Attilio era stato in vita, come dire…, uno stravagante. Viveva a modo suo, con regole che non sempre coincidevano con quelle del buon vivere. A volte ci voleva una pazienza infinita per stargli accanto, se proprio si fosse fatto il voto di stargli accanto.
E quando al cimitero di Collefili dovettero aprire la tomba per riporre i resti in un contenitore più piccolo, giusto per consentire la rotazione ventennale delle inumazioni, scoprirono che il corpo, grazie al feretro a tenuta stagna, era rimasto in ottimo stato.
Sì, serviva la tanatoprassi: un liquido batterico-enzimatico ad alto potere scheletrizzante. Con quello sarebbero rimaste ben presto solo ossa grigie.
E così cosparsero il cadavere per poi aspettare.
Alla scadenza del tempo necessario, riaprirono. La bara era vuota.
Il primo a perdere in un istante tutta la sua abbronzatura fu Bigio, il necroforo. Un uomo oramai anziano, un po’ curvo nella sua camicia stinta e aperta sul davanti per il gran caldo. Per l’esperienza acquisita in tutti quegli anni non era un uomo che si impressionava facilmente, ma quella scoperta lo colpì nel profondo. Apriva e chiudeva in trance il coperchio della bara come se non credesse ai propri occhi e volesse vedere riapparire la salma. E, infine, accettata l’amara realtà, disperato, si risolse a chiamare l’unica parente di cui si aveva notizia: Ortensia, la nipote.
«Dov’è mio nonno? Che storia è questa che sarebbe sparito?» incalzò lei senza salutare.
Bigio abbassò gli occhi, costernato.
«Signora» esordì lui che non credeva alle proprie parole «non è mai successa una cosa simile… Glielo garantisco. Lo hanno rubato.» E, di seguito, senza respirare, le spiegò, in breve cosa era successo senza riuscire ad abbandonare il proprio sguardo incredulo.
Ortensia, una donna di mezza età, la cui bellezza stava iniziava ad abbandonarla, squadrò quasi con tenerezza quell’uomo insignificante che aveva di fronte. Allo stesso modo di come si guarda un bambino che non capisce o fa finta di non capire.
«No, non l’hanno rubato.» Il modo era conclusivo. «Nessuno si prenderebbe il fastidio di portarsi via un piantagrane simile. E poi non valeva nulla da vivo, figuriamoci da morto.»
«Ah no? Non l’hanno rubato? Come fa a dirlo?» Lui era confuso, provando per l’ennesima volta un’onda di brividi che dal collo percorreva tutta la schiena.
«Se ne è semplicemente andato. Mio nonno non ha mai sopportato di sentirsi bagnato. Da bambino i suoi genitori lo cambiavano poco e così soffriva il freddo, l’umidità, il disagio… Me lo ha raccontato tante volte, sino allo sfinimento, mi creda. Per lui era un incubo sentirsi così. E quindi lei, versandogli addosso quel liquido, gli ha ricordato di nuovo quanto sofferto.»
«Ma… signora, mi perdoni. Mi spiace ricordarglielo. Ma lui è morto. Che cosa sta dicendo? Non può soffrire.»
«No, non se ne dispiaccia che sia morto. Per quello che mi ha fatto passare…» e sollevò gli occhi al cielo. «E poi non sottovaluti Attilio: c’è da aspettarsi di tutto da lui; quella roba addosso l’avrà fatto solo infuriare, a prescindere…». Replicava con naturalezza, come se stesse parlando di un fertilizzante dato per sbaglio alle rose anziché al prato.
Bigio fece per inghiottire ma la poca saliva gli era rimasta solida sulla lingua.
«E… e adesso… dov’è, secondo lei?» guardandosi attorno impensierito.
Ortensia indicò la casupola che si affacciava sul camposanto.
«In quella casa chi ci abita?»
«Io… perché?»
«Ha una cantina?»
«S-sì.»
«È asciutta?»
«Asciuttissima.»
Ortensia annuì. «Ecco, allora le consiglio di non andarci più.»
Bigio perse le ultime tracce di abbronzatura.
«Lei pensa allora che lui, che il trapassato…?»
«No, lei non pensi a nulla» disse lei guardando l’orologio. Il tono ora si era fatto sgarbato. «Nonno Attilio era scorbutico oltre che collerico e vendicativo. Ora, per giunta, sa benissimo che è stato lei a bagnarlo con quella roba schifosa.»
Il necroforo si passò una mano sulla fronte volendosi svegliare da quel sogno angoscioso.
«Inoltre», l’atteggiamento della donna era, adesso, spazientito «ha sempre amato circondarsi di persone… come dire?… Poco raccomandabili, non so se mi spiego…»
«Sì sì, certo, si sta spiegando benissimo.» La voce gli tremava in gola.
«Non è che, a questo proposito, le mancano anche altri cadaveri nel suo bel camposanto?»
Una cornacchia in quel momento planò su una croce giusto per godersi la scena più da vicina.
«Non saprei, dovrei controllare meglio…»
«Ecco, bravo, controlli meglio» fece sbrigativa. «Però dia retta a me. Si dimentichi di mio nonno e degli altri morti che eventualmente le sono spariti. E soprattutto si dimentichi della cantina. Anzi, ci metta un bel paletto robusto, all’esterno. Non vorrà mica sentire mio nonno che sale le scale di casa sua e le bussa alla porta, vero?»
La donna lasciò in sospeso nell’aria quella domanda. E con il cipiglio da manager con cui era arrivata, se ne tornò indietro spedita, facendo scricchiolare il ghiaino che si sparpagliava all’incidere martellante del tacco dodici.
E lasciò Bigio da solo, con la pala in mano, le gambe molli, le vene che saettavano nervose sulle braccia magre e forti.
Intanto il sole calava lentamente dietro i cipressi, e l’ombra, lunga e affilata, di Bigio scendeva dritta a indicare la porta della cantina, come fosse un segnale.
E il corvo riprese il suo volo.
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Sator
Quando, scendendo in cantina, inciampò sul sesto gradino della scala, si ritrovò a ruzzolare come un sacco dell’immondizia, persino con la stessa eleganza e agilità. Se ne ristette supino sul pavimento per qualche minuto, giusto per vedere il soffitto volteggiare. Era dolorante e temeva di essersi rotto qualche osso. La sua solita distrazione, pensò. Non badava mai a dove metteva i piedi, e quello era risultato. Si tirò su a fatica, lentamente. L’età avanzata ci stava mettendo del suo per farlo sentire anche peggio, e il morale non era da meno. Era piuttosto confuso. Tanto che non riusciva neppure più a ricordare perché fosse sceso là sotto. Si girò più volte su sé stesso per farsi tornare in mente perché fosse arrivato sin lì. Stava proprio perdendo il capo. Fece spallucce. Prima o poi se ne sarebbe ricordato. Decise di tornare su e farsi un buon caffè, che magari aggiustava tutto.
Passò in vista del sesto gradino e si accorse che era inciampato su un’asse che si era parzialmente scollata. Dovrò farla mettere a posto, si disse, mentre cercava di rimetterla in sede. Ma si accorse subito che sotto quel pezzo di legno c’era un piccolo vano. Guardò meglio. C’era un libretto al suo interno. Non ci poteva credere. Era appartenuto a suo padre; proprio ciò che aveva sempre cercato: un libretto su cui, da mago dilettante piuttosto bravo qual era stato, aveva annotato tutte le sue magie. Gli aveva detto che glielo avrebbe passato quando sarebbe stato il momento, ma poi era morto all’improvviso in quel maledetto incidente e non c’era stato più verso di ritrovarlo. Anche perché lui, nel frattempo, era diventato un prestigiatore di professione e gli avrebbe fatto comodo averlo.
Emozionato si mise a leggere. La grafia del padre lo commuoveva. Aveva descritto in modo accurato ogni numero praticato e ogni tentativo per realizzarlo. Alcune magie le conosceva già, altre erano piuttosto ingenue o solo abbozzate. Ma poi ne trovò una che attirò la sua attenzione. Il padre l’aveva chiamata “Sator“. Richiedeva attenzione e cautela per la sua particolare pericolosità. C’era scritto.
Forse era arrivato il momento del suo riscatto. Pensò. Dopo essere stato in auge per alcuni decenni, con passaggi importanti anche in televisione dove era riuscito addirittura ad avere una sua rubrica, era infatti da tempo in declino. Aveva avuto alcuni terribili flop che avevano severamente offuscato la sua immagine. Era accaduto per esempio che, a una serata importante, nell’inserirsi uno stiletto tra le guance, aveva preso a sanguinare in modo copioso finendo in ospedale. Un’altra volta, nel tentativo di attraversare a piedi nudi un tappeto di tizzoni ardenti si era gravemente ustionato. Un’altra volta ancora non era riuscito a liberarsi dalle catene che gli legavano le mani. E avevano dovuto rompere la vasca di vetro per far uscire l’acqua in cui era immerso. Ma non era del tutto colpa sua. Almeno così lui se le era raccontata. I fallimenti erano dovuti sempre allo stesso motivo: alla perdita improvvisa di concentrazione. Per l’età avanzata, probabilmente che lo aveva reso non più totalmente lucido. Ma non poteva ritirarsi, non voleva davvero farlo. Voleva anzi ritornare grande, essere ricordato per qualcosa di memorabile, e adesso poteva rifarsi. Sì, sarebbe stato rischioso, ma ne sarebbe valsa la pena. E l’effetto di “Sator” prometteva di essere strabiliante. Recitando la giusta formula sarebbe riuscito infatti a diventare estremamente piccolo dando così l’illusione a tutti di sparire alla vista per poi ricomparire declamando la formula inversa. Chissà dove l’aveva scovata suo padre!
Si mise al lavoro. Si impratichì, provando e riprovando la magia finché non venne perfetta. E quando fu pronto, organizzò un happening sulla piazza principale della città. Sarebbe stato un evento organizzato senza tanto clamore. Lui era conosciuto e avrebbe radunato spontaneamente diverse persone, turisti compresi. E poi il conseguente tam-tam sui social, dove sarebbero stati scaricati i video degli immancabili cellulari, avrebbe fatto il resto restituendogli a poco a poco la fama che si meritava. Se lo sentiva: sarebbe stato un successone.
Attirato un discreto pubblico, creò ad arte l’attesa per il gran finale e poi, d’un tratto, fece il suo numero sparendo sotto l’occhio di tutti. La gente era rimasta stupefatta e a bocca aperta. Lui, come da copione, era diventato alto poco più di tre centimetri e nessuno riusciva più a vederlo. Era una sensazione bellissima essere tornato un grande.
Il problema però è che si accorse di trovarsi su una mensola della facciata della cattedrale, poco distante, e a venti metri di altezza dove tirava, oltretutto, un vento molto forte. Come ci era finito? Forse la magia all’aperto aveva effetti diversi. Non ci aveva pensato. E poi com’era la formula inversa per tornare ad altezza naturale? Era sicuro di averla imparata bene. Perché continuava ad avere quei vuoti di memoria?
Poi, all’improvviso, intravide un enorme corvo avvicinarsi minaccioso.
Come la biacca
Quando si risvegliò in ospedale si ricordava poco o nulla. Era da solo in quella stanzetta, nella luce attenuata e soffusa delle plafoniere notturne, ed era ancora intontito per l’anestesia. Cosa era successo? Stava guidando diretto chissà dove e poi, in un’esplosione di lamiere, il buio. Qualcuno lo aveva investito violentemente e lo aveva lasciato in mezzo alla strada, in stato di semi-incoscienza. Si ricordava a stento il proprio nome e quasi nulla della sua vita, solo stralci bucati tra ricordi sconnessi.
Ma ciò che più lo tormentava era il fatto che sapeva di essere una persona particolare. Era consapevole di essere cioè quello che comunemente si chiama un supereroe; aveva un potere speciale anche se non si ricordava quale; non sapeva perché lo avesse, ma era così pur trattandosi evidentemente di un potere che non lo aveva messo al sicuro da quanto gli era capitato.
Poi, pian piano, durante la degenza, riaffiorarono pezzi di esistenza come zattere senza ormeggio; si ricordò per esempio che non era sposato, ma che aveva una bella famiglia, che lavorava come architetto free lance, anche se, visto il suo destino di supereroe, doveva essere una copertura di comodo; che faceva, chissà perché, collezione di acquasantiere. Ma, del suo superpotere, non rammentava nulla.
Cercò di scoprirlo tentando di spostare oggetti con l’imposizione delle mani o ascoltando pensieri altrui o cercando di vedere attraverso i muri; ma no, non era quello il genere di capacità che possedeva.
Tornò dopo più di un mese a casa per la convalescenza e quando si sentì meglio ricominciò a lavorare. Oramai i ricordi gli erano tornati pressoché tutti meno quello che più gli stava a cuore. Controllò il suo computer, rovistò nei cassetti della sua scrivania alla ricerca di qualche indizio. Niente. Anche se sapeva bene che non vi era motivo per lasciare in giro indizi idi tal genere, se non altro per motivi di sicurezza.
Ma più però il tempo passava, più temeva che, forse, si era solo illuso. Probabilmente era una persona normale e quello di avere un superpotere, qualunque esso fosse, era dopotutto solo un sogno o un desiderio.
Qualche tempo dopo, un sabato, la nonna gli telefonò.
«Sono rimasta senza macchina, caro, me l’ha presa tua nipote, mi dai un passaggio in centro?»
Accondiscese, come faceva sempre. Così l’accompagnò dall’assicuratore e al mercato e infine dal fiorista. Ci stava bene, del resto, in sua compagnia: era una persona molto piacevole e ancora piuttosto brillante per la sua età.
«Perché compri dei fiori, nonna?»
«È l’anniversario della morte di tuo nonno, caro. Facciamo un salto al cimitero, è l’ultima cosa che ti chiedo, oggi…»
Lui, non si ricordava di essere mai entrato in quel camposanto. Era dietro la chiesa di Collefili, in piena campagna; era appartato, assorto, con una compostezza e semplicità che gli piacquero. Sembrava di essere lontanissimi dal caos della città.
Mentre la nonna metteva in ordine la tomba del nonno, togliendo i fiori secchi e sostituendoli con quelli appena comprati si sentì una scossa di terremoto. Era lenta e prolungata. Temette che il campanile della chiesetta potesse venir giù da un momento all’altro ma non gli venne da scappare, anzi. Poi si accorse che non si trattava di una scossa tellurica vera e propria ma di uno scuotimento del terreno che si smuoveva attorno a lui come in un enorme setaccio facendo affiorare gran parte delle tombe. Si vedevano i feretri riemergere come venissero a galla; le casse poi, uno dopo l’altra, si spalancarono e i morti uscirono caracollando e mettendosi in fila davanti a lui come fosse una truppa scelta che dovesse essere passata in rassegna. C’era anche il nonno, lo riconobbe, con lo sguardo severo e compreso nel ruolo.
‘Ecco il mio superpotere qual è’… si disse lui incerto se essere contento oppure no. Era però sollevato. L’ultimo tassello era andato a posto, anche se gli erano del tutto sconosciuti lo scopo e l’utilità di una simile capacità.
Aveva però voglia di abbracciare la nonna che lo aveva aiutato, suo malgrado, a superare definitivamente l’amnesia.
Ma la nonna era crollata sulle ginocchia. Il mento appoggiato sul petto. Il volto bianco, come la biacca.
I gatti di Via degli Armonici
Scrutò il cielo attraverso il vetro della finestra. Era una bella giornata di sole e avrebbe potuto fare la sua passeggiata. Si vestì con calma, nel suo modo metodico e le sue routine. La donna che lo aiutava a tener a posto casa era efficiente e da tempo si era abituata al suo ordine maniacale. Quando da ultimo fu soddisfatto del suo aspetto che lo specchio della camera gli restituiva, prese il sacchettino con il cibo avanzato del pranzo. I gatti di Via degli Armonici avrebbero mangiato anche quel giorno.
A passo lento, come i suoi 75 anni gli consentivano, si diresse, come sempre, verso il fiume. Gli piaceva vedere l’acqua infrangersi sotto i piloni tozzi del Ponte Romano trasportando le cose più varie che la scelleratezza degli uomini affidava al fiume. Di lì si portò alla Farmacia degli Inglesi per comprare la medicina per la pressione e quindi allungò fin verso Piazza Ghega dove, da qualche giorno, avevano iniziato lo scavo per la nuova fermata del tram; poi, finalmente, andò dai suoi mici. Aveva in particolare fatto amicizia con uno di loro, nato da poco, che cercava sempre di intrufolarsi nel suo cappotto per farsi portare a casa. L’aveva chiamato Oreo per il colore del suo manto; era un arruffato batuffolo di pelo che faceva tenerezza solo a guardarlo. Infine, i giardini della Stazione: quando era bel tempo come quel giorno si sedeva sulla sua solita panchina. Gli piaceva osservare la gente, la variopinta e imperscrutabile gente. Quella che passava di fretta o per ingannare il tempo, le mamme premurose dietro a figli capricciosi, uomini in età da lavoro o ragazzi di ritorno da scuola. Gli piaceva esaminarli affaccendati nella loro quotidianità, immaginando storie strambe e vite vissute. Sì, si stava godendo quell’inverno mite pensando a cosa si sarebbe preparato per cena.
E poi sentì un fischio lungo nella sua testa, così assordante che temette gli potessero sanguinare le orecchie. Poi un suono più breve, dolce, un trillo di tre note, come di un carillon.
Si alzò come un automa. Il suo passo era deciso, sicuro, determinato. Si diresse verso la Stazione accorgendosi che sapeva bene cosa fare anche se non capiva perché ne fosse a conoscenza. Superò la biglietteria perché il biglietto era riposto ben piegato nel portafoglio: sapeva anche quello. La sua destinazione era il binario 12, per Collefili. E infatti il treno delle 16.02 era lì che lo attendeva. Fece appena in tempo a salire che il regionale partì. Solo mezz’ora di viaggio. Giunto a destinazione, si portò al vicino Centro Direzionale, davanti all’uscita D6 e attese. Non aveva la minima idea del perché dovesse essere in quel luogo e a quell’ora. Dalla porta girevole principale, entravano e uscivano tanti uomini d’affari. Poi ne uscì uno in particolare che in qualche modo riconobbe. Aveva un cappello a larga tesa, come quelli di una volta, e una borsa marrone gonfia di chissà cosa. Allora capì e si mosse dall’ombra che il pilastro del porticato proiettava sul lastrico e andò incontro al suo uomo. Dalla tasca destra del suo cappotto sgusciò un coltello serramanico che non pensava affatto di avere, ma che invece era lì. Lo fece scattare all’interno della manica e in una frazione di secondo, nel tempo in cui gli passò accanto, gli allungò un fendente nella pancia girandolo a destra come una chiave. L’uomo con il cappello si bloccò all’istante come se fosse rimasto agganciato alla porta da cui era uscito e, piegate le gambe, cadde bocconi.
Poi, così come era venuto, il vecchio si allontanò di tutto comodo mentre la gente alle sue spalle si era messa a urlare soccorrendo il malcapitato al centro di una pozza vermiglia.
Prese il treno delle 17.15. Un viaggio di ritorno tranquillo in uno scompartimento vuoto. All’uscita della Stazione si risedette sulla sua panchina ai Giardini ancora pieni di persone. Lo colse nella testa lo stesso fischio violento di un’ora e mezza prima e, dopo qualche secondo, le tre note di carillon.
Si sentiva bene, rilassato, sereno.
Guardò l’ora, non capacitandosi di quanto tempo fosse rimasto lì, e si alzò per tornare a casa.
«Lo devo proprio portare via con me, Oreo, un giorno di questi…» si disse sorridendo del suo pensiero «…sono sicuro che mi farebbe tanta compagnia.»
La sveglia e il telefonino
La donna, ancora piacente e ben vestita, il capello tagliato di fresco, aveva la testa bassa. L’avvocato vicino a lei le faceva il gesto di tirarsi su con il busto, perché si stava presentando male al magistrato. Le aveva pure fatto un bel discorsetto prima dell’interrogatorio, ma ora, lei, sembrava essersi dimenticata di ogni cosa: era crucciata, il pensiero perso da qualche parte tra il pianale della scrivania davanti a lei e le sue scarpe alla moda.
«Per il verbale… lei si chiama…» chiese il PM con voce atona e distaccata.
La donna declinò le generalità a bassa voce, non senza incertezze.
«Nata a… il…» insistette il magistrato.
E lei meccanicamente completò i dati.
«È morto dottore?» fece a un certo punto la donna, preoccupata. Il PM la squadrò, sorpreso per quella domanda.
«Se la sente di raccontarmi com’è andata?» chiese senza rispondere, abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un mezzo sorriso.
«Stavo dormendo, dottore, quando nel cuore della notte ho sentito dei rumori. Sa, quella sera ero sola perché le bambine si trovavano con mio marito, a Collefili: era la serata che le doveva tenere lui. Ma quando mi sono alzata e sono andata nel corridoio verso la porta d’ingresso per capire cosa stesse succedendo era già troppo tardi: “loro” stavano già entrando…»
Le ultime parole le morirono in bocca: non riuscì a continuare a parlare e si mise a piangere. L’avvocato tirò fuori un fazzoletto di fiandra d’altri tempi e lo porse alla donna con gentilezza.
Il PM attese paziente.
«A quel punto…» si schiarì la voce la donna «…a quel punto ero davvero terrorizzata: vedevo già la luce di una torcia filtrare sotto la soglia…»
«Li ha aspettati che entrassero e così ha colpito uno di loro…»
«Ma no, dottore. Sono tornata subito a letto; ho pensato che se mi trovavano a dormire profondamente si sarebbero limitati a rubare solo qualcosa e se ne sarebbero andati…»
«E invece?»
«Stava andando tutto bene, diciamo così… nel senso che si erano messi prima a rovistare un po’ in sala e poi sono entrati in camera da letto. Hanno preso la mia veretta e una collana di perle sul comò…»
«Ed è stato questo il momento in cui lei così si è alzata dal letto e ha colpito…»
«Ma no, dottore, no… li ho lasciati fare sperando che si sarebbero accontentati… avevo troppa paura…»
La donna si stava tormentando le dita delle mani come se se le volesse svitare.
«Uno di loro, quello più giovane… mi si è quindi avvicinato e mentre io ero impietrita sopra le coperte lui mi ha abbassato il pantalone del pigiama… aveva proprio quello sguardo lì, sa cosa intendo dire…» fece assumendo nel volto un’espressione di involontaria sensualità «perché ho l’abitudine di non portare niente, sotto, quando mi metto a dormire…»
«Ed è stato quello il momento in cui…»
«No, ma cosa dice, per così poco… e poi l’altro complice, quello che era rimasto sulla porta e che doveva essere il capo, lo ha ripreso seccamente dicendogli di venir via perché, secondo lui, non c’era più nient’altro da rubare…»
«E quindi?»
«E quindi quello che mi era vicino, e che non voleva affatto andarsene, non so se mi sono spiegata, ha notato il mio cellulare sul comodino e se l’è preso.»
«E lei?»
«E io non ci ho più visto. Mi sono allungata fulminea sul comodino e con uno scatto ho afferrato la sveglia in mano e gliel’ho fracassata sulla testa…»
«La sveglia sulla testa? Per il telefonino…?» ripeté automaticamente il PM.
«Certo, dottore. Con tutti i selfie che mi ero fatta l’estate scorsa al mare con le mie amiche… ma scherza davvero? E così il balordo è rimasto lì a terra, mezzo secco… mentre l’altro è scappato via subito.»
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