L’uomo, in divisa verdognola, ricevette all’improvviso una comunicazione all’auricolare. Non era stato tanto il suono a far capire che fosse arrivata al suo orecchio, quanto il suo improvviso ammutolirsi. Gli auricolari nella sua disponibilità erano infatti di ultima generazione. Almeno quelli di Tomàs, supervisore dell’area tematica “La Foresta del Nord” dello Zoo “Luces y emociones” a Playa Cuerta. Lì, tra gli altri, vivevano pinguini imperatori, orche marine dell’Antartide e, soprattutto, orsi polari.
Brizzolato e istrionico, Tomàs si era fermato di colpo mentre parlava con Gael e Thiago da Silva. Sembrava volerli proteggere da un incendio che solo lui vedeva. Allargò infatti le braccia nella loro direzione e poi premette l’indice sull’orecchio, annuendo corrucciato. Tutti gli addetti sapevano che lo faceva solo per darsi importanza. Ma lo sopportavano. Dopo tutto era un bravo diavolo.
«Devi andare tu, Álvarez», disse dopo un po’ nel walkie-talkie, una volta conclusa la comunicazione.
Silenzio.
«Come sarebbe a dire, capo, di nuovo io?», gracchiò una voce non più giovane dall’altra parte.
«Mi segnalano che Madison è fortemente disidratata. Ci sono 40° all’ombra se non te lo ricordassi. La sua termoregolazione è quella che è».
«Perché sempre io, capo? Potresti mandare quello giovane, appena entrato. Come si chiama? Insomma, lui, hai capito. Deve farsi le ossa».
«No, non è questione di farsi le ossa. Ci devi andare tu perché Madison ha un buon feeling solo con te. E tu sai come gestire il suo caratteraccio. È permalosa e bisogna stare attenti. Poi tu lo sai bene come ci si difende. Non possiamo correre il rischio con tutta la gente che c’è oggi».
«Lo so, capo, lo so. È che ultimamente lo fa sempre più spesso, anche senza motivo».
«Dopo, potrai prenderti il giorno libero che avevi richiesto» buttò lì Tomàs, per vincerne le resistenze.
«Sul serio?»
«Sul serio».
Di Tomàs si poteva dire tutto: che era scorbutico, istrionico, bizzarro. Però ci sapeva fare. Riusciva sempre a convincerti.
«Va bene, allora ci vado», concluse quello chiudendo la comunicazione.
Nel frattempo, i tre, camminando in modo indolente, erano arrivati al punto di ristoro. Da qualche settimana si ritrovavano, per la pausa pranzo, al chiosco de “Il feroce Salatino” di Al Kebir Malik. Servivano hamburger sopraffini a prezzi stracciati per gli impiegati dello zoo. Nonostante il caldo, il piatto era irresistibile.
E Madison chi sarebbe?» chiese Gael, il neoassunto, affidato per l’addestramento a Thiago da Silva, addetto alla pulizia delle vasche. Il novellino aveva un’espressione sparuta da passero sorpreso dalla pioggia.
Avevano preso posto sugli alti sgabelli di vimini. La musica arabeggiante creava un’atmosfera soft, da relax. Solo Tomàs mangiava in disparte, a un tavolino. Aveva davanti una insalata dall’aspetto triste che lo guardava con aria di sfida. Il supervisore preferiva evitare la carne per diversi motivi, soprattutto da quando aveva saputo che il titolare de “Il feroce Salatino” faceva affari con Fuente. Il peruviano rivendeva il mix di manzo, pollo e frattaglie avanzate dal pasto ai felini. Lo stare lontano dagli altri due, insomma, lo aiutava a tener ferma questa decisione. La salsina di Malik avrebbe reso infatti la verdura un piatto paradisiaco. Ci sarebbe riuscito del resto anche uno stivale usato.
«È un’orsa polare,» rispose Thiago.
«Un’orsa polare?» chiese Gael, sorpreso.
«Già, la definiamo un’orsa senior perché è molto anziana. Con il caldo di questi giorni, la lingua, alla sua età, perde la capacità di restare umida. Si screpola e si fessura fino a sanguinare. Bisogna intervenire subito», spiegò Thiago.
«Fate quindi entrare l’orsa nella vasca?» chiese l’altro.
«No, purtroppo non è così semplice. Madison nuota male e rischia di annegare. Preferiamo che alla sua età entri nella vasca il meno possibile. L’ultima volta che si è buttata spontaneamente, è andata a fondo come un ferro da stiro. Siamo dovuti andare a riprenderla in quattro. Lei non ha collaborato. E, fuori dall’acqua, ovviamente, è pesantissima».
«E quindi?» incalzò il novellino, che aveva addentato il panino così voracemente che stava per staccarsi un dito.
Tomàs osservò il giovane di sottecchi, ricordando quando, trent’anni prima, anche lui era così: curioso, insaziabile e pieno di ingenua meraviglia per il mondo. Aveva pensato che in quella struttura avrebbe fatto molta più carriera. E invece ecco lì, a sfondarsi di erba per conigli. Sospirò. Si infilò in bocca una generosa forchettata di acciughe e insalata iceberg. La moglie si era messa in testa di farlo dimagrire per il suo colesterolo galoppante. E lui ne era sicuro: lei era nei paraggi, travestita da visitatore, giusto per controllarlo.
«E quindi bisogna intervenire con l’annaffiatoio», rispose Thiago, un po’ divertito. «Ci si mette dell’acqua fredda, si prende una scala sperando stia ferma e che non si alzi in piedi, si sale con cautela e la si irrora da capo a zampe posteriori. Questo più volte. Come puoi immaginare, bagnare un’orsa di quella stazza e in quel modo richiede una decina di annaffiature e una pazienza infinita».
«Ma non potete usare una sistola?»
«No, il getto dell’acqua è troppo forte. Madison deve essere bagnata lentamente, come se fosse un’orchidea».
«Capisco, e il problema è che ti può azzannare?».
In quel mentre, alle narici delicate di Thiago arrivò l’odore dei ripari dei Lemuri dalla Testa piatta della vicina “Africa Rocks”. Il chiosco variopinto di Malik era situato proprio tra le due aree tematiche. “Non li puliscono mai abbastanza”, pensò Thiago, storcendo il naso.
«No, no, per carità. È buona come il pane», rispose dopo un po’. Thiago era incerto se proseguire o no a mangiare l’hamburger, mentre Gael aveva già finito il suo. Stava controllando il menu per assaggiare qualcos’altro non osando chiedere al collega se poteva mangiare lui il suo, se proprio non lo voleva.
«È sempre vissuta in cattività. L’abbiamo comprata da un circo alaskano che la voleva abbattere dopo che avevano vietato di usare animali nei circhi. Poverina, le avevano già tolti gli incisivi e le unghie per renderla inoffensiva. Senza contare che adesso è anche molto anziana».
«Poverina davvero».
«Proprio così».
«E allora, perché Álvarez non vuole avere quel compito?»
In quel momento, arrivò il rantolo pigro dell’orsa, un borbottio gutturale di chi non aveva nessuna voglia di collaborare. E poi un urlo. Era Álvarez.
«L’ha fatto di nuovo, l’ha fatto di nuovo!» gridava lui, anche se da quel punto non lo si vedeva bene.
Gael guardava il collega con aria interrogativa, cercando di capire cosa stesse succedendo. Un leggero sorriso increspò le labbra di Tomàs.
«Cosa ha fatto di nuovo? Chi?» insistette Gael.
Thiago si prese qualche attimo prima di spiegare:
«Madison, come ti ho detto, è molto anziana… ha seri problemi intestinali. E se non si è delicati, se il getto d’acqua, per lei, nonostante tutto, è comunque troppo forte, diciamo… si innervosisce… e fa delle puzze colossali che neppure un concentrato di cento puzzole riesce a…»
A quel punto, Gael scoppiò a ridere da non riuscire più a fermarsi.
Thiago rimase serio.
Tomàs pure e dopo qualche secondo gelò il neoassunto:
«Se fossi in te, non riderei troppo…» fra meno di un mese Álvarez andrà in pensione. Chi credi lo sostituirà?»
