Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘coppia’

Distorsioni

«Sei pronta? Dobbiamo andare. Il treno non aspetta!» disse lui prendendo dal piattino sul comò le chiavi e l’orologio.
«Sì, un attimo solo, caro: mi taglio le unghie dei piedi e sono pronta.»
«Le unghie dei piedi? Adesso?» chiese lui indispettito e controllando l’ora.
«Faccio in un attimo…»
«Non te le sei tagliate ieri, scusa? E poi non ci potevi pensare prima?»
«Sì sì caro, me le sono tagliate ieri… ma se nel frattempo fossero cresciute?»
«Stai scherzando? Andiamo che è tardi» fece lui risolutivo prendendola delicatamente per il braccio.

«Hai visto, caro?»
«Cosa?» chiese lui compulsando il telefonino.
«Il controllore… ha guardato prima il biglietto e poi le mie scarpe…»
«È una donna. Ha notato che sono belle, che c’è di male? Dovresti essere contenta…»
«Ma no! Non guardava le scarpe… o meglio sì, le guardava, ma si è accorta piuttosto delle mie unghie lunghe.»
«Maria, cosa dici, attraverso le scarpe? E poi le unghie abbiamo stabilito che sono corte, no? Che ti prende?»
«E se andassi alla toilette, per controllare meglio, solo per un attimo?»
«Non ti muovere di lì, Maria… piantala per favore: non possono essere cresciute nell’ultima ora…»
«Cosa mi costa dare un’occhiata? Caro…»
«E poi è pericoloso in treno, stiamo andando a 300 km/h: una vibrazione e ti infilzi con le forbici…»
«Dici?»
«Dico.»

«Mentre stavamo scendendo il controllore mi ha dato un’occhiata strana… prima a me e poi alle…»
«Sei proprio fissata, allora… smettila, ti ho detto!»
Lei sospirò, individuò dov’era l’uscita della stazione. Si sentì d’un tratto tutti gli anni che aveva.
«Ecco lo sapevo…» disse muovendosi.
«Cosa c’è ancora?» domandò lui controllando se la borsa che teneva per la maniglia era al suo posto.
«Cammino male…»
«Non sarà per via delle unghie lunghe dei piedi?»
«Ecco vedi, te ne sei accorto persino tu!»
«Ti sto solo prendendo in giro…»
«Sarà… ma se ora andassimo nella toilette di un bar… mi sono portata le forbicette da viaggio…»
«La giornata è lunga Maria, pensi di fare così fino a quando non torniamo domani sera?»
«Sì hai ragione… dopo tutto non possono essere così lunghe…»
«Non lo sono affatto, questa è la verità…»
«E se te le facessi vedere?»
«Non ho nessuna intenzione di vedere i tuoi piedi Maria in questo istante, proprio adesso poi che devo incontrare il Presidente… anzi devo proprio andare; ci vediamo al nostro solito bar, quando ho finito: ti chiamo sul cellulare fra un’ora o poco più…»

«Allora come stai?»
«Ci ho riflettuto bene su quello che mi hai detto oggi, caro…»
«E cioè?»
«Sul fatto che le unghie dei piedi non possono essermi cresciute così velocemente…»
«Meno male, cominciavo a impensierirmi…»
«Sì, ho esagerato; probabilmente sono solo un po’ insicura di me; lo sai… da quando…»
«Certo lo so, cara, non preoccuparti» fece lui osservandola con tenerezza. «Ora andiamo a prenderci un buon caffè; l’incontro è andato più che bene. Su, metti il cappello che prendi freddo in testa» le disse accarezzandola.
«Non posso…»
«…»
«Mi scivola via da un lato, ho già provato…»
«…»
«Non ti arrabbiare, caro, è da questa mattina… Mi si è rimpicciolita la testa…»

Read Full Post »

Quando la bambina nacque lui era davvero felice. Non solo perché non assomigliava a lui e agli altri figli, ma anche perché era una deliziosa femminuccia e dopo tanti maschi ne aveva tanto desiderato una.
Occhibelli’, gli venne subito da dire appena la vide.
«Sono tutti belli gli occhi dei neonati, caro» gli disse Alheit, la moglie sfinita dal parto mentre si coccolava la piccola.
«Sei preoccupata, tesoro?» le chiese lui accarezzandola.
«Sì, un po’… mi domandavo se i fratelli la accetteranno… lei che è… che è…»
«Che è “normale”? È questo che vuoi dire?» Lei non rispose.
Lui infatti era un nano Mojûk dei Boschi Bigi, forte e possente come un ceppo di quercia secolare, mentre lei era una bellissima ragazza bionda, minuta, dagli occhi azzurri e alta come un capriolo adulto. Si erano piaciuti subito, nonostante le differenze fisiche, e avevano deciso di mettere su una numerosa famiglia. Tutti i figli avevano preso da lui, tranne Occhibelli che prometteva di diventare una copia ancor più deliziosa della madre.
«Quando torneremo ai Boschi… glielo spiegheremo. Del resto hanno sempre te sotto gli occhi…» fece lui provando a sorridere.
«Vedremo» rispose Alheit con l’aria triste.
Rimasero ancora qualche giorno nella Baita Esterna dove avevano preferito rifugiarsi dagli occhi indiscreti dei figli durante il lungo travaglio. Ma più il tempo passava, più Mojûk si chiedeva perché mai dopo, tanti figli maschi nani, era nata una figlia femmina e per giunta “normale”. E ciò che meno lo persuadeva erano i lineamenti della bambina. Per quanto la moglie fosse di bell’aspetto, era pur sempre una popolana; e allora da chi Occhibelli aveva preso quel profilo nobile, la fronte spaziosa, gli zigomi alti?
Così, quando un mese dopo, partirono per tornare ai Boschi Bigi, lui volle passare dal Lago Profondo. Avrebbero allungato un po’ il percorso, ma lui disse che ne valeva la pena in quanto ci teneva a bagnare il capo della piccola in quelle acque sacre e incontaminate.
Così arrivarono al Lago e giunti alla riva, mentre la madre si specchiava con la neonata, lui gettò un sasso nell’acqua. Era uno dei tre sassi che gli aveva dato il padre poco prima di morire. Sassi dai poteri ancestrali, aveva ammonito, che, gettati nelle acque di quel Lago, gli avrebbero fatto conoscere la Verità.
Del resto il primo sasso Mojûk lo aveva utilizzato tanti anni prima per sapere se i Boschi Bigi, dove si sarebbe ritirato con la moglie appena sposata, avrebbero dato loro da vivere; e la risposta fu sì che la famiglia sarebbe stata numerosa e avrebbe trovato, così come fu, addirittura una miniera abbandonata da cui trarre sostentamento.
Un secondo sasso lo aveva gettato due anni avanti per sapere invece se sarebbe sopravvissuto alle profonde ferite infertegli da un cinghiale; e il Lago rispose che sì, non sarebbe morto per quelle, ma anni dopo, perché pazzo di dolore.
E ora era il momento di sapere nuovamente la verità, l’ultima si disse, e cioè se Occhibelli era davvero figlia sua.
Il sasso affondò quasi senza increspare l’acqua. E quando la superficie si ricompose vide che il volto della bimba, mutato all’improvviso e per un attimo, non era il suo; era quello di un uomo bellissimo dai lineamenti principeschi. Un altro uomo, insomma. Si accorse della trasformazione anche la moglie che, dopo aver incrociato lo sguardo perduto del marito, gridando, si mise a correre con la bambina in braccio.
Mojûk avrebbe voluto inseguirla per farsi spiegare perché lo avesse tradito ma non riusciva a muoversi. I suoi piedi parevano penetrati per chilometri nella terra come radici inestricabili. Quando riuscì finalmente a camminare la moglie era già sparita. Era infatti riuscita a raggiungere Monte Tausendadler su cui si inerpicò per giorni alla ricerca di un rifugio sicuro. Poi una mattina finalmente trovò un antro. Era sufficientemente lontano da sentirsi al sicuro. Da lassù poteva scorgere persino i Boschi Bigi, dove forse non avrebbe avuto mai più il coraggio di tornare. Si addormentò spossata, con la figlia tra le braccia che riposava serena.
Durante la notte si svegliò all’improvviso per un rumore. Possibile che il marito l’avesse già trovata? E invece era un’aquila; fece appena in tempo a vederla portar via la figlia senza riuscire a fermarla.

Mojûk, come gli aveva predetto il Lago sacro, impazzì di dolore per aver perso la moglie e la gioia di vivere. Avrebbe voluto spiegare ad Alheit che avrebbe voluto bene anche alla bambina purché lei non lo lasciasse. Ma Alheit non lo seppe mai perché trascorse tutta la vita a cercare vanamente la piccola di nido d’aquila in nido d’aquila in un territorio impervio di venti leghe quadrate.
Non trovò più la bambina in quanto l’aquila in realtà l’aveva subito trasportata al Castello di Heltz posandola tra le braccia della Baronessa Pallida che tanto avrebbe desiderato la figlia che la Vita le aveva sempre negato.
Così la neonata, dalla carnagione candida come la neve, crebbe tra gli agi e gli sfarzi di corte, ben voluta anche dal Barone Johann Von Hochnaussen che in cuor suo voleva farsi perdonare di aver messo incinta quella popolana incontrata durante una battuta di caccia e sparita in circostanze misteriose.

Molti anni dopo, Occhibelli, diventata una donna meravigliosa, per sfuggire a un cacciatore che aveva avuto l’incarico dalla matrigna di ucciderla perché troppo bella, si rifugiò nella casa abitata da coloro che non avrebbe mai saputo essere i suoi sette fratellastri.

Read Full Post »

Paulo abbassò lentamente davanti a sé il quotidiano in lingua spagnola. Andava apposta a quel bar perché lo trovava già sul banco frigo, appena acquistato dal titolare. E, al mattino presto, nessuno lo aveva ancora letto.
«Adesso ho capito chi ha cucinato il piatto speciale del giorno, martedì alla mensa…»
«Eh?» riemerse Kenny dal compulsare il suo cellulare grattandosi una guancia. Kenny aveva sempre le mani in faccia. Per aggiustarsi gli occhiali, toccarsi il naso, stropicciarsi una palpebra. Paulo non ricordava di una foto che ritraesse Kenny senza che il viso fosse parzialmente coperto da una sua mano. ‘È proprio strano’ pensò in quel momento.
«Ti stavo dicendo che ho appena capito chi ha cucinato martedì a pranzo quel piatto che ti è piaciuto tanto…»
«Lo spezzatino alle mille erbe?» fece Kenny poggiando il telefonino sul tavolo accanto alla tazza del caffè.
«Proprio quello.»
«Mai mangiato niente di simile. Peccato che non l’hai voluto assaggiare…»
«Sono vegano, lo sai…»
«Sì, lo so, ma davanti a una cosa simile, potresti anche ravvederti…»
Paulo lo guardò male. Ma poi gli sorrise. Era Kenny “maninfaccia”. Lui era così: quello che pensava diceva, senza filtri, come i bambini.
«Pensa che sono andato dalla mia amica in cucina, Mina» raccontò Kenny con un’espressione estasiata «e mi sono fatto dare dello spezzatino pure un doggy-bag per mia moglie così magari capiva come si faceva e me lo rifaceva…»
«Ed è piaciuto anche a lei, mi pare di capire…»
«Altroché, anche il bambino più piccolo se l’è mangiato tutto, sai? Che ancora non ha neppure tutti i denti.»
Paulo aveva ripreso a leggere il giornale, sfogliando con calma le parti interne.
«E allora chi l’ha preparato?»
«Cosa?» chiese Paulo con aria sorniona.
«Lo spezzatino alle mille erbe, no?» rispose Kenny con aria un po’ scocciata mettendosi l’indice in un orecchio.
«Ah, quello… È stato Angela!»
«Angela?»
«Angela!»
«Ma chi, quella moretta, scura di carnagione, con gli occhi sempre bassi e che non sai mai quello che pensa?»
«Proprio lei…»
«Ma non dà mai confidenza a nessuno…»
«E questo cosa c’entra con la ricetta dello spezzatino alle mille erbe?» obbiettò Paulo bevendosi un altro sorso del suo frullato.
«Sì, hai ragione, c’entra poco… però c’entra con il fatto che tu sia venuto a sapere che lo ha preparato lei.»
«Se è per questo è scritto sul giornale!»
«Addirittura? Le hanno dato un premio?»
«Non proprio. Le daranno qualcos’altro.»
«E cioè?»
«Forse l’ergastolo.»
«Non capisco.»
«Qui dice che dopo sette anni di convivenza il fidanzato l’ha mollata all’improvviso per un’altra…»
«E allora?»
«E allora lei non ci ha pensato due volte: l’ha accoltellato.»
«…»
«Si è liberata di alcune parti del corpo e con il resto ci ha fatto lo spezzatino. Alle mille erbe. Hanno trovato un dente del fidanzato nel frullatore…»

Read Full Post »

Non appena suonò il campanello, una successione delicata di note dilagò per la casa. E la porta si aprì.
«Entrate, entrate…» fece Saverio dal fondo del corridoio guardando in direzione dell’ingresso; i due amici appena arrivati fecero entrambi l’espressione di chi fosse stato colto sul fatto. Saverio nell’avvicinarsi loro sorrise e li baciò entrambi.
«Non dovevate, grazie» fece raccogliendo dalle loro mani il cabaret di paste e lo spumante: «bene, ora appendete pure i cappotti e mettetevi comodi in sala che ho tutto sul fuoco.»
Anche la moglie di Saverio, Abe, fece per un attimo capolino dalla cucina e trillò un ‘ciao Berti, ciao Rita, siete bellissimi… fate come se foste a casa vostra’.

A tavola i quattro amici risero e scherzarono parlando di tutto un po’ e quindi, al caffè, Rita si complimentò:
«Avete proprio una bella casa…»
«È che siamo stati fortunati a trovarla» raccontò Saverio. «Una ventina di anni fa quando io e mia moglie siamo venuti qui a Lughi ci hanno offerto questa villa e ce ne siamo subito innamorati.»
«A proposito…» fece Berti additando con il pollice le proprie spalle. «Al cancello, in strada, abbiamo visto che qui avete anche una Scuola del Paranormale… Avete affittato?»
«No no… è mia moglie che se ne occupa…» fece Saverio, serio, indicando con la testa Abe che stava allungando verso gli ospiti le tazzine del caffè.
«Non mi dite che credete ai fantasmi e a tutte quelle stupidaggini lì…» disse Berti con un sorrisetto di scherno e girando il cucchiaino nella tazzina.
«Altro che crederci… viviamo con loro!» confermò il padrone di casa.
«Cosa?» domandò incredula Rita.
«Vedete» si intromise Abe, «abbiamo trovato questa grande casa proprio perché nessuna la voleva comprare: è rimasta sul mercato per molto tempo. Da quando appunto è successo quel grave fatto di sangue.»
«Quale fatto di sangue?» chiesero quasi in coro entrambi gli ospiti.
«Archibald era il settimo maggiordomo di Arthur Pembroke, Duca di Conwy, trasferitosi in questa villa dal North Wales, dopo la seconda guerra mondiale, per curare i propri interessi in zona. Una sera Pembroke ha scoperto Archibald a letto con la moglie. Il Duca, dopo aver consegnato una spada ad Archibald perché si difendesse, lo ha ucciso senza pietà, per poi giustiziare orrendamente anche la moglie.»
«Ma è terribile!» commentò Berti.
«Certo che lo è… e, come accade a tutti coloro che muoiono di morte violenta, da allora sia Archibald che la Duchessa sono rimasti come puri spiriti in questa vecchia magione, dove non trovano pace. La Duchessa, per la verità, non esce mai dalla torretta a ovest della casa e guarda sconsolata dall’ampia vetrata in direzione delle terre avite nel lontano Galles.»
«E Archibald?» chiese ridendo nervosamente Rita.
«E Archibald continua egregiamente a fare il maggiordomo. Fa ancora il suo lavoro in modo impeccabile!»
Sia Berti che Rita non sapevano cos’altro dire.
«Comunque quando siamo entrati in questa casa, io e Abe ci siamo chiariti con loro e da allora conviviamo in perfetta armonia.»
«Ah… vi siete chiariti…» ripeté meccanicamente Berti.
«Sì, certo… nel senso che loro non avrebbero mai dato fuori di matto e noi non avremmo cercato di mandarli via…»
«…»
«Così mia moglie, che già era appassionata di queste cose, ha messo su una Scuola del Paranormale e il pezzo forte delle lezioni è proprio il buon Archibald che si manifesta volentieri ai discenti, con grande soddisfazione di tutti.»
«Ma dai… non sarà mica vero…» se ne uscì a quel punto Rita, squadrando preoccupata il marito.
«E allora…» fece Saverio guardando di lato verso la porta come per rivolgersi a qualcuno che solo lui vedeva «… chi pensate che vi abbia aperto la porta quando avete suonato oppure vi abbia tolto i cappotti o servito a tavola?»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

«È Aristodemo presto, vieni!»
Marta si era introdotta di corsa nella cucina ma, avendo afferrato dall’interno gli stipiti della porta con entrambe le mani, non riuscì del tutto a entrare nella stanza.
«Aristodemo?» fece il marito alzando gli occhi rossi dal trito di cipolle.
«Ma sì il gallo!»
«È vero, mi dimentico sempre che Michelino l’ha chiamato così!»
«Ecco, appunto, vieni veloce: è caduto di nuovo nel pozzo!»

Ovidio brontolò per tutto il tragitto dalla casa al vecchio pozzo di Pietrasbecca. Quella settimana era la seconda volta (la sesta nel mese) che Aristodemo-il gallo vi finiva dentro. L’ultima volta si era preso anche un’infreddatura di quelle brutte e si era dovuto tenerlo al caldo, avvolto in una coperta, accanto alla stufa, nutrendolo per di più con una pappetta gialla e rosa che “diosolosacosaconteneva”, tanto puzzava.
«Ma perché fa così?» le chiedeva la moglie cercando di tener dietro al marito che, nonostante portasse sottobraccio una pesante scala in ferro, era già qualche metro davanti a lei.
«Perché è un gallo deficiente, ecco perché…»
«Non dire così Ovidio, che poi Michelino ti sente e ci resta male…»
«Del resto ce l’ha regalato tua madre e non poteva essere diversamente!»
Giunto al pozzo l’uomo guardò giù nella semioscurità e vide gli occhi vispi del gallo che guardavano all’insù. L’animale aveva l’aria confusa, ma non pentita.
«Io ti lascerei lì…» fece Ovidio cominciando a calare la scala. «Quando capirai che il gallo che vedi riflesso nell’acqua non è un tuo antagonista sarà sempre troppo tardi…»

L’animale fu recuperato ma, per evitare che si ripetesse la stessa disavventura, perché “primaopoisifamale”, gli legarono alla zampa un anello in ferro e all’anello una corda sufficientemente lunga perché potesse scorrazzare libero nell’aia a dar fastidio alle galline. Il fatto che l’altro capo della corda terminasse sotto a un’incudine da fabbro da 4 chili, avrebbe impedito al pennuto di fare pazzie.

«Per Natale Aristodemo lo facciamo con queste» disse severo Ovidio maneggiando alcune patate.
«E Michelino?» obbiettò la moglie.
«Compreremo un altro gallo al Mercato dei Vivi di Lughi di fine anno, non se ne accorgerà neanche.»

Poi una mattina, Marta si trovava ancora in cucina quando sentì picchiettare alla finestra. Guardò ma non vide nessuno. Capitò un altro paio di volte sicché decise di uscire per vedere cosa stesse succedendo. Era il gallo che becchetteva contro la finestra e poi si nascondeva. Si era liberato dalla corda e si era messo a fare quel rumore in modo compulsivo, senza ragione, forse per protesta di essere stato fatto prigioniero. Marta cercò di avvicinarsi per legarlo di nuovo (e meglio) ma non ci fu verso di riuscire a prenderlo. ‘Per essere un gallo strano lo è davvero!’ si disse tra sé e sé Marta accarezzando l’idea dell’arrosto con le patate.

Erano oramai le 20 passate, quella sera, e il cibo era già in tavola e si stava raffreddando.
«Quando torna papà?» chiese Michelino che cercava di allungare le mani sulle patatine fritte.
«Presto, Tesoro, deve essere rimasto a parlare con qualche cliente… ma vedrai che adesso arriva». Preoccupata, buttò un occhio all’orologio a cucù. Non aveva mai fatto così tardi.
Nel mentre calava il silenzio nella stanza si sentì di nuovo picchiettare forte sul vetro della cucina. Era Aristodemo. Marta alzò gli occhi al cielo. Poi un’idea le attraversò la mente.
«Oggesù… Ovidio è caduto nel pozzo!» esclamò a voce alta.
Corse, aiutata da Fila, il suo vicino di casa, fino a Pietrasbecca seguiti entrambi, a distanza di sicurezza, dal gallo. Ovidio era effettivamente in fondo al pozzo: era scivolato nell’intento di chiudere l’apertura con un oblò di legno. Si era rotto una gamba: era provato, ma stava bene.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

L’alberghetto era grazioso, curato, lambito in modo romantico da un’ansa del fiume che in quel punto scorreva discreto tra salici enormi che allungavano i loro rami a sfiorare l’acqua.
Franco e Clara avevano deciso di fermarsi lì per una sosta durante il loro lungo viaggio di ritorno: sarebbero ripartiti riposati la mattina dopo. L’app non dava nessuna recensione per quel posto che però sembrava confortevole.
La ragazza che li accolse era giovane e cordiale. Confermò loro, in modo simpatico e spigliato, che avevano aperto da meno di un mese e che quella era la casa del bisnonno che, per una combinazione di successioni, le era giunta in eredità. Li aiutò con le valigie, anche se erano pesanti, accompagnandoli in una stanza che si presentò pulita, spaziosa e con una vista a distesa sulla campagna circostante. Il silenzio era interrotto dal canto dei merli e dei pettirossi, e la leggera bruma che saliva lentamente dal bosco sfumava il contorno dei campi di colza.
«Bella camera» disse dopo un po’ lui abbracciandola con gli occhi.
«Sì sì, Franco, non dico di no, ma tutte queste fotografie ingiallite… sono tristi…»
«C’è scritto Galizia, 1917, sotto questa…» disse lui cercando di leggere da un lato. «Sono foto della Grande Guerra. Probabilmente autentiche. Un bel valore storico.»
«Certo, come no, ma sembra un museo, Franco, non una stanza d’albergo…» sentenziò lei che già stava ispezionando il bagno.
«Di qua, all’interno di una nicchia nel muro c’è addirittura una campana di vetro» disse lei riemergendo poco dopo. «E dentro c’è un insetto imbalsamato… che schifo.»
«Un insetto imbalsamato!?! Clara… ma cosa dici?»
«E questa cosa qui… sul muro?» insistette ancora lei.
Franco si avvicinò.
«Dovevano per forza mettere una divisa sotto vetro come se fosse un quadro?» chiese la donna allargando le braccia.
«Che sarà mai… si tratta solo di una divisa militare…»
«È anche sporca di sangue che orrore… io questo posto lo trovo sinistro… non ci voglio passare la notte!»
«Ma se è carino! E poi l’app dice che il prossimo albergo è a più di cento chilometri da qui e io sono stanco morto e ho bisogno di dormire.»
Lei lo squadrò indispettita. Fece anche una strana smorfia che, lo sapeva bene lui, valeva quanto un lungo discorso. E non l’avrebbe passata liscia.

«Avete dormito bene?» chiese l’indomani al desk la ragazza nel preparare il conto.
Franco assentì mentre Clara, rimasta un po’ indietro, era seduta su una valigia e faceva ballare una gamba posata sull’altra.
«Mi scusi se glielo chiedo…» fece Franco alzando il dito indice «cos’è quella divisa che c’è appesa nella nostra stanza?»
La ragazza, fissando il monitor, continuò per un poco ad armeggiare con il mouse e, quindi, dopo aver dato il comando di stampa, spiegò:
«Come le accennavo ieri, questa casa, un tempo un capanno, era di mio bisnonno e la divisa è una delle sue quando fu ferito al costato al fronte. Ha fatto la Grande Guerra come ufficiale e in Galizia nel 1917 è purtroppo salito su una mina anticarro e quel è rimasto di lui è tornato in Italia in una scatola di scarpe. Per onorare la sua memoria, mio nonno prima e mio padre dopo, hanno risistemato questa casa ingrandendola.»
«Ah bene… una bella cosa…» fece Franco voltandosi verso la moglie come per dirle ‘visto, che poi non era tutto questo che…’ Ma lei continuava a guardare fuori della finestra, rigida, come se fosse impregnata di scagliola.
La ragazza del desk, nel frattempo, aveva estratto un foglio dal vassoio della stampante mettendolo sotto gli occhi di Franco, ponendovi sopra, a sigillo, una penna.
«E poi…» seguitò ancora sorridendo «hanno sistemato un po’ ovunque nella stanza da voi occupata, e che poi era la sua quando abitava qui, i suoi resti che ci sono pervenuti. Nel bagno, in una teca, c’è il frammento del suo osso pubico, la lampada sul comodino è fatta con alcune dita della sua mano destra, il lampadario è una parte della calotta cranica…»
Franco si era bloccato e non era riuscito a completare la firma; era diventato pallido.
«La stessa penna che ha in mano adesso» fece infine la ragazza «pensi… è stata ricavata da quello che è rimasto della sua tibia…»
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto 

 

[space]
hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

 

Read Full Post »

«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: