Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘riflessioni’ Category

fogCoaguli di nubi rotolano giù dalla collina, come se qualcuno le gettasse al di qua alla rinfusa solo per disfarsene una volta per tutte; si addensano una sull’altra sfumando i contorni degli abeti, dei pali della luce, dei fumaioli sanguigni delle case, sentinelle mute di questa inarrestabile avanzata; anche le pareti rugose di un capanno appoggiato stancamente alla roccia si mettono a fremere poco prima di essere inghiottite; si dilatano come per trattenere il respiro e poi naufragano nella schiuma di vapore.
Secchiate di cemento sporco scuriscono all’improvviso il cielo e sembrano chiamare la notte ancora addormentata da qualche parte, vegliata dalla luna; la temperatura precipita e il silenzio si scioglie in un profumo esotico sui fiori di lavanda che ondeggiano lentamente come non volessero essere toccate; il gatto, sorpreso dal brusco calare di questa calma rarefatta, arresta il suo passo morbido e si gira indietro a chiedersi che fine abbiano fatto tutti i rumori del mondo.
Da sopra i rami rossicci dell’acero, troppo cresciuti nell’estate bruciante, due tortore d’argento spiccano un volo confuso; si allontanano entrambe guardinghe, senza una direzione precisa e il loro battito d’ali suona rallentato, attutito, come da dietro il vetro compatto di una finestra di montagna; in un attimo, si percepisce l’elettricità nell’aria che si rapprende; la sento incerta se fuggire lontano insieme alle tortore trasformandosi in vento o restare qui a sottolineare l’attimo ricolmo di equilibri precari. La natura si fa assorta, raccolta, mentre la foschia, anziché avvolgermi respirandomi sul viso, mi trapassa il cuore con una lama affilata; mi assalgono così pensieri tristi, pensieri tristemente inutili, pensieri tristemente folli.
Una foglia si stacca dall’alto della quercia: forse è la prima che cade per salutare l’autunno; se ne scende elegante, priva di peso, trattenendo dentro di sé quel poco di esistenza che ancora nutre le sue vene nell’ultimo inganno prima del definitivo oblio; si gira su stessa in una suprema danza in cui si fa beffe della morte; guarda la vita, guarda se stessa, guarda il cielo che si è chiuso come un coperchio di latta, guarda la foschia nel cui ventre sparisce come non fosse mai esistita.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto
[space]
hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Istanti

Il caldo schiaccia a terra i colori della campagna rendendoli opachi; spegne la loro brillantezza aggiungendo un tono innaturale al verde delle foglie, all’ambra della zolla e ai colori sensuali altrimenti vividi delle rose. Il vento raggiunge solo la cima alta del pino e lo fa ondeggiare come un gigante che scuota la testa insonnolito. È un vento distratto, svogliato, indeciso, privato com’è di nuvole da sparpagliare per gioco nel cielo immenso come pecore spaventate nella vastità di un prato, sotto questo cielo immacolato di azzurro che vien voglia di accarezzare per poter rubare una manciata di luce da conservare in tasca per le lunghe giornate d’inverno.
Il profumo del gelsomino è stordente e satura l’aria spessa per rendersi presente; ti offre i suoi fiori candidi, come frutti proibiti perché tu non ti possa mai più dimenticare di una giornata così. Pare la promessa di un oggi senza fine, di un pomeriggio che non vorrà più morire nell’abbraccio della sera.
Una lucertola mi guarda da un po’ dalla fessura del muro. Il suo muso tagliente è appena distinguibile fuori dalla tana; è ferma, prigioniera di un fotogramma fisso nel lividore del sasso bruciante. L’occhio è solo un punto nero nell’orbita indifferente.
I gatti, più in giù, sono sdraiati nell’erba in modo scomposto; sono in cerca di un refrigerio smarrito; socchiudono ritmicamente le palpebre pesanti come se rivivessero un sogno dimenticato; il movimento impercettibile della coda tradisce il loro nervosismo per la violenza del sole.
Colpisce il silenzio stralunato tra gli alberi senza ombra; ogni cosa è immobile, posata lì per caso o dimenticata per disattenzione. Non ci sono merli né storni a cinguettare sui rami e nessuno s’attarda nel proprio giardino per i lavori di fine settimana; non ci sono cicale che se la sentano di bucare con il loro verso questa quiete assoluta.
Le case lontane, oltre il fiume, sono assetate di frescura; sono iridescenti come denti vuoti di una bocca spalancata in attesa della pioggia, tremolano nella calura ardente quasi volessero spostarsi, non viste, altrove. Il vapore è ovunque e avvolge la campagna in pozze di carta sgualcita.
Mi alzo dai gradini del portico. Anche la lucertola si è mossa. Si ferma ancora per un attimo squadrandomi per un’ultima volta in obliquo e poi fugge via, lontano, come se si fosse ricordata all’improvviso che doveva esistere.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

candelaIl temporale, dopo i tuoni roboanti e i lampi di luce violenta, si abbatte sulla casa spegnendo ogni luce. Per qualche istante rimango immobile, preda dell’oscurità, come se dovesse succedere ancora qualcosa. Mi alzo lentamente e dal cassetto, a memoria, estraggo una candela. La luce, poco dopo, oscilla nell’aria quasi incredula di essere lì; è appena nata ed è già capace di sfidare i sortilegi; le ombre, di rimando, si obliquano perplesse, gli oggetti si dilatano e la vita poco a poco si scontorna; è una luce accecante nel buio spesso.
E poi, come se mi fosse tornato d’un tratto in mente, si fa acuto il desiderio di assenza; è la voglia irresistibile di lasciarsi andare, senza forze, come una foglia accartocciata attorno al suo cuore. E cadere, cadere, cadere, abbandonandosi al vento, a occhi chiusi, a capofitto nell’oblio incolore, senza ritorno, girando su se stessi nel vortice dello smarrimento. Il buio, là fuori, preme per entrare quasi a volersi riparare dai rovesci di pioggia: lo sento addensarsi e spalmarsi sulle finestre come una vernice. Il silenzio è inebriante, pieno di suggestioni. Penso a quanto sarebbe liberatorio starsene in balia del niente, accarezzando i ricordi, senza orizzonte e direzione, senza dare ordine ai pensieri, come pietruzze confuse di sabbia che scivolano una sull’altra per scaldarsi al sole.
Sì, cullarsi sull’onda dei suoni, delle voci impenetrabili di chi non c’è più, di preghiere che non so più dire; facendosi trascinare come uno brandello di nuvola spartita dai venti sopra questo mare di malinconia che non ha fine. Sì, sì, smettere di lottare, smettere di illudersi di poterlo fare, sospendere ogni giudizio, cercare di dimenticare se stessi almeno per un momento, rifiutarsi di ubbidire a tutte le regole che non fanno altro che creare altre regole e ricominciare a perdersi per i sentieri dell’anima, per poi finalmente perdonarsi, ritrovando i perché dimenticati e tutte le lacrime che non sono più riuscito a piangere.
Sembra che la pioggia prediliga la notte per poter scendere senza volto e senza scopo; forse per il solo gusto di buttarsi giù a capofitto sul suolo testardo. Non sembra del resto neppure pioggia se la guardi a testa all’insù picchiettarti sul viso come per farti capire che sei vivo.
E poi l’occhio ipnotico della candela, tra i chiaroscuri della stanza, si spegne in un sospiro lungo quanto il filo di fumo che ha preso il suo posto; e la luce torna a soggiogare ogni cosa.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

pioggiaMi alzo dalla mia poltrona, come se fossi stato chiamato ed esco sotto il portico. È molto presto. Persino il mattino appare addormentato e indeciso sul da farsi. Mi siedo sugli scalini come faccio sempre quando voglio riannodare pensieri o azzittire quelli ingombranti.
Da est, dove il cielo cede al giorno, si alza una brezza morbida a scompaginare i profumi, mentre i colori sembrano staccarsi dalle cose scambiandosi l’un l’altro di posto in un gioco che in questa penombra evanescente ancora possono fare. Il vento si fa teso, per alcuni minuti, agitando il pino che stringe a sé le sue pigne mature come oggetti preziosi; poi cessa di colpo ubbidendo alla bacchetta sottile sbattuta sul grande spartito. E un silenzio interrogativo si spande nell’aria come una promessa creando attesa e sospensione.
E poi, piano piano, chiamata dal nulla, la pioggia allunga le sue dita sulle foglie accartocciate dal freddo; è un brusio pensoso, blando che subito si fa monotono nella quiete della campagna. È un velo d’acqua che si nasconde tra l’erba come una collana spezzata sciogliendosi in mille rivoli di luce che serpeggiano imprevedibili sulla terra asciutta; un ticchettio dolce, un pulsare di ricordi, una spruzzata di nostalgia per un tempo passato; è un suono attutito per non svegliare la realtà di pietra, un rumore ancestrale che mi fa allargare la braccia ad accogliervi dentro tutto quel che vedo. E chiudo gli occhi.
Manca la voce del mare, i bagliori lontani, il domani ancora da immaginare. Mancano i languori della giovinezza, le speranze intatte, una vita pressoché intera ancora da vivere. Ma c’è sempre quella voglia d’essere altrove, quel desiderio di indossare i propri sogni e partire per rimanere dentro al viaggio inseguendo i propri miti; strade nuove, visi nuovi, colori e lingue differenti per innamorarsi di un sorriso, di una parola gentile e del sentirsi vivi nel proprio mondo.
E, poi, com’era arrivata in punta di piedi, la pioggia smette di ticchettare compulsiva. L’aria è già satura di altri suoni di una vita complessa che si è risvegliata. Il sole si fa spazio, a ondate, tra gli alberi grigi e prende il sopravvento spazzando via ogni ricordo. È una luce chiassosa quella che inonda la totalità del verde che si fa stordente e asciuga i fili d’erba a uno a uno. La tristezza evapora delicata dal cuore, come se non ci avesse mai abitato, e tutto finisce nel gorgo del presente risucchiato dal profondo dell’anima.
E rimane solo un grande e incolmabile vuoto.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Dolcissima

luna e balloonMia dolcissima. Riesco a immaginare quel tuo sguardo tra l’incredulo e il preoccupato nel leggere queste poche righe. Ho riflettuto molto se scriverle o no, ma poi ho pensato a quanto sarei stato felice, io, se a scriverle fosse stato mio padre.
No, non si tratta di un gelido e burocratico testamento: tutto ciò che è stato mio è tuo, semplicemente perché lo è sempre stato. No. Si tratta piuttosto di un modo per parlarti quando parlarti non sarà più possibile. Ciò che più mi è mancato da parte di mio padre è stato il non poterlo salutare un’ultima volta. Quel suo andarsene silenzioso e solo nel primo abbraccio del mattino mi ha lasciato un senso di incompiutezza, di sospensione, di non finito. C’erano ancora mille incomprensioni da dipanare, mille sorrisi imbavagliati dal rancore da liberare e altrettante parole, dure come sassi, ma leggeri come coriandoli, da dire. Certo, forse io e lui non saremmo riusciti ad aggiungere nulla di più al nostro silenzio così ben costruito, ma gli avrei detto addio e questo avrebbe forse reso meno penoso l’avventurarmi in quel baratro insaziabile in cui poi sono caduto.
Ed è a questo senso di ineluttabile abbandono, di malata frustrazione, che vorrei ora poter rimediare. Almeno con te. Perché non ci è mai dato di sapere quando diventa troppo tardi per il commiato.

Questa lettera ti viene consegnata dal mio più caro amico. Non subito, come hai visto, ma dopo qualche giorno, quando, passata la confusione, le parole formali di cordoglio e le lacrime che saranno sembrate inesauribili, si è fatta strada in te un vuoto ottuso che, in punta di piedi, sta reclamando il suo tributo di inquietudine e di angoscia; al dolore sordo sarà subentrata la consapevolezza della perdita, all’illusione della presenza, la cruda constatazione dell’assenza, allo stupore e al rifiuto, la coscienza che qualcosa, dentro di te, si è spenta per sempre.
Il senso di queste righe è allora proprio questo: quello di confortarti, di dirti che, anche nell’attimo in cui ho avuto la certezza che tutto sarebbe finito, il mio ultimo pensiero sei stata tu; perché ti ho voluto bene con tutto me stesso, perché mi hai reso orgoglioso di te per tutti gli istanti indimenticabili che mi hai donato, perché anche se avessi potuto farti con le mie mani saresti venuta esattamente così come sei: è stato bellissimo e lieve essere tuo padre e hai reso la mia vita un privilegio.

Desidero quindi che tu sappia che neppure in questo momento tanto buio ti ho abbandonato davvero. Sono e sarò nell’espressione più sorridente del tuo viso, nello scandire delle parole sciolte che pronuncerai con quel tuo modo buffo di muovere le mani, sarò in quella ‘vocina’ che potrai sentire nella tua mente e che ti aiuterà a prendere le decisioni più difficili che ancora ti rimangono.
Non so se ci rivedremo ancora oppure no. Non sono credente abbastanza per nutrire una simile speranza. Ma la verità, vera e concreta, è che non sono uscito del tutto dalla tua vita: mi ritroverai nel profondo del tuo cuore e con me potrai continuare a parlare tutte le volte che lo desideri. Perché io ci sarò. Sempre. E perché ti risponderò attraverso l’amore che ti ho dato.
Ciao Tesoro.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

 

Read Full Post »

Suoni del vivere

gatto di ceramicaSono seduto sul gradino del portico. Davanti a me la mia campagna, i miei colori, i miei suoni.
Sto diventando sordo, con l’età; un’ineludibile certezza che mi si è affiancata con discrezione come un’amica inattesa che reclamasse di essere aspettata per fare il resto del cammino insieme.
Ma questo non m’impedisce di avvertire ancora i rumori del paese, come un caldo sottofondo che mi accarezza il viso a ondate impalpabili, un velo che risale il fiume e le rogge quasi una nebbia di vibrazioni, una specie di pentola del sugo che brontola sommessa sul fuoco in cucina.
Né m’impedisce di sentire attorno a me la presenza del mio mondo: del gatto che s’attorciglia nervoso su se stesso per pulirsi la coda, del volo confuso di un merlo spaventato da chissà cosa, del passaggio frettoloso di un bombo alla ricerca dell’ultimo nettare da suggere.
E non m’impedisce neppure di immaginare i suoni che non sento più ma che so essere nell’aria: il pianto della bimba che intravvedo passare laggiù per la strada assolata, il clacson della macchina del panettiere che distribuisce il pane fresco nel chiacchiericcio del quotidiano e dei convenevoli di rito, i mille rumori di una casa che, ora alle mie spalle, respira e vive con me e per me. Sono tutti suoni che danzano nel sole, che ricostruisco nella mia mente e quindi esistono, come il pulviscolo argenteo di lune perdute.
E poi ci sono tutte le cose belle che non hanno un loro rumore: i raggi di sole che in questo tardo autunno mi scaldano la pelle, l’erba che cresce offrendo al cielo il profumo dei propri fiori, il filo dei ricordi che appannano la mente come fazzoletti liberati nel vento.
E soprattutto c’è il tuo sorriso di miele, anche se un po’ venato di tristezza per questo giorno che sta inesorabilmente passando; perché sei consapevole come me che, neppure prendendomi per mano, il tempo di oggi si potrà fermare.

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

 

Read Full Post »

tramontoL’autobus se lo stava portando via in quel pomeriggio inoltrato con il suo fagotto di pensieri tristi e un peso nel cuore. Se lo trascinava alla stazione e da lì in un’altra città, tra altra gente, tra altre esistenze, come la sua. L’autista maldestro metteva a dura prova il suo equilibrio, diviso tra uno zaino ingombrante e una valigia scura come il fondo della notte che avanzava lenta da est. Aveva lasciato il posto a sedere a un’anziana signora che si era accomodata senza guardarlo negli occhi, con la sollecitudine di chi non avrebbe mai detto ‘grazie’ per un qualcosa che le sarebbe spettato comunque.
Pioveva da giorni e l’asfalto luccicava di lustrini quasi avesse messo il vestito da sera, ribaltando le insegne colorate dei bar e dei negozi semivuoti; e ora, d’un tratto, nel cielo gonfio di ombre piene di malumore si era fatta strada una lingua di sole che volgeva al tramonto; caramellava di luce le cime dei tetti e i piani della case più alte che parevano ora finanche più alte per godersi quei tiepidi raggi obliqui, sparati in ogni direzione da un fuoco divampato senza controllo. La città era divisa in due. Sotto, il grigiore confuso dell’andirivieni distratto di gente indaffarata sulla via di casa e, in alto, sopra la riga di luce tracciata con il compasso, una città eterea, dipinta di giallo e d’arancione, come una promessa strappata a un cuore indifferente, abitata da semidei dai sogni intessuti di fili d’oro e di rugiada.
Accanto a lui, le persone continuavano a salire e scendere dal bus come per recitare il copione quotidiano di una città qualunque; occhi, visi, espressioni tutte eguali, ripetute all’infinito in un’eco di solitudine senza pace; gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi oggetti tra le mani.
Poi il bus abbandonò la piazza e si scapicollò per la discesa a senso unico deciso ad arrivare. Il respiro della stazione ormai era a pochi passi; si poteva sentire l’odore dei treni, dell’elettricità tra i binari, si poteva ascoltare con il vento buono l’altoparlante logorroico a tentar di mettere ordine nel caos di chi parte e di chi arriva.
Lui alzò per un attimo lo sguardo verso il cielo attraverso il finestrino ricamato di gocce di pioggia: un arcobaleno imponente stava sgomitando tra i palazzi troppo stretti per lui. I suoi colori erano così nitidi da poterli contare a uno a uno ed erano tanto compatti da poterli attraversare come un ponte proteso tra le facciate stupefatte, se solo chi l’avesse visto dalla propria finestra vi si fosse affidato a piedi nudi e a cuore puro. Lui rimase a bocca aperta. Non ne aveva mai visto uno così grande, così vicino e all’interno della città. Si girò verso una signora che teneva stretta a sé una bambina e le disse: “guardi, un arcobaleno!” ma le sue parole furono masticate dal motore su di giri del bus mentre la donna lo guardò con sufficienza avendo creduto volesse solo attaccare discorso. Allora lui si rivolse alla bambina: “guarda che arcobaleno c’è là fuori” e lo indicò per un attimo sfidando il suo equilibrio già precario. Ma la piccola lo squadrò sospettosa come solo i bambini sanno fare quando vedono qualcosa e non la comprendono. Nessuno si era accorto di quella meraviglia. Nessuno. Vicino a lui solo volti vuoti, abbozzati da un disegnatore sbrigativo e senza talento, manichini indecifrabili prima del crash test finale.
Il bus svoltò un’ultima volta andando a nascondersi sbuffando sotto la pensilina della stazione. L’arcobaleno era nel frattempo sparito, riassorbito dalla notte trionfante, mentre il cielo si era fatto solo un po’ più buio e un po’ più triste.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: