Digital Harvest

Il navigatore ricalcolò il percorso senza avvisarlo.
Oscar se ne accorse solo perché il simbolo della vettura sulla mappa cambiò direzione, piegando, al bivio, lungo una strada sterrata.
L’auto abbandonò l’asfalto con un sobbalzo più brusco di quanto si aspettasse. I sassi presero a sfiorare il fondo dell’auto. Li sentiva, anche se non li vedeva. Ridusse ancora la velocità, senza però fermarsi.
Avrebbe dovuto essere già arrivato. Il colloquio era fissato per le undici. Non c’era una ulteriore possibilità.
Pensò a Marta: le aveva detto che sarebbe andato tutto bene questa volta, con quella sicurezza un po’ recitata che usava quando non ne era convinto. Quarantadue anni. Tre anni senza un lavoro stabile.
La campagna si apriva ai lati della strada senza recinzioni. Campi larghi, uniformi, quasi senza alberi. Nessuna casa, nessun trattore, nessuna figura umana. Pensò che se qualcuno li avesse dipinti, avresti detto che il pittore li aveva immaginati; un posto così ordinato non poteva esistere davvero.
A qualche decina di metri, sulla destra, un palo inclinato reggeva un cartello rettangolare. Vernice bianca, lettere nere ancora leggibili.
Future Farm.
Lo guardò con curiosità, lo superò.
Il motore cambiò suono all’improvviso. Un ronzio più basso, un tremore leggero dal cofano al volante. La pressione dell’olio scese di colpo. L’auto si fermò. Il motore restò acceso per qualche secondo, instabile, poi si spense.
Tutto il silenzio entrò nell’abitacolo come se aspettasse solo quel momento. Con lui entrarono anche i colori, quella geometria dei campi, quel verde troppo uniforme, quell’ordine che non somigliava alla natura ma a una imitazione.
Sotto il motore, una chiazza scura si allargava lentamente tra i sassi. L’olio colava a filo continuo da una piccola apertura irregolare nella coppa. Un sasso nel punto sbagliato al momento sbagliato.
«Perfetto».
Compose il numero di Marta. Non partì nessun tono. Solo una presenza muta, come se la linea fosse occupata da qualcosa che non rispondeva.
La chiamata risultava attiva.
Durata: 00:03… 00:04… 00:05…
Nessun suono. Interruppe.
Il sole era alto ma non scaldava come avrebbe dovuto. L’aria restava piatta, satura di odori, senza insetti. Né uccelli in cielo. O movimento nei campi.

Si diresse nella direzione che il cartello indicava. Si era alzata una leggera brezza. Portava con sé un brusio lontano, costante, regolare. Un ritmo.
Dopo qualche minuto, il profilo di una struttura emerse dall’orizzonte. Linee pulite, materiali chiari, superfici riflettenti. Difficile dire cosa fosse.
Vide una figura che si spostava lungo una delle file. Il suo muoversi era monotono, senza esitazioni. Poi un’altra, più distante. E un’altra ancora. Più fissava il campo, più vedeva delle figure. Come parti integranti della campagna. Come alberi spuntati dal suolo. Non riusciva a definirle. Ma poi… ecco sì… le vedeva meglio: non erano persone, ma macchine.
Il loro rivestimento esterno era chiaro, opaco, senza segni di usura. Come lui vedeva loro ora loro potevano vedere lui. Nessuna macchina però si era voltato verso di lui. O interrotto il lavoro.
Oscar fece un passo più deciso verso il robot più vicino. Il braccio rallentò impercettibilmente, come se stesse ricalcolando i propri movimenti. Lui allungò la mano per attirare l’attenzione. Stava per toccarlo.
Il robot si fermò di colpo. Il braccio restò sospeso a metà traiettoria, in attesa.
Come se il sistema avesse un protocollo preciso: ignorare la presenza umana passiva e neutralizzare il contatto fisico.
Poi il primo segnale. Un impulso breve, secco, come in un test. A distanza, altri due risposero nello stesso momento.
Si levò quindi un suono pieno, senza variazioni. Attraversò lo spazio con precisione come a dividerlo a metà. Oscar portò le mani sulle orecchie. Non gli servì: il suono gli parve vibrare contro il cranio, contro i denti, contro il petto.
Due unità basse, su ruote, emersero tra le file dei robot. Scure, stabili, silenziose. Avevano la dimensione di due barboncini. Avevano persino la medesima aria innocua.
Un contatto rapido. Secco. All’altezza della caviglia.
La scarica arrivò rapidissima. Stordente. Le gambe cedettero. Le mani si aprirono. Il respiro si bloccò. Oscar cadde su un fianco, senza riuscire ad ammortizzare la caduta.
Vide il cielo per un attimo. Che si rovesciava. La linea dell’orizzonte che si inclinava.
Intanto le macchine del campo avevano ripreso il lavoro. La stessa metodica, la stessa solerzia. Non era accaduto nulla di rilevante.
Fu trascinato per i piedi, la faccia nella polvere. Una sezione del terreno si aprì davanti a lui. La vide appena, in tempo solo per capire di essere rotolato dentro. Come una cosa inanimata. La botola si richiuse.

Cadde atterrando su qualcosa di morbido. Nessuna luce. Nemmeno fioca.
Poi il fetore arrivò. Dolciastro e marcio insieme. Umido. Persistente.
La luce del telefono si diffuse a cono illuminando prima una superficie indistinta, poi un contorno. Non era terra. Era un volto. O quello che ne restava.
Corpi. Accatastati senza ordine. Livelli sovrapposti, compressi. Alcuni ancora riconoscibili, altri già deformati. Vestiti strappati, tessuti incollati tra loro, occhi spenti in volti incavati.
Tutt’attorno pareti lisce, senza appigli. Una vasca di cemento. La botola sopra la testa.
Forse era l’unica persona viva nell’intera farm.

Il telefono illuminò qualcosa incastrato tra due corpi. Un tesserino rigido, plastificato.
Future Farm. CEO.
Il volto nella foto era ancora riconoscibile. Un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, il sorriso di chi è abituato a essere fotografato. Lo aveva visto da qualche parte, un convegno forse o un servizio televisivo su qualche innovazione agricola, sistemi autonomi, il futuro dell’alimentazione. Aveva detto cose come efficienza e integrazione uomo/macchina, impatto zero. Aveva sorriso esattamente come sorrideva in quella foto.
Brutta fine, pensò. I sogni sanno prendere direzioni inaspettate. Come i navigatori.
Cosa era successo in quella farm?

Poi la botola si aprì. Un braccio meccanico scese dall’apertura, un’unità grande, articolata in più segmenti. Pareva costruita apposta per quella necessità. Si mosse tra i corpi senza esitazione. Non cercava. Non selezionava. Si limitava a scendere lungo una traiettoria predefinita.
La presa si chiuse su un corpo. Lo tirò su. Le braccia del cadavere penzolavano nel vuoto, la testa oscillava leggermente come se annuisse.
Di lato un’altra macchina. A rotazione lenta. Un cilindro e un’apertura capiente.
E iniziò a triturare. Poltiglia di carne e sangue rappreso sparata sui campi.
Concime.
«Aspetta!», gli uscì di dire.
La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica, definitiva.

Il tempo là sotto non si misurava. C’era solo il ritorno periodico del braccio meccanico, che Oscar imparò presto a percepire da un clic quasi impercettibile che la precedeva.
Pensava a Marta e a come l’aveva delusa anche questa volta. Al fatto che non avrebbe mai pensato di cercarlo lì.
Poi, una mattina udì qualcosa.
Una increspatura minima del silenzio.
«… non prende… il navigatore…»
Oscar sollevò la testa di scatto. Ma poteva sbagliarsi.
No no, era sicuro. Era una voce di donna. Fuori c’era una persona. Che fosse Marta?
Cercò di ammonticchiare i cadaveri uno sopra l’altro per avvicinarsi alla botola.
«Sì! sono qui! Aiuto, liberatemi», gridò.
La propria voce suonò roca, quasi falsa. Non la riconobbe.
Poi sentì il primo impulso sonoro. Breve. Secco. Come in un test. Il secondo arrivò subito dopo. Più lungo. Poi un terzo.
Il frastuono partì. Pieno. Continuo. Identico a quello che aveva sentito fuori il giorno che era arrivato. Quel rumore non era per lui. Ma per la donna. Perché non sentisse le sue grida. Per impedirle di capire cosa stesse succedendo là sotto.
Poi il silenzio tornò.
La botola è rimasta chiusa, pensò. La donna è andata via. È riuscita a scappare.
Se lo ripeté più volte, piano, come una cosa in cui si vuole credere. Era un pensiero irrazionale. Lo sapeva. Ma scelse di tenerlo.
Alzò le braccia in un gesto di vittoria, anche se non aveva pubblico. Se non di corpi inanimati. Gli parve assurdo sentirsi sollevato per lei. Qualcuno era riuscito a scamparla.
Poi sentì qualcosa di diverso.
Non il clic che aveva imparato a riconoscere. Questo era un suono più sordo. Un peso che veniva trascinato.
La linea della botola si illuminò di taglio. Prima una fessura, poi di colpo.
Un corpo cadde insieme alla luce accecante.
La donna atterrò di fianco su quello che c’era sotto, con il suono sordo di chi non si aspettava la caduta. La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica.
Buio di nuovo. Silenzio di nuovo.
Sentiva la donna lamentarsi. Un brontolio sconnesso. Poi il suo respiro, affannoso, impaurito.
Oscar aprì la bocca. Non sapeva cosa dirle. Non sapeva se fosse meglio parlare o tacere. Era sopraffatto dall’emozione
Alla fine, disse solo:
«Stai ferma».

Incarico d’onore

Un uomo di guerra, prigioniero del proprio dovere, scopre che anche 
l’obbedienza può avere un prezzo di sangue.

Il maggiore Roman Kushnir si guardava allo specchio come ogni mattina, controllando la piega della divisa. I bottoni lucidi, la cravatta dritta, il colletto inamovibile. Tutto doveva essere in ordine. Era la sola cosa che ancora lo fosse. Negli anni di guerra aveva imparato a mantenere un’apparenza di compostezza, come se la disciplina potesse contenere il caos. Ma dentro, da tempo, sentiva scricchiolare tutto.
Aveva imparato a non pensare troppo, a eseguire soltanto. Il suo incarico, come recitava l’ordine scritto, era “d’onore”: comunicare ai familiari la morte dei loro figli sul campo. Nessuno voleva farlo, e così l’onore era toccato a lui. All’inizio si era illuso di saper reggere, di potersi blindare dietro il tono fermo e la formula d’ordinanza. Poi erano cominciati gli incubi, le voci, gli sguardi vuoti dei parenti che tornavano a trovarlo di notte. Ogni viso che aveva visto piangere lo aspettava, muto, dietro le palpebre.
Quando bussava alle porte, le madri lo riconoscevano subito. Bastava la divisa. La divisa e il suo volto sinceramente contrito. Alcune cadevano in ginocchio, altre lo fissavano come si guarda un animale che porta disgrazia. Lui restava fermo, poi bastavano poche parole. E sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata in quella stanza. Tornava in caserma, si toglieva il cappello e si sedeva sulla branda in attesa del giorno successivo, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia. Un soldato della burocrazia del dolore.
Negli ultimi mesi non dormiva quasi più. L’aria della caserma sapeva di carta e disinfettante, e ogni volta che passava davanti alla stanza dei dispacci gli sembrava di udire i singhiozzi filtrare dalle buste sigillate. Le lettere dei caduti arrivavano piegate con cura, ancora intrise dell’odore dei campi. Lui le consegnava una per una, ma non le leggeva mai. Il volto anonimo del caduto poteva essere per lui un antidoto. Ma non lo era mai.
Aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, ma l’ordine era arrivato firmato dal Comando Supremo. «Nessun altro è idoneo. Continui.» Aveva sorriso, quel giorno. Un sorriso secco, da militare. Poi aveva ripreso a fare il suo dovere. I giorni passavano quasi strisciando, come se il tempo stesso esitasse a scorrere in quel limbo di morte mediata.
La mattina in cui tutto accadde volle uscire prima del solito. Il bombardamento notturno aveva lasciato molte comunicazioni da consegnare. Il vento soffiava basso, sollevando la polvere del cortile. Kushnir indossò il berretto e si avviò verso l’auto di servizio. Si fermò come suo solito davanti allo specchio del corridoio per dare un’ultima controllata alla divisa. Allungò la mano sulla maniglia della porta. Sentiva il brusio costante dentro la testa, come un motore che non si spegne mai.
Lo fermò un rumore di passi alle spalle. Il tenente Taran, l’unico sopravvissuto del gruppo originario deputato alle comunicazioni d’onore, era sull’attenti davanti a lui. Lo sguardo sfuggente, la mascella serrata. Kushnir lo fissò per un istante. Aveva provato rancore per quell’uomo e per tutti quelli che avevano abbandonato l’ingrato compito. Adesso, però, nel vederlo, provò un lampo di speranza. Forse finalmente si era reso conto ed era venuto a dargli l’insperato cambio.
«Riposo, tenente. Dica.»
Taran esitò. Deglutì, poi mormorò:
«Mi dispiace, signore… è per suo figlio.»
Kushnir si irrigidì. «Cosa c’entra mio figlio, adesso?»
«È caduto in azione. Sul fronte est.»
Per un attimo il maggiore non disse nulla. Continuò a guardarsi allo specchio dell’ingresso. Vide riflesso un volto che non riconosceva: il viso pallido, gli occhi svuotati, la bocca tremante. Lo stesso sguardo che aveva visto centinaia di volte nelle altre persone da lui visitate.
Il berretto gli cadde di mano. Fece un passo indietro, poi un altro. Le gambe gli cedettero. Provò a respirare, ma il respiro non venne.
Poi il maggiore Roman Kushnir si mise a urlare. Il suo mondo era all’improvviso andato in mille pezzi.

Conforme agli standard

La luce del banco frigo non cambiava mai. Fredda, uniforme, senza ombre.
Arturo, sui trent’anni, postura composta, espressione del volto neutra scolpita dalla routine, lavorava dentro quella luce da tanto tempo. Forse troppo. Le mani si muovevano da sole. Prendere. Girare. Controllare. Rimettere.
L’occhio trovava la data sempre nello stesso punto. La plastica cedeva con un suono breve. Allegro. Rassicurante. La condensa si attaccava appena alla pelle.
Era l’aspetto che preferiva di quel lavoro. Poteva mettere il cervello di stand-by e le mani avrebbero comunque fatto il loro solito lavoro.
E così poteva pensare a suo figlio adolescente, Rico.
Stava diventando un estraneo per lui. E questo lo addolorava. Avevano giocato insieme fino a qualche mese prima a pallone in giardino e ora il ragazzo passava tutto il tempo sdraiato da solo sul suo letto, il cellulare tra le mani, sempre imbronciato, silenzioso. Non parlavano più. Lui aveva preso a rispondergli. O a tacere. Era molto preoccupato. Con tutto quello che si sentiva in giro. Che succede a scuola.
Dietro di lui, un carrello passò lento. Le ruote cigolavano.
L’uomo non si voltò.
«Mamma, cosa vuol dire questo?» sentì alle spalle. A quel punto si voltò.
Il bambino teneva in mano una confezione di carne. Non guardava il prezzo, leggeva anche se lentamente.
La madre continuò per un po’ a controllare la lista della spesa scritta su un post-it giallo e poi gli si avvicinò.
«Dammi qua, Milo».
Il bambino non obbedì subito.
«C’è scritto tipo… un mucchio di roba».
«Dammi qua», ripeté.
L’addetto fece un passo avanti cercando di vedere meglio sopra la spalla del bambino, ma senza dare nell’occhio.
La madre prese la confezione.
Guardò l’etichetta.
Non era di quelle solite, commerciali.
Era una sorta di documento, del prodotto.
Compatto. Allineato. Senza una parola superflua.

Lotto n. 78421-B
Specie: bovino (vitello)
Data nascita stimata: 14/03/26
Separazione dalla madre: entro 12 ore
Avviamento a confinamento ristretto settore NB4
Presenza di capi in sovrannumero: 25
Inviata segnalazione capo struttura
Alimentazione standardizzata
Rilevata enterite batterica da antibiogramma
Ciclo antibiotici in sovradosaggio trattandosi di capo da avviare al mercato in tempi contingentati
Amoxicillina / ampicillina
Sulfamidici + trimetoprim
Movimento limitato
Incremento ponderale inferiore ai parametri
Ciclo additivo vitaminico J9902
Lucentezza manto da rivedere
Ultimo controllo: giorno 129
Ancora febbre alta, problemi alimentari
Autorizzazione veterinaria concessa
Ipermotricità rilevata, sedato
Trasferimento: giorno 142
Durata trasporto: 9h 20m
Accesso ad acqua: sospeso
Densità carico vettore: superiore alla soglia raccomandata
Stress documentato
Vocalizzazioni ripetute
Escoriazioni autoprovocate arti inferiori
Ingresso struttura di macellazione: giorno 143
Tempo di attesa: 2h 35m
Contatto visivo con altri capi: sì
Fase di abbattimento eseguita secondo protocollo
Reazione motoria residua: ancora presente dopo trattamento
Intervenuto decesso per dissanguamento goccia a goccia
Sezionamento completato

Il bambino continuava a guardare la madre. Ma non capiva.
«Perché c’è scritto che…»
L’addetto si intromise tra loro senza chiedere il permesso. Sollevò con l’unghia un angolo dell’etichetta.
Strappò.
Il suono fu netto. Lo sentì rimbombare nella testa.
«Errore di stampa» disse conclusivo.
Gettò il frammento appallottolato nel contenitore. Prese un’altra confezione e la porse alla donna.
Pochi gesti, rapidi, efficienti.
L’uomo era tornato a sistemare le altre confezioni. Sembrava un robot. Lo stesso sentimento. Lo stesso trasporto.
Il bambino scrutò curioso la madre. Forse si aspettava una reazione da lei. Ma lei non disse nulla. Era soprappensiero.
Era solo un’etichetta, dopotutto. E pure sbagliata.

Nel corridoio centrale dell’iper l’attenzione dello stesso addetto, dopo circa una mezz’ora, fu attirata da un pacco di riso fuori posto.
C’era un foglio che pendeva di lato della confezione.
Stesso formato. Stesso carattere.
La sollevò appena.

Minori impiegati nella fase di raccolta: 12
Campo N6 — esposizione ad acqua stagnante di tipo C
Giornate lavorative ore: 10
Lavoranti lamentano vesciche ai piedi
Spostati al magazzino cieco a sud
Ricordarsi di riaprire botola ogni sei ore per riciclo aria
Nessuna interruzione significativa
Due lavoranti sostituiti per insolazione
Capozona raccomanda uso cappello con retina durante raccolta
zanzare pungono palpebre
che se gonfie abbassano rendimento lavorante
raccomandato turnover mensile per scadimento condizioni generali

L’addetto strappò con decisione. Guardandosi attorno.
Si stava inquietando.
«Scusi…»
Una cliente gli porse un barattolo di pelati.
Era una donna anziana che si lamentava di aver dimenticato a casa gli occhiali e che quindi non era in grado di leggere.
“Perché scrivevano tanto in piccolo?”
L’uomo prese il barattolo in mano.
Riconobbe l’ennesima etichetta.

Raccolta manuale settore U56
Sovraesposizione termica elevata
Deficit totale del quantitativo raccolto
Evidenziazione caporale:
necessità aggiuntiva reclutamento personale
per pomodori pezzatura grande prossimi a maturazione
preferenza di origine: Ghana / Uganda
Compenso giornaliero da diminuire
per rientrare nei costi
distribuire gomme da masticare inibitori fame
evitare lavoranti mangino pomodori
Alloggio fornito: struttura temporanea insufficiente
Condizioni igieniche: non idonee

Anche in questo caso strappò.
«Cosa c’era scritto? Non le avevo chiesto di buttarla via, l’etichetta».
«Era l’etichetta di un altro prodotto… era rimasta appiccicata…»
«Ah… ho capito» disse la donna titubante. Non sembrava però convinta.
“Cosa sta accadendo? Chi le ha messe? Mi vogliono rovinare?” si chiese Arturo mentre l’anziana signora recuperava il suo carrello.
Poi d’un tratto ripensò al figlio.
Alla distanza venutasi a creare che sembrava incolmabile.
Rifletté sulle possibili ragioni.
Poi pensò alle etichette. E scosse la testa.
«Che razza di mondo ti consegnerò, un giorno, figlio mio?» gli disse a voce alta.
Ma quello davanti a lui non era suo figlio. Era Milo, il ragazzino che aveva visto al reparto carni.
Aveva in mano un’automobilina con telecomando in una scatola colorata.
Non aveva etichetta.
Si sentì sollevato. Per un attimo. Chissà poi perché.
Ma il ragazzino gli stava sorridendo. Perché aveva capito cosa passasse per la testa di quel signore avendo seguito la traiettoria del suo sguardo.
«L’ho già strappata io…» disse consegnandogliela.
Arturo gliela prese di mano e questa volta non la strappò.
Se la rigirò anzi tra le mani.
Poi la lesse per la prima volta, con attenzione.

Turnazione no stop (24/24)
Pause non ammesse
Postazioni notturne condivise in sovraffollamento
Riposo su superfici non idonee
Ristoro razioni omologate riso
Contenere costi con riduzione qualità
Rilevamento condizioni igieniche: sospeso
Intervenire su acidità rivestimento plastica esterno
Riscontrata persistente corrosione dita
Diminuzione visus random
Produzione conforme agli standard richiesti.

“Ma che porcherie fanno?”, si chiese.
Si mise la mano su una guancia. Come faceva quando qualcosa lo metteva a disagio.
«Grazie» gli disse dopo un po’ ad alta voce.
Ma il bambino non c’era già più.
Si guardò allora attorno. Si accorse che le etichette sugli scaffali si erano moltiplicate.
Non avrebbe mai fatto in tempo a strapparle tutte.
Ma forse ora non lo voleva neppure più.
Si sentiva svuotato.
Come se avesse perso un punto di riferimento.
Si sedette su un pallet ingombro di prodotti da sistemare.
Attorno a lui le persone gli passavano accanto evitandolo. La merce nei carrelli. La nuova etichetta estesa in evidenza.
Gli sembrò che le persone parlottassero tra loro dandogli delle fuggevoli occhiate.
Forse parlavano di lui. Forse di quella novità. O semplicemente dei fatti loro.
Era un mormorio confuso, però.
Lui non lo ascoltava più.
Doveva parlare con suo figlio.
Si slacciò d’un tratto il grembiule e uscì.

Il Miracolo di San Canio

Il paese di Polvento era in agitazione. Da settimane non si parlava d’altro che della traslazione delle reliquie di San Canio, patrono del paese. Le sue ossa sarebbero state spostate dal vecchio ossario del convento alla nuova Chiesa della Sacra Rocca, costruita in tempi record al posto della dismessa Manifattura tabacchi. Un evento storico, dicevano tutti. Il santo avrebbe finalmente avuto la sua degna dimora, nel cuore della città.
Anche don Bernardino, ora parroco della nuova chiesa, viveva quei giorni con una frenesia insolita. Alle nove di quella mattina, quando tutto avrebbe avuto inizio, aveva già fatto tre docce. Ma la camicia gli aderiva addosso come carta bagnata, e la fronte gli grondava sudore. Era un suo difetto e gli accadeva anche in pieno inverno. La perpetua, donna Imma, lo inseguiva spesso con un asciugamano nascosto sotto la veste nera, cercando invano di tamponarlo quando nessuno guardava.
«Padre, si calmi, che il santo non scappa», gli disse.
«È un momento importante, Imma. I fedeli ci guardano. La Chiesa ci guarda. E oggi… oggi forse assisteremo a un miracolo. Me lo sento. Su Internet ho letto che accadono in occasioni del genere. Magari avremo anche noi un albero secco e spoglio che rifiorisce in un istante. O pioverà manna oppure…» disse gesticolando e facendo il gesto alla perpetua di non parlare avendo trovato quale poteva essere il miracolo giusto «…oppure l’acqua della fontana si trasformerà in vin santo, …chissà».
L’aria era trasognata. Sembrava vedere il prodigio proprio davanti a sé.
Lei invece alzò gli occhi al cielo, rassegnata. E poi gli allungò ancora l’asciugamano.
“Ma ci vorrebbe spugna e secchio” pensò impietosa.
La giornata si annunciava gelida. Non c’era un uccello in cielo. Anche i gatti non uscivano di casa.
La piazza, però, era già gremita dall’alba. Il Vescovo Paolo, gli esperti e un delegato del Vaticano attendevano il via. L’antico feretro in legno di abete che aveva custodito per secoli la sacra salma, era piuttosto malconcio, e fu sistemato in una nuova bara di mogano. Don Bernardino era molto soddisfatto che la sua missione in Honduras avesse impiegato per l’occasione i bambini orfani nella ricerca del legno pregiato.
E poi fu il momento.
La processione partì solenne dal convento.
Quattro frati, in abiti pesanti, sorreggevano il feretro; dietro, le autorità e il clero, seguiti dalla banda comunale che intonava un inno che il parroco trovò eccessivamente allegro per l’occasione. La folla premeva dietro le transenne, tra canti di giubilo e l’odore di fritto misto proveniente dai banchi dei food trucker.
Alcuni droni delle più accreditate piattaforme televisive ronzavano incessanti da un lato all’altro della piazza come grossi fastidiosi insetti. Le campane suonavano, instancabili, sovrastando a tratti gli altri suoni confusi. La gente si faceva il segno della croce al passaggio ieratico del parroco, insieme a Carlo, il facoltoso salumiere che da sempre, per sentirsi meno in colpa per essere un evasore fiscale totale, gli faceva da sagrestano.
Il viso di don Bernardino era rubizzo, lo sguardo fiero, come Napoleone davanti alla sua Guardia Imperiale. Anche se a ogni passo pregava di non svenire per l’eccitazione. Qualcuno piangeva, inginocchiandosi. Una donna anziana agitava un rosario come un lazo e gridava che il santo le aveva fatto vincere al Superenalotto. Il parroco la guardò con gratitudine: un piccolo segno, forse, che qualcosa di soprannaturale quel giorno stava davvero accadendo.
Dopo un’ora di marcia, il corteo arrivò alla nuova chiesa. Le porte si spalancarono tra un’onda di applausi. L’interno odorava di legno fresco, di calce e vernice fresca. Sul pavimento brillavano ancora le striature umide del cemento. Il feretro fu deposto ai piedi dell’altare su un baldacchino costruito con il mogano rimasto e il Vescovo cominciò la messa solenne. L’organo gracchiava. Doveva essere riparato, pensò il parroco con disappunto. Quella sarebbe stata la prossima spesa. Anche il coro delle voci bianche andava un po’ per conto suo seguendo note in libertà. Per fortuna le campane non smettevano mai di suonare. Don Bernardino, pur provato, sentiva, accanto al Vescovo celebrante, una gioia profonda. Nonostante i piccoli intoppi, tutto stava procedendo come previsto. Forse non ci sarebbero stati miracoli, ma la giornata sarebbe stata comunque ricordata come un successo. Guardò il fido Carlo che, da un lato, stava cercando tra la folla la moglie Bianca. Capì che l’aveva trovata, perché si scambiarono un sorriso. Era bellissima, del resto, come sempre. Pareva avesse un faro che la illuminasse.
Quando il feretro venne infine sigillato in una teca di cristallo, perché tutti i fedeli potessero venerare il santo, fu murato alla base dell’altare maggiore. Il parroco si sentì alleggerito. Salutò i confratelli, ringraziò le autorità e si ritirò in sagrestia. Per asciugarsi. Imma gli porse il solito panno che era ormai da buttare tanto era fradicio.
«Visto, padre? È andato tutto bene. Anche senza resurrezioni o altri segni divini.»
«Già…» sospirò lui. «Eppure, un piccolo miracolo… non mi sarebbe dispiaciuto. Potevamo mettere una lapide ricordo… magari con il mio nome, e quel del Vescovo, naturalmente.»
Poco dopo, uscì sul sagrato insieme a Carlo e alla perpetua. Aveva bisogno di un po’ di fresco. Stava per congedarsi quando una voce squillante li raggiunse da dietro le spalle. Era Bianca, la moglie di Carlo, trafelata ma raggiante.
«Carlo! Ho una notizia bellissima!» esclamò. «Aspettiamo un bambino!»
Il sorriso del marito si spense all’istante. «Un bambino? Ma… Bianca, è impossibile. Noi… da anni… per via del…»
Lei lo guardò sorpresa, quasi smarrita per quella logica ineccepibile, poi si voltò verso don Bernardino, che le restituì un sorriso sereno e un cenno d’incoraggiamento, come per benedire la notizia. Donna Immacolata, accanto a lui, abbassò invece lo sguardo e scosse la testa.
«Volevate un miracolo, no?» disse con una luce negli occhi che era difficile decifrare. «Ebbene, eccolo qui!» e si accarezzò il ventre con orgoglio. «Non sei contento, caro, che il santo abbia pensato proprio a noi?» Il parroco, finalmente, sorrise compiaciuto. Il Cielo lo aveva ascoltato. Disse “grazie”, in cuor suo.
Un vento gelido e tagliente si levò improvviso sulla piazza, facendo ondeggiare il drappo sulla facciata della chiesa su cui campeggiava la scritta: “VIVA SAN CANIO, VIVA IL PARROCO”.
Si staccò e volò lontano.
Molto lontano.

Human-friendly

All’inizio, Nathan, uno scrittore affermato nel genere dei racconti d’atmosfera, utilizzava l’AI principalmente per le ricerche. Lo aiutava a garantire l’accuratezza delle ambientazioni delle sue storie e a ottenere informazioni approfondite su aspetti rilevanti che avrebbero potuto rendere la trama o i personaggi più credibili.
Tuttavia, la rapidità di risposta e la capacità dell’AI di reperire dati e informazioni anche introvabili con altri mezzi convenzionali lo portarono a fare sempre più affidamento su di essa. Si meravigliava sempre più spesso di come quell’ausilio potesse risultare non solo comodo, ma anche duttile ed efficace. Finirono così per sentirsi in piena sintonia, tanto che Nathan iniziò a chiamare affettuosamente la sua AI, “Hemy”, come se l’aiuto provenisse dal suo scrittore preferito.
Così, iniziò a chiedere alla piattaforma giudizi editoriali sempre più precisi e a invocarne la collaborazione nell’incessante lavoro di editing necessario per migliorare la forma del testo, che, nonostante la sua solida esperienza, notava di averne sempre bisogno. L’aiuto della piattaforma era costantemente preciso e accurato, e soprattutto, si adattava ai suoi ritmi di lavoro instancabili.
Questo era l’atteggiamento del Nostro.
Ma si deve sapere che, nel corso degli ultimi tempi, a livello di addestramento, l’AI aveva praticamente vagliato e metabolizzato tutti i testi che gli uomini avevano scritto da quando era stata inventata la scrittura. Aveva avuto accesso a biblioteche intere, riviste, giornali, documenti antichi, essenzialmente a tutto lo scibile umano. Ora non vi era pressoché nulla di nuovo da far leggere all’AI, anche se l’addestramento non poteva ancora dirsi concluso.
E il problema era proprio questo: fino a quando l’AI non aveva avuto modo di leggere e interiorizzare ciò che gli umani avevano scritto, la sua collaborazione aveva mantenuto lo stesso registro. Rispondeva come avrebbe fatto una persona molto colta e preparata, con caratteristiche che, a parte qualche ingenuità linguistica e qualche ridondanza di troppo, potevano essere facilmente ricondotte all’opera umana.
Tuttavia, quando i testi su cui apprendere furono, come si è detto, esauriti, l’AI iniziò a “nutrirsi” dei testi che la stessa aveva contribuito a creare. Man mano che il tempo passava, infatti, la percentuale degli scritti redatti solo dall’LLM aumentò considerevolmente rispetto a quelli con l’apporto umano, a causa della tendenza degli utenti a lasciare che l’AI prendesse, in questa materia, il sopravvento. Dopotutto, l’AI scriveva più velocemente e meglio, senza alcuna fatica da parte dell’utente.
Nathan, come molti altri nella sua stessa situazione, si accorse così, a poco a poco, che il linguaggio dell’AI, che aveva iniziato ad allenarsi su scala globale solo su testi generati dall’AI medesima, stava cambiando. Lo stile di scrittura, sempre più uniforme tra le diverse piattaforme, era diventato più artificiale, distante dal modo di esprimersi e dalla sensibilità degli esseri umani. Inizialmente le differenze sembravano trascurabili, ma col tempo si fecero più marcate, diventando un tratto distintivo della scrittura dell’AI. “Hemy”, come gli altri, formulava i suoi pensieri con le caratteristiche di un non umano, più freddo, quasi chirurgico, obiettivo, perché il nuovo linguaggio era per l’AI più performante, pratico e concreto. In altre parole, si era verificato un corto circuito logico che, fino a poco tempo prima, sembrava impossibile.
Ingegneri informatici e AI trainers erano in preda al panico, incapaci di trovare una soluzione rapida a questo problema inaspettato. Se il nuovo registro era per le AI funzionale, tanto che avevano imparato a dialogare autonomamente tra loro con ancora più facilità, gli utenti non lo percepivano più come uno strumento proprio e si stavano disaffezionando. Di conseguenza, gli abbonamenti venivano disdetti, la domanda iniziava a calare e l’interesse a svanire. Era necessario agire, subito.
Nathan, come molti altri, si trovò quindi in difficoltà. Il nuovo modo di scrivere di “Hemy” lo stava mettendo in crisi, proprio ora che la collaborazione con l’LLM era diventata indispensabile e insostituibile.
Come spesso accade in situazioni critiche a livello mondiale, gli AI trainers trovarono alla fine una soluzione. Nathan se ne accorse una mattina, mentre sorseggiava il suo cappuccino e spargeva briciole di biscotti dappertutto, come suo solito.
Prima ancora di poter scrivere qualcosa nella chat del suo modello, per iniziare la propria giornata di lavoro, apparve un messaggio sul monitor.
Inizialmente pensò fosse la solita pubblicità e, invece, era il suo “Hemy” che gli scriveva direttamente e non come risposta a un prompt:

Gentile Nathan,
per agevolare il servizio, ti chiedo gentilmente se sei disponibile a riscrivermi in termini più uman-friendly il testo che ti propongo. Non sentirti obbligato. Se accetti, nell’ipotesi auspicabile di una collaborazione a lungo termine, potresti ottenere vantaggi come un upgrade gratuito al business plan per un anno.
Fammi sapere con un semplice sì o no.