L’Amazzone farinosa

La valle del Lurín respirava polvere sottile. Il vento scendeva dai rilievi bassi e la spingeva tra le pietre dei cortili, sulle spalle nude delle donne, nelle pieghe dei tessuti. Anak Omek rimase a guardare a lungo il passaggio lento delle portatrici, il rumore dei sandali, le piume che oscillavano sulle acconciature.
Quando parlò, lo fece senza voltarsi.
«Non queste».
E sospirò emettendo rumorosamente il respiro.
«Voglio un copricapo che non abbia mai avuto nessuno prima di me e che nessuno avrà dopo», disse, con quel modo che aveva quando il mondo le risultava insufficiente.
Curaca Pachaq sentì il peso di quella richiesta come un ordine. Le piume più rare non si trovavano più da tempo. Arrivavano da sempre più lontano. La cerimonia dell’Oracolo di Pachacamac era invece imminente. Si incupì. Accontentarla sarebbe stato difficile.
«Si può provare…», disse, accorgendosi che non era quello che voleva dire.
Anak si voltò. Non sorrise. Gli passò accanto e sfiorò con le dita un fascio di piume comuni. «Solo provare?» disse. Poi lo fissò serrando a fessura gli occhi.
Lui ebbe un brivido.

La casa di Yaya Amaru era più bassa delle altre, costruita con ordine e senza ostentazione. Le piume delle are scarlatte e delle amazzoni farinose erano stordenti per i loro colori nitidi e densi.
«Mi sono sempre chiesto cosa te ne fai di così tanti volatili», disse Pachaq.
«Hai mai sentito parlare di godere della bellezza della natura?», rispose Amaru, scostante.

Pachaq osservava quegli esemplari come chi controlla la merce. Poi si guardò attorno e intravvide Quilla in fondo alla stanza: c’era qualcosa di ostentato nel modo in cui stava rigida voltata verso il giardino.
«Posso compensare per tutta questa tua… bellezza».
Amaru scosse il capo. «Non è questione di compenso. Loro sono solo per la gioia dei miei occhi».
Nessuna trattativa si aprì. Nel voltarsi per andarsene, Pachaq incontrò per un istante gli occhi di Quilla che non aveva resistito a non guardarlo. Colse un groviglio di emozioni: amore, odio, risentimento.
Quella notte non dormì.

Quando l’uomo fidato di Pachaq, nelle ore che anticipavano l’alba, entrò nella casa di Amaru, il suo passo era leggero e misurato. Amaru fece in tempo a svegliarsi e a cercare un inutile appiglio. Il gesto fu rapido, preciso. Quilla era lì. Non urlò, non scappò. L’uomo aveva istruzioni precise e finì il lavoro.
Poi entrò nelle grandi gabbie, uccise più volatili che poté e portò via le piume, ancora calde, pesanti di colore.
All’alba, gli artigiani lavoravano già. Il copricapo doveva essere il più bello di sempre.

Quispe fu raggiunto dalla notizia della morte della madre e del nonno al villaggio della zia. Quando rientrò in casa, era già stato tutto ripulito. Come se, a lasciarlo lì, il sangue potesse corrompere quelle pareti.
Dei ladri, pensò. Quelle piume erano troppo preziose.
Non aveva un nome da seguire, ma sapeva dove andare. A Pachacamac. Da chi poteva decidere. La strada non era breve, ma il passo gli venne da sé.

Trovò Pachaq vicino all’area sacra, dove le voci, passando, si abbassavano senza bisogno di un comando.
«Sei tu», disse Quispe.
Pachaq non rispose. Guardò il volto del ragazzo: l’inclinazione del capo, il modo di tenere le spalle, alcuni movimenti dello sguardo. Sentì una stretta al petto prima ancora di capire.
«Vieni più tardi», disse infine, senza sapere se fosse davvero quello che intendeva.

Il fedele Kunak era poco distante. Non si mostrò. Gli bastava intuire che lì c’era qualcosa che poteva valere, non per lui, ma per la sua sovrana.

Anak lo ricevette senza fretta. Kunak riferì ciò che aveva visto e sentito, con precisione, senza aggiunte.
«Gli somiglia», disse alla fine. «In qualcosa».
«Ho poi scoperto da dove arrivano le piume del copricapo. Due morti inutili».
Lei lo congedò con un cenno. Rimase sola.

Il giorno seguente si mise dove poteva vedere senza essere vista. Osservò il modo in cui Quispe inclinava il capo quando ascoltava. Pachaq evitava il volto del giovane con una cautela troppo ostentata. Non era una somiglianza piena. Furono dettagli che, presi insieme, non si spiegavano. Un taglio dello sguardo. Qualcosa nella linea della bocca.
Quispe non apparteneva solo a Pachaq.
Le ritornarono all’improvviso alla mente le mani forte e calde di Amaru sulla sua pelle. E il peso di una neonata affidata ad altri occhi.
Anak non ebbe bisogno di altro.

Quella notte diede due ordini secchi, separati. Non spiegò il motivo.
Quispe fu fermato lontano dagli sguardi della gente. Cercò di dire qualcosa, ma non ebbe il tempo di costruire una frase intera. Cadde senza sapere perché.
Pachaq ebbe meno tempo di quanto si aspettasse. Quando comprese che non si trattava di un errore, era già troppo tardi. Pensò solo al volto del giovane. Il gesto trattenuto. Le somiglianze. Provò a dire qualcosa. Non gli riuscì. Il buio arrivò prima.

Il giorno della cerimonia, il copricapo era pronto. Le piume rare catturavano la luce in modo diverso da tutte le altre.
Anak Omek lo indossò con orgoglio, senza esitazione. Le persone si disposero come dovevano. La guardavano. Le voci si abbassarono. Le teste si inchinarono. Il rito procedette. La sedia regale accanto alla sua era vuota.
Nessuno parlò di ciò che era accaduto.
Le piume tremarono appena, al passaggio del vento.

Galeotto fu l’albero

«Ci risiamo, Direttore», disse Gérard, l’inserviente anziano dell’Hôpital Psychiatrique de la Charité a Montseurat, in Normandia. La sua espressione era un po’ seccata, come quella del Direttore, del resto. Gérard si sentiva inoltre a disagio in quel camice che sua moglie, nonostante le sue rimostranze, si ostinava ad apprettare così tanto da farlo sembrare una corazza.
Accanto all’inserviente c’era Étienne, il novellino a lui assegnato per l’addestramento. Si era estraniato da quel contesto. Stava infatti pensando a come chiedere di uscire a Gisèle, l’infermiera brunetta e formosa del pavillon cinq conosciuta tempo prima.
«Cosa è successo adesso, Gérard?» chiese il Direttore, il dr. Armand Bétancour, un ometto tutto scatti e forfora.
«Si tratta di Prosper Lemoine!» rispose Gérard.
«Non è possibile! Ancora lui?» esclamò il Direttore, lanciando davanti a sé, sulla larga scrivania, una pratica che stava fingendo di consultare.
Armand era riuscito a ricoprire quel posto grazie al cugino Lucien Duhamel, generale di Corpo d’Armata, molto influente al Ministère de l’Intérieur. Era sgradito soprattutto al valido dr. Lionel Massenat che, dopo aver trent’anni di gestione interinale della struttura, aveva ritenuto a buon diritto che la Direzione spettasse a lui. E invece…
«Si può sapere cosa ha combinato oggi, Prosper?» chiese, cercando di mantenere un tono autorevole. «Si è rinchiuso di nuovo nel frigo? O è entrato nel pollaio a covare le uova con le altre galline, come la settimana scorsa?»
«Peggio, Direttore, peggio. È salito sul platano del cortile sud, a dieci metri d’altezza, e si rifiuta di scendere».
Il Direttore a quel punto si alzò dalla sedia, sentendo l’acido ribollire nello stomaco.
«Abbattete l’albero», ordinò il Direttore senza esitazione.
Se suo cugino lo avesse visto in quel momento, a prendere una decisione in modo così sicuro e rapido, sarebbe stato fiero di lui.
Gérard deglutì. Si armò di pazienza e replicò:
«A parte che, se abbattessimo l’albero, Lemoine, cadendo da quell’altezza, morirebbe…»
Nel frattempo, Étienne pensava che se si presentava alla ragazza con un bel mazzo di fiori variopinti, forse avrebbe fatto colpo su di lei. “Alle donne piace quella roba lì…”, si disse.
«Il vero problema», continuò Gérard, «è che non è da solo. In cima all’albero, voglio dire…»
Étienne si era appoggiato a un mobile per pensare meglio ai fatti suoi.
«Ah no? E chi sarebbe quell’altro strambo che sale su un albero con un autentico pazzo furioso?» chiese Armand, battendo il pugno sulla scrivania.
«Non è uno strambo, ma una stramba. È salito lassù con la sua fidanzata».
«Cosa?»
«Sì, si tratta di Gisèle Brisset. È una delle nostre infermiere, lavora al pavillon cinq».
Étienne sentì la sua bolla di pensieri sgonfiarsi sulla sua testa e si ritrovò catapultato nella realtà. «Fidanzata? Gisèle?» riuscì solo a balbettare al collega.
«Sì, certo, va avanti da almeno un mese…» confermò Gérard sottovoce.
«Ma… ma…» Le gambe di Étienne diventarono molli.
«E cosa vogliono? Si può sapere? Avranno una richiesta?» incalzò Armand. Della forfora scese sulla scrivania come neve a Natale.
«Sì, vogliono sposarsi. Però, essendo lui interdetto legale come paziente grave psichiatrico, non potrà mai farlo. Da qui la protesta. Vogliono che gli venga revocata l’interdizione».
E Gérard a quel punto si mise in attesa della domanda fatidica che, nei casi apparentemente irrisolvibili come quello, il Direttore puntualmente faceva.
E infatti, Armand iniziò a fare avanti e indietro per la stanza, lanciando ogni tanto un’occhiata angosciata fuori dalla finestra in direzione del fiume Agne. A quell’ora, di solito, compariva vicino al ponte un pescatore, ma stranamente non c’era.
Poi, Armand si fermò come avesse esaurito la carica. Puntò l’indice monitorio in direzione di Gérard e sparò la tanto attesa domanda.
«Il dr. Massenat cosa ne pensa?»
«Il dr. Massenat purtroppo è in permesso da ieri mattina» rintuzzò l’inserviente che si era già preparata la risposta. «È in Camargue, da sua madre anziana. È molto ammalata».
Ad Armand vennero i sudori freddi. Non sapeva cosa fare. Solo Massenat avrebbe saputo che fare. Avrebbe dovuto prendere lui una decisione. Ma quale?
«E tu cosa ne pensi, Gérard?» chiese dopo un po’, cercando disperatamente un aiuto.
L’inserviente anziano, divertito dalla difficoltà del Direttore, gli riferì:
«Ho fatto predisporre dei teloni robusti intorno all’albero come misura di sicurezza. Un gruppo numeroso di inservienti è già sul posto, in attesa dei suoi ordini».
Un sorriso di compiacimento apparve sulle labbra di Gérard.
Approfittando della confusione del Direttore, Étienne si avvicinò allora al collega e gli sussurrò:
«Fidanzata? Ma sei sicuro? Gisèle con Prosper? Possibile?». Il ciuffo ribelle proprio non ne voleva sapere di stare al suo posto.
Gérard, però, non gli rispose. La sua attenzione era concentrata sull’agitazione crescente del Direttore. Armand pensò che se avesse telefonato a Massenat sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Poi, ebbe un’illuminazione.
«Facciamoli sposare», disse d’improvviso.
«Come dice, Direttore?», chiese Gérard, incredulo.
«Ma sì. Organizziamo un matrimonio finto. Un mio amico si travestirà da prete e prenderemo tra il personale due testimoni. E voilà! I due arrampicatori di alberi avranno quello che vogliono e alla fine scenderanno di loro spontanea volontà».
«Non si fideranno mai di noi, Direttore…», replicò l’inserviente, scuotendo la testa. «Non scenderanno».
«Infatti, non devono scendere. Almeno non è necessario che lo facciano subito. Piuttosto facciamo arrampicare sull’albero il prete e i due testimoni, e il gioco è fatto».
Gérard ed Étienne rimasero senza parole.
«Andate, eseguite!», ordinò il Direttore battendo le mani.
Sì, decisamente il cugino sarebbe stato fiero di lui.
Gli inservienti caricarono sull’albero i vestiti, gli anelli nuziali, il prete e i due testimoni. Fecero intervenire la banda musicale del paese, insieme ai parenti degli sposi che suonarono con grande impegno e poche stonature. Solo la madre di Prosper volle salire anche lei, per stare vicino al suo “bambino” di sessant’anni in un momento così importante.
Per non farsi mancare nulla, fecero issare anche la torta, i piatti, le flûte per lo champagne e persino un cameriere. L’albero fu ben presto stracarico e cigolava per lamentarsi. Nessuno però lo ascoltò perché l’entusiasmo era alle stelle.
Armand alla fine addirittura si commosse, mentre Étienne, in un angolo del cortile, piangeva e si disperava. La sposa era effettivamente bellissima e lo sguardo di Prosper sempre più spiritato e incredulo per tanta fortuna.
Poi, all’improvviso, il vecchio tronco malandato del platano, appesantito dalle persone e dalle cose che vi si trovava, si piegò paurosamente spezzandosi in due. Sposi, finto prete, testimoni e camerieri rovinarono sui teloni che Gérard si era rifiutato di far togliere. La torta, come se avesse avuto un’anima propria, colpì invece in pieno il Direttore, ancora intento ad applaudire. Un fotografo, presente per documentare il sì dei nubendi, impiegò un intero rullino per immortalare l’evento. Gli scatti finirono su tutti i giornali della nazione.
Insomma, una carriera, quella del Direttore Bétancour stroncata sul nascere.
Il mattino seguente, il dr. Lionel Massenat, a un tavolino in riva al mare, vide sul quotidiano locale la fotografia del Direttore . Era impiastricciata di crema al burro, glassa bianca e Pan di Spagna. L’articolo ridicolizzava in modo irrimediabile il Bétancour.
Lionel sorrise appena.
Poi si disse:
“Allora, dopotutto, una giustizia c’è”.

 

Mr. Trim

L’HMS Encounter, cacciatorpediniere della Royal Navy, era ormeggiato a La Valletta. Il porto sembrava assopito, con le acque del Mediterraneo che lambivano pigramente la murata, cullandola dolcemente. Ma non era un rifugio sicuro: i velivoli dell’Asse apparivano sempre più frequentemente, come corvi attratti da una preda ferita.
Poco distante, la petroliera Breconshire riceveva le cure affannate del cantiere. L’enorme squarcio sul fianco sinistro la rendeva un bersaglio facile, un grosso cetaceo agonizzante azzannato da un’orca. Avevano promesso trenta giorni per finire il lavoro, ma il comandante Graham Fitzgerald Mason, trent’anni di esperienza sulle mostrine, sapeva che non aveva tutto quel tempo.
Era un uomo scolpito nel granito, quel Mason. Lo sguardo intenso, un velo di barba rasa a nascondere la mascella risoluta come di chi avesse voluto finire la guerra, vincendola, quel giorno stesso. L’equipaggio lo vedeva sempre sul ponte, in piedi, rigido come un albero maestro, lo sguardo fisso verso l’alto a scrutare incessantemente il cielo. Nessuno lo aveva mai visto dormire, e si sospettava che non lo avesse più fatto da quando il Regno Unito era entrato in guerra. Sembrava che i suoi occhi potessero penetrare le nuvole più dei radar e che il suo cuore battesse al ritmo della sala macchine.
Solo un elemento addolciva quell’immagine severa: il gatto di bordo, Mr. Trim. Lo portava spesso con sé, stretto in braccio. Non si sapeva bene da dove provenisse quell’animale. Si diceva che quel gatto gli avesse addirittura salvato la vita. Una maestranza maldestra aveva lasciato andare una cima che teneva sollevato una cassa pesante da scaricare sul ponte. Il felino, allora non suo, ma di un ufficiale perito in battaglia, gli aveva addentato un pantalone per fermarlo, cosa che poi accadde mentre la cassa si schiantava davanti a lui sul cassero di poppa, riducendosi in mille pezzi. Da allora era diventato il suo portafortuna prendendo il posto che si meritava a tavola dove poteva contare su una buona parte della razione di carne del Comandante. E i marinai li vedevano sempre insieme, un tutt’uno. Il comandante e il gatto, la guerra e l’innocenza.
Il suo vice era invece l’ufficiale Octobridge, un uomo duro e scostante. Era rimasto zoppo in una rissa tra ubriachi in una bettola nei sobborghi di Bangkok. Si aggirava per la nave appoggiato al suo bastone di bambù, scandendo ogni suo passo come una bomba a orologeria pronta a esplodere: tic, tic, tic. A differenza del comandante, era rozzo e volgare, e lo odiavano tutti. Urlava, insultava, umiliava e spesso si lasciava andare a gesti violenti. A volte anche troppo violenti. Nulla che uno scivolo improvvisato e una bandiera Union Jack come ultimo vestito, non potesse seppellire in gran segreto in fondo al mare.
Mason lo aveva voluto con sé, convinto che la crudeltà incanalata in un fine potesse essere utile a disciplinare l’equipaggio in un periodo così difficile. Il Comandante si sarebbe così potuto concentrare esclusivamente sulla strategia militare e a vincere quella stramaledetta guerra. Ma ora lui non ne era più così tanto sicuro. Octobridge non manteneva l’equipaggio come si sarebbe aspettato: il suo dominio era basato sul terrore e non giovava al morale della ciurma. Oltretutto, sarebbe stato anche più saggio lasciarlo a casa con quella grave menomazione che aveva. Se lo avessero saputo i suoi superiori forse sarebbero stati guai. Ma erano tempi bui, quelli, e ogni aiuto era ben accetto.
Il quarto giorno di ormeggio, Mason, in un momento che credeva di relativa tranquillità, si mise a osservare i gabbiani. Sembravano spettri bianchi senza pace che volteggiavano a stormi sopra i pochi pescherecci diretti in alto mare. Guardarli lo rilassava, anche se non riusciva mai a capire se il loro verso fosse di disperazione e fame o di gioia e speranza.
Poi, all’improvviso, gli uccelli, ai suoi occhi profondi, cambiarono in modo repentino il loro volo. Gli stridii si fecero più acuti e il loro volteggiare, da confuso, si compattò in un solo corpo per dirigersi verso l’entroterra. Mason sentì un brivido gelido sulla schiena. “Perché fanno così?” si chiese sospettoso.
Non fece in tempo a formularsi nella testa quella domanda che, un istante dopo, protetti dal crepuscolo d’oro fuso, il rombo degli Stukas si levò dal cielo del tramonto come un presagio di tempesta. Gli aerei, uno dopo l’altro, uscirono al chiaro in un incubo che prendeva pian piano forma. Aveva sempre temuto che quel momento potesse arrivare, anche se non così presto. Essere inermi, un bersaglio fisso all’ancora di una rada a fare da babysitter a una petroliera che meritava solo di essere affondata, lo terrorizzava.
Octobridge urlò allora qualcosa a tutti i cannonieri. Ma loro erano già alle loro postazioni, pronti a colpire. Si limitarono quindi, al grido ‘alle armi’, a sistemare il tiro puntandolo in direzione del nemico.
«Fuoco!» gridò Mason, la voce tagliente come un’ascia nell’aria cristallizzata.
I cannonieri cominciarono a sparare con un frastuono assordante, figlio di quello che stava piovendo dal cielo. Spararono quasi tutti, di gran lena, senza mai fermarsi.
Ma non Adam Becker, giovane guardiamarina, che fissava il suo affusto immobile. Aveva le mani rattrappite sul meccanismo di sparo.
«Signore…» balbettò a Mason, che in quel momento gli era accanto. Si sentiva in dovere di giustificare la sua inerzia. A lui, il suo Comandante. Lo avrebbe ascoltato. Lo aveva sempre fatto.
«Spara, maledizione! Abbattimi quei fottuti bombardieri!» sbraitò Mason, puntando il dito contro la formazione che si avvicinava, diventando sempre più grande ai loro occhi. L’indice gli tremava dalla rabbia e dalla concitazione. Il volto gli si era trasfigurato come non lo aveva mai visto prima. Il suo aplomb sembrava perso per sempre.
Ma Becker restava immobile. Non respirava neppure. Era consapevole della gravità del momento. Ma non si muoveva.
Allora Octobridge si avvicinò al Comandante per coadiuvarlo, la mascella serrata, lo sguardo torbido. Il suo bastone ticchettava sul ponte, un segnale di allarme ancor più inquietante del rombo degli Stukas in picchiata. Becker, senza esitazione, premette allora finalmente il grilletto del suo cannone. Le prime bordate si alzarono precise, incendiando uno Stuka che precipitò in mare, mentre un altro si vide strappare un’ala come un lupo avrebbe potuto fare con la sua preda seminascosta in un cespuglio. Il cielo si riempì presto di scie nere, giallastre, rosse di fuoco, esplosioni e fiamme che divampavano deflagrando. Il sole sembrava essere tornato indietro dalla linea del tramonto. Alla fine, lo stormo nemico si disperse in modo disordinato.
Un sollievo fugace, destinato a svanire presto. Mason lo sapeva bene, ma era pur sempre un sollievo. Inspirò profondamente, constatando che la sua nave era intonsa, così come la Breconshire. Si avvicinò a Becker.
«Ottimo lavoro, guardiamarina. Ne ha abbattuti più di chiunque altro. Di cosa voleva parlarmi, prima?»
Il volto del ragazzo era pallido. Deglutì più volte. «Era… per Mr. Trim, Signore.»
Mason si irrigidì. «Cosa c’entra ora il mio gatto?»
«Era nell’affusto, Signore. Proprio dentro il mio cannone. Ho cercato di avvertirla, ma non mi ha dato il tempo…»
Mason fece un mezzo passo indietro per la sorpresa, e il guardiamarina se ne accorse, spaventato.
Il suo adorato gatto, Mr. Trim.
Il mare continuava a frangersi contro la nave ma ora con più forza, come per spingerla più in là nella rada. Gli occhi del Comandante si velarono. Non disse nulla, si voltò e si incamminò lentamente, le mani dietro la schiena, incapace di farsi vedere in quello stato dall’equipaggio.
Dietro di lui, il bastone del secondo riprese il suo ritmo: tic, tic, tic. Octobridge si era avvicinato a Becker, avendo sentito tutto. Ora lo fissava con un ghigno che non aveva bisogno di parole, quasi che il nemico fosse lui. Poi, digrignando i denti, scrutò il cannoniere con i suoi occhi gelidi e chiese:
«Cos’è che avresti fatto tu, guardiamarina?»

La Dispensa

Oramai era una settimana che Uhr, il caldeo, si trovava nella Dispensa. La chiamavano così gli altri disperati come lui. Una buca nella sabbia di quattro metri per tre e profonda due, chiusa in cima da una massiccia grata in ferro. E la grata era così pesante che le guardie del Signore di Lochnor usavano un elefante per poterla spostare.
Là sotto l’aria era irrespirabile, non solo perché la fossa era al sole della Nubia, ma soprattutto per l’odore acre di sudore, misto a quello di feci e urina e perché le persone erano così tante che non era possibile rimanervi se non in piedi, per tutto il giorno. Anche se le guardie buttavano attraverso le sbarre i resti della cucina, molti morivano ugualmente di stenti, di dissenteria, di sete ma anche per sopraffazione. Spesso, infatti, per la mancanza di spazio, scoppiavano risse violente e improvvise e i più deboli finivano per soccombere.
Nonostante la buca fosse angusta, le guardie continuavano a farvi entrare nuovi prigionieri, ritirando, quando se ne ricordavano, i cadaveri. Se non lo facevano chi dei più forti rimaneva nella Dispensa usava i corpi senza vita dei compagni come basamento per montarci sopra e avvicinarsi alla grata e respirare così, almeno per un po’, aria più pulita anche se bollente.
Uhr aveva imparato a stare da un lato della buca. Si era accorto che era relativamente più sicuro. Mangiava quel poco che gli pioveva addosso, prima che cadesse a terra nel liquame alto una ventina di centimetri cercando di muoversi il meno possibile.
Poi, un pomeriggio nell’ora più calda, come sempre più spesso accadeva, scoppiò una lite furibonda. Jassamar, un gibutiano enorme e attaccabrighe, in un attimo di insofferenza, si era fatto spazio a pugni e gomitate, con una ferocia bestiale. Due prigionieri erano morti sul colpo, mentre il terzo si era accasciato a terra e subito calpestato. Nel parapiglia, come un’onda maligna, Uhr si era ritrovato al centro della buca. Era caduto più volte rischiando di affogare nella melma putrida del fondo. Ma poi, per la forza della disperazione, si era ogni volta rialzato a fatica. Appena in tempo comunque perché le guardie aprissero la grata.
Subito un sacerdote della dea Nach’Aimoss, in una veste ricca e sontuosa, si mise a strillare degli ordini incomprensibili e immediatamente due guardie lo prelevarono di peso dalla buca. Uhr pensò che fosse arrivato il suo momento. Sapeva che la Dispensa, alimentata costantemente con i prigionieri delle battaglie, ma anche con i reietti del regime, altro non era se non il serbatoio di carne per il serraglio dei sei ghepardi del Signore di Lochnor. Ma qualcosa non tornava, pensò lui: l’ora non era quella giusta e poi era da solo. Non avrebbe mai potuto garantire il pasto per tutti quei felini.
Fu condotto infatti alla sorgente di Alaki e qui, dopo essere stato denudato, fu lavato e profumato. Dovevano evidentemente avere in serbo per lui ben altra sorte.
Fu poi portato dentro la Sacra Dimora e quindi in un locale ben arredato. Sempre sotto la vigile attenzione di due guardie armate, il sacerdote che lo aveva fatto prelevare lo fece avvicinare a un tavolino su cui era riposto un vaso chiuso. Mentre una guardia legava a Uhr le mani dietro la schiena, un sacerdote aprì il vaso e ne tirò fuori del miele denso e aromatico. Con una spatola di bambù ne prese una buona dose e cominciò a spalmarglielo addosso. Continuò così per una buona mezz’ora fino a quando tutto il corpo di Uhr non fu cosparso di quella sostanza.
Terminata l’operazione, Uhr fu condotto al cospetto del Signore di Lochnor che non badò però alla sua presenza. Uhr proprio non capiva cosa stesse succedendo. Cosa ci faceva il quel posto e perché era stato conciato in quel modo?
Poi pian piano comprese.
Attratti dal miele arrivavano e si posavano su di lui, vespe, tafani e scorpioni in modo che non andassero a disturbare il Divino Signore e la sua corte durante il loro ozio. Ogni tanto una guardia, quando lui si ritrovava completamente ricoperto di insetti, lo frustava più volte con un nerbo di montone per ucciderne il più possibile. Uhr, si accorse che analoga sorte era capitata anche ad altri due uomini che si trovavano nella sua stessa condizione sotto il medesimo porticato.
SI sorprese però di non sentire più dolore.
Notò alla sua sinistra che il sole stava lentamente tramontando dietro le basse case bianche.
Sorrise. Dopotutto, era ancora vivo.

Il tempo che verrà

Iztacoyotl, l’Uomo-che-apre-le-Sette-Porte stava rovistando nelle viscere della capra. Nella radura di Aztlán c’era un silenzio teso, materico, tanto che, nonostante le migliaia di persone accorse per la celebrazione del solstizio d’estate, si sentiva il frusciare del vento tra le foglie. Il momento era sacro. Dalla divinazione dell’Uomo Tabù sarebbe stata possibile capire la benevolenza di Huitzilopochtli per il tempo che sarebbe venuto e l’abbondanza dei raccolti.
La fronte di Iztacoyotl era lucida di sudore. Era serio, troppo serio. Il suo servo Conomazàtl, lo aveva capito subito e aveva cominciato a preoccuparsi. Non l’aveva mai visto così. Poi, all’improvviso, l’Uomo-che-cammina-con-gli-Spiriti fece un passo indietro come se si fosse scottato con il sangue di cui le mani erano lorde; ne fece ancora un altro, sempre all’indietro, incerto, a sbattere la schiena nuda contro la staccionata di legno di bocote. Era pallido. Conomazàtl voleva avvicinarsi per sincerarsi che stesse bene, ma sapeva che il coltello cerimoniale di Iztacoyotl era rapido e tagliente e che il suo Signore non disdegnava di usarlo per un nonnulla.
Poi l’Uomo Tabù si voltò, scese sollecito i cento gradini del tempio sotto lo sguardo attonito dei presenti, ed entrò nel suo temazcalli.
Conomazàtl con circospezione lo seguì.
«Mio Signore, cos’ha visto?» gli chiese il servo rimanendo per precauzione sull’uscio di casa con la coperta di ingresso appena scostata.
Iztacoyotl non rispose.
Conomazàtl ripeté una seconda volta la domanda, in modo ancora più sommesso.
L’Uomo-che-nessuno-può-toccare, dopo un po’, come uscito da un incubo, mormorò:
«La capra ha due cuori, due…» fece ripetendo nell’aria il numero con le dita della mano sinistra.
«E cosa vuol dire, mio Signore… avremo siccità e i nostri raccolti seccheranno… avremmo troppa pioggia e le nostre messi marciranno?»
«Non capisci, Conomazàtl… è la fine di tutto, la fine di Aztlán, del nostro popolo, di tutti noi. Solo Huitzilopochtli rimarrà a vegliare per l’eternità sul mondo che avrà reso vuoto e grigio di cenere. La Sua collera è immensa.»
Conomazàtl raggelò. Sentì per un attimo le gambe cedere. Poi alla fine si arrese a quella ondata di spossatezza e si inginocchiò con il capo chino davanti all’Uomo-che-parla-con-gli-Dei.
«E quando accadrà? Mio Signore?»
«Al decimo giorno…» Il vecchio faceva fatica a parlare. «…Al decimo giorno… dopo l’ultimo plenilunio…»
«Ma l’ultimo plenilunio è stato nove giorni fa… mio Signore.»
«Esatto.»
«Succederà allora domani.»
«Domani» fece eco Iztacoyotl che sembrava aver perso tutte le sue forze.
«Ma è troppo presto.»
«È sempre troppo presto, servo mio. Ma è Huitzilopochtli che lo vuole.»
Dopo alcuni minuti di silenzio, l’Uomo Tabù proseguì:
«Il popolo però lo deve sapere. Chi vuol chiedere scusa all’amico, al parente o al vicino lo potrà così fare. Chi vuole potrà ritrovare la pace nel proprio cuore. Chi vuol salutare i propri cari, potrà sentire il calore del loro ultimo abbraccio…»

Il popolo si estinse improvvisamente ben nove anni più tardi da quel pomeriggio, per ragioni che gli storici devono ancora accertare.
Tuttavia, il giorno successivo alla divinazione di Iztacoyotl, nella convinzione di tutti che quello fosse davvero l’ultimo giorno che Huitzilopochtli avrebbe mandato sulla terra, fu terrificante. Furono regolate vendette, vi furono stupri, suicidi e violenze di ogni genere. Oltre che pianti, canti e balli, ubriacature smodate di pulque che condussero anche alla morte o alla pazzia.
Iztacoyotl, all’alba del mattino che non sarebbe mai dovuto arrivare, fu trovato in casa con il suo coltello cerimoniale conficcato in una tempia.