Abarèc

Relitto«All’abarèc! All’abarèc!» si sentì gridare di capanna in capanna come se non fosse stata l’ora più buia della notte. Nevhèkk era stato il primo che, con la torcia accesa, era uscito di casa per arrampicarsi fin sulla cima della collina e scrutare il mare. Lo avevano immediatamente seguito il fidato Nàskar e i gemelli Dudèn, mentre io ero rimasto in disparte, ancora intontito dal sonno e incerto su cosa fare.
Nevhèkk aveva un magnetismo atavico che incuteva sottomissione e religiosa paura. Era arrivato dal mare dieci anni prima, probabilmente da qualche paese straniero, visto che la sua lingua era carica di accenti che evocavano posti lontani; e subito tutti gli abitanti della costa gli avevano riconosciuto l’autorità del Capo e il pieno potere di decidere sui loro destini. Nessuno lo aveva contrastato se non Solòpech che lo aveva affrontato orgoglioso la mattina del solstizio d’autunno. Ma a Nevhèkk era bastato un colpo solo della sua mazza che gli pendeva da un fianco perché il cranio spaccato in due dell’avversario rimanesse a riempirsi di sabbia e mosche per una settimana intera; fino a quando Nevhèkk non ordinò di gettare il corpo in mare.
E ora il Capo era lì, su quella collina appena velata da un quarto di luna. Lui era alto, massiccio, lo sguardo torvo e gli occhi penetranti. Pareva un mostro partorito dall’abisso e pronto a spiccare il volo per ghermire chissà quale preda. Gli occhi erano immobili sul veliero a catturarne il minimo sussulto. Sì, l’impressione era stata giusta: la barca stava davvero entrando nella rada. E allora lui, rimanendo appiattito a terra, con un gesto ampio del braccio, appiccò il fuoco alla catasta di legna appositamente ammonticchiata: il fuoco avrebbe fatto credere al veliero che quella era la rotta corretta da seguire per entrare nell’insenatura e invece si sarebbe incagliato sugli scogli aguzzi e sarebbe affondato; poi sarebbero sopraggiunti gli altri, armati di lance e roncole, per aver la meglio sui sopravvissuti e impossessarsi delle merci. Era del resto un veliero spagnolo: il migliore tra quelli che poteva loro capitare, perché tornando dalle Americhe portavano sempre nella stiva qualcosa di prezioso. Un abarèc coi fiocchi, dunque, che avrebbe accresciuto la sua fama di grande guerriero anche nell’entroterra.
E mentre il falò divampava violento verso il cielo ancora bucato di stelle, un cospicuo gruppo di uomini si era assiepato lungo la marina ben nascosto dietro ai parapetti in legno scuro. Al segnale convenuto sarebbe uscito allo scoperto per seminare morte e distruzione. Tutto era pronto. Anche il mare sembrava con la sua apparente calma una trappola mortale.
Il veliero si avvicinò ancora fino a quando inspiegabilmente si fermò. C’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto. Nevhèkk controllò il fuoco: era vivo. La rada era ancora immersa nel buio e gli scogli sotto il pelo d’acqua erano ancora invisibili. Non c’era motivo allora perché la barca non proseguisse. Non capiva.
Strisciando si portò sulla punta del promontorio aguzzando la vista. Gli parve ora di distinguere qualcuno sul castello di prua che guardava nella sua direzione. Era un uomo con copricapo pomposo e una strana divisa addosso che osservava attraverso qualcosa che aveva messo davanti agli occhi. Poi, inaspettatamente, il veliero virò di babordo cominciando ad allontanarsi in tutta fretta. Non c’era dubbio, erano stati scoperti e questo non era mai accaduto.
Nevèkk si alzò in piedi possente minaccioso e pieno di rabbia. Se la barca fosse stata più vicina a lui avrebbe sicuramente tirato nella sua direzione la lancia di cui non si separava mai. Ma fece un’altra cosa incredibile. Riempì più volte i polmoni d’aria come a volerla risucchiare tutta intorno a sé e lanciò un urlò terrificante. La sua faccia si era trasfigurata. nello sforzo: pareva aver abbandonato ogni fattezza umana. Ne uscì un suono profondo, prolungato e vibrante. Il vento si fermò ad ascoltare mentre le nuvole tremarono; i bambini nel loro letto piansero e ad alcuni vecchi sanguinarono le orecchie; molti pesci saltarono fuori dall’acqua agonizzanti. Gli uomini che ancora si trovavano sulla spiaggia, e che a stento erano riusciti a tenere gli occhi aperti, ne furono testimoni: avevano visto l’uomo in divisa sul castello di prua, prima barcollare, e poi cadere in mare a peso morto.
L’abarèc era sfumato ma la leggenda di Nevhèkk, adesso, era pronta a sfidare i secoli.

Da un'idea leggendo Alex --> Estuario: Un giorno al faro di Richard

L’acqua del pozzo

«Perché Eugenio non è a tavola con noi?» disse il Conte guardando la moglie che gli sedeva accanto indicando nel contempo una sedia vuota dalla parte opposta.
La donna abbassò lo sguardo sul piatto vuoto.
«Tuo figlio non si degna di farci l’onore della sua compagnia per cena?» chiese lui battendo con forza per due volte e tra loro i palmi delle mani. A quel suono il Capo Sala, Arduino, rimasto immobile fino a quel momento, pressoché confuso con gli arazzi Aubusson del Salone, prese vita all’improvviso andando in cucina a dare ordini.
«Sei troppo severo con quel ragazzino…»
«Troppo severo, troppo severo?» fece lui gridando.
Nel frattempo, alcuni servi erano entrati per portare l’acqua e il vino e le prime pietanze. Il Conte, che non smetteva di scrutare severamente la moglie come se aspettasse una risposta alla sua domanda retorica, portò il bicchiere dell’acqua alla bocca. Bevve. E subito dopo sputò.
«Cos’è questa porcheria? Sa di marcio!»
Arduino sbiancò. Si era scordato di assaggiarla e ora sarebbero stati guai.
«È l’acqua piovana del nostro pozzo, caro, ti è sempre piaciuta…» fece la moglie interrogando il brodo che si stava raffreddando nel piatto.
«Arduino!» urlò il Conte.
Il Capo Sala che era a pochi metri da lui fece un balzo.
«Signore!» disse mettendosi sull’attenti.
«Assaggia» gli intimò il Conte minaccioso.
La mano di Arduino tremava. Prese il bicchiere e bevve. L’acqua aveva un sentore di putrido e gli si rovesciò lo stomaco.
«Allora?» incalzò il Conte.
«Effettivamente l’acqua non è buona, Signore, ma posso spiegare…»
Il Conte ora aveva i pugni sulle anche e sembrava un’anfora etrusca.
«Il Signorino… il Signorino Eugenio, Suo figlio, si diverte a pescare le anguille che vivono sul fondo del pozzo e che servono per filtrare l’acqua piovana… E quando le pesca, perché a pescare è molto bravo, bisogna ammetterlo, le ributta poi nel pozzo per farle sopravvivere; ma spesso le slabbra nel togliere l’amo e loro muoiono perché non riescono più a mangiare. Il sapore dell’acqua è quella di un’anguilla, ahimè, morta Signore, forse da qualche giorno. Domani provvederò a far ripulire il pozzo, Signore… sono mortificato» ammise facendo un profondo inchino e accomiatandosi.
Il Conte ora aveva preso a scrutare nuovamente con rabbia la moglie.
«È questo che fa tuo figlio? Invece di studiare con il precettore?»
«Si annoia caro, non può mai uscire dal Castello…»
«È pericoloso uscire, ne abbiamo già parlato altre volte… ho diversi nemici nella regione che avrebbero buon agio a indebolirmi colpendo la mia famiglia.»
«Ha dieci anni, caro, ha bisogno di giocare con i suoi coetanei…»
«Macché giocare, io alla sua età tiravo già di spada e andavo a cavallo…»
«Ma tu sei un uomo eccezionale, caro, tuo figlio è fragile e minuto… almeno gli permettessi di frequentare i figli del nostro vicino, il Barone di Monrugoso…»
«È un cretino…» tagliò corto lui.

«Papà… aiutami… papà…» disse flebilmente il bambino.
La luna si era appena affacciata sul bordo del pozzo e lui la vedeva dal fondo illuminandogli il viso sporco di fango, l’acqua a sfioro delle labbra. «Aiutami, papà ti prego, ascoltami, sento freddo, non ne posso più… fai presto…»

La Botte di Contrizione

Il ragazzo si reggeva a fatica sulla sartia dell’albero maestro. La sponda della murata di babordo, su cui era salito con i piedi nudi, era scivolosa e convessa. E non da ultimo il coltellaccio di Lacoruña gli bucava la schiena ogni volta che il rollio del brigantino lo sospingeva all’indietro.
«SALTA, SALTA» gridavano in coro gli altri marinai. Un magnariso che si era fatto prendere dall’entusiasmo aveva sparato per aria con il suo schioppo arrugginito. Pessima idea. Perché avrebbe sicuramente attirato l’attenzione del Capitano. E così fu.
«Lacoruña!» tuonò Lui, poco dopo, non appena comparve sul ponte superiore. Capitan Morsenigo de’ Loredan, nonostante i capelli bianchi fluenti e un velo di barba bianca, era ancora giovanile. Lo sguardo severo e penetrante e quel suo modo di sporgere il busto in davanti quando parlava, come se ti volesse aggredire, gli conferiva, unitamente alla sua stazza imponente, un’autorevole presenza. Lacoruña, dal canto suo, complice il vento forte e la risata sonora e sgangherata, non l’aveva sentito.
Il Capitano si inoltrò sul ponte e gridò di nuovo.
«Sottufficiale Pedro Lacoruña, cosa sta facendo?»
L’uomo, sorpreso da quella voce potente, fece un passo indietro alzando istintivamente le spalle e, mettendosi sulla difensiva, cercò di nascondere il coltello. Poi, dandosi un contegno:
«Mio Capitano, questo furfantello ha fatto visita alla mia dispensa personale e si è mangiato la razione di un giorno di carne essiccata.»
Ci fu un attimo di silenzio. Il vento scuoteva gli stralli come se volesse strapparli via.
«È vero, mozzo, quello che dice il sottufficiale?»
«Sì, Signor Capitano» confessò subito Alvise urlando per superare il rumore delle onde che schiaffeggiavano la fiancata del veliero «avevo fame…»
«Ma hai rubato, figliolo… ed è una mancanza grave quando si è in navigazione.»
«Lo so, Signor Capitano, ma mi rubano a mia volta il cibo e io ho fame…»
Il Capitano si girò verso il mare aperto. Increspò la fronte di rughe; come se gli fosse tornato in mente un ricordo che pensava di aver dimenticato.
«Purtroppo dovrai essere punito secondo le regole del “Valente”…» disse dopo un po’.
«SALTA!, SALTA!» ripresero a gridare in coro gli altri marinai.
«ZITTI! State zitti tutti, marinai… sarai tu stesso invece, mozzo, a scegliere la tua punizione!» sentenziò, con voce stentorea, Morsenigo. «Dunque… puoi tuffarti in mare da lì dove sei adesso e, in apnea, fare il giro sott’acqua dello scafo…»
I marinai ascoltavano attenti. Alcuni ridacchiavano, ma essendo stranieri era probabile che non avessero capito appieno. Il Bepy sputò di lato. Lo faceva sempre quando era nervoso.
«Oppure… puoi venire trascinato dal brigantino con una gomena legata alle mani… e in una mezz’ora appena te la potrai cavare…» enumerò il Capitano aiutandosi con le dita della mano destra da cui mancava la porzione distale del mignolo «…oppure, ancora, rimarrai chiuso nella Botte di Contrizione sul ponte inferiore, per una settimana intera.»
Alvise cercò di riflettere velocemente. Gli avevano raccontato del “giro di carena”: se non stai attento, affoghi; i polmoni ti bruciano come se dovessero prendere fuoco e puoi svenire nel momento del doppiaggio della chiglia. E il brigantino ha murate profonde, pensò. Lo “strascico a mare”, poi, era altrettanto pericoloso, se non di più. Se ti riusciva di sopravvivere e non era detto che il brigantino navigasse adagio, si poteva bere tanta di quell’acqua salmastra da contorcersi le budella per giorni; senza contare che in quel tratto di mare era pieno gli squali.
«La botte!» urlò il mozzo per farsi sentire da tutti. «Scelgo, la botte! Signor Capitano.»
«Va bene, scendi» gli fece un marinaio che gli si era avvicinato. Il Capitano rientrò con passo lento in cabina.
E mentre Alvise si spogliava dei suoi vestiti, altri facevano rotolare la botte.
«Ci starà scomodissimo, per una settimana, là dentro» disse il Raspo all’amico.
«Già! Ma non si deve riposare…» fece l’altro sogghignando.
«In che senso? E poi come farà a respirare, una volta che metteranno il coperchio? Ah no… meno male… vedo che c’è un’apertura da un lato…» fece il Raspo accostandosi alle doghe.
«Quel buco non serve per la bocca…» disse l’amico e gli strizzò l’occhio.
E, subito dopo che il mozzo fu fatto entrare nella botte, il Raspo capì quale parte anatomica sarebbe stata esposta.
«Bene!» fece ridendo sguaiatamente Lacoruña. «Sono il danneggiato e comincio io per primo…»
E si tirò giù le brache.

Vele nere

barca - vecchia - intemperieQuando arrivai sulla spiaggia ero più morto che vivo. Due sgherri, dopo avermi selvaggiamente percosso, mi ci avevano trascinato con la testa nella polvere. Mi ero scorticato la faccia lasciando ciocche di capelli sopra un sasso appuntito. Il Signorotto, Ersilio de’ Tanzi, detto il Lupo me l’aveva, del resto, giurata quando lo scorso lunedì, al mercato di Canto delle Erbe, mi ero scagliato per l’ennesima volta contro di lui, criticando aspramente le sue angherie e i suoi soprusi. Non avevo voluto ascoltare la mia Maria, la mia dolce compagna, che mi aveva invitato a tacere, come facevano tutti. Ma io a tacere non ero mai stato buono. E adesso ero lì che cercavo di tenermi l’anima attaccata al corpo e a capire perché mai mi avessero portato sin lì.
C’erano degli uomini che stavano sfacchinando vicino a una grossa barca mezza in rovina. Stavano inchiodando il fasciame di dritta alla bell’e meglio come un maestro d’ascia non avrebbe fatto neppure da ubriaco.
Intanto, dal monte, il cielo andava rabbuiandosi sempre più. Tempo di burrasca, pensai, e anche di quelle brutte. Il vento stava infatti rafforzando ad ogni minuto che passava creando i primi mulinelli di sabbia sulla riva. Sentivo freddo e avrei voluto togliermi il sangue raggrumato dall’occhio tumefatto, ma non riuscivo a sollevare le braccia. Dovevo essermi rotto un polso, forse una caviglia e sicuramente qualche costola.
Uno dei carpentieri, dopo aver finito di chiudere la falla a dritta, andò a poppa e si mise a inchiodare il timone. In quel modo la barca, se anche non fosse affondata subito, non avrebbe mai potuto virare. Cercai di sollevarmi per mettermi in ginocchio e vedere meglio, quando altre guardie con l’insegna dal Duca arrivarono sulla costa spingendo con le loro giusarme acuminate uno stuolo nutrito di gente strana, vestita di stracci. Camminavano svagati, sbeffeggiando tutti e facendo versi scurrili. Poi li misi meglio a fuoco: c’erano Tadone, Cannabiano, Gesaldo e quell’altro di cui non ricordo il nome senza un braccio, e altri tre o quattro. Li riconobbi: erano i matti della città. E allora capii.
Uno dopo l’altro li fecero salire sulla barca spintonandoli e poi mi afferrarono come un sacco di cascami di bue e mi buttarono a bordo. Risero tutti perché atterrai in modo scomposto come un fantoccio. Poi, mentre alcuni a terra spingevano la barca in mare, un altro sgherro salì con noi per inalberare le vele. Erano nere, perché nessuno, che le notasse in mare aperto, si accostasse nonostante le grida di soccorso.
La burrasca stava prendendo sempre più corpo. Il vento immediatamente gonfiò con furia le vele dando uno strattone allo scafo così forte che tutti gli occupanti caddero sul fondo. Lo sgherro si tuffò rapido nell’acqua ribollente di schiuma e raggiunse la riva lasciandoci al nostro destino.
Chiesi agli altri di aiutarmi a mettermi ritto perché dovevo spiegar loro cosa stava accadendo. Ma mi insultarono e mi sputarono addosso. Tadone, il più prepotente e il più ottuso tra loro, mi diede anche un calcio in pancia per farmi star zitto.
Il mare si ingrossava a vista d’occhio facendo rollare con forza lo scafo; gli uomini si tenevano l’un l’altro o al pennone di maestra: ridevano e cantavano, noncuranti dell’acqua che iniziava a trafilare tra il fasciame mal riparato e di quella che entrava con le onde alte. La barca sembrava un tegame bucato senza coperchio e la costa una striscia grigia, lontanissima, che andava scomparendo nella notte incalzante.
Aveva cominciato anche a piovere a dirotto con tale violenza da far male dove picchiava. Il cielo era nero, solcato da lampi che illuminavano a giorno un mare che appariva pieno di spettri; tuoni assordanti scuotevano l’aria satura di elettricità.
Nonostante fossi ancora sdraiato continuai a dire agli uomini di quell’improbabile equipaggio, con la voce che mi era rimasta, che cosa stesse succedendo, che saremmo andati incontro a morte certa se qualcuno di loro non si fosse subito buttato in acqua per sbloccare il timone.
Tadone, per tutta risposta, mi prese per la collottola e i pantaloni e mi gettò tra le onde gelide ridendo sguaiatamente del suo gesto e in ciò imitato da tutti gli altri.
Rimasi a galla a fatica mentre vedevo sfilare davanti a me, a gran velocità, la barca e le sue vele nere; per poi scorgerle perdersi nel buio della tempesta come nell’enorme gola di un mostro affamato.
Li sentii ancora per un po’ gridare e scherzare, come a una festa, sino a quando l’urlo soverchiante del vento non se li portò via.
Un albatro indifferente rigò lento le nubi scure, piene di rancore.
E fu l’ultima cosa che vidi.

L’ultimo Conte

vecchio libroL’idea di pernottare in uno château indépendant lo aveva sempre attratto; e la guida gli segnalava che ce n’era giusto uno nelle vicinanze che aveva aperto da poco.
Quando Peter arrivò, senza prenotazione, nel domain, il padrone di casa, un uomo sulla settantina, dai tratti fini e dalle buone maniere, lo ricevette in vestaglia e, benché fosse molto sorpreso di avere già un ospite, fu molto gentile e disponibile. Gli assegnò una bella stanza al primo piano e poi, già vestito di tutto punto, fu felice di fargli visitare la tenuta. Gli raccontò che era l’ultimo Conte di Arméville, che la sua famiglia era imparentata, da parte materna, con Giovanni II di Francia, il duca di Berry, e che i suoi antenati erano sopravvissuti alla Guerra dei Cent’anni, alla Révolution e alle terribili deportazioni verticali della insurrezione vandeana.
«Chi è quel signore?» chiese Peter indicando un uomo raffigurato in un’ampia tela che pendeva dal muro lungo le scale.
«Quello? È mio zio Henry di Vallécourt, XVI° Conte di Arméville. È stato assassinato in circostanze misteriose. È stato rinvenuto nel pozzo della tenuta, pugnalato a morte. Trovarono in casa i segni evidenti del passaggio di alcuni sbandati che per un certo periodo imperversarono nella zona nei primi del ‘900. Un ragazzo promettente, colto, intelligente e bello. Mio nonno ci fece una malattia, perché era il suo preferito. Fu una tragedia immane che ancora pesa sulla mia famiglia.
Il Conte gli fece vedere anche la fattoria che forniva latte di qualità a mezza regione, i cavalli di razza e gli ottocentocinquanta ettari coltivati a mais, grano e viti pregiate.
Dopo una cena, che a dir poco Peter trovò sontuosa, verso le ventitré, decise di andare a dormire. Non prima di passare dalla biblioteca che conteneva migliaia di volumi anche rari. Ne scelse uno che raccontava diffusamente l’avventurosa storia degli Arméville. Lo sfilò dallo scaffale e se lo portò in stanza. Voleva approfondire l’argomento. Si appassionò alla lettura fino a quando, da una delle ultime pagine, cadde un foglietto piegato in due. In una grafia ariosa ed elegante c’era scritto:

Se mi accadrà qualcosa, ebbene si sappia che a uccidermi è stato il Marchese Guillaume du Quiéspe de Bartholdy-Laroche. Ho amato/riamato sua moglie.
9 agosto 1908

Peter si sedette sul letto. Lesse più volte quelle righe. Anche se il francese non era la sua lingua madre quelle parole non potevano avere un altro senso.
Nel frattempo, sentì aprire la pesante porta della camera. Nella penombra entrò lentamente una figura. Peter non distingueva bene.
«È lei, Conte?» chiese ad alta voce. «È successo qualcosa?»
La figura non rispose. Se ne stava immobile, in disparte. Poi fece un passo avanti facendo scricchiolare l’impiantito.
«No,» sentì dire da una voce rauca e debole. «Quel foglietto l’ho cercato per ogni dove. Ero certo che Henry l’avesse scritto, ma non sono riuscito a trovarlo in tutti questi anni…»
La figura fece un altro passo, entrando nel cono di luce. Il viso era inespressivo, esangue; gli occhi infossati e le guance concave e afflosciate. I vestiti erano simili a quelli del quadro che raffigurava lo zio del Conte. Sembrava provare dolore ad ogni parola che pronunciava, ma non aveva nessun desiderio di tacere.
«Quando lo scoprii giacere con mia moglie, Henri si rese disponibile a darmi soddisfazione in duello; ma io non ce l’avrei mai fatta a sopraffarlo, era troppo abile, con qualunque arma. E così, notte tempo, sono entrato nella sua camera. Come ho fatto poc’anzi. Lui dormiva, peraltro proprio in quello stesso letto ove lei si trova ora; non si accorse di me e io gli piantai il mio pugnale nel petto spaccandogli in due il cuore. Poi inscenai la devastazione ad opera della Banda d’Auxiéme che seminava il terrore in quei tempi bui; e per fortuna diedero la colpa a loro.»
Il Marchese fece un altro passo avanti verso Peter; ormai era a un paio di metri da lui; nella stanza brillò alla luce dell’abat-jour la lama di un coltello che, solo allora, Peter si accorse essere brandito dall’uomo.
«Mi spiace» disse il Marchese abbozzando un sorriso stanco. «Niente di personale, ben inteso; ma non posso consentire che quello scritto diventi di dominio pubblico; non per me, che sono morto ormai da tempo, ma per i miei nipoti e pronipoti che hanno un nome glorioso da difendere.»