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Non-sense

andrea-agostini-nel-blu (1)Sto aspettando da un quarto d’ora che passi la balena delle 17. È in ritardo, come al solito. Proprio oggi che devo raggiungere il nuovo Park Romero, su a Duumlandia, e contare le foglie nate sul Nuovo Eucalipto Superibrido; questa follia del censimento imposto dall’Ecomania di Stato sta facendo impazzire un po’ tutti e i Contatori di Foglie come me hanno un calendario fittissimo; per fortuna è un lavoro strapagato, anche se bisogna stare attenti perché le foglie del Nuovo Eucalipto Superibrido, com’è noto, mordono.
Jeena, la balena che già doveva essere qui, ha sostituito da poco Zelda andata in pensione per raggiunta anzianità di servizio; e sebbene non sia puntuale come l’altra è molto più performante; al Capo dei Tre Fari, dà un colpo di coda e prende il vento che vien giù dalla Valle e in un attimo raggiunge la quota di crociera superando tutto il traffico delle 18. Non si fa in tempo a mangiar lucciole candite che si vedono già le luci del balenaporto di Duumlandia. Sì, non c’è proprio confronto con quella di prima, che era simpatica e giocherellona per carità, ma antiquata; anche se la puntualità non è cosa per Jeena. Dicono tutti che si fermi nelle Insenature a causa di un capodoglio per cui ha perso la testa; se fosse vero ci sarebbe davvero da scrivere una letteraccia alla Società. Con quello che fanno pagare per il biglietto!
Certo, potrei anche buttarmi in acqua e usare queste pinne che mi sono cresciute al posto delle mani; forse farei prima ad arrivare ma non ho voglia di bagnarmi e l’acqua di questa stagione è gelida; perché mi sono fatto crescere le pinne? Per fare uno scherzo agli amici. Avevo trovato le pillole su quel sito lì, che ora è tanto di moda, come si chiama?… ah sì: Additivi & Diversivi, e non ho saputo resistere. Non c’è niente da dire: per essere delle belle pinne sono proprio belle; avrei voluto anche le pasticche che fanno crescere le branchie ma erano finite. Certo, non ho capito come si faccia a rendere il processo reversibile e tornare ad avere le mie mani di prima, ma la pubblicità diceva che era una procedura facile facile e bastava solo fare un non so che non ho ben capito. Quando mi è arrivato con la scatola il foglietto delle istruzioni era tutto scritto in Jakkar corsivo; perché solo i Jakkars sanno fare queste cose; da quando li hanno fatti venire da Plato 3 hanno inondato il mondo di pillole, pasticche e compresse dagli effetti più buffi e divertenti. Ma se si mettono a parlare o scrivere non li capisce mai nessuno anche se a loro non importa niente perché tanto vendono lo stesso (e pure tanto), guadagnando un sacco di chiodi di garofano di cui sono ghiotti.
Va be’, nell’ipotesi che le pinne fossero irreversibili vuol dire che mi taglierò entrambe le mani e starò una settimana a casa il tempo sufficiente che mi ricrescano. Certo, se avessi saputo per tempo che mi avrebbero proposto il lavoro di Contatore di foglie, laggiù a Park Romero, non avrei preso quelle pillole; contare le foglie con le pinne infatti è oltremodo complicato e mi prendono tutti in giro perché non faccio altro che perdere il conto e iniziare da capo.
Ah, ecco che sta arrivando la mia balena… corro a prenderla.
Ci vediamo allora domani o fra un anno… Mi han detto infatti che l’Eucalipto Superibrido è alto 86 metri e di foglie deve averne un fantastiliardo. Che se ne faranno di un Eucalipto così alto non si sa. Anche se il gusto di patatine fritte delle foglie è particolarmente notevole.
OK, ora vado: ci si prende, allora.

(Nessuna balena è stata maltrattata durante la redazione di questo racconto)

Slide

slidesUgo scese le scale di casa lentamente; cercava di ricordarsi se avesse dimenticato qualcosa. Sì, il neon in cucina l’aveva spento e anche il gas sotto la moka. E il computer? Ma sì lo aveva preso.
Era ormai arrivato nell’androne quando vide sui primi gradini due scatole robuste di cartone posizionate in modo sbilenco, una sopra l’altra: erano piccole ma capienti, senza scritte visibili. ‘Chissà di chi sono…’ si disse passando loro accanto; fatti due passi verso il portone tornò indietro. ‘Di questi tempi, non c’è mica da fidarsi’ pensò per giustificare quello che stava per fare. Inserì con finta noncuranza l’unghia appena sotto il coperchio e lo sollevò di scatto.
Si trattava di diapositive, tante, riposte ordinatamente nel rispettive scatole multicolori. Ne stava per prendere una in mano per vedere di cosa si trattava quando sentì che, qualche piano più in su, qualcuno aveva chiuso la porta di casa e stava scendendo. Richiuse la scatola e uscì in fretta.
Qualche giorno dopo rivide altre due scatole, per lo più simili alle prime, e più o meno nella stessa posizione. ‘Ma di chi possono essere tutte queste diapositive?’ si domandò questa volta a voce alta, sempre più curioso. Fece mente locale per ricordarsi chi abitasse nel condominio. Erano tutte persone che conosceva da almeno trent’anni, tranne alcuni brutti figuri ‘colorati’ del primo piano; nessuno comunque, per quel che ricordava, faceva fotografie o faceva uso di diapositive per ragioni di studio o lavoro. ‘Strano, proprio strano…’ Si avvicinò con studiata indifferenza e con una mossa repentina fece saltare nuovamente il coperchio; le scatoline delle diapositive erano questa volte tutte azzurre, diverse dunque da quelle dell’altro giorno: ci saranno state, mal contate, circa cinquecento slide. Afferrò una scatolina per vedere di cosa si trattasse quando sentì scattare l’apriporta del portone d’ingresso. Aveva fatto appena in tempo a rimettere tutto a posto che entrò nell’androne l’anziano ing. Mesticchi, l’unica persona, tra l’altro, cui aveva pensato potessero appartenere le scatole.
«Buongiorno ingegnere» fece Ugo andandogli incontro disinvolto.
«Oh… sig. Bezzi, non l’avevo vista, come sta?»
«Non c’è male, dopotutto…» e mentre Mesticchi si girava con un gesto automatico verso le cassette delle lettere per controllare se c’era posta Ugo gli rivelò: «Sono arrivate le scatole…» usando un tono come se entrambi sapessero di cosa stessero parlando.
«Scatole?»
«Sì, quelle!» e le indicò di sfuggita come se non potessero che essere sui gradini.
«Ah… e di chi sono? Sono sue?»
«No di certo! Non so nemmeno cosa contengano» rispose Ugo osservando in modo interrogativo l’ingegnere.
«Be’ non sono neanche mie» concluse Mesticchi con la sua solita aria svagata. «Buona giornata!» fece subito dopo, tagliando corto.
«Buona giornata» contraccambiò Ugo deluso.
Passarono diverse settimane senza che si notassero nell’androne altre scatole.
Non ci stava pensando più quando una mattina, saranno state le sei, Ugo le vide di nuovo al solito posto, impilate alla stessa maniera, una sopra l’altra, quasi in bilico. Accese la luce dell’androne e le guardò bene. Lo incuriosì in particolare quella posizionata sotto: anche se era della medesima foggia e consistenza di tutte le altre si presentava però di un colore giallo pallido fluorescente. Balzava agli occhi. Scostò la scatola che la imprigionava e la sollevò. Come le altre non aveva scritte, né indicazioni o etichette che suggerissero di cosa si trattasse o da dove provenisse. La scosse un poco. Era piena, ma non di diapositive, ne era sicuro. ‘Interessante’ pensò. Si guardò in giro, stette per un attimo in ascolto nel caso giungessero rumori dalla tromba delle scale. C’era un silenzio da cripta abbandonata. Considerò che era per giunta molto presto e difficilmente qualcuno sarebbe potuto entrare dal portone d’ingresso. Si sedette sul gradino per stare più comodo: era la volta buona per saperne di più. Ebbe un attimo di incertezza. Poi si convinse: doveva sapere. Prese il coperchio per un lembo e lo alzò con delicatezza. Fu quello il momento esatto in cui la luce temporizzata dell’androne si spense. Ugo fece per alzarsi per riaccendere la luce quando qualcosa lo morse violentemente alla guancia destra. Sentì un dolore lancinante come di un ferro rovente che gli trapassasse la faccia. Avvertì la precisa sensazione che il sangue gli si stesse rattrappendo con rapidità nelle vene. Non riusciva più a respirare: una montagna gli era piombata sopra il petto. Perse l’equilibrio e cadde a terra con la bocca piena di schiuma appiccicosa. Un fuoco inestinguibile divampava nella testa. Sentì uno scatto: qualcuno aveva acceso la luce delle scale. Ma oramai era tutto buio intorno a lui.
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moutainManfredi non era un enologo, anche se avrebbe voluto. Però era un appassionato: sia del vino che del mangiar bene, in generale. Ed è per questo che, trovandosi dalle parti delle cime di T. e avendo letto che in quota, verso il valico, si poteva assaggiare un vino spettacolare, decise di fare una deviazione; era rimasto un solo vigneto, c’era scritto sulla guida, e lo faceva andare un contadino di ormai quasi ottant’anni, che ci metteva la stessa passione di quando era ragazzo.
Non c’erano indicazioni e pensava di essersi perso quando giunse in uno spiazzo strappato alle rocce di granito rosa e su cui sorgeva di lato, inaspettata, una baita sbilenca; sotto il portico, un vecchio riposava su una sedia di paglia.
«Il Maso dei Principi è qui?» chiese lui abbassando il finestrino.
Il vecchio fece alcune prove per mettersi in piedi. Poi, appoggiando finalmente il bastone in un punto preciso della balaustra davanti a sé, riuscì ad alzarsi: «Sì» disse come se rispondesse a un appello, ma solo dopo aver annuito vistosamente per qualche secondo.
«Volevo assaggiare il vino e…»
«Venga» fece il vecchio e subito sparì dietro casa. Manfredi scese dalla macchina, incuriosito, cercando di seguirlo. Dopo un po’, sentì un tramestio provenire dall’interno di una casupola nascosta tra piante di ribes, e vi entrò. Un profumo intenso lo abbracciò come in un addio d’amore. Era una miscela di mele nettarine, fieno appena tagliato ed erba di montagna con un vago sentore di mirtilli e di cieli azzurri.
«Tenga, beva» fece il vecchio, sicuro di sé, tendendo un bicchiere e un braccio che tremava nell’aria. Il vino, trafitto dalla luce smunta di una lampadina pendente dal soffitto, appariva limpido con sfumature d’oro e pagliuzze di smeraldo. Accostato il bicchiere al naso Manfredi avvertì quello stesso bouquet intenso che aveva sentito entrando in cantina. Bevve. Il sapore fruttato gli pervase cuore e mente in un mélange armonioso di gusti persistenti di rara squisitezza.
«Ma è buonissimo!» si limitò a dire senza riuscire ad aggiungere nulla. «Me ne dia un cartone di nove bottiglie.
«Ne è sicuro?» fece l’uomo spalancando gli occhi increduli.
«Più che sicuro, perché?»
«Lei è forestiero, vero?»
«Sì…» rispose l’altro mettendosi sulla difensiva.
«Perché questo è il Grigiazzo, il Vino degli Angeli e deve essere bevuto nella Valle, non può portarselo a casa…»
Manfredi lo guardò interdetto, non capì. Poi, mentendo, disse: «Ma certo, sì, che diamine!»

Trascorse un mese e Manfredi ritornò al Maso.
«Lei l’altra volta mi ha fregato!» esclamò appena uscito dalla macchina facendo la faccia scura: «mi ha dato dell’acqua sporca spacciandola per vino… potrei denunciarla!»
Il vecchio era seduto tranquillo sulla sua sedia di paglia. Fece alcuni gesti inutili per mettersi in piedi fino a quando il bastone trovò il buco ai piedi della balaustra che lo aiutò a issarsi.
«Ma glielo avevo detto quando era venuto, non se lo ricorda?» obiettò lui traballando sul bastone.
«No» rispose Manfredi sentendosi in colpa.
«Male. Se mi avesse ascoltato si sarebbe reso conto che il vino che le ho venduto, fino a quando rimane nella Valle, conserva tutte le proprietà e il gusto che lo rendono speciale. Appena invece il liquido si allontana da questi abeti, dalle rocce di granito, dal respiro di questi monti, diventa imbevibile: solo acqua di stagno e spremuta di alghe di torrente.»
«Sì, era proprio quello il sapore. Ho fatto una pessima figura con i miei ospiti!»
«Non si sa perché questo avvenga» cercò di spiegare il vecchio come se si scusasse.«Noi valligiani lo chiamiamo Vino degli Angeli proprio per questo, perché dietro c’è qualche miracolo che lo tiene insieme.»
Manfredi voleva dire a questo punto qualcosa ma se l’era dimenticato.
«Ma via, non stia ad angustiarsi…» fece il contadino chiamandolo a sé con un largo gesto della mano ampia come un badile «venga… che le offro una bottiglia di quello buono… e sparì dietro casa.»
Manfredi assaporò nuovamente quel nettare paradisiaco e riuscì solo a chiudere gli occhi per gustarlo meglio. Se solo fosse stato possibile era ancora meglio di come lo ricordava.
«Tenga, se lo goda mangiando questa toma…» gli disse il contadino allungandogli con complicità un pezzo di formaggio infilzato nella lama rugginosa di un coltello da pota.
«Insieme sono una vera squisitezza» convenne Manfredi estasiato. «Se ne potrebbe acquistare un po’?»
«Certo, ma vendo solo forme intere da dieci chili l’una.»
«Andrà benissimo.»

Manfredi stava per prendere il tratturo che lo avrebbe condotto fino alla piana quando il vecchio, claudicando, lo fermò.
«Ovviamente questo è la Toma degli Angeli…» gli disse sorridendo. Manfredi lo squadrò senza capire. «Nel senso che lo deve mangiare senza lasciare la Valle, a casa avrà sapore di cartone e fango.»

cezanne«Abbiamo diritto di vedere il quadro!» esclamò George Madou alzandosi in piedi e battendo un pugno sulla scrivania del Direttore generale. Le sue sopracciglia e la barbetta biondo-rossiccio stavano tremando per la concitazione.
Helmut Fragenbaum, dalla sua poltrona regale in stile Biedermeier, lo guardò con ostentata sufficienza. Aspirò a fondo il suo sigaro.
«Glielo ripeto» disse poi con voce tranquilla e a bassa frequenza «il Cézanne è in fase di ripulitura… come da contratto, del resto. Ogni sei mesi viene prelevato dal Caveau da personale sterile e specializzato, minuziosamente controllato, e quindi sottoposto ad analisi spettrografiche con dispositivi sofisticati (di cui solo noi siamo dotati in Europa); inoltre viene ripulito e persino restaurato, se del caso. Quindi ora non è disponibile.»
«Almeno mi dica dov’è adesso… e la seconda volta che veniamo da Parigi per vederlo…» insistette Madou puntando l’indice verso il soffitto come se si stesse appellando a un principio universale.
Il Direttore stette per qualche attimo in silenzio poi, facendo un cenno con la mano come se si rivolgesse al suo schnauzer, gli disse mellifluo:
«Via, monsieur Madou, La prego, perché non si siede?»
L’uomo per tutta risposta sbuffò, si voltò a guardare il suo staff perplesso; infine decise di risedersi sulla poltroncina scomoda.
«Se Lei conoscesse meglio il contratto che lega il suo Paese alla nostra Agenzia» proseguì Fragenbaum con la sua voce ipnotica «Lei saprebbe che non possiamo dare informazioni di questa natura. Il vostro quadro, come altre migliaia di capolavori provenienti da tutto il mondo, si trova ora in una speciale camera pressurizzata a cinquantadue metri sotto terra a temperatura e umidità controllate. L’opera non esce mai dalle profondità del Pozzo, questo è chiaro, a meno che il depositante ne faccia esplicita richiesta dopo però almeno un anno dall’ultima visita, e, soprattutto, sempre che…»
«È passato più di un anno da quando lo abbiamo visto l’ultima volta!» quasi gridò Madou rialzandosi in piedi.
«… sempre che…, abbia la compiacenza di farmi finire, monsieur Madou…», continuò il Direttore ripetendo il gesto di mettere a cuccia l’interlocutore «il depositante avvisi il depositario, nei termini prefissati, in modo che l’Agenzia possa preparare l’oggetto in atmosfera adeguata trasferendolo nella sala-visita al ventiduesimo piano, sempre ipogeo, ovviamente. È tutto scritto nero su bianco, monsieur Madou, controlli pure, evitereste viaggi inutili.» Il Direttore stava finalmente leggendo l’espressione da sconfitto sul volto del suo interlocutore e decise di affondare: «è solo una questione di banale sicurezza, niente di personale, glielo assicuro. In fondo ci pagate proprio per questo, e neppure poco» e unì i polpastrelli delle due mani a cuspide, segnale questo che la discussione era terminata.
La delegazione francese, avvilita, uscì poco dopo dalla sala riunioni. Il Direttore generale rimase nella stanza con il suo vice Planks. I due si scambiarono un’occhiata. Fragenbaum non resse lo sguardo e lo distolse dirigendolo verso il muro lontano; poi, nervoso, si alzò dando le spalle all’altro, mettendosi davanti all’ampia vetrata senza neppure godere del sorprendente viola delle montagne al tramonto.
«Cosa è successo?» gli chiese Eric Planks avvicinandosi.
«Come dici?» fece lui evasivo senza voltarsi.
«Ti conosco troppo bene, Helmut… mi nascondi qualcosa. Non abbiamo nessuna speciale camera pressurizzata a cinquantadue metri sotto terra e non ci mettiamo certo a pulire e analizzare Cézanne o Caravaggio o chissà cos’altro. Teniamo i quadri sotto terra, certo, a temperatura e umidità controllate, ci mancherebbe,… ma nulla di più.»
Per un po’ Fragenbaum non mosse neppure un muscolo, forse tratteneva persino il respiro. Poi si portò una mano sulla faccia come per nascondersi. «E va bene» sbottò a un certo punto. «Non ce la faccio più a portare da solo questo peso…»
«Oddio, Helmut: è successo qualcosa ai quadri?»
«No, i quadri stanno benissimo. Come sai sono sistemati in un pozzo di cemento armato spesso più di due metri e profondo ottanta, calato all’interno di una guaina di materiale nanostrutturato, che è 50% più duro del diamante. La cassaforte elettronica, blindatissima e inespugnabile, è a prova non solo di ladro, ma anche di una guerra nucleare…»
«Lo so, l’abbiamo costruita proprio per questo, e allora?»
«E allora… la password a 64 bit per entrare nel Caveau di solito la so io e il povero Nötzell…»
«Certo, per ragioni di sicurezza. La sai solo tu e il secondo Direttore… che è però è deceduto un mese fa in quel terribile incidente stradale…»
«Già, purtroppo lui la password l’aveva appena cambiata, come accadeva ogni mese, e proprio mezz’ora prima che andasse a sbattere! Insomma… non ha fatto in tempo a comunicarmela… e tutta la documentazione che aveva con sé è andata bruciata con la vettura su cui viaggiava; ma sai anche questo…»
Planks impallidì. Per non svenire si sedette sul pavimento di marmo. «Questo significa… questo significa…» riuscì solo a ripetere balbettando.
«Esatto, mia caro Eric. Significa che abbiamo più di quattromila capolavori, dal Settecento ad oggi, stipati in un luogo divenuto per tutti inaccessibile… Rimarranno lì, per sempre, senza che nessuno li possa mai più recuperare e vedere.…»
«Non è possibile, non è possibile…» ripeteva Planks, lo sguardo appannato.
«È successo, Eric. Non doveva ma, per una tragica fatalità, è successo.»
Si girò verso il suo Vice ancora seduto sul pavimento e si accorse che stava piangendo.
«Però, se ti può consolare» gli disse con un filo di voce «abbiamo a disposizione delle copie perfette e forse…»
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Ketchum


L’incontro aveva preso poco tempo. Il cliente si era rivelato meno ostico di quello che era sembrato per telefono. Ci eravamo trovati d’accordo su tutto in meno di un’ora concludendo un contratto vantaggioso per entrambi. Il problema è che ora mi trovavo a Pocatello, in Idaho, a 1.500 miglia da casa, con in tasca un biglietto aereo per Chicago solo per il giorno dopo e la prenotazione per la notte in un alberghetto della zona. In ufficio non mi aspettavano prima dell’indomani. In un caffè approssimativo, sulla strada tortuosa per Twin Falls, meditavo sul da farsi.
«Cosa c’è da vedere in zona?» chiesi alla cameriera avvicinatasi per l’ordinazione. Per un po’ lei mi stette a fissare come fossi un canguro con indosso il vestito della festa: feci in tempo a sentire l’odore dolciastro tuttifrutti della sua gomma da masticare che ballonzolava rumorosamente nella bocca aperta. Quando fu stanca di guardarmi mi disse con sufficienza:
«Può vedere intanto il menu…» e se ne andò via strisciando sul pavimento le scarpe una volta bianche.
Stavo consultando avvilito il foglio plasticato e unto che mi aveva dato quando sentii:
«Puoi andare a Ketchum…».
Era un uomo di colore, sulla quarantina, giacca seria e una cravatta intonata con la tappezzeria del locale; era a un tavolo poco distante da me con lo sguardo ficcato dentro la sua tazza del caffellatte.
«E cosa c’è a Ketchum?» gli feci.
«Il cimitero.»
«Ah, be’» risposi.
«Guarda che non è uno scherzo: c’è la tomba di Hemingway… i forestieri non lo sanno… e può magari interessarti. Sembri il tipo.»
Sì, ero il tipo.
Pochi minuti dopo, superata Twin Falls, mi ritrovai a far ingresso nel piccolo e raccolto cimitero di Ketchum. Non sarebbe mai venuto in mente di trovarci la tomba di un grande scrittore. Non c’era neppure un cartello che segnalasse la sua lapide, anche se la trovai facilmente. C’era infatti un mucchio di fiori freschi sulla lastra di marmo, ma anche di libri, persino una scatola di tonno e un sigaro. Era una tomba accudita in modo amorevole, come capita a chi è morto da poco ed è ancora nel cuore della gente.
Mi faceva impressione essere al suo cospetto. Da ragazzo avevo letto e sognato con i suoi libri; avevo invidiato il suo modo di vivere sempre al massimo, di sentirsi la libertà scorrere e pulsare nelle vene, come uno spirito indomabile nel vento; e ora quel che rimaneva di lui era a pochi passi da me.
Ernest Miller Hemingway: July 21, 1899 – July 2, 1961. C’era scritto.
Feci un giro intorno al cimitero. La campagna là attorno era molto bella: la pace la faceva da padrona. Persino i merli cantavano sottovoce.
Uscendo dal cancello vidi un uomo appoggiato al tronco di una quercia secolare. Aveva l’aria trasandata anche se i vestiti dovevano aver visto giorni luminosi e soprattutto un buon sarto. Appena mi vide mi salutò cordialmente.
«Anche lei è venuto per la tomba di Hemingway?» mi venne da chiedere accorgendomi che aveva in mano un libro scritto da lui. L’uomo mi squadrò per qualche secondo:
«Sì, ci vengo spesso qui.» Aveva un marcato accento del sud. Delle parti di Pensacola, forse, o addirittura di New Orleans.
«Hemingway è stato un grande» aggiunsi io come per giustificarmi. «Il vecchio e il mare mi ha maturato dentro una certa idea della vita che non mi ha mai più abbandonato» e mi voltai indietro indicando forse in modo troppo enfatico la tomba che si vedeva bene anche di lì. Poi mi girai di nuovo verso l’uomo aspettando che dicesse qualcosa. «Ma forse Lei preferisce Per chi suona la campana» proseguii io per uscire dall’imbarazzo del momento.
«Come dici?» mi domandò allungando il collo verso di me e mettendo il palmo della mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Per chi suona la campana? Il libro che ha lì accanto…»
«Ah, questo? Veramente uso le pagine per accendermi il fuoco; più tardi mi faccio due salsicce. Vuoi?» chiese allungando nella mia direzione una bottiglia di rum.
«No no grazie… sono solo le 10 e mezza del mattino.»
L’uomo parve non capire e ritirò la bottiglia. Ci pensò un po’ su e poi mi fece:
«Su quella tomba lì, quella di Amy Way, come dici tu, ogni volta che ci vengo, trovo sempre dell’ottimo rum. La gente porta un po’ di tutto a quel tizio e, non so perché, anche dell’ottimo rum. Del rum! A un morto! Si è visto mai? Eppure è così. E io me lo bevo, alla faccia dei morti, alla faccia di Amy Way. E dopo mi vado pure a prendere il sigaro. La gente è proprio strana, sai?»
«È quel che dico anch’io» gli risposi; e lo salutai.

vecchia finestra«La villa è davvero bella!» esclamò Alvaro facendo scivolare lo sguardo dalla piscina al prato perfettamente rasato. «È anche in ottimo stato e il prezzo contenuto…»
«E consideri che è libero da subito» aggiunse il mediatore soddisfatto di aver potuto far vedere l’immobile in una così bella giornata. «È quel che si dice un affare.»
Poi i due si avvicinarono al SUV con cui erano venuti. Il mediatore stava per accomodarsi al posto di guida quando disse distrattamente: «Ah, dimenticavo… ovviamente c’è la signora Adalgisa».
«La signora Adalgisa?»
«Sì, è una persona molta anziana. Se ne sta tutto il giorno dietro le finestre della cucina dell’edificio di fronte…» Nel pronunciare quelle parole il mediatore la indicò con un cenno impercettibile del viso. Alvaro si girò. Scorse, da dietro i vetri di una finestra, il volto minuto e sgualcito di una donna, una nuvola di capelli viola appoggiata delicatamente alla testa. Alzò la mano per salutarla visto che lei li stava fissando. La donna accennò a un breve sorriso senza scomporsi. «Non le darà fastidio, vedrà» chiarì il mediatore rassicurante. «Dopo un po’ non se ne accorgerà neppure più che lei è lì.»
«Non potrebbe guardare la televisione come fanno tutti?» obiettò Alvaro sedendosi anche lui in macchina.
«Non ce l’ha e non le interessa: sostiene che l’annoia. Trova più interessanti le persone. Purtroppo dorme pochissimo e non c’è modo di schiodarla da quel posto. Non sente ragione.»

Alvaro comprò la villa e con la sua famiglia vi si stabilì con soddisfazione.
Per qualche mese, ogni volta che si trovava nel portico o a bordo piscina, si sentiva sempre sulla nuca lo sguardo inclemente di Adalgisa e quando alzava gli occhi nella sua direzione la vedeva immancabilmente dietro alla finestra. Non faceva neppure il tentativo di distogliere lo sguardo. Osservava e basta. Lo trovava inquietante.
I figli e la moglie si abituarono a quella presenza molto prima di lui. La ‘nonnina portafortuna’, la chiamavano, e ben presto se ne dimenticò anche lui, come aveva detto il mediatore, entrando di diritto a far parte del paesaggio, come il cedro centenario e l’altalena.

Un giorno, di ritorno dalle vacanze, trovarono la villa svaligiata. Avevano portato via quadri, tappeti e finanche la cassaforte.
«È una banda specializzata in furti nelle ville» gli rivelò l’Ispettore venuto per il sopralluogo come se quella notizia dovesse tranquillizzarlo. «Sono organizzati e professionali» precisò con una punta di ammirazione.
Alvaro era sotto shock: non riusciva a capacitarsi che la sua casa fosse stata saccheggiata. «Forse ci potrebbe essere utile Adalgisa…» disse a un certo punto come se a parlare fosse stato però qualcun altro.
«Chi è, la sua governante?»
«No. La signora Adalgisa è quella lì» e la indicò all’Ispettore con lo stesso breve cenno del viso che aveva visto fare al mediatore. La donna era al suo posto, impassibile, marmorea. «Sta sempre là dietro, come un gufo, giorno e notte e potrebbe quindi aver visto qualcosa…»

Dopo neanche mezz’ora l’Ispettore era di ritorno. Aveva la faccia scura.
«E allora?» chiese Alvaro pieno di aspettative.
«Abbiano trovato Adalgisa; era morta. Il medico legale dice che è deceduta da qualche giorno…» Senza aggiunger altro, come se quello fosse stato un saluto di commiato, se ne andò con i suoi uomini.

Trascorse una settimana e l’Ispettore telefonò ad Alvaro.
«Se vuole venire in questura, abbiamo preso la banda delle ville e ritrovata gran parte della refurtiva. Probabilmente qui ci sono anche cose sue.»
«È fantastico!» esclamò lui con fin troppo entusiasmo.
«Tutto merito della sua Adalgisa, sa?» spiegò l’Ispettore. «Siamo ritornati nella sua casa e abbiamo trovato l’incredibile. La signora non si limitava a guardare. Annotava minuziosamente ogni cosa su dei quaderni. Ne abbiamo trovati 452. Erano ordinati per anno, mese e persino per settimana. Tra le tante cose che ha scritto ha riportato il numero di targa di un furgone che per due notti ha sostato nei pressi della sua villa. Adalgisa aveva annotato che, secondo lei, era gente sospetta e non le piaceva per niente. Aveva proprio ragione: erano i ladri venuti a fare il sopralluogo, secondo la loro tecnica collaudata. Siamo riusciti così a risalire a una società e di lì a un’altra società e, incrociando intercettazioni e pedinamenti, indagini e controlli, siamo arrivati alla identificazione dei malviventi. Non ce l’avremmo fatta, però, senza i quaderni di Adalgisa.
«Non ci posso credere…» riuscì solo a dire.
L’Ispettore stava per riattaccare quando aggiunse:
«Ah, senta… lei conosce per caso un certo Marco Bertossi?»
«No, direi proprio di no.»
«Ha un Mercedes 560 sec blu…»
«No no, mi spiace.»
«Lei mercoledì sera va di solito da qualche parte?»
«Sì ad Alvona, per lavoro: ho una ditta anche lì. Parto il pomeriggio e torno il giorno seguente: da qualche anno; perché?»
«Niente, niente… dicevo così per dire. Allora la aspetto.»
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Gli era costata molta fatica ma era arrivato fino in fondo. Dopo un lungo periodo di crisi, un paio di libri mediocri e la paura di non essere più in grado di ripetere il grande successo del primo lavoro, era riuscito a confezionare un ottimo prodotto. Ora George W. Peterson poteva rilassarsi.
Quella sera stessa, anche se era tardi, spedì via mail a N., il suo Editore, i ventisei capitoli del suo giallo; glielo aveva infatti sollecitato sovente negli ultimi tempi essendo scaduto da mesi il termine contrattuale di consegna.
L’indomani mattina arrivò la risposta:
Un grande lavoro, George‘, c’era scritto, ‘ne è valsa la pena attendere: sarà un sicuro e meritato successo!‘.
George centellinò la mail, gustandosi complimenti e felicitazioni, fino all’ultima frase che lo fece sobbalzare:
Però, fammi avere il più presto possibile anche l’ultimo capitolo!’.
«Come l’ultimo capitolo?» domandò ad alta voce George come se l’Editore fosse in quella stessa stanza. «Ma se l’ho spedito insieme a tutto il resto!»
Controllò la mail che aveva inviato. Sì, c’era anche il ventiseiesimo capitolo.
Rispedì ugualmente il file mancante, per maggior sicurezza, facendo ben attenzione a non sbagliare, visto che il computer non era mai stato il suo forte; ne fece anche più di una copia, in formati diversi. Si scusò. Ma l’ultimo capitolo c’era.
La risposta di N., un po’ piccata, non tardò ad arrivare:
Perché mi mandi dei file illeggibili?
George cominciò a innervosirsi. N. lo stava probabilmente prendendo in giro per fargli scontare il ritardo. Non potevano esserci altre spiegazioni. Telefonò.
No, gli disse N., i file erano davvero illeggibili, forse era un problema di computer o della rete.
Siamo sicuri che l’ultimo capitolo l’hai scritto davvero?’ gli aveva domandato infine, a tradimento, poco prima di chiudere la telefonata.
Si misero d’accordo che lo avrebbe stampato e che glielo avrebbe portato personalmente. ‘L’aveva scritto quel capitolo, accidenti, perché dubitarne?’ Infilò le pagine in una busta e partì con il primo treno utile.
Si sentiva confuso nel percorrere il corridoio che portava all’ufficio di N. Era trascorso più di un anno dall’ultima volta che era venuto ad Alvona. In quella città non ci tornava mai molto volentieri. Ma ora era felice di essere lì. Glielo avrebbe fatto vedere al suo Editore e al mondo intero se quel capitolo l’aveva davvero scritto oppure no. George W. Peterson era tornato, eccome se era tornato: alla faccia dei critici malevoli che lo avevano dato per spacciato dopo il primo libro attribuendolo solo al colpo di fortuna del novizio.
Stava per bussare alla porta di N. quando si accorse che la busta non era più nelle sue mani. Si sentì mancare. Con il cuore in gola tornò velocemente sui suoi passi, gli occhi a terra per ritrovare il plico. Non era da nessuna parte.
«Questo deve essere suo» si sentì dire da un uomo anziano, ben vestito, un sorriso contagioso dipinto sulla faccia.
«Cos’è?» fece Peterson sgarbato.
«È il capitolo che le mancava.»
«Non è il mio, lei si sbaglia, la busta era marrone…»
«Le assicuro che è proprio questo…»
Peterson guardò l’uomo come se non riuscisse a metterlo a fuoco attraverso delle lenti appannate; il vecchio continuò:
«Lei lo sa che quel capitolo, l’ultimo del suo libro, non lo ha mai scritto, vero?»
«Ma cosa dice, lei è pazzo, l’ho scritto sì» rispose quasi urlando «lo saprò bene io, non crede? Ma cosa avete tutti quanti? Il libro è completo, in ogni sua parte… è il miglior thriller del secolo, cosa ne sa lei, scusi?»
«No, non è vero, non l’ha mai scritto e lei lo sa benissimo: avrebbe voluto farlo, le sarebbe piaciuto farlo, ma poi si è fermato. Non sapeva e non sa come finirlo. Lei stesso non ha la minima idea, neppure adesso, di chi potrebbe essere l’assassino, non sa neanche come farlo smascherare dal ragazzo, novello detective, che si è occupato del caso; e ci sono almeno altre due storie sullo sfondo che non è stato in grado di ‘chiudere’. Senza l’ultimo capitolo, il suo libro non vale niente.»
Peterson rimase impietrito. A poco a poco gli ritornò tutto in mente. Il blocco mentale, l’impossibilità di andare avanti, la mancanza totale di idee, il non sapere come far quadrare tutte le questioni non risolte del giallo. Il lavoro non era affatto finito e aveva ragione quell’uomo: senza quel capitolo non era pensabile poterlo pubblicare.
«Tenga» fece ancora il vecchio allungandogli il plico. «Dia retta a me, lo prenda.»
«È uno di quei casi, vero?» fece George sarcastico «Uno di quei casi in cui lei poi mi ricatterà per tutta la vita o, che so, in cambio dovrò uccidere sua moglie o sua suocera o dovrò farle qualche altro favore immondo? Guardi che con me non attacca, non sono poi messo così male… io sono George W. Peterson, il grande scrittore in odore di Pulitzer e sappia che…»
«No, si sbaglia, non voglio niente, George: posso chiamarti così? Sono unicamente un tuo appassionato ammiratore. Mi dispiace vederti così depresso. È vero, sei un grande scrittore e lo sarai sempre; devi solo superare questo momento difficile. Diciamo che il mio è un modesto contributo alla tua arte… Hai bisogno di credere nuovamente in te… e questo libro, questo capitolo, ti aiuterà.»
«No, non posso accettare… non l’ho scritto io» disse George sempre meno convinto.
In quel mentre sentì gridare il suo nome. Era N., l’Editore: lo chiamava dall’altra parte del corridoio.
«Lo prenda» disse il vecchio insistente spingendo il plico verso di lui. «Non lo saprà mai nessuno che non l’ha scritto lei, glielo garantisco.»
«Non so neppure come si chiama…» fece Peterson afferrando la busta e allontanandosi lentamente.
«È importante?» domandò quello.

Il libro, come previsto, ebbe un successo enorme. Il finale era travolgente, originale, avvincente finanche rivoluzionario. Peterson era di nuovo nell’olimpo degli scrittori mondiali. Ce l’aveva fatta.

È il quinto suicidio in questo mese…’ sentì George annunciare al telegiornale, un mese dopo, seduto sulla sua poltrona di casa. «È il quinto ragazzo che sceglie di morire in un modo così orribile» disse l’annunciatrice con la voce leggermente incrinata dalla commozione. «Gli inquirenti, dalle prime indagini, confermano che anche lui, come i precedenti quattro, aveva appena finito di leggere il best seller del momento: ‘Di sangue e di cuoio’, di George W. Peterson. Gli psicologi si stanno interrogando se…»