Buon Natale, papà

Il magazzino odorava di vernice fresca e resina.
Art osservò l’ultima pallina appesa alla rastrelliera di metallo: un globo rosso lucido, perfetto, attraversato da sottili motivi dorati che riflettevano la luce fredda dei neon. Sorrise appena. Dopo tre anni, il suo progetto era compiuto.
Le aveva chiamate Merry Balls. “Rendi indimenticabile il tuo Natale”, recitava il suo claim sul sito web che lui stesso aveva costruito.
Indimenticabile, sì. In un modo o nell’altro.
Non era stato semplice ottenere quel risultato. Aveva usato i materiali più puri, fragili e costosi. La luce interna che le rendeva magiche. Il meccanismo, capriccioso e delicato, aveva richiesto infatti mani ferme e un’ossessione che anziché spegnersi con il tempo si era invece ravvivata. E Art l’ossessione l’aveva nel sangue, forse da sempre.
Aveva affittato un capannone fuori città, freddo come una ghiacciaia d’inverno e soffocante in agosto, ma perfetto per stoccare migliaia di confezioni natalizie. Immaginava le famiglie che le avrebbero appese ai loro alberi e gli occhi gli brillavano di una luce difficile da decifrare.
Quando l’inaugurazione del sito arrivò, le vendite decollarono più rapidamente di quanto si aspettasse.
Gli influencer postarono video unboxing delle palline che, sotto la luce, sembravano liquidi, vive. Una blogger scrisse:
«Quasi inquietanti nella loro perfezione».
Art lesse quel commento più volte. “Inquietanti”. Era un complimento.
Per tenere il passo con le spedizioni, assunse due ragazzi universitari, Tom e Rafael. Ragazzi svegli, mani veloci, domande poche. Confezionavano, etichettavano, spedivano. A volte si scambiavano occhiate perplesse quando Art si fermava davanti alle rastrelliere, immobile, lisciandosi il ciuffo ribelle sulla fronte e strofinandosi il naso come per scacciare un pensiero insistente.
«Tutto a posto, Art?» chiedeva Tom.
«Tutto procede per il meglio» rispondeva lui, ma la voce sembrava sempre un po’ confusa con qualcos’altro. Un ricordo? Una promessa?
Il Natale non era mai stato una festa. Non per lui.
Sua madre era morta nel darlo alla luce. Suo padre, Isaiah, uomo alto e duro come una lastra di granito, apparteneva a una setta religiosa che considerava il Natale una bestemmia travestita da gioia.
Niente albero, niente luci, niente dolci. Solo preghiere interminabili davanti a un altarino inchiodato al muro del soggiorno, così rozzo da infliggerti schegge sui polpastrelli se lo sfioravi. L’unico regalo che riceveva poteva essere una zappa o una carriola per lavorare meglio l’orto. Se tardava ad accudire il campo, arrivava la cinghia.
Ricordava ancora l’odore di muffa e cera fredda di quell’unica stanza, l’acqua e aceto per pranzo, il 25 dicembre, la pelle screpolata dal gelo perché scaldarsi era considerato peccato. Nessun canto, nessuna risata. Solo il suono masticato dei rosari e il respiro affannoso di suo padre che diceva:
«La vera luce è solo quella interiore. Non credere agli ornamenti del demonio».
Eppure, Art, da bambino, spiava le finestre dei vicini, incantato. Lucine colorate, pacchetti, biscotti appena sfornati.
Aveva imparato a desiderare ciò che gli era stato negato come si desidera la libertà in carcere
Ma con gli anni, quel desiderio si era mutato in qualcos’altro: una ferita profonda. Una brace. Un odio insepolto.
A diciott’anni fuggì di casa. Nessun addio. Nessun rimpianto. Solo un giuramento muto:
“Un giorno festeggerò il mio Natale. A modo mio”. Si disse, accennando a un sorriso che si ostinava a non nascere sulle labbra.
Ora quel giorno era arrivato.
Le palline erano splendide. Ogni sfera conteneva un piccolo cuore metallico, invisibile dall’esterno, a prova di urto e sbalzo termico. Il vetro era solido, ma leggero. Se scosse delicatamente, le palline emettevano un tintinnio appena percettibile, come un campanello lontano.
«Sembra che mi chiami», disse Rafael una volta, ridendo.
Le spedizioni si intensificarono fino alla vigilia. Pacchi diretti a famiglie, uffici, scuole, ospedali. Tutto funzionava. Nessuno avrebbe potuto immaginare che dentro ogni pallina, sotto glitter e dorature, dormiva un minuscolo ordigno sincronizzato.
A mezzanotte del 24 dicembre, Art rimase solo nel capannone. Spense le luci, accese una candela. Il bagliore arancione tremolò sulle rastrelliere come un coro di occhi.
Abbassò lo sguardo. Rivide suo padre inginocchiato nel gelo a biascicare litanie, il pane duro immerso nell’aceto, le nocche screpolate. Rivide se stesso bambino che avrebbe dato l’anima per una pallina, solo una sola.
Alle 12 in punto del 25 dicembre, in tutto il Paese le palline esplosero con fiotti di vetro e fiamme. I salotti si trasformarono in fucine infernali.
Art, seduto nel capannone, guardava i telegiornali in diretta. Udiva sirene, pianti, notiziari impazziti.
Bevve un sorso di vino e sussurrò:
«Buon Natale, papà.»
Poi premette un interruttore sul banco.
L’ultima pallina, la più bella di tutte, l’aveva tenuta per sé.
Esplose tra le sue mani come una stella di mille colori.

Cosa ti preparo per pranzo?

Ada aveva passato la mattina a borbottare, come spesso le accadeva quando le giornate le sembravano tutte uguali. Forse era il tempo uggioso o le faccende domestiche ancora da sbrigare a metterla di cattivo umore. A 83 anni suonati, con i suoi capelli soffici e vaporosi che tendevano al violetto, non si sentiva affatto bene.
«E allora?» chiese.
Il tono lasciava intendere una rabbia repressa nei confronti del marito, seduto di fronte a lei nella cucina del loro piccolo appartamento. Cercava lo scontro.
«Non merito neppure una risposta, Ernesto? No, eh? Come al solito!»
La sua irritazione che cresceva. L’indifferenza del marito per lei era sempre come uno schiaffo in faccia.
«Allora una cosa te la voglio dire io, mio caro: sono arcistufa di farti da serva, cosa credi? Lasci sempre sporco il water e russi come un orso asmatico. E poi non ti lavi. Perché non ti lavi? Senti come puzzi», e lo indicò come se ci fossero dubbi sulla persona a cui si stava rivolgendo. «Vedrai cosa succederà quando non ci sarò più. Andrà tutto in malora. Non sei neppure capace di cambiare una lampadina o di avere cura delle tue stesse cose. Le tue ciabatte, per esempio, le trovo dappertutto. Una l’ho vista addirittura sotto il frigo. Ti rendi conto, Ernesto? Sotto il frigo!»
Si era immobilizzata con un sopracciglio più alto dell’altro, volendo sottolineare l’enormità di tale sbadataggine. Rimase immobile per diversi istanti, come se fosse diventata di cera.
«Tanto lo so che cosa mi stai per dire», sbottò, rifacendo il verso al marito. «Io non c’entro nulla, Ada. È il tuo cane, dopotutto, che nasconde le pantofole. Sei tu che non l’hai educato bene».
E si immobilizzò di nuovo con la faccia irrigidita sull’espressione severa.
«Non è vero che stavi per dirmi così? Eh? Ebbene, caro il mio signore e padrone» e qui imitò la voce di Mami in Via col vento «ho una bella notizia per te: Tappo è molto più educato di quanto tu non lo sia mai stato in vita tua…»
Il cane, sentitosi nominato, sollevò un orecchio, poi lo lasciò ricadere, esausto, riprendendo il pisolino.
«Ma lui non fa pipì a letto, nossignore» insistette, tornando sull’argomento. «E no, non lascia tutto in disordine come se fossero entrati i ladri in casa, e non lascia avanzi nel piatto. E poi, diciamocelo, il cane non è solo mio, ma di entrambi. E ogni tanto potresti portarlo fuori anche tu…»
Si voltò a destra e a sinistra della stanza, come se aspettasse un applauso da un pubblico invisibile.
«Invece tocca sempre a me, tutti i giorni, tutte le settimane dell’anno. Che faccia caldo o freddo, che ci sia il sole che scioglie i tombini o un freddo siberiano.»
Ada si fermò un attimo per riprendere fiato. Si massaggiò le tempie come per ricaricarsi.
«Ma il mio signore e padrone, non ha tempo,» proseguì. «Preferisce stare stravaccato sul divano a seguire quella robaccia inguardabile: i tiggì, i reality tutti uguali, per non parlare delle partite. Ma quante partite ci sono in un giorno? Tutti scimuniti come te che vanno dietro a una palla in mutande.»
Per tenere alta l’attenzione su di sé, alzava a tratti la voce nei momenti chiave del discorso, trascinando avanti e indietro la sedia che, sulle cementine usurate, faceva un baccano fastidioso.
«Lo so perché non ti degni di rispondermi… lo so… è perché ho ragione da vendere e non sai come replicare.»
La televisione era a basso volume. Stavano passando le notizie della giornata. Era scoppiata l’ennesima guerra in qualche parte remota del mondo e a nessuno sembrava importare nulla.
«Ti ho dato i mei anni migliori…» continuò, sempre più aggressiva. «Mia madre me lo diceva sempre, non sposare quel morto di fame… Un giorno la sua pensione non servirà neppure a sfamare Tappo.»
Questa volta il cane non si mosse. Non ne valeva la pena.
«Quando l’infatuazione sarà passata come una sbornia, mi diceva, e ti sarai tolte le fettine di culatello dagli occhi, capirai con che persona ti sei legata per tutta la vita. Eh sì, aveva proprio ragione, povera donna. Sei un buono a nulla, un egoista, un prepotente.»
La donna si fermò, toccandosi il petto. Le erano venute le palpitazioni, come sempre quando si agitava. «Ecco…» commentò, prendendo una delle pastiglie per il cuore dal blister sul tavolo. «Adesso sarai contento. Che ho dovuto prendere anche oggi questo veleno. E dire che da giovane ero così sana e… e… così bella. Gli uomini cadevano ai miei piedi. Se avessi sposato il conte Gildo, ricco da far schifo, non sarei qui a fare questi discorsi con un opportunista come te.»
La televisione trasmetteva un documentario sugli scoiattoli striati giapponesi. Ada la spense, e la casa piombò in un silenzio assoluto. Sembrava una persona in carne e ossa, dall’aria svanita, che fosse appena entrata nella stanza.
Ada lanciò uno sguardo furtivo al marito.
«Sono proprio una stupida… io che mi ostino a volerti bene. E tu te ne approfitti. Questa è la verità.»
La sua voce si era addolcita d’un tratto, ma si stava incrinando per la commozione.
«Sai benissimo che non saprei vivere senza di te. Mi sentirei perduta. Mentre, tu… tu… te ne troveresti subito un’altra. Anche alla tua età.»
La donna ora si sentiva molto stanca. La voce le tremava in gola, così come le gambe. Tirò la sedia a sé e si sedette pesantemente. Tuffò le mani nei capelli, che ondeggiarono come a una brezza invisibile. Aveva gli occhi lucidi.
«Ma almeno, tu, mi vuoi un po’ di bene…?» chiese, valutando se prendere un’altra pastiglia. «Guarda che essere morto da una settimana, non ti dà nessun diritto di startene zitto.»
Sospirò profondamente e poi disse arrendevole:
«Cosa vuoi che ti prepari per pranzo? O digiuni anche questa volta?»

Annina sta tornando

anziano, televisioneAnnina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.

Crema al mascarpone

Aveva preso sonno sul tardi. Era emozionata per la festa di compleanno del giorno dopo. Ci sarebbero stati tutti i suoi amici più cari. Almeno quelli che erano rimasti, si intende, perché quando si raggiungono 95 anni il prezzo poteva essere quello di aver già visto morire molti dei coetanei. Si augurava quindi nel sonno che potesse essere una bella giornata. Perché con il sole la festa si sarebbe fatta in giardino, all’ombra di alberi secolari e al profumo di rose e magnolie. Sarebbe stato splendido.
Stava sognando tutto questo quando la stanza si illuminò a giorno. E lei, che non tollerava neppure la luce della luna quando dormiva, si svegliò di colpo. E capì subito che nella sua camera era entrato un Angelo luminoso e baluginante.
«Ave Mara» disse l’Angelo con voce dolcissima.
«O mio Dio… sei l’Arcangelo Gabriele… e mi annunci che sono incinta del nuovo Messia?»
L’Angelo però un po’ tacque.
«Che fesserie stai dicendo Mara? Hai 95 anni…»
«Beh, un miracolo è un miracolo…»
«Ma no, Mara… e a dirla tutta non sono neppure l’Arcangelo Gabriele; sono un Angelo minore e non preannuncio la vita, bensì la morte.»
«La morte? Ma senti… e di chi?»
L’Angelo rimase per la seconda volta senza parole.
«Come di chi? La tua…»
«La mia? Probabilmente c’è un errore, Signor Angelo minore; domani c’è una grigliata in mio onore, perché è il mio compleanno… compio 95 anni…»
«E allora?»
«E allora ho tutto pronto nel frigo… persino una grossa gamella di crema al mascarpone per dieci persone, antica ricetta, di cui notoriamente vado ghiotta e che assaggerò nonostante il mio diabete conclamato… è tutto l’anno che l’aspetto.»
«E allora?»
«E allora non posso mancare…»
«E invece mancherai… in tutti i sensi… Mara.»
«Ho capito. Non ci voleva, questo contrattempo… E quanto tempo avrei?» fece Mara che si era messa seduta sul letto stropicciandosi gli occhi. «Va bene ventiquattr’ore?»
«Ventiquattr’ore? Macché, Mara, hai dieci minuti.»
«Come dieci minuti? Che senso ha scomodare un Angelo, seppur minore, per avvisarmi della mia morte se poi il tempo a mia disposizione è di soli dieci minuti? Non c’è tempo di far nulla in così poco tempo.»
«Lo so, lo immagino, mia cara, ma non te la prendere con me. Pensa piuttosto a tutti coloro che muoiono accorgendosene pochi attimi prima o non accorgendosene affatto. Peraltro so che non ci sarebbero neppure particolari tuoi meriti per darti un preavviso più lungo. Anzi, a dire il vero… La verità è che è solo uscito a sorte il tuo nome, giusto per favorirti. A volte lo si fa, di avvisare prima cioè, anche se ancora non ho capito bene perché lo si faccia… quale sia il senso… comunque non mi è consentito discutere su questo argomento. Sono molto permalosi ai piani alti.»
«Dieci minuti, hai detto? Va bene… se non si può fare diversamente.»
«No, non si può fare diversamente Mara… e dei dieci minuti ora te ne sono rimasti otto. Ci vediamo dopo.»
E la luce intensa nella stanza si spense.
Mara cercò le pantofole, più per abitudine che per necessità. Le dava fastidio il contatto con il pavimento gelido, ma da qualche settimana era montato il caldo e non ce ne sarebbe stato bisogno. Andare scalza non sarebbe stato comunque igienico. Intanto ragionava su come impiegare gli ultimi istanti della sua vita. Poteva vestirsi bene e darsi una pettinata. Ci teneva molto al suo aspetto, anche da morta. L’indomani l’avrebbero trovata impeccabile, come sempre. Ci avrebbe fatto proprio una bella figura. Ma vuoi mettere? Oppure poteva telefonare a suo figlio che non vedeva ormai da vent’anni, dopo quel brutto litigio. Dirgli che stava per morire di crepacuore per colpa sua per averla abbandonata tutta sola in quella casa vuota le avrebbe assicurato la soddisfazione di fargli provare rimorso sino alla fine dei suoi giorni. Oppure poteva chiamare la sua più cara amica anche se non si ricordava più quale potesse essere. O poteva andare dalla vicina di casa, a quell’ora di notte, e attaccarsi al campanello per urlarle in faccia, in modo da svegliare tutto il condominio, le peggiori cattiverie possibili su quel maleducato di suo marito.
Intanto stava girando a vuoto nella casa silenziosa sotto gli occhi preoccupati della gatta obesa. A Mara faceva impressione vedere tutte le sue cose, per l’ultima volta. Quanti ricordi!
Mancheranno ormai poco più di cinque minuti’ pensò. ‘Oddio, che cosa triste e antiquata, dover morire…‘.
E andò in cucina. Aprì il frigo. Afferrò con tutte due le mani la gamella di crema al mascarpone e la posò sul tavolo, sfilò un cucchiaino dal cassetto e si sedette. Il diabete all’improvviso non era più un problema. Poi ci ripensò. Rimise a posto il cucchiaio e prese un ramaiolo. E si mise a mangiare avidamente.

Un piano per la fuga

Oscar - un - uomo - in - fugaAveva sentito un rumore e poi subito un altro. Si inquietò e al buio cercò il suo bastone. Lo trovò. Si alzò dal letto, lentamente. Il cuore sembrava ballasse il reggae.
Dei ladri in casa mia?‘ Si chiese. ‘Ma se non c’è nulla da rubare! Oddio… ora non trovano nulla e poi mi danno una botta in testa…
Intanto era arrivato in fondo al corridoio. Intravide una donna in cucina che stava guardando dentro al frigo aperto: era una ragazza di colore, alta, slanciata, capelli ricci cortissimi color oro che facevano pendant con gli orecchini e le zeppe tacco dodici, della stessa tinta.
L’uomo anziano alzò il bastone per colpirla, anche se si trovava ancora a diversi metri da lei.
«Buongiorno Oscar, dormito bene?» chiese la donna rimanendo con la testa tra i ripiani. Ne uscì una domanda con l’eco.
«E lei chi è?»
«Sono Zoe, un’amica di Hanna, che non è potuta venire: mi ha chiesto di sostituirla… oggi bado io a te» disse con un sorriso chiudendo la porta del frigo. Un bel gran sorriso, aperto e contagioso.
«S’è fatta mettere incinta?»
«Ma no… cosa dici? Deve solo andare dal dentista…»
«Si fanno mettere tutte incinta. Vengono per un po’ da me, non faccio in tempo a imparare come si chiamano e… patatrac non le vedo più e al posto loro ne compare subito un’altra, senza che nessuno mi dica mai niente. Proprio come oggi. E lei è incinta?»
Zoe guardò il vecchio come si guarderebbe un bambino.
«Tieni, questo è il cappuccino come piace a te» fece lei cercando di distrarlo con voce suadente «e ti ho portato anche una bella fetta di torta, senza glutine, senza zucchero e senza un mucchio di altre cose…»
«E allora non saprà di nulla…» sbottò Oscar scontroso con l’acquolina in bocca; appoggiò il bastone al muro e ciabattò rapido sino alla sedia.
Perché mi dà del tu? Io sono il generale Oskar Demetrius Augusto Cacciòmini, ho combattuto in Iraq (o era in Siria?). Ma come si permette?‘ pensò.
«Devo rifare il letto, Oscar? L’hai bagnato anche questa notte?»
«Ehmm… forse.»
«Hai messo il pannolo, come ti diciamo sempre di fare?»
«Ehmm… forse.»
Ma è un oltraggio! La dovrei far arrestare questa mocciosa… farla mettere di corvée alle latrine… Anche se… dunque dunque… cosa avrei dovuto fare esattamente ieri sera? Ah sì… aprire una scatoletta di cibo per Tobia, prendere le compresse per la pressione e il colesterolo oltre l’anticoso giallo e amaro; spegnere la TV e… e, ah ecco, sì… mettere il pannolo. Già. Cosa non ho fatto però di queste cose? Oddio, forse a ben pensarci il gatto Tobia è morto da qualche anno… devo controllare meglio… però il resto… il resto sono arcisicuro di averlo fatto tutto!
«Ah, Oscar…» disse la donna ancheggiando verso la camera da letto. «Hai lasciato di nuovo accesa la TV tutta la notte.»
Ora basta, non si può più andare avanti così‘ pensò lui irrigidendosi sulla sedia. ‘Devo fuggire da questo angusto luogo di detenzione. Devo ricostituire il manipolo dei miei fedelissimi. Non possono più impedirmelo. L’ora del golpe è ormai scoccata nei cieli indomiti della nostra amata Patria‘.
Si alzò deciso e, preso il suo fido bastone, andò alla porta di ingresso.
Colpo di fortuna! La ragazza, quella lì, ma come caspita si chiamava? Aveva lasciato il mazzo delle sue chiavi nella toppa. ‘Che stupidina! Roba da Corte marziale.‘ Però era un chiaro segno del Destino. Aprì piano piano la porta e, senza chiuderla dietro di sé per non attirare l’attenzione, infilò le scale. Ci mise un po’ a farle tutte, un passo alla volta, ma quando finalmente si trovò in strada, il sole gli venne incontro radioso. Gli sembrò anche questo di ottimo auspicio. D’ora in poi sarebbe stato un uomo libero, non più ostaggio di badanti distratte e maleducate. Si sentiva di nuovo vivo. Il mondo era tornato ad essere suo. Respirò a pieni polmoni il gas di scarico del traffico del centro. Era felice.
Fece alcuni passi incerti verso piazza Duomo rimuginando sul testo di un possibile discorso per arringare la folla plaudente. Poi d’un tratto si vide riflesso nella vetrina di un bar. Era in pigiama e con le pantofole.
Azz…‘ pensò. ‘Mi devo organizzare meglio… Ecco cosa vuol dire non avere un attendente degno di questo nome.‘ E tornò indietro con passo sollecito verso casa.
Dunque, devo dare da mangiare a Tobia, prendere le pastiglie per i controcosi, spegnere la TV, dovunque essa sia, mettere il pannolo e… e… buttare giù un piano elaborato per la fuga… Perfetto… Sì sì, così mi sembra davvero perfetto‘ si disse fermandosi davanti al portone sbagliato.