Lois indossava sempre un maglione, anche d’estate. Anche quel pomeriggio, al bar, mentre fuori si squagliavano i sanpietrini e le zanzare si arrendevano al caldo. I suoi amici lo prendevano in giro con affetto, come si fa con un tic innocuo.
«Hai provato con l’omeopatia?» aveva detto una volta Manu.
«O con la biancheria in neoprene?» aveva rincarato Sergio.
Lois sorrideva schermendosi, ma dentro sentiva il solito peso sul cuore. Nessuna battuta riusciva a riscaldarlo. Da piccolo aveva pensato fosse normale avere freddo, poi da adolescente era diventata un’ossessione. Da adulto, un’abitudine dolorosa. Le analisi non dicevano nulla. I medici parlavano di stress, ansia, disturbo dell’adattamento: un modo elegante per dire: «È tutto nella tua testa. E probabilmente è solo stress. Devi imparare a rilassarti».
Dopo la morte della madre, fu il padre però, ormai fragile e curvo, con la voce che si spezzava sulle consonanti, a raccontargli la verità.
«Non eri nostro, Lois. Non del tutto.»
Lui si irrigidì.
«Tu sei nato da un embrione donato. Una coppia… voleva solo due figli, ma c’era un terzo embrione. Noi… non potevamo averne, di figli. E così ci siamo messi d’accordo per quell’embrione in surplus. E l’hanno impiantato a mamma.»
Lois ebbe una vertigine.
Passò le settimane successive a cercare di saperne di più. Cercò di andare a ritroso nel tempo per rifare il percorso della donazione. La legge sulla tracciabilità degli embrioni congelati non era ancora in vigore quando lui era nato. Ma con insistenza, cortesia e qualche bugia, riuscì a mettere insieme i pezzi.
Trovò i nomi, ma li trovò morti.
La coppia donatrice, Franco e Diletta, veneta, educata e con le fotografie sorridenti sui necrologi, era morta a distanza di due anni l’uno dall’altra, entrambi per cause naturali. I loro figli, due gemelli, erano invece ancora vivi. Una donna e un uomo, sulla cinquantina, una viveva a Pavia, l’altro a Berlino.
Chiara accettò di incontrarlo. In un bar di luci fredde, anonimo, da centro commerciale.
«Sapevamo dell’embrione, sì», disse Chiara osservandolo come si osserva un animale appena uscito da una teca. «Papà ce lo aveva detto; ci scherzava sopra chiamandolo… “l’ultima discendenza”. Come se fosse stata una specie di reliquia.»
«Ti ricordi di qualcos’altro, che so, di qualche particolarità dell’embrione, che mi aiuti a capire?»
«A capire? A capire cosa?»
«Sforzati, per cortesia.»
«Non saprei, È passato così tanto tempo…» disse guardandosi attorno a disagio. Poi sospirò. Smise di rigirare il cucchiaino nella tazza. Non sapeva se dirlo oppure no. Quindi disse tutto d’un fiato:
«Trentasei anni. È rimasto nel congelatore per trentasei anni.»
Lois abbassò lo sguardo. L’asfalto tremolava tra i vapori di caldo dietro il vetro, ma lui si sentiva a novembre.
«Trentasei anni», ripeté l’uomo tra sé e sé. «È per questo allora che io…»
«Per questo cosa?» chiese ancor più curiosa Chiara.
Lois fece un mezzo sorriso. «Lascia perdere.»
Chiara appoggiò entrambe le mani sul tavolo come se avesse deciso di scoprire le sue carte. «Senti, non so cosa tu cercassi esattamente, ma non è colpa tua. I costi di refrigerazione nell’azoto liquido, ora come allora, erano insostenibili per le magre finanze dei miei. E dovettero decidere il da farsi in pochi giorni. I miei non volevano far distruggere l’embrione, né tantomeno darlo a un laboratorio per la sperimentazione in vitro. Erano religiosissimi. E così fu donato a una coppia che giudicarono perbene, ma giudicato da lui infelice perché la loro vita non era stata benedetta dalla presenza di figli. Tutto qui. In altre parole, anche se la donazione non si sarebbe potuta fare, perché vietata, mio padre ha preferito dare una chance l’embrione e alla coppia una speranza di futuro».
Lois annuì, senza riuscire però a trattenere alcune lacrime liberatorie.
“Aveva passato più tempo a -196°C che in grembo”. Pensò. “Il suo corpo non aveva mai imparato a fidarsi del caldo”.
Il giorno dopo, al bar, ordinò una granita. I suoi due amici lo guardarono perplessi.
«Non hai freddo?»
Lois sorrise. Un sorriso nuovo, silenzioso, come chi ha trovato il punto da cui tutto aveva avuto origine.
«No. Oggi no. Oggi non più.»

Greg ed Helèna avevano deciso di partire subito dopo le nozze. Lei, una biondina dal viso un po’ anonimo, ma con tanto entusiasmo negli occhi. Lui, misurato e serio, come del resto raccontavano la montatura scura degli occhiali che portava e un incidere lento e riflessivo.
L’uomo aveva sul volto il sorriso di un bambino, anche se non sembrava comprendere appieno cosa stesse succedendo. Sua moglie e suo figlio erano seduti sul divano, ma mentre la donna appariva frastornata dalle luci e dai display delle consolle e delle telecamere, il figlio adolescente era del tutto estraniato, immerso nel suo cellulare.
Era stato un omicidio efferato. La ragazza era stata trovata in mezzo alla strada, nel cuore della notte, con la gola squarciata. Ad accrescere l’orrore per quel fatto atroce, accaduto in quello che si credeva essere, fino a quel momento, un tranquillo paese dell’entroterra, era che la giovane donna era incinta, di sette mesi.
Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’