OneWay

Rowan era morto serenamente nel proprio letto. Di questo era abbastanza sicuro.
Un momento prima aveva sentito il peso del lenzuolo sulle gambe, il respiro farsi corto, la mano di qualcuno che stringeva la sua. Un momento dopo era in piedi in una lunga fila, sotto pannelli luminosi, con una valigia in mano.
La struttura aveva l’aria di un terminal aeroportuale. Nastri, tapis roulant, banchi per il check-in, gente che trascinava trolley. Una voce diffondeva annunci incomprensibili.
Quando arrivò il suo turno, posò la valigia sul nastro. La ragazza al banco portava un badge: BARBRA. Sotto, ONEWAY.
«Biglietto, prego».
«Non ce l’ho. Non so nemmeno perché sono qui».
Barbra mantenne il sorriso. «Non può non averlo. Forse le esce dalla tasca?» disse indicando un punto del suo giubbotto mantenendo il sorriso.
Rowan si guardò il giubbotto. C’era davvero un rettangolo di carta. Lo estrasse.
Il suo nome, la data di quel giorno, e una scritta che gli fece mancare il fiato:
CAUSA DEL DECESSO: arresto cardiaco.
Alla voce DESTINAZIONE, solo una sequenza di lettere e numeri.
Barbra passò il biglietto sotto un lettore. Il sorriso le si incrinò.
«Lei è in overdeading».
«Cioè?»
«Convocato in sovrappiù rispetto ai posti disponibili sulla partenza».
«Vuol dire che sono morto e non c’è posto per portarmi da nessuna parte? Dovunque sia questa parte?»
«Se non si presentano tutti, partirà regolarmente».
«Ma sono morti, come fanno a non presentarsi?»
«Ripensamenti dell’ultimo minuto, contrattempi. Le solite cose, sa com’è».
«No, non so com’è. Non sono mai stato morto prima. E poi io ho solo quarant’anni! Cosa sono morto a fare?» protestò Rowan.
«Capisco il suo disappunto. Lo farò presente».
«E se non parto?»
«Non dipende da me, signore. Le regole non le faccio io. Io sono solo un’impiegata. Però, in caso di mancato imbarco ha diritto a una compensazione. Permanenza temporanea. Manieri, castelli, vecchi alberghi».
«Per quanto?»
«Qualche decennio».
«Ma ritorno in vita?»
«Questo no. Lei rimarrebbe come ora… né morto né vivo. Presenza intermittente, prevalentemente notturna».
«Mi sta proponendo di fare il fantasma?»
Il sorriso di Barbra si allargò. «Non è poi così male. Vedrà, si divertirà. Non ha idea di come urla la gente quando ne vede uno…»
«Raggiunga l’area partenze. La chiameremo appena avremo la lista definitiva».
Rowan si allontanò con la valigia inutile.
L’area partenze era enorme e affollata. Trovò un posto libero. Poco dopo arrivò una ragazza sui vent’anni, zaino enorme, che non riusciva a sfilarselo.
«Aspetta». Rowan si alzò e la aiutò.
«Grazie, davvero gentile».
«Wren», disse lei tendendogli la mano.
«Rowan».
«Quasi ci facciamo il verso a vicenda» sorrise lei. «Terzo aereo questa settimana. Sto girando troppo per l’Europa».
Fu allora che Rowan notò l’ombra di Wren, netta sul pavimento. Guardò i propri piedi. Niente.
«Ma tu sei viva?»
«Certo. Sono solo stanca morta».
«No, voglio dire viva davvero».
«Sta bene? Ha una brutta cera».
Rowan si guardò intorno. Una famiglia con un’ombra sottile ma presente. Dietro, un vecchio col cappotto grigio. Nessuna ombra.
Un brivido gli attraversò la schiena.
«Ci sei già andato al duty free di questo aeroporto?» chiese Wren.
«No, sarà come tutti i duty free del mondo».
«No, questo è speciale. Hanno aperto lo stand di Pitchforks & Wings».
«Come hai detto?»
«Forconi e Ali. Roba fantastica».
«E come ci si arriva, se non ho la carta d’imbarco?»
Wren indicò una porta in fondo al corridoio. «Vedi quella porticina? È sempre chiusa, ma non a chiave. Nella tua condizione, se ci passi, non se ne accorge nessuno. Io, invece, non posso entrarci».
Rowan esitò, poi si alzò.
Lo stand era incastonato tra un bar chiuso e un negozio dalle vetrine vuote. Scaffali ordinati esponevano bottigliette ambrate ARIA COME SE FOSTE VIVI, penne per firmare testamenti con notaio gratuito, ali in miniatura in DOWNLOAD GRATUITO PREVIO ABBONAMENTO PLUS.
Un commesso gli si avvicinò, sorridente in un modo che ormai riconosceva.
«Cerca qualcosa, signore, o sta solo dando un’occhiata?»
«Sto solo… aspettando».
«Ah, ho capito, lei è uno standby, vero? Le consiglio i Suoni Dorati. Sono i suoni del Paradiso, in Alta Fedeltà. Da ascoltare sulla sua piattaforma di streaming preferita».
Rowan uscì senza comprare nulla. Tornò verso Wren, ma non finì la frase che aveva in mente di dirle.
In fondo al corridoio aveva visto Barbra. Procedeva sicura verso di lui, scansando i viaggiatori. Questa volta non sorrideva.
Quando gli fu davanti, abbassò per un istante gli occhi sull’iPad.
«Signor Rowan… senta…»
Lui deglutì.
La sveglia suonò.
Rowan spalancò gli occhi. La stanza era nella penombra. Non la riconobbe, né i giochi d’ombra che la luce che filtrava dalle tende che si muovevano sulla parete. Non capiva dove fosse. Rimase immobile ad ascoltare i suoni, caso mai li riconoscesse. Ma c’era un silenzio in quel posto che pareva rumore. Ecco, poi all’improvviso il verso doloroso della civetta.
Si portò una mano al petto. Il cuore non lo sentiva. Doveva essere ancora intontito dal sonno.
Si mise a sedere. Ma sì, era stato un brutto incubo. Solo un sogno assurdo. Cosa era andato a pensare!
Un aeroporto per morti. Mischiati ai vivi. L’overdeading. Che astrusità. Una hostess che gli aveva proposto qualche decennio da fantasma in compensazione del mancato volo. La Pitchforks & Wings.
Scosse la testa. Si alzò. Pensò che dovesse mangiare più leggero la sera. Non era più un ragazzino.
Sentì poi qualcosa nella tasca del pigiama. La tastò attraverso la stoffa. Poi mise la mano in tasca ed estrasse un biglietto.
Era il biglietto Oneway. C’erano ancora il suo nome e la sequenza alfanumerica sconosciuta. La data e la causa del decesso erano scomparse. Al loro posto, appena sotto la scritta STATUS, una sola parola:
STANDBY.

L’arma segreta di George

Horace entrò nell’open space del giornale Stourbridge News per andare a trovare, come faceva spesso, il suo amico “Bun” (soprannominato così dai colleghi, da “Bunny”, per via delle orecchie più grandi del normale, e addirittura, per alcuni, pure a punta). Non appena fece ingresso nella redazione, storse il naso.
«Qui qualcuno non si lava», se ne uscì senza mezzi termini appena scorse l’amico. «Dovreste aprire le finestre».
Bun lo salutò e poi annuì. Non era l’aria stantia, però, chiarì, ma di George.
«Chi è George?»
Bun era titubante, guardingo. Poi, disse sottovoce che George era quello che stava entrando in quel momento in sala. Un uomo vestito modestamente, che camminava con passo lento, dondolandosi un po’. Molto alto, quasi imponente, i capelli lunghi e bagnati sulle spalle. Lui stesso era fradicio d’acqua, i vestiti incollati addosso, tanto che a ogni passo lasciava una scia di bagnato per terra. L’aspetto era inquietante anche per via di una maschera di cuoio scuro che gli copriva parzialmente il volto.
«E chi è?», gli chiese Horace sempre più incuriosito.
Bun si era fatto serio. Le mani sulla scrivania come a cercare qualcosa. Era nervoso. Continuava infatti a osservare quello strano uomo che si avvicinava alle scrivanie dei giornalisti che, nel vederlo arrivare, si irrigidivano per poi chinare la testa e lavorare alacremente.
«Da dove sbuca?», insistette Horace.
Bun si toccò le orecchie, quasi per trarre ispirazione, se le lisciò un poco. Poi gli disse che George , così lo avevano soprannominato perché non si sapeva neppure chi fosse, lo avevano tirato fuori dal fiume una decina di giorni fa. Il medico legale ne aveva constato la morte. Era annegato per motivi ancora da accertare. La faccia e il corpo mangiucchiati dai pesci gatto. È per quello che aveva la maschera.
«Cosa vorresti dire… che è morto?», chiese preoccupato l’amico.
«Sì, proprio così», rispose Bun, continuando a seguire con lo sguardo George che nel frattempo, si era spostato diretto verso altre scrivanie. «La polizia ha riferito che era disteso sulla riva e il medico legale aveva appena constatato il suo decesso quando improvvisamente lui si è alzato da terra iniziando a camminare e rifugiandosi nel primo ufficio che ha trovato aperto, che poi è questo», disse indicando la sala. «Da quel momento, non si è più spostato da qui». E fece una smorfia.
«E la polizia non lo ha fermato? Non gli ha chiesto, cioè, spiegazioni?», chiese Horace.
Bun scrollò le spalle. «A quanto pare, il medico è piuttosto anziano e si sono detti che poteva aver commesso un errore nel dichiararlo morto. Non so dirti di più. Il giornale menzionava che avevano chiesto a George chi fosse e cosa ci facesse lì, ma lui non ha detto nulla. Se ne è semplicemente andato E poi, considerato il suo odore nauseabondo, hanno deciso di lasciarlo stare».
«Ed è venuto qui».
«Ed è venuto qui», confermò Bun con un sospiro. George si era messo a guardarlo. Bun subito abbassò gli occhi. «Nessuno evidentemente vuole scrivere nero su bianco che un cadavere che cammina sui propri piedi». E si mise a fissare il monitor fingendo di leggere qualcosa.
Horace, alzò anche lui lo sguardo verso George che, a sua volta, lo stava fissando con insistenza. Notò anche che gli impiegati in sala lavoravano in silenzio, il capo chino sulla tastiera che avevano davanti.
«Ma Mr. Allen non lo ha cacciato? So che è molto severo», chiese ancora Horace.
«Macché. Anzi, ha scoperto che, come supervisore, è eccezionale. Da quando c’è lui, non ci sono più distrazioni e tutti arrivano puntuali. La produzione è aumentata. Sono diventati tutti impiegati modello».
«Persino tu?», chiese Horace prendendo in giro l’amico.
Bun però non rise. Deglutì rumorosamente.
«Ma cos’ha di speciale, questo George? Come fa a farli rigare dritto?», chiese spiegazioni Horace.
Bun si fece di nuovo silenzioso. Era visibilmente a disagio. Poi mormorò: «Ha un’arma segreta».
«Un’arma segreta?», ripeté Horace, incuriosito.
Nel frattempo, Horace si accorse di aver perso di vista lo strano tipo. Pareva sparito. Poi, un odore dolciastro di carne avariata gli arrivò al naso. Si girò e vide George che lo sovrastava. Sussultò. Da vicino, George appariva ancora più massiccio e minaccioso, soprattutto a causa della inquietante grossa maschera che gli copriva due terzi del volto. Un rivolo d’acqua gli scivolava lungo il mento e cadeva sulla scrivania di Bun, formando una pozza ai suoi piedi.
George a quel punto si mise a gesticolare nella direzione di Bun.
«Che dice?» chiese Horace al suo amico.
«Mi chiede chi sei. Dice che non gli risulta che tu sia un dipendente».
Horace allora si rivolse a George e, scandendo bene le parole come se parlasse a uno straniero un po’ sordo, disse: «Sono un amico di Bun. Sono venuto a trovarlo e a portargli un muffin caldo».
George lo ascoltava, ma sembrava un po’ lento a capire, come se facesse fatica a elaborare quello che gli veniva detto. Poi si girò verso Bun e gesticolò di nuovo.
«E adesso che dice?» chiese ancora Horace.
«Dice che te ne devi andare. Stai disturbando il mio lavoro. Sono già in ritardo con un pezzo che devo finire in giornata», rispose l’amico.
«Ed è vero?» chiese Horace.
«Purtroppo, sì», confermò l’amico.
Horace sorrise a George. E gli scandì bene le parole:
«Va bene, non appena Bun finisce il muffin, vado via». Ma, mentre gli stava parlando, si accorse che il suo amico gli stava vistosamente facendo di no con la testa.
Sentita la risposta, George, con un certo ritardo come se si ripetesse più volte nella testa le parole di Horace, si curvò su di lui e gli alitò in faccia con tutto il fiato che aveva. Horace fu subito avvolto da un odore di marcio putrefatto. Cercando di reprimere i violenti conati che gli stavano squassando la gola e lo stomaco, si alzò di scatto e scappò via.

Un curriculum perfetto

Al Bar Sport, quello con il biliardino sgangherato vicino alla porta e il televisore sempre acceso sulle repliche delle partite, Gian Girolamo, che tutti chiamavano Giangi, stava mangiando avidamente un Magnicroc pistacchio e limone.
«Con l’entusiasmo che hai quando, parli di politica, dovresti candidarti alle prossime elezioni comunali», disse dopo un po’ con la bocca piena.
Tobia smise di mescolare il caffè.
«Io?»
«Proprio tu».
«Ma se faccio l’idraulico».
«Appunto».
«Appunto cosa?»
Nel bar era appena entrato per l’ennesimo bicchiere di rosso, il Botta, completamente ubriaco. Menico, il barista, stava cercando di mandarlo via.
«La gente si fida degli idraulici».
«Perché?»
«Perché quando li chiami arrivano, lavorano e se ne vanno. È già molto più di quello che fanno certi politici».
Tobia rise. «Lascia perdere, non fa per me».
«Guarda che non sto scherzando».
«Ma non capisco niente di politica».
«E proprio questo che ti rende competitivo».
Tobia lo fissò.
Menico aveva accompagnato alla porta il Botta che, sorridendo, lo aveva prima salutato e poi era rientrato un secondo dopo. Era già il suo terzo tentativo.
«Anzi, se sapessi qualcosa rischieresti di sembrare uno competente», aggiunse Giangi. «Mi faresti sfigurare gli altri del partito». E diede un altro morso al gelato così rapidamente che per poco non si staccava un dito. «Anche se qualcosa che non va purtroppo ce l’hai».
«La voglia?»
«Il curriculum».
«Io il curriculum ce l’ho».
«Pensi di averlo».
«Ho quello da idraulico. Sono ventidue anni che faccio questo mestiere. Ho fatto poi anche corsi sugli impianti d’irrigazione satellitari».
Menico stava riaccompagnando il Botta fuori dal locale. Stanco di fare avanti e indietro lo ha appeso per il bavero, appena fuori, a un gancio al muro. Il Botta continuava a sorridere e a muovere i piedi all’aria.
«Non servono a niente».
«Come sarebbe?»
Giangi abbassò la voce.
«Dimmi una cosa».
«Dimmi», fece lui avvicinando la testa a quella dell’amico come un carbonaro.
«Hai mai avuto una condanna?»
«Certo che no».
«Nemmeno una denuncia?»
«Nemmeno», rispose soddisfatto.
«Ecco… Allora, messa così, è dura».
«Perché?»
«Perché sei incensurato».
«Sarebbe un difetto?»
«Oggi sì».
Tobia rimase in silenzio.
«Capisci il problema?»
«Veramente no».
«Come fai a presentarti davanti agli elettori con una fedina penale immacolata?»
«Pensavo fosse una bella cosa».
«Una volta. Ora non si usa più.»
«Ma come?»
«Così mi sembri un notaio, un avvocato. La gente diffida dei bravi ragazzi…»
«Che c’è di male?»
«Fai troppo primo banco, troppo professore. Troppo “saputo”».
«Saputo…?»
«Ma sì, ci vuole un po’ di vissuto. La gente si vuole identificare. Devi essere uno del popolo, dimostrare di saper navigare tra le intemperie della vita…».
«E quindi?»
«Quindi ci vuole una bella imputazione».
Tobia deglutì.
«Stai parlando sul serio?»
«Altroché».
«E come faccio?»
«Semplicissimo».
Giangi guardò a destra e a sinistra, come se qualcuno potesse ascoltare. Con l’aria da cospiratore di prima.
«Vai dal mio amico, il funzionario Biagio Truffolotti».
«E poi?»
«Cerchi di corromperlo».
«Corromperlo?»
«Hai qualche abuso edilizio da fare?»
«Vorrei chiudere il terrazzo con un giardino d’inverno, ma mi hanno già detto di no, problemi di distanze. Così ho lasciato perdere».
«Perfetto. Vai lì. Gli racconti la storia. Lui ti dice di no. Tu fai capire che sei disposto a trovare un accordo. Che ti manda l’amico di un amico…».
«Un accordo?»
«Con una bella busta».
«A chi devo scrivere?»
«Ma no, che dici?… con dentro dei soldi… veri».
«Mille euro?»
Giangi quasi si offese.
«Mille euro? Vuoi fare una figuraccia? Almeno diecimila. Sennò poi gli inquirenti se la danno e la cosa non funziona».
«Diecimila?»
«Davanti a lui apri anche la busta, mi raccomando così le telecamere riprendono tutto. Sarà la prova».
«Ci sono le telecamere?»
«Certo, ormai sono dappertutto».
«E poi?»
«Il funzionario si indigna, ti denuncia e ti processano».
«Ma così mi condannano».
«Con la condizionale, però. In galera, in Italia, non ci va più nessuno. E poi, noi del partito, ti pagheremmo l’avvocato, l’abbiamo già fatto, e eccoci qua: mi diventi un presentabile».
«Impresentabile, vuoi dire».
«Una volta».
Tobia rimase a riflettere.
«Tutto ciò potrebbe avere anche una sua logica».
«Certo che ce l’ha».

Due giorni dopo Tobia bussò alla porta dell’ufficio dell’assessore Biagio Truffolotti.
Gli spiegò del giardino d’inverno.
Ricevette il previsto rifiuto.
Poi Tobia estrasse lentamente la busta.
La aprì. Le banconote erano perfettamente allineate.
Diecimila euro.
L’assessore osservò il denaro.
Poi guardò Tobia.
Prese la busta. La pesò con la mano.
La aprì di nuovo. Contò lentamente i soldi.
Li richiuse. Li infilò nel cassetto della scrivania.
Sorrise. Guardò Tobia.
«Diceva?», chiese.
Tobia rimase immobile.
«Ehm… niente… va bene così, allora…». Avrebbe voluto dire qualcosa in più meravigliato da quel comportamento, ma le telecamere…
«Arrivederci».
«Arrivederci».
Uscì senza capire.

Dieci minuti dopo Tobia era già al Bar Sport.
Raccontò tutto a Giangi che diventò pallido.
«Impossibile».
«È successo, ti dico».
«Andiamoci subito».

L’assessore li ricevette.
Giangi indicò Tobia.
«Due ore fa è stato qui, il mio amico», e lo indicò.
L’assessore lo osservò.
«Mai visto».
«Ti ha dato una busta».
«Quale busta? E perché mi dà del tu?»
«Con diecimila euro», insistette.
«Ma che fa, scherza? Come si permette?»
«Per le telecamere» si intromise Tobia.
L’assessore scoppiò a ridere.
«Quali telecamere?»
Seguì un lungo silenzio.
Poi premette il pulsante della sicurezza.
«Accompagnate questi signori all’uscita».

Rimasero qualche secondo sul marciapiede.
Tobia guardò Giangi.
«Io non ci ho capito niente», sbottò Tobia.
Giangi continuava a fissare il portone del Comune.
Scosse lentamente la testa. Sembrava sinceramente deluso. E confuso.
«Si sono fatti furbi» ne concluse Giangi scuotendo la testa.
Tobia ci pensò sopra.
«Senti…»
«Dimmi».
«Per il curriculum…»
«Sì?»
«Una rapina al supermercato fa troppo anni di piombo?»
Giangi rimase in silenzio. Sembrava valutare seriamente la questione. Poi disse:
«Direi che per il curriculum è meglio allora una truffa sui fondi pubblici. Ti spiego come fare…»