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Posts Tagged ‘solitudine’

«Ciao, Marì…» disse farfugliando Giorgino. Le luci stroboscopiche fai da te installate per la festa organizzata in casa dall’amico lo avevano appena illuminato di viola mentre la ragazza era inondata di luce dorata.
«COSAAA?!? NON CAPISCO CON QUESTA MUSICA COSI’ ALTA…» gridò Marì sgarbata.
Giorgino non si perse d’animo. Erano anni che quella ragazza gli piaceva perdutamente ed era arrivato il momento di farglielo sapere, almeno questa era la conclusione cui era arrivato dopo tanto tentennare. Le si avvicinò a piccoli passi. Il profumo di lei entrò nelle sue narici facendolo naufragare in un’altra dimensione. Per un momento, oscillò.
«Volevo solo dirti…» fece lui deglutendo più volte, «volevo solo dirti che mi piaci tanto e che mi piacerebbe uscissimo insieme…»
Questa volta Marì aveva sentito bene. Osservò divertita il ragazzo che stava diventando azzurro, poi verdolino e poi arancione a seconda delle luci al led che lo colpivano. Poi lei si fece seria e si volse attorno come per accertarsi se qualcun altro avesse sentito quelle parole. Lo stanzone era ancora semivuoto, le sue amiche erano in ritardo e Attilio, il padrone di casa, era chino sulla sua immensa raccolta di vinili per scegliere la musica più adatta per la serata.
«Cos’è una battuta?» chiese lei raddrizzando le spalle e mettendo ancora più in mostra il seno generoso.
«No… veramente no» cercò di giustificarsi lui intimorito per quel gesto.
«Ma se sei un rospo! Hai gli occhi sporgenti, gli occhiali spessi da bibliotecario e il sedere basso che puzzerà di piedi; e non guidi neppure la macchina…»
Giorgino la vide per un attimo come in una foto patinata. Anche con quell’aria di disprezzo disegnata sul volto era bellissima. Poi quelle parole appena vomitate in faccia scesero lentamente nella sua anima e l’avvelenarono; sentì che qualcosa dentro di lui si stava rovinosamente spezzando. Lei continuava a squadrarlo impietosa mentre il ragazzo non sapeva più che fare. Avrebbe voluto solo sparire, ma non gli riusciva: le scarpe erano piene di cemento e bullonate alle piastrelle.

Per tutta la festa non riuscì più a parlare. Se ne stette in un angolo, accanto a un trumeau in penombra, con mezzo bicchiere di coca-cola calda in mano: stava ancora precipitando nel suo pozzo. Ogni tanto guardava verso Marì attorniata da ragazzi e dalle sue amiche fidate. Forse, dopo tutto, aveva capito male, forse lei non voleva dire proprio quello che davvero gli aveva detto; si aggrappava a questa idea, disperatamente, per rallentare la caduta libera. Ma ora gli sembrava che finanche le amiche guardassero nella sua direzione e si mettessero a ridere.

Per qualche giorno non uscì di casa. Per fortuna, dalla finestra del soggiorno la vedeva passare nella via mentre andava a scuola. Era sempre con qualcuno, il viso sorridente, i capelli corvini, lunghi e morbidi, il passo altero come di chi nella vita avrà solo sfide tutte da vincere.
Come avrebbe potuto lui ora convivere con quel giudizio lacerante? Si chiedeva senza riuscire a rispondersi e soprattutto senza smettere di sprofondare sempre più in giù.

«Marì, apri tu?»
«Si mamma.»
«Lei è la signorina Maria Carla G.?»
«Sì»
Il ragazzotto biondo con la divisa di un noto corriere internazionale le consegnò rapido un pacco. «Firmi qui per cortesia.»
Lei firmò in modo deciso e ordinato. Non stava più nella pelle. Era un regalo per lei, il giorno di San Valentino! Che emozione!
Poggiò il pacco sul tavolo della sala e lo scartò febbrilmente. Era un scatola di legno con dentro un barattolo di vetro. Non riusciva a capire cosa fosse e lo portò verso la luce della finestra, Dentro al barattolo, immerso in una soluzione di formalina, fluttuava un cuore piccolo e poroso.
Nella scatola c’era anche un biglietto:

Buon San Valentino, Marì,
con tutto il cuore. 
Tuo, per sempre.
Giorgino

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16 novembre 2028, h. 9.07

Oggi l’ho rivista. È proprio carina. Nella sua divisa celeste del TrandyMarket sta davvero bene. È forse un po’ piccolina, ma la linea del corpo è morbida e aggraziata; ha degli occhi azzurri profondi. Due laghi gelati d’alta montagna. Mentre parlava con una sua collega si è messa all’improvviso a sorridere ed è stato stupendo.

18 novembre 2028, h. 17.22

Priscilla, così l’ho chiamata perché non so il suo vero nome, oggi era al reparto cartoleria. Ha delle bellissime mani.

21 novembre 2028, h. 8.33

Mi sono nascosto dietro al carrello portapallet per vederla lavorare. Non c’era nessuno in quel momento nel reparto e ho potuto osservarla a lungo. Forse si è anche accorta di me perché si voltava ogni tanto nella mia direzione muovendo con eleganza i capelli a coda di cavallo fermati da un elastico rosa.
Sì, deve essere così: mi ha lasciato ammirarla mentre si muoveva sicura tra quaderni e fogli uso bollo. Poi è arrivata una sua collega, quella rossa con le lentiggini, alta alta e sgraziata, e sono scappato via.

23 novembre 2028, h. 17.10

Oggi mi ha parlato ed è stata una emozione fortissima che mi sembrava di soffocare. Stavo scegliendo dal frigo un yogurt alla ciliegia quando mi è arrivata all’improvviso alle spalle e mi ha chiesto “permesso” prima di riporre sullo scaffale interno una confezione di succhi di frutta. Me l’ha sussurrato in modo melodioso, guardandomi negli occhi. È stato un istante durato un tempo infinito.
Permesso”… che parola dolce e piena di significati reconditi!
Sapevo che era ancora al reparto cartoleria; l’avevo vista entrando nel market sicché non me lo sarei aspettato di vederla arrivare così agli alimentari. Evidentemente mi aveva notato anche lei e, avvicinandosi, ha voluto lanciarmi un segnale preciso… a questo punto mi sembra chiaro.

28 novembre 2028, h. 8.02

Mammina ora sta molto male.

1 dicembre 2028, h. 21.26

Mammina non c’è più. Quel brutto male me l’ha portata via, per sempre.
Ma su una cosa aveva ragione: è ora che mi faccia una famiglia. Che metta giudizio, come diceva lei. Non posso più vivere così, da solo, abbandonato a me stesso, per tutta la vita.
Mi devo fare coraggio con Priscilla.

4 dicembre 2018, h. 8.33

Ho avuto la conferma da Priscilla che le piaccio. Le ho chiesto dove potevo trovare le patate novelle e lei mi ha risposto con piglio professionale che non lo sapeva e che dovevo rivolgermi a un’altra collega. Mi ha sorriso dolcemente e mi ha guardato dritto dritto negli occhi un po’ più a lungo dell’altra volta in cui mi aveva chiesto solo “permesso“.
La voce era senza dubbio carica di sottintesi.
È deciso: la prossima volta l’aspetto che esca dal lavoro e mi faccio avanti.

5 dicembre 2018, h. 21.00

Ce l’ho fatta. Priscilla e io siamo finalmente insieme. Oggi, all’uscita dal lavoro non voleva salire sulla mia macchina. Ma io ho tanto insistito. Certo, ho dovuto tirarla dentro con forza e trattenerla, ma solo un poco; poi mi è sembrata contenta e tranquilla. Si è messa anche a piangere quando sono partito, io le ho detto però che non doveva preoccuparsi perché succede spesso quando i sentimenti sono più forti delle parole; che arriva prima o poi il momento in cui bisogna sapersi lasciar andare. Perché la vita è breve. E lei ha capito.
L’ho portata qui a casa per cominciare subito a formare una famiglia.
Ora siamo davvero una cosa sola, io e lei.
Gli occhi azzurri le sono rimasti per fortuna aperti ed è meravigliosa con la sua coda di cavallo.
Nel freezer a pozzetto ci sta tutta, temevo di no.
Per fortuna è così piccolina.

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Oliviero si trovava in cucina e si stava preparando un panino con la mortadella (sarebbe stato quello il suo cenone della Vigilia) quando sentì un fracasso provenire da fuori della porta. Qualcuno era caduto. Si precipitò fuori accendendo la luce. Sul pianerottolo c’era un uomo piuttosto in carne, vestito di rosso, in mezzo a scatole grandi e piccole confezionate in colori vivaci sparse intorno a lui.
«Accidenti che botta!» esclamò l’uomo ancora disteso. Oliviero si avvicinò per aiutarlo a mettersi in piedi.
«No, per carità, non mi tocchi» fece il signore in rosso. «Faccio da me, la ringrazio. Ogni tanto mi succede con questi carrelli moderni: hanno le ruote davanti che vanno per conto loro e, quando meno te lo aspetti, si bloccano di colpo…»
Oliviero fece un passo indietro per gustarsi meglio la scena e si mise a sorridere.
«Sì, lo so cosa sta per dirmi…» se ne uscì l’uomo vestito di rosso: «che io in realtà non esisto, che sono solo un’invenzione consumistica, che le sembro un amico di un suo vicino di casa e che, insomma, è tutta una mascherata…»
«Lo sta dicendo lei…» gli fece di rimando Oliviero, sempre sorridendo.
«Ecco, appunto… mi aiuti però almeno a rimettere i regali sul carrello» sollecitò  il signore in rosso che, già in piedi, si stava spazzolando il vestito con le mani: «non riuscirò altrimenti a portarli dentro tutti, al numero 4.»
«Dai Serra?»
«Sì… mi pare si chiamino proprio così e hanno pure cinque figli…»
Poi l’uomo in rosso si diede una manata sulla fronte.
«Ecco, ma che testa che ho! Mi sono dimenticato che loro sono in sei quest’anno. C’è anche il nipotino Mark appena arrivato da Miami. Non posso farlo rimanere senza regali! Che figura ci farei?»
«Davvero…» domandò Oliviero grattandosi la testa «…come fa ad avere tutte queste informazioni? Che tipo di parente è lei? Conosco bene i Serra, da anni, io a lei non l’ho mai vista…»
«Lasci perdere, Oliviero… e poi comunque fa proprio male a non fare neppure l’albero…»
Oliviero rimase interdetto. L’uomo sapeva il suo nome ed era conoscenza del fatto che non avesse fatto l’albero di Natale in casa. Stava per chiedergli di nuovo come facesse a sapere quelle cose, ma preferì abbozzare una risposta che suonò tuttavia come una giustificazione non richiesta:
«È che non ho figli, né nipoti ed è comunque una gran seccatura comprare l’albero, addobbarlo, mettere le luci, per poi disfarsene pochi giorni dopo.»
«Ma così impedisce allo spirito del Natale di entrare in casa sua… Tutti noi abbiamo bisogno d’amore, non trova?»
I due si guardarono per un po’ senza dir altro; poi il timer della luce delle scale scattò e si spense. L’uomo vestito di rosso schioccò le dita e la luce si riaccese.
«Mi dia allora almeno un’occhiata ai regali mentre torno giù, vado e vengo…» disse il signore in rosso che già aveva preso a scendere le scale.
«No, guardi ho altro da fare, stavo giusto cenando…» fece a quel punto lui scorbutico.
«Sì, ha ragione, vada vada, sennò il panino con la mortadella le si raffredda!»
Oliviero fece una smorfia a quella battuta ironica e si chiuse la porta rumorosamente dietro di sé. Stava ancora scuotendo la testa quando vide che in sala, davanti a lui, c’era un albero di Natale che arrivava fino al soffitto, ricolmo di palline e di addobbi di ogni tipo, luci accese, colorate e intermittenti, comprese. Era bellissimo. Corse in cucina e al posto del panino alla mortadella trovò il tavolo imbandito con ogni leccornia tipica del cenone della Vigilia. Uscì rapidamente sul pianerottolo: non c’era nessuno e neppure il carrello né i regali a terra. Gli sembrò di sentire anche una risata liberatoria e soddisfatta provenire dal basso. Ma non ci avrebbe giurato.
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dietro il racconto
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Ultimamente gli accadeva di girare per la grande casa senza uno scopo; come se entrando in una stanza si fosse ricordato di aver dimenticato qualcosa di vitale importanza in un’altra tanto da dover tornare indietro o altrove; ma cercava senza trovare, metteva in ordine ciò che già lo era, guardava senza vedere.
Non riusciva davvero ad abituarsi ad aver perso la sua compagna di tutta una vita, di non trovarla più in quelle stesse stanze, di non sentirla borbottare tra sé e sé mentre entrava minuta dalla porta d’ingresso.
‘Quanto tempo è passato da allora?’ si diceva disteso nel letto, sotto quel cielo senza luna che gli incombeva dall’abbaino, pronto alla dormiveglia estenuante di un’altra notte.
‘Quanto tempo dovrà ancora passare?’
Quella sera, se mai fosse stato possibile, la nostalgia era ancora più bruciante. Aveva trovato nel pomeriggio un pezzetto di carta scritta di pugno di lei con un abbozzo di lista della spesa; l’aveva trovato infilato in un libro tra una pagina e l’altra. Con grafia precisa e ordinata erano marcati il caffè, una bottiglia di aceto, un detersivo per i piatti e qualcos’altro che iniziava con due lettere sbiadite come se fosse finito l’inchiostro. Un’interruzione definitiva senza rimedi.
Aveva allora preso a pensare a quella quotidianità spicciola che aveva vissuto con lei, a quella banalità semplice che la vita pazientemente intesse e di cui ci sfugge spesso la ruvida bellezza.
Poi in quel buio denso, grondante di nero e di ricordi, sentì all’improvviso il profumo intenso della sua pelle, velata dal calore inebriante della sua intimità. Si girò nel letto e se la sentì accanto. Il suo corpo morbido e accogliente era lì, vicino a lui. Subito ne ebbe spavento e si ritrasse. Ma poi allungò di nuovo cautamente la mano. Sentì i suoi capelli sottili sotto le dita, le sue guance di velluto, il respiro calmo e profondo di chi ha ancora davanti a sé tutta una vita di mille risvegli e mille soli. La gola gli si serrò: gli venne da piangere. Poi riconobbe sotto le lenzuola il suo pigiama preferito, la forma un po’ arrotondata della pancia, le braccia abbandonate ad abbracciare un sogno fuggevole e delicato come il volo di un passero.
Si voltò verso il proprio comodino e afferrò nell’oscurità la pipetta dell’abat-jour pronto ad accendere la luce; poi si arrestò. Se l’avesse fatto lei sarebbe sparita, ne era certo.
Si rimise allora lentamente sotto le coperte con il cuore che batteva con forza nel petto.
‘Cosa mi sta succedendo?’ si chiese. ‘Sto impazzendo?’
Poi sentì distintamente che lei nel sonno, come faceva sempre, sussurrò qualcosa a mezza bocca, qualcosa di incomprensibile. Lui sorrise.
‘Ci penserò domani…’ si disse preso da una strana ebbrezza; e le si distese accanto aderendo al corpo di lei, in un tutt’uno indistinguibile, almeno per quella notte.
E finalmente si addormentò.

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Sedendosi in sala, si chiese come mai ci avesse messo così tanto tempo per venire a vedere quella pièce; aveva infatti tanto contribuito alla sua riuscita, sia mettendo mano al testo che alla musica, che era stato quindi grazie anche a lui se era divenuto un successo tanto enorme quanto inatteso; anche se poi, per via di quel brutto litigio con Mark, il capo compagnia, aveva dovuto abbandonare la stagione e nessuno gli aveva mai più riconosciuto un qualche merito.
Non ricordava bene perché non si fosse deciso prima. Ma che importa? Ora era lì, in quel teatro ed era giunto il momento di riconciliarsi con gli errori del passato, di mettere un po’ d’ordine nella sua vita come in un solaio dimenticato. Chissà, magari a fine spettacolo sarebbe potuto andare a trovarli in camerino per un breve saluto e poi forse uscire pure con loro a mangiare un boccone e ricordare i bei vecchi tempi. Dopotutto, qualcosa gli dovevano. Ma ecco… ecco… si era appena levato il sipario: il brusio in sala si stava sciogliendo in un silenzio di aspettativa, creando l’attesa nell’attesa, l’attimo nell’attimo e lui, sì, proprio lui, finalmente era lì.
L’attacco dei violini era rimasto sempre lo stesso, morbido, accattivante, tanto da creare fin da subito l’atmosfera giusta; la voce impostata di Annalise, l’attrice principale, faceva il suo grande effetto persino a palco vuoto; riempiva tutta la sala prima ancora che il suo ingresso sul proscenio scatenasse un sincero scroscio di applausi. Era sempre la solita, lei, ci godeva un mondo a creare quell’attenzione spasmodica nel pubblico; sì, li poteva ben vedere di profilo nella penombra della sala; tutti quei volti rapiti che pendevano dal suo incedere misurato, dal quel movimento studiato delle mani, la postura leggera del suo corpo di giunco a sfidare il mondo; ogni oggetto di scena, ogni più piccolo particolare sembrava solo valorizzare la sua bellezza. E poi il testo! Si era dimenticato di quanto fosse stato bello e ricco e appassionato. E la scenografia!?! Avevano avuto delle idee brillanti: le soluzioni erano innovative e avveniristiche; bravi, sì, bravi davvero; adesso tutto appariva armonioso e il succedersi delle scene era fluido, il ritmo incalzante, accurato, mai affrettato. Ora capiva perché avevano avuto una così buona riuscita; una bella compagnia di attori, nulla da dire.
Rimpianse all’improvviso di aver dato di matto, quel giorno, con Mark. Non avrebbe dovuto dirgli che sua moglie Annalise amoreggiava con tutti: con lui, con l’impresario, con il produttore, persino con il trovarobe e da ultimo, dietro le quinte e durante le prove, persino con l’addetto alle luci; avrebbe potuto tacere, avrebbe dovuto tacere, ma lui era fatto così: sincero, leale, diretto. Le cose non se le poteva tenere per sé, oh no, le doveva dire, soprattutto a Mark che era suo fratello.

Poi, da un lato della sala, una falce di luce per un attimo gli ferì l’occhio.
Il solito ritardatario’, pensò. ‘A miei tempi, una volta iniziata la rappresentazione, non era possibile entrare in sala in ritardo. Ora fanno come vogliono e vanno e vengono dal teatro come in una stazione ferroviaria. Non c’è più rispetto per nessuno e men che meno per quelli che pagano il biglietto. Che gente!”.

«Mi scusi, signore» fece un tizio in piedi, accanto a lui, con una camicia sgargiante e un foulard intorno al collo. Lui per un po’ lo ignorò, ma quello si ostinava a rimanere lì, in piedi, a parlare, a parlare…; sembrava avercela con lui; stava disturbando tutti.
«Mi scusi, signore!!!» insisté quello alzando la voce.
«Dice a me?» fece lui girandosi finalmente verso l’uomo.
«Sì, certo, proprio a lei. Guardi che non può stare qui.»
«Come non posso stare qui, cosa dice?»
«La ditta delle pulizie sta mettendo a posto la sala per la rappresentazione di questa sera. Lei deve andarsene. Mancano ancora sei ore all’alzata del sipario. Torni più tardi, per favore.»

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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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hat_gy
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Non so come fosse potuto accadere ma era successo; era stato qualcosa di ineluttabile, di invincibile, di definitivo. Lei era lì, nel baratro, appena appesa al mio braccio. Era scivolata sul pietrisco e in un attimo, nel tempo che una goccia di pioggia ci mette a trovare un varco tra due nubi, era caduta; l’avevo afferrata con un gesto spontaneo e la presa salda a un arbusto con le radici accartocciate alla roccia; e adesso lei penzolava inerme, senza forma, guardandomi silenziosa come se fossi stato io quello in difficoltà e stesse pensando a come tirarmi fuori da quel guaio.
Intanto stracci di nuvole, passate attraverso un setaccio rotto, passavano a branchi sotto di noi. Ci facevano capire quanto fossimo in cima, fuori da qualunque sentiero battuto o malga abitata.
Poi lei fece una cosa che non mi aspettavo. Sorrise.
«Perché sorridi, tesoro?»
«Perché è finita, amore mio, non c’è più nulla che possiamo fare…»
Scossi la testa senza riuscire a replicare. Pensai a quanto mi sarebbe piaciuto avere avuto da lei una bambina che tanto le somigliasse e avesse avuto quel piglio di sfida verso la vita.
«… e ho realizzato all’improvviso quanto ti amo e quanto ti ho amato; ho vissuto proprio bene accanto a te e adesso posso morire contenta.»
Non riuscivo a darle una parola di conforto. Non in quel momento. Feci solo un grande sforzo per tirarla su, ma lei era troppo in basso e la roccia su cui mi trovavo troppo sottile e protesa verso il precipizio perché, dondolandosi, potesse metterci un piede.
Urlai, chiedendo aiuto; sembrava lo chiedessi al sole pallido che, dopo aver indugiato per tutto il giorno nel cielo opaco, ora stava scendendo lentamente in un punto preciso al di là dai monti. È strano urlare in montagna a quella quota, pensai. Si ha ancor più la sensazione dell’immenso, dell’isolamento, della vertigine.
Ogni tanto lei guardava giù come per abituarsi allo strapiombo. Poi mi disse:
«Non ti angustiare, amore mio. È accaduto. Non doveva, ma è accaduto. Giurami che ti rifarai una famiglia. Finalmente potrai avere quei figli che non sono riuscita a darti e che ti saresti meritato. Sei un uomo meraviglioso e sono stata fortunata di poterti conoscere. Troverai presto un’altra donna che sarà pazza di te. Non dirle però come sono morta, ti prego. Non ci farei bella figura. Sarà il nostro piccolo segreto…»
Urlai ancora, più forte di prima. Un falco pellegrino, come se mi avesse sentito, sbucò dal profilo grigio della montagna e per un lungo tratto di cielo venne nella nostra direzione con le ali gonfie di vento. Gettò il suo verso acuto alle cime di neve senza ottenere risposta per poi buttarsi a capofitto in direzione dei calanchi che biancheggiavano più in basso.
La mano destra era serrata attorno all’arbusto ma il braccio sinistro cominciava a intorpidirsi e le dita a diventare scure.
«Coraggio, amore mio, ancora poco e ci potremo lasciare» mi mormorò sentendo che la presa si stava aprendo. «Non voglio portarmi dietro il tuo viso imbronciato, però. Regalami il tuo sorriso.»
Un forte colpo di vento, mi sorprese tanto che lei si mise a oscillare paurosamente. Nella fatica di tenerla un dolore lancinante mi infuocò la schiena e un crampo alla gamba d’appoggio me la fece piegare. Ero allo stremo.
«Vorrei poterti dare un ultimo bacio…» mi fece ancora lei con un’infinita tristezza negli occhi.
Urlai per la terza volta, con tutta la voce che mi era rimasta nell’anima; non mi riconobbi neppure e mi spaventai. Quella solitudine che sempre avevamo chiesto al mondo per la nostra protezione ora ci si rivoltava contro. Avevo voglia di piangere, di disperarmi, di svegliarmi da quell’incubo.
Poi, a un certo punto, una calma irreale mi allagò il cuore. Lei stava scivolando verso la morte e io ero diventato tranquillo come se ogni cosa avesse acquistato un senso.
«Guardami» le feci e lei mi guardò. E subito capì.
«Non lo fare…» riuscì soltanto a dirmi.
«E invece sì: è solo l’ultimo viaggio da fare assieme» le risposi e finalmente le sorrisi. E staccai la mano dall’arbusto abbandonandomi nel vuoto accanto a lei.
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hat_gy
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