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Posts Tagged ‘coppia’

«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»

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«Pronto?»
«Sì? Pronto, vorrei fare una denuncia di sinistro…»
«Buongiorno Sig. Valerio, come sta?»
«Come fa, scusi, a sapere come mi chiamo?»
«Sono Giangilberto, Giangi La prego, il suo Agente assicurativo di prossimità: abbiamo una linea dedicata appositamente per Lei, non lo sapeva? Lei è un nostro affezionato cliente e ci teniamo particolarmente ad assisterLa per ogni suo disagio: per Lei solo il meglio, ventiquattr’ore su ventiquattro…»
«Oh bene, allora grazie… dunque, dicevo… ieri sera, nella mia casa di campagna, l’impianto a gas è andato fuori uso a causa di un fulmine.»
«Ho capito, sto prendendo buona nota di tutto quello che cortesemente mi sta dicendo… e nel contempo sto esaminando anche la Sua polizza… e vedo che Lei è effettivamente assicurato contro gli agenti atmosferici sino a un massimale di € 100.000… ma complimenti, vuole stare sul sicuro eh? Ha fatto bene, ha fatto bene, questa è una polizza performante, di tutta tranquillità, una delle nostre migliori… apperò, apperò…»
«Apperò, cosa?»
«Vedo che… Lei mi stava dicendo di un fulmine caduto ieri? Purtroppo la Sua polizza copre gli agenti atmosferici di tutti i mesi dell’anno salvo quelli relativi alla seconda metà del mese di luglio. Sa è una questione di vile statistica… una limitazione che ci impongono dall’alto, noi non la vorremmo, ma gli ordini sono ordini… Sì, insomma, che peccato, che peccato! Non sa quanto mi dispiace, una così bella polizza… guardi avevo già tirato fuori il libretto degli assegni per liquidare l’importo… tanto ero sicuro di poterLa accontentare: noi della Insurance Global Parker & Co. abbiamo tra i nostri principali obbiettivi solo la Sua piena soddisfazione…»
«No, Signor Giangilberto, probabilmente mi sono spiegato male… ho detto ieri perché il fulmine è caduto nella notte, ma in realtà erano le prime ore del mattino, verso le ore 1,30 ed era già quindi il primo agosto; la scheda logica della caldaia, andata in avaria, ha un timer interno che si è fermato appunto proprio in quel giorno e a quell’ora: risulta tutto dalla scheda, basterà periziarla…»
«…»
«Signor Giangilberto, c’è ancora?»
«Ma certo Sig. Valerio che ci sono ancora, ventiquattr’ore su ventiquattro, ricorda? Mi chiami pure Giangi, La prego… Bene allora sono proprio contento… però senta, solo un dettaglio: di che tipo di fulmine si è trattato? Era di tipo ramificato o a un’unica colonna di plasma? Era negativo ascendente o discendente? Oppure era positivo?»
«Non ne ho la più pallida idea…»
«No, perché purtroppo, leggo qui, alla clausola 11 bis lett. q) nel sesto subquadro dell’allegato D, che c’è un’unica eccettuazione, che peraltro lei ha controfirmato ex art. 1341 comma secondo del codice civile, e che esclude il risarcimento nell’ipotesi in cui sia intervenuta nello specifico una folgore a scarica ramificata negativa ascendente. E anche nel caso, ovviamente, in cui l’assicurato non sia in grado di dare prova del tipo di fulmine caduto…»
«Ma non è possibile…»
«Purtroppo è così, non sa come mi dispiace, … una polizza che la tutelava così bene! Non è stato proprio fortunato, diciamo così; guardi avevo già compilato l’assegno tanto ero certo… noi della Insurance Global Parker & Co. desideriamo solo il meglio per Lei…»
«Aspetti, aspetti… mi sta dicendo mia moglie che era in funzione la webcam esterna, per via dei ladri che abbiamo avuto l’anno scorso; mi dice che, visionando ora il filmato a circuito chiuso, il 1° agosto, alle ore 1,32, è caduto un fulmine a colonna unica, con andamento dall’alto verso il basso, discendente quindi, credo, ecco sì… lo sto vedendo anch’io…»
«…»
«Signor Giangilberto, è sempre lì?»
«Giangi, Sig. Valerio, Giangi… ma certo che sono qui e anche tutt’orecchi per ascoltarLa e servirLa, ventiquattr’ore su ventiquattro… allora bene, molto bene… Non resta che aprire la pratica e prendere in carico il sinistro…»
«Ah ecco, meno male, si tratta dunque dell’impianto Lineagas modello Juppiter 54 P Imagetron…»
«Ha per caso detto Lineagas modello Juppiter 54 P serie Imagetron…?»
«S-Sì»
«Ma che peccato, che peccato! Noi della Insurance Global Parker & Co. garantiamo tutti i sinistri di tutti i modelli Juppiter 54 della serie Imagetron, ma non del subtipo P… È sola una questione di bassa statistica, ben inteso, una limitazione obbligatoria che ci costringono ad applicare dall’Ufficio Centrale e che noi non vorremmo. Ma che ne capiscono del resto loro? Ma purtroppo questa è la vita reale! Ci tocca anche questo. La clausola 83, comma 623 quater lett. k) nel terzo subquadro allegato G, da lei appositamente sottoscritta, ai sensi di legge, espressamente esclude ahimè proprio il danno per questo tipo particolare di caldaia… Ma che peccato, che peccato! Una polizza con una copertura così completa, così funzionale, pensata apposta per le Sue precipue esigenze, per una persona squisita com’è Lei… non è stato davvero favorito dalla sorte! Pensi, avevo praticamente già firmato il Suo assegno: è qui sulla mia scrivania…»
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hat_gy

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«Vieni, sarà bellissimo, ti divertirai…»
Queste erano le parole precise che lei mi disse mentre mi portava verso il tragitto dell’encierro. Era l’ultimo giorno, mi chiarì, e sarebbe stata la corsa più bella dell’intera festa. I suoi occhi verdi ridevano di gioia ed erano carichi di aspettativa.
«Non mi interessa Anita, te lo assicuro… andiamo da qualche altra parte…» la pregai cercando nel tono di non urtare la sua sensibilità. Volevo spiegarle che non sopportavo gli spettacoli che richiedono per gioco l’impiego di animali anche a costo della loro sofferenza.
«Non avrai paura, vero?» mi buttò lì a tradimento mentre con aria di sfida alzava un poco il mento nella mia direzione.
Ci mettemmo sulla Calle Estafeta in un punto dove i tori avrebbero dovuto eseguire una curva larga. E mentre ci sistemavamo a cavalcioni della staccionata, sentimmo il boato della gente provenire dalla salita di Santo Domingo. Era il segnale che avevano liberato le mucche in calore. Le avrebbero fatte correre lungo il percorso recintato sino alla plaza de toros e fatte inseguire dai tori che, correndo, si sarebbero messi sulla loro scia. E così fu. Nel sole del meriggio, dove il caldo assoluto sembrava sciogliere i muri di pietra della città, vedemmo le vacche spinte senza tanti complimenti da uomini vestiti di bianco e il fazzoletto rosso al collo.
Appena dopo il loro passaggio l’attesa si materializzò in un silenzio innaturale ove lo stridio delle cicale nascoste tra gli alberi ebbe il sopravvento nelle vie. Si avvertì a ondate il rumore degli zoccoli dei tori frastornati dai corridori che ridendo picchiavano con fogli di giornale arrotolati i loro dorsi luccicanti di sudore; la luce smerigliata del giorno pioveva a picco dai tetti.
Comparvero prima dei giovani urlanti che correvano davanti agli animali gettando occhiate preoccupate dietro di sé e poi i tori dall’occhio spalancato e tondo. Roteavano le larghe corna da un lato e dall’altro emettendo un muggito roco che sapeva di disperato e di antico. Qualcuno dei tori scivolava ogni tanto sul porfido levigato dal tempo per poi rialzarsi pesantemente e riprendere la corsa.
Approfittai della confusione e del fatto che Anita fosse del tutta presa da quel rutilante miscuglio di suoni e colori per allontanarmi. Avevo solo voglia di sedermi al tavolino di un caffè per bere qualcosa di fresco, lontano da quel frastuono. Anita avrebbe capito, o forse no, ma poco avrebbe importato.
Cercando di orientarmi puntai verso l’hotel. Ma il percorso della corsa dei tori continuava a sbarrarmi la strada. Avrei dovuto fare chissà quale altro giro alternativo che non riuscivo però a trovare. Giunto a una staccionata decisi di attraversarla. Erano pochi metri, dopotutto, e non c’era nessuno: ce la potevo fare. Mi arrampicai velocemente e stavo per discendere dall’altra parte quando vidi arrivare dalla mia destra un torello molto giovane. Chissà come c’era finito in quella corsa di tori adulti, forse era semplicemente scappato: avanzava al piccolo trotto, incerto che fosse proprio quella la direzione giusta. Giunto in prossimità della strettoia, ove mi trovavo, perse ad un certo punto l’appoggio sul selciato andando a sbattere malamente con il muso contro un cassone posto a riparo di un palo della luce rimanendovi incastrato con le corna. Era ancora a terra quando arrivarono di corsa altri due tori. Uno riuscì a saltarlo d’impeto, ma l’altro, che lo aveva visto all’ultimo momento, vi cadde sopra. Nel tentativo di rialzarsi sulle zampe posteriori il grosso toro, con la forza degli zoccoli taglienti, lo colpì più volte al ventre e a un occhio tanto da ferirlo e fargli perdere sangue. Solo dopo numerosi tentativi, sempre a danno del vitello contro cui scalciava, finalmente si rimise in piedi iniziando di nuovo a correre all’impazzata. Il torello intanto, rimasto a terra, muggiva di dolore senza essere in grado di muoversi. Pensai che se fosse rimasto lì, al prossimo passaggio dei tori, l’avrebbero ucciso. Mi portai allora verso di lui per aiutarlo a divincolarsi. Terrorizzato com’era, faceva però resistenza non permettendomi di liberarlo. Mi stesi a terra per spingere con le gambe le assi del cassone da un lato e con le braccia il muso dell’animale dall’altro: non facevo progressi. Poi mi arrivò il rumore montante di zoccoli che avevo imparato a riconoscere. Stavano arrivando altri tori. Raddoppiai i mie sforzi per liberare il vitello, ma dalla curva sbucarono all’improvviso tre grosse masse scure al galoppo, una era enorme. Mi alzai in piedi, impietrito. In quel preciso istante mi sentii afferrare da quattro braccia che mi sollevarono di peso facendomi entrare di schiena attraverso una finestra aperta. Mi ritrovai riverso sul pavimento di una camera da letto mentre in strada sentivo il mugghiare inferocito dei tori.
«¿Eres tonto?» mi urlò un uomo con grossi baffi sporgendosi fino a terra verso la mia faccia. «Es inútil, señor. Esta noche los toros serán todos matati… y la carne dada a la gente… es la fiesta señor, es la fiesta!»
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dietro il racconto
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«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
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hat_gy
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16 novembre 2028, h. 9.07

Oggi l’ho rivista. È proprio carina. Nella sua divisa celeste del TrandyMarket sta davvero bene. È forse un po’ piccolina, ma la linea del corpo è morbida e aggraziata; ha degli occhi azzurri profondi. Due laghi gelati d’alta montagna. Mentre parlava con una sua collega si è messa all’improvviso a sorridere ed è stato stupendo.

18 novembre 2028, h. 17.22

Priscilla, così l’ho chiamata perché non so il suo vero nome, oggi era al reparto cartoleria. Ha delle bellissime mani.

21 novembre 2028, h. 8.33

Mi sono nascosto dietro al carrello portapallet per vederla lavorare. Non c’era nessuno in quel momento nel reparto e ho potuto osservarla a lungo. Forse si è anche accorta di me perché si voltava ogni tanto nella mia direzione muovendo con eleganza i capelli a coda di cavallo fermati da un elastico rosa.
Sì, deve essere così: mi ha lasciato ammirarla mentre si muoveva sicura tra quaderni e fogli uso bollo. Poi è arrivata una sua collega, quella rossa con le lentiggini, alta alta e sgraziata, e sono scappato via.

23 novembre 2028, h. 17.10

Oggi mi ha parlato ed è stata una emozione fortissima che mi sembrava di soffocare. Stavo scegliendo dal frigo un yogurt alla ciliegia quando mi è arrivata all’improvviso alle spalle e mi ha chiesto “permesso” prima di riporre sullo scaffale interno una confezione di succhi di frutta. Me l’ha sussurrato in modo melodioso, guardandomi negli occhi. È stato un istante durato un tempo infinito.
Permesso”… che parola dolce e piena di significati reconditi!
Sapevo che era ancora al reparto cartoleria; l’avevo vista entrando nel market sicché non me lo sarei aspettato di vederla arrivare così agli alimentari. Evidentemente mi aveva notato anche lei e, avvicinandosi, ha voluto lanciarmi un segnale preciso… a questo punto mi sembra chiaro.

28 novembre 2028, h. 8.02

Mammina ora sta molto male.

1 dicembre 2028, h. 21.26

Mammina non c’è più. Quel brutto male me l’ha portata via, per sempre.
Ma su una cosa aveva ragione: è ora che mi faccia una famiglia. Che metta giudizio, come diceva lei. Non posso più vivere così, da solo, abbandonato a me stesso, per tutta la vita.
Mi devo fare coraggio con Priscilla.

4 dicembre 2018, h. 8.33

Ho avuto la conferma da Priscilla che le piaccio. Le ho chiesto dove potevo trovare le patate novelle e lei mi ha risposto con piglio professionale che non lo sapeva e che dovevo rivolgermi a un’altra collega. Mi ha sorriso dolcemente e mi ha guardato dritto dritto negli occhi un po’ più a lungo dell’altra volta in cui mi aveva chiesto solo “permesso“.
La voce era senza dubbio carica di sottintesi.
È deciso: la prossima volta l’aspetto che esca dal lavoro e mi faccio avanti.

5 dicembre 2018, h. 21.00

Ce l’ho fatta. Priscilla e io siamo finalmente insieme. Oggi, all’uscita dal lavoro non voleva salire sulla mia macchina. Ma io ho tanto insistito. Certo, ho dovuto tirarla dentro con forza e trattenerla, ma solo un poco; poi mi è sembrata contenta e tranquilla. Si è messa anche a piangere quando sono partito, io le ho detto però che non doveva preoccuparsi perché succede spesso quando i sentimenti sono più forti delle parole; che arriva prima o poi il momento in cui bisogna sapersi lasciar andare. Perché la vita è breve. E lei ha capito.
L’ho portata qui a casa per cominciare subito a formare una famiglia.
Ora siamo davvero una cosa sola, io e lei.
Gli occhi azzurri le sono rimasti per fortuna aperti ed è meravigliosa con la sua coda di cavallo.
Nel freezer a pozzetto ci sta tutta, temevo di no.
Per fortuna è così piccolina.

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Ultimamente gli accadeva di girare per la grande casa senza uno scopo; come se entrando in una stanza si fosse ricordato di aver dimenticato qualcosa di vitale importanza in un’altra tanto da dover tornare indietro o altrove; ma cercava senza trovare, metteva in ordine ciò che già lo era, guardava senza vedere.
Non riusciva davvero ad abituarsi ad aver perso la sua compagna di tutta una vita, di non trovarla più in quelle stesse stanze, di non sentirla borbottare tra sé e sé mentre entrava minuta dalla porta d’ingresso.
‘Quanto tempo è passato da allora?’ si diceva disteso nel letto, sotto quel cielo senza luna che gli incombeva dall’abbaino, pronto alla dormiveglia estenuante di un’altra notte.
‘Quanto tempo dovrà ancora passare?’
Quella sera, se mai fosse stato possibile, la nostalgia era ancora più bruciante. Aveva trovato nel pomeriggio un pezzetto di carta scritta di pugno di lei con un abbozzo di lista della spesa; l’aveva trovato infilato in un libro tra una pagina e l’altra. Con grafia precisa e ordinata erano marcati il caffè, una bottiglia di aceto, un detersivo per i piatti e qualcos’altro che iniziava con due lettere sbiadite come se fosse finito l’inchiostro. Un’interruzione definitiva senza rimedi.
Aveva allora preso a pensare a quella quotidianità spicciola che aveva vissuto con lei, a quella banalità semplice che la vita pazientemente intesse e di cui ci sfugge spesso la ruvida bellezza.
Poi in quel buio denso, grondante di nero e di ricordi, sentì all’improvviso il profumo intenso della sua pelle, velata dal calore inebriante della sua intimità. Si girò nel letto e se la sentì accanto. Il suo corpo morbido e accogliente era lì, vicino a lui. Subito ne ebbe spavento e si ritrasse. Ma poi allungò di nuovo cautamente la mano. Sentì i suoi capelli sottili sotto le dita, le sue guance di velluto, il respiro calmo e profondo di chi ha ancora davanti a sé tutta una vita di mille risvegli e mille soli. La gola gli si serrò: gli venne da piangere. Poi riconobbe sotto le lenzuola il suo pigiama preferito, la forma un po’ arrotondata della pancia, le braccia abbandonate ad abbracciare un sogno fuggevole e delicato come il volo di un passero.
Si voltò verso il proprio comodino e afferrò nell’oscurità la pipetta dell’abat-jour pronto ad accendere la luce; poi si arrestò. Se l’avesse fatto lei sarebbe sparita, ne era certo.
Si rimise allora lentamente sotto le coperte con il cuore che batteva con forza nel petto.
‘Cosa mi sta succedendo?’ si chiese. ‘Sto impazzendo?’
Poi sentì distintamente che lei nel sonno, come faceva sempre, sussurrò qualcosa a mezza bocca, qualcosa di incomprensibile. Lui sorrise.
‘Ci penserò domani…’ si disse preso da una strana ebbrezza; e le si distese accanto aderendo al corpo di lei, in un tutt’uno indistinguibile, almeno per quella notte.
E finalmente si addormentò.

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Dopo tanti anni era ritornata nella sua città. La trovò molto cambiata: diversi negozi erano nuovi, i turisti parevano dappertutto, forse c’era più colore, ma anche più confusione e sporcizia. Quando l’occhio però cadeva lungo le vie traverse, la vita di allora sembrava esservi rimasta intrappolata intatta: le botteghe degli ultimi artigiani, la quotidianità semplice che s’indovinava dalle finestre aperte, la luce che spioveva di sbieco sulle pietre antiche.
«Entriamo qui dentro…» gli disse d’un tratto tirandolo per il giubbotto. L’uomo quasi si spaventò per il modo repentino con cui glielo aveva detto.
«Dobbiamo entrare in una biblioteca? Adesso? A fare?»
«Chetati e vieni con me!»
La donna entrò decisa come se avesse sempre saputo dove andare. I passi liberarono un’eco irriverente tra le volte severe della biblioteca e un andirivieni assorto di giovani indaffarati la sfiorarono distrattamente. Dopo una decina di metri svoltò a sinistra per poi piazzarsi davanti a un ampio televisore acceso mentre su un pannello tutt’attorno grandi fotografie in bianco e nero documentavano la tragedia; scene crude dell’alluvione di cinquant’anni prima, scene violente di una realtà opaca, cupa, disperata. L’uomo finalmente la raggiunse anche se guardava più lei che il resto.
Sul televisore cominciarono così a passare spezzoni di brevi filmati amatoriali ma anche di telegiornali dell’epoca restituendo ciò che di ineluttabile quel giorno accadde. Si vedevano vetture sbattute qua e là dalla forza irosa dell’acqua come barchette di carta a demolire segnali stradali instabili come birilli; onde d’acqua sporca mista a gasolio rovesciarsi dalle spallette del fiume nelle vie della città a cercare una nuova strada che potesse contenerle; uomini e donne, dall’aria apparentemente composta, a spalar fango, a spostare libri, togliere detriti e quel che restava di un incubo che non voleva sciogliersi alle luci della sera.
«Ecco» fece lei con uno scatto verso il televisore e premendo il pulsante del fermo immagine. Il fotogramma mostrava il corpo di una persona che roteava a faccia in giù nella corrente melmosa come un manichino rotto. Lei prese il telefonino e lo fotografò. L’uomo, spalla a spalla, la guardò stupito per quel gesto inaspettato; ma la donna era immobile su quel fotogramma sospeso nel tempo.
«Lo conosci?» ebbe poi il coraggio di chiedere.
«Era mio nonno. Quel giorno dovevamo andare a trovarlo per trascorrere la giornata insieme; allora era festa nazionale, il 4 novembre; era sceso in cantina a prendere le bottiglie di vino per il pranzo quando l’acqua del fiume è entrata a tradimento dalla bocca di lupo e lui non è più riuscito a guadagnare le scale; quando l’acqua in pochi secondi ha saturato la cantina ha anche sfondato il muro come fosse d’ostia e lui ne è uscito trascinato via dalla forza del fiume. Lo hanno cercato per giorni. La furia del fiume se l’era portato giù a valle per chilometri senza trovare ostacoli, fino al mare.»
L’uomo si era fatto pallido ad ascoltarla: «Non… non lo sapevo, non me l’avevi mai raccontato… è terribile.»
«Pensa che viveva del lavoro nei campi, non usciva mai dal suo podere, anche se aveva sempre desiderato di vederlo, il mare. E il mare lo aveva accolto quella mattina come se aspettasse un figliol prodigo… solo che lui, il mare, non poteva più vederlo.»
Si fece un silenzio opprimente, soffocante, acido.
Poi lei si voltò verso di lui: «Ma dai… ci hai creduto!» fece lei aprendo il volto a un sorriso contagioso. «Non ho mai conosciuto mio nonno, non so nemmeno che faccia abbia! Va là che sei proprio un boccalone tu… ti bevi proprio tutto…» fece lei prendendo l’uscita.
«Figurati… l’avevo capito subito che stavi recitando…» rispose lui risentito mettendosi sulla sua scia «sei una brava attrice tu, te l’ho sempre detto.»
«Sì sì, come no?» fece lei facendo le scale di corsa. «E ora portami a mangiare che ho fame.»
Il rumore festoso della città li abbracciò entrambi come se fossero stati via per anni.
«Ah, mi sono dimenticata dentro il cellulare… aspettami qui, torno subito» fece lei tornando indietro.
Rifece di corsa tutto il percorso fino al televisore che mostrava ancora quel corpo immobile nell’acqua. Lei aprì la mano e la adagiò su quell’immagine.
«Ti penso sempre, nonnino caro. Vai, vai verso il tuo mare» sussurrò. E sbloccò il fermo immagine.
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