Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘amore’

Quando la bambina nacque lui era davvero felice. Non solo perché non assomigliava a lui e agli altri figli, ma anche perché era una deliziosa femminuccia e dopo tanti maschi ne aveva tanto desiderato una.
Occhibelli’, gli venne subito da dire appena la vide.
«Sono tutti belli gli occhi dei neonati, caro» gli disse Alheit, la moglie sfinita dal parto mentre si coccolava la piccola.
«Sei preoccupata, tesoro?» le chiese lui accarezzandola.
«Sì, un po’… mi domandavo se i fratelli la accetteranno… lei che è… che è…»
«Che è “normale”? È questo che vuoi dire?» Lei non rispose.
Lui infatti era un nano Mojûk dei Boschi Bigi, forte e possente come un ceppo di quercia secolare, mentre lei era una bellissima ragazza bionda, minuta, dagli occhi azzurri e alta come un capriolo adulto. Si erano piaciuti subito, nonostante le differenze fisiche, e avevano deciso di mettere su una numerosa famiglia. Tutti i figli avevano preso da lui, tranne Occhibelli che prometteva di diventare una copia ancor più deliziosa della madre.
«Quando torneremo ai Boschi… glielo spiegheremo. Del resto hanno sempre te sotto gli occhi…» fece lui provando a sorridere.
«Vedremo» rispose Alheit con l’aria triste.
Rimasero ancora qualche giorno nella Baita Esterna dove avevano preferito rifugiarsi dagli occhi indiscreti dei figli durante il lungo travaglio. Ma più il tempo passava, più Mojûk si chiedeva perché mai dopo, tanti figli maschi nani, era nata una figlia femmina e per giunta “normale”. E ciò che meno lo persuadeva erano i lineamenti della bambina. Per quanto la moglie fosse di bell’aspetto, era pur sempre una popolana; e allora da chi Occhibelli aveva preso quel profilo nobile, la fronte spaziosa, gli zigomi alti?
Così, quando un mese dopo, partirono per tornare ai Boschi Bigi, lui volle passare dal Lago Profondo. Avrebbero allungato un po’ il percorso, ma lui disse che ne valeva la pena in quanto ci teneva a bagnare il capo della piccola in quelle acque sacre e incontaminate.
Così arrivarono al Lago e giunti alla riva, mentre la madre si specchiava con la neonata, lui gettò un sasso nell’acqua. Era uno dei tre sassi che gli aveva dato il padre poco prima di morire. Sassi dai poteri ancestrali, aveva ammonito, che, gettati nelle acque di quel Lago, gli avrebbero fatto conoscere la Verità.
Del resto il primo sasso Mojûk lo aveva utilizzato tanti anni prima per sapere se i Boschi Bigi, dove si sarebbe ritirato con la moglie appena sposata, avrebbero dato loro da vivere; e la risposta fu sì che la famiglia sarebbe stata numerosa e avrebbe trovato, così come fu, addirittura una miniera abbandonata da cui trarre sostentamento.
Un secondo sasso lo aveva gettato due anni avanti per sapere invece se sarebbe sopravvissuto alle profonde ferite infertegli da un cinghiale; e il Lago rispose che sì, non sarebbe morto per quelle, ma anni dopo, perché pazzo di dolore.
E ora era il momento di sapere nuovamente la verità, l’ultima si disse, e cioè se Occhibelli era davvero figlia sua.
Il sasso affondò quasi senza increspare l’acqua. E quando la superficie si ricompose vide che il volto della bimba, mutato all’improvviso e per un attimo, non era il suo; era quello di un uomo bellissimo dai lineamenti principeschi. Un altro uomo, insomma. Si accorse della trasformazione anche la moglie che, dopo aver incrociato lo sguardo perduto del marito, gridando, si mise a correre con la bambina in braccio.
Mojûk avrebbe voluto inseguirla per farsi spiegare perché lo avesse tradito ma non riusciva a muoversi. I suoi piedi parevano penetrati per chilometri nella terra come radici inestricabili. Quando riuscì finalmente a camminare la moglie era già sparita. Era infatti riuscita a raggiungere Monte Tausendadler su cui si inerpicò per giorni alla ricerca di un rifugio sicuro. Poi una mattina finalmente trovò un antro. Era sufficientemente lontano da sentirsi al sicuro. Da lassù poteva scorgere persino i Boschi Bigi, dove forse non avrebbe avuto mai più il coraggio di tornare. Si addormentò spossata, con la figlia tra le braccia che riposava serena.
Durante la notte si svegliò all’improvviso per un rumore. Possibile che il marito l’avesse già trovata? E invece era un’aquila; fece appena in tempo a vederla portar via la figlia senza riuscire a fermarla.

Mojûk, come gli aveva predetto il Lago sacro, impazzì di dolore per aver perso la moglie e la gioia di vivere. Avrebbe voluto spiegare ad Alheit che avrebbe voluto bene anche alla bambina purché lei non lo lasciasse. Ma Alheit non lo seppe mai perché trascorse tutta la vita a cercare vanamente la piccola di nido d’aquila in nido d’aquila in un territorio impervio di venti leghe quadrate.
Non trovò più la bambina in quanto l’aquila in realtà l’aveva subito trasportata al Castello di Heltz posandola tra le braccia della Baronessa Pallida che tanto avrebbe desiderato la figlia che la Vita le aveva sempre negato.
Così la neonata, dalla carnagione candida come la neve, crebbe tra gli agi e gli sfarzi di corte, ben voluta anche dal Barone Johann Von Hochnaussen che in cuor suo voleva farsi perdonare di aver messo incinta quella popolana incontrata durante una battuta di caccia e sparita in circostanze misteriose.

Molti anni dopo, Occhibelli, diventata una donna meravigliosa, per sfuggire a un cacciatore che aveva avuto l’incarico dalla matrigna di ucciderla perché troppo bella, si rifugiò nella casa abitata da coloro che non avrebbe mai saputo essere i suoi sette fratellastri.

Read Full Post »

A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

«Marta perché non arrivi?»
Questa domanda continuava a rimbalzargli nel cervello come una pallina da ping pong che non trovava la via di uscita dalla sua testa.
Girava il bicchiere vuoto tra le dita staccando lo sguardo solo per puntarlo sull’ingresso del piano bar ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Lo sapeva, aveva sbagliato, non avrebbe dovuto trattarla così. Era stato spregevole da parte sua e quando lei aveva scoperto ogni cosa e l’aveva lasciato gridando e piangendo aveva capito quanto importasse per lui. Era davvero l’unica donna che avesse mai amato, l’amore su cui avrebbe voluto basare l’intera sua esistenza.
Dovevi pensarci prima’ gli aveva urlato contro per telefono.
Mi devi un’altra chance, ho fatto una grande stupidaggine, me ne rendo conto e mi dispiace tanto, ma posso spiegarti, ti prego, non posso vivere senza di te’ le aveva ribattuto con rabbia per la consapevolezza di aver gettato via così stupidamente la propria felicità.
Non ti devo un bel nulla, sei solo un gran bastardo’ aveva risposto lei, secca, sbattendogli il telefono in faccia.
E così lui, disperato, le aveva dato appuntamento lì, in quel luogo magico, dove erano stati la prima volta, tempo prima. Era sicuro che in quell’ambiente avrebbe saputo trovare le parole adatte per convincerla a tornare con lui e a perdonarlo. Ma erano già trascorse due ore e no, non sarebbe venuta. Si era illuso inutilmente. L’aveva fatta troppo grossa.
Fece il gesto alla cameriera di portagli un altro bicchiere. Tanto valeva prendersi una sonora sbronza. Sospirò. Quanto avrebbe dato per rivedere i suoi occhi azzurri…
«Grazie, tesoro» disse alla cameriera che gli portava un altro manhattan.
Azzurri’? Ma che dico? Sono verdi, di un verde smeraldo. Sono sempre stati verdi i suoi occhi. Beh proprio smeraldo smeraldo forse no, probabilmente erano più scuri; ma che importa? Sono gli occhi di Marta’. Si disse agitandosi al tavolino. Avevano passato dei momenti stupendi insieme, pensò sorridendo amaramente. Come poteva ora fare senza di lei?
Ecco forse quella è lei che è appena entrata. No Marta mi pare più alta di così, è anche un po’ più snella e… e… più magra. Ma certo, quella è l’altra cameriera che sarà uscita a fumarsi una sigaretta. Sto proprio sragionando. Poi questa è bionda, Marta è bruna, quasi corvina. Devo restare calmo, calmo’.
Stavano suonando la loro canzone. Lo sapeva che sarebbe successo. Gli venne un groppo in gola. La sua vita era finita.
[space]
«Allora, non sei contento di vedermi?»
Una ragazza rossa di capelli lo squadrava con aria indispettita e di sfida, le braccia incrociate sul petto. Era così immerso nei suoi pensieri che non l’aveva vista né entrare, né avvicinarsi. Lei era lì, dunque, era fantastico.
«Ma certo Marta, scusami, ero solo sopra pensiero» disse lui alzandosi di scatto e scostando la sedia dal tavolino per farla sedere. «Non ti vuoi accomodare?» le fece vedendo che lei rimaneva in piedi
«Marta? Chi è Marta? Io mi chiamo Maria, te lo sei già dimenticato?»

Read Full Post »

Non so come fosse potuto accadere ma era successo; era stato qualcosa di ineluttabile, di invincibile, di definitivo. Lei era lì, nel baratro, appena appesa al mio braccio. Era scivolata sul pietrisco e in un attimo, nel tempo che una goccia di pioggia ci mette a trovare un varco tra due nubi, era caduta; l’avevo afferrata con un gesto spontaneo e la presa salda a un arbusto con le radici accartocciate alla roccia; e adesso lei penzolava inerme, senza forma, guardandomi silenziosa come se fossi stato io quello in difficoltà e stesse pensando a come tirarmi fuori da quel guaio.
Intanto stracci di nuvole, passate attraverso un setaccio rotto, passavano a branchi sotto di noi. Ci facevano capire quanto fossimo in cima, fuori da qualunque sentiero battuto o malga abitata.
Poi lei fece una cosa che non mi aspettavo. Sorrise.
«Perché sorridi, tesoro?»
«Perché è finita, amore mio, non c’è più nulla che possiamo fare…»
Scossi la testa senza riuscire a replicare. Pensai a quanto mi sarebbe piaciuto avere avuto da lei una bambina che tanto le somigliasse e avesse avuto quel piglio di sfida verso la vita.
«… e ho realizzato all’improvviso quanto ti amo e quanto ti ho amato; ho vissuto proprio bene accanto a te e adesso posso morire contenta.»
Non riuscivo a darle una parola di conforto. Non in quel momento. Feci solo un grande sforzo per tirarla su, ma lei era troppo in basso e la roccia su cui mi trovavo troppo sottile e protesa verso il precipizio perché, dondolandosi, potesse metterci un piede.
Urlai, chiedendo aiuto; sembrava lo chiedessi al sole pallido che, dopo aver indugiato per tutto il giorno nel cielo opaco, ora stava scendendo lentamente in un punto preciso al di là dai monti. È strano urlare in montagna a quella quota, pensai. Si ha ancor più la sensazione dell’immenso, dell’isolamento, della vertigine.
Ogni tanto lei guardava giù come per abituarsi allo strapiombo. Poi mi disse:
«Non ti angustiare, amore mio. È accaduto. Non doveva, ma è accaduto. Giurami che ti rifarai una famiglia. Finalmente potrai avere quei figli che non sono riuscita a darti e che ti saresti meritato. Sei un uomo meraviglioso e sono stata fortunata di poterti conoscere. Troverai presto un’altra donna che sarà pazza di te. Non dirle però come sono morta, ti prego. Non ci farei bella figura. Sarà il nostro piccolo segreto…»
Urlai ancora, più forte di prima. Un falco pellegrino, come se mi avesse sentito, sbucò dal profilo grigio della montagna e per un lungo tratto di cielo venne nella nostra direzione con le ali gonfie di vento. Gettò il suo verso acuto alle cime di neve senza ottenere risposta per poi buttarsi a capofitto in direzione dei calanchi che biancheggiavano più in basso.
La mano destra era serrata attorno all’arbusto ma il braccio sinistro cominciava a intorpidirsi e le dita a diventare scure.
«Coraggio, amore mio, ancora poco e ci potremo lasciare» mi mormorò sentendo che la presa si stava aprendo. «Non voglio portarmi dietro il tuo viso imbronciato, però. Regalami il tuo sorriso.»
Un forte colpo di vento, mi sorprese tanto che lei si mise a oscillare paurosamente. Nella fatica di tenerla un dolore lancinante mi infuocò la schiena e un crampo alla gamba d’appoggio me la fece piegare. Ero allo stremo.
«Vorrei poterti dare un ultimo bacio…» mi fece ancora lei con un’infinita tristezza negli occhi.
Urlai per la terza volta, con tutta la voce che mi era rimasta nell’anima; non mi riconobbi neppure e mi spaventai. Quella solitudine che sempre avevamo chiesto al mondo per la nostra protezione ora ci si rivoltava contro. Avevo voglia di piangere, di disperarmi, di svegliarmi da quell’incubo.
Poi, a un certo punto, una calma irreale mi allagò il cuore. Lei stava scivolando verso la morte e io ero diventato tranquillo come se ogni cosa avesse acquistato un senso.
«Guardami» le feci e lei mi guardò. E subito capì.
«Non lo fare…» riuscì soltanto a dirmi.
«E invece sì: è solo l’ultimo viaggio da fare assieme» le risposi e finalmente le sorrisi. E staccai la mano dall’arbusto abbandonandomi nel vuoto accanto a lei.
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

Read Full Post »

Dormiva male. Si rigirava nel letto per cercare una posizione che non avrebbe mai trovato; si fermava ogni tanto a bere dalla bottiglietta d’acqua sul comodino per tentare di togliersi quella sensazione di stopposità che aveva in gola e quindi ricominciava. Si svegliò che era l’alba. La sagoma addormentata della moglie era accanto a lui. Si tirò su nel letto, la testa appoggiata al muro. Faceva caldo, era tutto sudato. Sì, c’era qualcosa che non andava: l’aria era greve, stagnante, non riusciva a dilatare i polmoni. Persino il silenzio che di notte avvolgeva la casa come un piumino, era come lacerato, meno compatto del solito.
La stanza! pensò, ecco, forse era la stanza: non la riconosceva. No, non poteva aver sbagliato casa, se accanto a lui c’era la moglie. Che fosse una camera d’albergo? Si sforzò di ricordarsi se fossero partiti. No, non era possibile: erano almeno tre o quattro anni da quando era andato in pensione, che non si muovevano dal paese.
Cercò al buio le pantofole e andò in bagno: la vescica era così dilatata da fargli male.
Non osava guardarsi allo specchio. Le palpebre parzialmente socchiuse facevano barriera alla luce del mattino che saturava il colore delle maioliche. Si sforzò di guardare fuori per riprendere il contatto con la realtà. Sgranò gli occhi: le montagne! Non c’erano più le montagne! Ecco cosa era successo nella notte! Le montagne si erano ritirate; forse erano rientrate nella terra o erano arretrate verso nord in una sorta di bassa marea delle rocce. Aveva letto di qualcosa di simile, da qualche parte, ma era accaduto milioni di anni fa prima ancora che i dinosauri si estinguessero e certamente non poteva essere successo tutto in poche ore e senza che lui se ne accorgesse. Bradisismo! Ecco, come si chiamava quel fenomeno strano della terra che sprofonda; forse si era trattato proprio di bradisismo repentino.
Cercò febbrilmente sulle principali testate on-line se si fosse verificato nel mondo un fenomeno simile. No. Nulla. Solo le solite notizie, i soliti scandali, la solita crisi della crisi nella crisi.
Non restava che chiederlo a lei.
«Ada, Tesoro mio…» le disse scuotendola dolcemente sotto le lenzuola. «Ada, Aduccia cara…»
La moglie dopo un poco mugolò e si girò dall’altra parte.
«Ada, per carità, svegliati, è successa una cosa terribile…»
«Cosa c’è, Pino?» chiese lei calma, con un filo di voce e senza neppure aprire gli occhi.
«Le montagne, le montagne…»
«Quali montagne?»
«Come quali montagne? Le ‘nostre’ montagne… sono sparite, dissolte, svanite!»
Si sentirono sopra il tetto i versi concitati di due gabbiani che sembravano litigare tra loro; poi il passaggio veloce di una vettura lontana su un tombino sbilenco e forse l’abbaiare di un cane.
«Non ti ricordi, caro?» disse lei muovendo appena le labbra. «Abbiamo traslocato un mese fa, e siamo venuti qui al mare, per stare più vicini a nostra figlia che ci ha regalato un bellissimo nipotino…»
«…»
«Su, adesso fai il bravo… e vieni a letto che è ancora presto.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

Helga

incuboScivolò attraverso la finestra dentro la camera da letto buia come se non avesse consistenza. Si avventurò senza fare il minimo rumore fin verso il letto di lei e la vide all’improvviso oltre la sponda, addormentata tra le lenzuola di seta, come un oggetto prezioso perduto. Era bellissima, così anche senza trucco: i capelli sciolti e abbandonati sul cuscino, un corpo senza difesa, senza riserve. La luce di cortesia si diffondeva azzurra da chissà quale angolo della stanza e man mano che trascorrevano i minuti gli oggetti prendevano forma e vita nella penombra. Fece ancora qualche passo per vederla più da vicino. Lei stava sognando perché gli occhi, sotto le palpebre di velluto, si muovevano rapidi e guizzanti a inseguire ombre evanescenti.
‘Forse sta pensando a me’ si disse. E lei, come se avesse ascoltato il suo pensiero, si voltò appena emettendo un leggero gemito indecifrabile.
Ecco, ha appena pronunciato il mio nome’ pensò lui al colmo della gioia, ‘lo sapevo, lo sapevo’.
Si sedette sul letto. Lei si svegliò di soprassalto sbarrando gli occhi nello scorgere quella figura scura che le incombeva minacciosa. Lui subito la immobilizzò con il largo gomito mentre con una mano le tappò la bocca e con l’altra le afferrò il collo.
«Helga, mia dolce Amore… sono io, il tuo Max, non avere paura!»
La donna cercava di divincolarsi, ma il suo corpo minuto non poteva far nulla contro la forza soverchia dell’uomo che la stava stringendo sempre più.
«Sono io, Tesoro, sono venuto per rassicurarti… Credevi forse non lo avessi capito quel giorno, in via Archibugieri ad Alvona, quando all’improvviso uscisti dal negozio di quel gioielliere? Io stavo andando per fatti miei quando a un certo punto mi sono accorto che in strada, da dietro una macchina, c’era un tizio con una telecamera. Da come era appostato sembrava un cecchino pronto a far fuoco. Ma poi ne ho visto un altro che con il busto si sporgeva con un teleobiettivo chilometrico da dietro l’angolo di una casa e poi altri ancora. Allora ho capito che erano tutti giornalisti e che stavano aspettando qualcuno di famoso e mi sono fermato. Ho aspettato per un po’, incuriosito, e così, quando sembrava che nulla dovesse più succedere, ti ho vista uscire. Mi sei parsa un’apparizione: con quel tuo passo flessuoso, morbido, disinvolto come se il mondo fosse tuo e volessi regalarlo a tutti. Ti stavi dirigendo verso una macchina blu, ferma poco avanti in attesa, quando all’improvviso ti sei girata e mi hai sorriso. Sì, hai sorriso a me, proprio a me. In quel frangente sono rimasto sorpreso ma poi ho capito che ci eravamo scambiati una promessa, una promessa d’amore: saremmo stati per sempre uno dell’altra.»
Ora la donna aveva smesso di lottare e stava ascoltando allibita. La stanza era diventata un luogo irreale, un frammento solo pensato in un’altra dimensione.
«Anche quando ti sei sposata l’ho capito benissimo che scegliendo un uomo con il mio stesso nome volevi in realtà mandarmi un messaggio confermando che era me, in verità, che volevi. E lo so…» disse lui stringendo ancora di più inconsapevolmente il collo di lei «sono passati quindici anni da allora; avrei dovuto farmi vivo prima, ma, credimi, ho avuto così tanti problemi che non saprei neppure da dove cominciare per raccontartene anche solo una parte; ma ora sono qui, tutto per te, possiamo recuperare il tempo perduto, possiamo finalmente stare insieme, anche come amanti.»
Lei aveva ripreso a scalciare, non riusciva più a respirare.
«Sei eccitata, lo capisco, ma così rischi di svegliarlo, tuo marito.»
In quel mentre si sentì un rumore provenire dall’altra stanza. Lui si voltò a fissare la porta e rimase immobile per un attimo. Di profilo parve un fiero minotauro che avesse sollevato le zanne dal suo pasto.
«La prossima volta che vengo facciamo l’amore, te lo prometto…» fece lui staccando le mani dal volto e dal collo della donna e alzandosi dal letto. Lei cominciò a tossire alla ricerca disperata di un filo di ossigeno. Lui si incamminò nella stanza per qualche metro e poi si girò:
«Come dici? Ah sì Tesoro… certo… ti amo anch’io.»
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

[space] 

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: