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Posts Tagged ‘solitudine’

Io sono un casino e la mia vita è troppo complicata per una relazione stabile. Devo mettere ordine nella mia testa prima di permettermi il lusso di essere felice. Meriti di meglio, tu. Ti auguro di incontrare presto la persona che ti possa dare tutto l’amore che desideri.’ Così gli aveva detto. E, prima ancora che lui potesse ricominciare a respirare, lei gli aveva dato un bacio sulla guancia e aveva svoltato l’angolo.
Ma tu sei già il mio meglio’ avrebbe voluto dirle. ‘Sei già il mio alfa e il mio omega, il mio nord e il mio sud, la mia stella polare.’ Ma non ne aveva avuto il coraggio o il tempo o entrambi.
Come poteva rimediare prima che fosse troppo tardi?
Poi si ricordò che di lei aveva l’indirizzo mail. Perché non ci aveva pensato prima? Avrebbe giocato la sua carta migliore: le avrebbe scritto spiegandole con calma ogni cosa. Poteva riconquistarla, ne era sicuro.
Tornò subito a casa e febbrilmente cominciò a lavorare a una bozza. Corresse, integrò, cancellò, riscrisse. Forse era venuta troppo lunga. Undici pagine potevano essere tante. Ma era anche l’unica occasione che avrebbe avuto per convincerla a tornare con lui. Doveva tentare il tutto per tutto. Rilesse un’ultima volta, attenuò alcuni passaggi, ne sviluppò degli altri con rimando ad alcune note a piè di pagina. Usò un carattere a corpo 8 senza interlinea e senza margini e ne vennero fuori nove pagine e mezzo. Un buon compromesso, dopotutto. Del resto, se lei era davvero ancora interessata a lui, come riteneva, le avrebbe lette quelle pagine, tutte.
Scrisse il titolo della mail: “Il meglio sei tu; “Il Meglio sei Tu”. Mise il documento in allegato e inviò.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due. Nessuna risposta.
Dall’applicativo implementato nel programma di gestione della posta si accertò che la mail era arrivata ma non era stata letta. Era evidente che era ancora arrabbiata con lui. Forse doveva trovare un diverso titolo alla sua missiva, più accattivante, che potesse solleticare la sua curiosità e spingerla a leggere il resto. E poi probabilmente non era stato chiaro a sufficienza. Doveva parlarle anche di quando era piccolo, della sua infanzia, del suo ricco mondo interiore, del percorso formativo fatto per diventare quello che era oggi. Così sarebbe stato tutto più chiaro. Quando avesse saputo ogni cosa su di lui non avrebbe avuto più scampo: avrebbe dovuto amarlo per forza.
Riprese la lettera, la riscrisse da capo, aggiunse alcuni aneddoti, anche delle foto di quando era bambino. Il file stava diventando pesante. Lo impaginò allora con un apposito programma, fece un bel pdf e lo allegò. Nel titolo della mail scrisse: “Non posso vivere senza di te”; “Non posso credere di poter vivere senza di te; “Tu non puoi vivere senza di Me”. Inviò. Questa volta l’avrebbe aperta e letta. Era fiducioso.
Rimase davanti al computer per vivere in diretta il momento in cui la notifica di lettura avrebbe decretato il suo trionfo. Si sentiva finalmente felice.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due e poi anche tre. Ancora nessuna risposta. La mail risultava arrivata, ma non era stata letta.
Faceva la sostenuta, allora. Ma sì la capiva.
Provò anche a telefonare sul luogo di lavoro per sapere se fosse tornata al paese. Quando sentì la sua voce dolcissima riattaccò. Questo però gli fece anche venire la voglia irresistibile di reincontrarla. Ma doveva avere pazienza. Si limitò ad appostarsi vicino a casa per vederla di nascosto uscire al mattino e rincasare la sera. Era bellissima! Una sera, prima di chiudere la porta di casa dietro di sé, si accorse che lei aveva accarezzato distrattamente un fiore di oleandro che pendeva da un albero. Lo raccolse furtivamente e lo portò via con sé.
No, così non approdava a nulla. Pensò. Doveva alzare il tiro. Forse non doveva parlare a lei di lui, ma a lei di loro. Di quale vita meravigliosa avrebbero potuto avere insieme, quali sogni avrebbero potuto realizzare e soprattuto quanto lui avrebbe potuto renderla felice.
Riscrisse tutta la lettera. Parlò dei suoi progetti, della loro futura casa in mezzo al verde e vicino alla cascata, dei figli bellissimi che avrebbero avuto: Luigi, Baldovino Vitantonio e Guendalina Maria. Creò dei fotomontaggi di loro due insieme, racchiusi in un cuore che palpitava con dietro il baratro che li avrebbe ingoiati entrambi se lei avesse fatto un passo falso all’indietro.
Oramai la lettera era diventata una pubblicazione. Conteneva testo, immagini, video, link e persino un’autointervista in diversi momenti della sua giornata. Un risultato convincente e persuasivo, insomma. Era proprio soddisfatto. Meditò anche sul nuovo titolo: “Non impedirti di essere felice: viviamo il nostro sogno o facciamolo morire insieme!
Con il cuore che gli batteva forte, la inviò. Era certo che questa volta avrebbe fatto centro. Era nervoso. Si alzò per la stanza a camminare.
Passarono pochi minuti e il computer lo avvisò che era arrivata una mail. Allora era vero! Aveva finalmente ceduto. La costanza l’aveva premiato. Anche se non si capacitava come avesse potuto leggere così tanto in così poco tempo. Aprì la mail. La lesse.

Gentile Utente,
questa mail è generata automaticamente dal nostro Sistema che adopera l’algoritmo Efialte per analizzare ai fini psicoterapeutici il testo delle mail attraverso di Noi veicolate. L’analisi sulle Tue recenti missive ha messo in evidenza preoccupanti profili di ipocondria, esaltazione del sé, ipotesi di comorbilità tra narcisismo e bipolarità oltre a tendenze anticonservative con episodi sistemici di depressione grave e aggressività non adeguatamente gestita. 

Secondo la Convenzione LR 12.07.2018 n. 33 con l’Azienda Sanitaria della Tua Regione abbiamo allertato uno specialista in materia di disagio psicologico che, a breve, Ti contatterà per un primo ciclo di dieci sessioni di assistenza e riabilitazione che potrai usufruire, in modo del tutto gratuito, anche comodamente presso la Tua abitazione.
Il Responsabile di Settore.


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Era piacevole sentire il fruscio della ramazza sul selciato. Swissssh, swissssh… Sembrava di fare una carezza al mondo. E poi la città a quell’ora del mattino aveva un’aria incantata, irreale ed era tutta sua.
Quando Greg era ancora ragazzo, suo padre gli diceva sempre di studiare perché solo così poteva riuscire nella vita. E lui così aveva fatto. Si era preso la laurea e ora stava spazzando alle sette del mattino una delle vie più trafficate dai turisti. Faceva su scontrini, bottigliette vuote di birra, cartoni sventrati della pizza, cercando di evitare i rigurgiti degli ubriachi che i piccioni cercavano già di spartirsi. Sarebbe passata la idropulitrice per quello, a lavare e a disinfettare. Magari anche i piccioni. A volte si chiedeva quanto la felicità potesse essere ancora lontana. Swissssh, swissssh…
Dietro a un cassonetto sotto un foglio di giornale sentì che c’era qualcosa di ingombrante; la ramazza non riusciva a spostarla. Greg si avvicinò. Un oggetto bruno, dall’aria apparentemente innocua, faceva appena capolino. Accidenti: era una pistola. La squadrò ben bene per decidere il da farsi. Poi si chinò e la raccolse. Era pesante, massiccia, calzava alla perfezione nella sua grossa mano. Una sensazione di potenza gli si scaricò attraverso il braccio arrivando sino al cervello. Certo, con quella avrebbe potuto far tacere il suo vicino di casa che teneva la televisione a tutto volume fino a tarda sera; avrebbe potuto far smettere i suoi colleghi di prenderlo in giro per il fatto che lui aveva studiato e loro no; avrebbe forse convinto in qualche modo Carlotta a tornare con lui. Sì, doveva portarsela via.
A casa la adagiò sullo scrittoio e vi diresse sopra il fascio dell’alogena. Doveva saperne di più. Scattò due o tre foto con il cellulare e poi fece una ricerca su internet per immagini. Ed eccola lì: era una Glock 30, cal. 45, caricatore bifilare amovibile da 10 colpi, rigatura interna poligonale ottagonale. Chissà che voleva dire.
Cercò ulteriori informazioni in chat, in siti specializzati, scaricando anche il libretto delle istruzioni. Capì come funzionava la sicura, come si sganciava il caricatore, come si caricava l’arma. E quando gli sembrò di aver capito tutto e di poterla maneggiare con disinvoltura, la penombra della casa si accese di una fiammata improvvisa con un boato assordante. La pistola, chissà perché, aveva appena esploso un proiettile bucando la tramezza accanto e conficcandosi nel retrostante muro perimetrale, non prima di aver spaccato in due l’attaccapanni. Greg si spaventò a morte. Un turbinio di pensieri lo assalì. E se il vicino avesse sentito? Poteva chiamare la polizia. Avrebbero trovato il foro del proiettile e la pistola. Si affacciò in strada. Lo stallo riservato alla macchina del vicino era vuoto. Forse era fuori.
Se ne stette per un po’ con gli occhi chiusi. Sentì piano piano che il cuore si calmava.
Passata la paura, comprese che la pistola lo stava attirando come un magnete.
L’indomani, poco prima di uscire, decise di portarla con sé; la infilò nella cinta dei pantaloni, dietro la schiena.
Lavorò con grande energia. Swissssh, swissssh. Si sentiva diverso, più importante, autorevole. Anche salutando i suoi colleghi quella mattina aveva un altro piglio, più deciso, fermo. E loro sembravano averlo notato salutandolo con maggior rispetto. La sua vita gli sembrava ora avere un senso.
Cominciò anche a pensare che grazie a quell’arma avrebbe potuto uscire finalmente dall’anonimato. Essere qualcuno. Poteva salvare una persona in difficoltà, fermare qualche malintenzionato, riparare un’ingiustizia.
Al supermercato, mentre spingeva il carrello semivuoto, pensò invece che avrebbe potuto anche mettersi a sparare all’impazzata per passare agli onori della cronaca diventando famoso. “Greg, il Terribile”, “Greg, l’Implacabile”. Ci sarebbe stata la sua foto su tutti i giornali, i social avrebbero parlato di lui con stupita ammirazione e lui avrebbe ottenuto migliaia e migliaia di follower. Altro che “Greg lo Sputasentenze” o “Greg lo Stramboide”. Glielo avrebbe fatto vedere lui al mondo chi era in realtà.
E svoltando l’angolo del banco dei latticini ecco che si ritrovò nello spazio più ampio del super. Tra la gente che si assiepava davanti alla rosticceria, al macellaio e alla pescheria, ce n’era davvero molta. Avrebbe potuto per esempio sparare a quel vecchiaccio con l’aria torva che gli stava passando davanti e poi a quel ragazzo che tanto assomigliava a Gegè che lo prendeva sempre in giro per il taglio dei capelli e a quella splendida ragazza che non sarebbe mai stata la sua fidanzata.
Infilò la mano sotto la casacca e impugnò la “sua” Glock, ma non fece in tempo a estrarla.
«Scusa, Signore, tu che hai la faccia buffa… mi aiuti a trovare la mia mamma?» disse all’improvviso una bambina che, arrivatagli di lato, gli stava tirando un lembo del pantalone.
«Eh?» fece Greg risvegliandosi da quel film e guardando in basso.
«Non trovo più la mia mamma… e sarà preoccupata che non mi vede… sai come sono le mamme…»
Greg la guardò intensamente. Era una bambina dolce, bionda, con le treccine, gli occhi chiari e un sorriso che avrebbe potuto far sciogliere le Dolomiti. Passò un tempo indefinibile. Poi l’uomo insaccò meglio la pistola nella cintura e la lasciò lì. Allungò la sua mano verso la bambina.
«Certo, vieni con me che andiamo all’Ufficio Informazioni; non ti preoccupare, la troveremo subito la tua mamma… Ah, a proposito, io mi chiamo Greg e tu?»

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Era successo all’improvviso nel cuore della notte. Nella tenda era entrato un animale possente che lo aveva prima azzannato e poi trascinato fuori. Aveva squarciato la parete di lato come fosse di carta e subito si era trovato a lottare per la vita a mani nude nella neve profonda. Se non fosse stato per la bufera che era aumentata di intensità, qualunque cosa l’avesse assalito avrebbe potuto facilmente divorarlo.
E invece, ore dopo, quando si risvegliò con la neve in gola che lo stava soffocando, comprese di essere sopravvissuto. Attorno a lui c’erano il silenzio e il buio sottile della notte polare; il respiro premeva con forza contro il piumino imbottito quasi volesse volare via; davanti agli occhi le immagini confuse di quanto accaduto che continuavano a passare incessanti come in una pellicola inceppata.
Il braccio non era bello da vedersi, gliene mancava una parte, e il dolore era così viscerale da farlo svenire.
Provò a rialzarsi appoggiandosi a un albero; avrebbe voluto gridare, ma il freddo lo stava paralizzando. Doveva muoversi. La pianura era livida, azzurra, il poco riverbero che filtrava tra le nubi faceva brillare i minuscoli cristalli di ghiaccio sparpagliati a miliardi sulla neve appena caduta.
Si guardò in giro: la sua tenda non c’era più. Doveva essere stata spazzata via dalla bufera insieme al suo zaino, le riserve di cibo e il necessario per sopravvivere. Tornò sui suoi passi. Quella belva non poteva averlo trascinato troppo lontano e le sue cose dovevano essere ancora lì da qualche parte, sepolte sotto la neve. Provò a scavare anche se con una mano sola. Fece diverse buche fermandosi di continuo per non muovere troppo il braccio, ma non trovò nulla. E poi decise: non poteva rimanere lì. Si disse. Il campo-base che avrebbe dovuto raggiungere in quei giorni doveva essere tutto sommato vicino. Era ora di andare.
Uscito da un bosco di betulle vide all’orizzonte una luce blu. Non poteva essere una stella: era troppo bassa. Doveva essere il campo. Poteva essere la lampada al fosforo a guardia del campo. Si disse. Quella di Aatami.
Accelerò il passo non prima di aver avvertito alle proprie spalle un frugare impaziente nel sottobosco. Qualunque cosa lo avesse attaccato quella notte aveva fiutato il suo sangue nella neve ed era tornata a finire il lavoro. Non si curava neppure di far piano, tanto era sicura del fatto suo. Ne sentiva perfino l’odore. O forse era solo l’odore della sua paura.
Cercò di ricordarsi perché si fosse imbarcato in quella spedizione. Ma gli sembrò tutto senza senso come se appartenesse a un’altra persona di cui non gli importava nulla. Aveva sonno: avrebbe voluto tanto assopirsi, ma il dolore al braccio era lancinante. La bestia continuava a morderlo.
Strada facendo si imbatté in un nido di sula con dentro uova appena deposte. Le divorò deglutendo anche i gusci. Cercò se ce ne fossero della altre, mentre la sula volava radente lanciando il proprio grido per allontanarlo dal nido. A quel verso, una volpe artica, a una decina di metri di distanza, si fermò per un attimo dal suo girovagare. Poi riprese a trotterellare mentre ricominciava a nevicare.
Lui alzò nuovamente lo sguardo verso la luce all’orizzonte e capì in quel momento che non avrebbe mai raggiunto il campo-base; ogni cosa che lo circondava gli pareva ora irreale; il ghiaccio, il buio, quella stessa luce che si spostava in avanti man mano che si avvicinava. Del resto la febbre era già alta.

«Ti abbiamo trovato» sentì dire mentre una mano gli toccava la spalla.
«Grazie a Dio. Eccovi. Sapevo che seguire quella luce mi avrebbe portato al vostro campo…» rispose lui mormorando appena.
«Luce? Quale luce? Ah, quella! È solo il riflesso della luna su un lastrone ghiacciato. I lapponi la chiamano Jumalan syleily, l’Abbraccio di Dio. Il campo è dalla parte opposta…»
«E come avete fatto allora a trovarmi?»

La notte aveva cambiato colore per l’ennesima volta. Poteva sentire sopra la propria testa e attraverso le nubi lo sfrigolio delle stelle. Sorrise. Si sentì finalmente in pace con se stesso e con il mondo intero. Tutto era finalmente in equilibrio.

Ripeté la domanda a voce alta perché sembrava non riuscisse a sovrastare il silenzio della pianura deserta.
«E come avete fatto allora a trovarmi?»
Si accorse che accanto a lui non c’era nessuno. Solo ombre e gelo.
E l’orso che gli fu addosso.
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hat_gy

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Passava sempre di lì a quell’ora della sera. Aveva imparato a sentire a un certo punto la brezza del mare che veniva su ad abbracciare la costa, subito dopo un grosso masso dal dorso massiccio e ben levigato. I ciottoli sotto le sue scarpe dalle suole fini, in quel punto, diventavano grossi e rotondi. Anche l’erba si faceva profumata. Ci doveva essere un qualche arbusto odoroso nella scarpata là sotto perché soprattutto quando era in fiore veniva una fragranza intensa che gli ricordava l’infanzia.
Avrebbe fatto solo ancora qualche passo per incontrare la porta in ferro che chiudeva un vecchio bunker per poi prendere per il sentiero di lato a strapiombo sugli scogli. Era lì, dopo un centinaio di metri, che aveva trovato una torretta probabilmente dell’antiaerea dell’ultima guerra dove, al riparo dall’umidità e dal freddo, avrebbe potuto trascorrere la notte. Allungò la mano ma si accorse che la porta in ferro era in realtà aperta.
Strano’, pensò ‘è la prima volta che succedeSe potessi fermarmi dentro al bunker almeno il vento non lo sentirei per tutta la notte’ si disse.
«C’è nessuno?» urlò con il suo forte accento slavo sporgendosi all’ingresso. Da come aveva riecheggiato la sua voce non era più sicuro che si trattasse davvero di un locale in cemento. Pareva più un tunnel. «Ehi, c’è nessuno qua sotto? Sono armato… polizia…» gridò ancora.
Di solito quelle parole spaventavano i più sprovveduti e nessuno comunque era mai venuto a contestargli, a lui che era un barbone vecchio e cieco, se fosse o non fosse armato o appartenesse o meno alla polizia. Non sentì alcuna risposta se non l’eco lontano delle sue parole.
Sì, sì’ considerò: ‘è una galleria e anche molto lunga’.
Si introdusse strisciando il muro di destra. Era fatto di mattoni lisci e consunti. Le pareti erano asciutte e non vi erano cattivi odori né muffa; a una decina di metri dall’imboccatura già non si sentiva più né il mare né il vento, solo il suo respiro e il battito del cuore. Non faceva neppure freddo.
Si sedette. Era terra riportata, compatta. Vi appoggiò lo zaino logoro e ne cavò lentamente la coperta di lana. Si stese e si coprì. Erano anni che non si sentiva in quel modo: al sicuro, protetto.
Come nella pancia di un drago’ commentò ad alta voce, cercando di dare alla terra la forma del suo corpo.
Però nella pancia del drago non ci si può sentire protetti…’ obbiettò subito dopo, sorridendo nel buio.
Certo che sì’ si disse ancora alla fine, convinto: ‘se il drago fosse mio’. E si addormentò.
Dopo qualche ora avvertì un rumore in lontananza che non aveva mai sentito e che lo destò. Si drizzò sul busto e diresse le orecchie verso il suono.
Non è una macchina e neppure un treno…’ Scosse la testa preoccupato e si alzò.
La volta era alta come lui, ma era troppo stretta per un veicolo, a meno che non fosse un carrello. Ma i binari non c’erano. Non capiva. Quel rumore non sembrava legato all’attività dell’uomo e poi, anziché diminuire, stava crescendo. Era come ipnotizzato. Rimase fermo, ad ascoltare, trattenendo il respiro.
Ma cosa può essere?’ si chiese di nuovo.
Fu quello il momento in cui si sentì afferrare con forza per il bavero. Qualunque cosa l’avesse preso aveva un’energia risoluta e invincibile. Si fece trascinare sul dorso senza reagire come fosse un animale appena abbattuto. Pregava solo che finisse presto perché gli doleva tanto la schiena. All’uscita dalla galleria fu buttato malamente da una parte come un sacco vuoto.
«Cosa credevi di fare brutto idiota?» gli urlò contro un uomo. Dalla voce potente e grave doveva essere un tizio grosso e ben piantato. «Ma tu lo sai cos’è uno scolmatore? Uno SCOLMATORE?!?» aggiunse con lo stesso tono.
Il barbone, che si sentiva ancora indolenzito, diresse il volto verso la fonte di quella voce per sentirne meglio le vibrazioni sulla faccia. E fece no con la testa.
In quello stesso istante un muro d’acqua uscì prepotente dalla galleria; era scura, vorticosa, screziata di schiuma. Si convogliò sicura e prepotente nel canale di spurgo davanti a sé divorando sassi, piante e rumori. Il frastuono era sordo e incontenibile e il suo ruggito di belva rabbiosa fece tacere la risacca del mare.
Il vecchio lentamente si rialzò. Non aveva nulla di rotto anche se gli faceva male una gamba. L’uomo che lo aveva salvato doveva essere andato via perché non gli gridava più. Capì che, per fortuna, si trovava sul sentiero che lo avrebbe condotto alla sua torretta antiaerea. Riprese a percorrerlo a testa china: pensava che aveva appena perduto la sua preziosa coperta e il suo zaino con dentro quel poco che gli era rimasto. E quella notte non avrebbe dormito più per il freddo.

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Da quando era andato in pensione aveva preso a tornare sul luogo di lavoro. Ma non per darsi da fare e aiutare gli altri, quanto piuttosto per vederli lavorare e godere del fatto che quella vita non gli appartenesse più. Questo lo faceva sentire meglio. Veniva tutti i giorni, anche solo per una mezz’oretta. Si metteva in un angolo e non diceva nulla. E osservava.
Ma un po’ perché gli ex colleghi a un certo punto gli fecero capire che non era più gradito, un po’ perché voleva fare qualcosa di diverso, prese a frequentare altri ambienti anche se con le stesse finalità.
Andò così in Tribunale, a seguire alcuni dibattimenti penali e, anche se ci capiva poco, passava ore a guardare attraverso le sbarre della gabbia ove erano rinchiusi gli arrestati in attesa di giudizio, giusto per osservarli. Li vedeva a capo chino, parlare preoccupati con i loro difensori oppure seduti, le mani a sorreggere la testa, incerti per il loro futuro. Sì, tutto ciò lo rincuorava.
Poi iniziò con i funerali ove si imbucava facilmente; controllava gli annunci mortuari il giorno prima e poi andava alla messa, seguiva il corteo fino al camposanto assistendo a tutte le operazioni successive compresa l’inumazione o la posa della lastra. Il fatto che tutto quello che vedeva riguardasse qualcun altro era rasserenante e migliorava notevolmente il suo umore.
Libero com’era da impegni di lavoro aveva poi preso anche a viaggiare; una volta arrivò sino a Calascura Marina, dov’era sepolto il Santo cui lui era tanto devoto. Si era ripromesso per tutta la vita di andare sulla sua tomba a pregare, senza riuscirci mai, vista la notevole distanza da casa. Ora era era arrivato il momento. Si prese tutto il tempo necessario facendo persino una visita guidata alla Basilica e alla Cripta del Santo.
Nel pomeriggio, prima di ripartire, andò invece nella sala attesa dell’ospedale del luogo. Ormai era diventata la sua routine. Era rassicurante vedere che erano altri a dover soffrire.
Stava appunto osservando una bambina che giocava tra le ginocchia della mamma che la accarezzava dolcemente — la bambina aveva una vistosa fascia che le copriva un occhio — quando entrò nella sala l’infermiera: era una donna bassa ma corpulenta, dai modi bruschi e spicci. Disse qualcosa nel dialetto del luogo che non capì. Poi fece alcuni metri nella sua direzione.
«Signor Guidi, sto chiamano proprio lei, ma non mi ha sentita?»
Lui si ridestò come da un sogno.
«Io?» fece sorpreso. «Guardi che ci deve essere un equivoco, io non sono di qui… sono in gita. Mi ha confuso sicuramente con qualcun altro.»
«Lei è Ernesto Maria Guidi, vero?»
«S..sì» rispose lui ancora più disorientato.
«E allora si sbrighi, su, venga con me, non mi faccia perdere tempo. Il Primario questa mattina ha visto le sue lastre e non ci sono affatto buone notizie per lei. Venga, venga da bravo… che glielo spiega meglio lui.»
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hat_gy

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Posò il libro sul comodino. Le palpebre avevano preso a bruciargli. La stanchezza lo stava incatenando al letto e quando spense la luce provò il sollievo di un panno umido sulla nuca. Si girò d’un lato aggiustandosi lentamente sul materasso per prendere la posizione giusta del sonno. Il cuore gli pulsava prepotente e l’orecchio sul cuscino ne amplificava il suono. Tunf, tunf, tunf. Un suono forte, chiaro: la vita gli scorreva dentro.
Il pensiero corse al giorno dopo. A quello che avrebbe dovuto fare: a quella riunione complicata, ai problemi irrisolti che si trascinava dietro da tempo. Tunf, tunf, tunf.
Pensò a quella vacanza che sembrava non arrivare mai e pensò anche a lei, a quell’ultima sua frase che ancora gli bruciava dentro. Tunf, tunf, tunf.
Il cuore sembrava ora battergli più lentamente. Lo avvertiva sempre rumoroso sul cuscino, ma stava rallentando e ancora e ancora. Poi un battito più lento e un altro molto più lento, poi più nulla.
Si mise a sedere di scatto sul letto. Si tastò il polso. Nulla. Poi la tempia, nulla. La carotide, nulla.
Accese la luce spaventato. Si accorse che stava tremando. Scese scalzo e andò di corsa in bagno. Lo specchio rimandava l’immagine di un volto pallido, le guance incavate, la pelle anelastica.
Oddio, oddio, che mi sta succedendo, che mi sta succedendo?
Passò rapido in studio alla ricerca del telefonino. Doveva chiamare l’ambulanza, stava male, non c’era dubbio: bisognava fare qualcosa.
Già…’ pensò ‘ma se poi mi chiedono cosa mi sento, che dico? Che non ho più il polso? Che il mio cuore si è fermato? Non mi crederanno mai, si metteranno a ridere’.
Uscì irrazionalmente di casa come se tra quelle mura non vi fosse più aria da respirare. Doveva parlare con qualcuno; il freddo della notte gli crollò addosso all’improvviso.
Ma sono in pigiama! E scalzo!’ si disse guardandosi la punta dei piedi: ‘dove credo di andare?
E poi era notte, tutto intorno solo campagna e i vicini che conosceva appena.
Si sedette sotto il portico cercando di raccogliere le idee. Il gatto scivolò fuori dall’ombra della sua cuccia e gli si strusciò contro.
Cosa si deve fare in questi casi? Cosa si deve fare?’ Si chiese tenendosi con le mani entrambe le ginocchia e dondolandosi con il busto. ‘Devo stare calmo, c’è un rimedio a tutto, ne sono sicuro’.
Ma pensò che non aveva mai sentito dire di persone che si accorgono che il proprio cuore si è fermato e che se ne disperino. Non può accadere, non è possibile, non è normale. Il gatto lo stava studiando sotto la pozza di luce del portico e gli aveva messo una zampa sulla gamba come per dargli il suo aiuto.
E allora lui cominciò a pensare a quando da bambino andava con il padre al prolungamento a mare. Aveva cinque anni, forse sei.
Facciamo una sorpresa alla mamma‘ gli disse quel giorno il padre con quel suo sorriso che scioglieva le pietre. ‘Ti insegno ad andare in bicicletta’.
A me papà?
Certo, proprio a te! Che ne dici? C’è giusto un signore simpatico là in fondo che noleggia bici per bambini come te e sono sicuro che ce n’è una che ti piace’.
Sto andando bene, papà?
Benissimo’.
Mi stai tenendo, vero?’ ‘
‘Ti sto tenendo figliolo’.
E lui felice pedalava da solo, incerto, zigzagando su quella bici rossa alla scoperta del mondo; e quando si girò si accorse che il padre era rimasto invece laggiù, vicino alla fontana; e lo salutava fingendosi stupito; faceva un gesto semplice, uno dei suoi, uno di quelli che attraversano un’esistenza intera e vanno oltre, come per dire: ‘Hai visto?
«Si, ho visto, papà…» disse lui a voce alta al gatto nella solitudine del portico.
Si accorse che stava piangendo.
E poi lo risentì.
Prima, piano piano, e poi sempre più forte.
Tunf, tunf, tunf.

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Da quando mi sono messo in pensione mi concedo spesso delle ampie passeggiate sul lungo fiume e poi al parco del Castello. Se è una bella giornata mi fermo anche a guardare il panorama, ad accarezzare i gatti che incontro per strada e a dar molliche di pane ai passeri.
Lo so cosa state pensando: che è triste essere vecchi e soli. Ma neanche per idea! Certo, essere ancora giovani sarebbe proprio una gran bella cosa, tuttavia ora faccio la vita che ho sempre desiderato una volta smesso di lavorare: tranquillità e serenità con un pizzico di buona salute, frequentando all’occorrenza chi mi pare e quando ne ho voglia.
Oltretutto, a volte, mi do pure al volontariato; come vendere le uova di cioccolato o vasi da fiore per qualche onlus che finanziano la ricerca o come servire alla mensa dei non abbienti o persino fare il chierichetto per padre Ercole. Lo so, sono un brav’uomo, ma non credo sia dopo tutto un gran merito.
Qualche giorno fa mi è stato chiesto di mettere a dimora insieme ad altri amici nuove piante nelle zone verdi della città; ho fatto il contadino fino a pochi anni or sono e so come si fa e in Comune lo sanno bene. Ed è stato proprio quando preparavo lo scavo profondo per alcune cultivar di platano, con la lentezza che ora mi contraddistingue non avendo più tanta forza, che ho visto sulla pala qualcosa che luccicava. Ho pulito l’oggetto ben bene e mi sono accorto che era una fedina, una vera nuziale da uomo; l’ho guardata meglio mettendomi gli occhiali e nella parte interna erano incise queste parole “Maria e Lorenzo – 20 marzo 1910”. Mi sono subito rialzato per farla vedere agli altri, ma ero rimasto solo: ci avevo messo evidentemente troppo tempo per la mia buca. Così la vera me la sono messa in tasca e ho terminato il lavoro.
Del tutto dimentico del ritrovamento, dopo qualche giorno mi sono messo al tavolo della cucina di casa e ho preso carta e penna. Era già un po’ che volevo scrivere a mio figlio che vive da vent’anni in Australia e io che non ho mai avuto troppa dimestichezza con il computer mi affido ancora alle patrie poste.
Ho iniziato allora di buona lena a mettere nero su bianco, ma ben presto mi sono accorto che non mi stavo affatto rivolgendo al mio Gianni; stavo scrivendo invece una specie di diario e neppure il mio: era quello di una donna, una signora anziana che parlava del suo sposo, dell’uomo della sua vita che non c’era più e di una fedina che aveva perduto e che continuava a cercare senza requie. Da quello che potevo capire, la signora tentava insomma di ritrovare la vera del marito e a modo suo me lo stava facendo sapere. Questa scoperta, lì per lì, mi ha fatto impressione, spaventandomi non poco, e sono stato tentato perfino di pensare a una mia personale suggestione per il rinvenimento; ma poi nei giorni seguenti, per i ricordi di vita vissuta che la donna faceva attraverso la mia scrittura, mi sono convinto che non era affatto così.
Da allora ho cercato di incontrare la signora per darle il gioiello che le apparteneva. Nonostante però sapessi dal diario quali fossero i luoghi del parco da lei frequentati e la relativa ora, non sono riuscito mai a incontrarla.
Mi sono risolto allora a lasciare a malincuore la fedina su una panca solitaria, una, in particolare, che avevo individuato dalle descrizioni che mi aveva fatto la signora quale da lei frequentata più sovente durante le sue ricerche. Forse l’anello avrebbe trovato da solo la sua padrona. Sono rimasto anche per un po’ di tempo nascosto dietro a un albero per paura che qualcuno lo rubasse. Verso sera però cominciava a fare un po’ troppo umido per me e, per non prendere un malanno, me ne sono andato con il proposito di tornare la mattina successiva alle prime ore del mattino.
Una volta a casa, prima di coricarmi, mi sono messo a scrivere, come ormai di consueto. E mi sono uscite queste parole:

L’ho ritrovata! L’ho ritrovata! Che gioia indescrivibile, che sollievo! Mi sembra di essere di nuovo con il mio Lorenzo. Ora posso finalmente trovar pace.
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