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Isolde

«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»

Dammi una mano

«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

Il Melaranci

«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

Incubi

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Giochi di ruolo

L’inserzione sul sito “JobsInTheSky”, pescato sul dark web, parlava chiaro:

Cercarsi giovane max 16 anni, abile nei giochi di ruolo, orario di lavoro contenuto, ottima paga; mantenere massima riservatezza; astenersi perditempo.

Ad Alf pareva un’ottima occasione per fare un po’ soldi, soprattutto ora che tutti i suoi amici se ne erano andati in vacanza e lui non sapeva che fare. “Abile nei giochi di ruolo, ma che diavolo…” pensò. Sarebbe stata una passeggiata.
Quando arrivò in bicicletta a Jakson Hill aveva pensato di aver sbagliato a prendere l’indirizzo. Ma poi dietro alla curva, in basso, seminascosta dalla vegetazione c’era una casupola o qualcosa di simile. Scese per il sentiero e, una volta davanti alla porta, senza campanello e senza indicazioni, bussò. Passarono pochi secondi e subito un uomo con la barba folta e gli occhi grandi venne ad aprire.
«Sono Alf Cooper, signore, e sono venuto per quel lavoro…»
«Sì, sì…» disse rapido l’uomo sporgendosi fuori dalla porta per vedere se c’era qualcun altro. «Entra.»
Dopo appena due passi fecero ingresso in uno studio, con scrivania, computer e una piccola libreria. La luce spioveva da un lucernario sul soffitto e illuminava il locale come la scena di un teatro. «Questo è un simulatore» disse l’uomo sbrigativo indicandolo da un lato. «Prima di assumerti dobbiamo sapere come te la cavi.»
«Cos’è ‘sto posto?» chiese il ragazzo guardandosi in giro.
«Non ti preoccupare, lo vuoi il lavoro?»
«Sì, certo!»
«Bene allora siediti! C’è tempo per le domande» e gli indicò lo sgabello. «Se passi il test lavorerai a un macchinario un po’ più complesso di questo. Dunque, guarda, è semplicissimo. Immaginati un comandante di un sommergibile da guerra. Devi controllare che queste lancette che regolano i livelli non scendano mai sotto lo zero. Vedi questa fascia dove i numeri diventano rossi?»
«Sì.»
«Perfetto. Se la lancetta va sui valori rossi, si accende ad intermittenza la relativa spia rossa: allora tu, subito, ripeto subito, giri lentamente la corrispondente manopola verso destra fino a quando la lancetta non ritorna al valore corretto. Ogni linea ha però un suo valore preciso e diverso: la linea A, 4.5, la B, 7.8, la C, 9.2… insomma è tutto scritto su questa tabella. Ricordati che l’apertura della manopola va fatta lentamente e solo con la spia rossa accesa perché spesso ci sono fluttuazioni fisiologiche dei valori normali che non sono significative. Bene…» disse battendo una mano sulla spalla del ragazzo «allora, ci vediamo fra un po’…»
«È tutto qui?» chiese Alf deluso.
«Ti sembra semplice? Ottimo, buon segno…» gli disse l’uomo sornione andandosene.
Alf rimase alla console per un’ora. Solo la lancetta D1 era scesa sotto lo zero e lui aveva azionato lentamente la manopola come gli era stato prescritto fino a quando la spia rossa intermittente non si era spenta. Le altre lancette avevano solo fluttuato di qualche grado, ma in modo leggero. Si era anche accesa da un lato una spia gialla fissa, ma non sapeva cosa volesse dire: dopo un po’ si era spento l’intero quadro con un rumore poco rassicurante.
«Hai fatto un buon lavoro, Alf» gli disse l’uomo tornando. «Mi sono dimenticato di dirti che, le rare volte in cui si accende la spia gialla, devi disattivare la console prima che si spenga da sola e ravviarla premendo questo interruttore qui; siccome però questa manovra azzera tutte lancette nei manometri, bisogna riportarle manualmente, come ti ho insegnato, ai loro rispettivi valori tabellari e nel più breve tempo possibile.»
«Ah… ho capito» fece Alf.
«Comunque non ti preoccupare: tanto non succede mai… La buona notizia è che sei stato assunto.»
«Davvero?»
«Certo, sei proprio in gamba. Hai avvertito i tuoi genitori che venivi qui?»
«No, nell’annuncio si raccomandava di mantenere la massima riservatezza.»
«Hai fatto bene, ma prima di procedere dobbiamo festeggiare. Ti va una coca? O preferisci qualcos’altro?»
«Una coca fresca andrà benone.»
L’uomo tirò fuori la coca da un frigo minuscolo la stappò e la servì in un bicchiere. Da un’altra bottiglia riposta sullo scaffale della libreria invece versò per sé in un tumbler un liquido ambrato.
«Benvenuto a bordo, allora, complimenti!» e batté tra loro i bicchieri con un suono argentino.
I due bevettero con calma; poi, posati i bicchieri, entrarono in un’altra stanza. Era molto più piccola della precedente: una poltrona ergonomica troneggiava al centro.
«Accomodati» lo invitò. «La tua console adesso si trova altrove e tu la raggiungerai con questa poltrona semovente.»
«Fico!»
«Per stare più comodo, però, ti metterò un po’ di cinture.»
«Cinture?»
«Sì, noi ci teniamo molto alla sicurezza dei nostri lavoratori… soprattutto quando sono così bravi come te.»
«Ah, grazie, allora è OK» fece il ragazzo provando a sorridere. Appena Alf si sedette l’uomo gli allacciò una cintura intorno alla vita e un’altra, obliqua, la tirò sul torace. Una terza cintura gli tenne bloccata la fronte e una quarta, sagomata, il mento; due fasce di cuoio, infine, gli cinsero strette le caviglie. Poi allungò un sondino estraendolo dal bracciolo di sinistra e, con grande perizia, glielo inserì nel naso.
«Come ti senti?»
«Bene» fece il ragazzo che aveva la lingua un po’ impastata.
L’uomo lo squadrò a figura intera e poi disse: «allora buon lavoro, Alf, rendici orgogliosi di te.» Spense la luce e si chiuse dietro la porta creando una specie di depressione nella stanzetta dove tutto fu immerso nel silenzio e nel buio. Il ragazzo se ne rimase lì, immobile, sulla sua poltrona. Si sentiva vigile, attento, ma anche rilassato e tranquillo come se fosse normale trovarsi in quella situazione.
Con un ronzio la poltrona si mosse. Prima di lato, come se le pareti non ci fossero mai state, e poi in discesa. Il tutto durò parecchi secondi fino a quando non sentì un clang di stop. Poi, d’un tratto, gli si accese davanti una console luminosa. Era enorme: almeno dieci volte quella su cui aveva fatto il test ed era molto più complicata; c’erano numerosi manometri e spie luminose di vario colore, ma anche leve, cursori e altre manopole piccole e grandi, graduate e non. La macchina emetteva un ronzio profondo che prendeva lo stomaco.
«Ciao…» si sentì dire dopo qualche minuto alla sua sinistra. Alf solo allora si accorse che a pochi metri da lui c’era una console identica alla sua e, davanti, una ragazza bionda seduta su una poltrona. «Mi chiamo Sophie e sono danese: sono qui da quasi un anno.»
«Cos’è questo posto?» gli chiese Alf che sentiva freddo.
«È una struttura clandestina di conservazione… ogni manometro in linea che vedi sulla console corrisponde al metabolismo di un organo umano specifico destinato al trapianto… e noi li manteniamo in vita. Siamo in quindici, qua sotto, credo, sedici ora con te.»
«Ma è pazzesco, come si fa a capire come funzionano tutte queste levette e interruttori?»
«Si impara, a forza di sbagliare.»
«Dici? D’accordo… e quando si va in pausa? Ho una gran fame…»
«Non si stacca mai, rimani legato a quella poltrona notte e giorno e ti nutrono con il sondino. I tuoi bisogni li fai per caduta attraverso un buco nella poltrona. Non ti sei accorto che non hai più vestiti addosso? Ogni quattro ore puoi però dormire per dieci minuti. E così via, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza mai fermarti.»
«Non è possibile! Ma cosa dici? È un lavoro molto ben pagato ma solo per poche ore al giorno e poi posso tornare a casa… c’era scritto sul sito…» disse lui agitandosi.
«Purtroppo non è così, mi spiace: a casa non ci tornerai più. Per fortuna con il sondino ti mandano già anche qualche sedativo, come quello che ti hanno messo nella bevanda quando hanno fatto il brindisi. La droga ti renderà più sopportabile tutto questo e non sentirai dolore, non troppo almeno. Il guaio è che ci si assuefa facilmente sicché devono aumentare continuamente le dosi…»
Nel frattempo alla console di Alf si era accesa una spia gialla.
«E che succede se mi rifiutassi di collaborare?» Alf non aveva finito di parlare che la console si spense e una scossa elettrica lo attraversò violentemente. Lo lasciò rigido, di traverso sulla poltrona, incapace di parlare e lì lì per perdere i sensi, ma non abbastanza per farlo. E subito un liquido verdognolo comparve nel sondino e gli finì in bocca.
«Ci si abitua presto anche alle scosse; e, vedrai, si capisce in fretta anche come fare per averne il meno possibile…» gli disse dolcemente Sophie, dopo un po’. «L’unica vera scelta l’avrai fra un anno esatto da oggi, anche perché per quella data costerai loro in droga molto di più del vantaggio economico che hanno a farti lavorare qui. Comparirà così sul bracciolo della tua poltrona un pulsante viola… Potrai premerlo in ogni momento e di colpo si staccheranno tutte le cinture che ti tengono immobilizzato alla poltrona e cadrai giù nello sprofondo sotto di noi. C’è un inceneritore là, da qualche parte, almeno così dicono, dove vanno a finire anche tutti gli organi che non riusciamo a far sopravvivere. Questo odore acre proviene proprio da lì. Se c’è l’inceneritore, in ogni caso, lo scoprirò fra pochi giorni. Questo è certo.»

A tavola

«Venga a vedere, capo…» gli disse Alvise accompagnandosi con un movimento rapido della mano.
Girolamo Fieschi, della impresa ‘Fieschi Bitumi & Asfalti’, guardò il viso del suo capomastro sulla porta. Era corrucciato e non prometteva nulla di buono. Posò sul tavolino il ‘giornaliero’ che gli aveva fatto definitivamente capire quanto fosse in ritardo con i lavori e uscì dal gabbiotto.
«Non ho mai visto nulla di simile, capo» disse ancora Alvise girandosi per un attimo verso di lui e procedendo spedito.
Giunti all’ampio scavo per il secondo plinto del cavalcavia, l’impresario notò che sul fondo c’era come un basamento di colore più scuro, liscio, una specie di enorme coperchio di terracotta come se un gigante avesse dimenticato lì la sua pentola per preparare il pollo alla creta. A perpendicolo e a pochi millimetri dalla terra, quasi volesse rispettare quel manufatto, l’enorme benna dell’escavatore era in paziente attesa.
«Cos’è?» chiese Fieschi meravigliato.
«A saperlo, capo.»
Scesero entrambi nella buca e l’impresario si mise in ginocchio ad accarezzare quella superficie tiepida quasi fosse la schiena di un animale preistorico addormentato e bisognoso di coccole. Il contatto era piacevole.
«Che faccio? Spacco?» chiese sbrigativo Alvise alludendo al braccio dell’escavatore che li sovrastava. Poi, visto che l’impresario non rispondeva, si mise a spiegare: «per me è solo una sacca d’aria; forse anticamente qui c’era una falda acquifera che poi si è prosciugata formando un tunnel di fango… Però ne volevo parlare prima con lei…»
Fieschi lo stava ascoltando e nel frattempo si lisciava la barba incolta che avrebbe avuto bisogno urgentemente di conoscere un barbiere. Pensò anche che avrebbe dovuto chiamare un geologo, per essere sicuri di cosa fosse veramente quella che sembrava una struttura; ma avrebbe perso un mucchio di tempo e la penale per il ritardo sino a quel giorno accumulato gli stava divorando tutto il profitto.
«Allora, che faccio? Spacco?» richiese Alvise smanioso di mettersi al lavoro.
Fieschi lo squadrò: il suo capomastro aveva un’espressione indecifrabile.
«Sì, spacca» gli rispose dopo un po’.
«Bene!» disse quello battendo l’una contro l’altra le mani guantate di giallo. E, morbido come un gatto, nonostante la corporatura sovrappeso, il capomastro risalì dalla buca entrando rapido nella cabina della macchina. Non diede neppure il tempo al suo capo di ritornare su. Assestò un leggero colpo di benna e l’intera volta in creta si sgretolò sotto i loro occhi. Una volta che la polvere si depositò minuta, dopo aver saturato l’aria in una nube densa, si disegnarono dal buio quattro sagome scure sedute attorno a una tavola. Avevano ancora brandelli di vestiti addosso, i corpi mummificati colti nella loro modesta quotidianità; sulla tavola di pietra c’erano persino i piatti di metallo, un coltello affilato e una piccola anfora. Fieschi rimase a bocca aperta.
«Ad occhio e croce è un insediamento del fine Quattrocento» disse una voce tranquilla dietro di lui. Era l’ingegnere-capo Bortoli, impostogli dal Comune, esperto di storia antica con addentellati politici nei palazzi che contano: ma tanto, tanto antipatico. «È un ritrovamento molto importante» aggiunse aspirando avidamente dalla sigaretta elettronica. «Si è sempre creduto, in verità, che da questa parte del fiume ci fossero degli sparuti insediamenti sin dal tardo medioevo, ma un’abitazione di questo tipo, proprio no! Qui addirittura ci sono quattro soggetti mummificati, in ottimo stato di conservazione, vasellame vario e chissà cos’altro: è una scoperta notevole… Complimenti vivissimi.»
«Come complimenti vivissimi!?! Non possiamo notificare il ritrovamento all’Autorità» lo anticipò Fieschi rendendosi conto che gli era uscita una vocina lamentosa.
«Certo che dobbiamo, altroché…» gli rispose l’ingegnere-capo come se avesse emesso una sentenza definitiva di condanna senza appello. «Abbiamo tutti dei doveri, persino lei, sa, cosa crede? Il ritrovamento non appartiene solo a lei o solo a me, ma a noi tutti, alla nostra Storia.»
Fieschi lo guardò bene in faccia per vedere se stesse scherzando. No, pensò subito dopo, purtroppo non stava affatto scherzando.
«Ci metteranno una vita a fare i rilevamenti usando il pennellino da trucco e la limetta per le unghie… li conosco» sbottò subito Fieschi indicando la buca. «Faranno mappe, cartine e papiri a non finire; per non parlare dei carotaggi, delle foto aree e dei video; sarà un andirivieni continuo di persone e strumentazioni di ogni tipo: ci vorranno insomma mesi… e io non consegnerò mai più questo cavalcavia… sono rovinato…» protestò l’impresario controllando questa volta il tono della voce.
Bortoli allargò le braccia. Come per dire: ‘la Storia ha i suoi tempi e i suoi costi’.
[space]
«E allora, capo, tutto a posto?» chiese Alvise aggiustandosi il casco in testa.
«Tutto a posto, Alvì, possiamo procedere…»
«Come mai non sono poi venuti quelli della Soprintendenza Archeologica?»
«Han fatto sapere che non era poi così importante…»
«Capisco… Ma le mummie, là sotto, non erano quattro?»
«Quattro? No no, Alvì, sono sempre state cinque… una era ben nascosta e non si vedeva.»
Le labbra di Alvise si aprirono in un sorriso enigmatico.
«È qualche giorno però che non vedo Bortoli…» chiese il capomastro fingendo di volgere lo sguardo in giro e tenendo fermo quel suo strano sorriso.
«Si è licenziato…» disse Fieschi guardando da un’altra parte. «Sai, come si dice: divergenze di vedute… faremo da noi e faremo prima.»
«Capisco… e allora, che faccio, capo? Copro?» chiese sollecito Alvise indicando il tubo dello sparacemento che gli toccava la spalla come fosse la proboscide di un elefante che lo stesse annusando.
«Sì!»
«Sicuro, sicuro?»
Fieschi annuì.
«Bene…» fece Alvise battendo l’una contro l’altra le mani guantate di giallo.
«VAI DI CEMENTO…» urlò agli altri.

«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

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