Il navigatore ricalcolò il percorso senza avvisarlo.
Oscar se ne accorse solo perché il simbolo della vettura sulla mappa cambiò direzione, piegando, al bivio, lungo una strada sterrata.
L’auto abbandonò l’asfalto con un sobbalzo più brusco di quanto si aspettasse. I sassi presero a sfiorare il fondo dell’auto. Li sentiva, anche se non li vedeva. Ridusse ancora la velocità, senza però fermarsi.
Avrebbe dovuto essere già arrivato. Il colloquio era fissato per le undici. Non c’era una ulteriore possibilità.
Pensò a Marta: le aveva detto che sarebbe andato tutto bene questa volta, con quella sicurezza un po’ recitata che usava quando non ne era convinto. Quarantadue anni. Tre anni senza un lavoro stabile.
La campagna si apriva ai lati della strada senza recinzioni. Campi larghi, uniformi, quasi senza alberi. Nessuna casa, nessun trattore, nessuna figura umana. Pensò che se qualcuno li avesse dipinti, avresti detto che il pittore li aveva immaginati; un posto così ordinato non poteva esistere davvero.
A qualche decina di metri, sulla destra, un palo inclinato reggeva un cartello rettangolare. Vernice bianca, lettere nere ancora leggibili.
Future Farm.
Lo guardò con curiosità, lo superò.
Il motore cambiò suono all’improvviso. Un ronzio più basso, un tremore leggero dal cofano al volante. La pressione dell’olio scese di colpo. L’auto si fermò. Il motore restò acceso per qualche secondo, instabile, poi si spense.
Tutto il silenzio entrò nell’abitacolo come se aspettasse solo quel momento. Con lui entrarono anche i colori, quella geometria dei campi, quel verde troppo uniforme, quell’ordine che non somigliava alla natura ma a una imitazione.
Sotto il motore, una chiazza scura si allargava lentamente tra i sassi. L’olio colava a filo continuo da una piccola apertura irregolare nella coppa. Un sasso nel punto sbagliato al momento sbagliato.
«Perfetto».
Compose il numero di Marta. Non partì nessun tono. Solo una presenza muta, come se la linea fosse occupata da qualcosa che non rispondeva.
La chiamata risultava attiva.
Durata: 00:03… 00:04… 00:05…
Nessun suono. Interruppe.
Il sole era alto ma non scaldava come avrebbe dovuto. L’aria restava piatta, satura di odori, senza insetti. Né uccelli in cielo. O movimento nei campi.
Si diresse nella direzione che il cartello indicava. Si era alzata una leggera brezza. Portava con sé un brusio lontano, costante, regolare. Un ritmo.
Dopo qualche minuto, il profilo di una struttura emerse dall’orizzonte. Linee pulite, materiali chiari, superfici riflettenti. Difficile dire cosa fosse.
Vide una figura che si spostava lungo una delle file. Il suo muoversi era monotono, senza esitazioni. Poi un’altra, più distante. E un’altra ancora. Più fissava il campo, più vedeva delle figure. Come parti integranti della campagna. Come alberi spuntati dal suolo. Non riusciva a definirle. Ma poi… ecco sì… le vedeva meglio: non erano persone, ma macchine.
Il loro rivestimento esterno era chiaro, opaco, senza segni di usura. Come lui vedeva loro ora loro potevano vedere lui. Nessuna macchina però si era voltato verso di lui. O interrotto il lavoro.
Oscar fece un passo più deciso verso il robot più vicino. Il braccio rallentò impercettibilmente, come se stesse ricalcolando i propri movimenti. Lui allungò la mano per attirare l’attenzione. Stava per toccarlo.
Il robot si fermò di colpo. Il braccio restò sospeso a metà traiettoria, in attesa.
Come se il sistema avesse un protocollo preciso: ignorare la presenza umana passiva e neutralizzare il contatto fisico.
Poi il primo segnale. Un impulso breve, secco, come in un test. A distanza, altri due risposero nello stesso momento.
Si levò quindi un suono pieno, senza variazioni. Attraversò lo spazio con precisione come a dividerlo a metà. Oscar portò le mani sulle orecchie. Non gli servì: il suono gli parve vibrare contro il cranio, contro i denti, contro il petto.
Due unità basse, su ruote, emersero tra le file dei robot. Scure, stabili, silenziose. Avevano la dimensione di due barboncini. Avevano persino la medesima aria innocua.
Un contatto rapido. Secco. All’altezza della caviglia.
La scarica arrivò rapidissima. Stordente. Le gambe cedettero. Le mani si aprirono. Il respiro si bloccò. Oscar cadde su un fianco, senza riuscire ad ammortizzare la caduta.
Vide il cielo per un attimo. Che si rovesciava. La linea dell’orizzonte che si inclinava.
Intanto le macchine del campo avevano ripreso il lavoro. La stessa metodica, la stessa solerzia. Non era accaduto nulla di rilevante.
Fu trascinato per i piedi, la faccia nella polvere. Una sezione del terreno si aprì davanti a lui. La vide appena, in tempo solo per capire di essere rotolato dentro. Come una cosa inanimata. La botola si richiuse.
Cadde atterrando su qualcosa di morbido. Nessuna luce. Nemmeno fioca.
Poi il fetore arrivò. Dolciastro e marcio insieme. Umido. Persistente.
La luce del telefono si diffuse a cono illuminando prima una superficie indistinta, poi un contorno. Non era terra. Era un volto. O quello che ne restava.
Corpi. Accatastati senza ordine. Livelli sovrapposti, compressi. Alcuni ancora riconoscibili, altri già deformati. Vestiti strappati, tessuti incollati tra loro, occhi spenti in volti incavati.
Tutt’attorno pareti lisce, senza appigli. Una vasca di cemento. La botola sopra la testa.
Forse era l’unica persona viva nell’intera farm.
Il telefono illuminò qualcosa incastrato tra due corpi. Un tesserino rigido, plastificato.
Future Farm. CEO.
Il volto nella foto era ancora riconoscibile. Un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, il sorriso di chi è abituato a essere fotografato. Lo aveva visto da qualche parte, un convegno forse o un servizio televisivo su qualche innovazione agricola, sistemi autonomi, il futuro dell’alimentazione. Aveva detto cose come efficienza e integrazione uomo/macchina, impatto zero. Aveva sorriso esattamente come sorrideva in quella foto.
Brutta fine, pensò. I sogni sanno prendere direzioni inaspettate. Come i navigatori.
Cosa era successo in quella farm?
Poi la botola si aprì. Un braccio meccanico scese dall’apertura, un’unità grande, articolata in più segmenti. Pareva costruita apposta per quella necessità. Si mosse tra i corpi senza esitazione. Non cercava. Non selezionava. Si limitava a scendere lungo una traiettoria predefinita.
La presa si chiuse su un corpo. Lo tirò su. Le braccia del cadavere penzolavano nel vuoto, la testa oscillava leggermente come se annuisse.
Di lato un’altra macchina. A rotazione lenta. Un cilindro e un’apertura capiente.
E iniziò a triturare. Poltiglia di carne e sangue rappreso sparata sui campi.
Concime.
«Aspetta!», gli uscì di dire.
La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica, definitiva.
Il tempo là sotto non si misurava. C’era solo il ritorno periodico del braccio meccanico, che Oscar imparò presto a percepire da un clic quasi impercettibile che la precedeva.
Pensava a Marta e a come l’aveva delusa anche questa volta. Al fatto che non avrebbe mai pensato di cercarlo lì.
Poi, una mattina udì qualcosa.
Una increspatura minima del silenzio.
«… non prende… il navigatore…»
Oscar sollevò la testa di scatto. Ma poteva sbagliarsi.
No no, era sicuro. Era una voce di donna. Fuori c’era una persona. Che fosse Marta?
Cercò di ammonticchiare i cadaveri uno sopra l’altro per avvicinarsi alla botola.
«Sì! sono qui! Aiuto, liberatemi», gridò.
La propria voce suonò roca, quasi falsa. Non la riconobbe.
Poi sentì il primo impulso sonoro. Breve. Secco. Come in un test. Il secondo arrivò subito dopo. Più lungo. Poi un terzo.
Il frastuono partì. Pieno. Continuo. Identico a quello che aveva sentito fuori il giorno che era arrivato. Quel rumore non era per lui. Ma per la donna. Perché non sentisse le sue grida. Per impedirle di capire cosa stesse succedendo là sotto.
Poi il silenzio tornò.
La botola è rimasta chiusa, pensò. La donna è andata via. È riuscita a scappare.
Se lo ripeté più volte, piano, come una cosa in cui si vuole credere. Era un pensiero irrazionale. Lo sapeva. Ma scelse di tenerlo.
Alzò le braccia in un gesto di vittoria, anche se non aveva pubblico. Se non di corpi inanimati. Gli parve assurdo sentirsi sollevato per lei. Qualcuno era riuscito a scamparla.
Poi sentì qualcosa di diverso.
Non il clic che aveva imparato a riconoscere. Questo era un suono più sordo. Un peso che veniva trascinato.
La linea della botola si illuminò di taglio. Prima una fessura, poi di colpo.
Un corpo cadde insieme alla luce accecante.
La donna atterrò di fianco su quello che c’era sotto, con il suono sordo di chi non si aspettava la caduta. La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica.
Buio di nuovo. Silenzio di nuovo.
Sentiva la donna lamentarsi. Un brontolio sconnesso. Poi il suo respiro, affannoso, impaurito.
Oscar aprì la bocca. Non sapeva cosa dirle. Non sapeva se fosse meglio parlare o tacere. Era sopraffatto dall’emozione
Alla fine, disse solo:
«Stai ferma».
