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Posts Tagged ‘amante’

vecchia finestra«La villa è davvero bella!» esclamò Alvaro facendo scivolare lo sguardo dalla piscina al prato perfettamente rasato. «È anche in ottimo stato e il prezzo contenuto…»
«E consideri che è libero da subito» aggiunse il mediatore soddisfatto di aver potuto far vedere l’immobile in una così bella giornata. «È quel che si dice un affare.»
Poi i due si avvicinarono al SUV con cui erano venuti. Il mediatore stava per accomodarsi al posto di guida quando disse distrattamente: «Ah, dimenticavo… ovviamente c’è la signora Adalgisa».
«La signora Adalgisa?»
«Sì, è una persona molta anziana. Se ne sta tutto il giorno dietro le finestre della cucina dell’edificio di fronte…» Nel pronunciare quelle parole il mediatore la indicò con un cenno impercettibile del viso. Alvaro si girò. Scorse, da dietro i vetri di una finestra, il volto minuto e sgualcito di una donna, una nuvola di capelli viola appoggiata delicatamente alla testa. Alzò la mano per salutarla visto che lei li stava fissando. La donna accennò a un breve sorriso senza scomporsi. «Non le darà fastidio, vedrà» chiarì il mediatore rassicurante. «Dopo un po’ non se ne accorgerà neppure più che lei è lì.»
«Non potrebbe guardare la televisione come fanno tutti?» obiettò Alvaro sedendosi anche lui in macchina.
«Non ce l’ha e non le interessa: sostiene che l’annoia. Trova più interessanti le persone. Purtroppo dorme pochissimo e non c’è modo di schiodarla da quel posto. Non sente ragione.»

Alvaro comprò la villa e con la sua famiglia vi si stabilì con soddisfazione.
Per qualche mese, ogni volta che si trovava nel portico o a bordo piscina, si sentiva sempre sulla nuca lo sguardo inclemente di Adalgisa e quando alzava gli occhi nella sua direzione la vedeva immancabilmente dietro alla finestra. Non faceva neppure il tentativo di distogliere lo sguardo. Osservava e basta. Lo trovava inquietante.
I figli e la moglie si abituarono a quella presenza molto prima di lui. La ‘nonnina portafortuna’, la chiamavano, e ben presto se ne dimenticò anche lui, come aveva detto il mediatore, entrando di diritto a far parte del paesaggio, come il cedro centenario e l’altalena.

Un giorno, di ritorno dalle vacanze, trovarono la villa svaligiata. Avevano portato via quadri, tappeti e finanche la cassaforte.
«È una banda specializzata in furti nelle ville» gli rivelò l’Ispettore venuto per il sopralluogo come se quella notizia dovesse tranquillizzarlo. «Sono organizzati e professionali» precisò con una punta di ammirazione.
Alvaro era sotto shock: non riusciva a capacitarsi che la sua casa fosse stata saccheggiata. «Forse ci potrebbe essere utile Adalgisa…» disse a un certo punto come se a parlare fosse stato però qualcun altro.
«Chi è, la sua governante?»
«No. La signora Adalgisa è quella lì» e la indicò all’Ispettore con lo stesso breve cenno del viso che aveva visto fare al mediatore. La donna era al suo posto, impassibile, marmorea. «Sta sempre là dietro, come un gufo, giorno e notte e potrebbe quindi aver visto qualcosa…»

Dopo neanche mezz’ora l’Ispettore era di ritorno. Aveva la faccia scura.
«E allora?» chiese Alvaro pieno di aspettative.
«Abbiano trovato Adalgisa; era morta. Il medico legale dice che è deceduta da qualche giorno…» Senza aggiunger altro, come se quello fosse stato un saluto di commiato, se ne andò con i suoi uomini.

Trascorse una settimana e l’Ispettore telefonò ad Alvaro.
«Se vuole venire in questura, abbiamo preso la banda delle ville e ritrovata gran parte della refurtiva. Probabilmente qui ci sono anche cose sue.»
«È fantastico!» esclamò lui con fin troppo entusiasmo.
«Tutto merito della sua Adalgisa, sa?» spiegò l’Ispettore. «Siamo ritornati nella sua casa e abbiamo trovato l’incredibile. La signora non si limitava a guardare. Annotava minuziosamente ogni cosa su dei quaderni. Ne abbiamo trovati 452. Erano ordinati per anno, mese e persino per settimana. Tra le tante cose che ha scritto ha riportato il numero di targa di un furgone che per due notti ha sostato nei pressi della sua villa. Adalgisa aveva annotato che, secondo lei, era gente sospetta e non le piaceva per niente. Aveva proprio ragione: erano i ladri venuti a fare il sopralluogo, secondo la loro tecnica collaudata. Siamo riusciti così a risalire a una società e di lì a un’altra società e, incrociando intercettazioni e pedinamenti, indagini e controlli, siamo arrivati alla identificazione dei malviventi. Non ce l’avremmo fatta, però, senza i quaderni di Adalgisa.
«Non ci posso credere…» riuscì solo a dire.
L’Ispettore stava per riattaccare quando aggiunse:
«Ah, senta… lei conosce per caso un certo Marco Bertossi?»
«No, direi proprio di no.»
«Ha un Mercedes 560 sec blu…»
«No no, mi spiace.»
«Lei mercoledì sera va di solito da qualche parte?»
«Sì ad Alvona, per lavoro: ho una ditta anche lì. Parto il pomeriggio e torno il giorno seguente: da qualche anno; perché?»
«Niente, niente… dicevo così per dire. Allora la aspetto.»
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ciliegie«Glielo assicuro, dottore, mi hanno incastrato.»
«L’hanno incastrata…» ripeté meccanicamente il PM Sbarbaro guardando un punto imprecisato tra l’uomo seduto davanti a lui e la parete di fronte. L’avvocato, un uomo corpulento spremuto sottovuoto nel suo spigato che aveva bisogno di una urgente stirata, stava pensando a cosa dire di intelligente, ma non gli veniva in mente nulla. Un agente penitenziario si avvicinò senza far rumore e allungò un foglio dattiloscritto al PM. Lui lo lesse con calma, spostando sulla punta del naso i suoi improbabili occhiali dalla montatura rosa. Riemerse quindi dalla lettura e disse al detenuto:
«Prosegua, prosegua pure…»
«Vede, dottore, stando qui in cella, nelle ultime ore, ho potuto riflettere molto su quanto è successo e ho capito come ha fatto.»
«Come ha fatto, chi?» domandò il PM posando il foglio.
«Il maresciallo Roversi. Non può che essere lui l’amante di mia moglie ed è lui che ha architettato tutto questo. Marina, mia moglie, l’ha evidentemente lasciato, forse per un altro ancora, e lui, per vendetta, l’ha uccisa; e, per farla franca, ha pensato bene di coinvolgere me.»
«Sa per certo che Roversi era l’amante di sua moglie?» chiese il magistrato osservando la punta della stilografica come se avesse trovato un difetto.
«In verità no, ho ricollegato il tutto, dopo. Ma non può essere che lui. Adesso le spiego: mia moglie Marina, dopo cinque anni di matrimonio, all’improvviso, mi ha messo alla porta. Mi dice che non mi ama più, che pensava fossi diverso, si era sbagliata, e che tutto era finito. Sa, le solite cose che dicono le mogli per sbarazzarsi dei loro mariti divenuti ingombranti. E dopo cinque anni! E per giunta con un figlio di mezzo!»
«E cosa gli ha fatto pensare al maresciallo?»
«Quando ancora mi faceva vedere mio figlio ho notato in casa un calendario dei Carabinieri, che lei non ha modo di frequentare altrimenti, e, una volta, anche dei guanti sulla console del corridoio, sa quelli di ordinanza, con tanto di cifre, AR… e ogni tanto Marina, con noncuranza, mi chiedeva di lui; insomma a quel tempo non ci badai più di tanto. Poi, un giorno, Roversi, che conoscevo bene perché frequentava il mio ufficio in comune (ancora non sospettavo di lui), mi invitò alla sagra delle ciliegie di Collefili, dove mi fece consegnare una cassetta di ‘duroni’, sa, quelle ciliegie grosse e nere…»
«Le conosco bene, vada avanti…»
«Sì, certo, e con l’occasione facemmo due passi su per la collina. Mi disse che voleva andare via da Collefili e se potevo parlare con quel mio parente al Ministero. Siamo quindi arrivati, camminando, a un laghetto. Ha gettato nell’acqua un ramo e mi ha fatto sparare con la sua pistola: una cosa così, per divertirsi un po’. Alla sagra, peraltro, mi hanno visto decine di persone…»
«E poi?»
«E poi mio cugino è riuscito a farlo trasferire ad Alvona. Nel frattempo i miei rapporti con Marina sono peggiorati. Ho cercato di capire cosa le stesse succedendo. Diceva che era depressa per una dieta sbagliata che le aveva rovinato il metabolismo. Insomma era diventata isterica. Le consigliavo sempre di andare da uno specialista, ma lei si fidava solo delle sue amiche e non mi stava mai a sentire. Divenne intrattabile e smise di farmi vedere persino mio figlio. Ma io avevo già capito il perché: aveva un amante e voleva rifarsi una vita. Poi è arrivato il giorno del fatto.»
«È sicuro che vuole proseguire?» mormorò l’avvocato avvicinando il suo testone a quello del cliente.
«Certo che ne è sicuro!» fece il PM spazientito per quella interruzione.
«Rientrando a casa, quella dei miei genitori, che nel frattempo mi avevano ospitato, ho trovato un pacchettino a me indirizzato nella cassetta delle lettere» continuò il marito senza neppure voltarsi verso il legale. «L’ho aperto e dentro c’era della polvere scura e un biglietto con la grafia di mia moglie. Diceva testualmente: ‘Volevi tuo figlio? Eccotelo. L’ho bruciato e queste sono le sue ceneri’. Sono corso da mia moglie, impazzito dal dolore. Ultimamente mia moglie era così fuori di sé, come le ho detto, che avrebbe potuto persino fare una cosa tanto orribile. Dal momento che nessuno rispondeva al citofono, sono salito su al piano. La porta era aperta e… e…»
«E?» fece il PM che aveva assunto l’espressione come di chi ascolta una voce in lontananza.
«E ho visto mia moglie, sul pavimento della sala, in un lago di sangue. La testa, quasi non c’era più. Si era suicidata. Neppure mio figlio c’era. E ho chiamato voi. Oh, la mia povera Marina!»
«Solo che noi abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto e facendo lo stub, per la rilevazione dei residui da sparo sulle sue mani, abbiamo rinvenuto le relative tracce… E facendo due più due…» concluse il PM alzando un poco il naso come se avesse voluto vedere dentro a uno scatolone.
«È per questo che le dico che sono stato incastrato, dottore. Lo so, non mi crederà mai. Ma l’arma trovata accanto al corpo di mia moglie non può che essere quella che mi diede Roversi quel giorno in cui sparai al laghetto, a Collefili, lui l’ha fatto apposta; lo stub è risultato poi positivo perché la polvere che mi sono fatto cadere addosso, aprendo il pacchettino a casa mia, non era la cenere di mio figlio, ma polvere da sparo; capisce? Roversi si è fatto pure trasferire da me in modo da procurarsi per tempo un alibi: insomma, un piano congegnato nei minimi particolari, ma sono innocente» e l’uomo nascose il viso tra le mani come volesse piangere. L’avvocato gli mise un braccio sulla spalla per solidarietà. Era poco professionale, ma era un gesto che si sentiva di fare.
«Ha ragione, un piano ben congegnato. Per fortuna ci ha aiutato Caterina» fece il PM dopo aver fatto decantare per la tensione.
«Chi?» fece il marito alzando il viso e cambiando espressione.
«Caterina.»
«Non capisco.»
«Abbiamo sentito le amiche di sua moglie. Sa, le donne parlano poco con noi uomini, probabilmente perché non le ascoltiamo abbastanza. Ma si confidano molto tra di loro. È vero: è risultato che la vittima era molto angosciata per la propria salute. Non era però per motivi di dieta, come dice lei. Aveva un brutto male, sua moglie, al seno…»
«E perché non me l’ha mai detto?»
«Perché lei la picchiava e la maltrattava, la sua ‘povera’ Marina. Per i motivi più insignificanti, in verità, ma soprattutto per gelosia. Lei si era convinto che avesse un amante, il maresciallo Roversi, appunto, ma non era vero; erano solo conoscenti, perché lui è il fratello della sua più cara amica, come probabilmente le aveva detto: probabilmente non erano neppure amici; insomma la convivenza fra di voi era divenuta, come dire?, insopportabile e sua moglie, piuttosto che denunciarla, ha fatto una scelta coraggiosa, nonostante il figlio piccolo. E qui entra in gioco Caterina.»
«Già, Caterina…» fece l’avvocato che interrogava con un’espressione dubitativa il proprio cliente.
«Caterina era la donna di servizio di sua moglie» proseguì il PM che aveva letto sul viso del suo interlocutore uno stupore genuino. «Se si fosse occupato di più delle sue cose, forse ora lo ricorderebbe. La vittima si era lamentata anche con lei dei continui furti in casa e lei le aveva consigliato…»
«Ah sì, è vero, ora mi viene in mente, avevo consigliata di licenziarla… o di parlarne con le sue amatissime amiche, che sanno sempre tutto, loro…» interruppe con sarcasmo.
«Esatto, e sua moglie, perdurando i furti, così ha fatto: ne ha parlato con le sue amiche. Non è vero dunque che sua moglie non le desse mai retta.»
L’uomo si incupì.
«La vittima, in altre parole, non se l’era sentita di licenziare Caterina, dopo tanti anni che era a servizio, e comunque senza avere le prove dei furti. E allora l’abbiamo cercata per ogni dove, facendo fatica a trovarla: era nascosta davvero bene.»
«Nascosta, chi? Caterina?»
«Ma no, che dice? La webcam! Era sistemata propria in sala, dove abbiamo trovato il corpo di sua moglie. Era stata piazzata tra due statuine di ceramica sul trave del caminetto proprio per controllare la sua colf. Ha ripreso tutto: da quando lei è entrato all’improvviso in casa con la pistola in mano e sua moglie le ha chiesto: ‘e tu che ci fai qui?’. Devo continuare?»

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ponteGent.le Sig. Amelio Codeluppi,
sono il direttore editoriale della casa editrice Setteponti.
Circa vent’anni fa Lei mi inviò un Suo racconto (Penso a tutto io) per un’eventuale pubblicazione, ma io glielo rifiutai perché non l’avevo ritenuto in linea con le politiche della casa editrice.
In realtà, desidero chiarirLe ora, anche se con estremo ritardo, che il Suo racconto mi piacque tantissimo, e che glielo respinsi solo per averlo trovato, così come a tutt’oggi ancora lo giudico, terribile, inquietante e sconvolgente. Perché La contatto, 
allora, con questa mia mail? Perché non c’è giorno, da quella lettura, che io non continui a pensare a quello che Lei ha scritto. Quel che è peggio è che sogno quei fatti continuamente, formulandomi mille domande che non fanno che tormentarmi. Pensavo che con il tempo la situazione si risolvesse, ma non è così. Dormo pochissimo e male e non ho più pace. 
Ho anche consultato uno specialista perché mi desse una mano a uscire da questa sorta di corto circuito, ma dopo mesi e mesi di terapia mi ha fatto capire che il Suo racconto doveva aver toccato corde profonde nel mio subconscio, come se la Sua storia me ne avesse a sua volta risvegliata un’altra, parimenti angosciosa e inaccettabile, da me vissuta e poi rimossa. Ho creduto pertanto necessario contattarLa per saperne di più. Cosa fece Marì quando ebbe a scoprire l’orribile segreto di suo marito Orlando? Hanno poi scoperto chi ha ucciso Ménico? Orlando si è riavuto dalla sua condizione di apatia dopo aver scoperto il tradimento della moglie e la morte del rivale? Le assicuro che ho anche tante altre domande che non avranno però risposta senza il Suo intervento. La devo, in altre parole, incontrare, se vorrà come spero, per approfondire la questione; ho necessità in particolare di sapere se la storia è parto esclusivo della Sua fantasia o se Lei ha preso spunto da qualche fatto di cronaca nera o qualcuno gliel’ha raccontata. Le prometto sin d’ora che provvederò io stesso a pubblicare il Suo racconto e tutti quelli che Lei vorrà d’ora in poi sottopormi. La prego, però, mi aiuti.
Cordiali saluti
Cateno M. Aguilleri

Gentile Sig. Aguilleri,
sono Lucia, moglie di Amelio. 
La ringrazio molto per la Sua mail e quando avrò modo di vedere mio marito glielo riferirò: sono sicura che lo renderà felice. Da quello che capisco Lei ha letto un racconto che non sapevo neppure mio marito avesse scritto. Le assicuro che è autobiografico, perché tutto ciò che è stato narrato è realmente accaduto. Sono io la Marì della storia così come l’Orlando che si occupa del funerale di Ménico è mio marito. Per una sorta di scherzo del destino però, la Polizia ha ritenuto che fosse stato proprio mio marito a uccidere Ménico, il mio sciagurato amante. Hanno raccolto con diligenza e caparbietà molti indizi, ma nessuna prova. Gli sono stati tuttavia sufficienti per prendersi ventidue anni di carcere e fra qualche mese finalmente uscirà. Ma io Le posso garantire che non è stato lui ad assassinare quel pover’uomo, lo so per certa e non solo perché Amelio non ne sarebbe stato capace, quanto piuttosto perché credo di sapere chi è stato. Ho riferito dei miei sospetti alla Polizia: non mi hanno creduto ritenendo che incolpare Amelio fosse più facile e più credibile. La nostra vita, comunque, e quella di Amelio, soprattutto, è rovinata per sempre ed è tutta colpa mia. Se vuole possiamo incontrarci e parlarne: Le racconterò ogni cosa.
Ma non credo ritroverà il Suo sonno, né tantomeno la Sua pace.
Lucia Codeluppi

* * * * *

La storia minima ‘Vent’anni prima è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 17 marzo 2013 su:

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La loro relazione era iniziata con la forza degli eventi incontenibili. Sembrava che tutto fosse possibile e che persino vivere fosse diventato semplice. Si stupivano, ogni volta che si incontravano, di quanto fossero appaganti quelle ore passate l’uno nelle braccia dell’altra, quel pensarsi in modo così dolce, quel perdersi in una sorta di stordimento tra baci e carezze. Poi, in quel meccanismo perfetto, s’intrufolò l’inesplicabile. Una parola non detta, una frase mal compresa, un equivoco non risolto. L’equilibrio sembrava essersi spezzato senza che nessuno dei due, nell’orgoglio che la stupidità spesso regala agli amanti, volesse ammetterlo per porci rimedio. Le mail rallentarono, gli sms divennero rarefatti, il tono si fece formale e distaccato. Fisicamente lontani, ciascuno nell’orbita della propria famiglia, nel fortino di mariti, mogli e figli, si erano rifugiati offesi, chissà perché, in attesa che qualcosa accadesse; si illudevano che tra loro quell’amore così giovane ma già potente reagisse, certi che quell’attrazione tanto naturale e travolgente, non potesse facilmente appassire.
Nell’ultimo sms, lui, pochi minuti dopo la mezzanotte dell’ultimo dell’anno, in un attimo rubato alla festa in famiglia, le scrisse:

Tanti auguri, Amore, e, mi raccomando vacci piano con lo champagne…’,

Non si meravigliò tuttavia che lei non rispondesse. Lo sapeva. Entrambi erano in attesa di altro anche se nessuno dei due avrebbe saputo dire cosa. Così trascorsero i giorni e lui non la cercò più, lei neppure. I giorni divennero settimane e le settimane mesi, anche se vivevano nella convinzione che sarebbero stati pur sempre in tempo per tornare indietro, per riabbracciarsi, per chiedersi scusa amandosi e scherzarci sopra come altre volte avevano fatto. E fu un errore perché lentamente, senza neppure accorgersene, oltrepassarono i punti di non ritorno: quando ne divennero consapevoli era troppo tardi.
Dimenticarono ben presto ciò che era stata l’arroganza del lasciarsi, l’ottusità del non volersi capire, per ricordarsi solo di tutti quei momenti dolcissimi passati insieme rimproverandosi nel contempo di quanti attimi meravigliosi avevano dovuto fare a meno. Il solco era diventato una voragine e nessun salto, neppure quello di un gigante, avrebbe permesso loro di superarlo.
Giunse l’inverno e con lui, di nuovo, la notte di San Silvestro. Scoccò la mezzanotte. Lei vide tutto il suo mondo attraverso la coppa di champagne che aveva appena alzato al cielo e capì che non poteva stare senza di lui. Prese il cellulare e gli scrisse:

Sì, grazie Tesoro, starò attenta, sai che strano effetto mi fa… auguri anche a te.
Lo champagne lo berremo insieme
’.

Lui le rispose subito. Si diedero un nuovo appuntamento e tutto tornò come prima. E di quell’anno passato lontani non ne parlarono mai, tanto che molto tempo dopo dubitarono persino che fosse successo davvero.

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Per l’occasione aveva organizzato un viaggetto di tre giorni a Venezia. Aveva dovuto inventarsi con la moglie un aggiornamento professionale ma ne era valsa la pena perché la sua Lisa meritava proprio quella vacanza. Erano oramai cinque anni che stavano insieme. Si vedevano spesso di corsa, in paesini sempre diversi a mezza strada tra la regione di lui e quella di lei: regalarsi quindi, ora, in occasione del loro anniversario, più tempo per starsene tranquilli senza l’assillo del tempo, gli era parsa una splendida idea. La loro relazione era iniziata in sordina, in modo distratto, più per acquietare l’urgenza dei sensi che per una reale necessità di evasione; con l’andare degli anni era divenuto però un rapporto intenso, maturato con il crescere della fiducia reciproca oltre che della comprensione e dell’intesa fisica. Adesso era qualcosa di profondo, di dolce, ma anche di liberatorio, nella sorpresa di quell’acquisita consapevolezza dello star davvero bene insieme.
Riuscirono così a trascorrere tre giorni romantici tra calle e campielli. Passeggiando per ponti antichi e strade imbiancate, sature di salmastro e di profumi speziati e di pane, si erano ritrovati l’uno stretto all’altra, in un’intimità rinnovata.
Quando, alla fine del terzo giorno, lei scese dal treno mentre lui proseguiva il suo viaggio, l’uomo si accorse che un velo pesante di tristezza gli stava avvolgendo il cuore. Avvertì per la prima volta al petto, uno strappo doloroso, soffocante, inaspettato. Prima che potesse dirle qualcosa per attenuare quello spaesamento, il treno era ripartito velocissimo in una campagna che andava addormentandosi sempre più nel crepuscolo tinto di rosa, mentre qua e là, nel verde cupo, prendevano vita le luci colorate delle case. Prese il telefonino e le scrisse un sms:

Grazie Lisa per quello che hai saputo darmi in questi cinque anni indimenticabili: questa mattina non avrei più smesso di far l’amore con te.

Si sforzò di non rattristarsi. Del resto non era stato quello il senso di quei tre giorni stupendi. Ma non era riuscito a evitare di sprofondare in uno sconforto senza fondo cui non era abituato, tanto che la signorina bionda un po’ grassoccia, che gli era apparsa innanzi come un folletto, gli chiese diverse volte cosa desiderava. Realizzò solo dopo qualche attimo che era la ragazza del carrellino con gli snack. Lui disse di sì, a caso, a un paio di domande che la biondina gli fece, proprio mentre il cellulare lo avvisava che era arrivato un nuovo messaggio. Controllò con impazienza, ma rimase deluso nel costatare che non era la risposta di Lisa, bensì solo un messaggio della moglie. Alzò le spalle, insofferente, lanciando il telefonino sul sedile accanto, indispettito. Quindi prese dalle mani della signorina il bicchiere, avvertendo l’odore acre del succo di ananas. Lo posò disgustato, davanti a sé, per poi coprirlo con il depliant di un prontopizza. Gli venne freddo e s’alzò il bavero della giacca. Fuori, dal finestrone, i contorni delle case stavano oramai sparendo, corrosi dal buio che sopravanzava. Sospirò.
Poi vide il telefonino accanto a sé. Lo raccolse e lesse il messaggio:

E Lisa chi cazzo è?

* * * * *

 

La storia minima ‘Il viaggio a Venezia‘ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 6 maggio 2012 su

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Precedenti impegni

letto sfattoIl riff degli Aerosmith penetrò l’aria come un proiettile. La donna si irrigidì.
«Potresti anche spegnerlo quel cellulare quando siamo insieme» disse Marcello infastidito. Poi, visto che lei si era bloccata, stringendo le cosce, sgusciò di lato. «Va bene rispondi.»
«Potrebbe essere il lavoro» fece scusandosi. Dopo una veloce occhiata al display sussurrò rassicurante: «no no, è solo uno scocciatore». Nel frattempo l’uomo si era disteso supino dalla sua parte del letto, massaggiandosi gli occhi.
«Che c’è?» chiese con un filo di voce, ancora addolcita dai gesti d’amore. «Di solito quando squilla il telefonino ci ridi su. Sei preoccupato?» Lui non rispondeva, si massaggiava ora le tempie con gli occhi chiusi.
«Tua moglie ha saputo di noi?» domandò sbarrando gli occhi in quel suo modo tipico un po’ sopra le righe.
«Ma no, che dici. Nessuno sa di noi due.»
«E allora, cos’hai? Mi sa che oggi non combiniamo niente» fece lei delusa mettendosi a sua volta sotto le lenzuola per nascondere il seno prorompente. I lunghi capelli neri le coprivano parte del viso ancora giovane e le labbra corrucciate avevano assunto una di quelle espressioni che si cancellano solo a suon di baci.
«È che oggi sarei dovuto andare dal notaio. Avevo promesso a mia moglie che avrei ‘donato’ a mia figlia la casa di campagna. Avrei dovuto farlo oggi, prima che la nuova legge si mangi tutto in tasse.»
«E allora perché non ci sei andato?»
«Perché non me ne importa niente, volevo stare con te.»
«Si vede come stai con me!» sbottò incrociando le braccia. Il cellulare squillò un’altra volta. Lei si chinò sul cellulare e, ributtandosi pesantemente sul cuscino, scrollò la testa: «così, invece, hai deciso di scontentare tre donne in un colpo solo: ma bravo il mio paparino…» L’uomo si girò dall’altra parte, serrando le mascelle. Forse se avesse dormito anche solo un poco, pensò, la vita gli avrebbe concesso una tregua. «Non darmi le spalle, quando ti parlo, non lo sopporto. Io sottraggo tempo prezioso al mio studio per stare con te e tu fai queste scenate ridicole. Sono stufa, hai capito? S-T-U-F-A» e cominciò a cercare il reggiseno e il perizoma che, dello stesso colore della moquette di quella stanza di albergo, non riusciva a vedere. Il cellulare squillò nuovamente, ma la donna non riconobbe il numero.
«Pronto!» disse sgarbata continuando a cercare il reggiseno.
«Sì, buongiorno, sono la moglie di Marcello. Mi scusi se la importuno in questo momento, ma il cellulare di mio marito è sempre spento ed è molto importante. Gli dica per cortesia che lo stiamo aspettando da mezz’ora: che porti velocemente le sue chiappe qui. Lo faccia almeno per sua figlia.»

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Ti ho aspettato tanto

finisterre

Si erano conosciuti per caso. Lei saliva le scale di quel bed and breakfast e lui stava cercando quale fosse la porta della stanza assegnatagli. Si erano scambiati poche parole, ma era stato sufficiente perché lui il giorno dopo la cercasse con lo sguardo nell’ampio salone spoglio della colazione. Si erano seduti subito accanto come fosse ineluttabile che fossero lì l’uno negli occhi dell’altra. Lei era una donna molto bella, i capelli rossi tiziano, un corpo morbido e profumato e un modo di cercare il mondo come fanno le onde trasparenti tra gli scogli scuri. Tu sei la risposta a una domanda che mi sono fatta dieci anni fa lei gli diceva spesso. E si amarono, intensamente, ogni volta che era possibile abbandonare il proprio lavoro, i loro mondi opposti e correre, correre sui binari con un treno sempre troppo lento per l’urgenza dei loro baci. Poi un giorno lui, all’ultimo momento, le comunicò che non sarebbero più potuti partire per quella vacanza tante volte progettata. Lei pensò che fosse una scusa e gli disse cose terribili, per amore, per passione, ma terribili e irreparabili. Il filo si spezzò e non si cercarono più. Alle tante mail appassionate che un tempo si erano scambiate non ne seguì più nessuna, ai tanti messaggi complici si sostituì solo un silenzio prima pesante, poi apatico, poi l’oblio.
E ora lui e lei si erano di nuovo incontrati, ancora una volta per caso, in quel lembo di terra improbabile del Finisterre, dove la terra sembra l’ultimo urlo prima dell’infinitezza del mare. Erano passati quindici anni. Lui l’aveva però subito riconosciuta perché era sempre tanto bella anche se i capelli erano corti e castani e lo sguardo più severo e rabbuiato. Anche lei lo salutò, dapprima piacevolmente sorpresa, poi preoccupata che il marito, rimasto poco più avanti a scattar foto all’oceano inquieto, la vedesse parlare con uno sconosciuto.
«Ti trovo molto bene» si dissero pressoché all’unisono. Lei si velò di tristezza, osservò il cielo caliginoso e disse:
«Ma che fine hai fatto? Ti ho aspettato tanto». Il tono era di rimprovero quasi si fossero lasciati il giorno prima. Lui non seppe cosa rispondere. Non rammentava più nulla delle ragioni del loro litigio. Ricordava solo quel grande amore e la dolcezza devastante dei loro incontri. Una marea montante di malinconia gli annegò l’anima. «Ora devo andare» tagliò corto lei con parole nette come le ombre su un muro assolato: il vento burrascoso subito le portò lontano per sparpagliarle al largo sul luccichio delle onde increspate.
«Aspetta» le disse prendendola per un braccio. Lei lo guardò con aria di sfida aspettandosi quel gesto improvviso. «Aspetta Alberta, ti prego, devo sapere…, devo assolutamente sapere: tu mi dicesti un giorno che io ero la risposta a una domanda che ti eri fatta tanto tempo prima… ma qual era la domanda?»
La donna si voltò verso il marito che si era spostato sugli scogli a fotografare un albatro sospeso nell’aria, tenuto immobile da fili invisibili.
«Qual era la domanda?» chiese quasi a se stessa. «Lo vuoi davvero sapere?» e abbassò gli occhi per raccogliere i pensieri. «La domanda era se sarei potuta innamorarmi ancora dopo tanti sacrifici.«Sacrifici? Non ne sapevo nulla. Quali sacrifici?»
«Sì, ora te lo posso dire. Tanto tempo fa mi sono fatta operare, tempestandomi di cure ormonali. Mi chiamavo Giulio. Ho dovuto superare mille difficoltà in famiglia, sul lavoro, con gli amici. Per tanto tempo non sapevo più neppure chi io fossi. Ma poi ho conosciuto te e ho capito che ne era valsa comunque la pena.»

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