Erano passati quasi cinquant’anni dallo scoppio della bomba atomica. Le case erano spuntate dapprima timidamente e poi avevano conquistato gli spazi vuoti, il terreno sbancato e bruciato.
Oggi lo sguardo della gente si è fatto distratto, meno sensibile. Per riscoprire l’orrore che aveva attraversato quei luoghi occorre saper cercare. Forse in un museo, in un monumento, o su quella gradinata a est della città.
Il palazzo, eretto solo dieci anni prima dello sciagurato scoppio, cresciuto alla radice di quella gradinata, svettava su tutti gli altri. La sua struttura, di gusti troppo occidentali, non piaceva agli abitanti. Secondo loro non si adattava allo stile del quartiere. Costruito da una società straniera, la gente del posto lo chiamava “Lo Scatolone senz’anima”. Ma lui si ergeva ugualmente tronfio, appena indispettito per tanta ostilità.
Ma in meno di un secondo, era stato spazzato via, come un capello investito da una brezza improvvisa. Migliaia di tonnellate di cemento erano state scaraventate nel nulla. Vaporizzato.
Era rimasta solo la gradinata: cinque scalini di semplice marmo, coperti dall’ombra di uno dei condomini.
Quell’uomo sconosciuto tornava a casa o forse stava passando a trovare qualcuno. Nel rimirare quella silhouette lo si poteva pensare immerso nei suoi pensieri, angustiato da questo o quel problema o a cullare un sogno nel cuore.
Doveva sicuramente aver sentito anche il boato lontano. E si era girato con una espressione di meraviglia per quel sole che correva verso di lui per abbracciarlo.
Quando avevano lentamente ricostruito palazzi e negozi, la gradinata era rimasta lì. E, in cima ai gradini, dove c’era solo il vuoto, era ripartita la costruzione di una nuova abitazione. Questa volta più piccola, proporzionata in dimensioni alle drasticamente ridotte esigenze demografiche della popolazione.
L’ombra però era rimasta. Nessuno aveva pensato anche solo di spostarla. Anzi, ogni volta che si dovevano fare quei gradini per entrare o uscire dal palazzo, tutti evitavano la sagoma grigia. Passavano più in qua o più là, consapevoli di quello che rappresentava. Era la loro storia, e la storia di un paese, qualunque essa sia, non si calpesta mai.
Questo fino a quando l’intero palazzo non fu acquistato da un uomo del nord. Un uomo appartenente alla pletora dei nuovi ricchi che avevano fatto fortuna con il terziario. Osservare le tradizioni per lui andava pure bene, purché lo lasciassero in pace. Non gli importava di quella macchia antiestetica.
Ma alla giovane moglie sì.
Appena entrata in quel palazzo, la donna ingaggiò una ditta di pulizia specializzata per far scomparire quell’oscenità macabra davanti alla sua porta.
La ditta di mise al lavoro. Provò diversi prodotti, adottò diverse soluzioni. Ma alla fine fu tutto inutile. Il marmo poroso ne era rimasto impregnato, era un negativo tenace e indelebile. Un’impronta viva, avevano poi detto abbandonando il lavoro. Lì qualcuno c’era ancora. Forse poteva fare qualcosa il vecchio Ishida. Se era ancora vivo. Ma forse neppure lui.
La moglie non si arrese facilmente e di quelle superstizioni non sapeva cosa farsene. Non le interessava cosa fosse accaduto lì mezzo secolo prima. Quella macchia era brutta, antiestetica e questo bastava. Le tragedie, pensava, stavano bene nei libri o nei telegiornali, non davanti alla sua porta di casa.
Fu così che fece cercare Ishida, l’esperto in macchie di quel genere. Non fu semplice. Ma alla fine lo trovò.
Lui inizialmente oppose uno fermo rifiuto, ma poi fu convinto dal marito della donna con una somma che avrebbe messo al sicuro dai problemi finanziari persino i nipoti.
Il vecchio fece appello alla sua vasta esperienza. Ci lavorò senza sosta nel suo laboratorio per un mese intero. Poi si mise sui gradini del palazzo e, con ovatta imbevuta nel suo preparato speciale, tamponò i margini e l’interno della figura. C’era profumo di gelsomino e di verbena che aleggiava da quella pozione. Ma anche tanti altri profumi leggeri e delicati sconosciuti. Sembrava essersi portato dietro un giardino intero. Nulla che facesse pensare a qualcosa di caustico e aggressivo.
Durante i lavori, molti degli abitanti del quartiere si rivolsero a lui, implorandolo di non continuare. Sapevano che se qualcuno poteva farcela a smacchiare i gradini, questo era proprio lui. E lo volevano fermare finché era possibile.
«Lascia stare, Ishida, pensa a quello che rappresenta per noi».
Il vecchio era amato e ben voluto da tutti per la sua saggezza e generosità. Erano sicuri che avrebbe capito. Era un bambino piccolo quando scoppiò la bomba. E portava lui stesso, ancora addosso, i segni di quella terribile tragedia.
«Sono molto malato», diceva però a chiunque lo avvicinasse, «Non vivrò a lungo. Devo pensare a far studiare mio nipote. Devo anche aiutare mio genero con il negozio che non va tanto bene e… e mia madre… mia madre è in ospedale e ha bisogno di cure costose. Lasciatemi stare, non capite».
Dopo dieci giorni di duro lavoro, la sagoma sugli scalini era completamente scomparsa. Non c’era più nulla che ricordasse quanto era accaduto. La gente ora passava davanti a quei gradini più distratta del solito, senza nemmeno lanciare uno sguardo su quello che c’era. Nessuno si chiedeva più:
«Ehi… ma cos’è quella strana sagoma a forma di uomo?».
Rimase il silenzio.
E il silenzio a volte non ha rispetto, perché non ha memoria. Sorvola indifferente sofferenza e dolore, come un vento che spira senza direzione.
Il vecchio guardò la sua opera. Aveva fatto un ottimo lavoro, ma non ne era fiero. Si sentiva in colpa, come se avesse tradito la sua gente, i suoi genitori e chi era venuto prima di loro.
Provò ad alzarsi, ma avvertì un dolore intenso e prolungato al centro del petto. Un’oppressione gli devastava il torace e si irradiava alle braccia e al collo. Provò a sedersi per riprendere fiato, ma un dolore ancora più intenso lo fece sobbalzare, sfigurandogli il volto. Si accasciò sugli scalini.
Alcuni passanti cercarono di soccorrerlo e chiamarono un’ambulanza che arrivò in pochi minuti. La sirena urlava nella notte nel portarlo via, un corpo minuscolo in quella barella ipertecnologica.
Sui gradini erano rimasti i suoi tamponi, la boccetta profumata del suo preparato speciale e la sua fatica.
Passarono alcuni giorni, e poi lentamente l’ombra ricomparve sulla gradinata.
Il secondo idillio

Le candele tremavano più del consueto.
Sembravano rispecchiare più di qualunque parola il suo stato d’animo.
Da mesi vegliava insonne, persuaso talvolta di custodire le sventure dell’umanità. Con quell’eccesso che gli era proprio.
I dolori alla schiena si erano del resto fatti più frequenti e a volte provava fitte lancinanti. Gli bruciavano il respiro lasciandolo immobile qualunque cosa facesse.
Il giorno precedente gli era successo tirando giù un libro da uno scaffale alto della biblioteca del padre. Il dolore era arrivato all’improvviso e le sue dita si erano attorcigliate sul dorso del volume quasi volesse spappolarlo. Non aveva gridato, tuttavia.
Sarebbe arrivata la madre manifestando finta premura. E per dirgli non una parola di conforto, ma solo per cogliere l’occasione per sminuirlo, con la sua tagliente indifferenza, o farlo sentire inadeguato. Lei era fatta così. Forgiata a non sentire.
Come se per lui non fosse già arduo abitare quel corpo imperfetto.
Quella sera si sentiva meglio.
Tutto merito delle pastiglie del dott. Ricciardi che gli davano sollievo anche se temeva fossero proprio loro le responsabili di tanta insonnia. Non che lui fosse mai stato un dormiglione, ma certo che quel medicinale ci stava mettendo del suo.
E poi c’era quel nuovo disturbo.
Era iniziato un tremore strano alla mano destra. La mano dello scrivere. Intermittente, ostinato. Come avviso di un male più profondo. Il dott. Ricciardi aveva detto che non era niente e che sarebbe passato. Aveva fatto un faccia allarmante, però, squadrando la madre. E lui si era incupito. Non per il pensiero di morire, piuttosto di dover soffrire. Ancora di più.
Guardò giù in strada.
Era appena passato un legnetto.
Era il conte Ludovichi che tornava alla sua magione. Quella sera doveva aver fatto più tardi del solito, probabilmente con la sua nuova amante. Una popolana giovane e formosa che il fedele suo postiglione, Bernardo, gli doveva aver segnalato. I suoi movimenti al lavatoio, ripetuti e flessuosi, erano bastati al postiglione per segnalarla al conte. Gli sarebbe valso mezzo scudo, del resto. Così si diceva in paese. Così gli riportava Enea, col cesto delle verdure.
Giacomo nell’osservare la scena scosse la testa. Per fortuna a lui non sarebbe toccato di invecchiare in siffatto modo. Si sarebbe arreso ben prima, alla sua innata infelicità.
Gli parve di sentire un rumore al piano di sotto.
Restò un attimo in attesa. Era il padre. Si alzava sempre più sovente la notte. Poverino anche lui. La vecchiaia stava diventando un affare serio.
Esaminò ancora la strada. Il silenzio della notte stava saturando gli angoli della città, i sottotetti, i vicoli angusti. Prendeva possesso delle case, dei castelli, delle strade. I gatti tornavano meditabondi nella case degli umani mentre i passeri, per rifuggire l’umidità della notte, nascondevano ancora più nell’ala la testolina.
L’alba era lontana. Solo un’oasi di luce nella mente.
Le luci delle candele si agitarono ancora. Una, nel candelabro d’argento a dondolare sull’orlo del tavolino, addirittura si spense.
Prese un po’ di carta tra quelle appallottolate sul tavolino, e trasferì il fuoco da una candela accesa a quella ancora fumante.
Sì, c’era molta carta buttata via. Aveva fatto diverse bozze. Ma non ne era uscito nulla di buono. Mentre il primo idillio gli era arrivato di getto, ora, per il secondo, tentennava. Come se la porta del suo stesso cuore gli si fosse chiusa d’un tratto. Non gli accadeva sovente.
L’ultima frase nel primo componimento suonava già definitiva. Ma non voleva modificarla. C’era davvero tanto di lui in quelle sillabe. Il suo modo di annullarsi per essere un tutto senza voler essere niente.
Prese del tempo. Doveva riflettere. Forse no, non doveva. Riflettere è non ascoltarsi.
Mordicchiava la penna d’oca.
Quello che lo tormentava di più era quella sorta di incompletezza che gli veniva dalla sensazione di non aver scritto tutto quello che avrebbe voluto esprimere.
Poteva essere sbagliato proseguire. Inutile persino.
Era già naufragato una volta e non sarebbe valsa la pena riemergere dal profondo.
Estrasse il coltellino dalla tasca della veste da camera. Quello che gli aveva regalato lo zio Ottavio e fece la punta alla penna. In realtà l’aveva appena fatta poc’anzi, ma non era venuta bene. O era venuta troppo bene. Per la verità era inquieto. Di quella inquietudine che ti assale la notte come un ladro di campagna.
Doveva prendere quell’altra pastiglia, quella azzurra.
No, era troppo presto.
Aprì il calamaio. L’odore del tannino misto al ferro rugginoso dell’inchiostro gli investì le narici. Gli era sempre piaciuto quel profumo. Lo preferiva persino a quello della carta.
Gli ricordava quando era bambino e giocava con le barchette di legno nella fontana davanti a casa.
Giacomo serrò le palpebre.
Sentì l’emozione salire lenta dal petto come un’onda lenta, una benedizione inattesa.
Intinse più volte la penna d’oca.
Tolse l’eccesso di inchiostro sul bordo del calamaio e scrisse di getto:
E quando dal sommerso error mi desto,
e il guardo torna al colle e alla sua siepe,
non più mi finge vasti spazi ignoti
l’ostacolo consueto, ma rammenta
che l’infinito promana dal limite mio.
Così l’umano cor, povero e stanco,
da sé medesmo trae l’immenso e il nulla,
e nell’inganno suo trova conforto,
come fanciullo che nel buio inventa
luci lontane a consolar la notte.
Ma se mi desto intero e il ver mi pesa,
sento che tutto è vuoto oltre la siepe,
che il vento è voce vana e senza abisso;
e pur m’è caro questo error supremo,
ché senza lui sarebbe il viver morte.
Si arrestò.
Alzò la testa: una fatica improba che aveva messo a dura prova le poche energie rimaste.
Si sentì vuoto.
Dal tetto della casa di fronte, una civetta lo stava fissando curiosa. Aveva chiuso prima un occhio, poi l’altro riaprendoli infine entrambi. Lo giudicava?
Rilesse quello che aveva scritto.
Si alzò d’impeto dalla sedia. Lo stridore delle gambe sul pavimento si diffuse per la casa, secco e improvviso. La madre si sarebbe sicuramente svegliata ma, riconosciuto il passo, si sarebbe voltata dall’altra parte.
In quell’istante una fitta lo trafisse, dalla schiena alla nuca. Si chinò come ferito da un dardo.
Si puntellò con entrambe le mani sul pianale del tavolo per non cadere. Trattenne il respiro. Curvò di un lato la testa e i capelli gli scivolarono nel vuoto.
Rimase così per diversi minuti. In attesa che lo stiletto fosse tratto fuori dalla schiena.
Poi, lentamente, ritornarono i colori, i suoni della notte, il cigolare della casa.
Scosse la testa.
Aveva ragione lei, alludendo alla civetta che, nel frattempo, se ne era già andata per far scorta di cibo.
“Dopo ‘e il naufragar m’è dolce in questo mare’ non ci può stare altro”.
E così Giacomo prese il foglio su cui aveva appena scritto l’idillio e lo strappò in tanti pezzi.
Andò a coricarsi.
Non prima di aver fatto sparire quanto scritto nel caminetto acceso.
Galeotto fu l’albero
«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.
Una gerla per Kilmoreen

Finn O’Shea attendeva da ore, mentre Fergal, il tagliatore di torba, continuava a bere senza sosta. Finiva una birra e ne ordinava subito un’altra, senza dare segno di voler smettere. L’aria del pub era pesante e satura di fumo, come ogni sabato e l’odore di birra aleggiava come un miasma denso e gli stava dando alla testa. Nonostante la fibra ancora giovane, Finn iniziava a sentire la stanchezza. La giornata era cominciata all’alba nei campi ed era proseguita, come secondo lavoro, nel pomeriggio al pub The Red Rowan, il più frequentato nel villaggio. E adesso era già sera inoltrata.
Finn non aveva guadagnato abbastanza per tornarsene finalmente a casa. La sua “adorabile” moglie, Nessa, lo avrebbe preso a male parole, chiamandolo buon a nulla e incapace. Gli avrebbe rinfacciato per l’ennesima volta che avrebbe fatto meglio, quando era giovane, magra e bella, sposare Ciaran. Certo, avrebbe sempre puzzato di ossa bollite, ma nel campo dei fertilizzanti e della colla il suo spasimante era diventato un’autorità. E soprattutto, aveva fatto tanti soldi, il che le avrebbe permesso di fare la signora. Che ben meritava.
Finn contava dunque proprio su Fergal per dare una sterzata alle sue magre entrate. Il bracciante delle torbiere abitava lontano dal pub e quindi il compenso che poteva chiedere non era basso. Un mese prima, quando dovette trasportarlo a casa nella sua gerla perché alticcio come uno straccio dimenticato sotto un acquazzone, Fergal non lo pagò in denaro, ma con una grossa lepre. In casa ci avevano mangiato per tre giorni. Finn aveva persino macinato le orecchie, le zampe e la coda per fare un ragù squisito. Dunque, meritava aspettarlo. Anche perché in paese quel servizio lo dava solo lui. Ed era anche bravo. Ma sì. Occorre solo avere un po’ di pazienza. Ancora poco e Fergal sarebbe stato ubriaco a puntino.
Finn aveva usato la gerla solo una volta quel giorno. C’era stato Tadhg da accompagnare a casa. Anche se abitava vicino. Tadhg preferiva farsi portare sempre da lui. Soprattutto a causa del sentiero stretto che portava al suo cottage e dello strapiombo che lo costringeva, già da sobrio, a fare attenzione. Una volta era andato da solo con le sue gambe era finito giù nel burrone.
Finn aveva chiesto cinque pence per il servizio, ma Tadhg voleva pagarne solo due. Durante il viaggio, Tadhg si era difatti agitato, rendendo difficile il trasporto. Aveva anche insultato e imprecato contro tutti quelli che avevano incontrato, costringendo Finn a fermarsi per scusarsi al suo posto. Al momento di pagare, però, aveva tirato sul prezzo, sostenendo di non avere altro, e gli aveva mostrato l’interno di entrambe le tasche dei pantaloni.
«Bastava bere meno» lo aveva rimproverato Finn. Ma Tadhg già non lo ascoltava più addormentandosi sulla soglia di casa.
Ora era quasi mezzanotte e Finn era esausto.
Sapeva che l’alba sarebbe arrivata in un batter d’occhio e che la giornata sarebbe ricominciata da capo, uguale a mille altre della sua vita.
E stava per andarsene quando Fergal scivolò all’improvviso giù dallo sgabello, pagò l’oste e si diresse verso l’uscita.
Finn lo intercettò subito, cercando di sorridergli nel modo più cordiale possibile.
«Basket carry, Fergal?» chiese.
L’uomo, sui cinquant’anni dall’aspetto trasandato, con rimasugli di bacon e cavolo sulla barba incolta, si meravigliò di vederlo lì, accanto a lui, con quell’aria smunta.
«Macché», gli rispose sprezzante. «È una bella giornata e tornerò a casa da solo».
«Guarda che è notte, Fergal, e sta nevicando fitto fitto».
«Lasciami stare, brutto corvaccio impagliato», lo apostrofò Fergal, mandandolo a quel paese con un gesto della mano. Uscì rapidamente dal pub, dando una manata alla porta per aprirla. Finn era inebetito vedendosi sfumare il guadagno. Non riusciva a capire come riuscisse a stare in piedi, con tutta quella birra in corpo. A casa non ci poteva certo arrivare.
Guardò la sua gerla come se fosse colpa sua per come era andata. Forse si doveva mettere a trasportare solo legna da ardere.
«Puoi portare me, se vuoi», sentì biascicare alle sue spalle.
Finn si voltò e vide Fiona. trent’anni, bionda, i capelli lunghi scarmigliati, con un sorriso che avrebbe illuminato la notte. Finn era sempre stato innamorato di Fiona. Se sua moglie gli rinfacciava sempre di Ciaran, lui non le aveva mai detto invece della sua cotta per Fiona da quando aveva i calzoni corti. Lo avesse fatto sarebbe diventata gelosissima e ancora più insopportabile.
«Ciao, Fiona, come stai?» chiese lui preso dall’emozione. Si chiese dove fosse stata nel pub fino a quel momento: non l’aveva vista.
«Come vedi, sono piuttosto ubriaca. Abbiamo fatto una scommessa su chi beveva di più…», disse indicando qualcuno con la testa e cercando di articolare bene le parole. «Una vecchia storia, insomma».
Finn lanciò uno sguardo in fondo al locale. Due uomini erano piegati sullo stesso tavolino. Russavano profondamente.
«Mi porti a casa, allora, Finn? Non vorrai mica che una signora corra il rischio che qualcuno approfitti delle sue virtù…», e gli fece l’occhiolino. «Ah…», continuò dopo una pausa studiata «non ho più soldi. Li ho spesi tutti nel bere, anche se ho vinto. Ma ti darò un bel bacio, come ricompensa. Ti va?».
Finn era sorpreso che si ricordasse persino il suo nome. Non credeva neppure che per lei lui esistesse. Da ragazza era stata la donna più corteggiata di Kilmoreen. Aveva poi sposato il sellaio Shay Brennan, biondo, bello e aitante, che però era morto calpestato dal suo Draught. Fiona non si era più maritata né aveva frequentato nessun altro. Aveva continuato, con grande successo, l’attività del marito, guadagnandosi la fiducia e il rispetto dei compaesani. Viveva sola, non avendo avuto figli. Finn si stupì molto di trovarla in quel pub, oltretutto ubriaca persa.
«Certo, Fiona, accomodati», disse a disagio. Posò la gerla sul pavimento e la aiutò a salire dentro. Lei si accoccolò in ginocchio, trovando la posizione giusta. Poi, con arricciando il naso, urlò: «Si parte!»
Uscirono. I fiocchi di neve scendevano lenti e grossi come foglie.
Finn non aveva bisogno di chiederle dove abitasse. Lo aveva sempre saputo. Lei stava a Glen Path, nella parte est del villaggio. Anche quando si sposò.
«Vada a Glen Path, buon uomo», disse lei farfugliando e ridendo.
Finn annuì felice. Non riusciva a credere a quanto gli stesse accadendo. La splendida Fiona, l’amore segreto della sua vita, era nella sua gerla a pochi pollici da lui e la stava portando sulla schiena. Lei gli aveva persino promesso che all’arrivo gli avrebbe dato un bacio. Stava vivendo un sogno.
Si incamminò adagio, in preda a una sorta di torpore ovattato. All’incrocio con St. Finbarr’s Church prese la strada del torrente, senza fretta. Desiderava che quei momenti durassero il più a lungo possibile.
Nel frattempo, Fiona si mise a cantare in modo sgangherato un limerick che Finn non riuscì nemmeno a riconoscere. Il profumo di lei, però, nonostante le ore trascorse al caldo del Red, gli arrivò alle narici e lo turbò.
La campagna era completamente bianca e le sue erano le prime orme della notte. Solo una volpe in cerca di cibo lo aveva preceduto. L’effetto fiaba che stava vivendo fu ingigantito.
Imboccato il sentiero del torrente, sentì all’improvviso un liquido caldo scendergli lungo la schiena. All’inizio non riuscì a capire, ma poi sentì Fiona lamentarsi:
«Oh… mi spiace, mi spiace davvero, Finn».
Fiona se l’era fatta addosso per il troppo bere e a lui colava addosso la sua urina.
Finn posò la gerla senza dire nulla cercando di scrollarsi il liquido che, a contatto con l’aria fredda della notte, lo stava gelando.
«Come mi dispiace, Finn. Scusami tanto. Sono mortificata», cantilenava Fiona.
«Non ti preoccupare», le disse, cercando di calmarla. «Non è niente, può capitare»
«La verità è che non ci sono più abituata a bere», disse schermendosi.
Finn riprese la gerla sulle spalle, con Fiona che ancora si scusava, e proseguì.
Voleva dirle che la prospettiva di avere un bacio da lei metteva in secondo piano qualunque intoppo avesse subito. Preferì però rimanere zitto e infilare un passo davanti all’altro.
Finalmente arrivò al cottage.
Finn appoggiò la gerla a terra, pronto ad aiutare la donna a scendere. Lei però si era addormentata, le mani sul bordo per appoggiare la testa con i lunghi capelli dorati che le scendevano di lato. Il tanto whisky ingurgitato aveva finalmente fatto effetto.
Prese la donna in braccio ed entrò in casa. La porta, come si usava nel villaggio, era sempre aperta. La portò così in camera da letto, la stese sulle coperte e la coprì con una pelle di montone che trovò ai piedi del letto. Era bellissima. Controllò un’ultima volta che stesse bene rimanendo per un po’ a guardarla sulla soglia come fosse un’apparizione. Si sentiva una cosa sola con lei, altro che bacio. Domani probabilmente lei non si sarebbe più ricordata dell’episodio. Lui l’avrebbe serbato nella testa, per sempre.
Poi se ne tornò a casa.
Nessa lo aspettava sulla porta. Senza proferire parola, gli tese la mano per farsi dare subito da lui i soldi della giornata. Lui le consegnò i pochi pence avuti da Tadhg, e lei iniziò subito a insultarlo per la pochezza di quanto guadagnato. Sentì il fetore di urina e il profumo di una donna. Gli urlò contro, accusandolo di aver speso i soldi con qualche donnaccia in una latrina. Lo spinse così fino al pollaio e lo chiuse dentro per la notte, insieme alle galline. Pensò che questo lo avrebbe fatto riflettere sulla vita che lui le faceva condurre. E poi allontanandosi gli disse dietro:
«Ah, se avessi sposato Ciaran».
Finn, disteso sulla lettiera delle galline fissò il soffitto. Tra le fessure delle assi penetravano i fiocchi di neve che si scioglievano prima di toccare terra, per il calore degli animali.
Pensò a Fiona.
Aveva un largo sorriso stampato sulla faccia.
Sospirò:
«Che giornata magnifica».
Le fondazioni di Dio
«Certo, la completerò come da contratto. Tuttavia, ho bisogno dei nuovi finanziamenti già richiesti nella lettera che vi ho inviato qualche giorno fa. E, naturalmente, dovete ritrovarmi Ramon».
«Per i finanziamenti non si preoccupi, Architetto. L’Asociación Espiritual, che ho l’onore immeritato di presiedere, li ha già stanziati. Mi scusi, non ho capito bene chi le dovrei trovare, Maestro».
«Ramon Alenyà i Corbera».
Bocabella era sempre nervoso quando parlava con il Maestro. Man mano che la Cattedrale dei Poveri prendeva forma aveva compreso ancor più la magnificenza del suo genio. E quando doveva discutere con persone che si dimostravano ben al di sopra della sua statura morale e tecnica, provava sempre un profondo rispetto paralizzante.
«Ramon, eh?» disse tra sé e sé.
Ma non era una vera domanda.
Bocabella stava cercando di ricordare dove aveva già sentito quel nome.
L’Architetto, che aveva preferito rimanere in piedi, come suo solito, ne approfittò per guardare fuori dalla finestra. Era stato un giorno di sole che aveva asciugato il cantiere dopo le piogge torrenziali dei giorni precedenti. Nei primi sbancamenti per le fondazioni si era formato un laghetto, e alcuni germani reali lo avevano scelto come luogo di sosta prima di riprendere la migrazione.
«Sì, è il mio agrimensore di fiducia. È stato licenziato da Capdevila, Direttore dei lavori iniziati alla Cripta della Colònia Güell, su vostra richiesta», spiegò l’Architetto, intuendo il pensiero di Bocabella. «È stato ingiustamente accusato di furto in cantiere. È ridicolo, lo conosco dall’infanzia, non farebbe mai una cosa del genere. E poi è un uomo di grandi mezzi. Non avrebbe nemmeno bisogno di lavorare per vivere nell’agiatezza. Figuriamoci rubare dei sacchi di gesso».
«Quindi, se ho capito bene, è solo un agrimensore?» chiese Bocabella, inarcando le sopracciglia. Ora gli era tornata in mente la vicenda. Ramon era andato in escandescenze per quell’accusa mossagli davanti alle maestranze.
«No, lui non è solo un agrimensore. È molto di più: è un collettore di informazioni, ma anche il mio addetto stampa, il mio faccendiere e chissà cos’altro. In più, mi sono rivolto a lui per delle ricerche fondamentali, che sto aspettando con trepidazione. Dopo il licenziamento, Ramon, però, è sparito nel nulla. Neppure a casa sanno dove sia finito. Sono tutti preoccupati».
«Va bene, Maestro. Ramon verrà reintegrato nel lavoro. Lo sposteremo in un cantiere diverso, fuori dalla portata di Capdevila. Mi spiace che si possa essere verificata una cosa simile. Provvederò personalmente a farlo venire da lei il più presto possibile».
Le ricerche dell’uomo richiesero più tempo del previsto. Ramon era un uomo orgoglioso e dal temperamento infiammabile. Non sopportava critiche né rimproveri. Pur avendo una capacità di lavoro invidiabile, doveva fare sempre a modo suo. Era inevitabile che entrasse in rotta di collisione con Isidre Capdevila, che, dal punto di vista caratteriale, era il suo opposto. Avevano litigato per una sciocchezza e quasi erano venuti alle mani. Isidre aveva poi montato una denuncia inconsistente di furto per far intervenire la committente e allontanarlo. Ora si temeva che Ramon potesse essere addirittura tornato in Messico da alcuni parenti.
Dopo un paio di settimane, un pomeriggio, l’Architetto era a casa sua a Park Güell, quando ricevette un biglietto. La grafia era inconfondibile: era di Ramon. Scriveva che voleva incontrarlo quella sera stessa alle 18, davanti alla chiesa di Sant Felip Neri. Aveva notizie importanti da dargli.
Il Maestro sbrigò le sue faccende. Andò al cantiere per rivedere i disegni della Torre degli Evangelisti. Non lo convinceva il gioco di luci ora che la Facciata della Natività era stata completata. La luce spioveva in modo diverso da come se l’era immaginata.
Poi si incamminò per Sant Felip per incontrare prima Ramon e poi dedicarsi alle sue preghiere serali.
Ramon era già sul posto da mezz’ora che lo aspettava. Era nervoso. Quello che aveva scoperto poteva cambiare ogni cosa, soprattutto per un fervente cattolico come Antoni.
L’Architetto doveva essere informato.
Poi, all’improvviso, Ramon lo vide attraversare la Gran Via all’altezza del Carrer de Bailèn. Il Maestro aveva, come suo solito, il capo chino, immerso nei suoi pensieri, le mani dietro la schiena.
Decise di andargli incontro. Si fermò in mezzo alla strada per far passare il tram veloce che sopraggiungeva alla sua destra. Ma Ramon non resistette e lo chiamò ad alta voce per fargli sapere che era lì.
«Maestro! Maestro!»
Lo vide alzare lo sguardo nella sua direzione e sorridergli. Poi udì lo stridio dei freni e un urto violento nella parte anteriore del tram, che si arrestò bruscamente. Il Maestro era stato investito.
Quando l’ambulanza partì per l’Ospedale, Ramon era ancora in mezzo alla strada, con le macchine che lo sfioravano, sotto choc. Antoni era lì, a pochi metri da lui. E ora…
Il giorno seguente, Ramon si recò alla Hospital de la Santa Creu, dove Antoni era stato trasportato. Insistette con l’infermiera per poter vedere il Maestro. Gli risposero però che tra i degenti non avevano nessun Maestro ricoverato. Solo un poveraccio che era stato investito da un tram. La coscienza di quell’uomo era comunque intermittente. Erano più i momenti di coma che di veglia. Non poteva quindi parlargli: insomma, era in fin di vita.
Allora lui si mise a gridare che non avevano riconosciuto il paziente. Non era un poveraccio, ma l’Architetto, l’Architetto di Dio. Dovevano salvarlo, dovevano farlo per il bene dell’Umanità intera.
Le guardie lo allontanarono con la forza. Ramon sbraitava, si agitava, urlava. Poi capì che era tutto inutile. Il destino del Maestro era segnato. E poi lui era ancora ricercato dalla polizia per quella storia maledetta di furto. Non gli conveniva dare nell’occhio. E se ne andò.
Camminò confuso per Barcellona, che ormai era sera. Aveva pensieri ingombranti che gli sgomitavano nella testa. Si sentiva in colpa. Era stato probabilmente lui a distrarre Antoni nel momento in cui arrivava il tram. Non se lo sarebbe più perdonato.
Giunse nel suo peregrinare senza meta fino al Moll de la Fusta, il molo infinito che dalla città piena di luci si distendeva come un braccio teso a ghermire il mare.
Lo sciabordio delle onde quiete cercò di calmarlo senza riuscirci. Si mise a osservare i giochi di luce di una luna riluttante a salire in cielo. Sentiva il ronzio della propria mente. Non riusciva a lasciarsi alle spalle quanto scoperto. Il cuore era in tumulto.
Quando Antoni si era rivolto a lui per sapere cosa si celasse sotto il terreno degli scavi prima che iniziassero i lavori per la Cattedrale, aveva trovato la richiesta alquanto strana. Tuttavia, il Maestro aveva insistito. Il Maestro, in preda a viva agitazione, gli aveva raccontato di essere stato più volte svegliato. Aveva sentito grida soffocate e sospiri disperati mentre dormiva nel suo studio-laboratorio allestito all’interno del cantiere. Attraverso le assi della baracca, aveva poi intravisto improvvisi lampi di fuoco che si levavano dal terreno senza fumo. Inizialmente si era spaventato, poi si era detto molto preoccupato.
Ramon aveva quindi condotto ricerche approfondite, consultando gli archivi comunali, le biblioteche più antiche e le librerie private. Fu però nello scriptorium monastico del Monestir de Sant Pau del Camp che finalmente aveva scoperto almeno una parte di verità. Anche se la notizia più importante l’aveva trovata in un manoscritto medioevale la cui ultima pagina, quella decisiva, era stata strappata: in altre parole, sul sito di scavo della Cattedrale si trovava un Cimitero di Anime Perdute. Le fondazioni di Dio in terra maledetta.
Colui che si nutriva del Male del mondo tornava ogni notte.
Non era stato semplice per Lui tumulare le anime perverse. Ma erano bastati i chiodi forgiati sul Golgota per tenerle bloccate appena sotto un velo di terra. Poi ogni notte, con il passo leggero del fuoco, Lui arriva personalmente per tormentarle. Dal dolore indicibile si sarebbe perpetuata la diffusione di nuova sofferenza? Questo suggerivano le parti mancanti del manoscritto? Ma poi la domanda più terribile: su un terreno simile poteva davvero essere costruita la Casa di Dio?
Sentì su quel molo che il vento stava rinforzando come fosse una risposta silenziosa ai suoi interrogativi. Un confronto con il Maestro era diventato indispensabile.
Ora la luna sembrava più lontana. Il cielo inaccessibile. Le nuvole trascolorate e livide.
“Forse,” pensò “con il Maestro in quelle condizioni, ogni lavoro sarà abbandonato”.
Ramon doveva liberarsi di quel peso.
Poteva dirlo a Isidre. Dopotutto era un uomo che conosceva il mondo, avrebbe capito, gli avrebbe creduto, nonostante il male che gli aveva fatto.
Forse era meglio parlarne anche con Bocabella. Se avesse solo voluto poteva porre fine ai lavori con una parola.
Poi le onde del mare cominciarono a ribollire, schiaffeggiando gli scogli neri per spostarli più in là. La voce del mare si fece potente per farsi sentire dagli angeli.
Si guardò le mani. Stavano tremando.
E un’onda anomala, alta e violenta, si abbatté su di lui, trascinandolo al largo.
