Dogma zero

Lois indossava sempre un maglione, anche d’estate. Anche quel pomeriggio, al bar, mentre fuori si squagliavano i sanpietrini e le zanzare si arrendevano al caldo. I suoi amici lo prendevano in giro con affetto, come si fa con un tic innocuo.
«Hai provato con l’omeopatia?» aveva detto una volta Manu.
«O con la biancheria in neoprene?» aveva rincarato Sergio.
Lois sorrideva schermendosi, ma dentro sentiva il solito peso sul cuore. Nessuna battuta riusciva a riscaldarlo. Da piccolo aveva pensato fosse normale avere freddo, poi da adolescente era diventata un’ossessione. Da adulto, un’abitudine dolorosa. Le analisi non dicevano nulla. I medici parlavano di stress, ansia, disturbo dell’adattamento: un modo elegante per dire: «È tutto nella tua testa. E probabilmente è solo stress. Devi imparare a rilassarti».
Dopo la morte della madre, fu il padre però, ormai fragile e curvo, con la voce che si spezzava sulle consonanti, a raccontargli la verità.
«Non eri nostro, Lois. Non del tutto.»
Lui si irrigidì.
«Tu sei nato da un embrione donato. Una coppia… voleva solo due figli, ma c’era un terzo embrione. Noi… non potevamo averne, di figli. E così ci siamo messi d’accordo per quell’embrione in surplus. E l’hanno impiantato a mamma.»
Lois ebbe una vertigine.
Passò le settimane successive a cercare di saperne di più. Cercò di andare a ritroso nel tempo per rifare il percorso della donazione. La legge sulla tracciabilità degli embrioni congelati non era ancora in vigore quando lui era nato. Ma con insistenza, cortesia e qualche bugia, riuscì a mettere insieme i pezzi.
Trovò i nomi, ma li trovò morti.
La coppia donatrice, Franco e Diletta, veneta, educata e con le fotografie sorridenti sui necrologi, era morta a distanza di due anni l’uno dall’altra, entrambi per cause naturali. I loro figli, due gemelli, erano invece ancora vivi. Una donna e un uomo, sulla cinquantina, una viveva a Pavia, l’altro a Berlino.
Chiara accettò di incontrarlo. In un bar di luci fredde, anonimo, da centro commerciale.
«Sapevamo dell’embrione, sì», disse Chiara osservandolo come si osserva un animale appena uscito da una teca. «Papà ce lo aveva detto; ci scherzava sopra chiamandolo… “l’ultima discendenza”. Come se fosse stata una specie di reliquia.»
«Ti ricordi di qualcos’altro, che so, di qualche particolarità dell’embrione, che mi aiuti a capire?»
«A capire? A capire cosa?»
«Sforzati, per cortesia.»
«Non saprei, È passato così tanto tempo…» disse guardandosi attorno a disagio. Poi sospirò. Smise di rigirare il cucchiaino nella tazza. Non sapeva se dirlo oppure no. Quindi disse tutto d’un fiato:
«Trentasei anni. È rimasto nel congelatore per trentasei anni.»
Lois abbassò lo sguardo. L’asfalto tremolava tra i vapori di caldo dietro il vetro, ma lui si sentiva a novembre.
«Trentasei anni», ripeté l’uomo tra sé e sé. «È per questo allora che io…»
«Per questo cosa?» chiese ancor più curiosa Chiara.
Lois fece un mezzo sorriso. «Lascia perdere.»
Chiara appoggiò entrambe le mani sul tavolo come se avesse deciso di scoprire le sue carte. «Senti, non so cosa tu cercassi esattamente, ma non è colpa tua. I costi di refrigerazione nell’azoto liquido, ora come allora, erano insostenibili per le magre finanze dei miei. E dovettero decidere il da farsi in pochi giorni. I miei non volevano far  distruggere l’embrione, né tantomeno darlo a un laboratorio per la sperimentazione in vitro. Erano religiosissimi. E così fu donato a una coppia che giudicarono perbene, ma giudicato da lui infelice perché la loro vita non era stata benedetta dalla presenza di figli. Tutto qui. In altre parole, anche se la donazione non si sarebbe potuta fare, perché vietata, mio padre ha preferito dare una chance l’embrione e alla coppia una speranza di futuro».
Lois annuì, senza riuscire però a trattenere alcune lacrime liberatorie.
“Aveva passato più tempo a -196°C che in grembo”. Pensò. “Il suo corpo non aveva mai imparato a fidarsi del caldo”.

Il giorno dopo, al bar, ordinò una granita. I suoi due amici lo guardarono perplessi.
«Non hai freddo?»
Lois sorrise. Un sorriso nuovo, silenzioso, come chi ha trovato il punto da cui tutto aveva avuto origine.
«No. Oggi no. Oggi non più.»

 

Doggy bag

Greg ed Helèna avevano deciso di partire subito dopo le nozze. Lei, una biondina dal viso un po’ anonimo, ma con tanto entusiasmo negli occhi. Lui, misurato e serio, come del resto raccontavano la montatura scura degli occhiali che portava e un incidere lento e riflessivo.
Dopo tanto vagliare, ecco il viaggio perfetto: un tour guidato di sedici giorni in Cina, con la visita in dieci città, guida in lingua inglese, alberghi internazionali e spostamenti garantiti da pulmini con aria condizionata. La meraviglia dell’Oriente a portata di mano, insomma.
Solo un problema: Tabù, lo yorkshire terrier color crema di Helèna, con un ciuffo sempre spettinato sopra gli occhi. Non potevano lasciarlo in pensione, né a casa con qualcuno di fidato. Così avevano deciso di portarlo con sé, con tanto di certificato sanitario, modulo di trasporto per animali e tanta speranza che tutto andasse per il verso giusto.
Dopo una settimana di escursioni a orari da orientali e cene prefissate, arrivarono a Xi’an, dove finalmente il pomeriggio era libero e la cena non inclusa.
«Andiamo fuori città», propose Helèna, mentre accarezzava Tabù rannicchiato nella borsa. «Voglio vedere la Cina vera. Non solo templi e negozi di souvenir».
Greg annuì. Presero un’auto a noleggio e lasciarono il centro. Il paesaggio cambiò in fretta: fabbriche basse, strade scolorite, poi distese verdi e villaggi disseminati qua e là. C’era anche tanta povera gente. Le insegne, tutte scritte in ideogrammi, non aiutavano a orientarsi. Nessuno parlava inglese, nemmeno approssimativo.
Dopo un paio d’ore e tre inversioni a U, trovarono una trattoria con lanterne rosse penzolanti e l’insegna illuminata da un neon tremolante. Parcheggiarono sotto un albero dai rami pendenti e si guardarono con aria appagata.
«Questa è la Cina autentica che cercavo», sospirò lei.
L’interno era silenzioso, con tavoli quadrati e sedie di plastica. Un giovane cameriere, con una camicia pulita e un sorriso perenne, si avvicinò. Si inchinò profondamente e disse loro qualcosa di incomprensibile.
Greg fece il gesto delle bacchette, mentre Helèna accennò il volo di un pollo e batté la mano sulla pancia. «Chicken? Pork? Anything, really. No spicy», disse, fiduciosa di essere stata capita.
Il cameriere annuì, sorridendo, e scomparve in cucina. Tornò poco dopo con una bottiglia di liquido trasparente e due ciotoline vuote. Sakè, supponevano. Poi posò delle piccole pagnotte fragranti nei piattini, senza smettere di essere cordiale.
Tabù si agitò nella borsa, un po’ irrequieto. Greg lo indicò. «Can eat too? Maybe… some leftovers?»
Helèna lo aiutò nella pantomima, mimando un cane che mangia da una ciotola, poi indicando la cucina.
Il cameriere parve illuminarsi. Si inchinò di nuovo, si avvicinò con cautela a Tabù, lo prese tra le braccia, come si fa con un neonato, e lo dondolò piano amorevolmente. Lo yorkshire terrier, insolitamente docile, si lasciò portare via senza fiatare.
«Che carino, lo porta in cucina…» sussurrò Helèna. «Vuole nutrirlo con più comodità. Magari gli dà un po’ di riso o pollo sfilacciato.»
«Certo. E forse lo nutriranno meglio di quanto potremmo fare noi a casa. Il cameriere ci ha preso in simpatia.»
Il tempo passava lento. Non c’erano rumori dalla cucina. Il locale era vuoto, le luci basse. Han non si vedeva da un bel po’. Greg consultò il cellulare, ma non c’era segnale. Helèna iniziava a innervosirsi.
«Forse non ha capito cosa volessimo», commentò lei sconfortata.
«O forse stanno cucinando tutto all’impronta. Non saranno abituati ai turisti…»
Finalmente, dopo quaranta minuti abbondanti, il cameriere tornò. Portava due ciotole fumanti. Dentro, un brodo chiaro e profumato, pezzi di carne scura e tenera, e riso sul fondo. Sorrise ancora mentre le posava, e si ritirò senza dire una parola.
Avevano fame. Helèna assaggiò subito il piatto, poi guardò Greg. «È buonissimo, tesoro. Davvero.»
«Sì. Tenero, speziato al punto giusto. Cos’è, secondo te?»
«Boh, meglio non chiedere», disse ridendo in quel suo modo sbarazzino. «Potrebbe essere istrice o persino volpe. Ho letto che in questa campagna ne fanno largo uso. C’è tanta selvaggina, ma pochi animali da cortile o da stalla. Ma è cucinato indubbiamente bene.»
Si fecero portare anche un po’ di frutta: un tipo di mela verdognola e alcuni fichi di una qualità che non avevano mai visto. C’era anche un formaggio morbido, a forma cubica, dal sapore leggermente affumicato e acido. Molto prelibato. Il tutto si sposava benissimo con il saké.
Il cameriere tornò con il conto, piegato con cura. Greg pagò in contanti.
«Grazie. Davvero buono.»
Han sorrise ancora, annuì e fece un piccolo inchino.
«E il nostro cane?» chiese Helèna, guardando in direzione della cucina.
Il cameriere fece un gesto come per indicare di aspettare. Tornò poco dopo con un sacchetto bianco, ben chiuso, che posò con attenzione sul tavolo. «Doggy bag», pronunciò in un inglese ciancicato.
Greg rise. «Ah! Grazie. Sì, per dopo.»
Helèna però si guardò di nuovo attorno. «Ma… il cane? Il nostro cane?»
Han fece il gesto del cagnolino che abbaia, poi quello di cullarlo tra le braccia. Infine, indicò di nuovo il sacchetto.
Greg si bloccò.
«Aspetta… Doggy bag… vuoi dire che…»
Il cameriere, avendo intuito, annuì, facendosi serio. Poi accennò un altro inchino, più contenuto, e sparì in cucina.
Ci fu un lungo silenzio tra i due. Helèna era diventata pallida e posò il tovagliolo con lentezza, come se cercasse una soluzione per uscire da quell’incubo. Greg non riusciva a staccare gli occhi dal sacchetto.
«Cos’ha voluto farci capire, Greg?» chiese la moglie, con gli occhi stralunati. «…che ci hanno fatto mangiare il nostro Tabù?»

Tre scatole e un Gloom

L’uomo aveva sul volto il sorriso di un bambino, anche se non sembrava comprendere appieno cosa stesse succedendo. Sua moglie e suo figlio erano seduti sul divano, ma mentre la donna appariva frastornata dalle luci e dai display delle consolle e delle telecamere, il figlio adolescente era del tutto estraniato, immerso nel suo cellulare.
«Sono Clairmont Duvivier e spiegherò il gioco a quei pochi che ancora non lo conoscono…» L’uomo, azzimato e troppo curato, come se avesse passato ore in sala trucco, entrò nel cerchio delle luci.
«Ma… come mai le riprese sono a casa mia? Non sarebbe stato più comodo trovarsi in uno studio?» Il concorrente non sapeva bene a chi rivolgere la domanda, se alle telecamere o al presentatore.
«A questo arriviamo tra poco… ah, a proposito: siamo già in diretta.»
«In diretta?» Marcel era stupito. La moglie si guardò intorno inquieta, poi si ravvivò i capelli con piccoli movimenti nervosi.
«Certo! Non ha visto le altre puntate di ‘Tre scatole e un Gloom‘?» domandò Clairmont rivolto alla telecamera e sfoderando un sorriso smagliante.
«Veramente no.»
«Poco male. Il nostro concorrente di oggi si chiama?»
«Io? Ah, sì. Mi chiamo… mi chiamo Marcel Dubois.»
«Vuole dire qualcosa in più al nostro gentile pubblico che sta facendo per la prima volta la sua conoscenza?»
«Sono qui di Pérouges, faccio il calzolaio, ho quarantasei anni, felicemente sposato da sedici con Marie. Abbiamo un figlio, Baptiste. Ma tutti lo chiamano Bap.»
La telecamera inquadrò moglie e figlio. Marie si commosse. Bap, nella sua bolla, non parve accorgersi di nulla. Fece solo una smorfia che non era dovuta al contesto, ma a qualcosa che era apparso sullo smartphone. Poi ritornò alla sua solita espressione, vuota e impassibile.
«Benissimo. Davanti a lei, sul tavolino, ci sono, come di consueto, le tre scatole del nostro gioco: la A, la B e la C. Una contiene un lingotto d’oro da 50.000 euro, una è vuota, e una… contiene Gloom.»
«Gloom? Cos’è?»
«Non cos’è. Piuttosto chi è. È il fantasma del gioco!» esclamò Clairmont con un’espressione sorpresa.
Marcel lo fissò. «Non credo ai fantasmi.»
«Capisco. Liberissimo. Spero solo che lei non si debba ricredere. E poi, per rispondere alla sua domanda iniziale, le posso rispondere che il fatto che un fantasma giochi oggi con noi è il motivo principale per il quale siamo in casa sua e non nel nostro studio a Parigi. Non vorremmo mai che un fantasma fosse libero tra le nostre cose.»
Marcel non rispose. Poi ribadì, piano: «Non credo ai fantasmi.»
«Ottimo. Allora scelga una scatola, senza aprirla. Poi le farò una offerta. Potrà quindi confermare la sua scelta, cambiarla o accettare la mia proposta. Solo io so cosa contengono i pacchi. Tutto chiaro?»
«Chiaro.»
«Domande?»
«No.»
«Procediamo?»
«Procediamo.»
«Quale scatola vuole scegliere?»
«La C» disse senza esitazione.
«Il nostro Marcel ha scelto la scatola C!» ripeté in modo solenne Clairmont alla telecamera. Ma conterrà il lingotto o… qualcosa di diverso?»
Poi piazzò il microfono davanti a Marie: «Secondo lei ha fatto bene suo marito a scegliere il pacco C?»
Marie sorrise: «No. Io avrei scelto la B, come l’iniziale di Baptiste.»
Marcel si irrigidì.
«Ha sentito, Marcel?»
«Sì.»
«Vuole dare retta a sua moglie o insiste nella sua scelta? Aspetti, però, a rispondere. Per rendere il gioco più interessante… io le offro 15.000 euro se cambia pacco e apre la scatola contrassegnata dalla lettera A.»
«No, no, la B!» intervenne a voce alta la moglie.
Marcel esitava. Pensava a quanto avrebbe potuto fare con quei soldi che il presentatore gli offriva: un nuovo macchinario per la bottega, un viaggio a Venezia con Marie…
Clairmont rincarò: «Facciamo 25.000 euro. Metà del valore del lingotto. Basta che apra la A. Cosa ne pensa?»
Lo sguardo severo della moglie, fisso su di lui, diceva tutto: “Non t’azzardare.”
«Scelgo la B» ma la voce di Marcel era tutt’altro che convinta.
«Colpo di scena!» esclamò Clairmont. «Marcel ha rinunciato a 25.000 euro per seguire l’intuizione della moglie. Applausi!»
Partirono gli applausi preregistrati. Marcel si schermì. Capì che in quel momento l’unica cosa che veramente desiderava era tornare nella pace della sua bottega.
«Ora, se pensa che sia la scelta giusta, apra la scatola B. Ma può ancora cambiare idea e accettare la mia proposta. Ci pensi bene.»
Marcel fissò il pacco, poi la moglie, poi ancora la scatola. Sospirò, si avvicinò e, sbuffando, aprì la B.
Dentro, luccicava il lingotto d’oro.
«Ho vinto!» urlò alzando incredulo le braccia verso il cielo. Marie saltò su: «Lo sapevo! Me lo sentivo!»
Marcel cercò con lo sguardo il presentatore, ma si accorse che Clairmont e la troupe stavano già uscendo dalla casa.
Dal fondo della scatola B, Gloom emerse silenzioso. Un alito gelido attraversò la stanza. Baptiste alzò lo sguardo, vide all’improvviso il volto spettrale del fantasma, si tolse gli auricolari. Un urlo straziante lo investì subito dopo. Gridò anche lui a quella vista mostruosa cominciando ad agitarsi in modo scomposto. Marie svenne. Marcel rimase invece immobile: Gloom gli fu però subito addosso, il suo viso era a pochi centimetri dal suo. L’odore che Marcel sentiva era nauseabondo e insopportabile. Gli venne da rimettere.
«Hai lasciato le telecamere accese?» Clairmont, stava scendendo le scale in modo precipitoso tallonato dal capo troupe.
«Sì, torniamo come al solito tra mezz’ora. Il tempo che Gloom si sia divertito a sufficienza e torni spontaneamente nella scatola.»

Nonostante tutto

Era stato un omicidio efferato. La ragazza era stata trovata in mezzo alla strada, nel cuore della notte, con la gola squarciata. Ad accrescere l’orrore per quel fatto atroce, accaduto in quello che si credeva essere, fino a quel momento, un tranquillo paese dell’entroterra, era che la giovane donna era incinta, di sette mesi.
I sospetti caddero subito sul compagno. Tutti gli amici comuni, soprattutto Mara e Tobia, avevano testimoniato che, da quando la ragazza aveva comunicato di essere in dolce attesa, il rapporto con il fidanzato si era incrinato. Litigavano spesso e, una sera, avevano anche assistito a uno spiacevole episodio in cui lui l’aveva picchiata davanti a tutti.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il ragazzo. Risultava non avere alibi per la notte dell’omicidio e la sua linea difensiva era contraddittoria e lacunosa. Sul suo cellulare erano stati trovati numerosi messaggi alla fidanzata indicativi di una forte contrarietà per l’inattesa e non voluta gravidanza. Non erano mancate spiacevoli minacce se non l’avesse interrotta. E così, dopo una notte interminabile passata in questura, il ragazzo aveva confessato l’omicidio. Aveva anche rivelato che il coltello serramanico utilizzato era stato gettato, subito dopo il fatto, all’interno di un tombino poco distante dal luogo dell’assassinio.
Il padre della ragazza quasi impazzì dal dolore. In chiesa non smetteva più di nascondere il viso all’interno del braccio. Le sue lacrime non si videro ma si udirono distintamente i suoi singhiozzi. L’emozione fu così intensa che il celebrante abbandonò per un attimo il presbiterio per stringerlo in un abbraccio, lasciandogli sfogare il suo dolore. Non era mai successo e c’è da credere che non succederà mai più.
Fu quello anche il momento in cui, con un gemito dei cardini, che parve a tutti quasi umano, come di compartecipazione a quello strazio che si stava consumando, si aprì il grande portone centrale della basilica, giusto per far entrare in modo scomposto una vecchia dai cappelli arruffati, i vestiti sporchi e rattoppati. Aveva un brutto aspetto. Come se una sofferenza interiore di anni l’avesse lentamente consumata. Trascinando un piede storto si spinse sino a metà della navata iniziando a biascicare parole che ai presenti parvero del tutto in libertà. La donna, era priva della maggior parte dei denti sul davanti, sicché quel che diceva, tra spruzzi di saliva e sbuffi, pareva pronunciata addirittura in un’altra lingua.
Gli addetti alla onoranze funebri, pratici e professionali, si avvicinarono allora con cautela alla donna con il preciso intento di sorvegliarla. Avrebbero potuto anche non farlo. Non competeva loro. Che ne sapevano, dopo tutto, di chi fosse quella donna. Avrebbe potuto anche essere una parente della deceduta per quanto era a loro conoscenza. Eppure si mossero tutti all’unisono. Stonava quella figura tanto era dimessa e sgraziata. Doveva essere per forza lì per caso. Per creare scompiglio.
L’anziana continuava a sbraitare, nonostante la presenza sempre più ravvicinata di quegli uomini prestanti e sicuri di sé. Alternava parole confuse a lamenti gutturali che mettevano profonda angoscia e inquietudine. Non appena però l’anziana si accorse che i quattro giovanotti in abito scuro, la stavano per raggiungere, sotto lo sguardo preoccupato e nervoso degli astanti, si inoltrò ancor più rapidamente all’interno della navata. Gli uomini nerovestiti non si aspettavano quella mossa. Ne furono quasi intimoriti, titubanti. E se ne ristettero. Ma fu quando la donna si mise a colpire il feretro con il palmo aperto di una mano che il team del servizio funebre capì che, pur con studiata compostezza, doveva intervenire. Il sacerdote, ancora accanto al padre della ragazza, fece a quel punto alcuni passi indietro come volesse avere una visuale migliore. E poi ritornò in fretta sul presbiterio per riprendere il governo della funzione e far sparire almeno con il pensiero quella donna inopportuna e tornare alla normalità. La confusione adesso era generale. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo.
«Che dice?» chiese un uomo con vistosi baffi di un tempo a quella che doveva essere suo moglie.
«Chi è questa orribile donna?» disse ad alta voce una signora bene con con un cappellino chiaro a larga tesa e una corolla di garofano incastonato di lato che sarebbe stato bene a una corsa di cavalli. «Qualcuno faccia qualcosa!»
«Dice che dovete aprire subito la cassa» fece un bambino dall’ultimo banco della basilica in tono tranquillo. Il volume della sua voce non era alto, ma lo sentirono ugualmente tutti tanto che si girarono come per accertarsi di aver capito bene. «Dovrete aprirla, ora!» ribadì quasi fosse un gioco.
Il prete, a quelle frasi, rimase immobile, sembrava non respirare. Cupi pensieri gli si affastellarono nella testa. I quattro giovanotti delle onoranze, dal loro canto, guardavano il padre della ragazza defunta sn attesa di nuove istruzioni che però non arrivavano.
«Ma cosa dice?» fece un uomo sulla trentina facendo disperdere le sue parole nell’eco della chiesa. «Ma tu la conosci, caro?» fece un’altra signora con la veletta nera toccando il braccio dell’uomo che le sedeva accanto.
L’anziana sdentata però continuava nella sua azione: picchiava e blaterava sulla cassa senza fermarsi.
E allora successe che il padre della ragazza defunta si alzò per avvicinarsi lentamente alla intrusa. Una volta che le fu accanto, si limitò a bloccarle con forza il polso e a spostarle la mano da sopra il feretro. Poi si accorse che qualcosa nello sguardo di quella donna gli era famigliare. Gli venne in mente. Non c’era dubbio, era lei: Consuelo. Era stata trent’anni prima la tata della figlia. Quindi si era licenziata perché il suo bambino di dieci anni era morto all’improvviso di una rara malattia. Da allora non l’aveva più incontrata.
«Consuelo» fu capace solo di dire.
Poi un suono gli sembrò provenire dal feretro. Avvicinò rapido l’orecchio e subito si mise a urlare agli addetti del servizio funebre, ancora fermi poco distante da lì.
«Presto, venite… aprite questa cassa!»
I ragazzi non riuscivano a decidersi se muoversi davvero oppure no. Era una richiesta inusuale, incoerente. Si guardarono l’un l’altro incapaci di prendere una decisione, senza essere nelle condizioni di fare nulla. Fu al secondo perentorio invito dell’uomo che il più anziano del team corse verso la cassa accostando subito, anche lui, l’orecchio sul feretro. Poi fece segno agli altri di avvicinarsi velocemente. Si misero così tutti e quattro, come una squadra affiatata, a spostare il feretro dal trespolo al pavimento della chiesa. Sotto lo sguardo incredulo e inorridito dei presti presero ad allentare in un attimo le viti della parte superiore della cassa.
«Ma cosa fanno, Dio mio!» disse il prete.
Dopo un ultimo sguardo di intesa con il padre gli uomini nerovestiti scoperchiarono la bara. Poi allargarono con un apposito strumento la lastra saldata di alluminio. A quel punto si udì forte e chiaro il vagito di un neonato.
Era ancora legato al cordone ombelicale della madre.

Life-Alert

Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse.  ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.