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Posts Tagged ‘supermercato’

Melissa osservava il marito: se ne stava accanto a lei facendosi condurre docilmente dal carrello; complice un’altezza ragguardevole e una magrezza sospetta (se non si fosse conosciuta la storia di quell’uomo) sembrava come al solito del tutto scollegato dalla realtà con la testa in un’altra dimensione. I capelli sottili, tendenti chissà perché all’azzurrino, erano arruffati più del solito, ribelli a qualsiasi disciplina che un pettine potesse assicurare, mettevano in evidenza gli occhi mobili e penetranti che guardavano senza vedere. Avrebbe potuto essere ovunque: sulla cima di un grattacielo in bilico su un’antenna, seduto in fondo all’oceano o proprio lì a far la spesa con lei.
Melissa non era mai riuscita a spiegarsi perché lo avesse sempre amato e continuasse ad amarlo come fosse il primo giorno. Forse per quella sua aria così indifesa, implume, per quella sua dolcezza pasticciona con cui riusciva a metterla al centro del proprio mondo, qualunque esso fosse.
«Però così non mi aiuti» sbottò a un certo punto lei impuntandosi nella corsia dei casalinghi. Lui, che si era sentito strattonare, diresse lo sguardo verso la donna senza riconoscerla.
«Non ho capito» fece subito dopo, riprendendosi.
«Ti sto dicendo che così non mi aiuti… pensi ai fatti tuoi… e così ci metteremo un sacco di tempo» fece lei cercando di fare il broncio senza riuscirci.
«No, affatto» cercò di smarcarsi. «È che non hai bisogno di me: te la stai cavando benissimo, tant’è che fino adesso non mi hai chiesto nulla…»
«Ah sì? Allora eccoti, sapientone, una precisa e chiara richiesta di aiuto: non riesco a trovare la candeggina… sono dieci minuti che giriamo a vuoto, non so se te ne sei accorto. È che in questo iper, a sistemare le cose sugli scaffali, sembra sia stato un burlone ubriaco.»
«Candeggina? Candeggina?» ripeté lui guardando un soffitto molto lontano intersecato da tubi di aspirazione, sensori antincendio e macchinari che sfidavano la gravità. «È alla corsia 34, di là, in quella direzione.»
Melissa non sapeva se ridere o preoccuparsi. La corsia 34 era poco distante. Ci arrivarono in un attimo e subito vide davanti a sé un intero bancone di confezioni di candeggina. Si aspettava che Carlo le dicesse ‘hai visto?’ ma era invece di nuovo sprofondato nei suoi pensieri. Afferrò una bottiglietta di quello meno caro e la posò piano piano nel carrello come per non disturbare il marito.
«E vediamo, allora,… il pane in cassetta dove lo potrei trovare?» chiese lei, appena dopo qualche minuto, a mo’ di sfida.
Lui guardò in basso, in direzione del punto dove aveva sentito giungere la voce. Metabolizzò la domanda della moglie anche se in ritardo. Ci pensò qualche secondo e poi disse:
«Pane in cassetta? Alla corsia 22, dove l’hanno messa da qualche giorno dopo aver risistemato la zona dei freschi che occupa adesso la zona sud. Il nuovo direttore ha voluto così» fece abbozzando un sorriso e allargando le braccia come per dire: ‘non è colpa mia!
Melissa che fino a quel momento aveva creduto che quella di prima fosse stata solo una botta di fortuna accelerò il passo verso la corsia 22. Avrebbe tanto voluto che il pane in cassetta non fosse affatto là. Invece, come poté constatare con grande meraviglia, si trovava proprio in quel posto, insieme a tutti i tipi di pane, da quello salato a quello sciocco, da quello sfuso a quello imbustato. «Ma come caspita…» fece lei squadrando il marito da capo a piedi. «Come fai ad avere tutte queste informazioni?»
«Non saprei… ascolto, capto qua e là, memorizzo…» fece lui come per scusarsi.
Melissa scosse la testa. La spesa era finita. Si diressero verso la linea delle casse.
«No, non andare dalla Lucia» disse d’improvviso lui «è appena rientrata da un periodo di congedo. Poverina, l’ha lasciata il fidanzato a pochi mesi dal matrimonio ed è molto depressa. Ma è anche parecchio lenta. Vai lì dalla Paolina, piuttosto, che l’hanno assunta da poco, anche se con una raccomandazione: è giovane, molto volenterosa, rapida e precisa.»
«Ma dai, Carlo, com’è possibile che tu sappia tutte queste cose…? Dimmelo, dov’è il trucco?»
«Ti ho detto che non lo so, Melissa. E poi perché non dovrei saperle, scusa?»
«Perché abitiamo a più di mille chilometri di qui e in questo iper ci siamo entrati solo per caso.»
«Ah sì?»

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pepite di cioccolato«Voglio la Crema Pepitaciok, mamma!» fece il bambino reclinandosi con il busto all’indietro e indicando la vetrinetta-frigo del supermercato che stava scorrendo sotto i suoi occhi. Il carrello su cui lui era seduto nell’apposito sedile vacillò.
«Non ci pensare nemmeno» disse risoluta la mamma tirando dritto. «Che poi ti vien male al pancino e ti metti a piangere.»
«Ma no che non piango e poi io voglio Pepitaciok…» fece lui con una cantilena strascicata, oscillando il corpo come un pendolo.
«Stai fermo una buona volta che cadi dal carrello!»
Il bambino incrociò le braccia in modo teatrale mettendo il broncio.
«Ti va bene lo yogurt alla fragola?» gli domandò lei, dopo un po’. Lui rispose scuotendo la testa sciogliendo le braccia dalla precedente postura e rimettendole subito conserte con ancora più vigore. La mamma cercando di trattenere un sorriso ripose lo yogurt nel carrello.
«E cosa mangeresti volentieri questa sera? Un hamburger di chianina o una sogliolina al limone?» chiese lei cercando di essere seria.
«Voglio la Pepitaciok, ho detto!» ribadì lui con un ampio gesto della mano a indicare la crema ormai alle sue spalle.
Lei, dopo qualche metro:
«Guarda, ci sono i giocattoli… vai a scegliere il regalino per il compleanno di Luca… che sei bravo…»
Il bambino gettò un’occhiata veloce davanti a sé: scaffali ricolmi offrivano ogni tipo di giocattolo. Rimase a bocca aperta. La madre prontamente lo sganciò dal sedile del carrello e non appena gli fece toccare a terra lui si mise a correre. «Sono qui che finisco la spesa, Matteo, torna subito, però…» gli disse quando lui era ormai sparito. Dopo cinque minuti se lo vide ritornare.
«Hai fatto presto, Tesoro, come mai quella faccina?» gli chiese accarezzandolo.
Il bambino guardava a terra, impacciato, era leggermente pallido. Lei lo tirò su e lo piazzò nuovamente seduto sul seggiolino del carrello.
«Cos’hai Matteo… non stai bene?» e gli mise le labbra sulla fronte per sentire se aveva la febbre. Il bambino fece spallucce: aveva un’aria assente, distante. ‘Forse è annoiato‘, pensò lei, ‘o ha solo sonno o è ancora arrabbiato con me e sta usando un’altra strategia‘. «Hai visto qualche giocattolo che può piacere a Luca?»
«Forse» rispose lui, anche se non subito.
La madre continuò a fare la spesa, ma ogni tanto squadrava il bambino stranamente silenzioso: stava giocando con un laccetto del suo giubbino in un atteggiamento che non gli era solito.
«Non la vuoi più allora la tua Pepitaciok?»
Il bambino la guardò con l’espressione di chi non sapesse di cosa si stesse parlando: quindi tornò a giocare in modo apatico con lo stesso cordino. D’impulso la donna tornò indietro nel vicino reparto giocattoli. Doveva capire. Rapida fece il giro degli scaffali. Non c’era nulla di diverso o di strano tra quei giocattoli, come di consueto, del resto. Alzò gli occhi in modo interrogativo verso il suo bambino che aveva lasciato nel carrello a qualche metro da lei: aveva ancora un atteggiamento indifferente, chiuso in un mondo tutto suo. ‘Cosa ti succede, piccolo mio?’ sembrò chiedergli a distanza. Poi svoltò il bancale per per percorrere l’ultima corsia: si accorse che per terra c’era la scatola di un giocattolo: “La Porta tra i Multiversi”. La raccolse.
«Mamma, mamma, allora me la compri la Crema Pepitaciok?» si sentì dire. Matteo era vicino a lei, sorridente: le tirava la gonna con la sua consueta irruenza e la solita luce vivida negli occhi. Lei guardò verso il carrello. Il suo bambino era ancora lì, seduto e tranquillo.
«Matteo, bambino mio…» fece lei inginocchiandosi per terra e abbracciandolo forte.
«Ehi, mamma, ma così mi fai male…» le disse «che ti prende?»
«Ma allora… ma allora… quel bambino là, chi è?» chiese la madre a Matteo come se lui avesse potuto avere una risposta.
«Quale bambino?» chiese il figlio con un occhio chiuso e un aperto e le mani sui fianchi.
«Quello lì!» fece la madre indicando il carrello dietro di lei. Sul carrello non c’era più nessuno.

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clownQuando Al’vian arrivò sul piazzale del supermercato frenò delicatamente. A quell’ora, l’ampio parcheggio era pressoché vuoto. Aveva viaggiato tutta la notte per poter raggiungere il gruppo ma non era riuscito a recuperare il tempo perduto per far curare Yuk dal veterinario; era arrivato però il momento di mettere qualcosa nello stomaco. Scese dalla cabina e aprì gli sportelli del furgone.
«È vero che te ne rimarrai buono buono qui mentre io vado a prendere qualcosa da mangiare anche per te?» Yuk lo squadrò incuriosito e, per tutta risposta, gli si avvicinò strofinandogli il muso sul petto e sotto l’ascella, come faceva sempre quando voleva qualcosa. «No, non ti posso portare con me, non sono ammessi gli animali nei supermercati. Dovresti saperlo.» Yuk fece gli occhi grandi e acquosi, abbassando le orecchie. «Sei proprio un furfante» gli disse Al’vian facendolo scendere. ‘Ma sì’, pensò, ‘dopo tutto cosa sarà mai’.
Appena le porte scorrevoli del market si aprirono lo accolse un strano silenzio ovattato. ‘Che sia ancora chiuso?’ si domandò. Poi si guardò attorno. La linea delle casse era vuota ma alcune commesse erano intente, lontano da lì, a sistemare la merce sui bancali. Non l’avrebbero notato. Al’vian si fece coraggio.
«Andiamo, testone, guarda cosa mi fai fare…» gli disse tirandolo appena per il guinzaglio verso i bagni. Nel breve tragitto che lo separava dalle toilette afferrò della frutta e della verdura su un bancone e le cacciò in tasca.
«Non mi guardare, così» gli disse «poi ti porto qualcosa che ti possa piacere, te lo prometto, per ora accontentati.» Si infilò nella sala e alloggiò Yuk all’interno di uno dei bagni con la porta sistemandogli il cibo sul pavimento piastrellato.
«Stai fermo qui. Hai capito? Torno fra cinque minuti, dieci al massimo.»
Yuk si lasciò chiudere accovacciandosi rassegnato. Al’vian prese il carrello e accelerò il passo. Cercò di farsi venire in mente ciò di cui aveva bisogno. Non si sarebbero più fermati se non nel tardo pomeriggio quando avrebbero raggiunto gli altri, ad Alvona, giusto in tempo per lo spettacolo della sera; e un pagliaccio, a digiuno dal giorno prima, non ha voglia di far ridere nessuno.
Nel frattempo, facevano ingresso nel supermercato Arturo e Clelia, con, al seguito, la madre di lui, la signora Aldina, che cercava di tenere il passo. Stavano per entrare quando l’anziana signora si fermò lentamente come un trabiccolo a motore che avesse finito la benzina. Era pallida.
«Devo andare in bagno…» balbettò.
Arturo si sentì gelare. «Come? Qui? Ora?»
«Sì. Qui, ora» ripeté la signora Aldina facendo il verso al figlio per rivendicare la libertà di poter fare i bisogni quando era il momento. Arturo si voltò verso la moglie.
«Ci pensi tu, cara?»
«Io? Non ci penso davvero! Io me ne occupo, e non dovrei (visto che la madre è tua), quando è in casa e solo perché tu faresti dei disastri… ma, fuori, il divertimento è tutto tuo, cocco. Per questo ti raccomando sempre di fargliela fare prima che esca…» disse sorridendo per la sua logica inappuntabile.
«Quando siamo usciti ha detto che non le scappava…» cercò di rimediare Arturo.
«Non mi interessa» fece lei irremovibile «e vediamo di far presto…» e sottolineò la frase cominciando a battere il piede per terra come se stesse tenendo il tempo per una mazurka indiavolata.
Arturo guardò la madre e poi ancora la moglie e poi ancora la madre.
«Almeno il pannolone glielo hai messo?» domandò Clelia certa della risposta.
«Sono capace benissimo di fare da sola» protestò la signora Aldina con disappunto, ma poco convinta.
«Va bene, vieni…» disse lui prendendola per mano e portandola verso i bagni. «Senti, mamma…» le chiese guardandola di sottecchi «devi fare quella piccola o quella grossa…».
La signora Aldina sbuffò e poi rispose: «Quella grossa!»
Ecco, tutte le fortune!’ pensò lui.
Arrivati all’ingresso della toilette la donna si sganciò improvvisamente dalla mano del figlio. «Non voglio essere di peso a nessuno, faccio da sola…» fece stizzita.
«Sei sicura mamma?» Aldina non rispose e sparì dentro la sala.
Arturo si sentì sollevato, ma dopo pochi secondi la vide ritornare.
«Cosa è successo, mamma? È occupato?» L’anziana signora guardava a terra, visibilmente imbarazzata. Fece di no con la testa. «Cos’è successo? Rispondi! Ti senti male?» incalzò preoccupato scuotendola per le braccia.
«No no, è che me la sono fatta addosso.»
Arturo si sentì morire. Pensava già a quante gliene avrebbe dette la moglie.
«Non è colpa mia, però!» cercò di giustificarsi lei, mortificata. «Ho avuto paura! Non ci crederai… ma di là, nel bagno, c’è un orso alto due metri che si sta mangiando una carota.»

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micioLa coppia era in contemplazione delle innumerevoli scatolette al reparto cani e gatti del supermercato. Entrambi anziani, erano vestiti come se fossero andati a messa; lei con un cappottino verde pisello, liso, su un vestito di flanella leggero e un filo di perle false che occhieggiava dalla sciarpa, lui in completo spigato che gonfiava però un impermeabile troppo stretto e troppo corto. Avevano assunto la medesima posizione: la testa reclinata d’un lato per leggere prezzi e indicazioni.
«Te l’avevo detto che non ci dovevamo venire, non mi ci raccapezzo con tutte queste marche» fece lui continuando a leggere e aiutandosi ora con il dito indice.
«Non stare sempre a brontolare» fece lei scrollando le spalle «avevamo deciso che ci saremmo venuti, per una volta, almeno… Per quel che abbiamo da fare… E poi sono sicura che ne varrà la pena: ci sono un mucchio di offerte… lo vedi!»
«Offerte, offerte… fai presto a parlare tu… e se poi non gli piace? Lo sai che ha gusti difficili…»
«Ecco, c’è la linea ‘Miogatto’ che conosciamo bene e qui è anche a un prezzo migliore; visto, testone?»
«Ma dove?»
«Ce l’hai lì, sotto gli occhi!»
A quel punto dal fondo della corsia arrivò una signora spingendo un carrello già pieno di merce.
«Se vi posso consigliare» disse gentilmente lei una volta arrivata all’altezza della coppia «questi prodotti sono davvero ottimi. Il mio Clark ne va matto e costano anche poco. Ce ne sono per tutte le età. Dai micetti di pochi mesi ai gatti maturi…»
«Ma è davvero buono-buono?» chiese diffidente la donna anziana.
«Buonissimo. È una nuova linea americana per i pet. Sono in fase di lancio sicché tengono il prezzo ancora basso. Bisogna approfittarne. Provatelo: il vostro micio vi ringrazierà». Le ultime parole furono pronunciate con una tale enfasi da sembrare uno spot pubblicitario. Poi la donna sorrise, più alle scatolette che ai due, e proseguì per la spesa. La coppia la guardò andar via. La donna anziana le mormorò dietro, sottovoce, anche qualche cosa di poco carino: forse per la gonna corta o per i colori vivaci, tanto da assestare persino una gomitata al marito, che però stava già curiosando tra le confezioni consigliate.
«Possiamo prendere qualcuna di queste scatolette nuove, giusto per lui» disse l’uomo fattosi serio «magari di queste qui per gatti piccoli, con i tocchetti di manzo e le vitamine, che mi sembrano niente male; e poi prendiamo anche ‘Miogatto’, formula senior, con lo sconto, così stiamo più sul sicuro.»
Lei annuì, convinta, prendendo a mettere le scatolette nel carrello insieme al marito. Quindi i due diedero ancora un’occhiata agli espositori e di nuovo al carrello. Si sorrisero, erano soddisfatti della loro scelta.
«Pensi che a Paolino piacerà quel che abbiamo scelto per lui?» chiese l’uomo mettendole un braccio attorno alla vita.
«Vallo a sapere… i bambini di oggi proprio non li capisco… Per fortuna tua figlia ce lo porta solo ogni tanto.»
«E… senti» fece lui spingendo il carrello verso le casse e assumendo un tono come se volesse conquistare la moglie. «Ma ‘Miogatto’ me lo fai come l’altra volta, con la pasta?»
«La pasta ti fa male, lo sai, te lo sciolgo piuttosto nella minestrina…»
«Anche se domani è domenica?»
«Per il tuo stomaco è una giornata qualunque…»

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topolinoIl maresciallo Masciotta era entrato nella stanza del Pubblico Ministero senza bussare. Il dr. Sbarbaro era molto alla mano, quando ne aveva voglia, ma quella mancanza di minima formalità, come la chiamava lui, lo irritava sempre. Ne era prova quel suo modo impercettibile di raschiarsi la gola o di sforzarsi di mettere in linea, davanti a sé, il  kalanchoe color fucsia, il codice penale e il tagliacarte rotto.
«Dottore… li abbiamo presi finalmente!»
Il Pubblico Ministero alzò finalmente gli occhi sul Masciotta mettendolo a fuoco. I pochi capelli che il carabiniere aveva in testa ondeggiavano come alghe sul fondo del mare, ma i baffi erano rimasti rigidi forse per la troppa brillantina. Sbarbaro si distese lentamente sullo schienale, che scricchiolò, mostrando alla luce sbilenca della finestra il suo viso ancora giovane, rilassato, la barba ispida un po’ nera e un po’ rossa; lo sguardo era inquisitorio, di quelli che ti rovistano dentro, ma era mitigato dagli occhiali da vista, la cui montatura era di un sorprendente color arancione.
«Presi? Non capisco» disse sovrappensiero.
«Non si ricorda, dottore? La banda degli albanesi. Quella che ha messo a segno nella zona tutti quei furti ai supermercati. Lei aveva raccomandato ai gestori di dotarsi di allarmi più sofisticati, dal momento che le webcam non erano risultate sufficienti proprio per la capacità di quei criminali di individuarle e metterle preventivamente fuori uso.»
«E quindi?»
«E quindi sono rimasti fottuti, con rispetto parlando» e qui rinfoderò il sorriso pentendosi di aver usato, per l’eccitazione, una terminologia troppo confidenziale.
Il Pubblico Ministero continuava a non capire. E siccome l’unico modo per venirne a capo con il Masciotta era andare di persona sul posto si alzò e prese la giacca.
Durante il viaggio in macchina, il maresciallo spiegò che l’ipermarket di Lughi aveva adottato un dispositivo antintrusione di ultima generazione che, entrando in funzione dopo la chiusura, consentiva di isolare i malviventi non appena avessero oltrepassato la linea delle casse e prima che uscissero indisturbati dalla porta: due serrande di acciaio scendevano rapidamente alle spalle e dinanzi ai ladri chiudendoli in trappola.
Sbarbaro odiava la sirena sicché giunsero all’iper un’abbondante mezz’ora dopo; il responsabile della sicurezza, rag. Carminati, lo accolse però ugualmente con aria soddisfatta come di un gufo che avesse appena artigliato un topolino uscito dal sottobosco. E quando azionò il pulsante del telecomando per alzare la serranda, il maresciallo estrasse meccanicamente la Beretta d’ordinanza:
«Si metta al riparo, dottore» gli disse in modo concitato «può essere pericoloso.»
«Sì, ha ragione, Masciotta» rispose lui non muovendosi di un millimetro e impugnando, chissà perché, un pennarello senza cappuccio trovato nella tasca. Ma quando la saracinesca fu sollevata del tutto mostrò all’interno una persona anziana seduta per terra in un angolo del box. Aveva l’aria sfatta, la barba incolta, gli occhi acquosi. Sembrava una vecchia marionetta abbandonata da personale circense in fuga per un incendio. L’aver passato tutta la notte in quel posto angusto, al freddo e al buio, non doveva averle giovato.
Il PM si avvicinò senza dir nulla. Tutti i presenti non osarono dir nulla.
«Sono entrato solo per questo» confessò il vecchio agitando, mortificato, una confezione per pasta per dentiere. «La prego, la scongiuro, non dica nulla a mia moglie.»

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Come capitava spesso, quando facevano la spesa, avevano litigato. Lei lo accusava di mangiare solo ‘quattro cose’, sempre le stesse, e quindi del fatto che fosse oltremodo gravoso cucinare per lui e lui che si sforzava di farle capire che avrebbe anche mangiato di tutto a patto che fosse stato preparato decentemente. Così ora si tenevano il broncio mentre sfilavano tra i bancali dell’iper mostrando quasi indifferenza per le confezioni di cibo che passavano sotto i loro occhi.
Il marito, nel tempo, era rimasto un bell’uomo, attraente e interessante, mentre la donna, che era sempre stata piccina di statura, era divenuta invecchiando un cubotto di carne e di grasso stizzoso che la menopausa aveva peggiorato nel carattere.
«Ho dimenticato un’arancia e due porri» fece lei come se parlasse a se stessa. Lui subito non rispose. Poi pensò alla pace che nel pomeriggio la sua stanza di campagna gli avrebbe riservato e disse: «Va bene, vado a prenderli.»
«E visto che ci sei, prendi anche il lievito» e pronunciò la frase con un tono che poteva sottintendere ‘se riesci a trovarlo visto che sei un incapace’ oppure ‘sempre se la cosa non ti incomoda troppo’. Il marito, che la conosceva bene, colse la sfumatura comunque negativa, ma serrò le mascelle per non dover ribattere.
Ci mise un po’ di tempo per trovare ogni cosa, perché, a quell’ora di sabato, il supermercato si era riempito di gente. Con la roba in mano (aveva aggiunto un’anguria che aveva visto in offerta su un banco) ritornò nel punto in cui aveva lasciato la moglie, che ovviamente non lo aveva aspettato. Fece mente locale sui tempi del giro che normalmente facevano per fare la spesa e andò diritto al reparto ‘vini e birre’. Ma lei non era neppure lì. Forse aveva proseguito per il reparto ‘surgelati’, pensò, l’ultimo posto dove si recavano prima di andare a pagare alla cassa. No, non c’era da nessuna parte. Si sentiva uno stupido a girare in quel modo a vuoto, con tutta quella roba pesante in mano. Ed era sicuro che lei lo stesse facendo apposta. Certo, poteva telefonarle per sapere dove fosse, ma avrebbe dovuto posare ogni cosa per terra per avere le mani libere. Ebbe solo voglia di andarsene nel parcheggio e aspettare in macchina che prima o poi ricomparisse. Poi vide davanti a sé una ragazza sui vent’anni, un corpo affusolato da favola, sembrava una modella appena uscita da un poster pubblicitario: vendeva profumi e trucchi per signora di una marca nuova. Lui le si avvicinò ‘attaccando bottone’, mentre lei rispondeva sorridente, lusingata per quella sfacciata attenzione.
«Hai intenzione di comprarti un mascara?» gli disse la moglie, acida, comparsa all’improvviso alle sue spalle.
«Era l’unico modo per stanarti!» le disse serio. «Basta che io parli con una bella donna…» e si girò sorridendo alla ragazza che contraccambiò con un curioso movimento della testa «…e tu subito compari dal nulla, manco avessi il radar. Andiamo va, che s’è fatto tardi.»

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yogurtLa donna prelevava dallo scaffale del bancofrigo, uno dopo l’altro, vasetti di yogurt. Leggeva la marca o la composizione o la scadenza o tutte e tre le cose insieme e poi li posava. Era una donna molto bella, alta, mora, con lineamenti fini e aggraziati, e incinta. Il carrello della spesa era ancora semivuoto e lei sembrava non sapere cosa comprare. Il marito, anche lui alto e dalle fattezze dolci e forti, era poco distante, intento a scegliersi dei biscotti per la colazione. L’ultimo vasetto che la donna controllò lo mise a posto sbattendolo infastidita sul ripiano. A pochi metri da lei un uomo in loden verde, canuto nei capelli e dai simpatici baffoni folti, la stava fissando intensamente. La donna si voltò nella sua direzione con una espressione visibilmente scocciata.
«Sono due gemelli, vero?» principiò l’uomo indicando la pancia della signora.
«Sì, e allora?»
«Direi che lei è di venticinque settimane. I gemellini saranno un maschietto e una femminuccia… La bambina è un po’ più piccola, ma è robusta e intraprendente per cui uscirà per prima, mentre il bambino avrà inizialmente il cordone ombelicale attorno al braccio, ma con una semplice manovra di routine se ne libererà facilmente» fece l’uomo, soddisfatto della sua diagnosi.
La donna aggrottò la fronte. «Come fa a saperlo, scusi…?»
«Permetta che mi presenti» esclamò lui battendo leggermente i tacchi. «Sono il Prof. Otello Biancamano e sono il Primario del reparto di ginecologia della clinica Santa Rosa, sa, quella sulla collina. Vedrà, anche se lei è primipara, avrà un parto eutocico con un travaglio nei limiti della norma.»
La donna aveva abbandonato l’atteggiamento difensivo, la fronte e la postura apparivano ora rilassate.
«No, perché, effettivamente, un po’ preoccupata lo sono» fece sospirando appena. «Ma lei ha capito tutte queste cose solo guardandomi?»
«Certo, signora, è il mio mestiere da quarant’anni… Ma le assicuro, non avrà nessun problema, l’alveo è ampio e non ci sono ostacoli fisici congeniti: se dovesse ricoverarsi da noi chieda pure di me, sarò lieto di esserle utile» e le allungò un biglietto da visita. La donna lo lesse con attenzione proprio mentre l’uomo, fattosi così vicino da sentire il suo profumo, le sussurrò«Lei lo sa che il maschietto è bianco e la bambina di colore, vero?»
La donna ebbe un sussulto e impallidì. Si morse le labbra e sgranò gli occhi fissando un punto indefinito tra le proprie costose scarpe. Il Primario, nel frattempo, le aveva già fatto un lieve inchino e se ne era andato.
«Chi era quel tizio, cara?» le chiese il marito mettendo un pacchetto di biscotti nel carrello.
La donna non rispose. Poi disse:
«Uno… che credeva di conoscermi» e, preso il carrello, cominciò ad avviarsi seguita dal marito. Fece alcuni passi, quindi si fermò.
«Tesoro» fece la moglie quasi tra sé e sé «ti devo parlare…»

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