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Posts Tagged ‘solitudine’

«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

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valigiaDa ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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dietro il racconto
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fiore‘In questo nascondiglio credo di essere al sicuro. Il contatto qui a Navòdgoro, in questa estrema periferia di Stalingrado, è stato chiaro: mi hanno individuato e fino a quando non avrò un nuovo passaporto non potrò allontanarmi. Non ci voleva. Proprio ora che la missione era pressoché ultimata: la migliore di tutta quanta la mia onorata carriera. Sono entrato e uscito dal Palazzo nel modo più spettacolare, beffando tutti controlli e i sofisticati sistemi di allarme. Collocare l’ordigno nel luogo che solo l’ambasciatore potrà usare è stato poi un capolavoro. Del resto mi chiamano ‘Silente Veleno’ mica per nulla. Sono inesorabile, rapido, silenzioso. Sì, un lavoro da professionisti quello di oggi, davvero pulito e senza sbavature. Al Centro avrò riconquistato quella stima e considerazione di cui ho sempre goduto. Dopo lo smacco di Istanbul e quell’errorino lo scorsa estate ad Alesund. Sì, sì: posso dirmi completamente riabilitato. Certo, non potevo immaginare che, nell’uscire dalla Sala delle Colonne, avrei incontrato proprio quel venduto di Vladimir Badijnski dell’NNK sovietico con cui avevo lavorato fianco a fianco nell’82 a Hong Kong nell’affaire Tatami, prima che lui passasse al nemico. È stata una leggerezza del Servizio di copertura. Spettava loro avvisarmi, e per tempo. E dire che quel fesso ha provato pure a spararmi; ma io sono stato, come al solito, più veloce di lui. Devo dire che ha messo su qualche chilo di troppo e i suoi riflessi si sono appannati con il tempo. Buon per me. L’ordigno per fortuna non l’hanno trovato: è nascosto troppo bene; almeno così mi dice questo rilevatore a onde corte. Resta il fatto che sono bruciato, bruciatissimo. Per fortuna questo nascondiglio è di livello 2 ed è testato come sicuro al cento per cento: non dovrei correre alcun pericolo. Perché allora mi sento così inquieto? Il mio sesto senso mi dice che qualcosa non va. Ma cosa? Se esco di qui adesso sono un uomo morto. Devo aspettare almeno che faccia buio. Per andare poi dove? Sono proprio in un brutto guaio. Altro che. Forse farei bene a ritelefonare al mio contatto per farmi assegnare una nuova base, magari di livello 1. Lo so, significa contravvenire al Protocollo, ma dopotutto me lo devono. Prima di notte l’ambasciatore sarà morto e questo grazie solo a me.
Oddio, c’è qualcuno alla porta. Stanno entrando, stanno entrando! Mi hanno scoperto, maledizione. La pistola è scarica. Mi fingerò morto’.

La donna entrò nella stanza lentamente. Anche se il corridoio era buio non accese la luce. Raggiunse a passi leggeri lo studiolo. Come al solito lui era lì, sulla sua sedia a rotelle, con il viso rivolto verso la finestra che dà sul parco. Un fascio di luce calava dai vetri illuminandolo come se fosse stato su un palcoscenico e fosse in procinto di cominciare la rappresentazione. Il viso era reclinato un poco di lato, con un pallore delle gote che era accentuato dalla sciarpa scarlatta che gli avvolgeva il collo. Gli occhi erano chiusi, immobili sotto le palpebre avvizzite. La sorprese constatare, sotto quella luce ingrata, quanto lui fosse invecchiato ultimamente. Gli tolse dalla mano il telecomando del televisore e gli tirò su il plaid che gli aveva regalato in modo da coprirgli oltre alle gambe parte del busto. Lo accarezzò, dolcemente, e sussurrò:
«Fra un po’ viene Maria per spicciare casa, papà. Ti voglio tanto bene, buon anno.»

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Palazzo Te«E così lei ha comprato la casa dell’anziana signora Pina?» chiese Oreste da dietro il bancone. Aveva alzato il tono della voce per farsi sentire dagli avventori. Si capiva che era diventato il discorso degli ultimi giorni. La casa della signora Pina, un po’ fuori dall’abitato, si trovava accanto al cimitero comunale ed era stata in vendita per diversi anni. Nessuno del paese l’avrebbe infatti mai comprata: si diceva un gran male di quella villetta, in particolare che di notte si sentissero bisbigliare i morti e si avvertissero rumori in casa. Ci voleva giusto un acquirente di fuori, come Leonardo Cernuschi che veniva dal capoluogo senza conoscere la storia di quei muri.
«Sì, da una settimana» rispose candidamente Leonardo bevendo il suo caffè. L’uomo dai grossi baffi a manubrio che non smetteva mai di lisciarsi, guardò di sottecchi gli amici del bar e chiese ancora:
«E come si trova?»
«Ah… bene bene… è la notte, purtroppo, che dormo male.»
I risolini generalizzati, sino a quel momento a stento trattenuti, diventarono risate grasse e sguaiate.
«E sarà il letto nuovo…» disse Beppe che stava giocando a biliardo da solo, come sua consuetudine, fermandosi però per un attimo a ridere di gusto.
Leonardo e la casa divennero così ben presto il nuovo argomento di conversazione della gente di Lughi che, come si sa, non ha molte altre distrazioni; i paesani non sprecavano occasione per prenderlo in giro e farne oggetto di battute salaci, complice anche il fatto che l’uomo stava molto sulle sue e non dava confidenza. In effetti, durante la notte, sentiva un biasciare sussurrato che proveniva dal muro di confine con il camposanto, ma, a essere sinceri, non gli dava fastidio più di tanto; aveva imparato in vita sua a temere i vivi non i morti ed erano sicuramente molto più fastidiosi i compaesani che non smettevano mai di additarlo per strada.
«Perché non si fa dare i numeri del Superenalotto?» gli domandò il tabaccaio un giorno.
«Mi fa per cortesia salutare mio nonno, buonanima, da uno dei suoi nuovi amici? Sa, è morto l’anno scorso…» disse ancora un tizio che non conosceva neppure e che lo fermò a bell’apposta per la via.
«Certo che così può sempre contare su qualcuno con cui far due chiacchiere, anche nel cuore della notte…» si sentì dire alla nuca, mentre passeggiava, senza aver avuto voglia di voltarsi.
Insomma, stava diventando un inferno.

Trascorse altro tempo e una sera al bar qualcuno chiese:
«E che fino ha fatto il Cernuschi? Non lo si vede più in giro…» Era Remo, una carriera da calciatore professionista alle spalle; grande e grosso com’era, camminava ancora come se avesse i tacchetti sotto le scarpe.
«È arrivata una sua lettera, un paio di giorni fa…» rispose Oreste serio.
«E ce lo dici solo ora? Che dice, che dice?» chiese Beppe posando finalmente la stecca del biliardo.
«La devo proprio leggere?» fece il barman titubante.
Gli avventori si avvicinarono al banco, pronti a farsi le ennesime risate. Oreste si lisciò un paio di volte i baffi e lesse:

Carissimi, mi scuserete se per qualche tempo non mi farò vedere in paese. Mi trovo ai Caraibi… Vi ricordate di quel tale, Giulio Orsini? Credo proprio di sì. Tempo fa era il vostro commercialista, ma anche il vostro fidato consulente finanziario. So che si è ‘mangiato’ un mucchio di soldi, dei vostri soldi, tanto che in paese c’è chi è fallito e chi si è suicidato per la vergogna dei debiti. L’Orsini stava per essere arrestato dalla Guardia di Finanza quando è morto di infarto. Non ha fatto in tempo, insomma, a pagare con il carcere quel che ha fatto, ma non ha neppure fatto in tempo a dirvi dove aveva messo tutto il vostro danaro. Eh sì, perché non l’aveva affatto perduto in investimenti azzardati come vi aveva fatto credere: l’aveva solo nascosto, e pure sotto il vostro naso. Era diventato un gran peso per lui, poverino, e doveva rivelarlo a qualcuno. Ora posso assicurarvi che l’ha fatto. Aveva cercato anche di dirlo alla signora Pina, ma lei, come sapete, era mezza sorda e non ci stava neppure più tanto con la testa. Insomma questa lettera è per dirvi grazie, grazie a tutti, davvero. Non vi dimenticherò.
Leonardo Cernuschi.’
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vecchia finestra«La villa è davvero bella!» esclamò Alvaro facendo scivolare lo sguardo dalla piscina al prato perfettamente rasato. «È anche in ottimo stato e il prezzo contenuto…»
«E consideri che è libero da subito» aggiunse il mediatore soddisfatto di aver potuto far vedere l’immobile in una così bella giornata. «È quel che si dice un affare.»
Poi i due si avvicinarono al SUV con cui erano venuti. Il mediatore stava per accomodarsi al posto di guida quando disse distrattamente: «Ah, dimenticavo… ovviamente c’è la signora Adalgisa».
«La signora Adalgisa?»
«Sì, è una persona molta anziana. Se ne sta tutto il giorno dietro le finestre della cucina dell’edificio di fronte…» Nel pronunciare quelle parole il mediatore la indicò con un cenno impercettibile del viso. Alvaro si girò. Scorse, da dietro i vetri di una finestra, il volto minuto e sgualcito di una donna, una nuvola di capelli viola appoggiata delicatamente alla testa. Alzò la mano per salutarla visto che lei li stava fissando. La donna accennò a un breve sorriso senza scomporsi. «Non le darà fastidio, vedrà» chiarì il mediatore rassicurante. «Dopo un po’ non se ne accorgerà neppure più che lei è lì.»
«Non potrebbe guardare la televisione come fanno tutti?» obiettò Alvaro sedendosi anche lui in macchina.
«Non ce l’ha e non le interessa: sostiene che l’annoia. Trova più interessanti le persone. Purtroppo dorme pochissimo e non c’è modo di schiodarla da quel posto. Non sente ragione.»

Alvaro comprò la villa e con la sua famiglia vi si stabilì con soddisfazione.
Per qualche mese, ogni volta che si trovava nel portico o a bordo piscina, si sentiva sempre sulla nuca lo sguardo inclemente di Adalgisa e quando alzava gli occhi nella sua direzione la vedeva immancabilmente dietro alla finestra. Non faceva neppure il tentativo di distogliere lo sguardo. Osservava e basta. Lo trovava inquietante.
I figli e la moglie si abituarono a quella presenza molto prima di lui. La ‘nonnina portafortuna’, la chiamavano, e ben presto se ne dimenticò anche lui, come aveva detto il mediatore, entrando di diritto a far parte del paesaggio, come il cedro centenario e l’altalena.

Un giorno, di ritorno dalle vacanze, trovarono la villa svaligiata. Avevano portato via quadri, tappeti e finanche la cassaforte.
«È una banda specializzata in furti nelle ville» gli rivelò l’Ispettore venuto per il sopralluogo come se quella notizia dovesse tranquillizzarlo. «Sono organizzati e professionali» precisò con una punta di ammirazione.
Alvaro era sotto shock: non riusciva a capacitarsi che la sua casa fosse stata saccheggiata. «Forse ci potrebbe essere utile Adalgisa…» disse a un certo punto come se a parlare fosse stato però qualcun altro.
«Chi è, la sua governante?»
«No. La signora Adalgisa è quella lì» e la indicò all’Ispettore con lo stesso breve cenno del viso che aveva visto fare al mediatore. La donna era al suo posto, impassibile, marmorea. «Sta sempre là dietro, come un gufo, giorno e notte e potrebbe quindi aver visto qualcosa…»

Dopo neanche mezz’ora l’Ispettore era di ritorno. Aveva la faccia scura.
«E allora?» chiese Alvaro pieno di aspettative.
«Abbiano trovato Adalgisa; era morta. Il medico legale dice che è deceduta da qualche giorno…» Senza aggiunger altro, come se quello fosse stato un saluto di commiato, se ne andò con i suoi uomini.

Trascorse una settimana e l’Ispettore telefonò ad Alvaro.
«Se vuole venire in questura, abbiamo preso la banda delle ville e ritrovata gran parte della refurtiva. Probabilmente qui ci sono anche cose sue.»
«È fantastico!» esclamò lui con fin troppo entusiasmo.
«Tutto merito della sua Adalgisa, sa?» spiegò l’Ispettore. «Siamo ritornati nella sua casa e abbiamo trovato l’incredibile. La signora non si limitava a guardare. Annotava minuziosamente ogni cosa su dei quaderni. Ne abbiamo trovati 452. Erano ordinati per anno, mese e persino per settimana. Tra le tante cose che ha scritto ha riportato il numero di targa di un furgone che per due notti ha sostato nei pressi della sua villa. Adalgisa aveva annotato che, secondo lei, era gente sospetta e non le piaceva per niente. Aveva proprio ragione: erano i ladri venuti a fare il sopralluogo, secondo la loro tecnica collaudata. Siamo riusciti così a risalire a una società e di lì a un’altra società e, incrociando intercettazioni e pedinamenti, indagini e controlli, siamo arrivati alla identificazione dei malviventi. Non ce l’avremmo fatta, però, senza i quaderni di Adalgisa.
«Non ci posso credere…» riuscì solo a dire.
L’Ispettore stava per riattaccare quando aggiunse:
«Ah, senta… lei conosce per caso un certo Marco Bertossi?»
«No, direi proprio di no.»
«Ha un Mercedes 560 sec blu…»
«No no, mi spiace.»
«Lei mercoledì sera va di solito da qualche parte?»
«Sì ad Alvona, per lavoro: ho una ditta anche lì. Parto il pomeriggio e torno il giorno seguente: da qualche anno; perché?»
«Niente, niente… dicevo così per dire. Allora la aspetto.»
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scaleAllora avevo sedici anni. La chitarra a tracolla, la testa fra le nuvole; me ne stavo andando dietro la chiesetta del rione, in una vetreria dismessa dove con i miei amici avevamo ricavato un ‘nostro’ posto dove suonare in pace. E lei mi venne incontro decisa, come se avesse avuto un appuntamento proprio con me. Era una donna ancora giovane, ma dai lineamenti sfioriti, una gonna sgargiante e gonfia, un foulard altrettanto colorato che le nascondeva i capelli facendole sembrare però la testa più grande. Mi si parò innanzi con la sua stazza robusta e io, anziché evitarla, mi bloccai davanti a lei come se non avessi avuto altra strada se non quella che mi impediva. Senza fiatare mi afferrò la mano sinistra e se l’avvicinò al viso. Con l’unghia scheggiata dell’indice segnò una dopo l’altra le linee del mio palmo. Poi abbandonò la mano e, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: «Lui tornerà.» Mi aspettavo mi chiedesse dei soldi e invece proseguì per la sua strada con la stessa fretta con cui si era fermata. «Lui tornerà» mi aveva detto, nient’altro.
Dopo qualche giorno che mi interrogavo su quella strana frase mi venne in mente che tempo addietro mia madre mi aveva raccontato che, uscendo in giardino per darmi il biberon, a quel tempo avevo pochi mesi sicché abitavamo ancora ad Alvona, aveva trovato vicino al mio passeggino uno sconosciuto. Si era messa subito a urlare ma l’uomo era rimasto lì, immobile, senza dir nulla, gli occhi allucinati e incerto sul da farsi. Solo dopo un po’, molto lentamente, si allontanò da noi scavalcando la recinzione. Il giorno seguente si seppe dalla Polizia, giunta per il sopralluogo, che quel tizio aveva assestato una coltellata a un uomo in un giardino poco distante, appena una mezz’ora dopo. Ci dissero che non era da escludere potesse tornare e di stare quindi molto attenti: nel timore che questo potesse succedere, i miei genitori traslocarono in un’altra città. ‘Poteva tornare’, era dunque questo il messaggio della zingara più di quindici anni dopo. Per qualche tempo, allora, ci persi il sonno dietro a questa cosa e poi, come spesso accade a un adolescente, mi passò di mente.
Sono trascorsi quarant’anni da allora e adesso vivo solo e da poco sono tornato, dopo varie vicissitudini e peripezie, proprio in quella stessa prima casa, ad Alvona. Mi è venuta in mente la zingara e quella sua frase stramba proprio tre giorni fa quando ho sentito distintamente, nottetempo, qualcuno salire le scale di legno che conducono alla mia camera da letto. Il quarto e il quinto gradino scricchiolano mettendoci il piede sopra: è un rumore leggero, appena avvertibile, ma nel silenzio della casa è una rasoiata nel buio. Anziché reagire mi sono sentito raggelare tanto da non aver avuto neppure il coraggio di scendere dal letto e aprire la porta. Nonostante la mia età, mi ha preso una paura ancestrale, assoluta, paralizzante. Mi sono limitato ad accendere la luce sul comodino e me ne sono rimasto così, tra le lenzuola, ad aspettare che il destino fatalmente si compisse. Ho atteso diverso tempo, non saprei dire quanto. Poi ho ceduto al sonno. Forse il tizio con il coltello ci aveva ripensato e aveva voluto risparmiarmi.
Ma è accaduto di nuovo. Poco fa. Stessa ora, stesso passo, stesso rumore sulla scala. Lui è tornato. Del resto non poteva che essere così: era venuto a terminare il lavoro. Come era il suo stile, la sera precedente era venuto solo a ispezionare il luogo per garantirsi maggiori possibilità di successo. Ho realizzato allora di essere stato un imperdonabile sciocco a credere che fosse tutto finito e a non prepararmi per quella ineluttabile evenienza. Sarebbe bastato mettere una serratura più sicura, avere pronta tra le dita un’arma efficace o semplicemente non farsi trovare lì. Sì, l’ho sentito arrivare sino alla porta e origliare attraverso il legno. Avrei giurato persino di averlo sentito ansimare. Il cuore mi si è fermato nel petto.
Questa volta però, mentre la mia mente era ancora tra le lenzuola, congelata per il terrore, il mio corpo si è alzato come un automa e ha spalancato la porta. Dovevo sapere.
Il corridoio era vuoto. La casa era vuota.
Mi sono solo visto riflesso nello specchio del corridoio e non mi sono riconosciuto.
Lui è tornato’ è vero, ho pensato, dopo qualche attimo osservando a lungo quel tizio allo specchio.
E ho realizzato che non sarebbe stato facile convivere con lui né con tutti i fantasmi del suo passato per quello scampolo di vita che ancora era rimasto da vivere.
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hat_gy
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