Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.
Nella sala strapiena di persone all’Unità di crisi, questo fatto lo considerarono un pessimo presagio.
Se avesse voluto infatti andarci, come suo costume, ci sarebbe andato subito giusto per togliersi il pensiero. E solo dopo si sarebbe goduto una passeggiata sul lungo fiume, come gli piaceva, e infine si sarebbe seduto al bar a leggere i giornali gratis. Aspettando che qualcuno gli offrisse un caffè e, perché no, una brioche.
Anche il suo comportamento non era usuale.
Sembrava svagato, con un sorriso un po’ spento e i capelli spettinati. Persino il suo abbigliamento era inappropriato: indossava una tuta di una marca molto nota. Lui che ci teneva sempre, in quelle particolari occasioni, a essere, se non elegante, almeno in ordine, non trasandato. Sembrava invece volesse fare solo jogging.
Maledizione! Qualcosa non quadrava.
Preoccupati, iniziarono a chiedersi che cosa sarebbe successo se non ci fosse andato affatto.
Nella stanza dell’Unità di crisi si guardarono l’un l’altro sconcertati. Non avevano il coraggio di esprimere i loro timori ad alta voce.
Che ne sarebbe stato di loro? Sarebbe sorto un problema serio per tutti. Addirittura, irrisolvibile. L’effetto domino avrebbe potuto essere devastante.
Si sarebbero dovuti inventare qualcos’altro per sbarcare il lunario. Proprio loro che ormai si erano abituati al loro lavoro senza metterci troppo impegno, senza essere ossessionati da orari o dai risultati da raggiungere.
Quello che avevano creduto, fino a mezz’ora prima, una scelta quasi scontata di Anselmo, adesso era diventata solo possibile.
Le persone incaricate di spiarlo intensificarono quindi il pedinamento perché dovevano capire se optare per delle alternative. Anche se non era chiaro quali potessero essere.
Un addetto era appostato dietro a un albero, un paio si erano piazzati dietro una macchina parcheggiata, un altro ancora faceva finta di portare a spasso il barboncino.
Il resto lo facevano i droni.
C’erano persino i giornalisti.
La loro presenza, sempre poco accorta e non specializzata, era quanto più preoccupava Romolo Romualdi, addetto al controllo. Capo indiscusso dell’Unità di crisi.
Dopo un’estenuante trattativa, si erano finalmente accordati. I giornalisti avrebbero avuto accesso alle foto e ai video delle telecamere di sorveglianza sui movimenti del Nostro. Tuttavia, sarebbero stati presenti sul percorso solo in due, con telecamere potenti ma di modeste dimensioni.
Troppi osservatori avrebbero destato sospetti.
Romualdi, che ogni anno trovava sempre più difficile svolgere il suo lavoro, considerava l’accordo un buon compromesso.
Tutte quelle precauzioni erano del resto fondamentali.
Anselmo Straccialupi, un novantacinquenne arzillo e solitamente abbastanza lucido, si sarebbe sicuramente accorto, al netto della sua vaghezza, di tutti quegli sguardi curiosi. Anche se era facile presumere che si aspettasse l’attenzione dei media in quel giorno.
Viste le incertezze dell’oggi, forse avrebbero dovuto essere più persuasivi nei suoi confronti nelle settimane precedenti.
Magari, con volantini preparati ad hoc, recapitati casualmente nella sua cassetta delle lettere, o uno spot pubblicitario inserito ad arte sulla sua piattaforma televisiva preferita, avrebbero attirato la sua attenzione sulla questione.
Avevano persino pensato di farlo incontrare con una bella signora, il suo vero punto debole. Spaesata e indifesa, avrebbe potuto fargli intendere di non essere brava quanto lui. Se l’uomo, affascinante ed esperto come sembrava, l’avesse aiutata, gliene sarebbe stata molto grata. Questo avrebbe potuto rinfrescargli la memoria diventando per lui un “aiutino”.
Tuttavia, nell’ultimo periodo, avevano rinunciato a questo espediente. Troppo rischioso. Se fosse stato scoperto si sarebbe scatenato un inferno mediatico.
Si erano allora consolati pensando che, dopotutto, sarebbe andata come sempre. Lui avrebbe fatto quello che ci si aspettava e il Paese sarebbe stato ancora una volta salvo.
Invece ora nessuno era più sicuro di niente.
Il rischio maggiore era infatti duplice: da un lato, la possibilità di una crescente disaffezione del Nostro, e dall’altro, una giornata di sole inaspettatamente bella per la stagione. Poteva convincersi di recarsi ai giardini della stazione. Lì, infatti, aveva un folto gruppo di amici della sua stessa età, anch’essi pensionati, nella cui compagnia trascorreva ore.
Lì si dedicavano ad attività varie, come dare da mangiare ai piccioni, fare pettegolezzi, ascoltare la radio. Se Anselmo avesse scelto di andare in quel luogo, avrebbe potuto perdere il senso del tempo e dimenticare il suo importante impegno.
Il mese precedente, c’era stata persino un’interrogazione parlamentare.
Le opposizioni avevano chiesto quali fossero le azioni intraprese al riguardo. La premier aveva fornito una risposta vaga, menzionando progetti non meglio specificati. Aveva inoltre affermato che, in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, la colpa sarebbe ricaduta sull’opposizione: irresponsabile e inconcludente, come sempre.
Dopo tanta apprensione, Anselmo però imboccò la strada giusta.
Si fermò ancora un poco per fare due chiacchiere con Ghulam, un pakistano irregolare di un chiosco di giornali.
Gli faceva sempre lo stesso scherzo. Fingeva di voler comprare un determinato giornale. Per quindi godersi la faccia di lui sorpresa e delusa. Dopo aver finto di cercare il quotidiano, tra la imperante paccottiglia in vendita per i turisti, si illuminava infatti di un sorriso smagliante scusandosi di averlo finito.
Successivamente, Anselmo si diresse, senza ulteriori indugi, in via Bertallot.
Consultò il suo certificato elettorale per verificare il numero di sezione e si recò lì a passo finalmente spedito.
All’Unità di crisi si rilassarono. C’è chi ricordò agli altri che era il giorno della gara di sudoku.
Un giovane, all’interno del seggio, con la fascia al braccio da addetto alla sicurezza, lo bloccò severo.
«Aspetti qui il suo turno,» gli disse perentorio.
Non c’era nessun altro votante né nei pressi della scuola, né nella città, né in tutto il Paese. Ma Anselmo diligentemente attese.
Per fortuna l’intera commissione elettorale si trovava nel corridoio ad applaudirlo e a chiamare il suo nome con cori da stadio. Suonavano persino la vuvuzela improvvisando una riuscitissima ola.
L’addetto alla sicurezza si voltò sorpreso per tanto entusiasmo assordante.
«Allora vada pure,» non capendo bene cosa stesse succedendo e facendo il gesto di regolare il traffico.
In un impeto di entusiasmo, una ragazza giovanissima con una maglietta con su scritto “Chi vota lo fa meglio”, gli stampò un bacio sulla guancia. Lui, prima si schermì, sentendosi un po’ a disagio, ma poi l’abbracciò a lungo. Molto a lungo.
Essere rimasto l’unica persona in Italia a recarsi alle urne alle elezioni politiche si sentiva addosso, dopotutto, una grande responsabilità.
Non era riuscito a rinunciare al suo diritto/dovere di esprimere il proprio voto. Suo padre e suo nonno glielo avevano inculcato fin da giovane. Anche quando non ne aveva voglia o era malato o aveva impegni importanti, quindi, non vi rinunciava.
Anche se oramai la politica era diventata poco più di una farsa.
Da quando, poi, l’assenteismo era diventata la norma, il suo senso del dovere era diventato ancora più forte.
Gli avevano promesso che, cambiando residenza in vista delle diverse elezioni regionali, sarebbe stato riccamente ricompensato. Si sarebbero occupati di tutte le pratiche burocratiche, delle spese di trasloco e dell’affitto della nuova casa. Lui doveva pensare solo a votare.
Certo. Avrebbe sicuramente arrotondato la sua magra pensione. Ma, a dire il vero, non gli erano mai piaciuti gli imbrogli e poi non aveva più le energie di un tempo.
Al seggio gli avevano preparato un buffet con prodotti per diabetici e champagne analcolico. Lo avevano abbracciato più volte, intervistato. I selfie si sprecarono. Un drone era entrato nel seggio e stava ronzando come un grosso insetto fastidioso.
Infine, a malincuore, perché avrebbero voluto trattenerlo ancora, gli avevano consegnato le schede da votare. Ad attenderlo, in cabina, una poltrona comoda, un abat-jour e una bottiglia d’acqua.
La commissione elettorale festeggiava in preda a un’euforia indicibile mentre lui era impegnato nella votazione. Le reti televisive riunite trasmettevano l’evento in diretta.
Dopo una decina di minuti, la giovane ragazza che lo aveva baciato sulla guancia all’arrivo e ricevuta la strizzatina, si avvicinò alla cabina dove si trovava l’uomo.
«Tutto bene, Anselmo? Ha bisogno di una mano?» chiese, coraggiosa.
Silenzio.
«Anselmo, come va?» insistette lei alzando la voce per farsi sentire, dato che si sapeva essere un po’ sordastro.
Ancora silenzio.
Nella grande stanza, i presenti rabbrividirono, temendo il peggio
«Sig. Anselmo?» disse entrando nella cabina senza ulteriori indugi.
Vide Anselmo con la testa riversa da un lato. Le braccia abbandonate di lato della poltrona.
La ragazza urlò tenendosi le guance con le mani.
La commissione nella sua interezza si accalcò nella angusta cabina.
Un giornalista cambiò al volo il titolo di un suo articolo già pubblicato sulla testa on-line. Da “Anselmo, l’eroe con la scheda” a “Muore l’ultimo elettore”.
Ma mentre tutti si apprestavano a fotografarlo, piuttosto che a soccorrerlo, Anselmo si svegliò di soprassalto:
«Signorina, ma che urla? Non sono morto» e si toccò cercando di non essere visto. «Piuttosto non mi ha consegnato la matita. Me la porti subito per favore!»

Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
La sala era ampia ed elegante, e i camerieri andavano e venivano dalla cucina in modo impeccabile ed efficiente.
«Commodoro!»