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Telefonate mute

«Cos’hai? Hai un’aria strana…»
La ragazza sembrava turbata e si mordeva il labbro inferiore.
«Niente, niente» disse abbassando il ricevitore del telefono. Charlotte guardò prima la propria scrivania ingombra di carte e poi Bruno che le stava davanti e la guardava ancora in modo interrogativo.
«Ti conosco bene, Tesoro, c’è qualcosa che non va. Dillo allo zio.»
La ragazza fissò allora un punto lontano dell’open space e poi gli disse:
«E che continuo a ricevere telefonate mute… e temo proprio che sia di nuovo il mio ex che non si rassegna…»
Bruno si mise a ridere.
«Ho detto qualcosa di divertente?» chiese seccata Charlotte.
«In un certo senso, sì. Sta capitando da qualche tempo anche a me. A me che in un primo tempo mi ero illuso di avere un ammiratore segreto!»
«Ma davvero è capitato anche a te?» fece la ragazza riprendendo il suo buon umore.
«Non solo, ma anche a diversi altri dipendenti qui della Brain Solutions… tanto che è stata aperta una pratica interna di salvaguardia… per le molestie, intendo, e anche per ragioni di sicurezza…»

«Hanno capito chi faceva quelle telefonate mute» esordì Bruno non appena si avvicinò alla scrivania di Charlotte.
La ragazza fece un sorriso raggiante.
«E allora?» incalzò lei visto che l’uomo non si decideva a parlare.
«Dunque… hanno scoperto… che le telefonate venivano dal laboratorio.» «Laboratorio? Quale laboratorio?»
«Il nostro!»
«E chi c’è nel nostro laboratorio che fa scherzi così stupidi?»
«È qui il problema. Nessuno.»
«Come nessuno?»
«Per carenza di fondi il laboratorio è stato chiuso dall’Azienda da più di tre mesi; la Direzione ha ritenuto meno dispendioso appaltare a terzi il servizio di ricerca; a seguito della denuncia per le telefonate mute hanno tracciato le chiamate e hanno scoperto però che provenivano senza dubbio tutte da lì…»
«L’hai già detto e come si spiega, allora?»
Bruno avrebbe voluto a quel punto accendersi una sigaretta e si tastò la tasca della giacca anche solo per sentire la rassicurante presenza del pacchetto. Sospirò e poi proseguì:
«Uno degli ultimi esperimenti è stata la coltivazione in vitro di cellule cerebrali. Solo che lasciate lì si sono incredibilmente sviluppate anziché morire e alcune sinapsi sono venute a contatto con l’apparecchio telefonico vicino. Erano telefonate di aiuto quelle che ricevevamo Charlotte, almeno cosi credono…»
«Ma è terribile… cellule pensanti, umane!»
«Sì esatto.»
«Bisogna fare qualcosa per preservarle è come se, in fondo, fossero un individuo.»
Bruno scosse la testa.
«Quando l’ex responsabile del laboratorio è stato informato delle telefonate è venuto indispettito in laboratorio e ha buttato via tutto… La notizia buona, comunque, è che non saremo più disturbati.»

Quando aprì gli occhi ebbe la sensazione di aver appena fatto lo stesso ennesimo sogno.
«Devo smettere di addormentarmi continuamente» si disse «è un incubo troppo penoso. Non ne posso più.» Anche se poi non se lo ricordava neppure bene; gli rimaneva sempre però appiccicata addosso la colla vischiosa dell’angoscia fobica e sprazzi di immagini sbiadite come di foto riposte in un baule. Ebbe brividi di freddo: il letto era gelido. Il silenzio attorno aveva un limite. Cinque, dieci metri o poco più. Come un perimetro di roccia. Come in una scatola di piombo. Al di là di quel velo suoni lontani e sparsi, fruscii e forse voci.
«Sì devo smettere di addormentarmi» fece scendendo dal lettino. «Mi vado a fare qualcosa di caldo, magari mi passa e poi leggo qualcosa.»
Puntò i piedi verso il basso alla ricerca delle pantofole ma il pavimento sembrava più in giù, molto più in giù. Si aggrappò al letto per non cadere. La stanza gli girava tutt’attorno, ma non alla stessa velocità; le cose più vicine erano lente rispetto a quelle in fondo.
«Ma dove sono?» si chiese sgranando gli occhi. «Questa non è casa mia, sembra un ospedale piuttosto. Cosa è successo?»
Si allontanò dal lettino facendo alcuni passi incerti. Il suo corpo nudo per un attimo si rifletté sulla lastra di alluminio della parente di fronte. Aveva un mucchio di punti di sutura sul corpo. Rimase senza fiato. Anche se quella scena l’aveva già vista e rivista si toccò i punti fatti a croce uno ad uno saggiandone con i polpastrelli il rilievo e la consistenza.
«Non mi sembra abbiano fatto un gran bel lavoro…» si disse. «Queste sono cicatrici che si vedranno. Potevano stare più attenti.»
Fece per girarsi ma le sue gambe cedettero. Rovesciò da uno scaffale un bottiglino di plastica mezzo vuoto e alcuni altri oggetti di metallici che caddero sulle piastrelle lanciando nell’aria un suono curioso.
«È meglio che ritorni a letto. Chiamerò l’infermiera perché mi porti una coperta.»
Si trascinò sino al suo lettino cercando di ricordarsi che giorno fosse e dove si potessero trovare a quell’ora Marta e Ida. Avrebbe dovuto chiamarle. Ma il cellulare dove lo aveva lasciato?
«Forse è invece meglio che dorma ancora un po’» fece stendendosi nuovamente. «Non riesco a resistere a questo sonno.»

«Hai finito per oggi?» gli chiese Walter entrando con il collega nella sala autoptica.
«Sì, tre ore fa… ehi, ma chi me l’ha spostato nuovamente?» fece Piero fermandosi di colpo e indicando il corpo sul lettino. «È la terza volta quest’oggi che mi fanno ‘sto scherzo e mi spostano il cadavere. Prima o poi cadrà e la colpa sarà mia!»
«Non guardare me, siamo stati tutto il tempo insieme…»
«E allora sarà stato quello nuovo: non ha ancora imparato come si fa… assumono tutti ormai: il primo che incontrano per strada per loro va bene.»
«Comunque ancora per poco…» osservò Walter consultando un registro.
«In che senso?»
«Hanno telefonato che stanno per venirlo a prendere. Per la cremazione.»

«Ho visto chi è stato: ha appena svoltato l’angolo, lo inseguo. Aspetti qui.»
Ho guardato il ragazzo allontanarsi senza comprendere bene cosa avesse voluto dire. Mi sono allora seduto sulla panchina: mi aveva detto di aspettarlo lì e non avevo alcun motivo per andarmene via, almeno in quel momento: anzi, magari, chissà, aveva qualcosa di importante da riferirmi. Mi sono messo a guardare in giro per ingannare il tempo, in quella giornata scintillante di luce; mi sono accorto che ero stranamente attratto dai particolari: la sbeccatura della targa di una vettura poco distante, un merlo sul ramo di un tamerice con alcune pagliuzze nel becco per costruire il nido, un raggio di sole che faceva una curva bizzarra nel riflesso di una vetrina.
«Mi è scappato…» impreca il ragazzo tornando indietro con il fiato grosso. «Però gli ho fatto una foto con il cell, da dietro; può servire per l’identificazione, non crede? Ma lei come sta? Ha chiamato l’ambulanza?»
Perché mai dovrei chiamare l’ambulanza?‘ ho pensato meravigliato.
«Quel tizio che è appena fuggito…» mi dice vedendomi titubante «le ha appena tirato una coltellata…»
A me? Ma si sbaglia questo ragazzo, me ne sarei accorto…‘ mi sono detto.
Ho chinato la testa sul mio corpo e ho visto un grosso manico di coltello che fuoriusciva in modo innaturale dal mio torace. ‘Strano‘ ho pensato ‘non sento niente: nessun dolore, nessun bruciore, né mi fa impressione vedere tutto questo sangue cadere per terra; non sembra neppure appartenermi‘.
«Venga si sdrai sulla panchina» mi consiglia lui. «Gliela chiamo io l’ambulanza…»
Intanto la gente ci passava accanto osservando la scena senza fermarsi. Pareva assistesse a un telefilm, tanto era indifferente. Il ragazzo si era messo a sbraitare qualcosa al cellulare. Era agitato. Non lo stavano ad ascoltare, così sembrava, né lo prendevano sul serio.
«Sta morendo, vi dico, sta morendo, fate presto» urlava.
Io ho continuato invece solo a notare tanti particolari attorno a me. Come la briciola di panino sulla maglietta del ragazzo che sussultava a ogni suo movimento o la macchia sul foulard costoso della donna anziana che stava transitando a un paio di metri da me mentre ci dava un’occhiata piena di compassione e disgusto.
Un bel coltello‘, ho pensato tastando il manico solidamente infisso nel mio corpo. Sembrava il ramo di una pianta sconosciuta che volesse trarre da me il suo nutrimento. Poi mi sono ricordato all’improvviso del piccolo Toby che a quell’ora aveva già fame e per il nervoso stava rovinando la poltrona dello studio.
«Stia giù per carità, ma dove crede di andare?» mi dice con tono di rimprovero il ragazzo trattenendomi per la spalla.
Un tipo gentile‘, ho pensato. ‘Chi glielo fa fare a prendersela così tanto? Non mi conosce neppure‘, ho pensato.

«Mi spiace, mi spiace molto, non volevo…» dice ad un tratto un altro ragazzo, più giovane d’età, avvicinandosi cautamente a noi; quasi piagnucolava. «Non lo so cosa mi sia successo. Mi è sembrato che lei quando mi si è fatto sotto mi volesse aggredire e ho avuto paura… sa, vivo per strada, è tutto molto complicato… e così le ho tirato quella coltellata. Dio mio, ma cosa ho fatto?»
«Ah!, ma sei stato tu, allora…?» gli domanda il ragazzo che mi stava aiutando afferrandolo con soddisfazione per un braccio.
«Sì, sì… sono stato io» ammette quello abbassando il capo «mi spiace, mi spiace davvero… Non so cosa mi ha preso.»
Sembra proprio pentito‘ ho pensato ‘forse dovrei consolarlo‘. I suoi lineamenti erano duri, contratti, ma gli occhi chiari illuminavano un volto simpatico e aperto. ‘Un ragazzo perbene, dopotutto‘ ho pensato.
Poi il cellulare del ragazzo che mi stava aiutando squilla.
«Siamo in via Pratchett… angolo piazza Kelly… ma non siete ancora partiti?»
Nel frattempo il ragazzo che mi aveva accoltellato, libero della presa dell’altro, si china su di me lentamente e all’orecchio mi sussurra:
«Tanto non te lo lascio, bello…»
E, con una mossa fulminea, estrae con forza il coltello dal mio petto mettendosi subito dopo a correre nella stessa direzione da cui era venuto. Il ragazzo che era al telefono, non appena lo vede, si butta immediatamente sul fiotto di sangue che esce in modo imperioso dalla mia camicia.
E poi a ondate il freddo. E il dolore lancinante come se mi avessero strappato il cuore.
E poi ancora il buio. Il buio. Il buio.
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dietro il racconto
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Transizioni

«Da quanto tempo?»
L’uomo dapprima guardò il dottore incredulo e poi sbottò: «Ma non è possibile che mi si faccia sempre questa domanda. Io non lo so da quanto tempo; io queste cose me le dimentico, non me le segno, non ci bado. Come ieri quando il giornalaio, prima di vendermi la mia rivista preferita, mi ha chiesto con faccia seria da quanto tempo ero abbonato; ma che ne so? Dieci, vent’anni, che differenza fa? Sempre la rivista mi doveva vendere. E il negoziante da cui sabato ho comprato il fertilizzante per l’erba? La prima cosa che mi ha domandato è da quanto tempo ho quel tipo di prato erboso. L’erba sarà sempre quella, o no? Insomma: non lo so, va bene?, NON LO SO.»
«Si è sfogato?» gli chiese il medico armeggiando in una vetrinetta da dove prelevò lo sfigmomanometro.
«Sì… credo di sì…» fece Carlo guardando dalla finestra, già pentitosi per quella sfuriata. Nel parco della clinica l’estate era esplosa all’improvviso e le foglie sui rami degli alberi avevano preso una tonalità più scura perdendo il verde delicato dei primi giorni. Cominciava a fare caldo.
«Devo fare l’anamnesi e la sua risposta è importante. Perché mi può aiutare a capire che cos’ha…» gli disse calmo il medico traguardando il paziente da sopra gli occhiali da miope.
«Sì, scusi, ha ragione… è che sono molto nervoso in questi giorni: saranno sei mesi… non più di un anno.»
«È un po’ vago» concluse il dottore spingendosi bene sul naso gli occhiali «ma è meglio di niente» e si mise a scrivere.

Carlo poi risultò ammalato di un’affezione rara, fulminante. In pochi mesi passò a miglior vita, per fortuna senza soffrire troppo.

«Mi dica…» fece il tipo dietro a quella che sembrava una scrivania senza esserlo davvero.
«Non so, non saprei…» rispose Carlo standosene in piedi e volgendosi attorno imbarazzato. Aveva infatti la sensazione di essere completamente nudo.
«Desidera forse vedere qualcuno?»
«No, non penso di essere qui per questo motivo. Immagino piuttosto di essere morto e la prima persona che incontro è lei… perché lei è una persona, vero?»
«Morto?» fece sorpreso il tipo che ora si vedeva meglio sotto una luce che non si capiva da dove venisse: aveva una faccia strana che pareva cambiare forma a seconda della prospettiva. «Qui preferiamo usare la parola “pervenuto in transizione”.»
«E fa differenza? Sempre morto sono…»
«Fa molta differenza! Ci teniamo alla forma, qui, mica come ai piani bassi… Ma mi faccia controllare. Lei si chiama?»
«Carlo V.»
«Carlo G., Carlo L., Carlo T… ha detto Carlo V., vero?» disse compulsando un libro senza che lo fosse davvero.
«Sì…»
«Ed è morto… volevo dire “pervenuto in transizione”?»
«Già!»
«E da quanto tempo?»

«Perché ha pensato di rivolgersi a me?» chiese il dr. Norbert accomodandosi in poltrona e facendo segno alla paziente di fare altrettanto su quella di fronte. Aveva tra le mani un minuscolo registratore grigio e ci giocherellava con le dita come se fosse incerto se accenderlo o meno.
«Ho sentito parlare molto bene di lei…» fece la donna sedendosi a sua volta.
«A parte questo…» la incoraggiò lo psicanalista togliendosi da una gamba dei pantaloni un piumino di pioppo entrato dalla finestra.
«Sì, scusi, ha ragione, dunque, da dove comincio…» per un po’ la donna, sui cinquant’anni, i capelli bruni tagliati corti, volse gli occhi da un lato come per ricordarsi di qualcosa; quindi sospirò alzando leggermente le spalle: «…e che è da parecchio tempo che faccio dei brutti sogni, incubi direi, ma brutti brutti, e poi mi sento molto inquieta… troppo…»
«Più del solito, intende?»
«Molto più del solito. E poi è come se fossi sdoppiata…»
«Sdoppiata?»
Il dr. Norbert si aggiustò sulla poltrona spostando il busto in avanti.
«Sì, mi arrabbio facilmente, faccio e dico delle cose che mi sorprendono, che non sono da me…»
«Tipo?»
«L’altro giorno, non vista, ho fatto lo sgambetto a un ragazzino che è caduto di faccia e si è fatto male… il peggio è che poi mi sono sentita meglio per tutto il giorno…»
«Capisco e poi?»
«… Mi faccia pensare… ah sì… mi sono messa a rubare a casa di mia madre.»
«In che senso?»
«Nel senso che quando so che va dalle amiche per giocare a canasta vado a casa sua e rubo gli oggetti più disparati, quelli che so che a lei piacciono di più: e dire che non mi servono neppure…»
«Capisco… senta, essendo questa la prima seduta ho bisogno di instaurare con lei un contatto profondo con il suo inconscio… Come sicuramente sa, faccio ricorso alla terapia ipnotica…»
«Sì, sì lo so, dottore…»
«Ecco, bene… è mai stata ipnotizzata?»
«No, mai.»
«D’accordo, non si preoccupi deve solo rilassarsi…»

Bene signora Mitchell, la seduta è terminata.
La donna, svegliatasi dall’ipnosi, stava sbattendo più volte le ciglia in direzione del soffitto.
«Si metta a sedere sul lettino, faccia pure con calma, non c’è fretta… come si sente?»
«Mi sembra molto bene, dottore… persino un po’ sollevata…»
«Sì è un effetto indotto del risveglio… dunque, senta, ho due cose importanti da comunicarle…»
«Mi dica.»
«Lei non ha nessun disturbo della personalità… qualche conflitto non risolto infantile, è vero, ma nulla di che…, le assicuro: lei è sanissima…»
«E allora come spiega il mio malessere?»
Il dottore aspettò di finire di scrivere sul proprio ricettario, poi guardò la donna davanti a lui e sorrise.
«Ho parlato a lungo con Lui ed è disposto ad andarsene a certe condizioni…»
«Lui? Lui chi?»
«Vede, lei purtroppo è posseduta. Lui si chiama Zaa’cal ed è entrato in lei durante una seduta spiritica di due anni fa…»
«COSAAAA?»
«Parli piano, per favore, non urli… Dopo lo sforzo di parlare per un’ora con me Zaa’cal si è stancato moltissimo e si è addormentato. È ancora molto giovane: è un bambino. Se si sveglia mi impedirebbe sicuramente di darle questo» e allungò la prescrizione. «Qui sul foglio c’è l’indirizzo di padre Collins» seguitò a dire. «Saprà cosa fare.»

Era una delle peggiori tempeste che si fossero mai abbattute in quel tratto di mare. Il capitano Kamamura, anziché tornare al porto più vicino, stava proseguendo imperterrito lungo la sua rotta. Non sarebbe mai tornato se non con la stiva piena del quantitativo di pescato pattuito.
Da tempo vi era grande rivalità con Sukato, l’altro comandante di punta della flotta Mutziko, e Sukato aveva fatto sapere a tutti che era seduto già da qualche ora al bar del porto di Shiogama a sfondarsi di sakè visto che aveva appena consegnato una partita eccezionale di merluzzi e tonni.
Kamamura si era chiuso in un mutismo impenetrabile, spezzato unicamente da comandi secchi e precisi. Il suo secondo, Ishikawa, che ben lo conosceva, aveva capito che si preparavano per tutti giorni difficili.
Alle 14.06 dell’ottavo giorno di navigazione il vento rafforzò da est. Una gabbia per granchi reali si frantumò contro la scialuppa numero due lanciando ovunque schegge di bambù e fasciame di barca.
«Perché non l’avete assicurata con una doppia volta di cima…?» gridò rabbioso contro il vento Kamamura. Nessuno l’aveva visto arrivare sul ponte e ora, sotto gli scrosci potenti del maestrale, sembrava un fantasma sorto dal profondo dell’oceano. Formulando quella domanda si era fatto così vicino al suo secondo che sembrava volesse prenderlo a schiaffi. Si limitò però a sputargli addosso tutto il suo disprezzo facendolo vergognare di essere al mondo.
Poi l’imprevedibile.
La gloriosa e rispettata bandiera della flotta Mutziko, dimenticata anch’essa sul pennone, con lo schiocco di una frustata, udibile finanche nel fragore della tempesta, si era liberata del suo sostegno finendo in mare. Il capitano avrebbe potuto sopportare anche l’umiliazione di tornare con la stiva mezza vuota, ma mai di fare rientro senza bandiera. Sarebbe stato per lui un disonore intollerabile e tutti si sarebbero sicuramente presi gioco di lui. Rimase così, immobile, per un tempo sospeso, a fissare quella striscia di stoffa volare nel cielo come un’uria ferita e infilarsi dentro un’onda di diversi metri che subito la avvolse spingendola nel profondo. Poi, come lanciato da una balestra, Kamamura si mise a correre all’impazzata verso la poppa del peschereccio lanciandosi in mare in modo scomposto e senza nemmeno tuffarsi. L’equipaggio a quella scena rimase impietrito. Ishikawa salì subito in cabina per fermare il motore. Occorreva mettere immediatamente in mare una scialuppa, quella rimasta integra, per cercare di salvare il capitano o quantomeno per riportare a bordo il suo corpo.
In pochi secondi, i tre marinai più coraggiosi già si stavano calando tra le onde immense rischiando ad ogni istante di venire spinti contro la fiancata del peschereccio; si portarono a colpi di remi là dove avevano visto sparire l’ultima volta il capitano. Tutto intorno c’erano muri d’acqua, improvvisi crateri e subito dopo montagne inaccessibili. I tre fermarono la scialuppa legandosi agli scalmi per rimanere dentro la barca e guardarsi attorno.
«Ecco lì, eccolo lì» gridò Fukuda all’improvviso mettendosi pericolosamente in piedi. Ora che tutti e tre lo vedevano si diressero in quella direzione a forti colpi di remi. Il capitano agitava trionfante sopra la sua testa la bandiera. Ai marinai parve addirittura che lui stesse sorridendo. E sembrava impossibile perché nessuno, neppure Ishikawa, lo aveva mai visto mutare in qualche modo il suo viso di pietra. Mancavano ormai poche bracciate per raggiungerlo, quando un’ombra scura di proporzioni indefinibili guizzò rapidissima dal fianco di un’onda gigantesca. Tutto si consumò nello spazio di un lampo che squarciò in quel momento il cielo. La massa scura e irreale si abbatté sul capitano prendendo il suo posto nell’acqua nera, lasciando subito dopo solo un gorgo largo e vuoto.

L’orto

Erano tanti anni che non tornavo al mio paese. Trentuno per l’esattezza. E probabilmente non ci sarei nemmeno tornato più se non fosse stato per quella telefonata. Qualcuno voleva comprare il mio terreno a sud di Cosbee. Quel qualcuno aveva detto per telefono di chiamarsi Jacky Naf, un grosso imprenditore della regione, così almeno mi disse lui e mi confermò internet. Ha detto che conosceva bene mio padre e che si ricordava di me quando, ancora ragazzino, partii per il Canada con mio zio George ad aprire la mia prima segheria. Voleva insomma comprare quei miei trenta ettari di terreno incolti. La città si era espansa verso Mougham Creek, mi diceva al telefono Jacky Naf con il forte accento di lì; avevano reso legale il gioco d’azzardo e questo aveva attirato in città un mucchio di gente nuova: c’era necessità di costruire grandi case e grandi casinò e Jacky Naf mi avrebbe pagato molto bene e tutto sommato valeva la pena starlo a sentire.
Sceso dal treno, mi sono accorto di avere davanti un luogo che non avrei mai riconosciuto se non avessi letto il nome sull’insegna della stazione. Le case rustiche in legno e i fienili costruiti alla bell’e meglio avevano lasciato il posto a ville e hotel; le strade erano oramai ampie, asfaltate e la gente andava di fretta come in tutti i posti importanti.
Mi sono allora messo a gironzolare per un po’, incuriosito, perché era presto per incontrare Naf e il suo ufficio dopotutto non era poi così tanto lontano. Presi alcune vie traverse per perdermi nella mia infanzia; riconoscevo a stento il mio vecchio paese tra strade, piazze mai viste e vetrine moderne, piene di luce e di merce.
Mi diressi verso il fiume. Le case diradavano pian piano tra il verde ordinato e ben tenuto. Mi imbattei nella Chiesa evangelica di Saint Thomas con le sue pietre scure e severe; mi ricordai della prima volta in cui vi entrai con il vestito buono della festa.
«Buongiorno» sentii dire alla mia sinistra. Era un vecchio contadino, in salopette di jeans e la zappa in mano. Si era tolto il cappello come per vedermi meglio. «Cerca qualcuno?» chiese con il forte accento di lì.
«No, nessuno di preciso… stavo solo ammirando la chiesa.»
«Ora non è più una chiesa… lei sta guardando la mia casa.»
«Casa sua?»
«Già, da quasi vent’anni…» Poi il contadino ricalcandosi il cappello in testa mi guardò meglio. «Ma tu sei il piccolo John?»
«Beh mi chiamo in effetti così» ho fatto io avvicinandomi.
«Ma perbacco, io sono Mathias, Mathias Appleworth» disse come se a quel punto dovessi ricordarmi di lui. «Conoscevo benissimo tuo padre. Gli assomigli tantissimo. Soprattutto per gli occhi. Andavamo spesso a pesca di trote insieme, laggiù nel Mougham Creek. E quando è morto mi è dispiaciuto davvero tanto» fece un sorriso di circostanza che mise in evidenza denti giallo paglierino.
«Ha un orto bellissimo» feci sincero io, anche per tagliar corto. L’appezzamento vasto di terreno era diviso in numerose aiuole tutte delimitate da pietre posizionate con cura. Ogni aiuola aveva una coltivazione diversa: fagiolini, carote, cavoli, melanzane, patate, zucchine per citarne solo alcune. Tutto era pulito e rigoglioso.
«Ti piace davvero?» chiese Mathias accendendosi di entusiasmo.
«Sì, certamente, mi diletto anch’io un po’, ma vedo che lei è un maestro…»
«Non startene lì, vieni vieni dentro… che ti mostro il resto.»
E così Mathias mi fece vedere gli alberi da frutto, l’area delle piante di tabacco, la serra con le primizie…
«Meraviglioso» dissi stupefatto di quella geometria di colori e piante. «Semplicemente meraviglioso. Certo che le deve portar via un mucchio di tempo!»
«È passione, credimi, solo autentica passione. E ciò che non mangio lo vendo al mercato rionale al lunedì e ci campo…»
«Davvero complimenti» gli feci eco annuendo.
«E non hai ancora assaggiato niente… prendi» mi disse staccando un pomodoro maturo dalla pianta. «È una coltivazione biologica. Ciò che vedi qui non conosce insetticida.»
Raccolsi dalle sue mani il pomodoro rosso e rigonfio di nettare. Lo assaggiai. Era dolce, profumato, gustosissimo. Non avevo mai assaporato nulla di simile.
«E allora, che mi dici?»
Avevo la bocca piena di succo ma feci un gesto della mano eloquente. Il paradiso in bocca. Poi qualcosa mi si mise tra i denti scricchiolando. Lo afferrai con le dita osservandolo subito dopo alla luce del sole. Sembrava un nocciolo, anche se non avrebbe potuto esserlo trattandosi di un pomodoro. Era grigio e la forma oblunga…
«Ah, quello?» mi anticipò Mathias indicando l’oggetto misterioso che avevo tra le dita «vedi qui una volta c’era il cimitero annesso alla chiesa. È per questo che la terra è così grassa e ricca di humus. Quando ho fatto l’orto ho pulito ben bene l’area, setacciandola zolla per zolla, ma qualche osso, soprattutto quando piccolino, è rimasto qua e là e ogni tanto viene inglobato nei frutti. Insomma basta non farci caso e, all’occorrenza, sputare…»
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