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Posts Tagged ‘sogni’

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

dietro il racconto
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Da una decina d’anni a questa parte, quando a volte si era trovato in serie difficoltà con le vicissitudini della vita, chissà poi perché, lui la sognava. Sognava di questa donna che aveva incontrato solo in sogno. A una festa di compleanno di un amico sconosciuto l’aveva per la prima volta corteggiata e poi l’aveva amata con la forza disperata di un amore giunto troppo tardi. Non era quel si poteva dire una bellissima donna, tuttavia era dolce, appassionata, intelligente, con la rara capacità di saper ascoltare. Lui l’andava a trovare in quella città strana che non avrebbe saputo riconoscere e trascorreva con lei ore dolcissime in una casa confortevole, in periferia, che avevano affittato per i loro incontri. Adesso era diverso tempo che non la sognava più. Non che le avversità nella sua esistenza fossero mancate, a Ottavio, anzi, quanto piuttosto perché la sua mente da ultimo era più agitata da incubi sfinenti che da sogni ordinari. Poi una notte sognò di svegliarsi nel ‘loro’ letto e di averla accanto.
«Laura, che fine avevi fatto? Sono stato in pensiero…» fece lui accendendo la luce dell’abat-jour.
«Ho avuto molto da fare» disse lei girandosi dall’altra parte.
«Cos’hai? Sei arrabbiata?»
«No, fece lei decidendo all’improvviso di scivolare giù dal letto.»
«Adesso dove vai, è ancora buio, non rimani?»
Lei tornò indietro, gli si avvicinò e lo accarezzò guardandolo con tenerezza.
«Devo andare, caro, e tu lo sai.»
«No, non lo so» sbottò l’uomo perdendo la pazienza. «Io a dir la verità non so più un bel niente, non sapevo neppure più come rintracciarti, pensavo di averti perduto per sempre. Ma è successo qualcosa?»
Lei era arrivata in fondo al letto e aveva appena nascosto le sue forme morbide e generose dentro la vestaglia di seta. «Vado in bagno…»
«No, fermati, parliamo un attimo, Laura. Dimmi, c’è un altro forse nella tua vita?»
Lei si era messa di colpo a piangere, come se quella domanda fosse stato il segnale.
«Tesoro, lo sai che a me puoi dire tutto» fece lui raggiungendola e stringendola a sé.
«Possibile che non capisci?» ribatté lei con voce dura «Tra noi è finita…»
«Dopo così tanti anni, me lo dici così? E io, io lo conosco?» ebbe il coraggio di chiedere lui facendo un passo indietro. La donna si girò con gli occhi rossi di pianto e il sorriso più dolce che le avesse mai illuminato il volto. «Non c’è nessun altro, Ottavio, né ci sarà mai. È che sei appena morto.»

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Odette

La madre era seduta in modo scomodo sul cuscino centrale del divano, proprio davanti alla tv. Aveva il busto obliquato verso la porta, come volesse alzarsi da un momento all’altro e riprendere instancabile le faccende di casa, cui era ancora dedita nonostante l’età. In quella posizione, in realtà, ci sarebbe rimasta tutto il tempo, almeno fino a quando non fosse terminata la sua soap opera preferita.
Brando dondolava invece accanto a lei facendo gemere le gambe stondate della sedia di vimini; andava avanti e indietro. La madre ogni tanto si voltava verso di lui allargando un sorriso teso che lo supplicava di star fermo perché non sentiva bene.
«Insomma, mi vuoi dire cosa ti rende così nervoso?» sbottò la madre con la voce alterata. Brando non rispose. Stette fermo per qualche secondo poi riprese a dondolarsi.
«Sto pensando che non mi piace il mio nome di battesimo. Tu e papà non potevate cercare qualcosa di meno vetusto?». La madre lasciò che il protagonista della serie finisse le sue battute e, appena iniziò la pubblicità, disse:
«Hai quasi sessant’anni, figlio mio, e ti accorgi solo adesso che non ti piace il tuo nome? Non me l’avevi mai detto… E come ti sarebbe piaciuto chiamarti? Sentiamo!»
«Marcello o Matteo… o… oppure Odette»
«Odette? Ma è un nome di donna».
«Certo che lo so, mamma. È che sono gay. Sono anni che volevo dirtelo». La madre impallidì. Trascorsero alcuni minuti in cui persino la televisione sembrò tacere.
«Stai scherzando, vero?» gli chiese con un filo di voce. Il figlio non rispose, ma si fece ancora più serio. La donna prese il telecomando e spense la tv.
«È come se tuo padre fosse morto una seconda volta» disse velenosa. «Lui stravedeva per te. E che cosa credi penserebbe ora? Una checca! È questo che sei? Ma che schifo…»
Brando chiuse gli occhi per sprofondare nel suo mondo lontano mille galassie da quel punto. Andava avanti e indietro su quella sedia cigolante a coprire con quel suono petulante tutte le cose terribili che la madre gli stava dicendo. Poi tutto tacque. La televisione riprese a pigolare sottotono mandando bagliori freddi nella piccola stanza.
Quando Brando si svegliò dal suo solito pisolino vide la madre seduta in modo scomodo sul cuscino centrale del divano. Stava guardando la sua soap opera preferita. No, non le avrebbe detto nulla quel giorno. Forse lo avrebbe fatto domani. Sì, sì, forse domani, magari il mese prossimo. O nella vita futura.

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L’ho sempre fatto di perdermi da bambino nelle mie storie, chiuso nella mia personale bolla di sapone. L’ho sempre fatto di origliare alle pareti del mio cuore per interpretare i sussurri di un mondo frusciante. Anche quando gli adulti scuotevano la testa, affannati e seri, perché, dicevano, ‘la vita è tutta un’altra cosa, vedrai’ e un giorno avrei capito. Ma in realtà non c’era nulla da capire, nulla cui rinunciare e ancora adesso che bambino non sono più e non c’è più nessuna bolla che mi protegga, desidero ancora fortemente smarrirmi in me stesso in un abbandono di cui mi pesa ogni volta il ritorno; e voglio continuare a galleggiare con il naso all’insù tra le onde del cielo senza più sensi di colpa o di smarrimento.


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Il barattolo era di vetro, senza etichetta, con uno di quei tappi di sicurezza dorati che luccicavano alla luce indiretta dell’alogena.
«Questa mou l’ho preparata ieri apposta per te: so che ti piace, devi assaggiarla» e così dicendo, Bastiano me l’allungò spingendolo verso di me con due dita, con un gesto che aveva un non so che di divertito. Sapeva che avrei lottato per non aprirlo.
«Guarda, Bastiano, che non ne posso più. È tutta la sera che porti in tavola ogni ben di dio.»
Lui sorrise appena: forse sapeva di aver esagerato con le portate, ma, come spesso dice, aveva voluto far bella figura e le due dita di passito di Pantelleria che mi versò in un bicchierino colorato, avrebbero dovuto servire da viatico per l’ultimo peccato di gola. Poi, come se ci fosse una qualche attinenza, guardando in trasparenza la bottiglia, mi fece:
«È strano come ci si svegli una mattina e ci si accorga di aver finito i sogni, di aver esaurito tutti progetti che ti eri portato dietro da ragazzo. Alcuni li ho scordati, altri hanno perso di significato strada facendo e per altri ancora ho capito che sono davvero irraggiungibili.»
Bevve un goccio, anche lui, asciugandosi una goccia di quel nettare che gli era rimasto tra le pieghe della labbra e, con un cenno un po’ stanco del capo, indicò la finestra del salotto, là dove il buio freddo della notte si era fermato contro i vetri appannati.
«Hai mai visto, qui giù dalla collina, come il profilo delle colline, al tramonto, sia a volte di un bel color viola? Sembra una bella donna adagiata nell’erba…»
Trasse un sospiro pesante soppesando il bicchierino oramai vuoto:
«Pensi che un giorno si potranno comprare i sogni da qualcuno che ne ha troppi?»
Non riuscii a rispondere, presi solo il barattolo di mou che avevo di fronte: lo stappai con un colpo secco, affondandoci subito dopo un generoso cucchiaio da cucina.

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