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Posts Tagged ‘coppia’

Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
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dietro il racconto
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Melissa osservava il marito: se ne stava accanto a lei facendosi condurre docilmente dal carrello; complice un’altezza ragguardevole e una magrezza sospetta (se non si fosse conosciuta la storia di quell’uomo) sembrava come al solito del tutto scollegato dalla realtà con la testa in un’altra dimensione. I capelli sottili, tendenti chissà perché all’azzurrino, erano arruffati più del solito, ribelli a qualsiasi disciplina che un pettine potesse assicurare, mettevano in evidenza gli occhi mobili e penetranti che guardavano senza vedere. Avrebbe potuto essere ovunque: sulla cima di un grattacielo in bilico su un’antenna, seduto in fondo all’oceano o proprio lì a far la spesa con lei.
Melissa non era mai riuscita a spiegarsi perché lo avesse sempre amato e continuasse ad amarlo come fosse il primo giorno. Forse per quella sua aria così indifesa, implume, per quella sua dolcezza pasticciona con cui riusciva a metterla al centro del proprio mondo, qualunque esso fosse.
«Però così non mi aiuti» sbottò a un certo punto lei impuntandosi nella corsia dei casalinghi. Lui, che si era sentito strattonare, diresse lo sguardo verso la donna senza riconoscerla.
«Non ho capito» fece subito dopo, riprendendosi.
«Ti sto dicendo che così non mi aiuti… pensi ai fatti tuoi… e così ci metteremo un sacco di tempo» fece lei cercando di fare il broncio senza riuscirci.
«No, affatto» cercò di smarcarsi. «È che non hai bisogno di me: te la stai cavando benissimo, tant’è che fino adesso non mi hai chiesto nulla…»
«Ah sì? Allora eccoti, sapientone, una precisa e chiara richiesta di aiuto: non riesco a trovare la candeggina… sono dieci minuti che giriamo a vuoto, non so se te ne sei accorto. È che in questo iper, a sistemare le cose sugli scaffali, sembra sia stato un burlone ubriaco.»
«Candeggina? Candeggina?» ripeté lui guardando un soffitto molto lontano intersecato da tubi di aspirazione, sensori antincendio e macchinari che sfidavano la gravità. «È alla corsia 34, di là, in quella direzione.»
Melissa non sapeva se ridere o preoccuparsi. La corsia 34 era poco distante. Ci arrivarono in un attimo e subito vide davanti a sé un intero bancone di confezioni di candeggina. Si aspettava che Carlo le dicesse ‘hai visto?’ ma era invece di nuovo sprofondato nei suoi pensieri. Afferrò una bottiglietta di quello meno caro e la posò piano piano nel carrello come per non disturbare il marito.
«E vediamo, allora,… il pane in cassetta dove lo potrei trovare?» chiese lei, appena dopo qualche minuto, a mo’ di sfida.
Lui guardò in basso, in direzione del punto dove aveva sentito giungere la voce. Metabolizzò la domanda della moglie anche se in ritardo. Ci pensò qualche secondo e poi disse:
«Pane in cassetta? Alla corsia 22, dove l’hanno messa da qualche giorno dopo aver risistemato la zona dei freschi che occupa adesso la zona sud. Il nuovo direttore ha voluto così» fece abbozzando un sorriso e allargando le braccia come per dire: ‘non è colpa mia!
Melissa che fino a quel momento aveva creduto che quella di prima fosse stata solo una botta di fortuna accelerò il passo verso la corsia 22. Avrebbe tanto voluto che il pane in cassetta non fosse affatto là. Invece, come poté constatare con grande meraviglia, si trovava proprio in quel posto, insieme a tutti i tipi di pane, da quello salato a quello sciocco, da quello sfuso a quello imbustato. «Ma come caspita…» fece lei squadrando il marito da capo a piedi. «Come fai ad avere tutte queste informazioni?»
«Non saprei… ascolto, capto qua e là, memorizzo…» fece lui come per scusarsi.
Melissa scosse la testa. La spesa era finita. Si diressero verso la linea delle casse.
«No, non andare dalla Lucia» disse d’improvviso lui «è appena rientrata da un periodo di congedo. Poverina, l’ha lasciata il fidanzato a pochi mesi dal matrimonio ed è molto depressa. Ma è anche parecchio lenta. Vai lì dalla Paolina, piuttosto, che l’hanno assunta da poco, anche se con una raccomandazione: è giovane, molto volenterosa, rapida e precisa.»
«Ma dai, Carlo, com’è possibile che tu sappia tutte queste cose…? Dimmelo, dov’è il trucco?»
«Ti ho detto che non lo so, Melissa. E poi perché non dovrei saperle, scusa?»
«Perché abitiamo a più di mille chilometri di qui e in questo iper ci siamo entrati solo per caso.»
«Ah sì?»

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Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

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Non so come fosse potuto accadere ma era successo; era stato qualcosa di ineluttabile, di invincibile, di definitivo. Lei era lì, nel baratro, appena appesa al mio braccio. Era scivolata sul pietrisco e in un attimo, nel tempo che una goccia di pioggia ci mette a trovare un varco tra due nubi, era caduta; l’avevo afferrata con un gesto spontaneo e la presa salda a un arbusto con le radici accartocciate alla roccia; e adesso lei penzolava inerme, senza forma, guardandomi silenziosa come se fossi stato io quello in difficoltà e stesse pensando a come tirarmi fuori da quel guaio.
Intanto stracci di nuvole, passate attraverso un setaccio rotto, passavano a branchi sotto di noi. Ci facevano capire quanto fossimo in cima, fuori da qualunque sentiero battuto o malga abitata.
Poi lei fece una cosa che non mi aspettavo. Sorrise.
«Perché sorridi, tesoro?»
«Perché è finita, amore mio, non c’è più nulla che possiamo fare…»
Scossi la testa senza riuscire a replicare. Pensai a quanto mi sarebbe piaciuto avere avuto da lei una bambina che tanto le somigliasse e avesse avuto quel piglio di sfida verso la vita.
«… e ho realizzato all’improvviso quanto ti amo e quanto ti ho amato; ho vissuto proprio bene accanto a te e adesso posso morire contenta.»
Non riuscivo a darle una parola di conforto. Non in quel momento. Feci solo un grande sforzo per tirarla su, ma lei era troppo in basso e la roccia su cui mi trovavo troppo sottile e protesa verso il precipizio perché, dondolandosi, potesse metterci un piede.
Urlai, chiedendo aiuto; sembrava lo chiedessi al sole pallido che, dopo aver indugiato per tutto il giorno nel cielo opaco, ora stava scendendo lentamente in un punto preciso al di là dai monti. È strano urlare in montagna a quella quota, pensai. Si ha ancor più la sensazione dell’immenso, dell’isolamento, della vertigine.
Ogni tanto lei guardava giù come per abituarsi allo strapiombo. Poi mi disse:
«Non ti angustiare, amore mio. È accaduto. Non doveva, ma è accaduto. Giurami che ti rifarai una famiglia. Finalmente potrai avere quei figli che non sono riuscita a darti e che ti saresti meritato. Sei un uomo meraviglioso e sono stata fortunata di poterti conoscere. Troverai presto un’altra donna che sarà pazza di te. Non dirle però come sono morta, ti prego. Non ci farei bella figura. Sarà il nostro piccolo segreto…»
Urlai ancora, più forte di prima. Un falco pellegrino, come se mi avesse sentito, sbucò dal profilo grigio della montagna e per un lungo tratto di cielo venne nella nostra direzione con le ali gonfie di vento. Gettò il suo verso acuto alle cime di neve senza ottenere risposta per poi buttarsi a capofitto in direzione dei calanchi che biancheggiavano più in basso.
La mano destra era serrata attorno all’arbusto ma il braccio sinistro cominciava a intorpidirsi e le dita a diventare scure.
«Coraggio, amore mio, ancora poco e ci potremo lasciare» mi mormorò sentendo che la presa si stava aprendo. «Non voglio portarmi dietro il tuo viso imbronciato, però. Regalami il tuo sorriso.»
Un forte colpo di vento, mi sorprese tanto che lei si mise a oscillare paurosamente. Nella fatica di tenerla un dolore lancinante mi infuocò la schiena e un crampo alla gamba d’appoggio me la fece piegare. Ero allo stremo.
«Vorrei poterti dare un ultimo bacio…» mi fece ancora lei con un’infinita tristezza negli occhi.
Urlai per la terza volta, con tutta la voce che mi era rimasta nell’anima; non mi riconobbi neppure e mi spaventai. Quella solitudine che sempre avevamo chiesto al mondo per la nostra protezione ora ci si rivoltava contro. Avevo voglia di piangere, di disperarmi, di svegliarmi da quell’incubo.
Poi, a un certo punto, una calma irreale mi allagò il cuore. Lei stava scivolando verso la morte e io ero diventato tranquillo come se ogni cosa avesse acquistato un senso.
«Guardami» le feci e lei mi guardò. E subito capì.
«Non lo fare…» riuscì soltanto a dirmi.
«E invece sì: è solo l’ultimo viaggio da fare assieme» le risposi e finalmente le sorrisi. E staccai la mano dall’arbusto abbandonandomi nel vuoto accanto a lei.
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hat_gy
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«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

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Dormiva male. Si rigirava nel letto per cercare una posizione che non avrebbe mai trovato; si fermava ogni tanto a bere dalla bottiglietta d’acqua sul comodino per tentare di togliersi quella sensazione di stopposità che aveva in gola e quindi ricominciava. Si svegliò che era l’alba. La sagoma addormentata della moglie era accanto a lui. Si tirò su nel letto, la testa appoggiata al muro. Faceva caldo, era tutto sudato. Sì, c’era qualcosa che non andava: l’aria era greve, stagnante, non riusciva a dilatare i polmoni. Persino il silenzio che di notte avvolgeva la casa come un piumino, era come lacerato, meno compatto del solito.
La stanza! pensò, ecco, forse era la stanza: non la riconosceva. No, non poteva aver sbagliato casa, se accanto a lui c’era la moglie. Che fosse una camera d’albergo? Si sforzò di ricordarsi se fossero partiti. No, non era possibile: erano almeno tre o quattro anni da quando era andato in pensione, che non si muovevano dal paese.
Cercò al buio le pantofole e andò in bagno: la vescica era così dilatata da fargli male.
Non osava guardarsi allo specchio. Le palpebre parzialmente socchiuse facevano barriera alla luce del mattino che saturava il colore delle maioliche. Si sforzò di guardare fuori per riprendere il contatto con la realtà. Sgranò gli occhi: le montagne! Non c’erano più le montagne! Ecco cosa era successo nella notte! Le montagne si erano ritirate; forse erano rientrate nella terra o erano arretrate verso nord in una sorta di bassa marea delle rocce. Aveva letto di qualcosa di simile, da qualche parte, ma era accaduto milioni di anni fa prima ancora che i dinosauri si estinguessero e certamente non poteva essere successo tutto in poche ore e senza che lui se ne accorgesse. Bradisismo! Ecco, come si chiamava quel fenomeno strano della terra che sprofonda; forse si era trattato proprio di bradisismo repentino.
Cercò febbrilmente sulle principali testate on-line se si fosse verificato nel mondo un fenomeno simile. No. Nulla. Solo le solite notizie, i soliti scandali, la solita crisi della crisi nella crisi.
Non restava che chiederlo a lei.
«Ada, Tesoro mio…» le disse scuotendola dolcemente sotto le lenzuola. «Ada, Aduccia cara…»
La moglie dopo un poco mugolò e si girò dall’altra parte.
«Ada, per carità, svegliati, è successa una cosa terribile…»
«Cosa c’è, Pino?» chiese lei calma, con un filo di voce e senza neppure aprire gli occhi.
«Le montagne, le montagne…»
«Quali montagne?»
«Come quali montagne? Le ‘nostre’ montagne… sono sparite, dissolte, svanite!»
Si sentirono sopra il tetto i versi concitati di due gabbiani che sembravano litigare tra loro; poi il passaggio veloce di una vettura lontana su un tombino sbilenco e forse l’abbaiare di un cane.
«Non ti ricordi, caro?» disse lei muovendo appena le labbra. «Abbiamo traslocato un mese fa, e siamo venuti qui al mare, per stare più vicini a nostra figlia che ci ha regalato un bellissimo nipotino…»
«…»
«Su, adesso fai il bravo… e vieni a letto che è ancora presto.»
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batacchioAvrebbe raccontato la sua vita. L’aveva sempre saputo che era quello l’argomento che, per avere successo, avrebbe dovuto trattare prima di altri in un libro; aveva cercato tuttavia di evitare un simile coinvolgimento perché scrivere di sé avrebbe comportato anche giudicarsi, oggettivamente, ripensando in modo critico al proprio passato: il che poteva risultare anche non troppo piacevole. Ma ora Mario aveva sessant’anni. Era un uomo arrivato, con una forte personalità e un disincanto verso di sé e gli altri da fargli credere, a ragione o a torto, che in realtà non avrebbe avuto nulla da temere. Anzi no, era sicuro: gli avrebbe fatto bene.
Così cominciò dapprima con un capitolo generico, introduttivo, richiamando quei principi etici cui si era sempre ispirato e poi via via, partendo dal racconto dell’infanzia, risalì alla gioventù, agli anni della maturità, a quella delle grandi scelte. Era soddisfatto. Si profilava come un romanzo di grande respiro, penetrante, liberatorio, per nulla indulgente. Anche se per ora aveva trovato l’artificio narrativo di usare la terza persona.
Poi una mattina cominciò ad accorgersi che in casa mancavano diversi oggetti. Una prima volta non trovò una maglia di quando aveva intrapreso da ragazzo l’avventura del calciatore dilettante, un’altra volta risultò sparita una cartina antica che aveva comprato a Londra dopo il diploma, un’altra ancora il suo set completo di canne da pesca. Era diverso tempo che Anna, la moglie, aveva ripromesso un ‘bel ripulisti’ di vecchie cose sue che ‘prendevano solo polvere‘, ma non poteva credere che dalle minacce fosse passata ai fatti.
Fu immancabile un furioso litigio all’inizio del quale lui accusava lei di non rispettarlo come uomo e come marito e la moglie che negava di aver buttato via alcunché; alla fine c’era solo lei che rimproverava lui, insieme a molte altre cose, del perché il rinfresco del loro matrimonio fosse stato così misero rispetto a quello delle sue amiche, poco importando fossero passati trent’anni.
Qualche settimana dopo, Anna, uscita di casa per andarsene a lavorare, tornò appena dopo cinque minuti, la faccia pallidissima. Se ne stava nella luce della porta guardando il marito senza fiatare.
«Per l’amor del cielo, Anna, parla! Cos’è successo?» chiese lui preoccupato.
«Hanno rubato la macchina! Nonostante sia più vecchia di me!» fece lei tutto d’un fiato.
E così avevano a che fare con un ladro seriale. Non c’era dubbio. Un ladro strano, per la verità, selettivo e pervicace. Rubava ricordi, solo ricordi: i suoi. La polizia, dal suo canto, com’era prevedibile, non li prese neppure in considerazione.
Anna, per tutta risposta, liberò il ripostiglio delle scope, fece montare una porta blindata e nello stanzino stipò tutto quello che secondo lei era prezioso. Compreso il fazzoletto della prima comunione con cui aveva toccato l’ostia consacrata, il tappetino di plastica della sua prima macchina e un orecchino superstite, regalo di quell’Altro, che se lo avesse sposato come le aveva raccomandato quella santa donna di sua madre, che riposi in pace, ‘ora avrebbe fatto la Signora’.
Poi lui capì. Non poteva essere altrimenti.
C’era il gatto della moglie che gli si era sdraiato, come al solito, sopra la tastiera del computer: fece alcuni tentativi per convincerlo a spostarsi. Poi riempì la ciotola di croccantini e il gatto, indolente, scese dal tavolo. Fu così che al romanzo aggiunse un paio di pagine proprio su quel gatto, di quanto fosse irritante averne uno da accudire tutti i santi giorni quando ti dimostra ostentatamente solo indifferenza e ostilità. Poche righe intense, insomma, asciutte, ma ben scritte. E, come immaginava, per qualche motivo imperscrutabile, il gatto sparì.

«Mario??? Deve sei?», fece la moglie appena alzata dal letto. «È domenica, non ti sembra esagerato lavorare anche la domenica mattina? Ma dove sei?»
Giunta nello studio trovò la luce della lampada da tavolo accesa, il monitor del computer illuminato. ‘Lo Scrittore non deve essere lontano’, pensò.
Allungò il collo sul display e lesse:

«Devo dire che al termine di questo romanzo mi pare la scelta più giusta. Preferisco infatti scegliere di stare di qua in un mondo fatto di ricordi e momenti felici, piuttosto che in una vita scialba che non mi assomiglia più. Sì, lo scrivo, qui, ora, anche se cosa vorrà dire. Succederà come per la maglia, la macchina e finanche il gatto che, sia ben chiaro, m’ingegnerò a rispedire di qua.
Ebbene sì, il personaggio di cui si parla nel libro sono proprio io.
Addio.
»

La moglie scossa la testa più volte. Fece un passo indietro e schiacciò con le pantofole dei croccantini.
«Ma Mario, cos’hai fatto? Possibile che tu debba essere sempre così sciatto? Mario! Ma dove sei? Marioooo…»

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