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Posts Tagged ‘coppia’

«Non è lei!» gli disse fissandolo negli occhi con voce rannuvolata.
Lui le restituì uno sguardo di sufficienza, interrompendo per un attimo la lettura della gazzetta.
«Ti dico che non è lei!» ripeté lei, arrabbiata, ma abbassando la voce per non farsi sentire.
«Ci risiamo con ‘sta storia, Emma: tua madre è solo un po’… svanita, ecco tutto» le disse il marito senza abbandonare l’espressione perplessa. «È l’età, che ci vuoi fare?»
«Ma no, che dici? Da quando l’ho portata a casa dall’ospedale è… come se fosse un’altra.»
«Appunto, cara… è la senilità, sarà peggiorata nel frattempo; ogni settimana che passa può essere determinante…» e mentre stava finendo la frase gettò un occhio verso l’anziana donna: era seduta davanti alla televisione, con la schiena ben ritta e appoggiata allo schienale della poltrona preferita; solo che il viso era rivolto oltre il bordo sinistro della TV, verso l’angolo vuoto della stanza. A lui parve più stranita del solito.
«Tu non capisci… o capisci solo quello che ti fa comodo…» fece lei con un tono che non faceva presagire nulla di buono. «Lei è molto più presente a se stessa di quello che sembra; si ricorda tutto, non dimentica nulla, è lucidissima, a parte le giornate come oggi… solo che fa le cose in modo diverso… leggermente diverso. Per esempio: l’altro giorno ha messo un paio di gambaletti di un colore che ha sempre odiato; li aveva comprati anni fa da un venditore di strada, giusto per dargli dei soldi, ma poi erano rimasti in fondo al cassetto in attesa di essere buttati via; oppure l’altro ieri… quando non ha voluto che l’aiutassi a lavarsi e ha deciso di farsi la doccia… da sola…» e calcò le ultime due parole con la voce.
Lui si era messo a sorridere cosa che fece ancor più indispettire la moglie.
«Guarda che la medicina ha fatto passi da gigante» obbiettò lui indicando la suocera con il pollice «e adesso ci sono terapie dagli effetti miracolosi» e fece per riprendere a leggere pensando di aver chiuso la questione.
«E questa è proprio una delle cose che non tornano… mia madre non prende più medicine… Le prendeva per la pressione, per il colesterolo, l’osteoporosi… e ora nulla; è uscita dall’ospedale senza nessuna prescrizione… E, che dire… è strana: è affettuosa ma affettata, è dolce ma stucchevole è… è lei, ma non è lei…»
«E allora, Emma, l’alternativa qual è?» chiese lui facendosi serio e riponendo il giornale da un lato perché tanto aveva capito che ci avrebbe dovuto rinunciare.
La moglie rimase in silenzio.
«L’alternativa…» incalzò lui cercando di trovare un argomento risolutivo che chiudesse l’incresciosa discussione «…è che si sono tenuti l’originale e ti hanno consegnato una copia. Capisci che è assurdo questo, vero?» sorridendo ancora tra sé e sé. «E inoltre che se ne possono fare di un originale di quasi novant’anni?»
La moglie sbuffò, scuotendo la testa. Aveva capito che da quel dialogo non ne avrebbe cavato nulla se non un’arrabbiatura. Poi anche lei guardò la madre: aveva un’aria così indifesa e provò pena per lei, sentendosi persino in colpa.
Il discorso però effettivamente cadde.
Il marito, con soddisfazione, riprese a leggere il quotidiano anche se la moglie lo aveva a quel punto incuriosito. Voleva anche lui accertarsi se c’era effettivamente qualcosa di diverso in sua suocera.
Le si avvicinò pian piano. Il viso di lei era assorto, come se stesse seguendo una trama complicata, anche se era rivolto senza alcun dubbio in direzione dell’angolo. Nel frattempo, la moglie era andata in cucina a preparare la cena; si sentiva un rumore confuso di pentole e stoviglie.
All’improvviso, sua suocera, come se si fosse svegliata, si girò verso di lui, con un’espressione furba e maliziosa e un non so che negli occhi vispi e attenti. Gli sorrise. Quindi, con un gesto solenne, portò l’indice, l’anulare e il mignolo della mano destra sulla sua guancia sinistra. Lui lo riconobbe. Era il saluto degli appartenenti alla Lega di Andromeda, come aveva letto su un libro di Asimov.
Fu solo un attimo. Poi l’anziana donna tornò nuovamente a fissare l’angolo della stanza.

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rosario«Cosa fai?»
Il marito era appena entrato in casa. La moglie era seduta in salotto con l’aria assorta. Sembrava non avere neppure sentito.
«Tutto bene?» chiese lui avvicinandosi.
«Mi è arrivata una lettera…» rispose lei sventolandola un poco. Il foglio di carta rilasciò nell’aria un suono da carta d’altri tempi.
«C’è davvero chi ancora scrive delle lettere?» chiese lui azzardando a sorridere. La faccia seria della moglie gli fece morire il sorriso sulle labbra.
«È di mia madre.»
«Come di tua madre? Ma se è morta dieci anni fa?»
Lei per tutta risposta gli allungò brusca la lettera. Lui la prese titubante come se fosse una lama tagliente. Iniziò a leggerla:

Come stai, piccina mia?
So che stai attraversando un brutto periodo. Ma non devi abbatterti, né deprimerti. La vita sa in un momento atterrarti e innalzarti con la stessa testarda indifferenza. Bisogna prenderla come viene, non c’è nient’altro da fare. E poi tu sei una donna forte, tenace, caparbia; lo so, perché tanto mi assomigli. Saprai anche questa volta trovare il modo per uscirne a testa alta. Hai un marito che ti adora e due figli meravigliosi…

L’uomo smise di leggere.
«Ma non è possibile, Tesoro… è uno scherzo di pessimo gusto… qualcuno del tuo ufficio sa della questione e ha voluto prenderti in giro… bei colleghi che hai!» commentò abbassando la mano con la lettera.
La moglie riprese in mano il foglio, questa volta delicatamente, come fosse una reliquia.
«È una lettera di mia madre, ti dico… è la sua scrittura, quella degli ultimi mesi; tremava un po’; guarda le “f” e le “t” e le “i” senza punto. È la sua scrittura, non ci sono dubbi, la conosco fin troppo bene. E poi in ufficio nessuno ne sa ancora nulla. Per adesso sono stata solo informata dalla Direzione centrale che mi ha dato ancora due giorni di tempo per decidere. No, non ne sanno davvero proprio nulla i miei. Mi avrebbero poi già tempestato di telefonate.»
Il marito si lasciò andare pesantemente sulla poltrona. Si era scordato che fino a pochi minuti prima di entrare in casa l’unica cosa che aveva desiderato era farsi una doccia. Era preoccupato. Non ci voleva che in quella situazione già così difficile ci si mettesse anche quella lettera fasulla. Avrebbe rinvangato un rapporto conflittuale e travagliato con devastanti sensi di colpa.
«Lo so cosa vuoi dire…» fece lei alzando nella sua direzione il palmo aperto della mano quasi volesse fermarlo. «Sono io la prima a rendermene conto. Certo, non dovrebbe essere possibile. Ma ci sono troppi particolari esatti in questa lettera. Un paio non li conosco neppure io. E sono anche parole giuste, che in qualche modo mi danno conforto, mi aiutano. E poi… e poi c’è questo…» disse lei inclinando la busta gialla da un lato e facendo scivolare in mano un oggetto.
«Cos’è?»
«È un rosario, il rosario della mamma…»
«Ma è un rosario qualunque che si può trovare facilmente anche su internet…» fece lui, pentendosi subito dopo di quello che aveva appena detto.
La moglie chinò il capo. Si mise ad accarezzare il rosario, seme dopo seme.
«Questo è il rosario di mia madre» fece lei in modo solenne, con un filo di voce. «È un rosario antico, introvabile. Lo aveva fatto un ebanista su commissione di mia madre e su suo disegno. Dietro alla croce, mia madre vi aveva fatto incidere le sue iniziali. Ed è il rosario che io stessa ho messo tra le sue mani prima di chiudere il feretro.»

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«Nora, sono a casa…» fece lui entrando nel corridoio e accompagnando dietro di sé la porta. Ripose le chiavi nel cestino all’ingresso e si inoltrò.
«Ciao» fece lei con una voce quasi canterina. «Sei tornato prima, che bello…»
«Sì, mi è saltato un appuntamento all’ultimo momento e sono riuscito a prendere il treno prima, al volo.»
«Sono proprio contenta, sarai comunque stanco…»
«Un po’, ma mi faccio una doccia e mi sentirò nuovo.»
«Certo, ti aspetto, così mi racconti la tua giornata.»

«Ecco… ora mi sento un altro» disse lui facendo ingresso nella sala e sedendosi in poltrona.
«Ti accendo la televisione?»
«No, non ancora…»
«Cosa vorresti mangiare questa sera?»
«Del sushi.»
«Ottima scelta.»
«Ti ho pensato tanto, oggi, sai?» disse lui con gli occhi che gli brillavano.
Lei non rispose. Si limitò a sorridere come fosse imbarazzata. Stette un po’ in silenzio alla ricerca delle parole giuste:
«Ma è naturale» fece dopo un po’: «ci conosciamo così da poco…»
Lui, quasi fosse una risposta, si alzò lentamente, andò in cucina e tirò fuori dal frigo una birra gelata. Rimase fermo per un attimo davanti alla portiera chiusa; quindi si voltò.
«Non è solo questo, Nora. Vedi, tu hai veramente riempito di senso la mia vita. Durante la giornata, nei momenti più inaspettati, quando ricevo un cliente o parlo con il capo e persino quando in ufficio mi lavo i denti, ripenso ai bei momenti passati insieme, a come mi fai sentire bene e a quanto mi senta appagato… Insomma sono davvero felice.»
«Non sarà semplicemente perché non ti senti più solo?» azzardò lei assumendo di nuovo quell’aria impacciata di prima.
«Sì, sì certo, perché no… il lavoro, il mio carattere… la mia… diciamo… ritrosia ad approcciare l’altro sesso… mi ha sempre portato a fare una vita solitaria…»
«Ecco, quindi rammentalo sempre, questo…»
«Rammentare? Rammentare cosa?» chiese lui accigliandosi e portandosi nel contempo il collo della bottiglietta di birra alla bocca.
«Ricordare che la tua vita prima di me era molto, come dire, emozionalmente carente, cosicché mi è stato molto facile cambiarla in meglio e…»
«Ecco, ci risiamo con questa solfa… non puoi smetterla per cortesia? Mi fai star male…»
«Mi spiace… sono davvero spiacente…» disse reclinando il capo.
L’uomo stava tracannando la birra ad ampi sorsi nervosi. Seguì attimo di silenzio denso e pesante.
«Lo sai…» continuò lei «…per legge sono tenuta a rappresentarti, ogni qualvolta si verificano modelli comportamentali simili, che… che… insomma si sono verificati molti suicidi per situazioni come queste… e la mia società non intende correre il rischio economico di una pubblicità tanto negativa… Era… era scritto a chiare lettere sul contratto che hai firmato e..»
«Lo so, lo so… ma non lo dire…»
«Certo che lo devo dire… Io sono solo un ologramma, non sono una persona vera. Sono a grandezza naturale, certo, tecnologicamente molto avanzata e davvero realistica, con un programma vocale e di contenuti di alto profilo, lo ammetto: l’illusione è perfetta. Ma sono e resto solo il prodotto di un algoritmo. Non esisto.»
Il silenzio si fece plumbeo. Si udì il rumore della monovia che sferragliava in lontananza sulla sopraelevata. Non si sentiva quasi mai, se non nelle giornate molto terse e quelle in cui il vento era a favore. Trascorse così un buon quarto d’ora. La bottiglietta di birra ora giaceva a terra, rovesciata, completamente vuota. Un po’ di liquido ambrato rifletteva la luce della piantana.
«Ce l’hai con me?» domandò lei quasi sussurrando. Seguirono attimi lunghissimi di pausa.
«Certo che no» fece l’uomo tirandosi su sulla poltrona. «Lo sai che non so tenerti il broncio. Ma a volte sei proprio insopportabile.»

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A scuola l’avevano presa di mira tutti. Angela, una ragazzina di quindici anni, era impacciata, timida, forse un po’ sovrappeso, e soprattutto non era in grado di difendersi. Erano i maschi che in particolare la torturavano, più che le sue coetanee. C’era qualcosa in lei che forse li metteva a disagio e l’unico modo per sottometterla era farla segno di scherzi stupidi e feroci.
Così Angela si era trovata un giorno lo zainetto pieno della sabbietta di Paco, il gatto dell’estroverso Luca, con tanto di bisognini dentro. Così Angela aveva trovato le tasche del suo giubbotto in jeans chiuse ermeticamente con la spillatrice del simpatico Tobia. Così Angela si era trovata il cappello di lana ricolmo di gomme masticate di fresco, raccolte diligentemente da tutta la classe.
Non c’era giorno che non le facessero un dispetto o che scorresse via senza che qualcuno non si inventasse qualcosa ai suoi danni; era diventato un passatempo divertente, insomma, da coltivare e tenere costantemente vivo. Tanto che la ragazzina cadde in depressione.
Ben presto non volle più andare a scuola: si chiuse a doppia mandata in camera sua e si mise a letto fingendosi malata; i suoi genitori non sapevano più cosa fare.
Poi, a una festa, Luca, Tobia e Carlo, dopo aver bevuto un po’, pensarono di farle uno scherzo ancora più crudele. Angela, lo sapevano tutti, aveva una cotta per Carlo, il bello della classe: e il terzetto pensò che, con la scusa che erano diversi giorni che la ragazzina non andava a scuola, Carlo l’avrebbe potuta chiamare per telefono per sentire come stava per poi invitarla a fare una passeggiata con lui. Angela sarebbe sicuramente andata in visibilio lasciandosi andare a gridolini e a sogni deliranti, mentre poi, sul più bello, le avrebbero rivelato che era tutto uno scherzo perché nessun ragazzo della terra, sano di mente, sarebbe mai uscito con un cesso simile. E ci avrebbero fatto sopra, a microfono aperto, delle sonore risate.
Ma sì, era una splendida idea. Allora era deciso.
Carlo, tra spinte e risatine degli altri due, la chiamò. Dapprima lei stava sulle sue non potendo credere che proprio il suo ‘mito’ le stesse telefonando; ma poi si lasciò andare cominciando a chiacchierare del più e del meno, fino a quando al momento giusto, aizzato dagli altri, Carlo la invitò a uscire. E poi successe quello che nessuno aveva previsto. Anziché i gridolini e chissà cos’altro, Angela si mise a piangere. A dirotto. Prima di un pianto silenzioso, sottomesso, dolente e poi con singhiozzi irrefrenabili fino a quando lei non riuscì a confessargli di essere una nullità, che non se lo sarebbe proprio meritata la sua compagnia e che non avrebbe mai potuto accettare perché il suo mondo era finito e privo di senso. Luca e Tobia, che ascoltavano in viva voce, stavano per spiattellarle che era tutta una burla, per riderne a crepapelle, quando Angela interruppe improvvisamente la comunicazione riattaccando.
«È stato comunque divertente…» disse Luca dopo qualche attimo sforzandosi di ridere.
«Eccome!» aveva risposto Carlo, serio serio.
Ma qualcosa invece si era rotto dentro di lui. Quello di Angela era un pianto disperato, profondo, tanto sincero quanto terribile. Si era sentito per la prima volta sgradevolmente solo e indifeso al centro dell’universo, senza vie di uscita. Più cercava di non pensarci e più ci pensava.
E così il giorno in cui lui le aveva detto che sarebbe andata a casa a prenderla per fare un giro, ci andò davvero. Non sapeva perché, ma era la scelta giusta. Rimase però in strada, davanti alla porta ad aspettarla, senza suonare, senza dir nulla, immobile come una pianta: la vedeva mentre lei lo guardava dalla finestra.
Trascorsero diversi minuti, forse mezz’ora, poi lei si preparò e uscì.
Aveva un bel vestito, era senza occhiali, i capelli a posto. Era anche dimagrita. Sembrava un’altra persona.
Era il 1990. Il 5 aprile 1990.
Ora, lei e Carlo, sono ancora felicemente sposati e vivono a Lughi con i loro tre figli. Angela è una bellissima donna, sicura di sé, che ha ritrovato nella vita ogni senso perduto.

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«Cosa è stato questo rumore?» chiese la moglie sussultando.
«Non lo so, Bonnie, non lo so» le disse lui cercando di nascondere la propria agitazione. «Deve essere il vento.»
«Vai a vedere, ti prego…» implorò lei guardando la bambina di dieci mesi che dormiva serena nella culla.
«Lo sai che non è possibile uscire, è vietato» rispose lui perentorio.
«Ma è notte, chi ti vede a quest’ora?»
«Hanno messo in campo i droni militari, se ti beccano finisci dritto dritto ad Attica…»
«Addirittura?»
«Sì, non è più il momento di scherzare… Comunque, in questo bunker siamo al sicuro. Abbiamo da mangiare e bere a sufficienza per un bel po’ ed è impossibile entrare qui dentro. Che ci importa di qualche rumore là fuori?»
In quel mentre, tutto il bunker in cemento si mosse avanti e indietro come fosse stata una scatola di cerini nelle mani di un gigante. Karl si precipitò alla feritoia del lato nord. Il buio era totale. Non c’era neppure la luna e l’alba era ancora lontana.
«Cos’è stato, Karl?»
«Una scossa di terremoto… Bonnie. Stai tranquilla.»
«Ne sei sicuro? Non è zona di terremoti, questa.»
L’uomo andò alle altre feritoie. Si pentì di non aver sistemato un impianto di illuminazione esterno prima di barricarsi lì dentro con la famiglia. Ora non avrebbe avuto quella sensazione claustrofobica di impotenza.
«Vedi niente?» fece la moglie.
«Non c’è nulla… è tutto calmo» disse lui sforzandosi di apparire credibile.
Passò una decina di minuti e il bunker si scrollò di nuovo per diversi interminabili secondi. Qualunque cosa fosse a muoverlo era di una forza inaudita.
«Cosa sta succedendo, Karl?» fece lei addossandosi al muro con la testa tra le mani. Sul tetto si sentiva rovistare rumorosamente, come se qualcuno stesse trascinando qualcosa di pesante. L’uomo andò nello sgabuzzino e afferrò il fucile. Lo caricò.
«Cosa pensi di fare?»
«Vado a dare un’occhiata.»
«Tu non vai da nessuna parte. Ho paura, Karl. Hai ragione tu, siamo più sicuri se rimaniamo barricati qui dentro.»
Non aveva fatto in tempo a finire di parlare che il bunker fu scosso ancora una volta così violentemente che entrambi caddero per terra. La luce all’interno si spense e la piccolina si svegliò mettendosi a strillare. Un colpo sordo si abbatté sulla porta, poi un secondo e poi un altro ancora. Qualcuno stava cercando di entrare. Bonnie andò a calmare la figlia mentre Karl si piazzò davanti alla porta con il fucile tra le mani. Si accorse che stava tremando. Un’altra scossa più violenta delle altre staccò dal muro la scaffalatura in ferro della dispensa che gli cadde addosso. Bonnie si mise a urlare.
«Karl! Karl!» Lui però non rispose. «Karl! Kaaaarl!» urlò ancora lei cercando nel buio di sollevare i ripiani.
I tonfi alla porta si fecero più forti. All’interno del bunker creavano un rimbombo spaventoso. La bambina urlava a pieni polmoni.
«Karl, ti prego, Karl… aiutami.»
Poi delle luci in lontananza si misero a ballare attraverso le feritoie sul pavimento. Sembravano delle stelle ma Bonnie si accorse subito che stavano diventando sempre più grandi.
«Karl! Ti prego, alzati… guarda… i droni. Avevi ragione tu.»
Il rumore alla porta all’improvviso cessò. Alla donna parve di vedere delle figure scure scendere disordinatamente dal tetto.
Trascorsero lentamente diverse ore. A fatica la donna era riuscita a liberare il marito. Era rinvenuto, ma Il braccio era rotto.
All’alba la donna ebbe il coraggio di uscire. Sulla porta spessa di cemento del bunker c’erano dei larghi tagli come fossero stati praticati da un coltello su una torta. C’erano anche larghi buchi un po’ dappertutto sul terreno circostante e un odore pesante nell’aria: un misto di selvatico, di piombo e di combustibile bruciato.
Guardò la bimba che aveva al collo: ora sembrava tranquilla.
Karl apparve sulla soglia del bunker dietro di lei. Si teneva il braccio destro con l’altro; un lungo taglio gli divideva in due la tempia.
«Dobbiamo andare via di qui, Bonnie. Non siamo più al sicuro. Anche se non so come faremo.»
Lei guardò il deserto davanti a lei, mentre alcuni tumbleweed rotolavano senza meta. Annuì nel vento e rientrò.

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