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Posts Tagged ‘albero’

«Perché l’hai abbattuto, papà, perché?» gli chiese non appena varcò il cancello. Il padre aveva la motosega in mano, la catena dentata stava ancora girando. Lui aveva l’espressione di chi fosse stato colto in fallo e non potesse negarlo, anche se avrebbe voluto tanto farlo. «L’avevo scelto io, babbo, ventisette anni fa, non ti ricordi? Volevi che il primo albero che fosse piantato in questo posto appartenesse solo a me.»
«Sì, piccola mia, lo ricordo bene, è che… è che…» il padre non sapeva cosa aggiungere, quali parole scegliere. Posò la motosega sul prato e si mise le mani sui fianchi a osservare lo scempio dell’albero a terra che ancora non si era accorto di essere privo di vita.
«Era sano, rigoglioso, ci dava delle meravigliose ciliegie…» incalzò la figlia alzando un poco la voce «perché l’hai fatto?»
E, proprio come le ciliegie, una parola tirò l’altra, e Lene disse cose che non avrebbe dovuto mai dire.

«Perché ha fatto una cosa simile il babbo?» chiese poi la figlia alla madre che stava riordinando la cucina. Sulle prime la donna era restia a parlarne e poi, certa che il marito fosse nel campo, glielo spiegò:
«È per via di quello che si dice.»
«Perché, che cosa si dice, mamma…?» domandò lei prendendo un tono di sufficienza.
«Della circonferenza dell’albero…»
«E cioè?»
«Si dice che quando il tronco dell’albero raggiunge la circonferenza della testa di chi lo ha piantato quest’ultimo muore.»
«Ma è una stupidaggine, mamma, lo sai benissimo, come si fa a credere a queste cose?»
«Sì probabilmente hai ragione tu, Lene.»
«Certo che ho ragione! Credevo che papà fosse più intelligente di così: credere a una idiozia simile!»
«Però non dovevi comunque dirgli tutte quelle cose tremende, non se lo merita, pover’uomo; ti vuole tanto bene.»
«Certo, si vede come mi vuole bene… lo si vede da come si comporta; pensavo ci tenesse anche lui a quell’albero: era un ricordo.»

«Buona sera, signorina» le disse Karl seduto sugli scalini della sua veranda. La ragazza era appena uscita di casa e aveva tirato fuori le chiavi della macchina. «Peccato per il ciliegio…» disse lui facendo un cenno con la testa.
«Sì, un gran peccato» ribatté lei che voleva tagliare corto.
«Ha aspettato fino all’ultimo, sa?»
«Chi?»
«Suo padre, Aaron. Ha aspettato sino all’ultimo a tagliarlo. Pensava che lei, diventata adulta, avrebbe capito e non avrebbe avuto nulla da obiettare quando l’avesse tagliato.»
«Non mi dica che ci crede anche lei a questa fandonia…»
«È libera di non crederci, signorina… ma sappia che non voleva affatto abbatterlo e così ha aspettato… ha aspettato troppo… Oramai non c’è più niente da fare, le circonferenze sono uguali, le abbiamo misurate ieri.»
Lei avvertì che si stava indispettendo di nuovo, ma, prima che potesse dire qualcosa, Karl proseguì: «e quindi sarà anche un po’ per colpa sua» fece lui con amarezza.

Poi si sentì un urlo provenire dalla casa dietro di lei. Lene si voltò mostrando per un attimo il profilo che tradiva la sua discendenza danese. Era la mamma che urlava.
«Il babbo, il babbo…» si udì nella campagna resa fresca e tersa dalle ultime piogge «Dio mio, Dio mio… Aaron, rispondi, Aaron…»

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C’era stata persino una cerimonia sontuosa. Le piantine erano quattro ed erano state sistemate, per ciascun punto cardinale, entro le mura della città, in celebrazione del Giorno mondiale della Pace.
Quale pace?, si era chiesta Rina, osservando quell’andirivieni confuso di autorità e di forze dell’ordine di fronte al suo negozio di passamaneria. Con tutte le guerre che ci sono anche in questo momento sul pianeta! Comunque, un po’ di attenzione attorno al suo esercizio non poteva che farle piacere. Se non fosse stato che la piantina in questione era a crescita rapida. Già l’anno successivo, infatti, l’albero aveva assunto un rilevante portamento, rubando luce, aria e spazio al suo negozio su cui incombeva. Con quello che si pagava di affitto! Subito protestò sommessamente, tra i denti, e poi, visto che riceveva solo frasi di circostanza e alzate di spalle, cominciò a scrivere. Prima alle autorità cittadine, quindi, via via, allargandosi finanche al Presidente della Repubblica. Le rispose, dopo qualche mese, solo un ufficio sconosciuto di non si sa quale ente che le comunicò, con tono burocratico-saccente, che non solo non si poteva fare nulla, vista l’importanza simbolica della pianta, ma che si trattava anche di una rarissima strigifolia pentateuca hybrida, sicché avrebbe dovuto sentirsi onorata di poterla vedere tutte le mattine, dovendosi semmai prodigarsi per difenderla e proteggerla. Rina per un po’ si fece andar bene quella risposta, ma quando si accorse che la chioma dell’albero stava coprendo l’insegna luminosa del suo negozio andò su tutte le furie. Era orgogliosa di quella scritta recante, da tre generazioni, il nome della sua famiglia e che, visibile a distanza di centinaia di metri sin dall’altra riva del fiume, era un punto di riferimento per l’intera cittadinanza sin da quando c’era l’elettricità. No, non poteva andare avanti così.
«Ci penso io» le disse Tizzullo, il ragazzino tuttofare che in negozio si occupava dei lavori più semplici. Rina non volle saperne di più. Si limitò a sorridergli e a fargli un vago cenno di sì con la testa. Conosceva la testarda determinazione di quel ragazzo, educato dalla strada e padrone, da tempo, dei propri pensieri.
Dopo qualche giorno, un mattino, il telefono squillò in casa. Riconosceva bene ‘quel’ tipo di squillo. Il telefono lo sa quando porta cattive notizie e accompagna la chiamata con un suono che ha sfumature sinistre. Rispose che aveva il cuore in gola. Tizzullo, incaricato di alzare al mattino la saracinesca del negozio e di pulirlo prima della sua apertura, la invitava a venire a vedere. Subito.
L’albero si era ispessito visibilmente nel tronco; le radici ora affioravano gonfie di vita dal marciapiede che si era fessurato in più punti; dalle stesse radici erano nati polloni rigogliosi pronti a ‘buttare’ nuovi getti. Rina rimase a bocca aperta.
«È tutta colpa mia» sentì dire. Tizzullo non osava guardarla in faccia. «Ho versato alla base dell’albero quattro flaconi da 3 litri di candeggina. Evidentemente devono aver sbagliato prodotto. Era del fertilizzante…»
Dovrò metterci rimedio io, si disse. Capitava sempre così. Quando il problema sembrava irrisolvibile era lei che ci doveva pensare. Così, nottetempo, versò, sempre alla base dell’albero, una tanica di cherosene tiepido. Le avevano detto che era una toccasana per bruciare anche la radice più forte e ribelle.
La mattina seguente il ragazzo non la svegliò. Un ottimo segno, pensò. Lungo il tragitto per andare in negozio, si sentiva leggera, rasserenata, soddisfatta. L’albero ci avrebbe messo un po’ a sentire quel liquido, ma la sua sorte era segnata. Nessuno avrebbe sospettato di lei e avrebbero dato la colpa all’inquinamento o alla siccità o a chissà quale altro accidente.
Poi arrivò al negozio e alla vista dell’albero ammutolì. Un ramo aveva spaccato la finestrella sopra alla porta entrando all’interno e agganciando un pilastro come per tirarlo via, un altro si era infilato nell’infisso della porta scardinandola, un terzo si protendeva minaccioso verso il bancone.
«Tizzullo! Tizzullo!» chiamò la donna insistentemente. «Dove sei?» urlò arrabbiata.
Nessuno rispose. Alzò gli occhi verso l’imponenza delle fronde della pianta sempre più imperiosa. Avrebbe potuto giurare che là in mezzo, nel fitto delle foglie, ci fosse una larga macchia rossa che prima non c’era.

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