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Archive for the ‘mistero’ Category

Malvino aveva comprato da qualche mese quell’antica cascina ed era già riuscito a restaurarne buona parte. Il giardino era ancora simile a una giungla, ma avrebbe atteso la primavera per il lavoro più impegnativo; l’annesso fienile era invece del tutto impraticabile né sapeva che destinazione darne. I precedenti proprietari lo avevano usato prima come cantina e poi come legnaia. Insomma, ci avrebbe pensato su. Erano altre per ora le urgenze. Certo, il restauro lo affaticava molto, ma l’uomo era ugualmente soddisfatto: aveva sempre voluto ritirarsi in campagna, una volta in pensione, e il prezzo che gli avevano fatto per il corpo centrale, l’ampio giardino e il fienile, era stato davvero buono tanto da sembrargli un affare.
‘È costato poco perché ci sono i fantasmi’ gli avevano detto, malevoli, i vicini. ‘T’hanno buggerato’.
Ma Malvino ai fantasmi non credeva. Aveva paura solo dei vivi. Questa convinzione però non l’aiutò a dormire. Nel silenzio della campagna si sentivano, infatti, molto bene rumori indefinibili, che avrebbe definito sospetti e inquietanti. Una notte, non potendone più, decise di mettersi sotto la quercia davanti a casa e attendere, nascosto nell’erba alta, il vicino, giusto per farlo pentire per quello stupido scherzo. Si accorse però ben presto che il trambusto era concentrato in una parte sola della casa e proveniva più esattamente da dentro il fienile. Quella notte stessa entrò circospetto con torcia e randello, ma non riuscì a vedere niente: c’era troppa roba là dentro e mancava la luce elettrica. Decise che se erano topi li avrebbe fatti sloggiare con le buone o le cattive. La mattina seguente tirò fuori quanto accumulato da anni in quel posto. Assi, cassette, tini, legna, mobili sfasciati. Ciò che ritenne di non poter riutilizzare lo bruciò. Il locale, alla fine, con molta fatica, fu sgombro, anche dai topi. Quella sera si addormentò tranquillo, anche se a notte fonda fu svegliato di nuovo dagli stessi rumori. Sì, c’era indubbiamente qualcuno o qualcosa lì dentro, anche perché il grosso lucchetto che serrava ora la porta era ancora ben chiuso. L’uomo non si perse d’animo. Il giorno dopo installò una webcam in una spaccatura del muro del fienile, appena sopra la porta. Collegò un sensore di movimento e un microfono. Trascorse un’altra notte insonne, ma gongolava nel letto perché avrebbe scoperto ben presto di che mistero si trattasse. L’indomani, pieno di aspettative, accese il computer. Restò molto deluso però nel constatare che non era stato registrato nulla. Mandò avanti veloce il video e lo schermo rimase per tutto il tempo scuro. Si sentivano solo rumori, quelli sì, sotto forma di fruscii, piccoli crepitii, schiocchi, ma nient’altro. Stava per spegnere il pc quando di colpo lo schermo s’illuminò. Sobbalzò sulla sedia. Vide che nella parte alta dei muri del fienile, tutt’attorno, si erano accese nello stesso istante decine e decine di torce di fuoco a illuminare, a giorno, il locale in una scena da tregenda. ‘Ma cos’è?’ si chiese a voce alta.
«Io lo so!» si sentì dire. Malvino si girò spaventato. «Oh, mi scusi. Sono don Remo, il parroco del paese. La porta era aperta e… ma non volevo spaventarla.» Un giovane in abito talare, dal viso radioso, lo stava guardando sulla soglia. «Sono nuovo anch’io, sa? Sono arrivato in paese solo da qualche settimana. Non ho mai creduto a questa storia di fantasmi e ho fatto una ricerca negli archivi della Curia. Quello che vede nel video non è mai stato un fienile. È piuttosto una cappella del Cinquecento. E non è mai stata sconsacrata.»

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Quella era una strada che Alberto non faceva mai volentieri. Troppe curve, troppi chilometri, troppa nebbia. Capitava una volta al mese di doverla risalire dalla piana al poggio, ma, se non ricordava male, erano passate solo tre settimane dall’ultima volta; e questo contribuiva a peggiorare il suo cattivo umore. Accese la radio. Non l’avrebbe aiutato a veder meglio nella nebbia fitta, ma sicuramente avrebbe tamponato quella sensazione spiacevole di essere, in quel mattino gelido, l’unica persona sveglia nella valle. Stava cercando un canale che trasmettesse solo musica e non pubblicità, quando dal ciglio della strada si materializzò un uomo che agitava le braccia nella sua direzione facendo voci. Inchiodò il furgone.
«Mi scusi, mi scusi» fece la persona anziana, vestita da cacciatore, avvicinandosi. «Non volevo spaventarla. Mi si è bloccato il motorino. È la candela… è bella che andata…» e si guardò indietro in un punto indefinito della carreggiata dietro a lui dove la nebbia nascondeva il suo mezzo in panne. L’uomo aveva un viso tirato, larghi baffi che gli coprivano parte delle guance sgonfie e un sorriso simpatico che a tratti gli accendevano gli occhi chiari. Alberto, mise le frecce di emergenza e accostò. «Mi spiace averla dovuta fermare così» insistette il vecchio tornando indietro verso il ciglio della strada «ma sono ore che sono fermo e non so più che fare». Raggiunsero il ciclomotore sul ghiaino. Era piuttosto malandato. Appena dietro al faretto smangiato dalla ruggine il muso furbo di un setter irlandese iniziò subito a fare le feste.
«Buona Frieda, buona, il signore adesso ci aiuta.» Il vecchio, senza parlare, mostrò la candela consumata oltre ogni misura rigirandosela nella mano macchiata d’olio.
«Mi sembra che ci sia un meccanico a pochi chilometri di qui» disse Alberto al vecchio che ricambiò lo sguardo con un’espressione d’immensa gratitudine. «Salga, poi la riporto qui.»
«No, preferisco rimanere con Frieda, se non le dispiace. Non posso lasciarla da sola nella nebbia, avrebbe paura e potrebbe scappare. E poi ho notato che lei non ha posto, lì dietro, sul suo furgone».
«D’accordo, faccio in un attimo, allora».
«Tenga» fece il vecchio consegnandogli l’intero suo portafoglio tra le mani.
«Ma no, cosa fa? Mi paga dopo, quando torno.»
Alberto risalì sul furgone. La nebbia era così densa che al volante già non scorgeva più né il vecchio, né il cane. Percorse molto lentamente i pochi chilometri che lo separavano dal paesino dove per fortuna trovò il distributore di benzina con annessa officina. Non sapeva bene perché, ma era felice di poter essere d’aiuto. Un benessere ingenuo, sottile e delicato. Si era perfino dimenticato della sua giornata di lavoro e del cliente che lo stava sicuramente aspettando in negozio.
Di ritorno, giunto al ponte in pietra, arrestò il furgone mettendosi subito a cercare il vecchio; di lui però nessuna traccia. Chiamò, a voce alta, caso mai si fosse mosso nell’attesa. Era sicuro che quello fosse il posto giusto. Ma nulla. Dopo qualche minuto si fermò un’auto.
«È successo qualcosa? Ha bisogno di aiuto?» chiese un uomo sui quarant’anni sporgendosi dal finestrino.
«No, io no» rispose Alberto, confuso. «C’era un signore, qui, poco fa, l’ha per caso visto mentre veniva in su?»
«No, lei è la prima persona che vedo da quando mi sono alzato questa mattina» fece l’uomo facendo il gesto si ripartire; poi ci ripensò e abbassò nuovamente il finestrino:
«Se fossi in lei però, me ne andrei di lì con questo nebbione. Nemmeno una settimana fa c’è morto un vecchio in quel punto. Si era fermato con il motorino e il suo cane. Nella nebbia un camion non l’ha visto e l’ha scaraventato giù nel burrone.»

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