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Posts Tagged ‘Collefili’

Il paracadutismo non aveva più segreti per lui. Era diventato un vero maestro in quel settore, tanto da tenere un corso di lancio estremo da quote basse e con attrezzature sempre più leggere.
Poi a Mark venne in mente una variante originale e mai provata fino a quel momento: l’aveva battezzata “abbraccio fatale” e sarebbe consistita nel lanciarsi insieme al suo amico Fred; ma mentre lui si sarebbe buttato senza paracadute, Fred, lanciandosi subito dopo, l’avrebbe raggiunto e glielo avrebbe consegnato in caduta libera.
“Geniale”, pensò Mark.
“È da pazzi”, gli disse subito Fred che non ne voleva sapere.
Mark sapeva però come convincere l’amico; non ci mise infatti molto a rassicurarlo dicendogli che non avrebbero tentato dal vero la nuova figura prima di averla provata infinite volte nel simulatore di caduta. E così fu, fino a quando almeno non riuscirono effettivamente a ritrovarsi a occhi chiusi e Mark non fu capace di indossare il paracadute con facilità. Anzi, per l’occasione Mark ne aveva progettato uno di nuova concezione in modo che si potesse indossare senza sforzo e nel minor tempo possibile.
Poi venne il giorno della prova dal vivo.
Il lancio andò benissimo. L’emozione era molto forte, ma a parte una leggera incertezza di Fred al momento di consegnare all’amico il paracadute, il passaggio materiale avvenne circa 300 metri di altitudine prima di quanto concordato. L’abbraccio era perfettamente riuscito tanto che atterrarono pressoché insieme.
Da quel giorno ripeterono la figura tante altre volte ancora facendola diventare una routine. Si scambiarono spesso di ruolo in modo da provare la reciproca ebbrezza di chi portava il paracadute e di chi lo riceveva.
Dopo qualche mese, decisero di alzare la posta, lanciandosi da due Piper diversi. La sincronia avrebbe dovuto essere maggiore, così come la concentrazione: il tasso di adrenalina sarebbe risalito.

“Ci vediamo il primo marzo alla solita ora?” scrisse nel messaggio Mark, dopo qualche mese di lanci eseguiti con successo.
“Sì certo, contaci” gli rispose Fred. “Arriverò però con il mio Piper dall’aeroporto di Collefili. Alle 9.00 esatte sarò il tuo angelo salvatore.”

Mark si preparò con la cura di sempre. Si sentiva particolarmente bene quel giorno e in pace con se stesso. La giornata era radiosa e la visibilità perfetta. Alle ore 8.55 spalancò il portellone di lancio sopra a un paesaggio nitido e lussureggiante. Vide in quell’istante il Piper di Fred che arrivava da sud, in orario, come previsto. Le ali dell’aereo luccicavano alla luce del mattino come per un saluto. Gli sorrise per ringraziarlo. Alle ore 9.00 Mark si lanciò proprio mentre l’aereo di Fred era sopra di lui.
Ma capì subito che qualcosa non andava perché il Piper di Fred era troppo veloce. No, non era il suo amico, come realizzò pochi istanti dopo: era un altro aereo, probabilmente da turismo.
Mark, cercò di rallentare la velocità di caduta aprendosi a X e offrendo all’aria il massimo di resistenza. Doveva capire. La lancetta dell’altimetro al polso girava vorticosamente. Aveva ancora pochi secondi. Ma cosa era successo? Poi l’occhio gli cadde sul datario dell’orologio. Era il 29 febbraio, non il primo marzo. Quell’anno era bisestile. Come poteva averlo dimenticato? Il primo marzo sarebbe stato l’indomani.
Chiuse gli occhi e scosse la testa.
La mano volò alla maniglia del piccolo paracadute ventrale di nuova progettazione che un giorno o l’altro si era ripromesso di testare anche se con la sicurezza del paracadute principale. Quel giorno, dopo tutto, era arrivato. Le cascine d’intorno e la torre di controllo diventavano sempre più grandi mentre l’asfalto dell’aeroporto sempre più vicino. Era il momento di sapere se aveva fatto un buon lavoro e se le cinghie avrebbero retto l’eccessiva velocità di caduta.
Tirò con forza e il paracadute nella sacca vibrò violentemente come se avesse voluto solo esplodere; poi fece un rumore come di un urlo liberatorio. E si aprì.

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christmas«Allora, dove passerai il Natale?»
Hap alzò lo sguardo dal libro. Sembrò far fatica a mettere a fuoco l’amico che gli era di fronte. Posò gli occhiali e fece un sorriso stanco gettando un’occhiata per un attimo verso il muro dalla parte opposta.
«Penso che come tutti gli anni andrò negli Hamptons, con moglie, figli e cani al seguito…» rispose dopo un po’ Hap cercando ora gli occhi di Leo.
«E quanto tempo ci resterai?»
«Due settimane, come al solito, tempo e lavoro permettendo» fece lui mostrando i palmi delle mani come se quel concetto dovesse essere evidente. «In quella villa così grande non ci vado quasi mai… dovrò decidermi a venderla. Nemmeno Ann ci si trova bene: si sente sola persino con la servitù; anche i ragazzi… se non li porto ogni tanto a far un po’ di pesca d’altura al marling si annoiano facile.»
«Ti capisco, è l’effetto deprimente che a volte fa il mare…» disse Leo lisciandosi la barba di un paio di giorni e sedendosi vicino all’amico. «Io infatti preferisco la montagna.»
«E tu dove andrai invece?»
«Io che sono più vecchio di te me ne starò invece tranquillo nel mio chalet sul Lago Tahoe anche se assediato dalla mia tribù di nipotini. Faranno un gran baccano, come sempre, ma vederli al mattino di Natale starsene a rovistare sorridenti tra i regali ai piedi dell’abete di otto metri che ho comprato apposta per loro, è un vero balsamo per gli occhi.»
«Eh già già…» annuì Hap posando il libro e mettendoci l’indice in mezzo per non perdere il segno. «Mia figlia grande, per ora, non ne vuol sapere di mettere su famiglia: ci ha presentato questo suo nuovo ragazzo, che, per carità è pure di buona famiglia, educato e rispettoso, ma è lei che non mi sembra granché convinta…»
«Forse perché il ragazzo non piace al papà» fece Leo ironico.
«No, che dici, ho smesso da tempo di impicciarmi di queste cose; no, è piuttosto che non mi sembra innamorata, ecco, tutto qui… Prendi per esempio l’altro giorno: lui, questo ragazzo, questo John, ha preso l’aereo dall’Europa dove si trovava per non so quale motivo e si è fatto 6.000 miglia solo per essere presente al pranzo del compleanno di Margaret, mia figlia; e lei, quando l’ha visto entrare, gli ha rivolto un gelido ‘ah, sei qui?»
«Mah, sono i ragazzi di oggi… non ci badano mica alle formalità; loro sono concreti, vanno dritti alla sostanza non sono come eravamo noi…»
«Dici?»
«Dico dico… te lo assicuro… e che regalo farai a tua moglie?»
«Quest’anno sono vent’anni di matrimonio… le regalerò un anello bellissimo che ho fatto arrivare tramite il mio gioielliere di fiducia direttamente dal Sud Africa…»
«Caspita che regalone! Io invece ho pensato a una serra.»
«A una…?»
«A una serra, una serra nuova per le piante: a lei piace tantissimo, ma anche a me del resto. Coltivare le orchidee e le piante grasse dà molta soddisfazione: sai, è un passatempo che abbiamo entrambi, che ci accomuna, ed è un modo come un altro per stare insieme, dopo tanti anni…»

«Ma che bella coppia di inguaribili sognatori…» si sentì dire alle loro spalle. I due ergastolani si girarono. Chuck il secondino, li stava squadrando con l’aria strafottente di sempre. «Se non spegnete subito quella luce, come vi ho già chiesto di fare da un po’, vengo lì dentro e vi rompo i denti a tutti e due.»
Hap e Leo si guardarono senza dir nulla. Hap allungò la mano e spense lentamente la luce della cella salendo poi sul superiore dei letti a castello; subito dopo anche Leo prese posto nel suo letto in basso. Calò il silenzio. Si sentivano solo rumori lontani e indistinti che in un carcere di massima sicurezza non si sa mai da dove provengano. Il buio si era già rarefatto e le ombre si stavano dividendo quella stanzetta sghemba.
«Allora buon Natale, Hap.»
«Sì, buon Natale anche a te, amico mio.»

La seconda parte segue con –> Maricopa
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ciliegie«Glielo assicuro, dottore, mi hanno incastrato.»
«L’hanno incastrata…» ripeté meccanicamente il PM Sbarbaro guardando un punto imprecisato tra l’uomo seduto davanti a lui e la parete di fronte. L’avvocato, un uomo corpulento spremuto sottovuoto nel suo spigato che aveva bisogno di una urgente stirata, stava pensando a cosa dire di intelligente, ma non gli veniva in mente nulla. Un agente penitenziario si avvicinò senza far rumore e allungò un foglio dattiloscritto al PM. Lui lo lesse con calma, spostando sulla punta del naso i suoi improbabili occhiali dalla montatura rosa. Riemerse quindi dalla lettura e disse al detenuto:
«Prosegua, prosegua pure…»
«Vede, dottore, stando qui in cella, nelle ultime ore, ho potuto riflettere molto su quanto è successo e ho capito come ha fatto.»
«Come ha fatto, chi?» domandò il PM posando il foglio.
«Il maresciallo Roversi. Non può che essere lui l’amante di mia moglie ed è lui che ha architettato tutto questo. Marina, mia moglie, l’ha evidentemente lasciato, forse per un altro ancora, e lui, per vendetta, l’ha uccisa; e, per farla franca, ha pensato bene di coinvolgere me.»
«Sa per certo che Roversi era l’amante di sua moglie?» chiese il magistrato osservando la punta della stilografica come se avesse trovato un difetto.
«In verità no, ho ricollegato il tutto, dopo. Ma non può essere che lui. Adesso le spiego: mia moglie Marina, dopo cinque anni di matrimonio, all’improvviso, mi ha messo alla porta. Mi dice che non mi ama più, che pensava fossi diverso, si era sbagliata, e che tutto era finito. Sa, le solite cose che dicono le mogli per sbarazzarsi dei loro mariti divenuti ingombranti. E dopo cinque anni! E per giunta con un figlio di mezzo!»
«E cosa gli ha fatto pensare al maresciallo?»
«Quando ancora mi faceva vedere mio figlio ho notato in casa un calendario dei Carabinieri, che lei non ha modo di frequentare altrimenti, e, una volta, anche dei guanti sulla console del corridoio, sa quelli di ordinanza, con tanto di cifre, AR… e ogni tanto Marina, con noncuranza, mi chiedeva di lui; insomma a quel tempo non ci badai più di tanto. Poi, un giorno, Roversi, che conoscevo bene perché frequentava il mio ufficio in comune (ancora non sospettavo di lui), mi invitò alla sagra delle ciliegie di Collefili, dove mi fece consegnare una cassetta di ‘duroni’, sa, quelle ciliegie grosse e nere…»
«Le conosco bene, vada avanti…»
«Sì, certo, e con l’occasione facemmo due passi su per la collina. Mi disse che voleva andare via da Collefili e se potevo parlare con quel mio parente al Ministero. Siamo quindi arrivati, camminando, a un laghetto. Ha gettato nell’acqua un ramo e mi ha fatto sparare con la sua pistola: una cosa così, per divertirsi un po’. Alla sagra, peraltro, mi hanno visto decine di persone…»
«E poi?»
«E poi mio cugino è riuscito a farlo trasferire ad Alvona. Nel frattempo i miei rapporti con Marina sono peggiorati. Ho cercato di capire cosa le stesse succedendo. Diceva che era depressa per una dieta sbagliata che le aveva rovinato il metabolismo. Insomma era diventata isterica. Le consigliavo sempre di andare da uno specialista, ma lei si fidava solo delle sue amiche e non mi stava mai a sentire. Divenne intrattabile e smise di farmi vedere persino mio figlio. Ma io avevo già capito il perché: aveva un amante e voleva rifarsi una vita. Poi è arrivato il giorno del fatto.»
«È sicuro che vuole proseguire?» mormorò l’avvocato avvicinando il suo testone a quello del cliente.
«Certo che ne è sicuro!» fece il PM spazientito per quella interruzione.
«Rientrando a casa, quella dei miei genitori, che nel frattempo mi avevano ospitato, ho trovato un pacchettino a me indirizzato nella cassetta delle lettere» continuò il marito senza neppure voltarsi verso il legale. «L’ho aperto e dentro c’era della polvere scura e un biglietto con la grafia di mia moglie. Diceva testualmente: ‘Volevi tuo figlio? Eccotelo. L’ho bruciato e queste sono le sue ceneri’. Sono corso da mia moglie, impazzito dal dolore. Ultimamente mia moglie era così fuori di sé, come le ho detto, che avrebbe potuto persino fare una cosa tanto orribile. Dal momento che nessuno rispondeva al citofono, sono salito su al piano. La porta era aperta e… e…»
«E?» fece il PM che aveva assunto l’espressione come di chi ascolta una voce in lontananza.
«E ho visto mia moglie, sul pavimento della sala, in un lago di sangue. La testa, quasi non c’era più. Si era suicidata. Neppure mio figlio c’era. E ho chiamato voi. Oh, la mia povera Marina!»
«Solo che noi abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto e facendo lo stub, per la rilevazione dei residui da sparo sulle sue mani, abbiamo rinvenuto le relative tracce… E facendo due più due…» concluse il PM alzando un poco il naso come se avesse voluto vedere dentro a uno scatolone.
«È per questo che le dico che sono stato incastrato, dottore. Lo so, non mi crederà mai. Ma l’arma trovata accanto al corpo di mia moglie non può che essere quella che mi diede Roversi quel giorno in cui sparai al laghetto, a Collefili, lui l’ha fatto apposta; lo stub è risultato poi positivo perché la polvere che mi sono fatto cadere addosso, aprendo il pacchettino a casa mia, non era la cenere di mio figlio, ma polvere da sparo; capisce? Roversi si è fatto pure trasferire da me in modo da procurarsi per tempo un alibi: insomma, un piano congegnato nei minimi particolari, ma sono innocente» e l’uomo nascose il viso tra le mani come volesse piangere. L’avvocato gli mise un braccio sulla spalla per solidarietà. Era poco professionale, ma era un gesto che si sentiva di fare.
«Ha ragione, un piano ben congegnato. Per fortuna ci ha aiutato Caterina» fece il PM dopo aver fatto decantare per la tensione.
«Chi?» fece il marito alzando il viso e cambiando espressione.
«Caterina.»
«Non capisco.»
«Abbiamo sentito le amiche di sua moglie. Sa, le donne parlano poco con noi uomini, probabilmente perché non le ascoltiamo abbastanza. Ma si confidano molto tra di loro. È vero: è risultato che la vittima era molto angosciata per la propria salute. Non era però per motivi di dieta, come dice lei. Aveva un brutto male, sua moglie, al seno…»
«E perché non me l’ha mai detto?»
«Perché lei la picchiava e la maltrattava, la sua ‘povera’ Marina. Per i motivi più insignificanti, in verità, ma soprattutto per gelosia. Lei si era convinto che avesse un amante, il maresciallo Roversi, appunto, ma non era vero; erano solo conoscenti, perché lui è il fratello della sua più cara amica, come probabilmente le aveva detto: probabilmente non erano neppure amici; insomma la convivenza fra di voi era divenuta, come dire?, insopportabile e sua moglie, piuttosto che denunciarla, ha fatto una scelta coraggiosa, nonostante il figlio piccolo. E qui entra in gioco Caterina.»
«Già, Caterina…» fece l’avvocato che interrogava con un’espressione dubitativa il proprio cliente.
«Caterina era la donna di servizio di sua moglie» proseguì il PM che aveva letto sul viso del suo interlocutore uno stupore genuino. «Se si fosse occupato di più delle sue cose, forse ora lo ricorderebbe. La vittima si era lamentata anche con lei dei continui furti in casa e lei le aveva consigliato…»
«Ah sì, è vero, ora mi viene in mente, avevo consigliata di licenziarla… o di parlarne con le sue amatissime amiche, che sanno sempre tutto, loro…» interruppe con sarcasmo.
«Esatto, e sua moglie, perdurando i furti, così ha fatto: ne ha parlato con le sue amiche. Non è vero dunque che sua moglie non le desse mai retta.»
L’uomo si incupì.
«La vittima, in altre parole, non se l’era sentita di licenziare Caterina, dopo tanti anni che era a servizio, e comunque senza avere le prove dei furti. E allora l’abbiamo cercata per ogni dove, facendo fatica a trovarla: era nascosta davvero bene.»
«Nascosta, chi? Caterina?»
«Ma no, che dice? La webcam! Era sistemata propria in sala, dove abbiamo trovato il corpo di sua moglie. Era stata piazzata tra due statuine di ceramica sul trave del caminetto proprio per controllare la sua colf. Ha ripreso tutto: da quando lei è entrato all’improvviso in casa con la pistola in mano e sua moglie le ha chiesto: ‘e tu che ci fai qui?’. Devo continuare?»

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fiori violaAndava avanti e indietro nella piccola hall dell’albergo. L’amico che doveva venire a prenderlo era in ritardo. Attraverso la porta a vetri dell’ingresso, il sole gettava una pozza di luce sui fiori del cortiletto che rimaneva separato dalla strada da bassi muri di pietra. L’uomo si sentiva addosso lo sguardo della direttrice, una donna corpulenta dai modi spicci che sembrava cresciuta partendo dall’indeformabile e perenne pettinatura di plastica biondiccia che le sovrastava la testa come una bambola d’altri tempi.
«Belli quei gerani, li cura lei?» fece l’uomo senza distogliere lo sguardo dai vasi.
«Come? Ah… quei Pelargonium?» chiese la direttrice con finta noncuranza. «Sì, in effetti mi vengono bene…»
Le piante erano robuste e succose: appena il sole si fosse fatto un po’ più caldo ci sarebbe stata una fioritura invidiabile.
«Beh… allora complimenti» disse sincero.
«Ma ciò che mi viene meglio sono le fucsie» disse lei senza smettere di scrivere nonostante l’uomo si fosse girato verso di lei. «Le ho messe dall’altra parte dello stabile, al riparo; sono piante che non sopportano gli sbalzi di temperatura, non so se ne capisce.» Il tono, adesso, si era fatto odioso e indisponente. L’uomo ci pensò un po’ su poi disse:
«Sì, ha ragione: i fiori possono dare delle gran belle soddisfazioni… io e un mio caro amico abbiamo messo a punto un cultivar di fresia di color viola che l’anno scorso ha vinto il premio speciale Novità all’Interflora 2013 di Amburgo.»
«Un cultivar? Un cultivar di fresia?» fece lei rimanendo a bocca aperta.
«Per carità è ben poca cosa, mi rendo conto…» insistette tornando a guardare i gerani con falsa modestia. «Se vuole, gliene porto uno dovessi ricapitare qui a Collefili…»
Per un po’ la direttrice rimase in silenzio, quindi rilanciò:
«Nel giardino di casa mia coltivo però delle rare rose blu del Madagascar che sono difficilissime da tenere, come del resto le famose orchidee Himantoglossum che però, ovviamente, mi vengono ugualmente una meraviglia; e questo grazie a un particolare concime superintegrato di mia invenzione che sto per brevettare. Se vuole, la prossima volta che viene, gliene do volentieri un gettino…»
«La ringrazio molto, signora, ma alle ‘solite’ orchidee preferisco le ‘originali’ piante carnivore dell’Amazzonia. Nella serra riscaldata di duemila metri quadrati che ho fatto costruire da una ditta fornitrice della NASA ho ottenuto gigantesche piante di Dionaea muscipula così grosse che, mettendone una in soffitta, pensi, mi ha mangiato tutti i topi…»
La signora stava masticando amaro e non sapeva più cosa dire. Nel frattempo era arrivato l’amico e aveva suonato il clacson per segnalare la sua presenza.
«Bene, alla prossima volta, signora, grazie per la piacevole chiacchierata…» salutò visibilmente soddisfatto. Lei gli strinse la mano allungando la sua, molliccia e gelida, aprendogli la porta senza dire nulla. Poi, mentre lo vedeva andar via:
«Ho anche piantato alcune mangrovie e un baobab precoce nel giardino di casa su cui presto farò costruire una casetta-gioco per i miei nipotini…» disse lei ormai straparlando.
«Mangrovie? Baobab?» domandò l’uomo che aveva raggiunto l’amico. «Questi impianti esotici in terreno nostrano sono sempre da sconsigliare perché gli alberi non autoctoni si ammalano facilmente, interferiscono con l’ambiente e inaridiscono la terra. Meglio investire in qualcosa di più utile. Faccia come me: dieci ettari di terra benedetta dal sole da far andare a cabernet franc e sauvignon, e via, uno spettacolo da bere! Arrivederci!»
«Dieci ettari di terra benedetta dal sole?» gli domandò l’amico una volta salito con lui in macchina. «Ma se abiti in un monolocale da 25 metri quadrati, oltretutto mansardati, che quando ci fai entrare un giacinto, devi fare uscire, per ragioni di spazio, il tuo gatto…»
L’amico sorrise. «Sì, lo so. È lei che non lo sa» rispose facendo un cenno con il capo in direzione della donna ancora irrigidita sulla soglia dell’albergo.

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La stagione era stata molto asciutta e le ultime piogge torrenziali avevano lavato il sottobosco. Levi, da più di quattro ore, stava girando a vuoto per i sentieri meno battuti e nella cesta dondolavano solo un porcino e due ‘mazze da tamburo’. Quella zona era per lui come un supermercato. Sapeva cosa trovare e dove, ma non era proprio giornata. Attraversò il torrente che di solito segnava il confine delle sue ricerche e si spinse sul versante nord della foresta di Rumi. Gli dispiaceva tornare a mani vuote e quella era una sorta di conchiglia di basalto dentro alla quale era cresciuto rigoglioso il bosco; il sole penetrava a stento, là in mezzo, e l’acqua evaporava con difficoltà sicché il terreno si conservava umido quel tanto che bastava. Al ‘tronco caduto’, anche nei periodi peggiori, ci aveva sempre trovato almeno una famigliola di quattro/cinque porcini. Si avvicinò carico di aspettative, con circospezione, quasi volesse coglierli di sorpresa: ne trovò però solo uno, di modesta pezzatura, e la delusione fu grande. Si inginocchiò come faceva ogni volta in una specie di rito e, cavato dalla tasca il coltello, scavò delicatamente per staccarlo dal terreno. Tagliò dal fondo, con perizia, un anello di gambo in modo che le spore tornassero al terriccio e lo rendessero fertile. Un bel porcino intatto, dopo tutto, saturo dei profumi del bosco, si disse mentre se lo rigirava tra le dita. Levi alzò lo sguardo verso la luce che filtrava di sbieco: era ora di tornare. Si appoggiò al tronco per tirarsi in piedi quando vide tra le foglie secche del cellophane. Scosse la testa. Qualche gitante si era sbarazzato della propria spazzatura. Lo raccolse, l’avrebbe gettato nel cassonetto una volta tornato a casa. C’era qualcosa attaccato, controllò meglio: era una busta, di quelle utilizzate ermetiche per surgelare i cibi e dentro era stato riposto un cellulare. Di primo istinto gli venne di posarlo, non essendo suo, ma poi pensò che quello, in fondo, non era davvero il posto migliore per quel genere di cose. E se lo mise in tasca, ci avrebbe pensato con comodo che cosa farci. Una volta nel suo studio cercò di accenderlo, ma inutilmente: era scarico. Lo aprì, conteneva la SIM. La tolse e la inserì nel suo cellulare. Dalla rubrica forse avrebbe potuto risalire al proprietario. Non aveva fatto in tempo a richiudere il guscio che il telefonino squillò. Qualcuno stava chiamando.
«Pronto, Tesoro?» sentì dall’altra parte. La voce era maschile, profonda, ma tremula. Levi, colto di sorpresa, non sapeva cosa dire. «Maria? Lo so che ci sei… ti sento respirare… che paura che mi hai fatto prendere… non rispondevi più…» Levi stava pensando da dove cominciare a spiegare quando l’interlocutore continuò: «Scusami per tutte quelle cose brutte che ti ho detto, che non volevo tenere il bambino e tutto il resto… Ho deciso: lo terremo, sei contenta? E’ il frutto della nostra passione. Faremo come vuoi tu, basta che torni da me, ti amo, amore mio… vedrai, d’ora in poi sarò un uomo diverso, andremo sempre d’accordo, non berrò più e non alzerò più le mani su di te… ti prego perdonami, torna…» ci fu silenzio. Levi sentì che la persona si era messa a piangere. «Maria, dimmi qualcosa, sono pentito, non puoi trattarmi così, sono uno straccio. Dimmi dove sei, ti vengo a prendere, nelle tue condizioni…» L’uomo piangeva ancora più forte. «Guarda come mi hai ridotto, sono l’ombra di me stesso, non mi riconosco più…» I singhiozzi stavano diventando più marcati e il respiro trattenuto. Poi l’uomo all’improvviso esplose di rabbia: «Perdio, Maria, rispondi! Esigo rispetto! Sono pur sempre tuo padre!»

* * * * *

La storia minima ‘Sul sentiero di Rumi‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 18 novembre 2012 su:

–> Il blog Caffè letterario

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Il cellulare squillò una volta sola, tanto che quando dissi ‘pronto’ pensai non ci fosse nessuno all’altro capo del filo.
«Ciao» sentii invece mormorare all’apparecchio. E quel suono mi parve subito irreale tanto proveniva da un passato lontano.
«Ciao» risposi io trattenendo il fiato.
«Mi hai riconosciuto?»
«Come potrei dimenticare la tua voce? Come stai, Marta? Che piacere sentirti, dopo tanto tempo…»
«Sono ventidue anni fa… ventidue anni, oggi…»
«Non l’avrei proprio detto. E che cosa mi dici di te?»
«Dopo che ci siamo lasciati, anzi dopo che tu mi hai lasciato, intendi dire? Ho incontrato un uomo, qualche anno dopo, e ci siamo sposati: ho avuto anche una figlia… ma poi nulla è andato per il verso giusto.»
«Mi dispiace Marta, mi spiace davvero, anche per come sono andate le cose tra noi…, non abbiamo mai avuto un vero chiarimento per quello che è successo e ogni tanto ci penso ancora: avevi diritto a una spiegazione, mentre io…»
«No, no, lo so benissimo che non ti dispiace affatto, ma ora non ha più alcuna importanza, credimi; appartenevo a un ceto di bassa estrazione, se questo poteva voler significare qualcosa e tu invece provenivi da una famiglia agiata e avevi la tua bellissima carriera da fare; no, non potevi rimanere al paesello con una come me. Avrei stonato nei salotti bene, l’ho capito persino io senza fartene mai una vera colpa; perdonami piuttosto se ti ho chiamato; non volevo affatto recriminare, ma solo ricordare per un attimo i vecchi tempi e riprovare quella belle sensazioni che mi dava l’ascoltarti.»
«E te le do ancora?» chiesi pentendomi subito di aver fatto una simile domanda.
«Oh sì, eccome…»
Poi si udirono dei rumori di sottofondo. Marta, coprendo probabilmente il ricevitore con una mano, stava parlando con qualcuno.
«Mi stanno chiamando » disse riprendendo la conversazione. «Devo proprio andare. È stato bellissimo risentirti. Allora ciao.»
«Ciao, Marta.»
Un’ondata di ricordi mi saturò la memoria. Mi ritornarono alla mente il suo viso dolce, le lunghe passeggiate, l’amore acerbo ma intenso, le promesse non mantenute. Una malinconia sottile mi s’infilò sotto pelle come una malattia rapida e devastante. Ripresi il telefonino in mano e chiamai Berto. Lui era rimasto al paese, proprio come Marta. Chiamarlo non sarebbe servito a nulla, lo sapevo, ma mi avrebbe fatto sentire forse un po’ meglio. Ma più discorrevo con lui e più mi accorgevo di non aver il coraggio di parlare di lei. Feci un bel respiro e, troncando a metà il suo discorso, gli chiesi:
«Sai, mi è successa una cosa davvero strana. Mi ha appena telefonato Marta Ciolli, te la ricordi? Quella ragazza con cui mi dovevo sposare quando abitavo lì: una biondina di Collefili. Come sta veramente? L’ho sentita molto giù…»
«…»
«Berto!?! Ci sei ancora?»
«Stai scherzando vero?»
«No, perché?»
«Perché Marta è morta in un incidente stradale dieci anni fa.»

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Il non aver trovato le chiavi di casa proprio mentre stava per uscire gli aveva fatto perdere minuti preziosi. Per andare a prendere la moglie alla stazione di Collefili, ci voleva mezz’ora e questo significava che avrebbe dovuto affrontare i trenta chilometri di curve a velocità sostenuta. Arturo si sentiva già nelle orecchie la moglie che, all’uscita dalla stazione, non trovandolo, lo avrebbe aspramente rimproverato.
Per fortuna la strada si rivelò sgombra e, complici una giornata di sole e l’ora appena postmeridiana, poté premere sull’acceleratore. Giunto al bivio per Bigialli, s’immise però davanti a lui un enorme SUV. Non solo la visibilità della strada fu all’improvviso del tutto coperta, ma il veicolo procedeva molto lento e le curve rendevano impossibile il sorpasso. Per fortuna si stava avvicinando l’abitato e sarebbero presto iniziate tante possibili strade che la macchina davanti a lui avrebbe potuto prendere. Ma il SUV, sempre procedendo come se il conducente si godesse il panorama, imboccava inesorabilmente ogni volta la sua stessa strada, e lo faceva con una metodicità e lentezza esasperanti. Superarlo in mezzo al traffico cittadino era impensabile, chiedergli strada pure: si impose allora di restare calmo. Giunse così all’ultima rotonda che avrebbe immesso in cinque differenti strade: una, la più trafficata, portava all’autostrada, due, anch’esse molto battute, verso le colline, le altre si perdevano nel paese. Le probabilità che il conducente scegliesse proprio corso Garibaldi, la strada cioè da cui si dipartiva quella per la stazione, erano assai remote. Sul viso di Arturo si accese quindi un sorriso non appena vide che il SUV, nell’affrontare la rotonda, aveva messo la freccia a sinistra. Come aveva ipotizzato, la macchina sarebbe andata nella direzione opposta, verso Capaglossa. Scalò la marcia, pronto a sgusciare di lato nell’attimo in cui avesse accennato la svolta. Ma il conducente del SUV ci dovette aver ripensato perché all’improvviso disinserì l’indicatore di direzione per poi proseguire per corso Garibaldi. Ad Arturo montò un nervoso che gli diede alla testa, tanto che mollò un cazzotto al volante. Il pugno gli rimbalzò a mezz’aria facendogli assumere una postura ridicola. Guardò l’orologio. La moglie doveva essere già arrivata in stazione e lo stava sicuramente aspettando sul piazzale. Cercò di farsene una ragione, in fondo era quasi arrivato: ancora cinquecento metri di corso Garibaldi e poi il SUV avrebbe proceduto sicuramente in direzione del mare o tutt’al più per l’Iper. Non era ipotizzabile che, grosso com’era, si potesse infilare per la scorciatoia stretta di via Calabassi. Arrivarono all’altezza del trivio e il SUV, contro ogni previsione, prese la scorciatoia. ‘Non è possibile!’ sbottò stizzito e a voce alta, Arturo: ‘allora ce l’ha proprio con me!’ Per due o tre volte il SUV rischiò di rimanere incastrato tra le macchine. Poi, fuori dalla stradina, come un predatore che si fosse liberato della boscaglia, s’immise prepotente sul piazzale dei treni. Lui, che seguiva a ruota, vide subito la moglie, appena sotto l’orologio, rigida e arrabbiata, le mani conserte. Era successo quel che temeva: era furibonda. Se almeno fosse riuscito a liberarsi di quel monumento su quattro ruote che aveva ancora tra i piedi, avrebbe potuto accelerare, per dimostrare, frenando, che almeno arrivava di corsa, ma quello era ancora lì, davanti a lui, flemmatico e imponente. Procedettero ancora in quel modo per alcuni interminabili metri. Poi il SUV si arrestò. Sua moglie si avvicinò a passo svelto salutando il conducente del SUV con un sorriso; vi salì. E la vettura sgommò via sotto i suoi occhi.

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