sul tavolo, ma invece stava solo spostando gli oggetti da un punto a un altro del pianale, senza un ordine preciso. Stava pensando.
Passò qualche secondo.
«Ma non la senti?» insistette il marito che appoggiò finalmente il cucchiaino sul bordo del piattino.
«Cosa dovrei sentire, su dimmelo…»
«’Come stai? come stai?’» disse facendo una vocina in falsetto.
«Non ci posso credere, mi stai diventando matto…» borbottò lei uscendo dalla cucina.
«Ma dove vai?»
«Vado a messaggiare a tua figlia e a dirle come ti sei ridotto…»
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«Davvero senti la tazzina parlare?» gli chiese la figlia il giorno dopo nella comodità rassicurante della sala. La ragazza stava tenendo la mano al padre come si poteva fare con un malato nel letto di un ospedale.
«Ma no, ma cosa ti ha messo in testa tua madre? Non mi sono mica rincretinito del tutto. Non mi trattate così» fece lui contrariato ritirando di scatto la mano.
«E allora di cosa si tratta?» chiese calma e suadente la figlia.
«Ma niente! Sembra piuttosto che lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina assomigli a… a delle parole… Tutto qui. Cosa c’è di strano?»
«E questa mattina cosa ti ha detto la tazzina?» domandò la ragazza pazientemente.
«Adesso mi vuoi davvero prendere in giro… non è bello… sono tuo padre dopotutto…»
«Ti ho chiesto, papà, che cosa ti ha detto oggi la tazzina?» insistette lei facendo la faccia seria.
L’uomo sbuffò.
«Dai…»
«E va bene… mi ha detto, o meglio mi è sembrato che dicesse: ‘Buona giornata a te’».
La figlia si girò verso la madre che si era tappata la bocca per scongiurare un urlo. Il suo sguardo era quello di chi si era appena accorta, dopo trent’anni di matrimonio, che il marito aveva in realtà tre teste.
«Bisogna farlo vedere da qualcuno…» sentenziò la figlia.
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Così Edoardo, suo malgrado, dovette sottoporsi a diverse sedute di psicoterapia. Non era stato sufficiente che avesse cercato di chiarire che aveva voluto solo fare uno scherzo. Erano stati irremovibili. La moglie, la figlia, le zie, il cugino, gli amici, persino gli ex colleghi e poi chissà chi altri: ‘queste cose bisogna prenderle per tempo’ era il succo dei loro commenti ‘perché poi peggiorano’.
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Erano trascorsi diversi mesi da allora e tutto sembrava rientrato nella normalità.
Al mattino la moglie sorvegliava con attenzione il consorte quando girava il cucchiaino del caffè aspettando che lui dicesse qualcosa. Ma si limitava a sorridere e a scuotere la testa.
Un giorno lei arrivò in ritardo al rito del caffè essendosi trattenuta nel bagno. Edo sciolse con calma lo zucchero mescolandolo con cura. Drizzò bene le orecchie per sentire se la moglie stesse arrivando e quindi sussurrò alla tazzina:
«Sì sì… anch’io.»
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Lo scambio

carrelli della spesaIl suo sguardo passava dallo scaffale al foglietto giallo attaccato al carrello come se dovesse avere una risposta imminente dall’uno o dall’altro. Augusto aveva già impiegato un mucchio di tempo per scegliere la frutta e ora davanti ai detersivi si sentiva perso. Ma quanti ce n’erano?
La sua bambina di un anno, a cavalcioni del seggiolino del carrello, lo scrutava incuriosita. Ogni tanto sbarrava divertita gli occhi, mugulava qualcosa e poi riprendeva a masticare il ciuccio. Era la prima volta da quanto era nata che Augusto faceva la spesa da solo con lei. Seguire annoiato la moglie che si destreggiava tra i vari reparti del supermercato non significava evidentemente saper fare anche la spesa: se ne stava accorgendo. Non trovava niente e le indicazioni sulla lista erano criptiche oltre che generiche.
Si fa presto a scrivere riso, pensò lui. Ma c’è il vialone nano, l’arborio, l’integrale, il parboiled, per non parlare del riso bianco, di quello rosso o nero… Quello verde e blu, no? Qual era quello che mangiavano di solito?
Si convinse che ci avrebbe pensato sopra. Forse era meglio cominciare con qualcosa di più semplice: tipo scegliere una mozzarella per sé, sempre se trovava il reparto giusto.
Nella sua ricerca transitò davanti al Box informazioni e sentì dire:
«Ecco è lui!»
Una guardia giurata grossa come un distributore di merendine gli sbarrò la strada con le gambe divaricate e le braccia incrociate.
«Mi segua!» disse imperiosamente.
Augusto, temendo di aver combinato chissà cosa, gli andò dietro fino a fermarsi davanti a una persona anziana, minuta e nervosa che non smetteva di sfoderare un indice ossuto nella sua direzione.
«Vi dico che è lui e quella è la mia nipotina! Restituiscimela, malfattore!»
Il vecchino era accanto a un carrello dove, sul relativo seggiolino, era appollaiata un’altra bambina che sembrava uguale alla sua Marta; stessi colori dei capelli e degli occhi, stesso ovale del viso, persino gli stessi vestiti.
«Ma scherza?» ebbe la prontezza di dire Augusto che non sapeva se fare la faccia seria o mettersi a ridere. «Questa è la mia bambina, Marta, cosa volete da me?»
Nel frattempo si era aggiunta la signorina degli oggetti smarriti, una responsabile di reparto e alcuni curiosi. Il vecchino non demordeva.
«Lei ha preso il mio carrello quando era al reparto del pane ed è scappato via; guardi! C’è ancora il mio pacchetto del pane in cassetta tra le sue cose.»
Augusto controllò subito nel carrello: il pacchetto che diceva quel tipo non c’era. Anche tutti gli astanti lo videro e rimasero delusi. Persino il vecchietto era senza parole. Ad Augusto invece vennero i sudori freddi. In effetti aveva tolto poco prima qualcosa dal suo carrello ritenendo di averlo preso per errore, anche se non si ricordava bene cosa fosse. Il dubbio dello scambio cominciò a insinuarsi nella mente. E mentre la gente attorno a lui si era messa a parlottare a gruppi osservò meglio la “sua” bambina alla ricerca di un qualche indizio che lo aiutasse. Non c’era dubbio: le due bambine sembravano l’una la fotocopia dell’altra. Incredibile!
Cominciò a pensare a cosa gli avrebbe detto la moglie al suo ritorno. Che aveva portato a casa la figlia di un altro perdendo la propria. Che era un incapace e che non ci si poteva fidare di lui. Il brutto è che avrebbe avuto ragione.
Lo stesso sguardo perso ora ce l’aveva però anche il vecchietto, che non era più sicuro di niente. Proprio in quell’istante stava considerando infatti che forse le scarpe che aveva quell’altra bambina non le aveva mai viste, mentre gli pareva di riconoscere proprio quelle blu indosso alla piccolina vicina a lui. Che pasticcio, che pasticcio.
In quel mentre arrivò la telefonata da Londra di Katia, la moglie di Augusto.
«Carissima!» esordì Augusto.
«Che c’è? Che hai? Hai un tono della voce strano! Oddio è successo qualcosa alla piccolina…?!?»
«Assolutamente no, cara, ma cosa dici, stiamo anzi facendo la spesa e tutto sta filando liscio che è una meraviglia…»
«Mah sarà… Hai messo la maglietta pesante alla bambina, quella rosa con le scimmiette sul davanti che ti ho lasciato sul letto? A lei piacciono tanto…»
Augusto controllò immediatamente se la “sua” bambina avesse avuto sotto il piumino proprio quella maglietta: poteva avergliela fatta indossare senza accorgersene; se fosse stato così sarebbe stato salvo. Invece no: era azzurrina con un pappagallino giallo e verde. Si sentì morire.
Poi si accorse che la “sua” bambina stava battendo le mani tutta contenta. Ed ebbe l’idea.
«Certo che gliel’ho messa, cara; infatti è felice…» disse Augusto.
Si avvicinò poi all’altra e le fece ascoltare la voce di Katia che, dall’altro capo del cellulare, non smetteva di parlare; la piccolina era del tutto indifferente. Si accostò poi subito dopo al suo carrello e mise il telefonino anche all’orecchio della “sua” Marta. E subito il volto di lei si accese in un sorriso: la bambina batteva forte le manine.
Ripeté un paio di volte il gesto di accostare e allontanare il telefonino dall’orecchio della figlia e lei reagiva festosa sempre allo stesso modo.
«Ma mi stai ad ascoltare sì o no?» sentì la moglie chiedere arrabbiata.
«Si, sì certo Tesoro, sei fantastica…» e chiuse bruscamente la telefonata.
Poi rivolgendosi ai presenti:
«Signori, è stato bello, ma mi avete fatto davvero perdere fin troppo tempo!»
E se ne andò via a finire la spesa.

Approdi di luna

barca«Hai fatto bene a insistere a tornare qui, Julia» disse il marito appoggiato leggermente con la schiena all’armadio. «Festeggiare il nostro decimo anniversario, venendo in questo stesso albergo dove abbiamo passato la luna di miele, è come rinnovare le nostre promesse…»
«Già» rispose lei indaffarata a svuotare le valigie e a riporre gli oggetti nei cassetti e nel bagno.
Lui tirò fuori il pacchetto delle sigarette e l’accendino.
«Se vuoi fumare, vai fuori per cortesia, lo sai che mi dà fastidio l’odore di fumo che ristagna nella stanza…»
«Sì sì, certo… Sai che ho già fame?» fece lui aprendo allegro la porta della terrazza e uscendo all’aperto.
Il blu scuro del mare gli venne incontro. La notte era senza luna e le luci chiare e regolari del pontile si stagliavano come gioielli nella prospettiva immensa distesa verso l’orizzonte. Le onde erano basse, distratte, disegnate all’acquerello e la risacca giungeva morbida all’orecchio come un ritornello dolcissimo. La spiaggia era selvatica, mal tenuta, a tratti dorata con impercettibili schegge di quarzo che riflettevano il bagliore intermittente che le stanze dell’albergo facevano spiovere sull’arenile.
«Vieni Julia, vieni a vedere… è bellissimo!»
«Finisco qui e vengo…»
In quell’angolo di costa cesellata dalla natura e dimenticata dagli uomini, la primavera era già arrivata. Era nell’aria tiepida, nonostante l’ora serale, ma anche nei profumi lievi che giungevano a cavallo di una brezza gentile; gli sembrava già di avvertire i sentori del gelsomino abbracciati a quelli del bergamotto. Sospirò. Non avrebbe voluto essere in nessun altro posto.
E all’improvviso tutte le luci sulla spiaggia si spensero.
«Julia è andata via la luce!»
«Ho visto, tornerà…»
Il buio era diventato ostile, denso, malmostoso. Era una cortina impenetrabile in ogni direzione. Il cielo stellato incombeva da ogni parte sul mare come se lo volesse toccare e cancellare con la propria bellezza. Un uccello della notte emise un verso stridulo che sembrava più una richiesta di aiuto che un richiamo d’amore.
Poi alcuni rumori provenienti dal mare, da leggeri e impercettibili, si fecero più presenti. In quella conca naturale i suoni si ingigantivano rimbalzando tra pietra e cespuglio, tra sogno e irrealtà. Era una barca, una grossa barca a motore. Si sentivano delle voci sia di persone che stavano raggiungendo la spiaggia da terra sia di chi già si trovava sulla barca. Il motore fu spento e si udì il frusciare delicato della prora che divideva l’acqua.
«Vieni Julia, corri… sta succedendo qualcosa di strano…»
Ora la barca aveva attraccato perché gli uomini si erano dati l’un l’altro la voce per spingerla con la chiglia sulla rena. E, dopo ancora, si udì un contenuto tramestìo, un sommesso sciacquìo, un’attività concitata e precisa, ordinata e rapida, scandita da un ritmo che solo qualcuno nel silenzio stava impartendo. Potevano essere dieci, quindici persone, ma tutte si muovevano secondo un copione mille altre volte provato, come se ci vedessero davvero e si conoscessero a occhi chiusi: non una voce di troppo, non un suono che non fosse inevitabile.
Trascorse probabilmente un quarto d’ora, non di più.
Le luci si riaccesero tutte allo stesso istante. Quelle del pontile, quelle delle sparute case avvinghiate alle colline, quelle dell’albergo. La luminosità discreta e soffusa si riappropriò della conca sfidando la notte.
Ma non c’era più nessuno sulla spiaggia. Non si notavano neppure orme né sulla sabbia né sulla battigia; come se nulla fosse accaduto.
«Julia… cosa ti sei persa… non ci crederai mai…» disse lui rientrando nella stanza.
«Julia? Julia?!? Dove sei?»


Leggi il seguito –> E poi cos’è successo?
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