Una gerla per Kilmoreen

Finn O’Shea attendeva da ore, mentre Fergal, il tagliatore di torba, continuava a bere senza sosta. Finiva una birra e ne ordinava subito un’altra, senza dare segno di voler smettere. L’aria del pub era pesante e satura di fumo, come ogni sabato e l’odore di birra aleggiava come un miasma denso e gli stava dando alla testa. Nonostante la fibra ancora giovane, Finn iniziava a sentire la stanchezza. La giornata era cominciata all’alba nei campi ed era proseguita, come secondo lavoro, nel pomeriggio al pub The Red Rowan, il più frequentato nel villaggio. E adesso era già sera inoltrata.
Finn non aveva guadagnato abbastanza per tornarsene finalmente a casa. La sua “adorabile” moglie, Nessa, lo avrebbe preso a male parole, chiamandolo buon a nulla e incapace. Gli avrebbe rinfacciato per l’ennesima volta che avrebbe fatto meglio, quando era giovane, magra e bella, sposare Ciaran. Certo, avrebbe sempre puzzato di ossa bollite, ma nel campo dei fertilizzanti e della colla il suo spasimante era diventato un’autorità. E soprattutto, aveva fatto tanti soldi, il che le avrebbe permesso di fare la signora. Che ben meritava.
Finn contava dunque proprio su Fergal per dare una sterzata alle sue magre entrate. Il bracciante delle torbiere abitava lontano dal pub e quindi il compenso che poteva chiedere non era basso. Un mese prima, quando dovette trasportarlo a casa nella sua gerla perché alticcio come uno straccio dimenticato sotto un acquazzone, Fergal non lo pagò in denaro, ma con una grossa lepre. In casa ci avevano mangiato per tre giorni. Finn aveva persino macinato le orecchie, le zampe e la coda per fare un ragù squisito. Dunque, meritava aspettarlo. Anche perché in paese quel servizio lo dava solo lui. Ed era anche bravo. Ma sì. Occorre solo avere un po’ di pazienza. Ancora poco e Fergal sarebbe stato ubriaco a puntino.
Finn aveva usato la gerla solo una volta quel giorno. C’era stato Tadhg da accompagnare a casa. Anche se abitava vicino. Tadhg preferiva farsi portare sempre da lui. Soprattutto a causa del sentiero stretto che portava al suo cottage e dello strapiombo che lo costringeva, già da sobrio, a fare attenzione. Una volta era andato da solo con le sue gambe era finito giù nel burrone.
Finn aveva chiesto cinque pence per il servizio, ma Tadhg voleva pagarne solo due. Durante il viaggio, Tadhg si era difatti agitato, rendendo difficile il trasporto. Aveva anche insultato e imprecato contro tutti quelli che avevano incontrato, costringendo Finn a fermarsi per scusarsi al suo posto. Al momento di pagare, però, aveva tirato sul prezzo, sostenendo di non avere altro, e gli aveva mostrato l’interno di entrambe le tasche dei pantaloni.
«Bastava bere meno» lo aveva rimproverato Finn. Ma Tadhg già non lo ascoltava più addormentandosi sulla soglia di casa.
Ora era quasi mezzanotte e Finn era esausto.
Sapeva che l’alba sarebbe arrivata in un batter d’occhio e che la giornata sarebbe ricominciata da capo, uguale a mille altre della sua vita.
E stava per andarsene quando Fergal scivolò all’improvviso giù dallo sgabello, pagò l’oste e si diresse verso l’uscita.
Finn lo intercettò subito, cercando di sorridergli nel modo più cordiale possibile.
«Basket carry, Fergal?» chiese.
L’uomo, sui cinquant’anni dall’aspetto trasandato, con rimasugli di bacon e cavolo sulla barba incolta, si meravigliò di vederlo lì, accanto a lui, con quell’aria smunta.
«Macché», gli rispose sprezzante. «È una bella giornata e tornerò a casa da solo».
«Guarda che è notte, Fergal, e sta nevicando fitto fitto».
«Lasciami stare, brutto corvaccio impagliato», lo apostrofò Fergal, mandandolo a quel paese con un gesto della mano. Uscì rapidamente dal pub, dando una manata alla porta per aprirla. Finn era inebetito vedendosi sfumare il guadagno. Non riusciva a capire come riuscisse a stare in piedi, con tutta quella birra in corpo. A casa non ci poteva certo arrivare.
Guardò la sua gerla come se fosse colpa sua per come era andata. Forse si doveva mettere a trasportare solo legna da ardere.
«Puoi portare me, se vuoi», sentì biascicare alle sue spalle.
Finn si voltò e vide Fiona. trent’anni, bionda, i capelli lunghi scarmigliati, con un sorriso che avrebbe illuminato la notte. Finn era sempre stato innamorato di Fiona. Se sua moglie gli rinfacciava sempre di Ciaran, lui non le aveva mai detto invece della sua cotta per Fiona da quando aveva i calzoni corti. Lo avesse fatto sarebbe diventata gelosissima e ancora più insopportabile.
«Ciao, Fiona, come stai?» chiese lui preso dall’emozione. Si chiese dove fosse stata nel pub fino a quel momento: non l’aveva vista.
«Come vedi, sono piuttosto ubriaca. Abbiamo fatto una scommessa su chi beveva di più…», disse indicando qualcuno con la testa e cercando di articolare bene le parole. «Una vecchia storia, insomma».
Finn lanciò uno sguardo in fondo al locale. Due uomini erano piegati sullo stesso tavolino. Russavano profondamente.
«Mi porti a casa, allora, Finn? Non vorrai mica che una signora corra il rischio che qualcuno approfitti delle sue virtù…», e gli fece l’occhiolino. «Ah…», continuò dopo una pausa studiata «non ho più soldi. Li ho spesi tutti nel bere, anche se ho vinto. Ma ti darò un bel bacio, come ricompensa. Ti va?».
Finn era sorpreso che si ricordasse persino il suo nome. Non credeva neppure che per lei lui esistesse. Da ragazza era stata la donna più corteggiata di Kilmoreen. Aveva poi sposato il sellaio Shay Brennan, biondo, bello e aitante, che però era morto calpestato dal suo Draught. Fiona non si era più maritata né aveva frequentato nessun altro. Aveva continuato, con grande successo, l’attività del marito, guadagnandosi la fiducia e il rispetto dei compaesani. Viveva sola, non avendo avuto figli. Finn si stupì molto di trovarla in quel pub, oltretutto ubriaca persa.
«Certo, Fiona, accomodati», disse a disagio. Posò la gerla sul pavimento e la aiutò a salire dentro. Lei si accoccolò in ginocchio, trovando la posizione giusta. Poi, con arricciando il naso, urlò: «Si parte!»
Uscirono. I fiocchi di neve scendevano lenti e grossi come foglie.
Finn non aveva bisogno di chiederle dove abitasse. Lo aveva sempre saputo. Lei stava a Glen Path, nella parte est del villaggio. Anche quando si sposò.
«Vada a Glen Path, buon uomo», disse lei farfugliando e ridendo.
Finn annuì felice. Non riusciva a credere a quanto gli stesse accadendo. La splendida Fiona, l’amore segreto della sua vita, era nella sua gerla a pochi pollici da lui e la stava portando sulla schiena. Lei gli aveva persino promesso che all’arrivo gli avrebbe dato un bacio. Stava vivendo un sogno.
Si incamminò adagio, in preda a una sorta di torpore ovattato. All’incrocio con St. Finbarr’s Church prese la strada del torrente, senza fretta. Desiderava che quei momenti durassero il più a lungo possibile.
Nel frattempo, Fiona si mise a cantare in modo sgangherato un limerick che Finn non riuscì nemmeno a riconoscere. Il profumo di lei, però, nonostante le ore trascorse al caldo del Red, gli arrivò alle narici e lo turbò.
La campagna era completamente bianca e le sue erano le prime orme della notte. Solo una volpe in cerca di cibo lo aveva preceduto. L’effetto fiaba che stava vivendo fu ingigantito.
Imboccato il sentiero del torrente, sentì all’improvviso un liquido caldo scendergli lungo la schiena. All’inizio non riuscì a capire, ma poi sentì Fiona lamentarsi:
«Oh… mi spiace, mi spiace davvero, Finn».
Fiona se l’era fatta addosso per il troppo bere e a lui colava addosso la sua urina.
Finn posò la gerla senza dire nulla cercando di scrollarsi il liquido che, a contatto con l’aria fredda della notte, lo stava gelando.
«Come mi dispiace, Finn. Scusami tanto. Sono mortificata», cantilenava Fiona.
«Non ti preoccupare», le disse, cercando di calmarla. «Non è niente, può capitare»
«La verità è che non ci sono più abituata a bere», disse schermendosi.
Finn riprese la gerla sulle spalle, con Fiona che ancora si scusava, e proseguì.
Voleva dirle che la prospettiva di avere un bacio da lei metteva in secondo piano qualunque intoppo avesse subito. Preferì però rimanere zitto e infilare un passo davanti all’altro.
Finalmente arrivò al cottage.
Finn appoggiò la gerla a terra, pronto ad aiutare la donna a scendere. Lei però si era addormentata, le mani sul bordo per appoggiare la testa con i lunghi capelli dorati che le scendevano di lato. Il tanto whisky ingurgitato aveva finalmente fatto effetto.
Prese la donna in braccio ed entrò in casa. La porta, come si usava nel villaggio, era sempre aperta. La portò così in camera da letto, la stese sulle coperte e la coprì con una pelle di montone che trovò ai piedi del letto. Era bellissima. Controllò un’ultima volta che stesse bene rimanendo per un po’ a guardarla sulla soglia come fosse un’apparizione. Si sentiva una cosa sola con lei, altro che bacio. Domani probabilmente lei non si sarebbe più ricordata dell’episodio. Lui l’avrebbe serbato nella testa, per sempre.
Poi se ne tornò a casa.
Nessa lo aspettava sulla porta. Senza proferire parola, gli tese la mano per farsi dare subito da lui i soldi della giornata. Lui le consegnò i pochi pence avuti da Tadhg, e lei iniziò subito a insultarlo per la pochezza di quanto guadagnato. Sentì il fetore di urina e il profumo di una donna. Gli urlò contro, accusandolo di aver speso i soldi con qualche donnaccia in una latrina. Lo spinse così fino al pollaio e lo chiuse dentro per la notte, insieme alle galline. Pensò che questo lo avrebbe fatto riflettere sulla vita che lui le faceva condurre. E poi allontanandosi gli disse dietro:
«Ah, se avessi sposato Ciaran».
Finn, disteso sulla lettiera delle galline fissò il soffitto. Tra le fessure delle assi penetravano i fiocchi di neve che si scioglievano prima di toccare terra, per il calore degli animali.
Pensò a Fiona.
Aveva un largo sorriso stampato sulla faccia.
Sospirò:
«Che giornata magnifica».

Le fondazioni di Dio

«Certo, la completerò come da contratto. Tuttavia, ho bisogno dei nuovi finanziamenti già richiesti nella lettera che vi ho inviato qualche giorno fa. E, naturalmente, dovete ritrovarmi Ramon».
«Per i finanziamenti non si preoccupi, Architetto. L’Asociación Espiritual, che ho l’onore immeritato di presiedere, li ha già stanziati. Mi scusi, non ho capito bene chi le dovrei trovare, Maestro».
«Ramon Alenyà i Corbera».
Bocabella era sempre nervoso quando parlava con il Maestro. Man mano che la Cattedrale dei Poveri prendeva forma aveva compreso ancor più la magnificenza del suo genio. E quando doveva discutere con persone che si dimostravano ben al di sopra della sua statura morale e tecnica, provava sempre un profondo rispetto paralizzante.
«Ramon, eh?» disse tra sé e sé.
Ma non era una vera domanda.
Bocabella stava cercando di ricordare dove aveva già sentito quel nome.
L’Architetto, che aveva preferito rimanere in piedi, come suo solito, ne approfittò per guardare fuori dalla finestra. Era stato un giorno di sole che aveva asciugato il cantiere dopo le piogge torrenziali dei giorni precedenti. Nei primi sbancamenti per le fondazioni si era formato un laghetto, e alcuni germani reali lo avevano scelto come luogo di sosta prima di riprendere la migrazione.
«Sì, è il mio agrimensore di fiducia. È stato licenziato da Capdevila, Direttore dei lavori iniziati alla Cripta della Colònia Güell, su vostra richiesta», spiegò l’Architetto, intuendo il pensiero di Bocabella. «È stato ingiustamente accusato di furto in cantiere. È ridicolo, lo conosco dall’infanzia, non farebbe mai una cosa del genere. E poi è un uomo di grandi mezzi. Non avrebbe nemmeno bisogno di lavorare per vivere nell’agiatezza. Figuriamoci rubare dei sacchi di gesso».
«Quindi, se ho capito bene, è solo un agrimensore?» chiese Bocabella, inarcando le sopracciglia. Ora gli era tornata in mente la vicenda. Ramon era andato in escandescenze per quell’accusa mossagli davanti alle maestranze.
«No, lui non è solo un agrimensore. È molto di più: è un collettore di informazioni, ma anche il mio addetto stampa, il mio faccendiere e chissà cos’altro. In più, mi sono rivolto a lui per delle ricerche fondamentali, che sto aspettando con trepidazione. Dopo il licenziamento, Ramon, però, è sparito nel nulla. Neppure a casa sanno dove sia finito. Sono tutti preoccupati».
«Va bene, Maestro. Ramon verrà reintegrato nel lavoro. Lo sposteremo in un cantiere diverso, fuori dalla portata di Capdevila. Mi spiace che si possa essere verificata una cosa simile. Provvederò personalmente a farlo venire da lei il più presto possibile».
Le ricerche dell’uomo richiesero più tempo del previsto. Ramon era un uomo orgoglioso e dal temperamento infiammabile. Non sopportava critiche né rimproveri. Pur avendo una capacità di lavoro invidiabile, doveva fare sempre a modo suo. Era inevitabile che entrasse in rotta di collisione con Isidre Capdevila, che, dal punto di vista caratteriale, era il suo opposto. Avevano litigato per una sciocchezza e quasi erano venuti alle mani. Isidre aveva poi montato una denuncia inconsistente di furto per far intervenire la committente e allontanarlo. Ora si temeva che Ramon potesse essere addirittura tornato in Messico da alcuni parenti.

Dopo un paio di settimane, un pomeriggio, l’Architetto era a casa sua a Park Güell, quando ricevette un biglietto. La grafia era inconfondibile: era di Ramon. Scriveva che voleva incontrarlo quella sera stessa alle 18, davanti alla chiesa di Sant Felip Neri. Aveva notizie importanti da dargli.
Il Maestro sbrigò le sue faccende. Andò al cantiere per rivedere i disegni della Torre degli Evangelisti. Non lo convinceva il gioco di luci ora che la Facciata della Natività era stata completata. La luce spioveva in modo diverso da come se l’era immaginata.
Poi si incamminò per Sant Felip per incontrare prima Ramon e poi dedicarsi alle sue preghiere serali.
Ramon era già sul posto da mezz’ora che lo aspettava. Era nervoso. Quello che aveva scoperto poteva cambiare ogni cosa, soprattutto per un fervente cattolico come Antoni.
L’Architetto doveva essere informato.
Poi, all’improvviso, Ramon lo vide attraversare la Gran Via all’altezza del Carrer de Bailèn. Il Maestro aveva, come suo solito, il capo chino, immerso nei suoi pensieri, le mani dietro la schiena.
Decise di andargli incontro. Si fermò in mezzo alla strada per far passare il tram veloce che sopraggiungeva alla sua destra. Ma Ramon non resistette e lo chiamò ad alta voce per fargli sapere che era lì.
«Maestro! Maestro!»
Lo vide alzare lo sguardo nella sua direzione e sorridergli. Poi udì lo stridio dei freni e un urto violento nella parte anteriore del tram, che si arrestò bruscamente. Il Maestro era stato investito.
Quando l’ambulanza partì per l’Ospedale, Ramon era ancora in mezzo alla strada, con le macchine che lo sfioravano, sotto choc. Antoni era lì, a pochi metri da lui. E ora…

Il giorno seguente, Ramon si recò alla Hospital de la Santa Creu, dove Antoni era stato trasportato. Insistette con l’infermiera per poter vedere il Maestro. Gli risposero però che tra i degenti non avevano nessun Maestro ricoverato. Solo un poveraccio che era stato investito da un tram. La coscienza di quell’uomo era comunque intermittente. Erano più i momenti di coma che di veglia. Non poteva quindi parlargli: insomma, era in fin di vita.
Allora lui si mise a gridare che non avevano riconosciuto il paziente. Non era un poveraccio, ma l’Architetto, l’Architetto di Dio. Dovevano salvarlo, dovevano farlo per il bene dell’Umanità intera.
Le guardie lo allontanarono con la forza. Ramon sbraitava, si agitava, urlava. Poi capì che era tutto inutile. Il destino del Maestro era segnato. E poi lui era ancora ricercato dalla polizia per quella storia maledetta di furto. Non gli conveniva dare nell’occhio. E se ne andò.
Camminò confuso per Barcellona, che ormai era sera. Aveva pensieri ingombranti che gli sgomitavano nella testa. Si sentiva in colpa. Era stato probabilmente lui a distrarre Antoni nel momento in cui arrivava il tram. Non se lo sarebbe più perdonato.
Giunse nel suo peregrinare senza meta fino al Moll de la Fusta, il molo infinito che dalla città piena di luci si distendeva come un braccio teso a ghermire il mare.
Lo sciabordio delle onde quiete cercò di calmarlo senza riuscirci. Si mise a osservare i giochi di luce di una luna riluttante a salire in cielo. Sentiva il ronzio della propria mente. Non riusciva a lasciarsi alle spalle quanto scoperto. Il cuore era in tumulto.
Quando Antoni si era rivolto a lui per sapere cosa si celasse sotto il terreno degli scavi prima che iniziassero i lavori per la Cattedrale, aveva trovato la richiesta alquanto strana. Tuttavia, il Maestro aveva insistito. Il Maestro, in preda a viva agitazione, gli aveva raccontato di essere stato più volte svegliato. Aveva sentito grida soffocate e sospiri disperati mentre dormiva nel suo studio-laboratorio allestito all’interno del cantiere. Attraverso le assi della baracca, aveva poi intravisto improvvisi lampi di fuoco che si levavano dal terreno senza fumo. Inizialmente si era spaventato, poi si era detto molto preoccupato.
Ramon aveva quindi condotto ricerche approfondite, consultando gli archivi comunali, le biblioteche più antiche e le librerie private. Fu però nello scriptorium monastico del Monestir de Sant Pau del Camp che finalmente aveva scoperto almeno una parte di verità. Anche se la notizia più importante l’aveva trovata in un manoscritto medioevale la cui ultima pagina, quella decisiva, era stata strappata: in altre parole, sul sito di scavo della Cattedrale si trovava un Cimitero di Anime Perdute. Le fondazioni di Dio in terra maledetta.
Colui che si nutriva del Male del mondo tornava ogni notte.
Non era stato semplice per Lui tumulare le anime perverse. Ma erano bastati i chiodi forgiati sul Golgota per tenerle bloccate appena sotto un velo di terra. Poi ogni notte, con il passo leggero del fuoco, Lui arriva personalmente per tormentarle. Dal dolore indicibile si sarebbe perpetuata la diffusione di nuova sofferenza? Questo suggerivano le parti mancanti del manoscritto? Ma poi la domanda più terribile: su un terreno simile poteva davvero essere costruita la Casa di Dio?
Sentì su quel molo che il vento stava rinforzando come fosse una risposta silenziosa ai suoi interrogativi. Un confronto con il Maestro era diventato indispensabile.
Ora la luna sembrava più lontana. Il cielo inaccessibile. Le nuvole trascolorate e livide.
“Forse,” pensò “con il Maestro in quelle condizioni, ogni lavoro sarà abbandonato”.
Ramon doveva liberarsi di quel peso.
Poteva dirlo a Isidre. Dopotutto era un uomo che conosceva il mondo, avrebbe capito, gli avrebbe creduto, nonostante il male che gli aveva fatto.
Forse era meglio parlarne anche con Bocabella. Se avesse solo voluto poteva porre fine ai lavori con una parola.
Poi le onde del mare cominciarono a ribollire, schiaffeggiando gli scogli neri per spostarli più in là. La voce del mare si fece potente per farsi sentire dagli angeli.
Si guardò le mani. Stavano tremando.
E un’onda anomala, alta e violenta, si abbatté su di lui, trascinandolo al largo.

La Repubblica di Anselmo

Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.
Nella sala strapiena di persone all’Unità di crisi, questo fatto lo considerarono un pessimo presagio.
Se avesse voluto infatti andarci, come suo costume, ci sarebbe andato subito giusto per togliersi il pensiero. E solo dopo si sarebbe goduto una passeggiata sul lungo fiume, come gli piaceva, e infine si sarebbe seduto al bar a leggere i giornali gratis. Aspettando che qualcuno gli offrisse un caffè e, perché no, una brioche.
Anche il suo comportamento non era usuale.
Sembrava svagato, con un sorriso un po’ spento e i capelli spettinati. Persino il suo abbigliamento era inappropriato: indossava una tuta di una marca molto nota. Lui che ci teneva sempre, in quelle particolari occasioni, a essere, se non elegante, almeno in ordine, non trasandato. Sembrava invece volesse fare solo jogging.
Maledizione! Qualcosa non quadrava.
Preoccupati, iniziarono a chiedersi che cosa sarebbe successo se non ci fosse andato affatto.
Nella stanza dell’Unità di crisi si guardarono l’un l’altro sconcertati. Non avevano il coraggio di esprimere i loro timori ad alta voce.
Che ne sarebbe stato di loro? Sarebbe sorto un problema serio per tutti. Addirittura, irrisolvibile. L’effetto domino avrebbe potuto essere devastante.
Si sarebbero dovuti inventare qualcos’altro per sbarcare il lunario. Proprio loro che ormai si erano abituati al loro lavoro senza metterci troppo impegno, senza essere ossessionati da orari o dai risultati da raggiungere.
Quello che avevano creduto, fino a mezz’ora prima, una scelta quasi scontata di Anselmo, adesso era diventata solo possibile.
Le persone incaricate di spiarlo intensificarono quindi il pedinamento perché dovevano capire se optare per delle alternative. Anche se non era chiaro quali potessero essere.
Un addetto era appostato dietro a un albero, un paio si erano piazzati dietro una macchina parcheggiata, un altro ancora faceva finta di portare a spasso il barboncino.
Il resto lo facevano i droni.
C’erano persino i giornalisti.
La loro presenza, sempre poco accorta e non specializzata, era quanto più preoccupava Romolo Romualdi, addetto al controllo. Capo indiscusso dell’Unità di crisi.
Dopo un’estenuante trattativa, si erano finalmente accordati. I giornalisti avrebbero avuto accesso alle foto e ai video delle telecamere di sorveglianza sui movimenti del Nostro. Tuttavia, sarebbero stati presenti sul percorso solo in due, con telecamere potenti ma di modeste dimensioni.
Troppi osservatori avrebbero destato sospetti.
Romualdi, che ogni anno trovava sempre più difficile svolgere il suo lavoro, considerava l’accordo un buon compromesso.
Tutte quelle precauzioni erano del resto fondamentali.
Anselmo Straccialupi, un novantacinquenne arzillo e solitamente abbastanza lucido, si sarebbe sicuramente accorto, al netto della sua vaghezza, di tutti quegli sguardi curiosi. Anche se era facile presumere che si aspettasse l’attenzione dei media in quel giorno.
Viste le incertezze dell’oggi, forse avrebbero dovuto essere più persuasivi nei suoi confronti nelle settimane precedenti.
Magari, con volantini preparati ad hoc, recapitati casualmente nella sua cassetta delle lettere, o uno spot pubblicitario inserito ad arte sulla sua piattaforma televisiva preferita, avrebbero attirato la sua attenzione sulla questione.
Avevano persino pensato di farlo incontrare con una bella signora, il suo vero punto debole. Spaesata e indifesa, avrebbe potuto fargli intendere di non essere brava quanto lui. Se l’uomo, affascinante ed esperto come sembrava, l’avesse aiutata, gliene sarebbe stata molto grata. Questo avrebbe potuto rinfrescargli la memoria diventando per lui un “aiutino”.
Tuttavia, nell’ultimo periodo, avevano rinunciato a questo espediente. Troppo rischioso. Se fosse stato scoperto si sarebbe scatenato un inferno mediatico.
Si erano allora consolati pensando che, dopotutto, sarebbe andata come sempre. Lui avrebbe fatto quello che ci si aspettava e il Paese sarebbe stato ancora una volta salvo.
Invece ora nessuno era più sicuro di niente.
Il rischio maggiore era infatti duplice: da un lato, la possibilità di una crescente disaffezione del Nostro, e dall’altro, una giornata di sole inaspettatamente bella per la stagione. Poteva convincersi di recarsi ai giardini della stazione. Lì, infatti, aveva un folto gruppo di amici della sua stessa età, anch’essi pensionati, nella cui compagnia trascorreva ore.
Lì si dedicavano ad attività varie, come dare da mangiare ai piccioni, fare pettegolezzi, ascoltare la radio. Se Anselmo avesse scelto di andare in quel luogo, avrebbe potuto perdere il senso del tempo e dimenticare il suo importante impegno.
Il mese precedente, c’era stata persino un’interrogazione parlamentare.
Le opposizioni avevano chiesto quali fossero le azioni intraprese al riguardo. La premier aveva fornito una risposta vaga, menzionando progetti non meglio specificati. Aveva inoltre affermato che, in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, la colpa sarebbe ricaduta sull’opposizione: irresponsabile e inconcludente, come sempre.

Dopo tanta apprensione, Anselmo però imboccò la strada giusta.
Si fermò ancora un poco per fare due chiacchiere con Ghulam, un pakistano irregolare di un chiosco di giornali.
Gli faceva sempre lo stesso scherzo. Fingeva di voler comprare un determinato giornale. Per quindi godersi la faccia di lui sorpresa e delusa. Dopo aver finto di cercare il quotidiano, tra la imperante paccottiglia in vendita per i turisti, si illuminava infatti di un sorriso smagliante scusandosi di averlo finito.
Successivamente, Anselmo si diresse, senza ulteriori indugi, in via Bertallot.
Consultò il suo certificato elettorale per verificare il numero di sezione e si recò lì a passo finalmente spedito.
All’Unità di crisi si rilassarono. C’è chi ricordò agli altri che era il giorno della gara di sudoku.
Un giovane, all’interno del seggio, con la fascia al braccio da addetto alla sicurezza, lo bloccò severo.
«Aspetti qui il suo turno,» gli disse perentorio.
Non c’era nessun altro votante né nei pressi della scuola, né nella città, né in tutto il Paese. Ma Anselmo diligentemente attese.
Per fortuna l’intera commissione elettorale si trovava nel corridoio ad applaudirlo e a chiamare il suo nome con cori da stadio. Suonavano persino la vuvuzela improvvisando una riuscitissima ola.
L’addetto alla sicurezza si voltò sorpreso per tanto entusiasmo assordante.
«Allora vada pure,» non capendo bene cosa stesse succedendo e facendo il gesto di regolare il traffico.
In un impeto di entusiasmo, una ragazza giovanissima con una maglietta con su scritto “Chi vota lo fa meglio”, gli stampò un bacio sulla guancia. Lui, prima si schermì, sentendosi un po’ a disagio, ma poi l’abbracciò a lungo. Molto a lungo.
Essere rimasto l’unica persona in Italia a recarsi alle urne alle elezioni politiche si sentiva addosso, dopotutto, una grande responsabilità.
Non era riuscito a rinunciare al suo diritto/dovere di esprimere il proprio voto. Suo padre e suo nonno glielo avevano inculcato fin da giovane. Anche quando non ne aveva voglia o era malato o aveva impegni importanti, quindi, non vi rinunciava.
Anche se oramai la politica era diventata poco più di una farsa.
Da quando, poi, l’assenteismo era diventata la norma, il suo senso del dovere era diventato ancora più forte.
Gli avevano promesso che, cambiando residenza in vista delle diverse elezioni regionali, sarebbe stato riccamente ricompensato. Si sarebbero occupati di tutte le pratiche burocratiche, delle spese di trasloco e dell’affitto della nuova casa. Lui doveva pensare solo a votare.
Certo. Avrebbe sicuramente arrotondato la sua magra pensione. Ma, a dire il vero, non gli erano mai piaciuti gli imbrogli e poi non aveva più le energie di un tempo.
Al seggio gli avevano preparato un buffet con prodotti per diabetici e champagne analcolico. Lo avevano abbracciato più volte, intervistato. I selfie si sprecarono. Un drone era entrato nel seggio e stava ronzando come un grosso insetto fastidioso.
Infine, a malincuore, perché avrebbero voluto trattenerlo ancora, gli avevano consegnato le schede da votare. Ad attenderlo, in cabina, una poltrona comoda, un abat-jour e una bottiglia d’acqua.
La commissione elettorale festeggiava in preda a un’euforia indicibile mentre lui era impegnato nella votazione. Le reti televisive riunite trasmettevano l’evento in diretta.

Dopo una decina di minuti, la giovane ragazza che lo aveva baciato sulla guancia all’arrivo e ricevuta la strizzatina, si avvicinò alla cabina dove si trovava l’uomo.
«Tutto bene, Anselmo? Ha bisogno di una mano?» chiese, coraggiosa.
Silenzio.
«Anselmo, come va?» insistette lei alzando la voce per farsi sentire, dato che si sapeva essere un po’ sordastro.
Ancora silenzio.
Nella grande stanza, i presenti rabbrividirono, temendo il peggio
«Sig. Anselmo?» disse entrando nella cabina senza ulteriori indugi.
Vide Anselmo con la testa riversa da un lato. Le braccia abbandonate di lato della poltrona.
La ragazza urlò tenendosi le guance con le mani.
La commissione nella sua interezza si accalcò nella angusta cabina.
Un giornalista cambiò al volo il titolo di un suo articolo già pubblicato sulla testa on-line. Da “Anselmo, l’eroe con la scheda” a “Muore l’ultimo elettore”.
Ma mentre tutti si apprestavano a fotografarlo, piuttosto che a soccorrerlo, Anselmo si svegliò di soprassalto:
«Signorina, ma che urla? Non sono morto» e si toccò cercando di non essere visto. «Piuttosto non mi ha consegnato la matita. Me la porti subito per favore!»

Nella Sala delle Radiose Decisioni

Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Kim Jin-lee, il Tuttofare del Fratello Leader, non aveva un ruolo specifico. Poteva muoversi senza sforzo tra il cospetto del Supremo e i recessi più nascosti del Paese, eseguendo compiti delicati con discrezione. Dalle efferate sopraffazioni di avversari scomodi agli equilibrismi di mediazione internazionale passando attraverso la soddisfazione dei capricci indicibili del Supremo.
La sua presenza in quella vasta Sala delle Radiose Decisioni era stata richiesta a seguito di un incidente spiacevole. Aveva avuto luogo il giorno precedente, durante la parata del XXV Luminoso Anniversario.
Mentre il Fratello Leader passava infatti in rassegna, scortato dal fidato e implacabile Generale della Guerra Park Myung-chul, l’arsenale di carri armati e di lanciamissili avveniristici, ispezionando le truppe aviotrasportate, la fanteria e i reparti speciali, aveva salutato anche la sua personale élite di sicurezza.
Fino a quel momento, tutto era proceduto senza intoppi.
Tuttavia, una improvvida guardia, anziché mantenere lo sguardo vuoto e regolato all’infinito, aveva osato fissare il Supremo negli occhi per un attimo, accennando persino a uno sciagurato sorriso.
In altre circostanze, lo avrebbe giustiziato personalmente secondo l’estro del momento. Tuttavia, aveva da tempo dismesso simili passatempi, optando per un approccio più amabile che tanto piaceva al suo popolino.
Il Fratello Leader, interrompendo la parata, aveva quindi lanciato un’occhiata eloquente al Generale, che messosi sull’attenti, aveva subito eseguito il messaggio che aveva ben compreso. Senza indugiare, ordinò l’arresto del malcapitato perché lo conducessero nella “pancia di ferro”, una grossa scatola di metallo interrata dietro il Cortile d’onore che si arroventava alle prime luci dell’alba.
Questa, insomma, era la ragione della presenza di Kim Jin-lee nella Sala. Il problema, infatti, era passato ora nelle sue mani e aveva comunicazioni importanti da fare al Leader.
Finalmente, il Supremo alzò lo sguardo su di lui e gli sorrise perfino.
«L’avete decapitato?» chiese amabilmente, come se stesse domandando se avessero dato da mangiare al pappagallino.
«Ci stiamo organizzando…» rispose prontamente il Tuttofare.
Il Fratello Leader fece una smorfia di disappunto, e Kim tremò. Conosceva bene la ferocia del Supremo, che impiccava, torturava e faceva gettare nel Burrone Urlante per una semplice inezia. Una volta aveva addirittura sterminato una delegazione di industriali invitati al Palazzo Supremo per un franca riunione di lavoro.
Come segno di benvenuto, il Fratello Leader aveva fatto trovare nella loro camera un cestello del suo Soju all’anice stellato prodotto appositamente dalle proprie cantine “Avvenire celeste”. Era una bevanda che, a detta di tutti, sapeva di piscio di mucca. La delegazione, tuttavia, l’aveva disdegnata e sostituita con della semplice birra di importazione. L’ira del Fratello Leader si abbatté inesorabile su di loro.
Riconoscendo questi segnali espressivi, Kim fece istintivamente un passo all’indietro.
Il Supremo, però, sorrise. Di nuovo. E disse:
«Quando tergiversi così, facendo quella faccia moscia, ci sono sempre dei problemi».
«In effetti, Fratello Leader. Se posso spiegare…»
«Spiega, spiega».
«Park Min-Ho, questo è il nome della guardia che le ha mancato di rispetto…»
«Sì…»
«Ebbene… è il fratello di Park Myung-chul, il suo Generale della Guerra».
«Davvero?»
«Davvero. E lui ne sta facendo una malattia. Si strugge dal dolore ma non vuole venire da lei per chiederLe la grazia».
Seguì una lunga pausa di silenzio che Kim non seppe come interpretare.
«Che problema c’è?» sbottò quindi il Supremo, riprendendo il suo lavoro. «Eliminate anche il fratello Generale, il padre, la madre e tutti i parenti fino alla terza generazione. Una famiglia del genere non merita di vivere».
Il Tuttofare impallidì e rimase impietrito. Non sapeva cosa rispondere.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse infine, inchinandosi profondamente e retrocedendo senza mai voltare le spalle.

Il giorno dopo, di buon mattino, la scena si ripeté.
L’odore che aleggiava in permanenza in quella Sala era forte. Gli bruciavano gli occhi. Ne erano impregnati tende, tappeti persiani e il pelo di quel cagnaccio di Pungsan che teneva sulla scrivania come un soprammobile. Il Fratello Leader tracannava continuamente dalla bottiglia, che nascondeva sotto la scrivania, il suo terribile Soju. Anche le piante appassivano.
«Cosa c’è ancora, Kim Jin-lee? Mi stai facendo perdere un sacco di tempo…»
«È ancora per Min-Ho Park». Kim sentiva le gambe tremare. Avrebbe preferito raccogliere un chicco di riso con due canne di bambù penzolando da una fune.
«Spero che la sua testa e il resto del corpo siano già stati seppelliti in due posti diversi», commentò secco il Supremo.
«Ecco, ci stiamo organizzando», rispose Kim.
Il Tuttofare notò che il volto del Supremo era diventato di ghiaccio. Solo le mascelle si erano impercettibilmente contratte, cosa che non gli era sfuggita. Cercò di non farsi intimidire.
«È che Park Min-Ho, la scellerata guardia che l’ha offesa…», proseguì impavido «ecco… nell’identificare la sua famiglia fino alla terza generazione, abbiamo scoperto che ha un cugino, Jung Joon-Hyuk, che, purtroppo, è quel personaggio che si è procurato quelle famose foto che La ritraggono, Signore, con quel ragazzino… in quelle circostanze… sì, insomma, ha capito».
Il Supremo si alzò improvvisamente dalla poltrona che strisciò sul parquet di mogano. Il cane lo guardò con un occhio solo aperto.
«Jung Joon-Hyuk, che mi aveva assicurato che non avrebbe pubblicato quelle foto», continuò Kim, «ora però minaccia ritorsioni se suo cugino verrà giustiziato».
Il Supremo si fece pensieroso. Si avvicinò alla finestra, come per abbracciare con lo sguardo l’intero Paese. Da tre generazioni, terre a perdita d’occhio, palazzi sontuosi, immense ricchezze del sottosuolo, mare, montagne e il popolino-bue erano stati sotto il dominio ferreo della sua famiglia.
Dopo qualche istante, il Leader sospirò tornando alla scrivania.
«Che problema c’è?» chiese. «Radete al suolo l’intero palazzo dove abita Jung Joon-Hyuk, anzi, l’intero quartiere. Accusiamo Jung, con una propaganda ben addestrata, delle peggiori nefandezze, i cui dettagli ti fornirò, in modo da screditarlo agli occhi di tutti. Ovviamente, poi bruciate tutto».
Il Tuttofare pensò che non si sarebbe mai abituato a comandi del genere. Deglutì più volte.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse dopo un po’. Con un inchino, senza mai voltare le spalle al Supremo, si allontanò.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, Kim Jin-lee si ripresentò per la terza volta. Sapeva di star sfidando la sorte.
«Dimmi che Min-Ho Park non è ancora vivo, o qualunque cosa dirai in questa Sala sarà anche l’ultima cosa che sentirò», tuonò Lui minaccioso, sbattendo un pugno sulla scrivania.
«È che…»
Il Tuttofare si sentiva mancare, ma doveva proseguire.
«È che questo benedetto Park Min-Ho ha una sorellastra…»
«Pure la sorellastra, adesso…»
«Sì, Fratello Leader. Non sarebbe di per sé rilevante se non fosse la shampista dell’Eccellentissima sua suocera».
Kim vide che il Supremo aveva cambiato colore. Lo vide alzarsi lentamente dalla scrivania, come se portasse sulle spalle un peso insopportabile.
«La megera?»
«Sì, l’Eccellentissima, Sua suocera», confermò Kim.
«Me ne parla sempre come l’unica capace di massaggiarle la cute con le sue ditine rosee e delicate», rifletté il Supremo. “Fa miracoli, fa miracoli”, aggiunse in falsetto, imitando la voce della temuta e potente suocera.
Kim pensò che quella imitazione gli riuscisse sempre particolarmente bene.
«Allora…», iniziò il Fratello Leader, vagheggiando come un sottomarino nella tempesta, «e allora…»
“Che diavolo si sarebbe inventato stavolta?”, si chiese Kim.
«Allora lo nominiamo governatore. Lo mandiamo all’estremo nord del Paese, in un avamposto sperduto al confine con l’Azerbaigian. Gli diamo l’ordine di costruire un avamposto difensivo e gli promettiamo una guarnigione che non gli invieremo mai».
«Ma il nostro amato Paese, che Lei ci onora di governare, non confina con l’Azerbaigian», obiettò il Tuttofare stralunato.
«Appunto, Kim, appunto. Adesso vattene, sparisci. Mi hai annoiato a morte», e si rimise a capo fitto a leggere i documenti sparpagliati sulla scrivania.

Del resto, nessuno

Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia.  E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.