Il sicario (seconda parte)

[RIASSUNTO della puntata precedente: Un agente, consapevole di aver 
fallito nella sua ultima missione tanto da essersi fatto scoprire, 
si accorge che da un paio di giorni si è installato sotto casa sua 
un uomo dall'apparenza non minacciosa e forse per questo ancora più 
pericolosa. Tutto fa pensare che possa essere un sicario mandatogli 
da qualcuno per eliminarlo]
leggi la puntata precedente --> Il sicario (prima parte)

Dormì poco e male. Il sapersi braccato fin dentro il suo appartamento lo angustiava. Il telefono squillò ancora nella mattina, per ben due volte a distanza di qualche secondo. Quello sembrava essere l’unico interessamento dell’Organizzazione per il suo enorme problema. Non potevano pensare che gli fosse successo qualcosa? Che era in trappola? Bella roba, pensò, dopo tanti anni di onorato servizio, ora lo lasciavano lì a far la fine del topo… Se solo avesse potuto rispondere…
Passò una giornata d’inferno. Rimase ancora senza mangiare. Il sicario si trovava sempre nell’incavo del portone difronte a casa sua. Da dietro le tendine vedeva che ogni tanto se ne usciva un poco allo scoperto per guardare in su nella sua direzione.
Doveva fare qualcosa, non poteva andare avanti così. Verso mezzanotte maturò l’dea che avrebbe dovuto semplicemente eliminarlo. Questo gli avrebbe permesso di allontanarsi per un po’ e aspettare che la situazione si chiarisse.
Ci pensò ancora su. Ci pensò molto: poteva essere davvero rischioso.
Alle due, accertatosi che il sicario era ancora lì immobile come un messaggero di morte, andò nel suo armadio e tirò fuori la valigetta nera. Dentro, i diversi pezzi in cui era suddiviso il suo fucile speciale a infrarossi. Prese la scaletta interna dietro alla cabina dei comandi dell’ascensore e salì sul terrazzo. Dopo aver infilato i guanti, montò l’arma, con grande cura e mani esperte. Da ultimo montò il telescopio e il dispositivo ad infrarossi. Si avvicinò alla balaustra e provò ad inquadrare la sua vittima nel mirino. Da quell’altezza Jack poteva vedere molto bene il suo uomo. Anche se era appoggiato allo stipite del portone, poteva intravvedere tutta la testa e parte del busto. Poi posò l’arma. Chiuse gli occhi come per soppesare i pro e i contro. Sì, quella poteva essere la soluzione migliore anche se ovviamente non definitiva. Avvitò il silenziatore. Ora il fucile sembrava immenso più simile ad una lancia antica che a un fucile micidiale. Accese il mirino ad infrarossi e la lucina rossa andò a posarsi proprio sul cappello dell’uomo. Tirò fuori dalla tasca il proiettile blindato; caricò l’arma lentamente ma con decisione. L’uomo si mosse. La lucina ad infrarossi andò a sbattere sul portone dietro all’uomo. Poi questi ritornò sulla sua posizione di prima. Il sicario portò la sigaretta alla bocca. Fu l’ultima volta, perché Jack trasse a sé dolcemente il grilletto, senza strappare, con aveva fatto tante volte, con indubbia maestria. L’uomo si accasciò su sé stesso come un fantoccio. Un bel lavoro, non c’era nulla da dire. Il bersaglio non fece neppure alcun rumore, sembrava che gli avessero tolto la corrente e fosse rimasto inattivo, lì sul posto. In fretta Jack smontò l’arma, il mirino e il silenziatore. Tornò nel suo appartamento dove ripose la valigetta con l’arma dopo averla smontata. In un attimo fu in strada e con la sua macchina si mise a ridosso del corpo senza vita dell’uomo che aveva appena ucciso. Come pensava, non vi erano tracce di sangue. La pallottola UKS ad alta velocità che aveva adoperato consentiva la coagulazione immediata del sangue al foro d’entrata e, allo stesso tempo, una piccola, ma devastante esplosione all’interno del corpo. Era letale, ma non distruttiva. Con pochi gesti mise il corpo nel portabagagli. Imboccò la strada verso sud poi deviò, dopo qualche miglio, per la Foresta. Entrò nella Casupola 5F. Le vittime le portava sempre lì. L’Organizzazione s’incaricava poi di ritirarle per eliminare ogni traccia. Poco fuori dalla porta girò la sedia a sdraio verso il muro: era il segnale convenuto quello che c’era un ‘pacco da smaltire’. Forse ci avrebbero pensato loro ancora una volta. O forse no. Dopotutto ora non gli importava nulla.

Continua la prossima domenica --> Il sicario (terza e ultima parte)  

Il sicario (prima parte)

Era già un po’ che Jack guardava quell’uomo fermo giù in strada. Se ne stava all’interno della macchina parcheggiata all’angolo della strada con una ruota sopra al marciapiede. Fumava. Fumava molto quell’uomo. Una sigaretta dietro l’altra, ma non sembrava nervoso, solamente aspettava, aspettava, come se fosse l’attesa la sua principale occupazione.
‘Lo sapevo’ si disse Jack agitandosi e andando in lungo e in largo per la stanza ‘non avrei dovuto accettare quell’ultimo incarico’. Era stato troppo rischioso per lui, troppo maledettamente rischioso. Ma in fondo non aveva avuto scelta. Erano tempi duri, quelli. Se non avesse accettato il contratto, qualcun altro meno scrupoloso di lui lo avrebbe fatto al suo posto. E così aveva accettato, aveva accettato e aveva fallito. Era bastato un errore banale ed era arrivato troppo tardi, di un secondo, forse due e il bersaglio era fuori tiro. Un errore imperdonabile, per le implicazioni internazionali e anche perché era sicuro che si erano accorti della Organizzazione e sicuramente anche di lui. Tanto da essere sicuro che la sua copertura alla biblioteca fosse saltata. E ora forse lo stavano spiando proprio in attesa di una mossa falsa. E probabilmente era la stessa Organizzazione ad averlo venduto. Sarebbero stati capaci di tutto, quelli!
‘Adesso, cosa sarà meglio fare?’, si domandava Jack stropicciandosi le mani nervoso. Avrebbe dovuto avvertire il suo contatto più prossimo? Avrebbe dovuto chiamare il suo supervisore? Ma no, ma no. Figuriamoci! Se erano arrivati a lui, a quell’ora avevano già messo sotto controllo il telefono. Forse erano persino riusciti a piazzare qualche microfono in casa o stavano registrando attraverso i microfoni direzionali magari proprio dall’edificio accanto. Probabilmente quell’uomo là in strada era stato messo solo per fargli commettere qualche sciocchezza.
Nel primo pomeriggio aveva preso a piovere forte. L’uomo, dentro alla macchina ogni tanto faceva andare il tergicristallo. Non riusciva a vederlo bene in faccia, ma si accorgeva che di tanto in tanto alzava lo sguardo in su. Uno sguardo un po’ vago, certo, come se non fosse diretto a lui; come si faceva del resto in casi consimili, lui lo sapeva bene.
Poi a Jack venne in mente che se fosse uscito di notte avrebbe eluso la sorveglianza. Gli sarebbe bastato raggiungere il telefono pubblico più vicino per avvertire il suo contatto di emergenza. Decise di aspettare l’imbrunire.
Se ne rimase tutto il giorno inchiodato dietro alla tendina della finestra, stando bene attento a non sporgersi troppo. Avrebbe dovuto solo attendere e, a giudicare dal cielo coperto, il buio non sarebbe poi tardato tanto.
C’era tutt’attorno un silenzio irreale. In quel condominio spesso si sentivano dei rumori soprattutto da parte dei vicini. Ma ogni cosa quel giorno sembrava tacere come se si fossero dati parola per innervosirlo maggiormente. Persino la pioggia non faceva rumore, benché vedesse che era abbastanza violenta da fare le bolle sul selciato. Prese ancora ad andare avanti e indietro per il suo monolocale dimenticandosi persino di mangiare.
Verso le venti squillò il telefono. Squillò una sola volta. Dopo un minuto un’altra sola volta. Era il segnale che volevano mettersi in contatto con lui. Ma Jack non poteva rispondere, non doveva rispondere. Pensò che dopotutto fosse un bene che non rispondesse. L’Organizzazione, sapendo che non abbandonava mai la casa prima del mattino, si sarebbe insospettita e avrebbe mandato qualcuno per vedere cosa stesse succedendo. Sapeva che facevano così. Era accaduto qualche tempo prima a un altro agente e lo avevano tratto d’impaccio.
Passò mezzanotte ed anche l’una e le due. Nessuno però si fece vivo. La situazione, pensò, era più grave di quello che potesse immaginare. Forse l’avevano considerato spacciato e l’avevano abbandonato al suo destino. O forse, come temeva, erano stati loro stessi a ‘bruciarlo’.
Quando si riaffacciò alla finestra si accorse che la macchina non era più lì. L’uomo se n’era andato. Allora, pensò, che forse si era sbagliato. L’uomo poteva non essere venuto lì per lui. Decise di tentare di uscire. Si preparò a lungo, pensando bene a cosa mettersi. Si vestì di scuro e si travestì da donna per non correre rischi. Scelse una parrucca bionda e i tacchi alti che già aveva usato in un’altra operazione proprio l’anno precedente di quei tempi. Si truccò perfino. A Jack piaceva essere perfetto in ogni cosa che faceva. Ogni tanto interrompeva la vestizione, andava alla finestra e cercava l’uomo, là, in fondo alla via, caso mai fossero tornato. La strada sembrava sgombra. Con il cuore che gli batteva forte prese la borsetta e l’ombrello, giusto per ripararsi alla vista di chicchessia. Prese l’ascensore e scese.
Arrivato al portone indugiò dietro al largo portone di legno: trasse un lungo respiro e lo aprì di scatto. Non c’era nessuno: la strada era libera. Scese sul marciapiede, ma poi lo vide, all’improvviso, lì in piedi, al di là della via. Nell’incavo del portone di ferro dall’altra parte della strada; lo riconobbe dal cappello abbassato sul volto e dall’impermeabile. L’uomo appena lo notò, a sua volta, fece un passo in avanti guardandosi attorno ma poi in un attimo ci ripensò tornando a schiacciare con il corpo la parte più buia dell’edificio appiattendosi come per scomparire. Jack ebbe un soprassalto e con un balzo, rientrò subito nel suo palazzo riuscendo a sgusciare all’interno che ancora la porta non si era chiusa. Ora aveva la prova che quell’uomo stava aspettando proprio lui. Si tolse la parrucca con un gesto disperato come se avesse voluto strapparsi dalla mente anche l’idea spaventosa che davvero lo volevano morto. Dopo tutti quegli anni e i servigi resi. In subbuglio, salì le scale a quattro scalini per volta, ritornandosene al sicuro dentro casa sua.

La seconda puntata domenica prossima --> Il sicario (seconda parte)

Un treno carico di stelle (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO della puntata precedente: i passeggeri di un treno di lusso 
sono in viaggio tra paesi europei ed esotici; sembra un viaggio noioso 
e costoso, quando...] --> leggi la puntata precedente Un treno carico 
di stelle (prima parte)

Di lì a pochi minuti il treno si fermò di nuovo. Lo fece dando l’impressione che da quel posto non si sarebbe più mosso. Forse per il rumore che aveva fatto nell’arrestarsi, forse per il tipo di frenata.
Molti dei 233 passeggeri cercarono di aprire le porte. Ma erano sigillate con una chiusura centralizzata. L’idea che si era diffusa era che fosse meglio lasciare il treno il più presto possibile, non essendo più percepito come sicuro: qualunque cosa potesse accadere e ovunque i passeggeri si trovassero in quel momento occorreva andarsene. I viaggiatori, come fossero stati un unico animale da preda, avevano fiutato infatti il pericolo. Si pensò quindi che sarebbe stato più sicuro, anche a quell’ora, raggiungere la stazione ferroviaria più vicina o raggiungere una strada per chiedere un passaggio e tornare così in qualche modo a casa. Dopo tutto, pensavano, sarebbero stati protetti dalle norme internazionali e dal passaporto straniero.
Cercarono di entrare anche nella cabina del macchinista per ottenere lo sblocco delle porte, ma era chiusa dall’interno. Uno dei due australiani sparò diverse pallottole della sua 45 contro la serratura per poterne avere ragione, ma non ci fu nulla da fare.
Poi d’un tratto, nella cupa oscurità, si videro dei bagliori lontani come lame di una sofisticata arma sconosciuta; diventavano sempre più vicini fino a diventare abbaglianti. Ben presto non fu più possibile vedere nulla al di là dei finestroni sgranati sulla campagna come enormi occhi ciechi. Qualcuno stava puntando dei potenti proiettori al led contro il convoglio. Erano stati scovati, loro erano lì, e ora forse poteva accadere solo il peggio. Si sentiva infatti parlare una lingua incomprensibile. Qualcuno impartiva ordini secchi, concitati. C’era tramestio, vibrazioni, rumori di cingoli.
Oliver si accorse che a quella luce gli occupanti apparivano pallidi e tesi e la maggior parte di loro era terrorizzata. Si guardavano l’un l’altro come per trovare una spiegazione plausibile per quello che stava loro accadendo; si interrogavano soprattutto su una possibile via di fuga. Non c’era modo però di andarsene, né di comunicare con l’esterno e comprendere quali fossero le reali intenzioni degli insorti, se poi lo erano davvero.
Le due sorelle si misero all’improvviso a urlare dai vetri in direzione delle persone sopraggiunte gridando che loro erano solo turisti e che non costituivano una minaccia. Battevano le mani sui finestroni e gridavano a squarciagola ottenendo solo l’effetto sinistro che le loro voci rimbombassero insicure e disperate all’interno del vagone. Poi rimasero in silenzio percependo tutta loro impotenza.
In quel mentre, iniziò, molto vicino al convoglio, il crepitio assordante delle armi automatiche. C’erano anche colpi di fucile e scoppi di bombe e di mortaio. Tutti gli occupanti si stesero immediatamente sul fondo. Tranne i due australiani che si misero a sbirciare fuori cercando di venirne a capo. Poi ci furono altre esplosioni, urla agghiaccianti, strepiti, boati. Gli spostamenti d’aria facevano vacillare il vagone facendo sentire gli occupanti in balia di una forza oscura e soverchiante. Ben presto però si accorsero anche che, nonostante i vagoni fossero sotto quelle luci abbacinanti e che ci fosse tutto quello strepito e confusione, non un colpo d’arma da fuoco li stava colpendo. Era in atto una battaglia, era certo, ma loro non costituivano il bersaglio. Non si capiva bene chi stesse combattendo chi, ma di fatto il treno si trovava in mezzo ai belligeranti.
Fu quello il momento in cui si avvertì un tonfo.
Temettero tutti che qualcuno stesse cercando di forzare una porta per fare irruzione nel vagone. L’uomo che viaggiava con il figlio si piazzò appena dietro un ingresso. Brandiva un grosso coltello che luccicava ad ogni esplosione. Le due sorelle erano poco distanti. Si tenevano per mano incitando però con gli occhi l’uomo a fare qualcosa. Non sembrava tuttavia che il rumore provenisse davvero da quel punto. Pareva piuttosto che qualcosa avesse colpito un vetro.
Quando un proiettore che illuminava a giorno il convoglio cambiò angolazione fece intravvedere di cosa si trattava: era una mano mozzata rimasta appiccicata al finestrone e ora stava scendendo lentamente verso il basso lasciando una striscia di sangue sotto le dita e il palmo aperto. Ad Oliver parve di riconoscere tra quelle dita un anello che aveva notato fosse stato Abner a portare, ma non ne sarebbe stato poi così sicuro.
Le tre ‘dame’, questa volta, urlarono all’unisono spostandosi istintivamente dalla parte opposta del vagone. La donna misteriosa si era messa invece, stupita, a fissare la mano mozza; la seguiva con attenzione, incuriosita, mentre scendeva sbilenca sul vetro come fosse stato un raro esperimento scientifico, fino a quando non si staccò per cadere senza rumore tra i binari. Poi anche la donna cadde riversa da un lato. Un proiettile vagante, entrato nel vagone chissà come e chissà da dove, l’aveva appena attinta alla gola. Oliver si gettò su di lei per prenderla al volo e impedirle di battere la testa. L’appoggiò lentamente sul fondo dello scompartimento per poi vederla spirare tra le sue braccia affogata nel suo stesso sangue. ‘Che brutta morte!‘ ebbe solo modo di pensare, in quel momento.
«Dobbiamo uscire di qui…» fece il secondo australiano con uno sguardo che brillò nel buio «… o ci faremo ammazzare tutti.»
«Ce l’ha un’altra pistola da darmi?» chiese l’uomo anziano con la polo blu.
«Ci sono dei coltelli nella cucina del ristorante…» svelò l’uomo che viaggiava con il figlio mostrando il proprio di coltello.
In quell’istante, quasi fosse stata una risposta, con uno strattone che per poco non fece cadere i viaggiatori, il treno prese a muoversi di nuovo, ma con la stessa lentezza delle ultime ore.
In capo a una mezz’ora il convoglio si era lasciato dietro le luci fredde dei proiettori e i rumori della battaglia. Poi si arrestò di nuovo nella campagna infinita. Ora era il silenzio che la faceva da padrone ad avvolgere ogni cosa come un sudario. L’interno del vagone era nuovamente nell’oscurità più totale; si udivano qua e là dei pianti sommessi: difficile capire da chi provenissero.
Quindi, d’un tratto, si avvertirono degli scatti metallici. Era lo sblocco delle porte.
Subito tutti si precipitarono verso le uscite del treno e in pochi minuti i passeggeri furono sulla massicciata all’aria pulita e tersa della notte che pareva volerli mondare da ogni brutto ricordo.
Il cielo sopra di loro era ingombro di stelle. Oliver si guardò in giro. La massa scura del treno alle sue spalle era un animale preistorico appena addormentato. Gli arrivò un lontano rumore di risacca e il profumo del mare, quasi una promessa di salvezza ancora tutta da mantenere.
Poi, in un attimo, come topi usciti da un tombino allagato, i viaggiatori sparirono in tutte le direzioni. Incontro ciascuno al proprio destino.
(fine)

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Un treno carico di stelle (prima parte)

Nelle ultime tre ore il treno aveva corso a velocità sostenuta una campagna desolata che ogni tanto era interrotta qua e là da paeselli insignificanti che non si faceva in tempo a intravvedere che già erano stati inghiottiti da un paesaggio monotono, tipico di quella parte del globo.
Ad Oliver era sembrata una buona idea regalarsi per il suo pensionamento quel viaggio tanto reclamizzato. Più di tremila chilometri di fascino e mistero tra paesi ricchi di storia. Così c’era scritto sulla brochure. Ma, a parte un paio di capitali degne di nota, l’unica cosa piena di fascino e mistero, convenne, era rappresentata da una donna di mezza età, molto piacente, che se ne stava sempre in disparte, su una poltroncina tutta sua a guardare, senza mai stancarsi, dal grande finestrone dello scompartimento. Anche i pasti li consumava nel sontuoso vagone ristorante sempre da sola, mangiando poco e lentamente, con triste svogliatezza. Aveva cercato di saperne di più su di lei ma inutilmente, così come avevano avuto scarso successo i suoi timidi tentativi di avvicinarla.
Nello scompartimento, oltre a lei, c’erano altre tre donne attempate (le “dame” come le aveva soprannominate Oliver) che non stavamo mai zitte; dal momento della colazione fino a quando non bevevano lo cherry della buonanotte era tutto un chiacchiericcio fitto fitto, frammentato da risate sonore e rapidi cambi acuti di tono.
Inoltre c’erano due uomini d’affari australiani, vestiti in modo impeccabile, che parlottavano tra loro sommessamente, fumando un sigaro perenne, senza neppure dare un’occhiata al mondo che sfilava loro accanto. Se si fossero trovati anche altrove, che so, all’ora di punta sulla metropolitana affollata di Sidney, per loro sarebbe stato lo stesso. Completavano la carrozza un padre quasi completamente calvo con il figlio piccolo, due sorelle gemelle e un uomo anziano distinto con una polo blu elettrico.
Insomma, un viaggio noioso. Costoso e noioso. Si disse Oliver, tra sé e sé.
Poi il treno perse slancio fino a fermarsi in aperta campagna, quasi avesse perso la voglia di proseguire.
Fino a quel momento il viaggio era stato rigorosamente rispettoso della tabella di marcia, nonostante l’enorme tragitto trascorso e i molti paesi stranieri attraversati. Sicché quella fermata colse tutti di sorpresa.
Dopo circa dieci minuti passò tra i vagoni Abner, il capotreno/leader group, che annunciò pomposamente, come il maggiordomo di un antico manor inglese, che erano in attesa di istruzioni da parte della Centrale operativa di Edimburgo; non c’era comunque nulla di cui preoccuparsi. Ben presto avrebbero ripreso il viaggio e recuperato il tempo perduto. Nel frattempo, per scusarsi del disagio, il Tour Operator offriva ai passeggeri una flûte di Krug per ingannare l’attesa.
Purtroppo, a quei dieci minuti se ne aggiunsero altri e altri ancora.
Dopo due ore in cui ormai regnava malumore e disappunto generali, Abner via interfono avvertì che la situazione era precipitata e che, ci tenne a precisarlo più volte, ciò non dipendeva dall’Organizzazione. Nel Paese in cui si trovavano si era verificato un colpo di Stato: proseguire poteva essere pericoloso essendo la campagna battuta da rivoluzionari armati.
I due australiani, all’annuncio, si erano a quel punto alzati. Entrambi avevano estratto dal panciotto un revolver. L’uomo più alto, con la barba curata, teneva in mano addirittura una Smith & Wesson cal. 45 a sei pollici, alla cui vista le tre dame si misero una mano davanti alla bocca per non gridare. La donna misteriosa invece continuava a guardare fuori dai vetri, completamente assorta nei suoi pensieri, come se non avvertisse alcun pericolo. Le due sorelle erano al loro posto, agitate, mentre l’uomo che viaggiava con il figlio, in preda anche lui a un evidente nervosismo, si era messo ad andare avanti e indietro per il vagone. Oliver  avrebbe voluto volentieri invitarlo a sedersi, ma lo sguardo allucinato dell’uomo lo dissuase.
Dopo il tramonto le luci all’interno del treno non furono accese. Era per motivi precauzionali, fu detto. Era una notte senza luna e il buio avrebbe protetto il convoglio che sarebbe diventato così invisibile.
Arrivò il momento della cena, ma nessuno volle mangiare, neppure i piatti freddi che il ristorante aveva appositamente preparato per gli ospiti; così come nessuno volle ritirarsi nel proprio scompartimento per la notte. Dormire non sarebbe stato possibile. Regnava infatti sgomento e preoccupazione anche solo per l’atmosfera cupa e tesa che si era venuta a creare. Persino le tre dame si erano azzittite del tutto.
Inaspettatamente, erano appena passate le due, il treno si rimise in movimento. Procedeva in modo cauto, quasi non volesse far rumore né dar conto al mondo della propria esistenza. La campagna era nera a ricordare il fondo di un pozzo e, ogni tanto, l’ombra furtiva di un albero che sfilava accanto al treno sembrava un fantasma che gridava loro di scappare.
Alle tre e un quarto, mentre il convoglio procedeva ancora a passo d’uomo, si sparse la voce che Abner era sparito. Non era più sul treno, questo era certo. Lo avevano cercato per ogni dove, senza alcun esito. Questo fatto, come se la misura fosse stata colma per tutti, scatenò il panico.

Continua la prossima domenica --> Un treno carico di stelle 
(seconda e ultima puntata)

L’uomo del jogging (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO del post precedente: Un uomo di mezza età entra titubante 
ma fiducioso all'interno di un moderno e attrezzatissimo negozio di 
articoli sportivi; sotto gli occhi critici di un'avvenente signorina, 
lo serve in realtà un puntiglioso e petulante commesso palestrato 
--> leggi L'uomo del jogging (prima parte).

Dopo un po’ il commesso, serrando le mascelle volitive, domandò:
«Come sta ad autostima e a perseveranza nel praticare sport di fatica?»
L’uomo, che non si capacitava che un ragazzo gli potesse rivolgere una simile domanda, si schiarì alcune volte la voce. Caricò il peso del proprio corpo prima su una gamba poi sull’altra, quindi si rischiarì di nuovo la gola, in chiaro imbarazzo; poi si grattò la testa, là dove i capelli cominciavano già a diradarsi con entusiasmo, e quindi mormorò a fatica:
«Poco…»
«Come?» chiese spietato il commesso mettendosi teatralmente la mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Stavo dicendo… poco sia ad autostima che a perseveranza…»
«Ho capito» fece il ragazzo risfoderando il suo sorriso di plastica. «Vede» fece prendendo un altro pieghevole da una pila lì davanti; da uno studio dell’Università canadese di Montréal è emerso che c’è una percentuale molto elevata di neofiti, pari all’88,46%, che abbandona la nuova attività non appena trascorsa la prima settimana. Questo nostro dépliant spiega, con linguaggio chiaro e immediato, come seguire, in un comodo abbinamento con una nuova disciplina atletica, corsi on-line tenuti da un famoso mental coach motivazionale ma anche corsi intensivi di Kundalini Yoga, di mindfulness, per il controllo dell’ansia della rabbia e dell’insonnia…»
«Tutto molto istruttivo, non so come ringraziarla. Ma il conto me lo fa adesso, per cortesia?»
«Ma certo!» fece il ragazzo girandosi per andare alla cassa. Poi ci ripensò e tornò indietro.
«Senta… però…»
All’uomo crollò la testa sul petto. Almeno così sembrò perché il doppio mento gli ballonzolò in modo increscioso.
«Dove pensa di andare a fare jogging?» domandò ancora il commesso.
«In… in che senso?»
«Che so… ha in mente di andare sulla spiaggia, in strada in mezzo al traffico, in campagna?»
«Nel bosco… dietro a casa mia c’è un bellissimo bosco… vado a correre lì» rispose esasperato.
«Ah… nel bosco» ripeté il ragazzo sorpreso. Poi ci pensò un po’ su e da dentro una cartellina blu tirò fuori un altro dépliant.
«Vede… secondo un recente studio dell’università giapponese di Kyoto le persone che vanno a fare jogging in un bosco ha una probabilità del 43,56% di imbattersi in un cadavere…»
«In un…?»
«Sì, ha capito bene… un cadavere e se chi fa running si accompagna poi a un cane le probabilità addirittura aumentano… del 12,09%» disse soddisfatto di aver dato una informazione così accurata.
L’uomo non ci stava capendo più niente.
«In questo nostro pieghevole riccamente illustrato è riportato, con linguaggio chiaro e immediato, come comportarsi nell’ipotesi in cui si verifichi una evenienza simile; per esempio: non bisogna andare nel panico e correre via urlando, non bisogna toccare nulla e men che meno il deceduto, occorre avvertire subito le forze dell’ordine (che bisogna attendere sul posto per fornire le necessarie informazioni) e, se proprio si vuole essere utili, ecco che, con uno sconto imperdibile che vale solo per oggi, tanto che praticamente è un regalo…, si può usare un rotolo di nastro bianco e rosso, da assicurare ai tronchi degli alberi tutto intorno al ritrovamento, per preservare la scena del crimine…»
«La scena del crimine…» fece eco l’uomo attonito.
«Anzi, siccome lei mi è davvero simpatico… le vado a trovare il biglietto da visita del cugino del fratello della migliore amica della mia fidanzata che fa l’anatomopatologo; le do il suo cellulare così lei gli può telefonare e approfondire l’argomento… Che ne dice? Non è una splendida idea? Aspetti e torno subito!» e sparì di nuovo nel retrobottega. Ne riemerse pochi secondi dopo con un sorriso che avrebbe potuto fare la pubblicità alla giornata internazionale dell’igienista dentale: il cliente però non c’era più. C’erano ancora tutti gli indumenti da jogging sul bancone così come tutto il resto; oltre ai dépliant, ovviamente.
Il commesso si guardò in giro spaesato.
«Marta, hai per caso visto l’uomo con cui parlavo poco fa?»
«No, mi spiace Giastin, mi sono assentata anch’io per un attimo: sono andata in bagno.»
«Bene» disse ironico tra se e sé «devo ricordarmi di preparare un nuovo dépliant per casi di questo genere.»
(fine)