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Posts Tagged ‘ragazza’

percorsi«Quando esci, allora?»
«Domani… alle 12.04.»
«Farà caldo!»
Il marito era in piedi accanto alla finestra. Il sole inondava di bagliori il cielo estivo incendiandolo di azzurro.
«Non c’era una slot libera, prima di quell’ora: tutte occupate. Fino a quando la bella stagione non finirà, trovare un corridoio utile per uscire di casa non sarà semplice. Preferisco però uscire di meno, piuttosto che dopo la mezzanotte. Lo sai.»
La moglie notò le nuove tegole del tetto del palazzo di fronte brillare di un rosso più acceso rispetto alle altre. Non avrebbe mai finito di chiedersi che senso poteva avere rifare un tetto solo a metà.
«Sono stato però fortunato» proseguì il marito «perché l’app mi consente questa volta di spingermi fin verso il lungofiume. Posso fermarmi addirittura sette minuti sulla panchina di piazza Martiri, proseguire per San Giuseppe e poi svoltare dopo tre minuti su via Kristiansen…»
«Quindi puoi comprare il giornale…»
«Purtroppo no, devo necessariamente girare prima, per vicolo Annigoni e…»
«Certo non ci voleva…»
«Come dici, cara?»
«Dico che non ci voleva… vuoi un caffè?»
«Sì, grazie…»
«Sono bastate le vacanze di Pasqua e quelle del 25 aprile perché la gente, del tutto sorda ai divieti imposti, si riversasse nelle strade. Così si è ricominciato tutto come prima con questo benedetto virus; anzi peggio di prima.»
«Già: ora la distanza minima è di tre metri e si può uscire solo prenotandosi per tempo con l’app del ministero, su percorsi prestabiliti.»

(Il giorno dopo)
«Vai?»
«Sì» fece lui un po’ emozionato. «Intanto comincio a scendere. Ci metto un po’ a fare le scale» disse continuando a controllare il cellulare che gli stava indicando quando tempo gli mancava all’inizio della passeggiata.
«Mi raccomando, stai attento, perché sei sempre un po’ distratto.»
Lui annuì mettendosi la mascherina, poi gli occhiali protettivi, la visiera in plexiglass e gli indumenti e le scarpe da passeggio sterilizzati. Poi alzò il pollice verso la moglie come se stesse salendo su una navicella spaziale. Sulla soglia del portone lo attendeva un sole caldo e invitante. La via era semivuota; c’era un anziano che percorreva a nord quello che l’app indicava essere come corridoio AFG556K; una signora elegante, dall’altra parte della strada, era arrivata invece al termine del suo percorso e stava già facendo dietro front proprio mentre dalla parte opposta stava arrivando un giovane anche lui pesantemente scafandrato. Lo smartphone vibrò nella sua mano. Doveva partire. Percorse dieci metri verso sud a passo normale, poi girò per due minuti verso est. Un tizio, con in mano una busta pesante della spesa, gli arrivò fino a tre metri di distanza proveniente dalla piazza e poi svoltò correttamente verso sinistra, allontanandosi. Lui proseguì verso il fiume, senza più deviazioni, pensando che, dopotutto, se la sarebbe potuta anche godere quella passeggiata se non fosse che doveva controllare in continuazione il cellulare che gli scandiva percorso e durata. E soprattutto si sarebbe potuto rilassare se non ci fossero stati tutti quei droni in volo a controllare che la circolazione dei pedoni fosse quella esattamente programmata. Arrivò alla panchina. Aveva sette minuti di sosta. Volle esagerare. Tirò fuori le parole crociate. Anche se si accorse di aver perso undici secondi per trovare il punto dove era rimasto l’ultima volta, iniziò di buona lena a fare il suo “Bartezzaghi”; ma era appena riuscito a concentrarsi che il cellulare vibrò di nuovo. Doveva già muoversi. Si alzò a malincuore e fece tutto il lungofiume fino a quando dovette svoltare. Cercò di riempirsi gli occhi con le immagini di quelle onde limacciose e poi tirò giù per quattro minuti e mezzo verso la Chiesa di Ognissanti. Stava arrivando al punto di svolta per tornare a casa quando si accorse che qualcosa non andava. Verso di lui stava infatti sopraggiungendo una ragazza che portava a spasso un cane. La ragazza era priva di mascherina, anzi, era priva di qualsiasi protezione. A ben vedere, procedeva senza una meta precisa, scanzonata, tranquilla, seguendo con gli occhi il cavalier king che annusava e scodinzolava davanti a lei; come si faceva una volta, insomma. Lui si arrestò. Non sapeva che fare. Non c’erano istruzioni su come comportarsi in casi simili. Peraltro da lì a pochi attimi lei sarebbe entrata nel suo spazio sanitario protetto, con grande rischio di contagio. Non riusciva però a muoversi. Era come ipnotizzato. Anche gli altri passanti, bruciando  secondi preziosi del loro percorso, si erano fermati ad ammirarla. Quell’incedere, senza darsi cura di regole e cautele, pareva un gesto eversivo, di assoluta libertà, straordinario, inaudito. Ed era bellissimo.
In un attimo arrivò la camionetta della polizia militare. I soldati scesero in un lampo bloccando la malcapitata a terra con pochi collaudati gesti; una manciata di secondi dopo già la stavano portando via sotto gli occhi increduli del cane che non si era ancora neppure messo ad abbaiare.

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Sembrava volersi nascondere: il libro, un paperback vissuto dall’aria trasandata, era rimasto sotto una pila di libri d’arte più voluminosi. Quando Gualtiero lo intravide ne apprezzò subito la particolarità: era un lavoro di un certo Thomas Swann, un autore gallese che non conosceva; tuttavia il titolo, d’istinto, lo intrigava lo stesso, così come la copertina misteriosa. “Maria e il Mago” si intitolava, e prometteva bene. Pagò in fretta l’omino seminascosto dalla enorme bancarella che lo sovrastava pregustando il momento in cui l’avrebbe letto.
Scoprì che narrava di un commerciante inglese che, per le vacanze estive, si era recato con la sua famiglia in un villaggio turistico del Sud Italia dove, in una calda serata di agosto, si era presentato, apparentemente non invitato, un Mago girovago che nel corso della sua non breve esibizione, aveva eseguito numeri stravaganti che avevano destato interesse tra il pubblico ma anche reazioni piuttosto controverse. Il Mago, dall’aria luciferina e inquietante, si era messo infatti, dapprincipio, a litigare con un ragazzo del posto che lo aveva, a suo dire, offeso, e poi, dopo averlo ipnotizzato a distanza, lo aveva costretto a ripetere per tutta la serata il verso della gallina suscitando l’ilarità ma anche lo sconcerto generale. Il Mago, che ogni tanto si lasciava andare a una risata squillante che dava i brividi, aveva anche fatto in modo che un gruppo di persone, scelte a caso tra il pubblico seduto ai tavoli per cenare, si alzasse e si mettesse a ballare una musica che solo loro potevano sentire. Aveva persino usato un uomo di mezz’età come panchina dopo averlo irrigidito come un asse da stiro tra due sedie; infine, aveva reso ridicola, facendo commenti sconci, la cameriera del locale, una certa Maria, cui aveva fatto rivelare nei minimi particolari, sempre sotto ipnosi, cosa avesse fatto quel giorno stesso da quando si era alzata la mattina. Ed è a questo punto che Gualtiero ebbe un sussulto. Ma certo! Maria! L’aveva conosciuta tre anni prima a Ginepri, proprio ad agosto. L’aveva incontrata per caso alla fontanella della piazza e avevano passato, ridendo e scherzando, una giornata indimenticabile fino a quanto, prima di cena, era sparita senza lasciarle un recapito e con esso la possibilità di rivedersi. Gli aveva detto, andandosene, che per caso si erano incontrati e per caso, se fosse stato vero amore, si sarebbero messi insieme.
Gualtiero, che non si era comunque dato affatto per vinto, aveva trascorso gli ultimi due giorni del suo soggiorno a cercarla per ogni dove per incontrarla nuovamente, “per caso”, senza però riuscirci. E ora quella ragazza era descritta così bene nel libro che sembrava fotografata: bruna, ventenne, minuta, un piccolo neo sul naso, un sorriso stordente e il colore del mare negli occhi; lei gli aveva anche detto di chiamarsi Maria, come il personaggio del romanzo, e che faceva la cameriera in un locale, come nel libro, anche se lui proprio non ci aveva pensato di cercarla sull’isola vicina dove c’era quel famoso piano bar descritto da Swann. Ma quel che c’era di davvero incredibile era che il Mago, facendo confessare alla ragazza cosa avesse fatto quel giorno, le aveva fatto raccontare, passo dopo passo, tutta la giornata trascorsa con lui.
Gualtiero capì allora che doveva partire. Sì, doveva assolutamente tornare in quei luoghi. Ora sapeva dove cercarla o quanto meno sapeva dove avrebbe potuto ottenere informazioni. Doveva ritrovarla: il caso si era ripresentato anche se sotto forma di un libro.

Quando arrivò ad Onèsti trovò subito il locale. Era esattamente come descritto nel libro. Ora che era lì il cuore gli batteva forte. Forse era una pazzia, dopo tanto tempo. Lei poteva averlo dimenticato o non volerne più sapere di lui. Ma si fece coraggio ed entrò.
Parlò con la proprietaria, una donna corposa ma simpatica che lo ascoltò con attenzione.
No, non c’era mai stata una ragazza simile al suo servizio, gli disse subito, se lo sarebbe ricordato, e soprattutto non c’era mai stato un mago, tre anni prima, che si fosse esibito nel suo locale.
«Ma no, signora, non è possibile è tutto scritto minuziosamente qui, in questo libro: è impossibile che ci possa essere un errore.»
La donna gli chiese di vedere il libro che si era portato dietro.
«Sì sì, eccolo…» fece lui pieno di speranza.
Lei lo sfogliò attentamente, poi lo abbassò scuotendo la testa.
«Guardi che questo libro è stato scritto nel 1915. Esattamente cent’anni fa.»
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Era seduto sulla panca di pietra serena al riparo del portico ottocentesco. Uno dei dipendenti della biblioteca, nella sua casacca rossa su cui spiccava la scritta bianca STAFF, faceva buona guardia perché nessuno entrasse prima del tempo.
Persone di ogni tipo stavano arrivando dalla strada alla spicciolata: ragazzi universitari carichi di libri, extracomunitari dall’aria di essere capitati di lì per caso, ma che avrebbero approfittato dell’accesso gratis alla Rete, ragazzini che avevano sgamato la scuola in cerca di un rifugio, alcuni impiegati in giacca e cravatta che lui vedeva spesso, tutti i giorni, senza  aver mai capito che cosa ci facessero in quel luogo.
Tra i giovani lo colpì una ragazza grassa, sola, con una borsa larga color fucsia a tracolla. Fumava prendendo larghe boccate dalla sigaretta, gettando il fumo con la testa in alto, come dovesse mandare un segnale atteso a qualcuno al di là del cortile. Masticava a bocca aperta la gomma che sballottava da una guancia all’altra con tanto di schiocco; lo sguardo era rapido, curioso, e si posava nervoso su tutto quanto la circondava. I jeans erano malamente tagliati sia sulle ginocchia che all’inguine da dove fuoriusciva un rotolo di ciccia informe; altrettanto debordava da sotto la maglietta attillata decoltè non in grado di contenere il seno generoso e straripante. Una collana a doppio filo di pietre di plastica adornava il collo tozzo su cui s’innestava a baionetta un viso tondo dalla forma di una palla da bowling. I capelli biondotinti, con una ciocca di lato color della borsa, scendevano come spaghetti sul volto inespressivo. Per alcuni minuti la ragazza se ne stette in piedi, con l’aria scocciata di dover aspettare, quindi venne a sedersi proprio accanto a lui. Gli si sedette così vicino da impedirgli di tenere aperto il quotidiano.
Trascorsero alcuni attimi; poi, come un’onda calda, gli arrivò alle narici il profumo di lei. Gli aveva dato l’impressione di essere una persona sporca, trasandata, volgare, e invece quell’odore sapeva di pulito, di tenero, infantile: era il profumo delle cose che lo avevano circondato quand’era ragazzo: verbena, lavanda, gelsomino, un fondo di arance amare, una vena di cuoio. Ma c’era probabilmente dentro anche l’odore unico e irripetibile di quella pelle fragrante che sapeva rievocare speranze inespresse, giornate spensierate in compagnia di Lei, progetti arditi per un futuro lontanissimo che appariva però, allora, come una terra facile di conquista. Note brevi e poi più lunghe, persistenti, rassicuranti come una carezza sincera, un sorriso dolce, un abbraccio.
Si accorse che si era messo a fissarla da qualche minuto. Sì, avrebbe voluto improvvisamente stringerla a sé, in uno slancio del tutto irragionevole, vergognandosi persino, subito dopo, di averlo anche solo pensato. La ragazza, che nel frattempo si era messa gli auricolari per ascoltare l’iPod, sentendosi osservata, squadrò l’uomo con i suoi occhi verdazzurri. Passarono alcuni secondi, eterni, in cui lei sbatté più volte le palpebre. Poi gli disse a voce alta:
«Ma che cazzo ti guardi?»

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La biondina tutta boccoli lo guardò quasi fosse una radiografia; allungò la mano per afferrare svogliatamente il libro che il ragazzo aveva scelto dallo scaffale per il prestito.
«La tessera?» chiese lei in modo amorfo.
Il ragazzo, ubbidiente, la estrasse dal portafoglio e gliela consegnò. Le formalità si esaurirono in pochi altri secondi e il ragazzo già stava scendendo le scale quando, sfogliando il libro appena ritirato, lo vide aprirsi verso le ultime pagine, proprio là ove si trovava, piegato in due, un biglietto da cinquanta euro. Sgranò gli occhi. Si bloccò. Si voltò indietro casomai qualcuno lo avesse visto. Era solo.
Di lì a qualche giorno, forse perché messa in giro da quello stesso ragazzo per giustificare il ritrovamento, si diffuse la voce che la storica libreria comunale in centro avesse adottato la brillante strategia di marketing di inserire a caso, nei libri dati a prestito, alcune banconote di rilevante taglio. La notizia in un lampo fece il giro di Facebook, di Twitter e di altri social network, tanto che a sera c’era già chi giurava di aver trovato, con lo stesso sistema, anche cento euro e chi un biglietto per il prossimo concerto degli U2.
Quando un mese più tardi il ragazzo tornò a riconsegnare il libro trovò davanti all’entrata della libreria una fila interminabile di persone di ogni età che occupava decine e decine di metri di marciapiede.
«Non capisco cosa stia succedendo» fece il titolare dell’esercizio alla biondina tutta boccoli che aveva appena terminato il turno.
«La gente, lo sai, è imprevedibile» fece lei alzandosi e mettendosi un giubbottino di pelle che le lasciava scoperto il piercing all’ombelico. «Magari tira il caffè su di sopra e poi passano qui per prendersi un buon libro. Ora siamo trendy, ma poi domani… insomma non ci fare la bocca…» disse lei dandogli un’occhiata maliziosa da donna vissuta.
«Sarà! E che dicono che regaliamo soldi: è una cosa da matti…» disse sottovoce cercando di non farsi sentire dalle persone in attesa davanti alla cassa prestiti.
«Sì, è davvero una cosa strana» considerò lei sfilando la borsetta dallo schienale della sedia. «Io invece in questo posto i soldi li perdo solo. L’altro giorno ho utilizzato come segnalibro una banconota falsa da cinquanta euro, regalatami da un amico bancario, e non la trovo più.»

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Guardava il semaforo aspettando che la luce diventasse verde. Considerava quanto fosse anonima quella parte della città e quanto poco rassomigliasse ai caldi quartieri del centro. Poteva essere un posto qualunque quello: lo stradone grigio e sproporzionato, i casermoni tristi, indistinguibili nella loro banale uniformità. Poi la fila di macchine si arrestò ordinata alla sua sinistra, con quel fare un po’ impaziente dei tergicristalli in funzione, come tante code di strani animali dalle zampe di gomma. Il verde che scattò fece contatto con il cielo antracite; subito scaricò a terra furioso una pioggia violenta che rimbalzava fino a metà coscia. Il ragazzo aveva fatto appena il primo passo che una ragazza gli prese il braccio stringendosi a lui per restare sotto l’ombrello.
«Mi hai salvato la vita» disse lei sorridente con i capelli bagnati appiccicati al volto «mi sono appena comprata le scarpe e ho portato quelle vecchie a risuolare». Il suo viso ricordava una madonna del Botticelli; parlava come una vecchia amica, con una voce canterina e gaia. Continuò a chiacchierare aggrappandosi a lui in modo tale che gli sembrò di aver accanto un angelo che si tenesse ben saldo per non volar via. Gli raccontò, attraversando, di come non capitasse mai da quelle parti, di come per caso un’amica le avesse detto di quel negozio tanto carino che vendeva cose stupende a prezzi bassissimi.
«Io vado di qua, a sinistra» disse lei all’altro marciapiede, accorgendosi un po’ delusa che lui stava tirando dall’altra parte. Il ragazzo non sapeva che dire. «Bene, allora… grazie…» fece ancora senza accennare però a volerlo lasciare andar via.
«Prendi pure l’ombrello» disse allora lui con un filo di voce «tanto sono arrivato e…»
«Sei davvero un tesoro» fece lei afferrando l’ombrello «te lo restituirò…» In un attimo la vide allontanarsi sotto la pioggia a scroscio mentre già lui si stava chiedendo come avrebbe fatto a tornare a casa all’altro capo della città. «Non ti ho detto neppure come mi chiamo…» le sussurrò dietro. Ma le sue parole si persero sotto il nubifragio.

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La ragazza era seduta al tavolino del bar. Parlava con un’amica più anziana di lei, che si stava limitando ad assentire muovendo lentamente una testa bionda di boccoli vaporosi.
«La vuole smettere di fissarmi?» sbottò ad un certo punto la ragazza volgendo lo sguardo da un lato.
«Oh sì, mi scusi» fece l’uomo dondolandosi impacciato sul lungo sgabello accanto al bancone. «È che sono rimasto attratto dai suoi lineamenti. Lei ha un viso antico, di una bellezza struggente, che si vede solo in alcune vecchie fotografie dell’Ottocento.»
«Non le sembra un po’ banalotto come tentativo per attaccar bottone?» incalzò lei seccata.
«Sì, ha ragione… le chiedo ancora scusa… solo che c’è stata poco fa una sua espressione… beh ci ho visto tanta tenerezza.»
La ragazza dapprima arrossì. Poi diede un colpetto di tosse dentro alla mano chiusa a pugno. Quindi continuò:
«Ma cosa ne vuole sapere, lei? Non mi conosce affatto.»
In quello stesso istante il cameriere le portò il caffè. Lei allungò il collo in modo buffo alla ricerca dello zucchero. L’uomo si girò appena e dal cestino di vimini che gli era accanto, tra le bustine di zucchero bianco, di dietor e di canna, prese senza indugi quest’ultima e la diede alla ragazza.
«Ma come faceva a sapere che volevo proprio questo tipo di zucchero?» domandò lei sorpresa.
L’uomo non rispose. Scivolò giù dallo sgabello e uscì dal locale.

 

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