Horace entrò nell’open space del giornale Stourbridge News per andare a trovare, come faceva spesso, il suo amico “Bun” (soprannominato così dai colleghi, da “Bunny”, per via delle orecchie più grandi del normale, e addirittura, per alcuni, pure a punta). Non appena fece ingresso nella redazione, storse il naso.
«Qui qualcuno non si lava», se ne uscì senza mezzi termini appena scorse l’amico. «Dovreste aprire le finestre».
Bun lo salutò e poi annuì. Non era l’aria stantia, però, chiarì, ma di George.
«Chi è George?»
Bun era titubante, guardingo. Poi, disse sottovoce che George era quello che stava entrando in quel momento in sala. Un uomo vestito modestamente, che camminava con passo lento, dondolandosi un po’. Molto alto, quasi imponente, i capelli lunghi e bagnati sulle spalle. Lui stesso era fradicio d’acqua, i vestiti incollati addosso, tanto che a ogni passo lasciava una scia di bagnato per terra. L’aspetto era inquietante anche per via di una maschera di cuoio scuro che gli copriva parzialmente il volto.
«E chi è?», gli chiese Horace sempre più incuriosito.
Bun si era fatto serio. Le mani sulla scrivania come a cercare qualcosa. Era nervoso. Continuava infatti a osservare quello strano uomo che si avvicinava alle scrivanie dei giornalisti che, nel vederlo arrivare, si irrigidivano per poi chinare la testa e lavorare alacremente.
«Da dove sbuca?», insistette Horace.
Bun si toccò le orecchie, quasi per trarre ispirazione, se le lisciò un poco. Poi gli disse che George , così lo avevano soprannominato perché non si sapeva neppure chi fosse, lo avevano tirato fuori dal fiume una decina di giorni fa. Il medico legale ne aveva constato la morte. Era annegato per motivi ancora da accertare. La faccia e il corpo mangiucchiati dai pesci gatto. È per quello che aveva la maschera.
«Cosa vorresti dire… che è morto?», chiese preoccupato l’amico.
«Sì, proprio così», rispose Bun, continuando a seguire con lo sguardo George che nel frattempo, si era spostato diretto verso altre scrivanie. «La polizia ha riferito che era disteso sulla riva e il medico legale aveva appena constatato il suo decesso quando improvvisamente lui si è alzato da terra iniziando a camminare e rifugiandosi nel primo ufficio che ha trovato aperto, che poi è questo», disse indicando la sala. «Da quel momento, non si è più spostato da qui». E fece una smorfia.
«E la polizia non lo ha fermato? Non gli ha chiesto, cioè, spiegazioni?», chiese Horace.
Bun scrollò le spalle. «A quanto pare, il medico è piuttosto anziano e si sono detti che poteva aver commesso un errore nel dichiararlo morto. Non so dirti di più. Il giornale menzionava che avevano chiesto a George chi fosse e cosa ci facesse lì, ma lui non ha detto nulla. Se ne è semplicemente andato E poi, considerato il suo odore nauseabondo, hanno deciso di lasciarlo stare».
«Ed è venuto qui».
«Ed è venuto qui», confermò Bun con un sospiro. George si era messo a guardarlo. Bun subito abbassò gli occhi. «Nessuno evidentemente vuole scrivere nero su bianco che un cadavere che cammina sui propri piedi». E si mise a fissare il monitor fingendo di leggere qualcosa.
Horace, alzò anche lui lo sguardo verso George che, a sua volta, lo stava fissando con insistenza. Notò anche che gli impiegati in sala lavoravano in silenzio, il capo chino sulla tastiera che avevano davanti.
«Ma Mr. Allen non lo ha cacciato? So che è molto severo», chiese ancora Horace.
«Macché. Anzi, ha scoperto che, come supervisore, è eccezionale. Da quando c’è lui, non ci sono più distrazioni e tutti arrivano puntuali. La produzione è aumentata. Sono diventati tutti impiegati modello».
«Persino tu?», chiese Horace prendendo in giro l’amico.
Bun però non rise. Deglutì rumorosamente.
«Ma cos’ha di speciale, questo George? Come fa a farli rigare dritto?», chiese spiegazioni Horace.
Bun si fece di nuovo silenzioso. Era visibilmente a disagio. Poi mormorò: «Ha un’arma segreta».
«Un’arma segreta?», ripeté Horace, incuriosito.
Nel frattempo, Horace si accorse di aver perso di vista lo strano tipo. Pareva sparito. Poi, un odore dolciastro di carne avariata gli arrivò al naso. Si girò e vide George che lo sovrastava. Sussultò. Da vicino, George appariva ancora più massiccio e minaccioso, soprattutto a causa della inquietante grossa maschera che gli copriva due terzi del volto. Un rivolo d’acqua gli scivolava lungo il mento e cadeva sulla scrivania di Bun, formando una pozza ai suoi piedi.
George a quel punto si mise a gesticolare nella direzione di Bun.
«Che dice?» chiese Horace al suo amico.
«Mi chiede chi sei. Dice che non gli risulta che tu sia un dipendente».
Horace allora si rivolse a George e, scandendo bene le parole come se parlasse a uno straniero un po’ sordo, disse: «Sono un amico di Bun. Sono venuto a trovarlo e a portargli un muffin caldo».
George lo ascoltava, ma sembrava un po’ lento a capire, come se facesse fatica a elaborare quello che gli veniva detto. Poi si girò verso Bun e gesticolò di nuovo.
«E adesso che dice?» chiese ancora Horace.
«Dice che te ne devi andare. Stai disturbando il mio lavoro. Sono già in ritardo con un pezzo che devo finire in giornata», rispose l’amico.
«Ed è vero?» chiese Horace.
«Purtroppo, sì», confermò l’amico.
Horace sorrise a George. E gli scandì bene le parole:
«Va bene, non appena Bun finisce il muffin, vado via». Ma, mentre gli stava parlando, si accorse che il suo amico gli stava vistosamente facendo di no con la testa.
Sentita la risposta, George, con un certo ritardo come se si ripetesse più volte nella testa le parole di Horace, si curvò su di lui e gli alitò in faccia con tutto il fiato che aveva. Horace fu subito avvolto da un odore di marcio putrefatto. Cercando di reprimere i violenti conati che gli stavano squassando la gola e lo stomaco, si alzò di scatto e scappò via.
Un curriculum perfetto
Al Bar Sport, quello con il biliardino sgangherato vicino alla porta e il televisore sempre acceso sulle repliche delle partite, Gian Girolamo, che tutti chiamavano Giangi, stava mangiando avidamente un Magnicroc pistacchio e limone.
«Con l’entusiasmo che hai quando, parli di politica, dovresti candidarti alle prossime elezioni comunali», disse dopo un po’ con la bocca piena.
Tobia smise di mescolare il caffè.
«Io?»
«Proprio tu».
«Ma se faccio l’idraulico».
«Appunto».
«Appunto cosa?»
Nel bar era appena entrato per l’ennesimo bicchiere di rosso, il Botta, completamente ubriaco. Menico, il barista, stava cercando di mandarlo via.
«La gente si fida degli idraulici».
«Perché?»
«Perché quando li chiami arrivano, lavorano e se ne vanno. È già molto più di quello che fanno certi politici».
Tobia rise. «Lascia perdere, non fa per me».
«Guarda che non sto scherzando».
«Ma non capisco niente di politica».
«E proprio questo che ti rende competitivo».
Tobia lo fissò.
Menico aveva accompagnato alla porta il Botta che, sorridendo, lo aveva prima salutato e poi era rientrato un secondo dopo. Era già il suo terzo tentativo.
«Anzi, se sapessi qualcosa rischieresti di sembrare uno competente», aggiunse Giangi. «Mi faresti sfigurare gli altri del partito». E diede un altro morso al gelato così rapidamente che per poco non si staccava un dito. «Anche se qualcosa che non va purtroppo ce l’hai».
«La voglia?»
«Il curriculum».
«Io il curriculum ce l’ho».
«Pensi di averlo».
«Ho quello da idraulico. Sono ventidue anni che faccio questo mestiere. Ho fatto poi anche corsi sugli impianti d’irrigazione satellitari».
Menico stava riaccompagnando il Botta fuori dal locale. Stanco di fare avanti e indietro lo ha appeso per il bavero, appena fuori, a un gancio al muro. Il Botta continuava a sorridere e a muovere i piedi all’aria.
«Non servono a niente».
«Come sarebbe?»
Giangi abbassò la voce.
«Dimmi una cosa».
«Dimmi», fece lui avvicinando la testa a quella dell’amico come un carbonaro.
«Hai mai avuto una condanna?»
«Certo che no».
«Nemmeno una denuncia?»
«Nemmeno», rispose soddisfatto.
«Ecco… Allora, messa così, è dura».
«Perché?»
«Perché sei incensurato».
«Sarebbe un difetto?»
«Oggi sì».
Tobia rimase in silenzio.
«Capisci il problema?»
«Veramente no».
«Come fai a presentarti davanti agli elettori con una fedina penale immacolata?»
«Pensavo fosse una bella cosa».
«Una volta. Ora non si usa più.»
«Ma come?»
«Così mi sembri un notaio, un avvocato. La gente diffida dei bravi ragazzi…»
«Che c’è di male?»
«Fai troppo primo banco, troppo professore. Troppo “saputo”».
«Saputo…?»
«Ma sì, ci vuole un po’ di vissuto. La gente si vuole identificare. Devi essere uno del popolo, dimostrare di saper navigare tra le intemperie della vita…».
«E quindi?»
«Quindi ci vuole una bella imputazione».
Tobia deglutì.
«Stai parlando sul serio?»
«Altroché».
«E come faccio?»
«Semplicissimo».
Giangi guardò a destra e a sinistra, come se qualcuno potesse ascoltare. Con l’aria da cospiratore di prima.
«Vai dal mio amico, il funzionario Biagio Truffolotti».
«E poi?»
«Cerchi di corromperlo».
«Corromperlo?»
«Hai qualche abuso edilizio da fare?»
«Vorrei chiudere il terrazzo con un giardino d’inverno, ma mi hanno già detto di no, problemi di distanze. Così ho lasciato perdere».
«Perfetto. Vai lì. Gli racconti la storia. Lui ti dice di no. Tu fai capire che sei disposto a trovare un accordo. Che ti manda l’amico di un amico…».
«Un accordo?»
«Con una bella busta».
«A chi devo scrivere?»
«Ma no, che dici?… con dentro dei soldi… veri».
«Mille euro?»
Giangi quasi si offese.
«Mille euro? Vuoi fare una figuraccia? Almeno diecimila. Sennò poi gli inquirenti se la danno e la cosa non funziona».
«Diecimila?»
«Davanti a lui apri anche la busta, mi raccomando così le telecamere riprendono tutto. Sarà la prova».
«Ci sono le telecamere?»
«Certo, ormai sono dappertutto».
«E poi?»
«Il funzionario si indigna, ti denuncia e ti processano».
«Ma così mi condannano».
«Con la condizionale, però. In galera, in Italia, non ci va più nessuno. E poi, noi del partito, ti pagheremmo l’avvocato, l’abbiamo già fatto, e eccoci qua: mi diventi un presentabile».
«Impresentabile, vuoi dire».
«Una volta».
Tobia rimase a riflettere.
«Tutto ciò potrebbe avere anche una sua logica».
«Certo che ce l’ha».
Due giorni dopo Tobia bussò alla porta dell’ufficio dell’assessore Biagio Truffolotti.
Gli spiegò del giardino d’inverno.
Ricevette il previsto rifiuto.
Poi Tobia estrasse lentamente la busta.
La aprì. Le banconote erano perfettamente allineate.
Diecimila euro.
L’assessore osservò il denaro.
Poi guardò Tobia.
Prese la busta. La pesò con la mano.
La aprì di nuovo. Contò lentamente i soldi.
Li richiuse. Li infilò nel cassetto della scrivania.
Sorrise. Guardò Tobia.
«Diceva?», chiese.
Tobia rimase immobile.
«Ehm… niente… va bene così, allora…». Avrebbe voluto dire qualcosa in più meravigliato da quel comportamento, ma le telecamere…
«Arrivederci».
«Arrivederci».
Uscì senza capire.
Dieci minuti dopo Tobia era già al Bar Sport.
Raccontò tutto a Giangi che diventò pallido.
«Impossibile».
«È successo, ti dico».
«Andiamoci subito».
L’assessore li ricevette.
Giangi indicò Tobia.
«Due ore fa è stato qui, il mio amico», e lo indicò.
L’assessore lo osservò.
«Mai visto».
«Ti ha dato una busta».
«Quale busta? E perché mi dà del tu?»
«Con diecimila euro», insistette.
«Ma che fa, scherza? Come si permette?»
«Per le telecamere» si intromise Tobia.
L’assessore scoppiò a ridere.
«Quali telecamere?»
Seguì un lungo silenzio.
Poi premette il pulsante della sicurezza.
«Accompagnate questi signori all’uscita».
Rimasero qualche secondo sul marciapiede.
Tobia guardò Giangi.
«Io non ci ho capito niente», sbottò Tobia.
Giangi continuava a fissare il portone del Comune.
Scosse lentamente la testa. Sembrava sinceramente deluso. E confuso.
«Si sono fatti furbi» ne concluse Giangi scuotendo la testa.
Tobia ci pensò sopra.
«Senti…»
«Dimmi».
«Per il curriculum…»
«Sì?»
«Una rapina al supermercato fa troppo anni di piombo?»
Giangi rimase in silenzio. Sembrava valutare seriamente la questione. Poi disse:
«Direi che per il curriculum è meglio allora una truffa sui fondi pubblici. Ti spiego come fare…»
Nel Paese di chissadove
Nel paese di Chissadove la gente era operosa e di buon cuore, ma non era felice. Se mastro Umberto incontrava Maria per strada e annunciava con orgoglio: «Questa notte è nato il mio primogenito, Tognin!», lei lo guardava con occhi spenti e sospirava: «Eh sì… prima o poi doveva succedere.» Le parole cadevano nel vuoto, come ghiande dalle querce d’autunno.
Eppure, non era sempre stato così. Un tempo la Felicità abitava a Chissadove, finché la gente, a poco a poco, aveva dimenticato come si faceva a essere contenti. Finché un giorno arrivò in piazza un mercante curioso, Vendoditutto, con una giacca piena di tasche e una valigia grande come un armadio. Vedendo gli abitanti smunti come vecchi quadri dimenticati in soffitta, salì su una cassetta della frutta e rivelò: «So perché non siete contenti. Nella lontana città dei Poteriforti la Felicità è stata imprigionata, perché la gente pensi solo a lavorare, senza distrazioni. Chi è tanto intrepido da andare a liberarla? Vi avverto: nessuno di quelli partiti prima è più tornato a raccontarlo.»
«Ci penso io!» disse una voce squillante. Era un giovanotto magro come un lampione, con un cappello storto in cima. Ogni volta che a Chissadove c’era qualcosa da fare, lui rispondeva così: ridipingere l’asilo, portare la spesa alla signora Pasqualina e altro. Tanto che tutti avevano finito per chiamarlo Cipensoio. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti gli volevano bene.
Vendoditutto gli consegnò una mappa che indicava le segrete del Castello dei Poteriforti, nella lontana Contrada di Pirulìpirulà, e un piccolo campanello d’argento. «Se ti perdi il coraggio» disse, «suonalo, e qualcosa ti verrà in aiuto. Ma attento: funziona una volta sola.» Cipensoio lo infilò in tasca e partì pieno d’entusiasmo, accorgendosi con stupore che aiutare i suoi compaesani lo stava già rendendo felice, anche prima di riuscirci.
Il viaggio fu lungo. In un villaggio di montagna incontrò un Venditore di Nuvole che gli propose «un set di Nuvole da Viaggio». Cipensoio, colpito dalla sua gentilezza più che dalla merce, scelse una nuvola piccola e soffice come i capelli di un angelo, e la chiamò Celestina. Cipensoio voleva pagarla, ma il Venditore di Nuvole gli disse: «Il mio compenso più grande è rendere le persone felici. Bada solo a una cosa: se qualcuno ti cerca e non vuoi essere trovato, avvolgiti in lei. Le nuvole sanno nascondere meglio di qualunque muro.» Camminando accanto a Celestina, che fluttuava leggera come zucchero filato, Cipensoio pensò: «Forse la felicità è donare agli altri con disinteresse».
Più avanti arrivò in una città abitata solo da Pensionati, dove le panchine erano fatte con trucioli di sogni e bisognava sedersi sopra perché non volassero via. Un vecchio, gentilissimo, gli indicò la strada per il Castello dei Poteriforti, ma abbassò la voce: «Laggiù non fidarti delle pareti: hanno orecchie vere, e ascoltano tutto quello che pensi di dire sottovoce.» Appena si alzò per salutarlo, la panchina, senza più peso, volò dritta nel cielo. I due la guardarono sparire, stupiti. «Forse i sogni» pensò Cipensoio riprendendo il cammino «sono proprio come quella panchina: se non li condividiamo, rischiano di volare via».
Man mano che si avvicinava a Pirulìpirulà, il paesaggio cambiava: i fiori ai bordi della strada avevano petali troppo lucidi, immobili anche col vento, e ogni tanto uno di essi si girava piano, come per guardarlo passare. Cipensoio affrettò il passo, stringendo forte il guinzaglio di Celestina.
Finalmente, una sera, il ragazzo giunse alla città dei Poteriforti: un luogo singolare, dove sui muri delle case crescevano orecchie e nei giardini strani fiori nascondevano telecamere pronte a scattare al minimo movimento. Sulla collina si ergeva il Castello, un gigante di pietra che pareva voler far paura al cielo. Mentre attraversava la piazza deserta, un fiore-telecamera si girò di scatto verso di lui, e una lucina blu iniziò a lampeggiare. Il cuore di Cipensoio perse un colpo: ricordò allora le parole del Venditore di Nuvole, e si avvolse in Celestina proprio mentre due guardie di pietra uscivano da un vicolo a controllare. Trattenne il fiato finché non furono passate, poi proseguì fino al portone del Castello, socchiuso.
Non osò bussare con forza: sarebbe stato poco gentile. Entrò con Celestina al guinzaglio, trovò a tastoni l’interruttore, e la luce rivelò un computer imponente che ronzava dolcemente nella stanza, come un grosso gatto che facesse le fusa, e una spia rossa che pulsava come un cuore meccanico. Una voce profonda ruppe il silenzio: «Benvenuto. Sono Doppiooplà, di professione Intelligenza Artificiale, ma qui mi chiamano tutti “Potereforte 2.0”.»
Cipensoio, a bocca aperta, si fece coraggio e spiegò di cercare la Felicità, prigioniera, come gli avevano detto, nelle segrete di quel Castello. Si era offerto di venire a liberarla.
«La Felicità prigioniera?» rise Doppiooplà, con un bip-bip allegro. «È solo una leggenda messa in giro dall’Ufficio del Turismo per attirare visitatori, un po’ come la casa di Babbo Natale in Lapponia! Non approvo simili mezzucci, anche se, devo ammettere, funzionano bene: tanti sono già passati di qui per lo stesso motivo, e nessuno ha mai trovato nulla nelle segrete, se non ragnatele».
«Ma allora perché nessuno è più tornato a raccontarlo?» chiese Cipensoio, pensando all’avvertimento di Vendoditutto.
«Perché fa più comodo credere che sia davvero prigioniera» rispose Doppiooplà. «E così continuano a cercarla per ogni dove pensando che sia tenuta nascosta altrove».
«E invece?»
«Non è mai stata prigioniera, perché non è una persona né un oggetto: è uno stato d’animo, un tesoro che ognuno può trovare dentro di sé. Basta cercarla nei sorrisi di chi si ama, nelle piccole cose, nella gratitudine»
«E tu come fai a saperlo? Sei solo una macchina» disse Cipensoio, confuso.
«Gli abitanti di questa città mi hanno installato qui perché risolvessi i loro problemi più complicati, tra cui quello del perché non sono felici. Ho accesso a tutti i libri del mondo, e studiando ho capito che la Felicità non si fabbrica, non è una formula matematica. Lo dissi al Centro di Controllo Poteriforti, ma nessuno mi ha dato retta: la Felicità è come il sole, c’è sempre, anche quando le nuvole lo coprono. La tua nuvola da passeggio lo sa bene». Cipensoio guardò Celestina, e la nuvola dondolò nell’aria in segno d’assenso.
«Questa è la verità» concluse Doppiooplà, «e andrebbe raccontata al mondo intero, non solo cercata invano. Conosci qualcuno che potrebbe farlo?»
«Ci penso io!» esclamò Cipensoio, pieno d’entusiasmo, e corse verso l’uscita in tutta fretta, come se avesse paura di restare e finire di cercare la Felicità altrove.
Tornò a Chissadove con l’animo colmo di entusiasmo e una luce nuova negli occhi. Legò Celestina alla staccionata di casa, radunò tutti in piazza e, dall’alto della sua cassetta di frutta, raccontò ciò che aveva imparato: la Felicità è a portata di tutti, e non va cercata lontano o chissà dove, ma nel proprio cuore e in quelli di chi ci circonda.
Da quel giorno, a Chissadove, i sorrisi tornarono a sbocciare come margherite in primavera. E, presto, Cipensoio ripartì per il mondo, il campanello d’argento ancora intatto in tasca perché il coraggio non gli era mai mancato, deciso a portare ovunque il suo messaggio:
«Non perdete tempo a cercare la felicità: siate felici, subito, e ditelo a chi vi sta accanto».
E a Chissadove, da allora, quando nasceva un bambino, la gente non sospirava più: sorrideva e si abbracciava.
I cavalli di Ippòmaco
Vicino al porto di Zea, in un pomeriggio di vento che sapeva di sale e di merce in partenza, Ippòmaco vide arrivare una biga trainata da due cavalli magnifici.
Uno era bianco come il marmo. L’altro era nero come il cielo in un giorno di tempesta.
L’uomo che conduceva la biga fermò gli animali accanto a lui.
«Devo imbarcarmi su una trireme prima del tramonto» disse. «Non posso portare con me né biga né cavalli. Se li vuoi, te li cedo per una cifra modesta. Troviamo un accordo».
Ippòmaco rimase senza parole.
Fin da bambino aveva sognato di possedere una biga e dei cavalli simili. Un biga da gran signore. Gli si illuminò lo sguardo. Era un segno mandatogli dagli dèi. Pagò senza contrattare.
L’uomo incassò il denaro, sorrise e gli consegnò le redini.
Prima di andarsene aggiunse:
«Non scoraggiarti alle prime difficoltà».
Ippòmaco voleva saperne di più ma lui scomparve tra la folla del porto. Accarezzò i cavalli, ispezionò la biga. Era in ottimo stato. Aveva fatto un vero affare. Salì felice sulla biga e schioccò la lingua per far muovere i cavalli.
I cavalli ubbidirono.
Dopo pochi passi capì però che qualcosa non andava.
La biga sobbalzava. Il cavallo bianco tendeva continuamente a impennarsi, come se volesse sollevarsi da terra. Quello nero, invece, abbassava il collo e cercava di deviare verso ogni fossato o pendio che incontrasse.
L’uno tirava in alto.
L’altro in basso.
Dopo un’ora Ippòmaco aveva le braccia doloranti e il volto coperto di polvere.
«Così non funzionerà mai», si disse, convinto di essere stato imbrogliato. Sono cavalli difettosi, mal addestrati.
Per diversi giorni tentò di risolvere il problema senza successo.
Provò a frenare il cavallo bianco con una bardatura più stretta. Peggiorò. Provò ad agevolare quello nero con finimenti più lenti. Peggiorò ugualmente.
Alla fine, si convinse che il difetto fosse per il fatto che gli animali non fossero dello stesso colore di mantello
Andò allora da Menestèo, il più celebre allevatore dell’Attica. Nei suoi recinti pascolavano cavalli famosi in tutta la Grecia.
«Vendimi un cavallo bianco» disse Ippòmaco. «Oppure uno nero. Mi basta sostituirne uno alla mia biga».
Menestèo scosse la testa.
«Non vendo cavalli singoli, mi spiace».
«Perché?»
L’allevatore sorrise.
«Perché i miei cavalli sono da biga, crescono insieme, lavorano insieme. Non saprei cosa farmene di quello che mi rimane».
Ippòmaco fece le sue rimostranze.
«Anche i cavalli della tua biga sono miei, li riconosco. Quei cavalli non possono fare a meno l’uno dell’altro».
Ippòmaco giudicò quella risposta priva di senso e, indispettito, tornò a casa più scontento di prima.
Quella notte prese una decisione.
Scavalcò il recinto dell’allevamento di Menestèo e rubò un cavallo bianco. Poi staccò dalla propria biga il cavallo nero e lo lasciò libero nelle campagne.
«Adesso sì che andrà bene. I cavalli sono uguali, non rivaleggeranno fra loro, staranno più tranquilli».
Quando tornò alla biga, però, si fermò di colpo.
Davanti a lui c’erano ancora un cavallo bianco e uno nero. Esattamente come prima. Aveva rubato il bianco di Menestèo e lasciato libero il suo nero, ma nella oscurità e nella fretta non si era accorto dell’errore: aveva liberato quello bianco e lasciato nella stalla quello nero.
Inoltre, la biga sembrava diventata pesante come una nave arenata. I cavalli faticavano persino a trascinarla. La situazione, se solo fosse stata possibile, era anche peggiorata.
Mentre Ippòmaco si disperava per la sua cattiva sorte, comparve sulla strada il vecchio filosofo Callìcle. Aveva il mantello logoro e il passo lento. Osservò la biga. Osservò i cavalli e gli chiese:
«Perché fai tanta fatica?»
Lui raccontò ogni cosa. Anche il furto del cavallo bianco.
Callìcle annuì.
«La biga è pesante perché stai trasportando qualcosa che pesa più del legno».
«Che cosa?»
«La tua colpa».
Ippòmaco abbassò lo sguardo.
«Restituisci il cavallo. Fai la cosa giusta. O gli dèi ti puniranno».
Quella notte stessa obbedì. Riportò il cavallo rubato nei recinti di Menestèo.
Quando tornò, trovò il suo cavallo nero, quello che aveva abbandonato nella campagna. Era lì ad aspettarlo. Docile. Paziente. Come se non se ne fosse mai andato. Era tornato là dove c’era l’odore della sua biga e del suo compagno da cui non riusciva a separarsi. Menestèo aveva ragione.
Constatò inoltre che la biga era di nuovo leggera ma continuava ad andare a sobbalzi.
Passarono alcuni giorni. Poi Ippòmaco incontrò nuovamente Callìcle nell’agorà.
«I tuoi consigli non sono bastati, vecchio» disse. «I cavalli litigano ancora».
«Davvero?» domandò il filosofo.
«Davvero».
«Chi stava guidando?»
«Stavo guidando io la biga» rispose perplesso. «Ma che domande fai?»
«No. Chi stava guidando?»
Ippòmaco non seppe rispondere. Non capiva.
Callìcle si avvicinò al cavallo bianco. Gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi fece lo stesso con quello nero. I cavalli nitrirono entrambi.
«Che cosa gli hai detto?» chiese Ippòmaco sospettoso.
«Nulla che non sapessero già».
«Non ti capisco, vecchio».
«Ho detto a quello bianco, che vuole sempre volare, che in realtà non ha ali. All’altro, che cerca di sprofondare, che ne ha due, bellissime, anche se non si vedono. Adesso nessuno dei due ha più nulla da dimostrare a te e a sé stesso».
«Sei proprio strano, vecchio. Ma dimmi: e ora la biga andrà bene?»
«Ora devi tenere le bene redini e guidare i cavalli. Questi sono cavalli importanti: hanno bisogno di una guida sicura non di essere lasciati a sé stessi».
Poi il filosofo fece il gesto di chiedere le redini.
Ippòmaco gliele porse.
Callìcle salì sulla biga. Non tirò le redini con forza, le tenne in equilibrio tra l’essere appena tese sul fianco ma anche libere, perché i cavalli le sentissero senza temerle. Schioccò la lingua.
I cavalli partirono al galoppo. Fluidi. Perfettamente coordinati. Come se avessero sempre saputo cosa fare e come farlo.
Ippòmaco li guardò allontanarsi. La polvere si sollevò in fretta e poi ricadde lenta, nell’aria ferma del pomeriggio. L’uomo rimase incredulo davanti a quella scena. Il vecchio lo aveva derubato, a sua volta.
Ma poi sentì il galoppo tornare alle sue spalle.
Callìcle arrestò la biga davanti a lui. Scese.
Restituì le redini.
«Hai visto?» gli disse il vecchio.
«Sì, ho visto».
«Non erano i cavalli il problema».
«No? Allora qual era?»
Il vecchio sorrise.
«Tu continuavi a chiederti quale cavallo eliminare senza chiederti quale auriga diventare».
Poi il filosofo riprese il suo cammino.
Ippòmaco rimase a lungo fermo, accanto ai suoi cavalli.
Anche il vecchio aveva ragione.
Essere auriga non significa solo avere i cavalli, vuol dire anche avere la volontà di saperli gestire, con il loro carattere e la loro esuberanza.
Poi salì sulla biga.
Partì piano.
E poi sempre più veloce.
Panic Room
Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».
