La Repubblica di Anselmo

Anselmo uscì di casa che era mattina inoltrata, un ritardo insolito per lui.
Nella sala strapiena di persone all’Unità di crisi, questo fatto lo considerarono un pessimo presagio.
Se avesse voluto infatti andarci, come suo costume, ci sarebbe andato subito giusto per togliersi il pensiero. E solo dopo si sarebbe goduto una passeggiata sul lungo fiume, come gli piaceva, e infine si sarebbe seduto al bar a leggere i giornali gratis. Aspettando che qualcuno gli offrisse un caffè e, perché no, una brioche.
Anche il suo comportamento non era usuale.
Sembrava svagato, con un sorriso un po’ spento e i capelli spettinati. Persino il suo abbigliamento era inappropriato: indossava una tuta di una marca molto nota. Lui che ci teneva sempre, in quelle particolari occasioni, a essere, se non elegante, almeno in ordine, non trasandato. Sembrava invece volesse fare solo jogging.
Maledizione! Qualcosa non quadrava.
Preoccupati, iniziarono a chiedersi che cosa sarebbe successo se non ci fosse andato affatto.
Nella stanza dell’Unità di crisi si guardarono l’un l’altro sconcertati. Non avevano il coraggio di esprimere i loro timori ad alta voce.
Che ne sarebbe stato di loro? Sarebbe sorto un problema serio per tutti. Addirittura, irrisolvibile. L’effetto domino avrebbe potuto essere devastante.
Si sarebbero dovuti inventare qualcos’altro per sbarcare il lunario. Proprio loro che ormai si erano abituati al loro lavoro senza metterci troppo impegno, senza essere ossessionati da orari o dai risultati da raggiungere.
Quello che avevano creduto, fino a mezz’ora prima, una scelta quasi scontata di Anselmo, adesso era diventata solo possibile.
Le persone incaricate di spiarlo intensificarono quindi il pedinamento perché dovevano capire se optare per delle alternative. Anche se non era chiaro quali potessero essere.
Un addetto era appostato dietro a un albero, un paio si erano piazzati dietro una macchina parcheggiata, un altro ancora faceva finta di portare a spasso il barboncino.
Il resto lo facevano i droni.
C’erano persino i giornalisti.
La loro presenza, sempre poco accorta e non specializzata, era quanto più preoccupava Romolo Romualdi, addetto al controllo. Capo indiscusso dell’Unità di crisi.
Dopo un’estenuante trattativa, si erano finalmente accordati. I giornalisti avrebbero avuto accesso alle foto e ai video delle telecamere di sorveglianza sui movimenti del Nostro. Tuttavia, sarebbero stati presenti sul percorso solo in due, con telecamere potenti ma di modeste dimensioni.
Troppi osservatori avrebbero destato sospetti.
Romualdi, che ogni anno trovava sempre più difficile svolgere il suo lavoro, considerava l’accordo un buon compromesso.
Tutte quelle precauzioni erano del resto fondamentali.
Anselmo Straccialupi, un novantacinquenne arzillo e solitamente abbastanza lucido, si sarebbe sicuramente accorto, al netto della sua vaghezza, di tutti quegli sguardi curiosi. Anche se era facile presumere che si aspettasse l’attenzione dei media in quel giorno.
Viste le incertezze dell’oggi, forse avrebbero dovuto essere più persuasivi nei suoi confronti nelle settimane precedenti.
Magari, con volantini preparati ad hoc, recapitati casualmente nella sua cassetta delle lettere, o uno spot pubblicitario inserito ad arte sulla sua piattaforma televisiva preferita, avrebbero attirato la sua attenzione sulla questione.
Avevano persino pensato di farlo incontrare con una bella signora, il suo vero punto debole. Spaesata e indifesa, avrebbe potuto fargli intendere di non essere brava quanto lui. Se l’uomo, affascinante ed esperto come sembrava, l’avesse aiutata, gliene sarebbe stata molto grata. Questo avrebbe potuto rinfrescargli la memoria diventando per lui un “aiutino”.
Tuttavia, nell’ultimo periodo, avevano rinunciato a questo espediente. Troppo rischioso. Se fosse stato scoperto si sarebbe scatenato un inferno mediatico.
Si erano allora consolati pensando che, dopotutto, sarebbe andata come sempre. Lui avrebbe fatto quello che ci si aspettava e il Paese sarebbe stato ancora una volta salvo.
Invece ora nessuno era più sicuro di niente.
Il rischio maggiore era infatti duplice: da un lato, la possibilità di una crescente disaffezione del Nostro, e dall’altro, una giornata di sole inaspettatamente bella per la stagione. Poteva convincersi di recarsi ai giardini della stazione. Lì, infatti, aveva un folto gruppo di amici della sua stessa età, anch’essi pensionati, nella cui compagnia trascorreva ore.
Lì si dedicavano ad attività varie, come dare da mangiare ai piccioni, fare pettegolezzi, ascoltare la radio. Se Anselmo avesse scelto di andare in quel luogo, avrebbe potuto perdere il senso del tempo e dimenticare il suo importante impegno.
Il mese precedente, c’era stata persino un’interrogazione parlamentare.
Le opposizioni avevano chiesto quali fossero le azioni intraprese al riguardo. La premier aveva fornito una risposta vaga, menzionando progetti non meglio specificati. Aveva inoltre affermato che, in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, la colpa sarebbe ricaduta sull’opposizione: irresponsabile e inconcludente, come sempre.

Dopo tanta apprensione, Anselmo però imboccò la strada giusta.
Si fermò ancora un poco per fare due chiacchiere con Ghulam, un pakistano irregolare di un chiosco di giornali.
Gli faceva sempre lo stesso scherzo. Fingeva di voler comprare un determinato giornale. Per quindi godersi la faccia di lui sorpresa e delusa. Dopo aver finto di cercare il quotidiano, tra la imperante paccottiglia in vendita per i turisti, si illuminava infatti di un sorriso smagliante scusandosi di averlo finito.
Successivamente, Anselmo si diresse, senza ulteriori indugi, in via Bertallot.
Consultò il suo certificato elettorale per verificare il numero di sezione e si recò lì a passo finalmente spedito.
All’Unità di crisi si rilassarono. C’è chi ricordò agli altri che era il giorno della gara di sudoku.
Un giovane, all’interno del seggio, con la fascia al braccio da addetto alla sicurezza, lo bloccò severo.
«Aspetti qui il suo turno,» gli disse perentorio.
Non c’era nessun altro votante né nei pressi della scuola, né nella città, né in tutto il Paese. Ma Anselmo diligentemente attese.
Per fortuna l’intera commissione elettorale si trovava nel corridoio ad applaudirlo e a chiamare il suo nome con cori da stadio. Suonavano persino la vuvuzela improvvisando una riuscitissima ola.
L’addetto alla sicurezza si voltò sorpreso per tanto entusiasmo assordante.
«Allora vada pure,» non capendo bene cosa stesse succedendo e facendo il gesto di regolare il traffico.
In un impeto di entusiasmo, una ragazza giovanissima con una maglietta con su scritto “Chi vota lo fa meglio”, gli stampò un bacio sulla guancia. Lui, prima si schermì, sentendosi un po’ a disagio, ma poi l’abbracciò a lungo. Molto a lungo.
Essere rimasto l’unica persona in Italia a recarsi alle urne alle elezioni politiche si sentiva addosso, dopotutto, una grande responsabilità.
Non era riuscito a rinunciare al suo diritto/dovere di esprimere il proprio voto. Suo padre e suo nonno glielo avevano inculcato fin da giovane. Anche quando non ne aveva voglia o era malato o aveva impegni importanti, quindi, non vi rinunciava.
Anche se oramai la politica era diventata poco più di una farsa.
Da quando, poi, l’assenteismo era diventata la norma, il suo senso del dovere era diventato ancora più forte.
Gli avevano promesso che, cambiando residenza in vista delle diverse elezioni regionali, sarebbe stato riccamente ricompensato. Si sarebbero occupati di tutte le pratiche burocratiche, delle spese di trasloco e dell’affitto della nuova casa. Lui doveva pensare solo a votare.
Certo. Avrebbe sicuramente arrotondato la sua magra pensione. Ma, a dire il vero, non gli erano mai piaciuti gli imbrogli e poi non aveva più le energie di un tempo.
Al seggio gli avevano preparato un buffet con prodotti per diabetici e champagne analcolico. Lo avevano abbracciato più volte, intervistato. I selfie si sprecarono. Un drone era entrato nel seggio e stava ronzando come un grosso insetto fastidioso.
Infine, a malincuore, perché avrebbero voluto trattenerlo ancora, gli avevano consegnato le schede da votare. Ad attenderlo, in cabina, una poltrona comoda, un abat-jour e una bottiglia d’acqua.
La commissione elettorale festeggiava in preda a un’euforia indicibile mentre lui era impegnato nella votazione. Le reti televisive riunite trasmettevano l’evento in diretta.

Dopo una decina di minuti, la giovane ragazza che lo aveva baciato sulla guancia all’arrivo e ricevuta la strizzatina, si avvicinò alla cabina dove si trovava l’uomo.
«Tutto bene, Anselmo? Ha bisogno di una mano?» chiese, coraggiosa.
Silenzio.
«Anselmo, come va?» insistette lei alzando la voce per farsi sentire, dato che si sapeva essere un po’ sordastro.
Ancora silenzio.
Nella grande stanza, i presenti rabbrividirono, temendo il peggio
«Sig. Anselmo?» disse entrando nella cabina senza ulteriori indugi.
Vide Anselmo con la testa riversa da un lato. Le braccia abbandonate di lato della poltrona.
La ragazza urlò tenendosi le guance con le mani.
La commissione nella sua interezza si accalcò nella angusta cabina.
Un giornalista cambiò al volo il titolo di un suo articolo già pubblicato sulla testa on-line. Da “Anselmo, l’eroe con la scheda” a “Muore l’ultimo elettore”.
Ma mentre tutti si apprestavano a fotografarlo, piuttosto che a soccorrerlo, Anselmo si svegliò di soprassalto:
«Signorina, ma che urla? Non sono morto» e si toccò cercando di non essere visto. «Piuttosto non mi ha consegnato la matita. Me la porti subito per favore!»

Nella Sala delle Radiose Decisioni

Kim attendeva con impazienza che il Fratello Leader posasse il Suo mirabile sguardo su di lui. Era quasi mezz’ora che si trovava davanti alla sua imponente scrivania e cominciava a temere che il Supremo non l’avesse notato. Tuttavia, questa possibilità sembrava improbabile, quasi risibile, dato che il Fratello Leader era noto per la sua capacità di osservare e percepire ogni cosa.
Kim Jin-lee, il Tuttofare del Fratello Leader, non aveva un ruolo specifico. Poteva muoversi senza sforzo tra il cospetto del Supremo e i recessi più nascosti del Paese, eseguendo compiti delicati con discrezione. Dalle efferate sopraffazioni di avversari scomodi agli equilibrismi di mediazione internazionale passando attraverso la soddisfazione dei capricci indicibili del Supremo.
La sua presenza in quella vasta Sala delle Radiose Decisioni era stata richiesta a seguito di un incidente spiacevole. Aveva avuto luogo il giorno precedente, durante la parata del XXV Luminoso Anniversario.
Mentre il Fratello Leader passava infatti in rassegna, scortato dal fidato e implacabile Generale della Guerra Park Myung-chul, l’arsenale di carri armati e di lanciamissili avveniristici, ispezionando le truppe aviotrasportate, la fanteria e i reparti speciali, aveva salutato anche la sua personale élite di sicurezza.
Fino a quel momento, tutto era proceduto senza intoppi.
Tuttavia, una improvvida guardia, anziché mantenere lo sguardo vuoto e regolato all’infinito, aveva osato fissare il Supremo negli occhi per un attimo, accennando persino a uno sciagurato sorriso.
In altre circostanze, lo avrebbe giustiziato personalmente secondo l’estro del momento. Tuttavia, aveva da tempo dismesso simili passatempi, optando per un approccio più amabile che tanto piaceva al suo popolino.
Il Fratello Leader, interrompendo la parata, aveva quindi lanciato un’occhiata eloquente al Generale, che messosi sull’attenti, aveva subito eseguito il messaggio che aveva ben compreso. Senza indugiare, ordinò l’arresto del malcapitato perché lo conducessero nella “pancia di ferro”, una grossa scatola di metallo interrata dietro il Cortile d’onore che si arroventava alle prime luci dell’alba.
Questa, insomma, era la ragione della presenza di Kim Jin-lee nella Sala. Il problema, infatti, era passato ora nelle sue mani e aveva comunicazioni importanti da fare al Leader.
Finalmente, il Supremo alzò lo sguardo su di lui e gli sorrise perfino.
«L’avete decapitato?» chiese amabilmente, come se stesse domandando se avessero dato da mangiare al pappagallino.
«Ci stiamo organizzando…» rispose prontamente il Tuttofare.
Il Fratello Leader fece una smorfia di disappunto, e Kim tremò. Conosceva bene la ferocia del Supremo, che impiccava, torturava e faceva gettare nel Burrone Urlante per una semplice inezia. Una volta aveva addirittura sterminato una delegazione di industriali invitati al Palazzo Supremo per un franca riunione di lavoro.
Come segno di benvenuto, il Fratello Leader aveva fatto trovare nella loro camera un cestello del suo Soju all’anice stellato prodotto appositamente dalle proprie cantine “Avvenire celeste”. Era una bevanda che, a detta di tutti, sapeva di piscio di mucca. La delegazione, tuttavia, l’aveva disdegnata e sostituita con della semplice birra di importazione. L’ira del Fratello Leader si abbatté inesorabile su di loro.
Riconoscendo questi segnali espressivi, Kim fece istintivamente un passo all’indietro.
Il Supremo, però, sorrise. Di nuovo. E disse:
«Quando tergiversi così, facendo quella faccia moscia, ci sono sempre dei problemi».
«In effetti, Fratello Leader. Se posso spiegare…»
«Spiega, spiega».
«Park Min-Ho, questo è il nome della guardia che le ha mancato di rispetto…»
«Sì…»
«Ebbene… è il fratello di Park Myung-chul, il suo Generale della Guerra».
«Davvero?»
«Davvero. E lui ne sta facendo una malattia. Si strugge dal dolore ma non vuole venire da lei per chiederLe la grazia».
Seguì una lunga pausa di silenzio che Kim non seppe come interpretare.
«Che problema c’è?» sbottò quindi il Supremo, riprendendo il suo lavoro. «Eliminate anche il fratello Generale, il padre, la madre e tutti i parenti fino alla terza generazione. Una famiglia del genere non merita di vivere».
Il Tuttofare impallidì e rimase impietrito. Non sapeva cosa rispondere.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse infine, inchinandosi profondamente e retrocedendo senza mai voltare le spalle.

Il giorno dopo, di buon mattino, la scena si ripeté.
L’odore che aleggiava in permanenza in quella Sala era forte. Gli bruciavano gli occhi. Ne erano impregnati tende, tappeti persiani e il pelo di quel cagnaccio di Pungsan che teneva sulla scrivania come un soprammobile. Il Fratello Leader tracannava continuamente dalla bottiglia, che nascondeva sotto la scrivania, il suo terribile Soju. Anche le piante appassivano.
«Cosa c’è ancora, Kim Jin-lee? Mi stai facendo perdere un sacco di tempo…»
«È ancora per Min-Ho Park». Kim sentiva le gambe tremare. Avrebbe preferito raccogliere un chicco di riso con due canne di bambù penzolando da una fune.
«Spero che la sua testa e il resto del corpo siano già stati seppelliti in due posti diversi», commentò secco il Supremo.
«Ecco, ci stiamo organizzando», rispose Kim.
Il Tuttofare notò che il volto del Supremo era diventato di ghiaccio. Solo le mascelle si erano impercettibilmente contratte, cosa che non gli era sfuggita. Cercò di non farsi intimidire.
«È che Park Min-Ho, la scellerata guardia che l’ha offesa…», proseguì impavido «ecco… nell’identificare la sua famiglia fino alla terza generazione, abbiamo scoperto che ha un cugino, Jung Joon-Hyuk, che, purtroppo, è quel personaggio che si è procurato quelle famose foto che La ritraggono, Signore, con quel ragazzino… in quelle circostanze… sì, insomma, ha capito».
Il Supremo si alzò improvvisamente dalla poltrona che strisciò sul parquet di mogano. Il cane lo guardò con un occhio solo aperto.
«Jung Joon-Hyuk, che mi aveva assicurato che non avrebbe pubblicato quelle foto», continuò Kim, «ora però minaccia ritorsioni se suo cugino verrà giustiziato».
Il Supremo si fece pensieroso. Si avvicinò alla finestra, come per abbracciare con lo sguardo l’intero Paese. Da tre generazioni, terre a perdita d’occhio, palazzi sontuosi, immense ricchezze del sottosuolo, mare, montagne e il popolino-bue erano stati sotto il dominio ferreo della sua famiglia.
Dopo qualche istante, il Leader sospirò tornando alla scrivania.
«Che problema c’è?» chiese. «Radete al suolo l’intero palazzo dove abita Jung Joon-Hyuk, anzi, l’intero quartiere. Accusiamo Jung, con una propaganda ben addestrata, delle peggiori nefandezze, i cui dettagli ti fornirò, in modo da screditarlo agli occhi di tutti. Ovviamente, poi bruciate tutto».
Il Tuttofare pensò che non si sarebbe mai abituato a comandi del genere. Deglutì più volte.
«Sarà fatta la Sua volontà», disse dopo un po’. Con un inchino, senza mai voltare le spalle al Supremo, si allontanò.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, Kim Jin-lee si ripresentò per la terza volta. Sapeva di star sfidando la sorte.
«Dimmi che Min-Ho Park non è ancora vivo, o qualunque cosa dirai in questa Sala sarà anche l’ultima cosa che sentirò», tuonò Lui minaccioso, sbattendo un pugno sulla scrivania.
«È che…»
Il Tuttofare si sentiva mancare, ma doveva proseguire.
«È che questo benedetto Park Min-Ho ha una sorellastra…»
«Pure la sorellastra, adesso…»
«Sì, Fratello Leader. Non sarebbe di per sé rilevante se non fosse la shampista dell’Eccellentissima sua suocera».
Kim vide che il Supremo aveva cambiato colore. Lo vide alzarsi lentamente dalla scrivania, come se portasse sulle spalle un peso insopportabile.
«La megera?»
«Sì, l’Eccellentissima, Sua suocera», confermò Kim.
«Me ne parla sempre come l’unica capace di massaggiarle la cute con le sue ditine rosee e delicate», rifletté il Supremo. “Fa miracoli, fa miracoli”, aggiunse in falsetto, imitando la voce della temuta e potente suocera.
Kim pensò che quella imitazione gli riuscisse sempre particolarmente bene.
«Allora…», iniziò il Fratello Leader, vagheggiando come un sottomarino nella tempesta, «e allora…»
“Che diavolo si sarebbe inventato stavolta?”, si chiese Kim.
«Allora lo nominiamo governatore. Lo mandiamo all’estremo nord del Paese, in un avamposto sperduto al confine con l’Azerbaigian. Gli diamo l’ordine di costruire un avamposto difensivo e gli promettiamo una guarnigione che non gli invieremo mai».
«Ma il nostro amato Paese, che Lei ci onora di governare, non confina con l’Azerbaigian», obiettò il Tuttofare stralunato.
«Appunto, Kim, appunto. Adesso vattene, sparisci. Mi hai annoiato a morte», e si rimise a capo fitto a leggere i documenti sparpagliati sulla scrivania.

Del resto, nessuno

Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia.  E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.

La cena dei reduci

La sala era ampia ed elegante, e i camerieri andavano e venivano dalla cucina in modo impeccabile ed efficiente.
Ogni anno, dopo la fine della Grande Guerra, nella Sala delle Colonne del Grand Hotel delle Terme di Valdombra si teneva una cena per i reduci mutilati. La tavolata era unica, purtroppo ben nutrita, con tutto il repertorio delle scempi che il fuoco delle armi può infliggere al corpo umano.
Tuttavia, i presenti, per lo più appartenenti a diversi reggimenti di fanteria, non erano affatto imbarazzati dal loro stato di menomati. C’era chi era rimasto privo di mezza faccia, chi di una gamba saltata su una mina, chi aveva perso un occhio. Ma loro non provavano vergogna o riserbo. Nessun disagio o remora. Le mutilazioni erano esibite come medaglie, motivo di orgoglio perché rappresentavano il prezzo pagato per la vittoria. Anzi, gareggiavano tra loro su chi avesse subito il maggior pregiudizio, e i racconti si sprecavano, assumendo via via toni epici e leggendari.
Già dopo il secondo bicchiere di vino, il livello della discussione era notevolmente peggiorato, diventando di ora in ora sempre più ruvido e sguaiato.
Questo sarebbe stato anche comprensibile, visto che erano uomini abituati al duro lavoro e alla vita spartana da reparto.
Se non fosse che, al loro tavolo, in rappresentanza delle Dame della Carità, organizzatrici dell’evento, non c’era Albertina Storti, la Presidente, donna di mondo, risoluta e dai modi franchi e spicci. C’era una Suorina africana ugandese, in Italia per completare la formazione, appena tornata alla casa madre.
In assenza della Presidente, le Dame della Carità si erano rivolte alle Suore Clementine con cui collaboravano e la Superiora aveva mandato Suor Celestina. Tuttavia, lei era completamente fuori dal suo elemento, priva del linguaggio mondano delle Dame e del vocabolario retorico del sacrificio patriottico. Non sapeva nemmeno dove guardare. Non aveva mai visto tanto strazio concentrato in un unico luogo. L’angoscia le toglieva il respiro. Aveva alleviato la sofferenza dei lebbrosi e accudito bambini denutriti, ma uomini martoriati in quel modo erano una cosa completamente diversa. Sembravano maschere tragiche, incubi a occhi aperti
Almeno per il momento, non ce la faceva. Così, decise di concentrarsi solo sul suo piatto, cercando di estraniarsi non ascoltando e non vedendo nessuno. Iniziò a sgranare il rosario che le pendeva dalla cintola e che tante volte l’aveva messa tratta d’impaccio.
Era talmente chiusa nella sua bolla, il capo chino, che non si era accorta che il commensale alla sua sinistra la stava chiamando.
«Sorella! Sorella!»
Suor Celestina risalì la china dei suoi pensieri e si voltò verso l’uomo. Il soldato aveva le mani vistosamente bendate come due gigantesche muffole imbottite.
«Sorella, senta. Se non mi aiuta, non posso mangiare», disse, mostrando le sue mani che gli impedivano di usare gli utensili o bere dal bicchiere.
Suor Celestina non sapeva davvero cosa fare e si guardò intorno in cerca di ispirazione.
«Mi deve solo imboccare», suggerì allora lui, togliendola dall’imbarazzo. E con gli occhi l’uomo indicò la portata poco distante da sé, ricolma di crostini al fegato, alle olive e ad altre prelibatezze.
La suora prese con una certa riluttanza un crostino con una pasta spalmata di verde e l’avvicinò alla bocca di lui.
Il soldato si avvicinò alla sua mano e addentò con delicatezza il crostino, non mancando di leccare e succhiare le dita della suora.
Suor Celestina inorridì.
«Oh, madonnina mia, pensaci tu», si disse, chiudendo gli occhi.
«Sorella», spiegò l’uomo dopo aver deglutito. «Ho anche ricevuto un forte colpo alla testa e mi ha fatto scoordinato nei movimenti».
Celestina tornò a fissare il suo piatto. Nel frattempo, era stato già sostituito con una scodella di consommé.
Il volume delle voci nella sala era aumentato notevolmente. I visi erano diventati paonazzi e chi poteva si era già allentata la cravatta e aperto il colletto della camicia.
Il presidente dei reduci, quando nessuno se lo aspettava, si era alzato dalla sedia e aveva pronunciato alcune parole di ringraziamento e di circostanza. Lo fece con la bocca piena e appoggiando il corpo con le mani sulla tovaglia per non cadere. Era già ubriaco.
Dopo circa dieci minuti, l’uomo che le aveva parlato poco prima le disse:
«Sorella, devo proprio andare».
«Va già via?» chiese, sollevata dalla notizia.
«Ma no, che dice? C’è ancora il secondo e poi il dolce. È che devo andare in bagno. Devo fare la cosa piccola».
«E io che c’entro?» domandò, pallida.
«Ma come sorella, in questo stato non riesco neppure a sbottonarmi la patta… se non mi aiuta lei… me la farò addosso. Il suo sarà un atto caritatevole».
Suor Celestina si sentì svenire.
«Oh madonnina mia, pensaci tu».
Si sarebbe pure inginocchiata volentieri accanto alla sua sedia, ma di sicuro i partecipanti non l’avrebbero presa bene. Si limitò a girare la testa dall’altra parte per non dover affrontare quella situazione. L’uomo alla sua destra, sentendosi osservato, le chiese:
«Tutto bene, sorella?»
«Ccome dice?»
«Le ho chiesto se va tutto bene. Ha una faccia da far invidia a un lenzuolo».
«No no… è che…»
L’uomo attese che lei finisse la frase, ma non lo fece.
«Piuttosto, vedo che lei non ha subito ferite gravi», disse la suora per allentare la tensione che provava alla base del collo come una morsa.
«Beh, sorella, a dire il vero, la mia amputazione c’è, ma non si vede. È stata tutta colpa di una bomba a mano modificata. Camminavo di pattuglia con i miei compagni quando, BUUUM», e imitò il suono con la bocca, così forte che Celestina trasalì. «Era sotterrata, e io, ovviamente, non l’ho vista. Mi ha preso proprio lì, portandomi via tutto…» indicò il proprio basso ventre. «Non sono buono più a nulla» e le fece l’occhiolino. «Vuole vederlo?»
Suor Celestina arrossì di nuovo e si fece tre segni della croce, uno dopo l’altro, senza avere il coraggio di rispondere. Si chiese cosa le fosse venuto in mente di accettare un invito a una cena del genere.
In quel momento, un uomo distinto si avvicinò alla suora.
«Suor Celestina, buonasera. Sono Camillo Gualberdotti, direttore di questo hotel. Le posso parlare un attimo?»
La suorina era confusa. Voleva ritornarsene al Convento, altro che parlare con quell’uomo. Dopo un po’, si convinse, si alzò e lo seguì. Si allontanarono dalla sala e si misero in un punto appartato del locale. Poi Gualberdotti si guardò intorno e le disse:
«Non se la prenda per questi ragazzi. Ne hanno passate tante».
«Sì, sì, certo, è che io…»
«Volevo dirle che non deve dar troppo peso a quello che dicono e fanno. Sono qui per svagarsi e non pensare alle proprie condizioni». La suora lo guardava timorosa, senza capire il punto.
«Per esempio», proseguì il direttore, «l’uomo alla sua sinistra ha solo due dita amputate. Se le è fasciate in quel modo prima di venire, ma solo per goliardia. Lo stesso vale per il commensale alla sua destra. Gli è stato amputato solo il piede sinistro per una ferita di fucile non curata. Le assicuro che non hanno altre menomazioni. Si divertono così».

Il Paradiso alla deriva

«Commodoro!»
Arthur Wilson era in piedi davanti alla finestra. Si passava da un lato all’altro della bocca il suo eterno sigaro. Tentava di evitare che il fumo gli andasse negli occhi. Ma non era in grado. Non era ancora riuscito ad abituarsi al fatto che non avesse più da tempo il naso. Gli era stato tagliato di netto nel primo giorno di scontro con gli indigeni di quella terra, cinquant’anni prima. Fumare, da allora, era sempre stato un problema.
Incollato ai vetri ammirava il mare, che brillava di un prepotente blu cobalto. Quel colore pareva volersi far largo nel portico per entrare nella stanza e sovrapporsi a tutti gli altri.
Era quello uno di quei momenti in cui capiva perché avrebbe voluto, un giorno, essere seppellito nel giardino di quella farm.
Senza dire una parola, si girò a fissare negli occhi il suo assistente. Il fidato Jedd Garber era appena entrato ansante.
«Commodoro, stanno arrivando altri turisti dal continente.»
Guardò anche lui il mare, chiedendosi se fosse mai riuscito un giorno a tornare a casa.
Wilson a quelle parole si rabbuiò.
L’Isola di South Sentinel era situata nel bel mezzo dell’oceano ma da tempo aveva iniziato ad attirare un numero sempre più crescente di persone. Sembrava si moltiplicassero a ogni sciabordio delle onde.
Ed era stata tutta colpa di Jimmy, il figlio adolescente dello stesso Garber. Il padre l’aveva portato con sé sull’Isola durante il precedente periodo estivo di assegnazione. Al suo ritorno sulla terraferma, il ragazzo aveva prodotto una serie di podcast di successo, scatenando l’interesse irrefrenabile per quella terra, decantata per le sue bellezze, le risorse minerarie e la bella vita. E si era scatenato il finimondo. Da allora arrivava di continuo gente in nave, in motoscafo, in gommone.
La fragile economia locale non avrebbe retto.
Non c’erano strutture adeguate ad accogliere tutta questa gente, senza contare che molti decidevano di fermarsi in pianta stabile.
Il problema peggiore era però l’ordine pubblico. L’aumento del consumo di arak, un potente distillato prodotto sull’Isola, aveva acceso risse feroci tra etnie e religioni in tensione tra loro da generazioni.
Il sole sulla terra del Paradiso sembrava aver cominciato a tramontare.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi, Garber?» chiese notando che il suo assistente rimaneva fermo sulla soglia. I due avevano condiviso più tempeste che pasti caldi, e tra loro la fedeltà era ormai un’abitudine, più che una scelta. E si capivano anche con un solo cenno.
«Sì, Commodoro. Si è creata anche un’altra situazione, direi incresciosa.»
«Incresciosa? In che senso?» e Wilson si sedette alla scrivania. Si tratta di lavoro, dopotutto.
«Alcuni ingegneri sono venuti dal continente per studiare la morfologia dell’Isola» continuò Garber. Ed esitò.
«Continua, su» incalzò il Commodoro. «Non farti pregare».
«Ebbene, hanno scoperto che South Sentinel sta sprofondando.»
«Cosa stai dicendo? Non è possibile! Cos’è? Bradisismo? Non mi risulta che l’Isola sia soggetta a fenomeni simili.»
«Sì, infatti, non lo è. Hanno studiato a fondo la questione e hanno capito di cosa si tratta. Sta sprofondando per il peso eccessivo delle persone.»
«Troppo peso? Che razza di sciocchezza è questa?»
Il Commodoro si era alzato di nuovo in piedi e si stava asciugando le lacrime: il fumo del sigaro gli era appena entrato negli occhi.
«Purtroppo, no, Commodoro. Gli ingegneri hanno verificato che l’Isola, in realtà non è un’isola. È un’enorme zattera di legno.»
«Cosa? Una zattera? E ne sono sicuri?»
«Sicurissimi. È una costruzione millenaria. Anche a causa della copiosa caduta iniziale di ceneri vulcaniche del vicino Kaunaloa, si è formato successivamente uno strato molto spesso di terra coprendo l’intera zattera. Ed è rimasta nascosta persino la catena che la tiene ancorata al fondo. Nessuno se n’era mai accorto.»
«Non è possibile, non è possibile!» disse, proteggendosi il volto come fosse il fumo a infastidirlo.
«E non è tutto» continuò Garber. «Alcuni anziani raccontano che sotto la zattera vivrebbe uno dei cinque Giganti Orrifici del mare» disse Garber serio. «Il Gigante avrebbe costruito la zattera perché gli doveva servire da riparo dalle onde oceaniche, giusto per potersi finalmente addormentare dopo anni di lotte tempestose con i demoni dell’oceano. E grazie a questa zattera sarebbe riuscito in effetti, in tutti questi secoli, a riposarsi. E se il Gigante si sveglierà, perché la zattera gli sarà caduta addosso, scatenerà su di noi la sua incontenibile ira. E per noi sarà la fine. Così dicono.»
«Non è possibile, non è possibile!» ripeteva Wilson che, pur non credendoci, aveva sempre saputo di quelle leggende.
«Pareva una diceria. Fino a questa mattina» proseguì l’altro. «E invece…»
Wilson si incupì.
Il peso di migliaia e migliaia di persone, rispetto alle poche centinaia di un tempo, stava dunque facendo affondare il pontone.
Garber notò a quel punto che Wilson aveva eccezionalmente posato il sigaro nel portacenere. Non glielo aveva mai visto fare, tanto da aver avuto sempre il sospetto che fumasse anche quando dormiva. La situazione dunque doveva essere molto grave.
Guardò ancora una volta la distesa oceanica pensando a quanta acqua lo divideva da suo figlio. Non nutriva per il ragazzo alcun rancore per quanto aveva combinato con quei podcast. Come poteva? Anzi, poteva al contrario essere il segno del destino: se South Sentinel avesse dato segni vistosi di cedimento lui avrebbe avuto un’ottima scusa per andarsene finalmente di lì.

Trascorsero alcune settimane.
I residenti, dopo aver esaurito i tentativi pacifici di convincere i nuovi arrivati ad andarsene, decisero di armarsi segretamente facendo arrivare armi e munizioni dalla terraferma. Bisognava reagire, con fermezza e coraggio, per difendere ciò che avevano costruito nel tempo: le loro famiglie, le loro case, le loro terre. E bisognava farlo subito.
Quando tutto fu pronto, una calma pensosa calò per un giorno intero sull’Isola. Persino le onde del mare sembravano essersi fatte di velluto per non far rumore. Gli uccelli dal becco giallo blu, nativi di South Sentinel, avevano smesso di fischiare il loro verso melodioso non uscendo più dal nido.
Poi cominciarono a parlare i fucili.
Tutto accadde alle prime luci dell’alba. I residenti insorsero compatti, dando inizio a una battaglia breve ma sanguinosa che causò numerose vittime anche tra di loro.
A cose finite, una volta gettati i morti in mare, l’Isola riuscì a tornare alla sua normale linea di galleggiamento. La notizia della strage si diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, tanto che l’Isola del Paradiso fu ribattezzata Isola del Massacro. Nessuno volle più metterci piede.

Nella stanza in mogano scuro, il Commodoro sedeva ora sulla sedia a dondolo. Era assorto nei suoi pensieri. Il sigaro era immancabilmente acceso. Lo passava da un lato all’altro della bocca, come suo solito, ma con minor energia di un tempo. Gli eventi recenti lo avevano segnato profondamente, sia nello spirito che nel corpo. Difendere il Presidio della Marina gli erano costati la milza e un orecchio.
«Commodoro!» si sentì chiamare.
Garber entrò trafelato.
«Non portarmi per cortesia altre cattive notizie, Garber, almeno per i prossimi due secoli» mugugnò Wilson.
«Allora me ne vado», disse serio l’assistente accennando a voltarsi.
«No no, torna qui. Non fare lo scemo. Scherzavo. Davvero hai ancora cattive notizie per me? Non ti è bastato? Cosa è successo, ancora?»
«C’è stata una ritorsione da parte degli sconfitti prima di allontanarsi con le loro barche», spiegò Garber.
Wilson sollevò un sopracciglio.
«Hanno reciso gli ormeggi che tenevano ferma South Sentinel al fondale. È diventata una zattera a tutti gli effetti.»
Garber deglutì.
«Ora stiamo andando alla deriva, nel bel mezzo dell’oceano».
A quel punto, al Commodoro cadde il sigaro di bocca. Si alzò subito per raccoglierlo e pulirsi il pastrano.
Poi interrogò il suo assistente con lo sguardo come se potesse leggergli negli occhi la soluzione anche di quel problema. Non scorgendola, si mise allora a interrogare il mare, imitato in questo, subito dopo, da Garber.
Ma quella immensa distesa blu cobalto, come sempre, fece finta di nulla.