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Posts Tagged ‘coppia’

«Ma non lo senti anche tu?» sbottò improvvisamente la moglie.
«Cosa dovrei sentire?» chiese lui dopo un po’ di incertezza ma senza distogliere lo sguardo dal monitor del computer.
«Questo… cos’altro?» fece lei allargando le braccia.
Arturo si voltò a guardarla con pazienza. Erano trent’anni che era sposato con quella donna, ma doveva convenire che più passava il tempo e meno la capiva.
«Questo, cos’altro, COSA?» scandì bene le parole lui.
«Questo crunch-crunch…»
Arturo non aveva nessuna intenzione di approfondire l’argomento e si tuffò a rileggere per la quarta volta la stessa riga.
«Ho letto che i tondini di acciaio…» seguitò la donna come se il marito le avesse chiesto invece spiegazioni «…sai quelli che si usano in edilizia per armare il cemento…»
«So bene a cosa servono i tondini di acciaio… cara…»
«Ah sì? Ah bene… dicevo… che ho letto che i tondini di acciaio sono aggrediti da microrganismi opportunisti, prodotti dalla stessa umidità del calcestruzzo, che pian piano se li divorano come grissini …»
«Come grissini…» ripeté Arturo meccanicamente «…perché i microrganismi fanno crunch-crunch…»
«Certo!» fece lei alzandosi dalla poltrona come se un granchio l’avesse appena morsa sul sedere.
«Il rumore delle loro mandibole si sente distintamente in ogni stanza della casa e poi nel bagno, dove la tramezza è più sottile, addirittura è assordante…»
«Se è una tramezza, cara, non può essere fatta di cemento armato…» obbiettò lui.
«Cosa ne vuoi sapere tu che nella vita hai sempre e solo fatto il farmacista… vieni dietro a me piuttosto e sentirai con le tue stesse orecchie.»
L’uomo sapeva che non sarebbe stato lasciato in pace. Mise a malincuore in stand-by il computer e ciabattando la seguì.
I due si ritrovarono poco dopo con l’orecchio appiccicato alle piastrelle del muro perimetrale e i piedi al di qua della vasca; l’equilibrio era precario ma la postura necessaria.
«Non sento niente…» se ne uscì lui seccato.
«Shhhh» fece lei azzittendolo. «Ecco… ecco…» e mosse in ogni direzione l’indice ossuto.
«Sentito?… E adesso perché ridi?!?» gli chiese indispettita.
«Perché sento la vicina che sta facendo pipì…»
«Sei il solito porco…» gli disse assestandogli una sberla sul braccio «Non si può mai fare un discorso serio con te… vedrai… te ne accorgerai quando ti cascherà il tetto sulla testa.»
Lui avrebbe voluto farle notare che non c’erano tondini di acciaio a reggere il tetto ma decise di trincerarsi dietro a un definitivo:
«Sì, cara, come vuoi tu.»

La moglie si trovava in cucina e ogni tanto interrompeva il lavaggio dei piatti per guardare innanzi a sé: sembrava vedesse sfrecciare davanti al naso qualcosa che seguiva con gli occhi.
«Cos’hai? Ancora con il tuo crunch-crunch?» domandò il marito che la osservava da dietro le spalle.
«Come dici?»
«Ancora fissata con il tuo crunch-crunch
«Macché… non si sentono più…»
«Ah no? Ti eri sbagliata?»
«Ma che dici? È segno piuttosto che si sono mangiati tutto l’acciaio disponibile. Temo che la casa stia su ormai solo per inerzia… Quando entrambi saremo morti, orribilmente schiacciati dalle macerie, ti rinfaccerò il tuo scetticismo!»
«Ne sono sicuro… ma allora che cos’hai, adesso?»
«Come, non lo vedi?»
«COSA non vedo?»
«Le onde elettromagnetiche. Sono come lame argentee sottilissime e caldissime che sfrecciano dappertutto… Ci stanno friggendo il cervello…»
«Friggendo il cervello…» ripeté lui «…e tu vedi le onde elettromagnetiche…»
«Sì, sono dovunque… tutta colpa di questi maledetti telefonini e degli uaierles…»
«E se mi mettessi il cappello, quello pesante da montagna?» chiese lui.
«Scherza, scherza… A te il cervello mi sa che te l’hanno fritto già da un bel po’…»
«Sì, certo cara, come vuoi tu.»

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«Paolo, hai preso l’Uovo di Pasqua per Giulio?»
La domanda lo aveva fulminato sullo zerbino di casa. Se n’era dimenticato e un sudore gelato gli corse come un’onda lungo il collo. Il lavoro in farmacia si era protratto più del previsto quel giorno e gli era passato di mente.
«Glielo avevi promesso!» rincarò lei la dose regolando l’occhiata sulla modalità “sufficienza/biasimo”.
Giulio, il figlio di otto anni, stava aspettando poco distante. Ascoltato il breve scambio di parole tra i genitori, prima incrociò le braccia e poi corse via piangendo in camera.

La cena si svolse in un silenzio suboceanico. Si sentiva solo il rumore delle posate, il masticare rumoroso del bambino e qualche suono distratto nella via. Paolo era mortificato. Avrebbe voluto chiedere alla moglie perché mai l’uovo non l’avesse comprato lei visto che era stata a casa tutto il giorno; ma avrebbe scatenato ls solita discussione senza fine da cui non ne sarebbe uscito o, peggio, ne sarebbe uscito a pezzi. Meglio rimanere zitti.
Poi, mentre la moglie serviva il secondo, suonò il campanello della porta. Paolo non aveva fatto in tempo a pensare chi potesse essere a quell’ora che Giulio era già sceso dalla sedia ed era andato ad aprire: come se avesse avuto una premonizione.
E sullo zerbino troneggiava infatti un Uovo di Pasqua che sembrava enorme. Era incartato in modo sontuoso in una confezione con colori sgargianti che ne aumentavano la dimensione. Giulio emetteva gridolini di contentezza, saltando sul posto e battendo le mani; alla fine si mise ad abbracciare l’uovo.
«Ma cosa fai, Giulio… aspetta che ti aiuto a portarlo dentro…» gli disse la madre che ora guardava il marito in tutt’altro modo.
«Allora ci prendevi in giro… sei tremendo» gli disse lei sottovoce regalandogli uno dei suoi più bei sorrisi di sempre mentre lui, avvicinandosi titubante, indugiò sulla soglia per scrutare la strada in entrambe le direzioni.

Fu complicato convincere il bambino a finire la carne. Ma, subito dopo, in pochi attimi, l’uovo fu scartato e riposto sulla tavola in tutta la sua grossezza. Paolo andò persino a prendere il martello tra gli attrezzi del padre e tutto eccitato cominciò a rompere la crosta del cioccolato in più punti. Era di prima qualità, spesso, profumato. Giulio si mise a mangiarlo spingendosi i pezzi in bocca con entrambe le mani. Gli occhi brillavano di felicità.
In fondo si intravide la sorpresa.
«Tieni papà» disse il bambino fiducioso «me lo monti tu?» dando per scontato fosse un giocattolo da assemblare.
Paolo prese il pacchetto con circospezione. Quando erano venuti l’ultima volta in negozio erano stati chiari. Doveva pagare di più e più puntuale o ci sarebbero state conseguenze incalcolabili. Già. Avevano detto proprio così: “incalcolabili”. Sillabando bene la parola.
Si mise il pacchetto in grembo per non farsi vedere dalla moglie e dal bambino che se la ridevano tra loro.
Sì sì, come temeva. Era una pistola arrugginita, senza caricatore. E un proiettile calibro .38. Nella canna era infilata in modo accurato una fotografia arrotolata. Era di Giulio che giocava tranquillo in giardino, in una giornata di sole. Ed era macchiata di sangue.
«Ma papà sei fichissimo…» disse Giulio strappandogli all’improvviso di mano la pistola. «Anche una pistola ad acqua! Grazie… è la più bella Pasqua della mia vita.»

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«Poggia il palmo della mano qui…» le disse indicando la sabbia compatta e scura della battigia davanti a sé. Lei gli era seduta accanto, attenta. Il mare scrollava delicatamente le sue onde trasparenti poco lontano con un lieve sciabordio di fondo. Mentre lei pensava se dargli corda o no, lui appoggiò la mano sulla sabbia guardando, senza in realtà vederla, una coppia di gabbiani che si era appena staccata dal molo tuffandosi nell’aria tersa.
«Si sentono passare le nuvole, si sentono passare i sogni…» cominciò a dire con voce impostata.
Vide che lei aveva un sorriso appena disegnato sulle labbra. Era incuriosita anche se i suoi occhi tradivano un pensiero indecifrabile che le stava passando per la testa. Ma per ora lei era lì, lui pensò, e il resto non poteva avere grande importanza.
«Si sentono i mille racconti del mare e le infinite parole sussurrate e quelle naufragate nel silenzio delle notti senza luna…» recitò concentrato. E, dopo essersi assicurato con la coda dell’occhio che lei ascoltava sul serio, continuò: «qui, in questo stesso punto, circa cinque secoli fa, un ragazzo del posto aveva dato alla sua amata un appuntamento alle prime luci dell’alba. Dovevano scappare insieme per sottrarsi alle proprie famiglie che avevano deciso di ostacolare il loro amore. Lui si era procurato una barca, l’aveva riempita di vettovaglie, coperte e portolani oltre a un mazzo di violette fresche che a lei piacevano tanto. Sarebbero andati via, da quale parte, non importa dove: il loro amore li avrebbe protetti.
Lui aspettò per ore, invano, fino a quando un parente di lei, al corrente della loro fuga, non andò ad avvertirlo che non sarebbe mai venuta. I suoi genitori avevano infatti scoperto tutto e l’avevano segregata nella torre della casa senza cibo né acqua; ma lei, per la disperazione di non poter più raggiungere il suo fidanzato, non potendo pensare di vivere senza di lui, aveva deciso di farla finita buttandosi in mare. Il dolore del ragazzo fu così devastante che lui si trasformò in un pesce per poter passare di mare in mare alla ricerca di lei…»
«È straziante questo racconto…» disse lei sospirando.
«Certo che lo è… E non è finita. Tempo dopo si scoprì che la ragazza non si era affatto buttata in mare; semplicemente non aveva voluto partire perché si era innamorata di un altro ragazzo, gradito ai suoi genitori; lei non aveva avuto il coraggio di confessare al fidanzato il suo ripensamento e aveva preferito quel sotterfugio. Poi l’anno successivo la ragazza si sposò ed ebbe un figlio. Presa però dal rimorso per come si era comportata, le impose il nome di quel suo primo amore di cui non aveva saputo più nulla e al quale continuava a pensare.
Trascorsero gli anni e un giorno, quando il figlio fu abbastanza grande per andare a pesca sul molo, un grosso pesce abboccò alla sua lenza trascinandolo prima sugli scogli e poi in mare aperto.»

Lei, che non si era persa neppure una parola, aggrottò appena la fronte guardando il dorso della mano di lui. Rimase in silenzio. Non chiese nulla. Le era tutto chiaro.
La coppia di gabbiani ora galleggiava nell’aria contro il faro bianco e blu. Entrambi gli uccelli, uno di fianco all’altro, parevano immobili anche se si poteva udire il vento che frusciava sotto le loro ali.
Poi lei disse:
«Certo che hai proprio un modo ben strano per far colpo su una ragazza al primo appuntamento!» protestò lei alzandosi e scrollandosi la sabbia dalle ginocchia. «Spaventare con questi racconti macabri e tristi… ma cosa ti dice il cervello?» disse con aria saputa incamminandosi verso la rotonda.
«Vai via?» fece lui deluso pensando di aver perso la propria occasione.
«Vado a prendere l’asciugamano. Facciamo il bagno assieme, no?»
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dietro il racconto
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hat_gy

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caffèEdo, come al solito, entrò in cucina quasi con gli occhi chiusi. L’età avanzata lo portava a svegliarsi sempre più presto al mattino ma non per questo in modo meno penoso. Anzi.
La moglie lo aveva sentito armeggiare ed era andato a fargli compagnia, come sempre. Si salutarono agitando la mano a mezz’altezza senza profferire parola. Era il loro modo di riappropriarsi degli spazi condivisi e della reciproca compagnia.
Poi lui, sempre in silenzio, si fece il caffè, versò lo zucchero di canna nella tazzina e girò con il cucchiaino.
Gli venne da sorridere.
«Che c’è? Perché sorridi?» gli chiese.
«È da un po’ di tempo che il suono del cucchiaio contro le pareti della tazzina…»
La moglie fece un’espressione del viso per incoraggiarlo a terminare la frase.
«…mi sembrano delle parole…»
«Oh Madonna Edo…» fece lei battendo per aria le mani una contro l’altra. «Lo sapevo che andando in pensione ti saresti prima o poi rimbambito!»
«Non è gentile da parte tua… dire questo» rimbrottò lui rabbuiandosi.
La donna fece finta di mettere in ordine davanti a sé le cose sul tavolo, ma invece stava solo spostando gli oggetti da un punto a un altro del pianale, senza un ordine preciso. Stava pensando.
Passò qualche secondo.
«Ma non la senti?» insistette il marito che appoggiò finalmente il cucchiaino sul bordo del piattino.
«Cosa dovrei sentire, su dimmelo…»
«’Come stai? come stai?’» disse facendo una vocina in falsetto.
«Non ci posso credere, mi stai diventando matto…» borbottò lei uscendo dalla cucina.
«Ma dove vai?»
«Vado a messaggiare a tua figlia e a dirle come ti sei ridotto…»
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«Davvero senti la tazzina parlare?» gli chiese la figlia il giorno dopo nella comodità rassicurante della sala. La ragazza stava tenendo la mano al padre come si poteva fare con un malato nel letto di un ospedale.
«Ma no, ma cosa ti ha messo in testa tua madre? Non mi sono mica rincretinito del tutto. Non mi trattate così» fece lui contrariato ritirando di scatto la mano.
«E allora di cosa si tratta?» chiese calma e suadente la figlia.
«Ma niente! Sembra piuttosto che lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina assomigli a… a delle parole… Tutto qui. Cosa c’è di strano?»
«E questa mattina cosa ti ha detto la tazzina?» domandò la ragazza pazientemente.
«Adesso mi vuoi davvero prendere in giro… non è bello… sono tuo padre dopotutto…»
«Ti ho chiesto, papà, che cosa ti ha detto oggi la tazzina?» insistette lei facendo la faccia seria.
L’uomo sbuffò.
«Dai…»
«E va bene… mi ha detto, o meglio mi è sembrato che dicesse: ‘Buona giornata a te’».
La figlia si girò verso la madre che si era tappata la bocca per scongiurare un urlo. Il suo sguardo era quello di chi si era appena accorta, dopo trent’anni di matrimonio, che il marito aveva in realtà tre teste.
«Bisogna farlo vedere da qualcuno…» sentenziò la figlia.
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Così Edoardo, suo malgrado, dovette sottoporsi a diverse sedute di psicoterapia. Non era stato sufficiente che avesse cercato di chiarire che aveva voluto solo fare uno scherzo. Erano stati irremovibili. La moglie, la figlia, le zie, il cugino, gli amici, persino gli ex colleghi e poi chissà chi altri: ‘queste cose bisogna prenderle per tempo’ era il succo dei loro commenti ‘perché poi peggiorano’.
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Erano trascorsi diversi mesi da allora e tutto sembrava rientrato nella normalità.
Al mattino la moglie sorvegliava con attenzione il consorte quando girava il cucchiaino del caffè aspettando che lui dicesse qualcosa. Ma si limitava a sorridere e a scuotere la testa.
Un giorno lei arrivò in ritardo al rito del caffè essendosi trattenuta nel bagno. Edo sciolse con calma lo zucchero mescolandolo con cura. Drizzò bene le orecchie per sentire se la moglie stesse arrivando e quindi sussurrò alla tazzina:
«Sì sì… anch’io.»
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hat_gy

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carrelli della spesaIl suo sguardo passava dallo scaffale al foglietto giallo attaccato al carrello come se dovesse avere una risposta imminente dall’uno o dall’altro. Augusto aveva già impiegato un mucchio di tempo per scegliere la frutta e ora davanti ai detersivi si sentiva perso. Ma quanti ce n’erano?
La sua bambina di un anno, a cavalcioni del seggiolino del carrello, lo scrutava incuriosita. Ogni tanto sbarrava divertita gli occhi, mugulava qualcosa e poi riprendeva a masticare il ciuccio. Era la prima volta da quanto era nata che Augusto faceva la spesa da solo con lei. Seguire annoiato la moglie che si destreggiava tra i vari reparti del supermercato non significava evidentemente saper fare anche la spesa: se ne stava accorgendo. Non trovava niente e le indicazioni sulla lista erano criptiche oltre che generiche.
Si fa presto a scrivere riso, pensò lui. Ma c’è il vialone nano, l’arborio, l’integrale, il parboiled, per non parlare del riso bianco, di quello rosso o nero… Quello verde e blu, no? Qual era quello che mangiavano di solito?
Si convinse che ci avrebbe pensato sopra. Forse era meglio cominciare con qualcosa di più semplice: tipo scegliere una mozzarella per sé, sempre se trovava il reparto giusto.
Nella sua ricerca transitò davanti al Box informazioni e sentì dire:
«Ecco è lui!»
Una guardia giurata grossa come un distributore di merendine gli sbarrò la strada con le gambe divaricate e le braccia incrociate.
«Mi segua!» disse imperiosamente.
Augusto, temendo di aver combinato chissà cosa, gli andò dietro fino a fermarsi davanti a una persona anziana, minuta e nervosa che non smetteva di sfoderare un indice ossuto nella sua direzione.
«Vi dico che è lui e quella è la mia nipotina! Restituiscimela, malfattore!»
Il vecchino era accanto a un carrello dove, sul relativo seggiolino, era appollaiata un’altra bambina che sembrava uguale alla sua Marta; stessi colori dei capelli e degli occhi, stesso ovale del viso, persino gli stessi vestiti.
«Ma scherza?» ebbe la prontezza di dire Augusto che non sapeva se fare la faccia seria o mettersi a ridere. «Questa è la mia bambina, Marta, cosa volete da me?»
Nel frattempo si era aggiunta la signorina degli oggetti smarriti, una responsabile di reparto e alcuni curiosi. Il vecchino non demordeva.
«Lei ha preso il mio carrello quando era al reparto del pane ed è scappato via; guardi! C’è ancora il mio pacchetto del pane in cassetta tra le sue cose.»
Augusto controllò subito nel carrello: il pacchetto che diceva quel tipo non c’era. Anche tutti gli astanti lo videro e rimasero delusi. Persino il vecchietto era senza parole. Ad Augusto invece vennero i sudori freddi. In effetti aveva tolto poco prima qualcosa dal suo carrello ritenendo di averlo preso per errore, anche se non si ricordava bene cosa fosse. Il dubbio dello scambio cominciò a insinuarsi nella mente. E mentre la gente attorno a lui si era messa a parlottare a gruppi osservò meglio la “sua” bambina alla ricerca di un qualche indizio che lo aiutasse. Non c’era dubbio: le due bambine sembravano l’una la fotocopia dell’altra. Incredibile!
Cominciò a pensare a cosa gli avrebbe detto la moglie al suo ritorno. Che aveva portato a casa la figlia di un altro perdendo la propria. Che era un incapace e che non ci si poteva fidare di lui. Il brutto è che avrebbe avuto ragione.
Lo stesso sguardo perso ora ce l’aveva però anche il vecchietto, che non era più sicuro di niente. Proprio in quell’istante stava considerando infatti che forse le scarpe che aveva quell’altra bambina non le aveva mai viste, mentre gli pareva di riconoscere proprio quelle blu indosso alla piccolina vicina a lui. Che pasticcio, che pasticcio.
In quel mentre arrivò la telefonata da Londra di Katia, la moglie di Augusto.
«Carissima!» esordì Augusto.
«Che c’è? Che hai? Hai un tono della voce strano! Oddio è successo qualcosa alla piccolina…?!?»
«Assolutamente no, cara, ma cosa dici, stiamo anzi facendo la spesa e tutto sta filando liscio che è una meraviglia…»
«Mah sarà… Hai messo la maglietta pesante alla bambina, quella rosa con le scimmiette sul davanti che ti ho lasciato sul letto? A lei piacciono tanto…»
Augusto controllò immediatamente se la “sua” bambina avesse avuto sotto il piumino proprio quella maglietta: poteva avergliela fatta indossare senza accorgersene; se fosse stato così sarebbe stato salvo. Invece no: era azzurrina con un pappagallino giallo e verde. Si sentì morire.
Poi si accorse che la “sua” bambina stava battendo le mani tutta contenta. Ed ebbe l’idea.
«Certo che gliel’ho messa, cara; infatti è felice…» disse Augusto.
Si avvicinò poi all’altra e le fece ascoltare la voce di Katia che, dall’altro capo del cellulare, non smetteva di parlare; la piccolina era del tutto indifferente. Si accostò poi subito dopo al suo carrello e mise il telefonino anche all’orecchio della “sua” Marta. E subito il volto di lei si accese in un sorriso: la bambina batteva forte le manine.
Ripeté un paio di volte il gesto di accostare e allontanare il telefonino dall’orecchio della figlia e lei reagiva festosa sempre allo stesso modo.
«Ma mi stai ad ascoltare sì o no?» sentì la moglie chiedere arrabbiata.
«Si, sì certo Tesoro, sei fantastica…» e chiuse bruscamente la telefonata.
Poi rivolgendosi ai presenti:
«Signori, è stato bello, ma mi avete fatto davvero perdere fin troppo tempo!»
E se ne andò via a finire la spesa.
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hat_gy

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barca«Hai fatto bene a insistere a tornare qui, Julia» disse il marito appoggiato leggermente con la schiena all’armadio. «Festeggiare il nostro decimo anniversario, venendo in questo stesso albergo dove abbiamo passato la luna di miele, è come rinnovare le nostre promesse…»
«Già» rispose lei indaffarata a svuotare le valigie e a riporre gli oggetti nei cassetti e nel bagno.
Lui tirò fuori il pacchetto delle sigarette e l’accendino.
«Se vuoi fumare, vai fuori per cortesia, lo sai che mi dà fastidio l’odore di fumo che ristagna nella stanza…»
«Sì sì, certo… Sai che ho già fame?» fece lui aprendo allegro la porta della terrazza e uscendo all’aperto.
Il blu scuro del mare gli venne incontro. La notte era senza luna e le luci chiare e regolari del pontile si stagliavano come gioielli nella prospettiva immensa distesa verso l’orizzonte. Le onde erano basse, distratte, disegnate all’acquerello e la risacca giungeva morbida all’orecchio come un ritornello dolcissimo. La spiaggia era selvatica, mal tenuta, a tratti dorata con impercettibili schegge di quarzo che riflettevano il bagliore intermittente che le stanze dell’albergo facevano spiovere sull’arenile.
«Vieni Julia, vieni a vedere… è bellissimo!»
«Finisco qui e vengo…»
In quell’angolo di costa cesellata dalla natura e dimenticata dagli uomini, la primavera era già arrivata. Era nell’aria tiepida, nonostante l’ora serale, ma anche nei profumi lievi che giungevano a cavallo di una brezza gentile; gli sembrava già di avvertire i sentori del gelsomino abbracciati a quelli del bergamotto. Sospirò. Non avrebbe voluto essere in nessun altro posto.
E all’improvviso tutte le luci sulla spiaggia si spensero.
«Julia è andata via la luce!»
«Ho visto, tornerà…»
Il buio era diventato ostile, denso, malmostoso. Era una cortina impenetrabile in ogni direzione. Il cielo stellato incombeva da ogni parte sul mare come se lo volesse toccare e cancellare con la propria bellezza. Un uccello della notte emise un verso stridulo che sembrava più una richiesta di aiuto che un richiamo d’amore.
Poi alcuni rumori provenienti dal mare, da leggeri e impercettibili, si fecero più presenti. In quella conca naturale i suoni si ingigantivano rimbalzando tra pietra e cespuglio, tra sogno e irrealtà. Era una barca, una grossa barca a motore. Si sentivano delle voci sia di persone che stavano raggiungendo la spiaggia da terra sia di chi già si trovava sulla barca. Il motore fu spento e si udì il frusciare delicato della prora che divideva l’acqua.
«Vieni Julia, corri… sta succedendo qualcosa di strano…»
Ora la barca aveva attraccato perché gli uomini si erano dati l’un l’altro la voce per spingerla con la chiglia sulla rena. E, dopo ancora, si udì un contenuto tramestìo, un sommesso sciacquìo, un’attività concitata e precisa, ordinata e rapida, scandita da un ritmo che solo qualcuno nel silenzio stava impartendo. Potevano essere dieci, quindici persone, ma tutte si muovevano secondo un copione mille altre volte provato, come se ci vedessero davvero e si conoscessero a occhi chiusi: non una voce di troppo, non un suono che non fosse inevitabile.
Trascorse probabilmente un quarto d’ora, non di più.
Le luci si riaccesero tutte allo stesso istante. Quelle del pontile, quelle delle sparute case avvinghiate alle colline, quelle dell’albergo. La luminosità discreta e soffusa si riappropriò della conca sfidando la notte.
Ma non c’era più nessuno sulla spiaggia. Non si notavano neppure orme né sulla sabbia né sulla battigia; come se nulla fosse accaduto.
«Julia… cosa ti sei persa… non ci crederai mai…» disse lui rientrando nella stanza.
«Julia? Julia?!? Dove sei?»


Leggi il seguito –> E poi cos’è successo? 

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Distorsioni

«Sei pronta? Dobbiamo andare. Il treno non aspetta!» disse lui prendendo dal piattino sul comò le chiavi e l’orologio.
«Sì, un attimo solo, caro: mi taglio le unghie dei piedi e sono pronta.»
«Le unghie dei piedi? Adesso?» chiese lui indispettito e controllando l’ora.
«Faccio in un attimo…»
«Non te le sei tagliate ieri, scusa? E poi non ci potevi pensare prima?»
«Sì sì caro, me le sono tagliate ieri… ma se nel frattempo fossero cresciute?»
«Stai scherzando? Andiamo che è tardi» fece lui risolutivo prendendola delicatamente per il braccio.

«Hai visto, caro?»
«Cosa?» chiese lui compulsando il telefonino.
«Il controllore… ha guardato prima il biglietto e poi le mie scarpe…»
«È una donna. Ha notato che sono belle, che c’è di male? Dovresti essere contenta…»
«Ma no! Non guardava le scarpe… o meglio sì, le guardava, ma si è accorta piuttosto delle mie unghie lunghe.»
«Maria, cosa dici, attraverso le scarpe? E poi le unghie abbiamo stabilito che sono corte, no? Che ti prende?»
«E se andassi alla toilette, per controllare meglio, solo per un attimo?»
«Non ti muovere di lì, Maria… piantala per favore: non possono essere cresciute nell’ultima ora…»
«Cosa mi costa dare un’occhiata? Caro…»
«E poi è pericoloso in treno, stiamo andando a 300 km/h: una vibrazione e ti infilzi con le forbici…»
«Dici?»
«Dico.»

«Mentre stavamo scendendo il controllore mi ha dato un’occhiata strana… prima a me e poi alle…»
«Sei proprio fissata, allora… smettila, ti ho detto!»
Lei sospirò, individuò dov’era l’uscita della stazione. Si sentì d’un tratto tutti gli anni che aveva.
«Ecco lo sapevo…» disse muovendosi.
«Cosa c’è ancora?» domandò lui controllando se la borsa che teneva per la maniglia era al suo posto.
«Cammino male…»
«Non sarà per via delle unghie lunghe dei piedi?»
«Ecco vedi, te ne sei accorto persino tu!»
«Ti sto solo prendendo in giro…»
«Sarà… ma se ora andassimo nella toilette di un bar… mi sono portata le forbicette da viaggio…»
«La giornata è lunga Maria, pensi di fare così fino a quando non torniamo domani sera?»
«Sì hai ragione… dopo tutto non possono essere così lunghe…»
«Non lo sono affatto, questa è la verità…»
«E se te le facessi vedere?»
«Non ho nessuna intenzione di vedere i tuoi piedi Maria in questo istante, proprio adesso poi che devo incontrare il Presidente… anzi devo proprio andare; ci vediamo al nostro solito bar, quando ho finito: ti chiamo sul cellulare fra un’ora o poco più…»

«Allora come stai?»
«Ci ho riflettuto bene su quello che mi hai detto oggi, caro…»
«E cioè?»
«Sul fatto che le unghie dei piedi non possono essermi cresciute così velocemente…»
«Meno male, cominciavo a impensierirmi…»
«Sì, ho esagerato; probabilmente sono solo un po’ insicura di me; lo sai… da quando…»
«Certo lo so, cara, non preoccuparti» fece lui osservandola con tenerezza. «Ora andiamo a prenderci un buon caffè; l’incontro è andato più che bene. Su, metti il cappello che prendi freddo in testa» le disse accarezzandola.
«Non posso…»
«…»
«Mi scivola via da un lato, ho già provato…»
«…»
«Non ti arrabbiare, caro, è da questa mattina… Mi si è rimpicciolita la testa…»

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