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Es la fiesta

«Vieni, sarà bellissimo, ti divertirai…»
Queste erano le parole precise che lei mi disse mentre mi portava verso il tragitto dell’encierro. Era l’ultimo giorno, mi chiarì, e sarebbe stata la corsa più bella dell’intera festa. I suoi occhi verdi ridevano di gioia ed erano carichi di aspettativa.
«Non mi interessa Anita, te lo assicuro… andiamo da qualche altra parte…» la pregai cercando nel tono di non urtare la sua sensibilità. Volevo spiegarle che non sopportavo gli spettacoli che richiedono per gioco l’impiego di animali anche a costo della loro sofferenza.
«Non avrai paura, vero?» mi buttò lì a tradimento mentre con aria di sfida alzava un poco il mento nella mia direzione.
Ci mettemmo sulla Calle Estafeta in un punto dove i tori avrebbero dovuto eseguire una curva larga. E mentre ci sistemavamo a cavalcioni della staccionata, sentimmo il boato della gente provenire dalla salita di Santo Domingo. Era il segnale che avevano liberato le mucche in calore. Le avrebbero fatte correre lungo il percorso recintato sino alla plaza de toros e fatte inseguire dai tori che, correndo, si sarebbero messi sulla loro scia. E così fu. Nel sole del meriggio, dove il caldo assoluto sembrava sciogliere i muri di pietra della città, vedemmo le vacche spinte senza tanti complimenti da uomini vestiti di bianco e il fazzoletto rosso al collo.
Appena dopo il loro passaggio l’attesa si materializzò in un silenzio innaturale ove lo stridio delle cicale nascoste tra gli alberi ebbe il sopravvento nelle vie. Si avvertì a ondate il rumore degli zoccoli dei tori frastornati dai corridori che ridendo picchiavano con fogli di giornale arrotolati i loro dorsi luccicanti di sudore; la luce smerigliata del giorno pioveva a picco dai tetti.
Comparvero prima dei giovani urlanti che correvano davanti agli animali gettando occhiate preoccupate dietro di sé e poi i tori dall’occhio spalancato e tondo. Roteavano le larghe corna da un lato e dall’altro emettendo un muggito roco che sapeva di disperato e di antico. Qualcuno dei tori scivolava ogni tanto sul porfido levigato dal tempo per poi rialzarsi pesantemente e riprendere la corsa.
Approfittai della confusione e del fatto che Anita fosse del tutta presa da quel rutilante miscuglio di suoni e colori per allontanarmi. Avevo solo voglia di sedermi al tavolino di un caffè per bere qualcosa di fresco, lontano da quel frastuono. Anita avrebbe capito, o forse no, ma poco avrebbe importato.
Cercando di orientarmi puntai verso l’hotel. Ma il percorso della corsa dei tori continuava a sbarrarmi la strada. Avrei dovuto fare chissà quale altro giro alternativo che non riuscivo però a trovare. Giunto a una staccionata decisi di attraversarla. Erano pochi metri, dopotutto, e non c’era nessuno: ce la potevo fare. Mi arrampicai velocemente e stavo per discendere dall’altra parte quando vidi arrivare dalla mia destra un torello molto giovane. Chissà come c’era finito in quella corsa di tori adulti, forse era semplicemente scappato: avanzava al piccolo trotto, incerto che fosse proprio quella la direzione giusta. Giunto in prossimità della strettoia, ove mi trovavo, perse ad un certo punto l’appoggio sul selciato andando a sbattere malamente con il muso contro un cassone posto a riparo di un palo della luce rimanendovi incastrato con le corna. Era ancora a terra quando arrivarono di corsa altri due tori. Uno riuscì a saltarlo d’impeto, ma l’altro, che lo aveva visto all’ultimo momento, vi cadde sopra. Nel tentativo di rialzarsi sulle zampe posteriori il grosso toro, con la forza degli zoccoli taglienti, lo colpì più volte al ventre e a un occhio tanto da ferirlo e fargli perdere sangue. Solo dopo numerosi tentativi, sempre a danno del vitello contro cui scalciava, finalmente si rimise in piedi iniziando di nuovo a correre all’impazzata. Il torello intanto, rimasto a terra, muggiva di dolore senza essere in grado di muoversi. Pensai che se fosse rimasto lì, al prossimo passaggio dei tori, l’avrebbero ucciso. Mi portai allora verso di lui per aiutarlo a divincolarsi. Terrorizzato com’era, faceva però resistenza non permettendomi di liberarlo. Mi stesi a terra per spingere con le gambe le assi del cassone da un lato e con le braccia il muso dell’animale dall’altro: non facevo progressi. Poi mi arrivò il rumore montante di zoccoli che avevo imparato a riconoscere. Stavano arrivando altri tori. Raddoppiai i mie sforzi per liberare il vitello, ma dalla curva sbucarono all’improvviso tre grosse masse scure al galoppo, una era enorme. Mi alzai in piedi, impietrito. In quel preciso istante mi sentii afferrare da quattro braccia che mi sollevarono di peso facendomi entrare di schiena attraverso una finestra aperta. Mi ritrovai riverso sul pavimento di una camera da letto mentre in strada sentivo il mugghiare inferocito dei tori.
«¿Eres tonto?» mi urlò un uomo con grossi baffi sporgendosi fino a terra verso la mia faccia. «Es inútil, señor. Esta noche los toros serán todos matati… y la carne dada a la gente… es la fiesta señor, es la fiesta!»
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dietro il racconto
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Da quando era andato in pensione aveva preso a tornare sul luogo di lavoro. Ma non per darsi da fare e aiutare gli altri, quanto piuttosto per vederli lavorare e godere del fatto che quella vita non gli appartenesse più. Questo lo faceva sentire meglio. Veniva tutti i giorni, anche solo per una mezz’oretta. Si metteva in un angolo e non diceva nulla. E osservava.
Ma un po’ perché gli ex colleghi a un certo punto gli fecero capire che non era più gradito, un po’ perché voleva fare qualcosa di diverso, prese a frequentare altri ambienti anche se con le stesse finalità.
Andò così in Tribunale, a seguire alcuni dibattimenti penali e, anche se ci capiva poco, passava ore a guardare attraverso le sbarre della gabbia ove erano rinchiusi gli arrestati in attesa di giudizio, giusto per osservarli. Li vedeva a capo chino, parlare preoccupati con i loro difensori oppure seduti, le mani a sorreggere la testa, incerti per il loro futuro. Sì, tutto ciò lo rincuorava.
Poi iniziò con i funerali ove si imbucava facilmente; controllava gli annunci mortuari il giorno prima e poi andava alla messa, seguiva il corteo fino al camposanto assistendo a tutte le operazioni successive compresa l’inumazione o la posa della lastra. Il fatto che tutto quello che vedeva riguardasse qualcun altro era rasserenante e migliorava notevolmente il suo umore.
Libero com’era da impegni di lavoro aveva poi preso anche a viaggiare; una volta arrivò sino a Calascura Marina, dov’era sepolto il Santo cui lui era tanto devoto. Si era ripromesso per tutta la vita di andare sulla sua tomba a pregare, senza riuscirci mai, vista la notevole distanza da casa. Ora era era arrivato il momento. Si prese tutto il tempo necessario facendo persino una visita guidata alla Basilica e alla Cripta del Santo.
Nel pomeriggio, prima di ripartire, andò invece nella sala attesa dell’ospedale del luogo. Ormai era diventata la sua routine. Era rassicurante vedere che erano altri a dover soffrire.
Stava appunto osservando una bambina che giocava tra le ginocchia della mamma che la accarezzava dolcemente — la bambina aveva una vistosa fascia che le copriva un occhio — quando entrò nella sala l’infermiera: era una donna bassa ma corpulenta, dai modi bruschi e spicci. Disse qualcosa nel dialetto del luogo che non capì. Poi fece alcuni metri nella sua direzione.
«Signor Guidi, sto chiamano proprio lei, ma non mi ha sentita?»
Lui si ridestò come da un sogno.
«Io?» fece sorpreso. «Guardi che ci deve essere un equivoco, io non sono di qui… sono in gita. Mi ha confuso sicuramente con qualcun altro.»
«Lei è Ernesto Maria Guidi, vero?»
«S..sì» rispose lui ancora più disorientato.
«E allora si sbrighi, su, venga con me, non mi faccia perdere tempo. Il Primario questa mattina ha visto le sue lastre e non ci sono affatto buone notizie per lei. Venga, venga da bravo… che glielo spiega meglio lui.»

«Avanti!»
La voce imperiosa che filtrava a stento da dietro la porta del Direttore non era stata tra le più incoraggianti. Sarà stato poi vero che mi aveva fatto chiamare? Mi voltai verso la scrivania di Ottavia, la segretaria particolare, per averne conforto. Ma stranamente non c’era. La sua faccia da carciofino sottolio, in quell’istante, mi mancò molto, come il suo sguardo severo e penetrante di chi ti rimprovera d’esserti dimenticato di fare la doccia.
Abbassai la maniglia che riempiva completamente l’incavo della mia mano. Ricordo che quando cominciai a spingerla per entrare, pensai a quanto dovesse essere costata una porta simile e se i soldi necessari a comprarla erano stati trattenuti dallo stipendio da fame che mi davano ogni mese.
Appena varcai la soglia un faro di luce mi abbagliò.
«Non vedo niente!» esclamai chiudendo gli occhi.
«Sì sì, non si preoccupi, la lampada si è bloccata. Entri, entri pure e chiuda la porta» mi fece il Direttore.
Ubbidii docilmente, accostai la porta di noce massiccia e mi inoltrai per un paio di metri nella stanza: tenevo gli occhi bassi, senza poter vedere nulla.
Un forte “glang” proveniente da chissà dove all’improvviso saturò l’aria. E la luce andò via.
«Ecco, ci risiamo» sentii dire dal Direttore.
Nell’oscurità totale continuavo a vedere a intermittenza la luce abbacinante che si era impressa sulla mia retina.
«Cosa devo fare?» chiesi stupidamente.
«Ma cosa vorrebbe fare?» mi rifece il verso Lui in modo come al solito sgarbato. «Stia fermo, per carità. Che ci sono cose preziose qui dentro e che se si mette a girare alla cieca mi ci sbatte contro e me le rompe…»
Sentii armeggiare mentre santiava tra i denti. Il telefono dovette cadere per terra insieme ad altri oggetti che non riuscii a identificare. Istintivamente allungai le braccia verso la fonte del rumore come per prendere al volo quelle stesse cose, ma poi, vista l’inutilità del gesto, le riabbassai.
«Direttore?» chiesi quasi a me stesso senza ottener risposta.
Poi sentii un urlo. Era un grido di dolore, disperato, definitivo e un corpo che cadeva malamente, a peso morto. Feci un passo indietro spaventato, dalla parte opposta rispetto alla direzione dell’urlo.
«Direttore… Direttore… sta bene? Cosa è successo?»
Il silenzio era solido, denso, cupo. Cercai di tornare sui miei passi per trovare la porta da cui ero entrato. Tastavo il muro, ma non la trovavo. ‘Eppure è qui’ mi dissi per rincuorarmi, ma ero nel panico.
«Non ti muovere, è meglio per te…» mi intimò un’altra voce roca. Mi paralizzai. Non era quella del Direttore.
Dopo qualche istante mi venne da domandare:
«Cosa è successo al Direttore? Che gli ha fatto?»
«Quello che si meritava… non lo odiavamo forse tutti?»
«Ma non tanto da ucciderlo…» saltai subito alle conclusioni.
«Chissà quante volte invece ci hai pensato tu stesso.»
Sentii un rumore lento di passi venire nella mia direzione. Alzai di nuovo le braccia intorno a me verso quel suono come per fermare la minaccia incombente. Poi avvertii una brezza gelida sul collo. Mi toccai come fossi stato punto da un insetto e agitai ancora di più le mani a mulinello davanti a me nell’oscurità.
«Hai paura, eh? Sto fiutando la tua adrenalina nel buio…» mi sussurrò la voce strascicata. Mi arrivava il suo alito aspro di alcol e di fumo. Ma fu solo un attimo perché subito dopo mi ha gettato addosso un bicchiere d’acqua sui vestiti che mi inzuppò completamente. In quello stesso istante qualcuno entrò rapido dalla porta accendendo la luce: era Ottavia. Mi guardò come se fossi stato un sacco della spazzatura lasciato da qualcuno in mezzo al salotto buono.
«E lei che ci fa qui dentro, al buio?»
Anziché rispondere mi volsi attorno per vedere chi fosse l’uomo che mi era accanto.
Sul parquet, poco distante, c’era invece solo il corpo inanimato del Direttore con un coltello piantato nella schiena. La mia camicia era lorda di sangue.
L’ultima cosa che ricordo è l’urlo lancinante di Ottavia quando anche lei vide la stessa scena.
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dietro il racconto
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Hezekiah

L’uomo, disteso immobile sul letto, pareva ancora più vecchio. Avevo uno sguardo fisso, scuro e ogni tanto muoveva la mascelle come se stesse masticando qualcosa. Il suo corpo minuto non occupava nessuno spazio sotto le lenzuola di tessuto grezzo.
«Padre, vuole che Le faccia la barba?» chiese sottovoce l’uomo vicino a lui che gli teneva devotamente la mano. Il silenzio del monastero aveva aggiunto un’eco a quelle parole mentre un crocifisso di legno, bucherellato dalle tarme, si protendeva verso di loro dalla parete spoglia di fronte.
«No, Tiberio, dove sto per andare il Signore non ci baderà.»
L’uomo che gli era accanto posò delicatamente la mano sul letto come volesse restituirgliela. Il suo saio scuro si stagliava contro il candore del letto rendendolo ancora più irreale nella luce del mattino che aveva varcato il recinto della cella. Poi si mise a spianare con il palmo della mano alcune pieghe inesistenti delle lenzuola e ripiegò in modo meticoloso la coperta pesante in fondo al letto che già era riposta con estremo ordine; volle infine sprimacciare il cuscino dietro alla testa di Padre Rosenberg:
«Calmati Tiberio, per favore… mi fai girare la testa…» pronunciò con fatica.
«Mi scusi Padre, vuole un po’ d’acqua?»
«L’ho bevuta poc’anzi, grazie. Cos’è che hai, Tiberio? Si può sapere?»
«È che Lei non è del Suo solito umore, Padre reverendissimo: direi che è mesto, afflitto, anzi dolentemente rassegnato…»
«Sto per morire, Tiberio, dovrei essere felice, forse?»
«Lo so Padre, ha ragione, come sempre, ma la morte non l’ha mai spaventata…; è qualcosa di diverso: mi sembra piuttosto che abbia una grande pena nel cuore…»
Padre Rosenberg guardò il suo discepolo. Era invecchiato anche lui, e neppure tanto bene, in tutti quegli anni al suo servizio: si era ingobbito, i capelli bianchi e radi, il naso sottile e cereo.
«Non ti si riesce a nascondere nulla, vero?» Tossì più volte.
Tiberio gli riprese la mano come per dire che a lui avrebbe potuto raccontare ogni cosa.
«Vedi, mio buon Tiberio: ho 88 anni e per tutta la vita, come ben sai, sono stato un uomo pio. Ho dedicato la mia esistenza agli altri, alla Chiesa, alle opere di carità, ai diseredati…»
«Lei è stato molto di più di tutto questo, per noi…» sentì di dover dire Tiberio.
Il vecchio gli fece il gesto di farlo finire. Disse ancora:
«Ma non mi è riuscito di fare neppure un miracolo…»
Tiberio lo squadrò stupito.
«Non sarò mai Beato e Santo… Ho fatto tante cose belle, tante cose utili e giuste, ma miracoli niente. Non che non ci abbia provato, tutt’altro ma… ecco… semplicemente non sono venuti… non ero fatto per questo, dopotutto… e finiranno per dimenticarsi di me.»
«Ma sono io il Suo più grande miracolo, Padre reverendissimo…»
«Cosa stai dicendo, Tiberio?»
«Certo… non si ricorda… quarant’anni fa, in occasione della processione del Santo patrono di Lughi… io mi sono avvicinato a Lei per chiedere l’elemosina…»
«Mi ricordo benissimo, Tiberio, come se fosse ieri: io ti diedi una moneta, e poi ti presi con me nella congregazione» e tossì ancora.
«Esatto Padre, solo che io ero stato inviato…»
«Inviato?»
«Sì: la Sua vita specchiata, la Sua infinita bontà, il Suo carisma davano fastidio… e così mi hanno inviato per… per distruggerLa…» confessò Tiberio abbassando il capo.
«Vuoi dire che tu… che tu sei…»
«Sì, Padre… ero un demone, anche di prima classe. Il mio vero nome è Hezekiah. Ero anche molto bravo nel mio lavoro, ma evidentemente non a sufficienza. La Sua Parola, il Suo Esempio, la Sua Luce interiore mi hanno annichilito… e così sono diventato il Suo più umile servitore… Potrà mai perdonarmi?»
Padre Rosenberg lentamente sorrise e pose una mano sulla testa ancora abbassata di Tiberio.
«Bene, bene… mi compiaccio» disse annuendo più volte, sempre più pallido. «Allora adesso posso morire in pace.»
Chiuse gli occhi e volse il capo da un lato. Emise un rantolo sopito e spirò.
Trascorse ancora qualche minuto.
Tiberio sentì dalla mano del vecchio che non aveva più polso. Si alzò e, lentamente, si raddrizzò con la schiena; diventò imponente e maestoso, assumendo lineamenti del volto bellissimi; il corpo era di nuovo vigoroso e giovane, mentre un paio di ali robuste si dispiegarono senza far rumore a riempire tutta la stanza.
Guardò con aria di scherno il corpo senza vita nel letto e fece:
«È ora di riprendere il lavoro rimasto interrotto quarant’anni fa…»
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dietro il racconto
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hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

La donna, ancora piacente e ben vestita, il capello tagliato di fresco, aveva la testa bassa. L’avvocato vicino a lei le faceva il gesto di tirarsi su con il busto, perché si stava presentando male al magistrato. Le aveva pure fatto un bel discorsetto prima dell’interrogatorio, ma ora, lei, sembrava essersi dimenticata di ogni cosa: era crucciata, il pensiero perso da qualche parte tra il pianale della scrivania davanti a lei e le sue scarpe alla moda.
«Per il verbale… lei si chiama…» chiese il PM con voce atona e distaccata.
La donna declinò le generalità a bassa voce, non senza incertezze.
«Nata a… il…» insistette il magistrato.
E lei meccanicamente completò i dati.
«È morto dottore?» fece a un certo punto la donna, preoccupata. Il PM la squadrò, sorpreso per quella domanda.
«Se la sente di raccontarmi com’è andata?» chiese senza rispondere, abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un mezzo sorriso.
«Stavo dormendo, dottore, quando nel cuore della notte ho sentito dei rumori. Sa, quella sera ero sola perché le bambine si trovavano con mio marito, a Collefili: era la serata che le doveva tenere lui. Ma quando mi sono alzata e sono andata nel corridoio verso la porta d’ingresso per capire cosa stesse succedendo era già troppo tardi: “loro” stavano già entrando…»
Le ultime parole le morirono in bocca: non riuscì a continuare a parlare e si mise a piangere. L’avvocato tirò fuori un fazzoletto di fiandra d’altri tempi e lo porse alla donna con gentilezza.
Il PM attese paziente.
«A quel punto…» si schiarì la voce la donna «…a quel punto ero davvero terrorizzata: vedevo già la luce di una torcia filtrare sotto la soglia…»
«Li ha aspettati che entrassero e così ha colpito uno di loro…»
«Ma no, dottore. Sono tornata subito a letto; ho pensato che se mi trovavano a dormire profondamente si sarebbero limitati a rubare solo qualcosa e se ne sarebbero andati…»
«E invece?»
«Stava andando tutto bene, diciamo così… nel senso che si erano messi prima a rovistare un po’ in sala e poi sono entrati in camera da letto. Hanno preso la mia veretta e una collana di perle sul comò…»
«Ed è stato questo il momento in cui lei così si è alzata dal letto e ha colpito…»
«Ma no, dottore, no… li ho lasciati fare sperando che si sarebbero accontentati… avevo troppa paura…»
La donna si stava tormentando le dita delle mani come se se le volesse svitare.
«Uno di loro, quello più giovane… mi si è quindi avvicinato e mentre io ero impietrita sopra le coperte lui mi ha abbassato il pantalone del pigiama… aveva proprio quello sguardo lì, sa cosa intendo dire…» fece assumendo nel volto un’espressione di involontaria sensualità «perché ho l’abitudine di non portare niente, sotto, quando mi metto a dormire…»
«Ed è stato quello il momento in cui…»
«No, ma cosa dice, per così poco… e poi l’altro complice, quello che era rimasto sulla porta e che doveva essere il capo, lo ha ripreso seccamente dicendogli di venir via perché, secondo lui, non c’era più nient’altro da rubare…»
«E quindi?»
«E quindi quello che mi era vicino, e che non voleva affatto andarsene, non so se mi sono spiegata, ha notato il mio cellulare sul comodino e se l’è preso.»
«E lei?»
«E io non ci ho più visto. Mi sono allungata fulminea sul comodino e con uno scatto ho afferrato la sveglia in mano e gliel’ho fracassata sulla testa…»
«La sveglia sulla testa? Per il telefonino…?» ripeté automaticamente il PM.
«Certo, dottore. Con tutti i selfie che mi era fatta l’estate scorsa al mare con le mie amiche… ma scherza davvero? E così il balordo è rimasto lì a terra, mezzo secco… mentre l’altro è scappato via subito.»

Cuore a cuore

Posò il libro sul comodino. Le palpebre avevano preso a bruciargli. La stanchezza lo stava incatenando al letto e quando spense la luce provò il sollievo di un panno umido sulla nuca. Si girò d’un lato aggiustandosi lentamente sul materasso per prendere la posizione giusta del sonno. Il cuore gli pulsava prepotente e l’orecchio sul cuscino ne amplificava il suono. Tunf, tunf, tunf. Un suono forte, chiaro: la vita gli scorreva dentro.
Il pensiero corse al giorno dopo. A quello che avrebbe dovuto fare: a quella riunione complicata, ai problemi irrisolti che si trascinava dietro da tempo. Tunf, tunf, tunf.
Pensò a quella vacanza che sembrava non arrivare mai e pensò anche a lei, a quell’ultima sua frase che ancora gli bruciava dentro. Tunf, tunf, tunf.
Il cuore sembrava ora battergli più lentamente. Lo avvertiva sempre rumoroso sul cuscino, ma stava rallentando e ancora e ancora. Poi un battito più lento e un altro molto più lento, poi più nulla.
Si mise a sedere di scatto sul letto. Si tastò il polso. Nulla. Poi la tempia, nulla. La carotide, nulla.
Accese la luce spaventato. Si accorse che stava tremando. Scese scalzo e andò di corsa in bagno. Lo specchio rimandava l’immagine di un volto pallido, le guance incavate, la pelle anelastica.
Oddio, oddio, che mi sta succedendo, che mi sta succedendo?
Passò rapido in studio alla ricerca del telefonino. Doveva chiamare l’ambulanza, stava male, non c’era dubbio: bisognava fare qualcosa.
Già…’ pensò ‘ma se poi mi chiedono cosa mi sento, che dico? Che non ho più il polso? Che il mio cuore si è fermato? Non mi crederanno mai, si metteranno a ridere’.
Uscì irrazionalmente di casa come se tra quelle mura non vi fosse più aria da respirare. Doveva parlare con qualcuno; il freddo della notte gli crollò addosso all’improvviso.
Ma sono in pigiama! E scalzo!’ si disse guardandosi la punta dei piedi: ‘dove credo di andare?
E poi era notte, tutto intorno solo campagna e i vicini che conosceva appena.
Si sedette sotto il portico cercando di raccogliere le idee. Il gatto scivolò fuori dall’ombra della sua cuccia e gli si strusciò contro.
Cosa si deve fare in questi casi? Cosa si deve fare?’ Si chiese tenendosi con le mani entrambe le ginocchia e dondolandosi con il busto. ‘Devo stare calmo, c’è un rimedio a tutto, ne sono sicuro’.
Ma pensò che non aveva mai sentito dire di persone che si accorgono che il proprio cuore si è fermato e che se ne disperino. Non può accadere, non è possibile, non è normale. Il gatto lo stava studiando sotto la pozza di luce del portico e gli aveva messo una zampa sulla gamba come per dargli il suo aiuto.
E allora lui cominciò a pensare a quando da bambino andava con il padre al prolungamento a mare. Aveva cinque anni, forse sei.
Facciamo una sorpresa alla mamma‘ gli disse quel giorno il padre con quel suo sorriso che scioglieva le pietre. ‘Ti insegno ad andare in bicicletta’.
A me papà?
Certo, proprio a te! Che ne dici? C’è giusto un signore simpatico là in fondo che noleggia bici per bambini come te e sono sicuro che ce n’è una che ti piace’.
Sto andando bene, papà?
Benissimo’.
Mi stai tenendo, vero?’ ‘
‘Ti sto tenendo figliolo’.
E lui felice pedalava da solo, incerto, zigzagando su quella bici rossa alla scoperta del mondo; e quando si girò si accorse che il padre era rimasto invece laggiù, vicino alla fontana; e lo salutava fingendosi stupito; faceva un gesto semplice, uno dei suoi, uno di quelli che attraversano un’esistenza intera e vanno oltre, come per dire: ‘Hai visto?
«Si, ho visto, papà…» disse lui a voce alta al gatto nella solitudine del portico.
Si accorse che stava piangendo.
E poi lo risentì.
Prima, piano piano, e poi sempre più forte.
Tunf, tunf, tunf.

«Gli era passato, le dico, pareva tornato come prima ma adesso, adesso… aiutatelo vi prego…»
L’uomo sembrava avere più anni di quelli che mostrava, era agitato, gli occhi stanchi, il volto sfinito e senza pace. Accanto a lui un giovane allampanato: gettava occhiate rapide in giro, distratto, come se la sua presenza al pronto soccorso non lo riguardasse in nessun modo.
L’infermiera del triage non badava a loro e faceva finta apparentemente di non ascoltare. Leggeva dei documenti presi ad uno ad uno da una pila alla sua destra. Ogni tanto metteva un timbro con un colpo secco del polso e firmava nervosamente in calce. Dopo un po’ che l’uomo anziano non smetteva di parlare, lei disse direttamente al giovane evitando di fissarlo:
«Insomma lei, come mi parte di capire, crede di essere morto?»
«Come dice, scusi?» fece il ragazzo avvicinando un poco la testa verso il vetro separatore.
«Se lei crede di essere morto» continuò la donna ignorando la domanda «come pensa sia possibile che io le parli?» Rise con le labbra un po’ storte, compiaciuta per la sua logica inaffondabile.
Il ragazzo si fece ancora più serio.
«Per quel mi risulta è morta anche lei» rispose in un soffio.
La donna fece un impercettibile passo all’indietro, sorpresa. Ora fissava il giovane ed era rimasta senza parole; poi si rivolse all’uomo che accompagnava il ragazzo:
«Questo è un pronto soccorso non un reparto psichiatrico. Suo figlio ha probabilmente la sindrome di Cotard; è una malattia rara, ben inteso, ma è contemplata in letteratura e trattabile clinicamente; deve essere visitato da uno specialista… con una terapia adeguata e un’assistenza costante potrebbe persino condurre una vita quasi normale…» sentenziò con freddo distacco ritornando ai suoi documenti.
«Non sono suo figlio, ma suo nipote» ribatté il ragazzo che ora non sembrava poi così tanto giovane. «Se non fosse così come dico io, perché mai secondo lei avrei delle mani così flaccide e raggrinzite e le unghie nere… E guardi il mio cane, qui vicino a me: è morto stecchito, non lo vede? E pure mio zio lo è, che fa tanto il furbo…»
L’infermiera li squadrò con sufficienza. Quindi sbottò con sarcasmo:
«Le sue mani sono rosee e ben irrorate e non hanno nulla che non vada; il suo cane sta abbaiando e mi disturba tutta la sala d’attesa. Dal punto strettamente fisico, per quel che mi consta, lei sta benissimo… forse suo zio avrebbe bisogno di bere meno, ma questo è un altro discorso.»
«Ci pensi meglio» insistente il giovane alzando un indice indagatore nella direzione dell’infermiera. «Non le sembra da qualche giorno che il tempo non passi mai, che la sua giornata non abbia fine… che sia sempre giorno?»
«Facendo questo lavoro per otto ore di seguito e per la paga da fame che mi danno non potrebbe essere diversamente… Vorrei vedere lei…» fece la donna contrariata. «E ora uscite dalla fila per cortesia che me la state bloccando. Ho da fare…»
«Lei ha capito bene cosa intendevo dire…» incalzò il ragazzo. «È proprio sicura di non aver già avuto l’impressione che l’ora, come dire?, si sia come inceppata? Che questa scena l’abbia già vissuta diverse altre volte?»
La donna si irrigidì.
«Sì, forse, un pochino… ma cosa c’entra, vedo tanta gente. Ho solo bisogno di andarmene in vacanza, come tutti.»
«L’ho anche vista poco fa che rispondeva al cellulare… non le è sembrato di dire le stesse cose, alla stessa persona, come in un loop senza fine?»
La donna a quel punto posò il timbro e guardò prima il ragazzo poi il vecchio, come per avere una spiegazione. L’uomo anziano scosse la testa per poi volgere lo sguardo altrove, imbarazzato.
«Oddio… oddio… ma allora… ma allora…» cominciò a ripetere la donna retrocedendo e mettendosi una mano sulla guancia «e perché mai ho le mani raggrinzite e le unghie così nere?»
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