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Posts Tagged ‘coppia’

Non appena suonò il campanello, una successione delicata di note dilagò per la casa. E la porta si aprì.
«Entrate, entrate…» fece Saverio dal fondo del corridoio guardando in direzione dell’ingresso; i due amici appena arrivati fecero entrambi l’espressione di chi fosse stato colto sul fatto. Saverio nell’avvicinarsi loro sorrise e li baciò entrambi.
«Non dovevate, grazie» fece raccogliendo dalle loro mani il cabaret di paste e lo spumante: «bene, ora appendete pure i cappotti e mettetevi comodi in sala che ho tutto sul fuoco.»
Anche la moglie di Saverio, Abe, fece per un attimo capolino dalla cucina e trillò un ‘ciao Berti, ciao Rita, siete bellissimi… fate come se foste a casa vostra’.

A tavola i quattro amici risero e scherzarono parlando di tutto un po’ e quindi, al caffè, Rita si complimentò:
«Avete proprio una bella casa…»
«È che siamo stati fortunati a trovarla» raccontò Saverio. «Una ventina di anni fa quando io e mia moglie siamo venuti qui a Lughi ci hanno offerto questa villa e ce ne siamo subito innamorati.»
«A proposito…» fece Berti additando con il pollice le proprie spalle. «Al cancello, in strada, abbiamo visto che qui avete anche una Scuola del Paranormale… Avete affittato?»
«No no… è mia moglie che se ne occupa…» fece Saverio, serio, indicando con la testa Abe che stava allungando verso gli ospiti le tazzine del caffè.
«Non mi dite che credete ai fantasmi e a tutte quelle stupidaggini lì…» disse Berti con un sorrisetto di scherno e girando il cucchiaino nella tazzina.
«Altro che crederci… viviamo con loro!» confermò il padrone di casa.
«Cosa?» domandò incredula Rita.
«Vedete» si intromise Abe, «abbiamo trovato questa grande casa proprio perché nessuna la voleva comprare: è rimasta sul mercato per molto tempo. Da quando appunto è successo quel grave fatto di sangue.»
«Quale fatto di sangue?» chiesero quasi in coro entrambi gli ospiti.
«Archibald era il settimo maggiordomo di Arthur Pembroke, Duca di Conwy, trasferitosi in questa villa dal North Wales, dopo la seconda guerra mondiale, per curare i propri interessi in zona. Una sera Pembroke ha scoperto Archibald a letto con la moglie. Il Duca, dopo aver consegnato una spada ad Archibald perché si difendesse, lo ha ucciso senza pietà, per poi giustiziare orrendamente anche la moglie.»
«Ma è terribile!» commentò Berti.
«Certo che lo è… e, come accade a tutti coloro che muoiono di morte violenta, da allora sia Archibald che la Duchessa sono rimasti come puri spiriti in questa vecchia magione, dove non trovano pace. La Duchessa, per la verità, non esce mai dalla torretta a ovest della casa e guarda sconsolata dall’ampia vetrata in direzione delle terre avite nel lontano Galles.»
«E Archibald?» chiese ridendo nervosamente Rita.
«E Archibald continua egregiamente a fare il maggiordomo. Fa ancora il suo lavoro in modo impeccabile!»
Sia Berti che Rita non sapevano cos’altro dire.
«Comunque quando siamo entrati in questa casa, io e Abe ci siamo chiariti con loro e da allora conviviamo in perfetta armonia.»
«Ah… vi siete chiariti…» ripeté meccanicamente Berti.
«Sì, certo… nel senso che loro non avrebbero mai dato fuori di matto e noi non avremmo cercato di mandarli via…»
«…»
«Così mia moglie, che già era appassionata di queste cose, ha messo su una Scuola del Paranormale e il pezzo forte delle lezioni è proprio il buon Archibald che si manifesta volentieri ai discenti, con grande soddisfazione di tutti.»
«Ma dai… non sarà mica vero…» se ne uscì a quel punto Rita, squadrando preoccupata il marito.
«E allora…» fece Saverio guardando di lato verso la porta come per rivolgersi a qualcuno che solo lui vedeva «… chi pensate che vi abbia aperto la porta quando avete suonato oppure vi abbia tolto i cappotti o servito a tavola?»

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«È Aristodemo presto, vieni!»
Marta si era introdotta di corsa nella cucina ma, avendo afferrato dall’interno gli stipiti della porta con entrambe le mani, non riuscì del tutto a entrare nella stanza.
«Aristodemo?» fece il marito alzando gli occhi rossi dal trito di cipolle.
«Ma sì il gallo!»
«È vero, mi dimentico sempre che Michelino l’ha chiamato così!»
«Ecco, appunto, vieni veloce: è caduto di nuovo nel pozzo!»

Ovidio brontolò per tutto il tragitto dalla casa al vecchio pozzo di Pietrasbecca. Quella settimana era la seconda volta (la sesta nel mese) che Aristodemo-il gallo vi finiva dentro. L’ultima volta si era preso anche un’infreddatura di quelle brutte e si era dovuto tenerlo al caldo, avvolto in una coperta, accanto alla stufa, nutrendolo per di più con una pappetta gialla e rosa che “diosolosacosaconteneva”, tanto puzzava.
«Ma perché fa così?» le chiedeva la moglie cercando di tener dietro al marito che, nonostante portasse sottobraccio una pesante scala in ferro, era già qualche metro davanti a lei.
«Perché è un gallo deficiente, ecco perché…»
«Non dire così Ovidio, che poi Michelino ti sente e ci resta male…»
«Del resto ce l’ha regalato tua madre e non poteva essere diversamente!»
Giunto al pozzo l’uomo guardò giù nella semioscurità e vide gli occhi vispi del gallo che guardavano all’insù. L’animale aveva l’aria confusa, ma non pentita.
«Io ti lascerei lì…» fece Ovidio cominciando a calare la scala. «Quando capirai che il gallo che vedi riflesso nell’acqua non è un tuo antagonista sarà sempre troppo tardi…»

L’animale fu recuperato ma, per evitare che si ripetesse la stessa disavventura, perché “primaopoisifamale”, gli legarono alla zampa un anello in ferro e all’anello una corda sufficientemente lunga perché potesse scorrazzare libero nell’aia a dar fastidio alle galline. Il fatto che l’altro capo della corda terminasse sotto a un’incudine da fabbro da 4 chili, avrebbe impedito al pennuto di fare pazzie.

«Per Natale Aristodemo lo facciamo con queste» disse severo Ovidio maneggiando alcune patate.
«E Michelino?» obbiettò la moglie.
«Compreremo un altro gallo al Mercato dei Vivi di Lughi di fine anno, non se ne accorgerà neanche.»

Poi una mattina, Marta si trovava ancora in cucina quando sentì picchiettare alla finestra. Guardò ma non vide nessuno. Capitò un altro paio di volte sicché decise di uscire per vedere cosa stesse succedendo. Era il gallo che becchetteva contro la finestra e poi si nascondeva. Si era liberato dalla corda e si era messo a fare quel rumore in modo compulsivo, senza ragione, forse per protesta di essere stato fatto prigioniero. Marta cercò di avvicinarsi per legarlo di nuovo (e meglio) ma non ci fu verso di riuscire a prenderlo. ‘Per essere un gallo strano lo è davvero!’ si disse tra sé e sé Marta accarezzando l’idea dell’arrosto con le patate.

Erano oramai le 20 passate, quella sera, e il cibo era già in tavola e si stava raffreddando.
«Quando torna papà?» chiese Michelino che cercava di allungare le mani sulle patatine fritte.
«Presto, Tesoro, deve essere rimasto a parlare con qualche cliente… ma vedrai che adesso arriva». Preoccupata, buttò un occhio all’orologio a cucù. Non aveva mai fatto così tardi.
Nel mentre calava il silenzio nella stanza si sentì di nuovo picchiettare forte sul vetro della cucina. Era Aristodemo. Marta alzò gli occhi al cielo. Poi un’idea le attraversò la mente.
«Oggesù… Ovidio è caduto nel pozzo!» esclamò a voce alta.
Corse, aiutata da Fila, il suo vicino di casa, fino a Pietrasbecca seguiti entrambi, a distanza di sicurezza, dal gallo. Ovidio era effettivamente in fondo al pozzo: era scivolato nell’intento di chiudere l’apertura con un oblò di legno. Si era rotto una gamba: era provato, ma stava bene.
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L’alberghetto era grazioso, curato, lambito in modo romantico da un’ansa del fiume che in quel punto scorreva discreto tra salici enormi che allungavano i loro rami a sfiorare l’acqua.
Franco e Clara avevano deciso di fermarsi lì per una sosta durante il loro lungo viaggio di ritorno: sarebbero ripartiti riposati la mattina dopo. L’app non dava nessuna recensione per quel posto che però sembrava confortevole.
La ragazza che li accolse era giovane e cordiale. Confermò loro, in modo simpatico e spigliato, che avevano aperto da meno di un mese e che quella era la casa del bisnonno che, per una combinazione di successioni, le era giunta in eredità. Li aiutò con le valigie, anche se erano pesanti, accompagnandoli in una stanza che si presentò pulita, spaziosa e con una vista a distesa sulla campagna circostante. Il silenzio era interrotto dal canto dei merli e dei pettirossi, e la leggera bruma che saliva lentamente dal bosco sfumava il contorno dei campi di colza.
«Bella camera» disse dopo un po’ lui abbracciandola con gli occhi.
«Sì sì, Franco, non dico di no, ma tutte queste fotografie ingiallite… sono tristi…»
«C’è scritto Galizia, 1917, sotto questa…» disse lui cercando di leggere da un lato. «Sono foto della Grande Guerra. Probabilmente autentiche. Un bel valore storico.»
«Certo, come no, ma sembra un museo, Franco, non una stanza d’albergo…» sentenziò lei che già stava ispezionando il bagno.
«Di qua, all’interno di una nicchia nel muro c’è addirittura una campana di vetro» disse lei riemergendo poco dopo. «E dentro c’è un insetto imbalsamato… che schifo.»
«Un insetto imbalsamato!?! Clara… ma cosa dici?»
«E questa cosa qui… sul muro?» insistette ancora lei.
Franco si avvicinò.
«Dovevano per forza mettere una divisa sotto vetro come se fosse un quadro?» chiese la donna allargando le braccia.
«Che sarà mai… si tratta solo di una divisa militare…»
«È anche sporca di sangue che orrore… io questo posto lo trovo sinistro… non ci voglio passare la notte!»
«Ma se è carino! E poi l’app dice che il prossimo albergo è a più di cento chilometri da qui e io sono stanco morto e ho bisogno di dormire.»
Lei lo squadrò indispettita. Fece anche una strana smorfia che, lo sapeva bene lui, valeva quanto un lungo discorso. E non l’avrebbe passata liscia.

«Avete dormito bene?» chiese l’indomani al desk la ragazza nel preparare il conto.
Franco assentì mentre Clara, rimasta un po’ indietro, era seduta su una valigia e faceva ballare una gamba posata sull’altra.
«Mi scusi se glielo chiedo…» fece Franco alzando il dito indice «cos’è quella divisa che c’è appesa nella nostra stanza?»
La ragazza, fissando il monitor, continuò per un poco ad armeggiare con il mouse e, quindi, dopo aver dato il comando di stampa, spiegò:
«Come le accennavo ieri, questa casa, un tempo un capanno, era di mio bisnonno e la divisa è una delle sue quando fu ferito al costato al fronte. Ha fatto la Grande Guerra come ufficiale e in Galizia nel 1917 è purtroppo salito su una mina anticarro e quel è rimasto di lui è tornato in Italia in una scatola di scarpe. Per onorare la sua memoria, mio nonno prima e mio padre dopo, hanno risistemato questa casa ingrandendola.»
«Ah bene… una bella cosa…» fece Franco voltandosi verso la moglie come per dirle ‘visto, che poi non era tutto questo che…’ Ma lei continuava a guardare fuori della finestra, rigida, come se fosse impregnata di scagliola.
La ragazza del desk, nel frattempo, aveva estratto un foglio dal vassoio della stampante mettendolo sotto gli occhi di Franco, ponendovi sopra, a sigillo, una penna.
«E poi…» seguitò ancora sorridendo «hanno sistemato un po’ ovunque nella stanza da voi occupata, e che poi era la sua quando abitava qui, i suoi resti che ci sono pervenuti. Nel bagno, in una teca, c’è il frammento del suo osso pubico, la lampada sul comodino è fatta con alcune dita della sua mano destra, il lampadario è una parte della calotta cranica…»
Franco si era bloccato e non era riuscito a completare la firma; era diventato pallido.
«La stessa penna che ha in mano adesso» fece infine la ragazza «pensi… è stata ricavata da quello che è rimasto della sua tibia…»
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«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»
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«Pronto?»
«Sì? Pronto, vorrei fare una denuncia di sinistro…»
«Buongiorno Sig. Valerio, come sta?»
«Come fa, scusi, a sapere come mi chiamo?»
«Sono Giangilberto, Giangi La prego, il suo Agente assicurativo di prossimità: abbiamo una linea dedicata appositamente per Lei, non lo sapeva? Lei è un nostro affezionato cliente e ci teniamo particolarmente ad assisterLa per ogni suo disagio: per Lei solo il meglio, ventiquattr’ore su ventiquattro…»
«Oh bene, allora grazie… dunque, dicevo… ieri sera, nella mia casa di campagna, l’impianto a gas è andato fuori uso a causa di un fulmine.»
«Ho capito, sto prendendo buona nota di tutto quello che cortesemente mi sta dicendo… e nel contempo sto esaminando anche la Sua polizza… e vedo che Lei è effettivamente assicurato contro gli agenti atmosferici sino a un massimale di € 100.000… ma complimenti, vuole stare sul sicuro eh? Ha fatto bene, ha fatto bene, questa è una polizza performante, di tutta tranquillità, una delle nostre migliori… apperò, apperò…»
«Apperò, cosa?»
«Vedo che… Lei mi stava dicendo di un fulmine caduto ieri? Purtroppo la Sua polizza copre gli agenti atmosferici di tutti i mesi dell’anno salvo quelli relativi alla seconda metà del mese di luglio. Sa è una questione di vile statistica… una limitazione che ci impongono dall’alto, noi non la vorremmo, ma gli ordini sono ordini… Sì, insomma, che peccato, che peccato! Non sa quanto mi dispiace, una così bella polizza… guardi avevo già tirato fuori il libretto degli assegni per liquidare l’importo… tanto ero sicuro di poterLa accontentare: noi della Insurance Global Parker & Co. abbiamo tra i nostri principali obbiettivi solo la Sua piena soddisfazione…»
«No, Signor Giangilberto, probabilmente mi sono spiegato male… ho detto ieri perché il fulmine è caduto nella notte, ma in realtà erano le prime ore del mattino, verso le ore 1,30 ed era già quindi il primo agosto; la scheda logica della caldaia, andata in avaria, ha un timer interno che si è fermato appunto proprio in quel giorno e a quell’ora: risulta tutto dalla scheda, basterà periziarla…»
«…»
«Signor Giangilberto, c’è ancora?»
«Ma certo Sig. Valerio che ci sono ancora, ventiquattr’ore su ventiquattro, ricorda? Mi chiami pure Giangi, La prego… Bene allora sono proprio contento… però senta, solo un dettaglio: di che tipo di fulmine si è trattato? Era di tipo ramificato o a un’unica colonna di plasma? Era negativo ascendente o discendente? Oppure era positivo?»
«Non ne ho la più pallida idea…»
«No, perché purtroppo, leggo qui, alla clausola 11 bis lett. q) nel sesto subquadro dell’allegato D, che c’è un’unica eccettuazione, che peraltro lei ha controfirmato ex art. 1341 comma secondo del codice civile, e che esclude il risarcimento nell’ipotesi in cui sia intervenuta nello specifico una folgore a scarica ramificata negativa ascendente. E anche nel caso, ovviamente, in cui l’assicurato non sia in grado di dare prova del tipo di fulmine caduto…»
«Ma non è possibile…»
«Purtroppo è così, non sa come mi dispiace, … una polizza che la tutelava così bene! Non è stato proprio fortunato, diciamo così; guardi avevo già compilato l’assegno tanto ero certo… noi della Insurance Global Parker & Co. desideriamo solo il meglio per Lei…»
«Aspetti, aspetti… mi sta dicendo mia moglie che era in funzione la webcam esterna, per via dei ladri che abbiamo avuto l’anno scorso; mi dice che, visionando ora il filmato a circuito chiuso, il 1° agosto, alle ore 1,32, è caduto un fulmine a colonna unica, con andamento dall’alto verso il basso, discendente quindi, credo, ecco sì… lo sto vedendo anch’io…»
«…»
«Signor Giangilberto, è sempre lì?»
«Giangi, Sig. Valerio, Giangi… ma certo che sono qui e anche tutt’orecchi per ascoltarLa e servirLa, ventiquattr’ore su ventiquattro… allora bene, molto bene… Non resta che aprire la pratica e prendere in carico il sinistro…»
«Ah ecco, meno male, si tratta dunque dell’impianto Lineagas modello Juppiter 54 P Imagetron…»
«Ha per caso detto Lineagas modello Juppiter 54 P serie Imagetron…?»
«S-Sì»
«Ma che peccato, che peccato! Noi della Insurance Global Parker & Co. garantiamo tutti i sinistri di tutti i modelli Juppiter 54 della serie Imagetron, ma non del subtipo P… È sola una questione di bassa statistica, ben inteso, una limitazione obbligatoria che ci costringono ad applicare dall’Ufficio Centrale e che noi non vorremmo. Ma che ne capiscono del resto loro? Ma purtroppo questa è la vita reale! Ci tocca anche questo. La clausola 83, comma 623 quater lett. k) nel terzo subquadro allegato G, da lei appositamente sottoscritta, ai sensi di legge, espressamente esclude ahimè proprio il danno per questo tipo particolare di caldaia… Ma che peccato, che peccato! Una polizza con una copertura così completa, così funzionale, pensata apposta per le Sue precipue esigenze, per una persona squisita com’è Lei… non è stato davvero favorito dalla sorte! Pensi, avevo praticamente già firmato il Suo assegno: è qui sulla mia scrivania…»
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«Vieni, sarà bellissimo, ti divertirai…»
Queste erano le parole precise che lei mi disse mentre mi portava verso il tragitto dell’encierro. Era l’ultimo giorno, mi chiarì, e sarebbe stata la corsa più bella dell’intera festa. I suoi occhi verdi ridevano di gioia ed erano carichi di aspettativa.
«Non mi interessa Anita, te lo assicuro… andiamo da qualche altra parte…» la pregai cercando nel tono di non urtare la sua sensibilità. Volevo spiegarle che non sopportavo gli spettacoli che richiedono per gioco l’impiego di animali anche a costo della loro sofferenza.
«Non avrai paura, vero?» mi buttò lì a tradimento mentre con aria di sfida alzava un poco il mento nella mia direzione.
Ci mettemmo sulla Calle Estafeta in un punto dove i tori avrebbero dovuto eseguire una curva larga. E mentre ci sistemavamo a cavalcioni della staccionata, sentimmo il boato della gente provenire dalla salita di Santo Domingo. Era il segnale che avevano liberato le mucche in calore. Le avrebbero fatte correre lungo il percorso recintato sino alla plaza de toros e fatte inseguire dai tori che, correndo, si sarebbero messi sulla loro scia. E così fu. Nel sole del meriggio, dove il caldo assoluto sembrava sciogliere i muri di pietra della città, vedemmo le vacche spinte senza tanti complimenti da uomini vestiti di bianco e il fazzoletto rosso al collo.
Appena dopo il loro passaggio l’attesa si materializzò in un silenzio innaturale ove lo stridio delle cicale nascoste tra gli alberi ebbe il sopravvento nelle vie. Si avvertì a ondate il rumore degli zoccoli dei tori frastornati dai corridori che ridendo picchiavano con fogli di giornale arrotolati i loro dorsi luccicanti di sudore; la luce smerigliata del giorno pioveva a picco dai tetti.
Comparvero prima dei giovani urlanti che correvano davanti agli animali gettando occhiate preoccupate dietro di sé e poi i tori dall’occhio spalancato e tondo. Roteavano le larghe corna da un lato e dall’altro emettendo un muggito roco che sapeva di disperato e di antico. Qualcuno dei tori scivolava ogni tanto sul porfido levigato dal tempo per poi rialzarsi pesantemente e riprendere la corsa.
Approfittai della confusione e del fatto che Anita fosse del tutta presa da quel rutilante miscuglio di suoni e colori per allontanarmi. Avevo solo voglia di sedermi al tavolino di un caffè per bere qualcosa di fresco, lontano da quel frastuono. Anita avrebbe capito, o forse no, ma poco avrebbe importato.
Cercando di orientarmi puntai verso l’hotel. Ma il percorso della corsa dei tori continuava a sbarrarmi la strada. Avrei dovuto fare chissà quale altro giro alternativo che non riuscivo però a trovare. Giunto a una staccionata decisi di attraversarla. Erano pochi metri, dopotutto, e non c’era nessuno: ce la potevo fare. Mi arrampicai velocemente e stavo per discendere dall’altra parte quando vidi arrivare dalla mia destra un torello molto giovane. Chissà come c’era finito in quella corsa di tori adulti, forse era semplicemente scappato: avanzava al piccolo trotto, incerto che fosse proprio quella la direzione giusta. Giunto in prossimità della strettoia, ove mi trovavo, perse ad un certo punto l’appoggio sul selciato andando a sbattere malamente con il muso contro un cassone posto a riparo di un palo della luce rimanendovi incastrato con le corna. Era ancora a terra quando arrivarono di corsa altri due tori. Uno riuscì a saltarlo d’impeto, ma l’altro, che lo aveva visto all’ultimo momento, vi cadde sopra. Nel tentativo di rialzarsi sulle zampe posteriori il grosso toro, con la forza degli zoccoli taglienti, lo colpì più volte al ventre e a un occhio tanto da ferirlo e fargli perdere sangue. Solo dopo numerosi tentativi, sempre a danno del vitello contro cui scalciava, finalmente si rimise in piedi iniziando di nuovo a correre all’impazzata. Il torello intanto, rimasto a terra, muggiva di dolore senza essere in grado di muoversi. Pensai che se fosse rimasto lì, al prossimo passaggio dei tori, l’avrebbero ucciso. Mi portai allora verso di lui per aiutarlo a divincolarsi. Terrorizzato com’era, faceva però resistenza non permettendomi di liberarlo. Mi stesi a terra per spingere con le gambe le assi del cassone da un lato e con le braccia il muso dell’animale dall’altro: non facevo progressi. Poi mi arrivò il rumore montante di zoccoli che avevo imparato a riconoscere. Stavano arrivando altri tori. Raddoppiai i mie sforzi per liberare il vitello, ma dalla curva sbucarono all’improvviso tre grosse masse scure al galoppo, una era enorme. Mi alzai in piedi, impietrito. In quel preciso istante mi sentii afferrare da quattro braccia che mi sollevarono di peso facendomi entrare di schiena attraverso una finestra aperta. Mi ritrovai riverso sul pavimento di una camera da letto mentre in strada sentivo il mugghiare inferocito dei tori.
«¿Eres tonto?» mi urlò un uomo con grossi baffi sporgendosi fino a terra verso la mia faccia. «Es inútil, señor. Esta noche los toros serán todos matati… y la carne dada a la gente… es la fiesta señor, es la fiesta!»
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«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
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