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Posts Tagged ‘ragazzo’

Era felice. Era riuscito a ottenere dalla banca quel prestito su cui contava molto. Ora la sua startup poteva prendere il volo. Nuovo server, nuova veste grafica e soprattutto un nuovo consulente e quell’impiegato in più di cui aveva tanto bisogno al marketing. Si fermò al di là delle sliding door per assaporare il momento. Era fiero di sé. Sarebbe stato bello poterlo dire a suo padre che aveva sempre creduto in lui. Tirò verso il cielo le chiavi della macchina per riprenderle al volo ma, alzando la testa, un bagliore proveniente da chissà dove gli fece mancare la presa. Le chiavi rimbalzarono sul muretto della banca e si proiettarono da un lato verso una grata di metallo su cui atterrarono. Qui girarono ancora un po’ su loro stesse e poi caddero giù. Non riusciva a credere che fosse appena accaduto.
Si avvicinò come se sperasse di non vederle là in fondo. E invece no, c’erano davvero. Era buio là sotto ma il mazzo di chiavi lo intravedeva sul pavimento di un vano in cemento a un paio di metri sotto il livello della strada. Come sarebbe tornato a casa, ora? E quello era pure l’unico che aveva; l’altro lo possedeva la sorella Nora, in viaggio di lavoro a Los Angeles. Che cosa se ne sarebbe fatto poi delle chiavi della sua macchina in America, non era dato saperlo. Si sedette sul muretto. La situazione era seria.
Si rialzò. Inserì le dita tra le sbarre e provò a tirare. La grata non cedeva. Prese un sasso posizionato come addobbo nella fontanella della banca e con quella la colpì per smuoverla. Un paio di persone passarono guardandolo con sospetto. ‘Chissà cosa combina quello lì’, avranno pensato. Riprovò a tirare. Nulla. Percosse il perimetro della grata e gli sembrò stesse venendo via. Poi di colpo se la ritrovò in mano. La scoperchiò e la adagiò con cura da un lato. Si guardò attorno come se stesse facendo qualcosa di illecito. Ma fu solo un attimo e poi saltò dentro.
Era buio, anche se aveva visto dove erano cadute. Si chinò per prenderle, ma le urtò. Finirono così per scivolare lungo delle scale che non aveva visto prima e che invece si aprivano sulla sua sinistra. Tirò fuori il suo cellulare e si fece luce. Ora le chiavi non le vedeva più. Scese i gradini di ferro che risuonavano vuoti al suo passaggio e svoltò l’angolo; le vide finalmente sull’orlo dell’ultimo gradino. Scese ancora e questa volta le afferrò con delicatezza. ‘Mie!’, pensò, ‘è fatta’.
Si voltò e risalì lentamente gli scalini per poi girare l’angolo. Ma invece dell’uscita vide che c’era un’altra rampa di scalini. ‘Possibile che sono sceso così tanto?’ si chiese.
Svoltò anche l’angolo successivo e invece dell’apertura verso la strada si accorse che c’era un’altra rampa e dopo quella un’altra ancora. Si mise a salire di corsa e a fare gli scalini a due a due, preso dal panico, fino a quando il fiato gli venne a mancare. Si piegò in due dalla fatica e si sedette per terra comprimendosi la milza con una mano ‘Ma cosa sta accadendo?‘ disse ad alta voce.
«Anche lei qui?» fece qualcuno, poco distante, seduto anche lui nell’ombra. «A me era caduto l’accendino. Ci tenevo molto al mio accendino» seguitò facendo brillare una fiammella bluette. Il ragazzo poteva avere venticinque anni, era spettinato, la maglia sporca e tagliata in più punti sul davanti. Lo sguardo era triste più che disperato. «Non usciremo mai di qui, lo sa questo, vero?»

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«Ho visto chi è stato: ha appena svoltato l’angolo, lo inseguo. Aspetti qui.»
Ho guardato il ragazzo allontanarsi senza comprendere bene cosa avesse voluto dire. Mi sono allora seduto sulla panchina: mi aveva detto di aspettarlo lì e non avevo alcun motivo per andarmene via, almeno in quel momento: anzi, magari, chissà, aveva qualcosa di importante da riferirmi. Mi sono messo a guardare in giro per ingannare il tempo, in quella giornata scintillante di luce; mi sono accorto che ero stranamente attratto dai particolari: la sbeccatura della targa di una vettura poco distante, un merlo sul ramo di un tamerice con alcune pagliuzze nel becco per costruire il nido, un raggio di sole che faceva una curva bizzarra nel riflesso di una vetrina.
«Mi è scappato…» impreca il ragazzo tornando indietro con il fiato grosso. «Però gli ho fatto una foto con il cell, da dietro; può servire per l’identificazione, non crede? Ma lei come sta? Ha chiamato l’ambulanza?»
Perché mai dovrei chiamare l’ambulanza?‘ ho pensato meravigliato.
«Quel tizio che è appena fuggito…» mi dice vedendomi titubante «le ha appena tirato una coltellata…»
A me? Ma si sbaglia questo ragazzo, me ne sarei accorto…‘ mi sono detto.
Ho chinato la testa sul mio corpo e ho visto un grosso manico di coltello che fuoriusciva in modo innaturale dal mio torace. ‘Strano‘ ho pensato ‘non sento niente: nessun dolore, nessun bruciore, né mi fa impressione vedere tutto questo sangue cadere per terra; non sembra neppure appartenermi‘.
«Venga si sdrai sulla panchina» mi consiglia lui. «Gliela chiamo io l’ambulanza…»
Intanto la gente ci passava accanto osservando la scena senza fermarsi. Pareva assistesse a un telefilm, tanto era indifferente. Il ragazzo si era messo a sbraitare qualcosa al cellulare. Era agitato. Non lo stavano ad ascoltare, così sembrava, né lo prendevano sul serio.
«Sta morendo, vi dico, sta morendo, fate presto» urlava.
Io ho continuato invece solo a notare tanti particolari attorno a me. Come la briciola di panino sulla maglietta del ragazzo che sussultava a ogni suo movimento o la macchia sul foulard costoso della donna anziana che stava transitando a un paio di metri da me mentre ci dava un’occhiata piena di compassione e disgusto.
Un bel coltello‘, ho pensato tastando il manico solidamente infisso nel mio corpo. Sembrava il ramo di una pianta sconosciuta che volesse trarre da me il suo nutrimento. Poi mi sono ricordato all’improvviso del piccolo Toby che a quell’ora aveva già fame e per il nervoso stava rovinando la poltrona dello studio.
«Stia giù per carità, ma dove crede di andare?» mi dice con tono di rimprovero il ragazzo trattenendomi per la spalla.
Un tipo gentile‘, ho pensato. ‘Chi glielo fa fare a prendersela così tanto? Non mi conosce neppure‘, ho pensato.

«Mi spiace, mi spiace molto, non volevo…» dice ad un tratto un altro ragazzo, più giovane d’età, avvicinandosi cautamente a noi; quasi piagnucolava. «Non lo so cosa mi sia successo. Mi è sembrato che lei quando mi si è fatto sotto mi volesse aggredire e ho avuto paura… sa, vivo per strada, è tutto molto complicato… e così le ho tirato quella coltellata. Dio mio, ma cosa ho fatto?»
«Ah!, ma sei stato tu, allora…?» gli domanda il ragazzo che mi stava aiutando afferrandolo con soddisfazione per un braccio.
«Sì, sì… sono stato io» ammette quello abbassando il capo «mi spiace, mi spiace davvero… Non so cosa mi ha preso.»
Sembra proprio pentito‘ ho pensato ‘forse dovrei consolarlo‘. I suoi lineamenti erano duri, contratti, ma gli occhi chiari illuminavano un volto simpatico e aperto. ‘Un ragazzo perbene, dopotutto‘ ho pensato.
Poi il cellulare del ragazzo che mi stava aiutando squilla.
«Siamo in via Pratchett… angolo piazza Kelly… ma non siete ancora partiti?»
Nel frattempo il ragazzo che mi aveva accoltellato, libero della presa dell’altro, si china su di me lentamente e all’orecchio mi sussurra:
«Tanto non te lo lascio, bello…»
E, con una mossa fulminea, estrae con forza il coltello dal mio petto mettendosi subito dopo a correre nella stessa direzione da cui era venuto. Il ragazzo che era al telefono, non appena lo vede, si butta immediatamente sul fiotto di sangue che esce in modo imperioso dalla mia camicia.
E poi a ondate il freddo. E il dolore lancinante come se mi avessero strappato il cuore.
E poi ancora il buio. Il buio. Il buio.
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