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Posts Tagged ‘ponte’

Avevo appena fatto il pieno di gasolio e stavo per ripartire quando sentii bussare al finestrino. Pensavo fosse il benzinaio che avesse qualcosa da dirmi. E invece era un uomo. Poteva aveva la mia età. Era ben vestito, un velo di barba non rasata sulle guance e, indosso, un vestito comodo da viaggio come di chi è ancora in ferie ed è appena sceso dalla macchina per una sosta. Sulle prime non l’avevo riconosciuto: era Massimo. Non lo vedevo da quando trent’anni prima avevo lasciato Alvona per altre città e altri interessi. Era invecchiato, un viso tirato e pensoso, una malinconia infinita nello sguardo.
«Ciao Massimo» gli dissi più spaventato che meravigliato. «Che ci fai qui? Sei molto lontano da casa.»
Lui mi guardò come se non sapesse cosa rispondere. Poi mi fece brusco: «Stai tornando a Poggiobrusco?»
«Sì, certo, abito ancora lì.»
«Allora non passare per il ponte di Maivano… è appena crollato.»
«Il ponte? Crollato? Ma è una tragedia!»
«Sì, infatti» concordò lui voltandosi attorno agitato.
Subito dopo mi batté forte per un paio di volte sul tettuccio della macchina in segno di commiato e allungò alcuni passi per allontanarsi.
«Beh, allora grazie, Massimo» gli dissi con le mani ancora incollate al volante. Lui ritornò indietro con la stessa furia con cui era arrivato. Mi mise di nuovo a disagio.
«E ora siamo pari con quello che ti dovevo…» mi fece lui con un solo respiro.
«Pari? In che senso pari?» domandai.
Ma lui ormai era lontano. Lo vidi sparire tra la gente che affollava a quell’ora la stazione di servizio.
Crollato! Ma com’è possibile che sia crollato?’ pensai guardando avanti a me, quasi dovessi badare alla strada e non fossi fermo. Cercai con l’aiuto del navigatore di capire che strada avrei dovuto fare in alternativa. La deviazione mi avrebbe preso almeno due ore. Era meglio a quel punto che me la prendessi con comodo. Dopotutto, a casa, non mi aspettava nessuno.
Cercai un ristorantino sul fiume. Avevo fame e non avevo nessuna voglia del solito panino-fattoria. Trovai un’osteriola appena cento metri dopo. Mi sembrava un bel posticino e si doveva anche mangiar bene a giudicare dal numero di camion in sosta.
«Si sa nulla del ponte crollato? Ci sono vittime?» domandai al signore di una certa età che era venuto a prendere l’ordinazione.
«Ponte, quale ponte?» mi chiese lui distratto mentre segnava sul taccuino il numero del tavolo e chissà cos’altro.
«Come quale ponte? Il ponte sul Maivano, è appena successo. Come fa a non saperlo? È qui vicino.»
«Ma cosa sta dicendo?» e senza aspettare che io replicassi mollò sul tavolo il taccuino e il menu e si portò correndo sulla spianata del fiume per vedere meglio. Non me ne ero accorto, ma di lì il ponte lo si vedeva bene perché poco distante. Era alto, argenteo, brillava leggero sulle acque del fiume con le sue linee ancora moderne. Era tutt’altro che crollato. Ma in quel preciso momento si levò dapprima uno sbuffo di fumo dal pilone centrale e poi, come se fossero stati tanti pezzi solo appoggiati l’uno sull’altro, la parte centrale del ponte venne giù con un boato assordante. La scena fu tanto repentina quanto apocalittica. Le auto e i camion che lo percorrevano caddero assieme all’impalcato di cemento armato mentre altri mezzi scivolarono uno dopo l’altro nel vuoto come in un gioco impazzito. Al ristorante c’è chi gridò, chi si mise a piangere disperato e chi come me che si limitò a rimanere impietrito, incredulo a quello che stava assistendo.
Squillò in quell’attimo il mio cellulare.
«Ehi, come stai?» sentii dire dall’altra parte. «Pronto? Sono Paolo, mi senti?»
«È… è appena caduto un ponte, Paolo»… balbettai meccanicamente non riuscendo a togliere gli occhi dalla nube di polvere che si stava allargando sul fiume.
«Ponte? Quale ponte?»
«E ho pure incontrato poco fa Massimo che mi aveva avvertito…» seguitai senza un filo logico «te lo ricordi, Massimo, quello della palestra cui avevo fatto quel prestito cospicuo trent’anni fa e che non mi ha però più restituito i soldi…»
«Massimo? Massimo Dellicampi? Non è possibile che tu lo abbia visto. È morto più di quattro anni fa…»
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concertinaSempre più spesso Hiro Mitzuri si sorprendeva a guardare fuori della grande finestra del suo ufficio all’ultimo piano del palazzotto che portava il suo nome. Un panorama superbo come solo i dirigenti potevano avere. Le mani in tasca, però, strette a pugno, la cravatta slacciata e una smorfia triste che da un po’ di tempo aveva preso possesso del suo viso. Lo sguardo accarezzava le colline lilla a velare più lontano un bottone blu di mare per poi accompagnare il corso del fiume che prendeva i colori più diversi a seconda della stagione e del taglio di luce. Più sotto, l’andirivieni costante dei turisti dal passo incuriosito e lo sguardo svagato come se ogni cosa dovesse essere per forza bella e indimenticabile. La balaustra bianca del ponte luccicava arrogante tanto che le persone, che si fermavano per una foto ricordo, stringevano le palpebre per il riverbero. Più in là, nella parte dove l’arcata discendente si aggrappava alla riva, già nel quartiere ebraico, il solito barbone suonava con impegno una concertina scura le cui note si infrangevano sul vetro spesso. Tutti i giorni quell’artista di strada era lì, con il suo vestito frusto che lo copriva d’estate e d’inverno; una piccola cagnetta pezzata ai piedi, perennemente addormentata, a fargli da contorno.
Forse, pensò, se insisteva così tanto a lasciar libero lo sguardo fuori dalle angustie di quell’ufficio voleva poter dire che aveva bisogno di cambiare aria, di andar via per qualche tempo o addirittura di cambiar vita. Ma non lo fece. Le giornate continuarono nel tempo a snocciolarsi sempre uguali come gocce di pioggia da una grondaia bucata. Si accontentava di guardare dal finestrone, quasi fosse un prigioniero; osservava tutti quei turisti così simili tra loro da sembrare la stessa persona o quelle stesse onde del fiume che scorrevano appena qualche metro sotto, con il medesimo movimento pigro e l’andatura meccanica.
Eppure quel giorno mancava qualcosa al paesaggio.
‘Ma certo!’. Si disse, mancava il ‘suo’ barbone. Verso mezzogiorno, quando dopo una estenuante riunione con i capi distrettuali ritornò al finestrone, lui non c’era ancora. Senza pensarci su, scese celermente. Ripercorse il ponte e, arrivato alla rientranza dove il clochard stava di solito, lo cercò. Si avvicinò al negozio di fronte e chiese se avevano visto quell’uomo. Il titolare lo squadrò con sussiego dicendogli che lì non c’era mai stato nessun senzatetto. La sua era una gioielleria rispettabile e di classe e non l’avrebbe mai permesso. Sulle prime, Hiro si indispettì, ma poi decise di chiedere anche al concierge dell’albergo vicino. Anche lui giurò tuttavia di non aver mai visto, lì davanti, un tipo simile. L’avrebbe notato, del resto, precisò, perché per lavoro sostava spesso sull’uscio per accogliere i clienti o chiamare i taxi. Hiro era sconcertato, perché mentivano? Ritornò alla postazione del clochard e vide che, in una voluta di marmo del ponte c’era il suo berretto di lana. Lo prese e lo esaminò. Sì, lo riconobbe. In quel mentre una signora si fermò e gli chiese, indicando proprio il berretto:
«Dov’è Paco?»
«Lo cercavo anch’io» fece Hiro rinfrancato che qualcun altro avesse notato il musicista.
«Tenga» disse la donna dandogli senza indugi dei soldi. «Quando passo di qui gli do sempre qualcosa per comprarsi un panino. Appena lo vede glieli dia, mi raccomando.» Hiro prese il denaro e ringraziò. Di li a poco, la scena si ripeté con un signore di mezz’età, con due donne in vena di chiacchiere e via via con un numero insospettabile di altre persone. La gente aveva evidentemente adottato quel senzatetto e gli voleva bene. Hiro avrebbe voluto a quel punto andarsene ma, pensò, se non li avesse presi lui quei soldi per Paco sarebbero andati perduti. L’uomo si levò allora la giacca per il caldo e si mise in maniche di camicia. E, prima ancora di rendersene conto, aveva il berretto aperto davanti a sé come per chiedere la questua. No, non gli importava nulla di quello che avrebbe pensato la gente, si sentiva felice e utile, dopotutto. Persino la smorfia triste sul viso se ne doveva essere andata via.
Ancora sorrideva quando alzò per un attimo gli occhi verso il finestrone del suo ufficio. Paco era lì, in camicia e cravatta e i capelli tagliati: lo stava guardando.

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ponteSi era alzata una nebbia leggera. Veniva dal torrente che s’infilava furibondo, per le piogge dell’ultima settimana, sotto la massiccia arcata del ponte romano. Un ponte a schiena d’asino, carico di storia, che sembrava innarcarsi il più possibile per far passare tutta quell’acqua.
Una ragazza bruna, con una pashmina rossa al collo e un giubbotto leggero, aspettava accanto al parapetto. Guardava l’ora e poi la strada e poi l’acqua furibonda. Ogni tanto qualche rara macchina usciva dalla provinciale per immettersi sulla stradina, ma svoltava subito per l’abbazia senza degnare neppure d’uno sguardo la severità austera del ponte.
«Anche tu aspetti qualcuno?» chiese un ragazzo, dietro di lei. I suoi occhi chiari da sotto il cappello di lana blu, apparivano curiosi e profondi. «È da più di mezz’ora che ti osservo» e voltandosi attorno come per avere una conferma: «anche la persona che dovevo incontrare io… pare proprio mi abbia dato buca.»
La ragazza si girò quasi non ritenesse reale, in quell’atmosfera sospesa, che qualcuno fosse davvero lì vicino a lei. Squadrò quel ragazzo più alto di lei e dall’aria rilassata, per poi distogliere subito lo sguardo e fissare nuovamente il torrente e non perdere neppure una piega di quell’acqua scura.
«Sì, forse ho sbagliato io…» disse lei sorridendo, ma parlando più all’acqua che al ragazzo. «Mi hanno indicato questo ponte qui. Non è quello romano?»
«Sì, ma credo ce ne siano due da queste parti… questo dovrebbe essere il ponte Garenna mentre l’altro si chiama, si chiama…»
«Allora forse è l’altro» concluse la ragazza alzando le spalle e scuotendo la testa rassegnata. «È lontano da qui?»
«Dipende… se sei a piedi, sì.»
«Sono arrivata con il bus.»
«Ti accompagnerei io, ma non vorrei andarmene… per via del mio appuntamento…»
«Sì, sì capisco.»
I due ragazzi parlarono a lungo. E due ore più tardi lui la stava lasciando nella piazzetta di Lughi, perché era di strada. «Grazie per avermi fatto compagnia…» fece il ragazzo facendola scendere.
«Grazie a te» disse lei. «Questo giorno, credo, ce lo ricorderemo per un bel pezzo.»
«Facciamo così» propose il ragazzo. «Se ti va, fra un anno esatto, ci potremmo ritrovare su quello stesso ponte. Così ci rideremo su.»
«Va bene, perché no?» disse stringendogli la mano in un modo che non era da lei.
Trascorse un anno e lui si ripresentò puntualmente nello stesso posto e alla stessa ora per rivederla. Il torrente era calmo, perdendo così tutta la sua carica ipnotica, e il sole, che non aveva nessuna voglia di tramontare, lo faceva a tratti brillare. Attese un paio d’ore, ma lei non venne.
Ma sì, certo‘, pensò il ragazzo. ‘Era proprio una sciocchezza questa storia del rivedersi per riderci sopra: non mi avrà preso sul serio o più facilmente se ne sarà dimenticata‘. E, convinto che quello fosse un posto che proprio non gli portava fortuna, se ne tornò alla macchina.
Nel frattempo, dall’altra parte del ponte, una ragazza con la pashmina rossa allungava il collo per vedere se questa volta il suo appuntamento ci sarebbe stato. Al centro dell’arcata respirò a pieni polmoni l’aria pulita della valle, mentre il cielo si striava di giallo e di rosso incupendo il verde dei pioppi tremuli.
Il ragazzo, una cinquantina di metri più in là, dietro a un’edicola votiva, stava per mettere in moto. Si batté la mano sulla fronte:
«Ma che testa che ho. Ho lasciato il cellulare sulla spalliera del ponte.» E tornò indietro.

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sotto il ponteAveva preparato ogni cosa compresa la sedia, la flute e, accanto, la bottiglia di champagne fredda, pronta da stappare. L’aveva rimediata al supermercato in un momento in cui la commessa non guardava. O forse guardava e non gliene era fregato niente, mica il negozio era suo. Mancava una decina di minuti a mezzanotte, domani sarebbe stato un altro anno. Prese il foglio di carta e la matita. Stese ben bene il foglio sulla gamba, inumidì la matita, e si mise a compilare la lista dei desideri. Ci pensò un po’ su, battendosi il dito indice sui pochi denti davanti. Poi scrisse: 1) Trovare un lavoro. Sì questo poteva andare bene come inizio. Doveva impegnarsi di più per cercarsi un lavoro, se lo diceva sempre. Anche perché quello che faceva non era un vero lavoro: tener dritto davanti a sé il braccio con il palmo aperto era faticoso, senza dubbio, ma poteva fare di meglio. Così avrebbe smesso anche di rubacchiare in giro che prima o poi l’avrebbero pizzicato. E poi lavorare in modo decente gli avrebbe permesso di trovare finalmente un rifugio, anche piccolo, in affitto forse, non quel buco in cui si trovava a vivere ora. Scrisse senza indugio: 2) una tana per me. E poi cos’altro? Doveva curarsi questa tosse maledetta. Ma no… sarebbe passata da sola. Non si deve sprecare la lista dei desideri, è una cosa seria, lo sanno tutti, pensò. Dunque, cos’altro? Aveva fame, tanta fame. Scrisse di getto: 3) mangiare più spesso. Forse se avesse avuto più amici, pensò, avrebbe avuto la possibilità di mangiare anche tutti i giorni, anche poco, ma tutti i giorni. Tanti ci riuscivano. Allora scrisse: 4) nuovi amici. Sì, sì, nuovi amici uguale più cibo: era perfetto, non pensava di essere così bravo. E poi cos’altro? Guardò l’orologio del campanile. Mancava poco. Si affrettò. Dunque… dunque… ecco sì… 5) un cappotto nuovo. Non ‘nuovo nuovo’, per carità, sarebbe andato bene anche un capo usato, persino usatissimo e con qualche buco, insomma bastava che fosse ‘nuovo’ per lui. L’inverno sarebbe passato meglio e quella tosse sarebbe andata via una buona volta, ne era sicuro; e soprattutto avrebbe smesso di sputare quelle cose grumose, che poi non sta bene sputare, anche questo lo sanno tutti. Guardò di nuovo l’orologio: non c’era più tempo. Mise da parte il biglietto ponendoci sopra un sasso. L’aria era fredda, una leggera nebbiolina velava il torrente, mentre la volta del ponte aveva persino smesso di gocciolare. Cominciarono i rintocchi. Uno, due… Tolse la gabbia di metallo dal tappo di champagne e iniziò a svitare il sughero. Quattro, cinque, sei… Si sforzò di tenere il tappo con entrambe le mani, la pressione era molto forte, ma non doveva farselo scappare. Nove, dieci, undici… Il tappo gli sgusciò tra le dita, lontano, tra la spazzatura. Un topo scappò via di corsa, prima verso il fiume poi tornando indietro per prendere il sentiero verso la chiavica più vicina. L’uomo si riempì con soddisfazione la flute cui mancava parte del bordo, salì sulla cassetta della frutta, e bevve smodatamente innalzando il bicchiere alla luna. 
«Buon anno a me» disse ridendo. «Sì, buon anno nuovo a me».

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Un sole tiepido era riuscito a liberarsi delle nuvole e vanamente cercava di scaldare le larghe e massicce pietre dell’argine, mentre i gabbiani, a continue ondate, risalivano a stormi sparuti l’alveo del fiume schiamazzando come bambini che giocassero sul bagnasciuga. Cercavano, disegnando sbilenchi cerchi concentrici, rifiuti disordinati del consumismo distratto che, a dispetto dei tempi, abbondavano sul greto.
Il ragazzo, uno sguardo simpatico in una faccia pulita, era fermo all’angolo del viale; da un lato una grossa borsa di plastica, di quelle che i negozi di abbigliamento usano per riporre i vestiti acquistati. Guardava in giro, fiducioso, in attesa di qualcuno o qualcosa. Poi, come fosse arrivato il momento, all’improvviso si mosse puntando dritto all’edicola poco distante, il passo deciso, dei momenti ineluttabili. L’edicola altro non era se non un gabbiotto antico, in legno e ferro, sempre pieno di riviste e gadget per i turisti, posizionato in modo tale, all’inizio del ponte, che finiva per dividere a metà scolaresche e gruppi di gitanti che volessero arrivare alle spalle della Piazza, dalla parte cioè più spettacolare e raccomandata da guide e mappe.
«Mi scusi» fece il ragazzo sporgendosi all’interno verso l’uomo che stava leggendo qualcosa poggiato sulle ginocchia. «Quel tipo là» e tese il braccio a indicare un giovane che, camminando a passo svelto, si trovava a metà del ponte nella parte più alta della campata «mentre lei non guardava ha staccato una pubblicazione tra quelle appese qui fuori e se l’è messa sotto la giacchetta». L’uomo contrasse i muscoli del viso imprecando sottovoce e, senza dir nulla, aprì la porticina dell’edicola come volesse staccarla dai cardini e in un attimo si mise all’inseguimento del ladro. Appena il ragazzo lo vide allontanarsi di spalle sulla scia del giovane, già peraltro sparito nell’altra spalla del ponte, si lasciò andare a un sorriso liberatorio e, arraffate quante più riviste poté, le fece scivolare all’interno della capace borsa vuota e scappò via nella direzione opposta.

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