Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘coppia’

Ultimamente gli accadeva di girare per la grande casa senza uno scopo; come se entrando in una stanza si fosse ricordato di aver dimenticato qualcosa di vitale importanza in un’altra tanto da dover tornare indietro o altrove; ma cercava senza trovare, metteva in ordine ciò che già lo era, guardava senza vedere.
Non riusciva davvero ad abituarsi ad aver perso la sua compagna di tutta una vita, di non trovarla più in quelle stesse stanze, di non sentirla borbottare tra sé e sé mentre entrava minuta dalla porta d’ingresso.
‘Quanto tempo è passato da allora?’ si diceva disteso nel letto, sotto quel cielo senza luna che gli incombeva dall’abbaino, pronto alla dormiveglia estenuante di un’altra notte.
‘Quanto tempo dovrà ancora passare?’
Quella sera, se mai fosse stato possibile, la nostalgia era ancora più bruciante. Aveva trovato nel pomeriggio un pezzetto di carta scritta di pugno di lei con un abbozzo di lista della spesa; l’aveva trovato infilato in un libro tra una pagina e l’altra. Con grafia precisa e ordinata erano marcati il caffè, una bottiglia di aceto, un detersivo per i piatti e qualcos’altro che iniziava con due lettere sbiadite come se fosse finito l’inchiostro. Un’interruzione definitiva senza rimedi.
Aveva allora preso a pensare a quella quotidianità spicciola che aveva vissuto con lei, a quella banalità semplice che la vita pazientemente intesse e di cui ci sfugge spesso la ruvida bellezza.
Poi in quel buio denso, grondante di nero e di ricordi, sentì all’improvviso il profumo intenso della sua pelle, velata dal calore inebriante della sua intimità. Si girò nel letto e se la sentì accanto. Il suo corpo morbido e accogliente era lì, vicino a lui. Subito ne ebbe spavento e si ritrasse. Ma poi allungò di nuovo cautamente la mano. Sentì i suoi capelli sottili sotto le dita, le sue guance di velluto, il respiro calmo e profondo di chi ha ancora davanti a sé tutta una vita di mille risvegli e mille soli. La gola gli si serrò: gli venne da piangere. Poi riconobbe sotto le lenzuola il suo pigiama preferito, la forma un po’ arrotondata della pancia, le braccia abbandonate ad abbracciare un sogno fuggevole e delicato come il volo di un passero.
Si voltò verso il proprio comodino e afferrò nell’oscurità la pipetta dell’abat-jour pronto ad accendere la luce; poi si arrestò. Se l’avesse fatto lei sarebbe sparita, ne era certo.
Si rimise allora lentamente sotto le coperte con il cuore che batteva con forza nel petto.
‘Cosa mi sta succedendo?’ si chiese. ‘Sto impazzendo?’
Poi sentì distintamente che lei nel sonno, come faceva sempre, sussurrò qualcosa a mezza bocca, qualcosa di incomprensibile. Lui sorrise.
‘Ci penserò domani…’ si disse preso da una strana ebbrezza; e le si distese accanto aderendo al corpo di lei, in un tutt’uno indistinguibile, almeno per quella notte.
E finalmente si addormentò.

Read Full Post »

Dopo tanti anni era ritornata nella sua città. La trovò molto cambiata: diversi negozi erano nuovi, i turisti parevano dappertutto, forse c’era più colore, ma anche più confusione e sporcizia. Quando l’occhio però cadeva lungo le vie traverse, la vita di allora sembrava esservi rimasta intrappolata intatta: le botteghe degli ultimi artigiani, la quotidianità semplice che s’indovinava dalle finestre aperte, la luce che spioveva di sbieco sulle pietre antiche.
«Entriamo qui dentro…» gli disse d’un tratto tirandolo per il giubbotto. L’uomo quasi si spaventò per il modo repentino con cui glielo aveva detto.
«Dobbiamo entrare in una biblioteca? Adesso? A fare?»
«Chetati e vieni con me!»
La donna entrò decisa come se avesse sempre saputo dove andare. I passi liberarono un’eco irriverente tra le volte severe della biblioteca e un andirivieni assorto di giovani indaffarati la sfiorarono distrattamente. Dopo una decina di metri svoltò a sinistra per poi piazzarsi davanti a un ampio televisore acceso mentre su un pannello tutt’attorno grandi fotografie in bianco e nero documentavano la tragedia; scene crude dell’alluvione di cinquant’anni prima, scene violente di una realtà opaca, cupa, disperata. L’uomo finalmente la raggiunse anche se guardava più lei che il resto.
Sul televisore cominciarono così a passare spezzoni di brevi filmati amatoriali ma anche di telegiornali dell’epoca restituendo ciò che di ineluttabile quel giorno accadde. Si vedevano vetture sbattute qua e là dalla forza irosa dell’acqua come barchette di carta a demolire segnali stradali instabili come birilli; onde d’acqua sporca mista a gasolio rovesciarsi dalle spallette del fiume nelle vie della città a cercare una nuova strada che potesse contenerle; uomini e donne, dall’aria apparentemente composta, a spalar fango, a spostare libri, togliere detriti e quel che restava di un incubo che non voleva sciogliersi alle luci della sera.
«Ecco» fece lei con uno scatto verso il televisore e premendo il pulsante del fermo immagine. Il fotogramma mostrava il corpo di una persona che roteava a faccia in giù nella corrente melmosa come un manichino rotto. Lei prese il telefonino e lo fotografò. L’uomo, spalla a spalla, la guardò stupito per quel gesto inaspettato; ma la donna era immobile su quel fotogramma sospeso nel tempo.
«Lo conosci?» ebbe poi il coraggio di chiedere.
«Era mio nonno. Quel giorno dovevamo andare a trovarlo per trascorrere la giornata insieme; allora era festa nazionale, il 4 novembre; era sceso in cantina a prendere le bottiglie di vino per il pranzo quando l’acqua del fiume è entrata a tradimento dalla bocca di lupo e lui non è più riuscito a guadagnare le scale; quando l’acqua in pochi secondi ha saturato la cantina ha anche sfondato il muro come fosse d’ostia e lui ne è uscito trascinato via dalla forza del fiume. Lo hanno cercato per giorni. La furia del fiume se l’era portato giù a valle per chilometri senza trovare ostacoli, fino al mare.»
L’uomo si era fatto pallido ad ascoltarla: «Non… non lo sapevo, non me l’avevi mai raccontato… è terribile.»
«Pensa che viveva del lavoro nei campi, non usciva mai dal suo podere, anche se aveva sempre desiderato di vederlo, il mare. E il mare lo aveva accolto quella mattina come se aspettasse un figliol prodigo… solo che lui, il mare, non poteva più vederlo.»
Si fece un silenzio opprimente, soffocante, acido.
Poi lei si voltò verso di lui: «Ma dai… ci hai creduto!» fece lei aprendo il volto a un sorriso contagioso. «Non ho mai conosciuto mio nonno, non so nemmeno che faccia abbia! Va là che sei proprio un boccalone tu… ti bevi proprio tutto…» fece lei prendendo l’uscita.
«Figurati… l’avevo capito subito che stavi recitando…» rispose lui risentito mettendosi sulla sua scia «sei una brava attrice tu, te l’ho sempre detto.»
«Sì sì, come no?» fece lei facendo le scale di corsa. «E ora portami a mangiare che ho fame.»
Il rumore festoso della città li abbracciò entrambi come se fossero stati via per anni.
«Ah, mi sono dimenticata dentro il cellulare… aspettami qui, torno subito» fece lei tornando indietro.
Rifece di corsa tutto il percorso fino al televisore che mostrava ancora quel corpo immobile nell’acqua. Lei aprì la mano e la adagiò su quell’immagine.
«Ti penso sempre, nonnino caro. Vai, vai verso il tuo mare» sussurrò. E sbloccò il fermo immagine.
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

«Marta perché non arrivi?»
Questa domanda continuava a rimbalzargli nel cervello come una pallina da ping pong che non trovava la via di uscita dalla sua testa.
Girava il bicchiere vuoto tra le dita staccando lo sguardo solo per puntarlo sull’ingresso del piano bar ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Lo sapeva, aveva sbagliato, non avrebbe dovuto trattarla così. Era stato spregevole da parte sua e quando lei aveva scoperto ogni cosa e l’aveva lasciato gridando e piangendo aveva capito quanto importasse per lui. Era davvero l’unica donna che avesse mai amato, l’amore su cui avrebbe voluto basare l’intera sua esistenza.
Dovevi pensarci prima’ gli aveva urlato contro per telefono.
Mi devi un’altra chance, ho fatto una grande stupidaggine, me ne rendo conto e mi dispiace tanto, ma posso spiegarti, ti prego, non posso vivere senza di te’ le aveva ribattuto con rabbia per la consapevolezza di aver gettato via così stupidamente la propria felicità.
Non ti devo un bel nulla, sei solo un gran bastardo’ aveva risposto lei, secca, sbattendogli il telefono in faccia.
E così lui, disperato, le aveva dato appuntamento lì, in quel luogo magico, dove erano stati la prima volta, tempo prima. Era sicuro che in quell’ambiente avrebbe saputo trovare le parole adatte per convincerla a tornare con lui e a perdonarlo. Ma erano già trascorse due ore e no, non sarebbe venuta. Si era illuso inutilmente. L’aveva fatta troppo grossa.
Fece il gesto alla cameriera di portagli un altro bicchiere. Tanto valeva prendersi una sonora sbronza. Sospirò. Quanto avrebbe dato per rivedere i suoi occhi azzurri…
«Grazie, tesoro» disse alla cameriera che gli portava un altro manhattan.
Azzurri’? Ma che dico? Sono verdi, di un verde smeraldo. Sono sempre stati verdi i suoi occhi. Beh proprio smeraldo smeraldo forse no, probabilmente erano più scuri; ma che importa? Sono gli occhi di Marta’. Si disse agitandosi al tavolino. Avevano passato dei momenti stupendi insieme, pensò sorridendo amaramente. Come poteva ora fare senza di lei?
Ecco forse quella è lei che è appena entrata. No Marta mi pare più alta di così, è anche un po’ più snella e… e… più magra. Ma certo, quella è l’altra cameriera che sarà uscita a fumarsi una sigaretta. Sto proprio sragionando. Poi questa è bionda, Marta è bruna, quasi corvina. Devo restare calmo, calmo’.
Stavano suonando la loro canzone. Lo sapeva che sarebbe successo. Gli venne un groppo in gola. La sua vita era finita.
[space]
«Allora, non sei contento di vedermi?»
Una ragazza rossa di capelli lo squadrava con aria indispettita e di sfida, le braccia incrociate sul petto. Era così immerso nei suoi pensieri che non l’aveva vista né entrare, né avvicinarsi. Lei era lì, dunque, era fantastico.
«Ma certo Marta, scusami, ero solo sopra pensiero» disse lui alzandosi di scatto e scostando la sedia dal tavolino per farla sedere. «Non ti vuoi accomodare?» le fece vedendo che lei rimaneva in piedi
«Marta? Chi è Marta? Io mi chiamo Maria, te lo sei già dimenticato?»

Read Full Post »

Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

Melissa osservava il marito: se ne stava accanto a lei facendosi condurre docilmente dal carrello; complice un’altezza ragguardevole e una magrezza sospetta (se non si fosse conosciuta la storia di quell’uomo) sembrava come al solito del tutto scollegato dalla realtà con la testa in un’altra dimensione. I capelli sottili, tendenti chissà perché all’azzurrino, erano arruffati più del solito, ribelli a qualsiasi disciplina che un pettine potesse assicurare, mettevano in evidenza gli occhi mobili e penetranti che guardavano senza vedere. Avrebbe potuto essere ovunque: sulla cima di un grattacielo in bilico su un’antenna, seduto in fondo all’oceano o proprio lì a far la spesa con lei.
Melissa non era mai riuscita a spiegarsi perché lo avesse sempre amato e continuasse ad amarlo come fosse il primo giorno. Forse per quella sua aria così indifesa, implume, per quella sua dolcezza pasticciona con cui riusciva a metterla al centro del proprio mondo, qualunque esso fosse.
«Però così non mi aiuti» sbottò a un certo punto lei impuntandosi nella corsia dei casalinghi. Lui, che si era sentito strattonare, diresse lo sguardo verso la donna senza riconoscerla.
«Non ho capito» fece subito dopo, riprendendosi.
«Ti sto dicendo che così non mi aiuti… pensi ai fatti tuoi… e così ci metteremo un sacco di tempo» fece lei cercando di fare il broncio senza riuscirci.
«No, affatto» cercò di smarcarsi. «È che non hai bisogno di me: te la stai cavando benissimo, tant’è che fino adesso non mi hai chiesto nulla…»
«Ah sì? Allora eccoti, sapientone, una precisa e chiara richiesta di aiuto: non riesco a trovare la candeggina… sono dieci minuti che giriamo a vuoto, non so se te ne sei accorto. È che in questo iper, a sistemare le cose sugli scaffali, sembra sia stato un burlone ubriaco.»
«Candeggina? Candeggina?» ripeté lui guardando un soffitto molto lontano intersecato da tubi di aspirazione, sensori antincendio e macchinari che sfidavano la gravità. «È alla corsia 34, di là, in quella direzione.»
Melissa non sapeva se ridere o preoccuparsi. La corsia 34 era poco distante. Ci arrivarono in un attimo e subito vide davanti a sé un intero bancone di confezioni di candeggina. Si aspettava che Carlo le dicesse ‘hai visto?’ ma era invece di nuovo sprofondato nei suoi pensieri. Afferrò una bottiglietta di quello meno caro e la posò piano piano nel carrello come per non disturbare il marito.
«E vediamo, allora,… il pane in cassetta dove lo potrei trovare?» chiese lei, appena dopo qualche minuto, a mo’ di sfida.
Lui guardò in basso, in direzione del punto dove aveva sentito giungere la voce. Metabolizzò la domanda della moglie anche se in ritardo. Ci pensò qualche secondo e poi disse:
«Pane in cassetta? Alla corsia 22, dove l’hanno messa da qualche giorno dopo aver risistemato la zona dei freschi che occupa adesso la zona sud. Il nuovo direttore ha voluto così» fece abbozzando un sorriso e allargando le braccia come per dire: ‘non è colpa mia!
Melissa che fino a quel momento aveva creduto che quella di prima fosse stata solo una botta di fortuna accelerò il passo verso la corsia 22. Avrebbe tanto voluto che il pane in cassetta non fosse affatto là. Invece, come poté constatare con grande meraviglia, si trovava proprio in quel posto, insieme a tutti i tipi di pane, da quello salato a quello sciocco, da quello sfuso a quello imbustato. «Ma come caspita…» fece lei squadrando il marito da capo a piedi. «Come fai ad avere tutte queste informazioni?»
«Non saprei… ascolto, capto qua e là, memorizzo…» fece lui come per scusarsi.
Melissa scosse la testa. La spesa era finita. Si diressero verso la linea delle casse.
«No, non andare dalla Lucia» disse d’improvviso lui «è appena rientrata da un periodo di congedo. Poverina, l’ha lasciata il fidanzato a pochi mesi dal matrimonio ed è molto depressa. Ma è anche parecchio lenta. Vai lì dalla Paolina, piuttosto, che l’hanno assunta da poco, anche se con una raccomandazione: è giovane, molto volenterosa, rapida e precisa.»
«Ma dai, Carlo, com’è possibile che tu sappia tutte queste cose…? Dimmelo, dov’è il trucco?»
«Ti ho detto che non lo so, Melissa. E poi perché non dovrei saperle, scusa?»
«Perché abitiamo a più di mille chilometri di qui e in questo iper ci siamo entrati solo per caso.»
«Ah sì?»

Read Full Post »

Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: