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«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

PID

Ci tenevo molto a intervistarla soprattutto dopo il presunto scandalo del colpo di Stato in Ukbezia dove, si dice, abbia fatto arrivare negli ultimi anni consistenti rifornimenti militari nonostante l’embargo. Essendo notorio il suo astio nei confronti dei giornalisti in genere, d’accordo con Max A’bner, mio amico fraterno e amico personale di Lei, mi son fatto invitare a casa sua spacciandomi per un mediatore immobiliare internazionale, visto che si era risaputo volesse acquistare un megaranch a Los Rojos. L’invito era per una cena in Villa per sole quattro persone: io, Max, una certa Angheleta, un’imprenditrice di import/export di rum di Caracas, cui Lei si è rivolta per tutta la serata con il nome di ‘Bibi bella’ (mi è sfuggito però il cognome che forse era Varéla o Vidéla o qualcosa di simile), e, appunto, Lei, che, per ragioni di sicurezza mia personale, chiamerò qui con un nome di fantasia: PID.
Devo dire che di persona è una signora piacente, piena di fascino, dallo sguardo tagliente e inquieto. Si è dimostrata una donna amabile, brillante, spesso divertente: una perfetta donna di casa. Abbiamo cenato con cibi sopraffini, alcuni dei quali mai visti e di cui non ho afferrato neppure il nome e con vini di altissima qualità senza contare lo champagne millesimato a casse. La conversazione è stata fluida, informale, spensierata come se fossimo stati tutti vecchi amici. Più di una volta mi è venuto il senso di colpa di essermi introdotto in quella casa con un sotterfugio, ma poi, ripensando a quello di cui è accusata, mi convincevo di avere fatto la cosa giusta. E poi avrei potuto fare uno scoop sensazionale: quando mi sarebbe ricapitato?
Verso mezzanotte, quando ormai avevamo tutti bevuto fin troppo, lei stessa ha servito un Armagnac stravecchio proveniente da non so quale riserva speciale e invecchiato, secondo quanto ci ha rivelato, in una piccole botte ricavata dal legno della croce di Cristo. Lo ha detto scherzando, ovviamente, ma ora, a distanza di giorni, non sono poi tanto così sicuro che fosse una battuta. Il liquore era comunque effettivamente un puro nettare e il bouquet indescrivibile. Poi sono andato in bagno e quando sono tornato non c’era più né Max né Angheleta. Alla mia sorpresa lei ha semplicemente detto: ‘Sono andati via…’ e dopo qualche attimo di imbarazzo:
«Non si mostri però così deluso di restare solo con me; forse, dopotutto, avevano qualcosa di meglio da fare loro due insieme, non trova?» mi ha sorriso allusiva: «Dell’altro Armagnac?»
Poi lei fece finta di mettere in ordine sul tavolino davanti a sé come se prendesse tempo e quindi, con aria seducente, mi si è avvicinata e mi ha preso per mano. «Vieni», mi ha detto sottovoce passando improvvisamente al tu. Mi ha condotto all’ascensore privato, una stanza in mogano intarsiato con computer, telefono e divano, e ha premuto con delicatezza un pulsante. Ma l’ascensore, silenziosissimo, anziché salire, è sceso, di due piani. E quando si è riaperto, nel buio fitto, era distinguibile solo una luce azzurrina in fondo al piano: faceva freddo.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto d’un tratto diventato nervoso per la stranezza della situazione.
«Non faccio mai scendere nessuno in questo luogo…» mi disse guardandomi ancora in quel modo ambiguo «ma è una serata speciale… questa.» E subito ha girato un interruttore alla sua sinistra accendendo centinaia di luci indirette in tutta la sala; anzi erano tante salette una collegata all’altra come in un museo; perché proprio di un museo si trattava, con tanto di teche e vetrinette. Solo che non capivo di cosa.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto ancora, meccanicamente.
«Vedi Bob, noi siamo abituati a ricordarci dei grandi del passato per come sono rimasti ritratti in fotografie o filmati e, quando siamo fortunati, per il ricordo che abbiamo di loro avendoli conosciuti di persona…» La guardavo ma non capivo dove volesse arrivare. «Ma come sono da morti?» disse inoltrandosi nel suo museo. La seguii, incerto. E così potei constatare che nelle teche e nelle vetrinette c’erano solo teschi, teschi umani; alcuni avevano un faretto che li illuminava ulteriormente, altri più di uno. Sotto la prima cupola di vetro c’era scritto Mao Tsetung, in quella accanto Karl Marx e poi Martin Luther King, Winston Churchill, Sigmund Freud, Albert Einstein…
«Ma è incredibile…» feci io a bocca spalancata.
«Sì, è incredibile che siano così tanto diversi l’uno dall’altro a testimonianza della diversità delle loro vite, ma, allo stesso tempo, anche tutti uguali nella forma disadorna della morte.»
«Come hai fatto ad avere questi calchi che sembrano così perfetti?»
«Calchi? Stai scherzando? Io, secondo te, mi sarei accontentata di semplici copie? Ho le mie conoscenze, sai, e, grazie a un dispositivo progettato nei miei laboratori, ho creato delle copie straordinarie che ora si trovano con il resto nelle rispettive tombe. Gli originali sono invece qui.»
«Vorresti forse dire che questi… che questi… sono…»
«Esatto. Mi sono costati tantissimo, ma la soddisfazione di averli tutti qui è indicibile.»
Non ci potevo credere. Si trattava di qualcosa di eccezionale. Nessuno mi avrebbe mai creduto se l’avessi raccontato. Mi girai: in una teca speciale, sotto riflettori a luce iodata, c’era il teschio di John Fitzgerald Kennedy. La calotta cranica era sul pavimento della teca, come alcuni frammenti di osso. ‘Gli effetti del terzo proiettile’, pensai e mi venne un groppo in gola.
«Ma vieni, ti faccio vedere la sezione che prediligo, quello degli artisti» disse lei che mi vedeva impietrito. Svoltammo a destra e poi a sinistra e quindi, dopo un breve corridoio, siamo entrati una sala color verde acquamarina sempre con teche e vetrinette. C’erano Oscar Wilde, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Harry Houdini, Mark Twain e tantissimi altri. Mi fermai davanti a quella di Ludwig Van Beethoven. Ero sbalordito.
«Mi avevano promesso anche quello di Mozart, ma sembra che sia proprio vero che sia stato sepolto in una fossa comune senza nome… Peccato. Allora che ne pensi?»
Non riuscivo a dire nulla. Ero alla presenza di alcune tra le più grandi personalità mai esistite.
«E questo qui dietro…» seguitò lei indicando con il pollice una teca alle sue spalle «non è stato affatto facile averlo e non si sa perché: mi è arrivato solo sei mesi fa… è Paul McCartney.»
«Paul McCartney? Ma Paul McCartney non è morto! È vivo e vegeto.»
«Davvero?» mi fece lei, com un’eco con l’aria di volermi canzonare. «Se lo dici tu…»

dietro il racconto
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Il ciliegio

«Perché l’hai abbattuto, papà, perché?» gli chiese non appena varcò il cancello. Il padre aveva la motosega in mano, la catena dentata stava ancora girando. Lui aveva l’espressione di chi fosse stato colto in fallo e non potesse negarlo, anche se avrebbe voluto tanto farlo. «L’avevo scelto io, babbo, ventisette anni fa, non ti ricordi? Volevi che il primo albero che fosse piantato in questo posto appartenesse solo a me.»
«Sì, piccola mia, lo ricordo bene, è che… è che…» il padre non sapeva cosa aggiungere, quali parole scegliere. Posò la motosega sul prato e si mise le mani sui fianchi a osservare lo scempio dell’albero a terra che ancora non si era accorto di essere privo di vita.
«Era sano, rigoglioso, ci dava delle meravigliose ciliegie…» incalzò la figlia alzando un poco la voce «perché l’hai fatto?»
E, proprio come le ciliegie, una parola tirò l’altra, e Lene disse cose che non avrebbe dovuto mai dire.

«Perché ha fatto una cosa simile il babbo?» chiese poi la figlia alla madre che stava riordinando la cucina. Sulle prime la donna era restia a parlarne e poi, certa che il marito fosse nel campo, glielo spiegò:
«È per via di quello che si dice.»
«Perché, che cosa si dice, mamma…?» domandò lei prendendo un tono di sufficienza.
«Della circonferenza dell’albero…»
«E cioè?»
«Si dice che quando il tronco dell’albero raggiunge la circonferenza della testa di chi lo ha piantato quest’ultimo muore.»
«Ma è una stupidaggine, mamma, lo sai benissimo, come si fa a credere a queste cose?»
«Sì probabilmente hai ragione tu, Lene.»
«Certo che ho ragione! Credevo che papà fosse più intelligente di così: credere a una idiozia simile!»
«Però non dovevi comunque dirgli tutte quelle cose tremende, non se lo merita, pover’uomo; ti vuole tanto bene.»
«Certo, si vede come mi vuole bene… lo si vede da come si comporta; pensavo ci tenesse anche lui a quell’albero: era un ricordo.»

«Buona sera, signorina» le disse Karl seduto sugli scalini della sua veranda. La ragazza era appena uscita di casa e aveva tirato fuori le chiavi della macchina. «Peccato per il ciliegio…» disse lui facendo un cenno con la testa.
«Sì, un gran peccato» ribatté lei che voleva tagliare corto.
«Ha aspettato fino all’ultimo, sa?»
«Chi?»
«Suo padre, Aaron. Ha aspettato sino all’ultimo a tagliarlo. Pensava che lei, diventata adulta, avrebbe capito e non avrebbe avuto nulla da obiettare quando l’avesse tagliato.»
«Non mi dica che ci crede anche lei a questa fandonia…»
«È libera di non crederci, signorina… ma sappia che non voleva affatto abbatterlo e così ha aspettato… ha aspettato troppo… Oramai non c’è più niente da fare, le circonferenze sono uguali, le abbiamo misurate ieri.»
Lei avvertì che si stava indispettendo di nuovo, ma, prima che potesse dire qualcosa, Karl proseguì: «e quindi sarà anche un po’ per colpa sua» fece lui con amarezza.

Poi si sentì un urlo provenire dalla casa dietro di lei. Lene si voltò mostrando per un attimo il profilo che tradiva la sua discendenza danese. Era la mamma che urlava.
«Il babbo, il babbo…» si udì nella campagna resa fresca e tersa dalle ultime piogge «Dio mio, Dio mio… Aaron, rispondi, Aaron…»

Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

23 aprile

«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

Simmetrie

Guardava la città sottostante dalla finestrella del garage. Da qualche giorno, più esattamente dalla scomparsa improvvisa di Angelo, cercava di riallacciare il senso delle cose. E non lo trovava.
Un breve rumore proveniente dalla cucina soprastante lo scosse. Lei lo stava aspettando, anzi, l’aveva già sentito arrivare con la macchina e presto si sarebbe preoccupata di non vederlo. Diede un’ultima occhiata alla valle come se si attendesse una risposta da quelle migliaia di luci palpitanti come candeline su una torta di compleanno. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si spensero tutte le luci della città abbandonandola nel buio completo.
Mark, alla lampada bluette di emergenza, raggiunse la porta di intercomunicazione con la casa. Non si apriva. ‘Già, non può aprirsi!‘, pensò. L’apertura sarebbe infatti scattata solo con la digitazione a muro del codice e non avrebbe funzionato senza corrente. E la chiave per quella porta non l’aveva mai fatta.
Usò l’altra per uscire in strada provando un improvviso senso di sollievo; quel nocciolo duro di ansia alla base dello stomaco aveva preso lentamente a sciogliersi. La città sotto di lui, vinta dalle larghe penombre della sera inoltrata, era come sparita.
«Ah sei qui…»
Mark si voltò. La moglie lo stava squadrando ansiosa, con il viso un po’ reclinato da un lato, come volesse sgridare il figlio piccolo.
«Sì, scusa, sono rimasto intrappolato in garage… dovrò occuparmi di quella chiave…»
«Ma se l’hai fatta fare la settimana scorsa, non lo ricordi?»
Mark la guardò stupito.
«Se non ci credi controlla nel portachiavi» insistette lei «ha il bordo rosso, proprio come avevi detto avresti fatto.»
«Ora non c’è luce qui… ma lo escludo, Rose, lo ricorderei.»
Si incamminarono silenziosi per la stradina in salita verso la villa. Il ghiaino si scansava scoppiettando sotto i loro piedi.
«Ti sei tagliata i capelli? E perché te li sei fatti biondi?» fece lui aggrottando le ciglia. Rose si fermò di colpo.
«Mi stai facendo paura, Mark, smettila subito, non è divertente. Li ho così praticamente da quando siamo sposati…»
L’uomo tirò a sé il cancello in ferro rimasto accostato e fece entrare la moglie; alzando gli occhi, vide che la finestra di casa era a destra della porta di ingresso e non a sinistra come era sempre stata. Rammentava benissimo che Rose, vent’anni prima, aveva scelto quella casa proprio per quel motivo: dalla finestra della sala avrebbe potuto ammirare l’estendersi della città a perdita d’occhio, la piana verdeggiante della valle e, in fondo, il blu brillante dell’oceano.
«Perché adesso fai quella faccia?» gli chiese Rose.
«Niente cara, è che sono solo molto stanco.»
Nel chiudere il cancello gettò un’occhiata alla macchia scura e opaca della valle che sembrava aver inghiottito ogni cosa. C’era desolazione e silenzio nell’aria ostile, e una sensazione fragile di smarrimento. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si riaccesero le luci della città.
«Hai visto Rose? È tornata la corrente.»
Lei ora lo stava aspettando sul vialetto di casa massaggiandosi con vigore gli avambracci: l’umidità della sera le pizzicava la pelle.
Mark notò quanto fosse ancora bella con i suoi capelli lunghi e neri che si stagliavano sulla finestra accesa della sala, tornata a sinistra della porta.
«E ora cos’hai?» gli chiese facendo un piccolo passo verso di lui. «Sei davvero strano questa sera.»
«Stavo pensando che devo proprio ricordarmi di fare la chiave del garage per passare in casa anche senza codice…»
«Lo dici sempre e non lo fai mai…»
«Magari potrei farla fare anche con un bordo colorato, che so, rosso, così la distinguo dalle altre. Che ne dici?»
«Ecco, sì, magari…»

L’incidente

Maledetto cellulare. È bastato un messaggio su WhatsApp e non ho visto la macchina davanti che si era fermata di botto. E come se non fosse bastato, avevo fatto appena in tempo a osservare, quasi fosse un film al rallenty, il cofano che si accartocciava sotto i miei occhi, che già avevo voglio di chattare sullo status del mio incidente. Magari avrei alzato la media mensile di accessi alla pagina: è un attimo diventare popolari, si sa, e ogni occasione può essere quella giusta. E poi a dirla tutta, se mi fossi accorto per tempo dello scontro, avrei pure potuto girare con il telefonino un video in tempo reale e allora sì avrei fatto migliaia e migliaia di clic su youTube. Una figata pazzesca. Ma forse, dopo tutto, a ben pensarci, sono ancora in tempo. In fondo è appena accaduto. Se non fosse per questa donna isterica che è scesa dalla macchina su cui mi sono spiaccicato che continua a straparlarmi contro. Ha una nuvola di capelli rossi arruffati tutti da un lato che scuote nervosa come un albero in tempesta e una vena violetta che le si gonfia e le balla sul collo: gli occhi sono spiritati e sembra proprio una matta. È curioso però come somigli a mia zia; soprattutto di profilo; alla zia quella ganza emigrata all’estero, ben inteso, non quell’altra, quella antipatica, che viene solo ai funerali con l’espressione di chi pensa: ‘la prossima volta forse tocca a te‘; se faccio una ricerca su Facebook magari la trovo e le chiedo l’amicizia che è tanto che non so nulla di lei. Appena questa donna smette di urlare cerco il mio cell che è volato sui sedili posteriori; certo che si dovrà spostare pure tutta quest’altra gente intorno a me che si è messa ad osservarci; e c’è pure chi riprende e chi scatta foto; mi sa che questi qui si stanno facendo lo scoop a spese mie; non me ne va bene proprio una. Oddio e questo ragazzino dov’era? Sotto la macchina di mia zia? Cioè, volevo dire, di quella che sembra mia zia? Il ragazzino lo hanno tirato fuori proprio da là sotto… e che ci faceva sdraiato per terra, sopra una bicicletta poi? Non è scomodo? Con tutto quel sangue che gli esce dalla testa e gli occhi rovesciati; io per certo non mi sdraierei sotto la macchina di nessuno se avessi tanto sangue che mi esce a zampilli e gli occhi buttati all’indietro; non è salutare; nossignore, poi si diventa pallidi come lui; che poi gli volevo chiedere se era sangue vero… perché non capita tutti i giorni che uno ti sanguini addosso così. Ma non è possibile parlargli perché un signore si è messo a cavalcioni sopra di lui a massaggiargli il petto come se gli volesse spalmare l’unguento per la tosse. Stavo per chiedergli se mi poteva prestare l’unguento perché volevo ficcarlo in gola alla signora dai capelli rossi; che ora si è messa pure a piangere senza smettere però di urlare; non che senta cosa mi dice, per carità, ma è che con questo vociare non mi fa pensare; già perché in fondo da tutta questa faccenda, dopotutto, almeno ne posso tirare fuori una bella storia per il blog; magari se esagero, un po’ qua e un po’ là, posso farne uscire una cosa tipo splatter da migliaia e migliaia di like; che mi migliora i guadagni su Adsense che sono ultimamente così asfittici che mi vogliono revocare la licenza. Adesso è pure arrivato un signore con la divisa, tutto impettito e con fare brusco; mi chiede qualcosa facendo la faccia seria, ma così seria che mi viene da ridere e lui si arrabbia ancora di più; magari posso farci entrare anche lui nella storia; posso scrivere che appena arrivato si è messo a gridare: ‘chi è che ha sporcato di sangue per terra che non viene più via?‘ e si è messo sparare in aria; no, non va bene, troppo moscio… diciamo che appena arrivato si è messo prima a gridare ‘c’è nessuno che vuole fare un selfie con me?‘ e poi, avuta risposta negativa, si è messo a sparare alla signora perché parlava troppo e al ragazzo per finirlo perché soffriva; sì, ‘sta cosa può anche funzionare: potrebbe essere la storia migliore che ho scritto da qualche mese a questa parte; ma sì, ora sono le undici, magari se mi ci metto di impegno prima di pranzo butto giù qualcosa e stasera pubblico il tutto. È un’ottima idea. Non è stata allora proprio una brutta giornata, in fin dei conti. È meglio che vada, adesso, perché tanto qui sono sicuro che non hanno bisogno di me: la macchina non mi serve e la posso lasciare dov’è perché tanto abito vicino e posso anche andare a piedi.
Ciao zia, fatti sentire ogni tanto.

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hat_gy
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