Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘battaglia’

Malagigi

Si svegliò per il freddo. L’aria intorno a sé era piena dei suoni della notte e satura di odori. Le stelle non erano sufficienti a illuminare il luogo in cui si trovava e dovette aspettare l’alba per cercare di ricordarsi perché fosse lì. E chi fosse.
E l’alba puntualmente arrivò, con una manciata di rossi e di violetti gettati alla rinfusa nel cielo da est a disegnare, a poco a poco, una volta di un azzurro limpido come il mare. La luce alzò il velo su quella campagna desolata che non riusciva proprio a riconoscere. Si levò in piedi barcollando e si accorse di essere appesantito da un’armatura da viaggio con tanto di spada. Una spada tornita da un fine artigiano che aveva sapientemente arabescate la lama e l’impugnatura. Forse era una persona di rango?
Guardò a terra alla ricerca di altre cose che potevano appartenergli: vide l’elmo e un masso macchiato di sangue; e subito avvertì un forte indolenzimento alla nuca. Si tastò con la mano: anche il guanto era sporco di sangue. Il suo. Dunque era caduto. Dunque ci doveva essere anche il suo cavallo da qualche parte. Non era pensabile che si fosse spinto tanto lontano, così bardato, a piedi.
Prese a camminare in circolo cercando le tracce degli zoccoli; non poteva essere lontano. I cavalli anche se spaventati rimangono sempre nei pressi a meno che non siano abbastanza vicini al luogo di partenza da tornarsene da soli alla scuderia, pensò. Il sole nel frattempo si era alzato sull’orizzonte, tracciando ombre sempre più corte e nette. L’armatura che aveva indosso e la lunga spada che si impigliava in ogni cespuglio non erano adatte per una passeggiata in campagna. Era in procinto di alleggerirsi quando in fondo alla collina distinse la figura di un cavallo: doveva essere il suo. Accelerò il passo cercando di arrivare da sopravvento per non spaventare l’animale. Ma non ce ne fu bisogno perché il sauro rimase immobile anche quando lui raccolse le briglie. Lo accarezzò, cercando di cogliere qualche segno nella montatura che gli facesse tornare in mente chi fosse. Sulla coperta del sottopancia c’era ricamato un nome: Malagigi. Era lui, allora, costui?
Montò sul cavallo. Le staffe erano lunghe per un uomo della sua altezza. Poteva essere davvero il suo cavallo. Del resto che ci poteva fare un animale, da solo, completamente sellato, in una campagna deserta? Bene, pensò. Ora doveva unicamente ricordarsi perché era lì. Certo, se il cavallo era andato in quella direzione, puntando verso nord, non poteva che voler dire che se ne stava tornando per istinto a casa; la sua possibile destinazione era allora dalla parte opposta. Girò il cavallo e prese il sentiero che lo avrebbe condotto al luogo in cui si era svegliato. Di lì avrebbe proseguito.
Dopo un centinaio di metri si accorse che la sella aveva un leggero ispessimento sulla parte davanti. Si fermò a controllare: c’era un’apertura nell’arcione, una specie di doppio fondo. Infilò la mano e tirò fuori una busta chiusa con la cera lacca. Era un messaggio! Allora era un corriere! Ecco cos’era! Ma sì, certo. Si spiegava il cavallo veloce e l’assenza di segni distintivi. Era felice di aver fatto un altro passo importante in avanti. Anche se ancora non sapeva chi fosse esattamente e a chi dovesse consegnare la missiva.
Risalì la collina arrivando al luogo dove era stato disarcionato. Raccolse l’elmo. Sì, occorre proseguire verso sud, si disse, e partì al galoppo fiducioso.
Al terzo giorno di cavalcata arrivò finalmente a un Castello. Era lì che era diretto? Doveva prendere informazioni prima di avvicinarsi, era più prudente. Girando intorno alle mura gli si aprì all’improvviso una piana vastissima disseminata di cadaveri; ovunque rovine fumanti, corvi a nugoli, gente che si lamentava e si disperava nel sangue e nel fango e i soliti sciacalli che rubavano quel che di miserrimo avevano addosso i corpi straziati.
«Cosa è successo qui, soldato?» domandò a un uomo che aiutava un commilitone a portar via un ferito.
«Come? Non lo sapete? Il Signore Braccioforte degli Odorici ha attaccato durante la notte, come si temeva. È stato un massacro. La superiorità numerica dell’Alleanza, dopo tanti giorni di assedio, ha avuto alla fine la meglio. La staffetta che avevamo inviato non è più tornata e i rinforzi non sono mai arrivati. Ora sono loro che comandano.»
Il cavaliere si accorse che lo stemma che si notava sul gagliardetto della barella era il medesimo impresso nella cera lacca del messaggio. Non c’erano più dubbi: aveva sbagliato strada: era tornato da dove era partito. Avrebbe dovuto portare il messaggio a chissà chi e aveva fallito nell’impresa: ora avevano perso la guerra, la terra e la libertà, per colpa sua.
Voltò il cavallo e si allontanò lentamente. Non sarebbe mai più tornato: non sarebbe diventato il servo di nessuno.

«Principe!» sentì dire dopo un po’ dietro di lui. Un gruppo formato da cinque cavalieri lo aveva raggiunto al galoppo. Chi parlava teneva per la cavezza un baio imponente dai finimenti dorati che lo seguiva con docilità. «Eravamo in pensiero, Vostra Altezza. Ci avevano avvertito in ritardo che era partito nottetempo dall’accampamento per fermare il corriere visto uscire dal Castello dei Federici. Lo abbiamo trovato, a tre giorni da qui, passato a fil di spada, ma abbiamo perso ogni traccia di Voi ed eravamo seriamente preoccupati. Ma vedo che state bene, grazie a Dio. Torniamo alla nuova Reggia, Principe. Riprenda il Suo cavallo. È stata una battaglia epica e abbiamo vinto solo grazie al Vostro coraggio; Vostro padre Braccioforte, Vi attende con trepidazione e per tributarVi gli onori che meritate. Dobbiamo festeggiare.»

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: