Don Bernardino Colasanti era stanco e il suo asino affamato.
Il buio lo aveva sorpreso tra le strade della città, complice un tempo corrucciato e nubi spesse che correvano verso ovest. Le poche torce sui palazzi nobiliari saettavano riflessi d’arancio nelle pozzanghere. Il basolato risuonava degli zoccoli di Grisello, accentuando la sensazione di spaesamento.
Assistere Maria Agata Branciforte Moncada nella sua professione solenne di suora si stava rivelando più complicato del previsto. Le indicazioni di frate Tancredi per fargli trovare la porta del Monastero delle Clarisse erano state chiare. Si trovava in fondo a via Crociferi, prima di un grande carpino. Lui si voltò attorno, guardò bene, cercò di orientarsi.
Ma il Monastero non lo vedeva, e neppure l’albero.
Si avvicinò al muso inespressivo di Grisello come per chiedergli un suggerimento. Lui però lo guardava con occhi inespressivi e allungava il collo per una carezza in più. Poi sentì dietro di sé una spinta gentile. Quando si girò, sperando nell’aiuto di qualche contadino, non riuscì a capire cosa stesse vedendo. La penombra rendeva incerti i contorni dell’animale che aveva di fronte. Grisello, appena lo fiutò, si imbizzarrì, rampando sulle zampe posteriori tanto da far rovesciare il carico. Ragliò disperato per fuggire poi lungo la via come se lo inseguisse uno sciame d’api.
Era un cavallo. Alto al garrese diverse braccia, imponente, un baio dal colore lucidissimo che sembrava spolverato da acqua sottile.
Un gran bel cavallo pensò il frate.
Se non fosse che esalava un vapore sinistro dal moncone del vasto torace. Era un cavallo senza testa.
Don Bernardino rimase fermo ad affrontarlo, senza fare alcun passo indietro. Il cavallo non sembrava aggressivo, solo curioso: batteva sul selciato lo zoccolo come se gli chiedesse contezza della sua presenza in quel luogo e a quell’ora. Quando il frate cercò di accarezzarlo, l’animale si scrollò, scartò di lato e si lanciò a galoppo nella direzione opposta.
Il silenzio, adesso che anche il cavallo era lontano, frusciava leggero tra gli alberi come una veste di nobildonna.
Dopo una buona mezz’oretta di cammino a caso, don Bernardino ritrovò Grisello di traverso nella via. Si avvicinò lentamente per non spaventarlo: l’asino si era fermato proprio davanti al Monastero delle Clarisse. C’era anche il carpino. Tirò la campanella.
Nel refettorio, che odorava ancora d’aceto e rosmarino, davanti a una fumante minestra di bietole e cicoria, don Bernardino incontrò Maria Agata. Non la vedeva da quando, a sei anni, giocava stretta in un vestitino di mussola verde salvia. Ora, in tonaca nera da novizia, era bellissima: uno sguardo intenso, un viso dolce e ovale come quello di una madonna del Botticelli, messo in risalto da un soggolo candido come un’ostia.
Gli raccontò della sua infanzia sotto lo sguardo severo del signor padre, della passione inaudita per quei tempi per i libri che quello tollerava a fatica. Gli parlò anche dei primi turbamenti di cuore, e di come quell’irrequietezza l’avesse spinta sempre più dentro di sé, fino al giorno in cui, annusando per caso una rosa, aveva sentito forte la voce di Santa Chiara.
Poi la ragazza venne a sapere dal frate dell’apparizione in strada, e allora spiegò che Atlante era il suo cavallo. Lo aveva montato da adolescente nella tenuta del padre, tanto da entrare in simbiosi con lui. Quando aveva deciso di farsi novizia, aveva dovuto lasciarlo nello stabbio. L’animale era impazzito di dolore per non poter più stare con lei, nitriva e scalciava come per chiamarla. Un giorno scappò nel bosco. Lo ritrovarono all’alba in un prato ancora coperto di rugiada. Il corpo era intatto. Senza la testa, che non fu mai ritrovata.
«Ma non è tutto, padre…»
Prima che Maria Agata potesse continuare, la madre badessa, che se ne stava in silenzio presso la porta come una statua votiva, fece un passo avanti verso di lui. Prese la parola, come se continuasse un discorso già iniziato e gli raccontò con voce esasperata:
«Di notte, nel cuore di ogni notte, sentiamo in questo Monastero un potente nitrito. Proviene da luoghi diversi e nello stesso tempo da nessun luogo: una cassapanca, un armadio. Una volta dall’altare della chiesa. Chi accorre trova la testa del cavallo. Poi sparisce. Per ricomparire la notte dopo».
La novizia guardò di lato, attraverso una delle bifore della sala. Un’ombra di commozione le velò gli occhi mentre il nero della notte premeva per entrare e ascoltare meglio.
Di lì arrivò lo stesso raglio esagitato che Grisello aveva emesso all’apparizione di Atlante. E subito dopo il nitrito.
«È Atlante» disse Maria Agata sottovoce. «Lo ha sentito di là dal muro». Esitò. «Lui è senza testa, padre… Come fa a nitrire?»
«Come fa a nitrire?» ripeté don Bernardino involontariamente.
La badessa lo guardava come se aspettasse una risposta. Nessuna però disse nulla.
Al frate venne solo l’istinto di pregare.
Ma per la prima volta non ci riuscì.

L’uomo, in divisa verdognola, ricevette all’improvviso una comunicazione all’auricolare. Non era stato tanto il suono a far capire che fosse arrivata al suo orecchio, quanto il suo improvviso ammutolirsi. Gli auricolari nella sua disponibilità erano infatti di ultima generazione. Almeno quelli di Tomàs, supervisore dell’area tematica “La Foresta del Nord” dello Zoo “Luces y emociones” a Playa Cuerta. Lì, tra gli altri, vivevano pinguini imperatori, orche marine dell’Antartide e, soprattutto, orsi polari.
Rokas arrivava sempre con un quarto d’ora di anticipo. Questo gli permetteva di ricevere il rapporto della notte sul bimbo e decidere, tra l’altro, se difendere il suo sonnellino pomeridiano come si proteggerebbe una frontiera conquistata a fatica.
La valle del Lurín respirava polvere sottile. Il vento scendeva dai rilievi bassi e la spingeva tra le pietre dei cortili, sulle spalle nude delle donne, nelle pieghe dei tessuti. Anak Omek rimase a guardare a lungo il passaggio lento delle portatrici, il rumore dei sandali, le piume che oscillavano sulle acconciature.
Il navigatore ricalcolò il percorso senza avvisarlo.