Pregi e difetti di un blogger

Ho da tempo superato la fase in cui non avevo ben chiari quali fossero i miei difetti o, meglio ancora, i miei limiti. Ne ho invece ora piena consapevolezza tanto da potervi convivere felicemente smettendo di illudermi di poterli modificare in modo risolutivo: in altre parole mi sopporto, con punte (sempre più marcate) di autoindulgenza (che, ho letto da qualche parte, non fa poi così male, –> Lasciati in pace).

Riguardo a ciò che sono adesso, in concreto, non posso quindi che peggiorare, visto che gli anni fanno venir meno, notoriamente, pazienza e tolleranza.

Dunque, allora, pregi e difetti.

Cominciamo dai difetti, considerato che là ove non ve ne siano, a contrariis, potrebbe dirsi che, forse, si potrebbero intravvedere i pregi che non è carino tutto sommato che sia proprio io a doverli indicare, visto che già una volta mi hanno scritto, in un commento, che ho un ‘ego spaventoso‘ (sì è così, e allora?).

Il difetto più vistoso che mi riconosco è la distrazione.

Per fortuna non faccio paracadutismo perché, in caso contrario, un giorno dimenticherei il paracadute, un altro la maniglia per estrarlo, un altro ancora lo zainetto che lo contiene… con esiti sempre letali. Ho bisogno insomma che qualcuno mi monitori con pazienza e ricontrolli ciò che faccio. Ma sono distratto perché mi estraneo, penso ai fatti miei, perché vivo a volta in una dimensione tutta mia dove mi posso perdere con tutta facilità. Ed è per questo che mi circondo di comode abitudini, di binari ove incanalo felicemente la vita in modo da potermi distrarre a mio piacimento e andare ‘in automatico’.

Questo incide anche sulla mia capacità attentiva che è quella di un gatto, capace cioè di fissare per svariato tempo e con la massima attenzione un uccellino ignaro nell’erba, pronto a balzare sulla preda, per poi distrarmi un attimo prima per il passaggio di una farfalla.

Per fortuna, invecchiando, il difetto si sta attenuando (o forse più semplicemente sta diventando meno importante nell’insieme) apparendo, agli occhi di chi mi conosce, come una forma di caratteristica eccentricità; il che mi ammanta di fascinoso mistero. Quando ero ragazzino invece potevo anche andare a scuola con due scarpe diverse tra loro o, in casa, riporre i calzetti (puliti) nel frigo (per citare solo alcuni episodi tra quelli più eclatanti).

Quando non sono distratto sono pignolo, sicché, confesso, starmi vicino non è facile, soprattutto sul lavoro dove sono tendenzialmente maniacale (essere pignoli e distratti non è un paradosso, lo garantisco). Finché il risultato non è quello pensato o voluto potrei riprovare anche mille volte senza neppure chiedermi se sia poi davvero necessario perseguirlo. Insomma, come dice Giuseppe Pontiggia, è un po’ come, ogni volta, cercare di far uscire un lago da un contagocce. Una fatica certosina. Se poi il tempo (di consegna) non mi consente di rivedere le imperfezioni che vedo mi prende una frustrazione terribile.

Sono tendenzialmente un solitario. Tra il fare qualcosa da solo o in compagnia (come una passeggiata o andare a cena in un bel ristorante), se la situazione me lo consente, ci vado da solo. La solitudine è per me (quasi) una necessità, un luogo di confronto con me stesso, un modo per raggiungere e conservare il mio equilibrio e ritrovare la giusta dimensione. Spesso dico “preferisco stare da solo… almeno so con chi ho a che fare” (cedi anche –> Del perché amo star solo).

Questo ovviamente non mi impedisce di ricercare e di godere della compagnia delle persone che amo e di cui mi circondo volentieri e appena posso (la solitudine deve essere sempre il risultato di una scelta, in caso contrario può anche diventare una condanna), ma non è mai una opzione obbligata e spesso neppure, come ho scritto, una prima scelta.

imgresChi condivide abitualmente i miei spazi quotidiani lo sa e se ne è fatta una ragione: perché la ‘mia’ vocazione alla solitudine non è il risultato di un giudizio negativo verso il prossimo è uno status mentale.

Del resto, tempo addietro, ho fatto in solitaria, di proposito, viaggi bellissimi (a Los Angeles, a Parigi, persino in tenda) e, al contrario, viaggi pessimi in compagnia.

Questo significa che non mi piacciono i luoghi strabordanti di variegata umanità (infatti vivo ironicamente in una città che potrebbe esportare i turisti, per quanti ce ne sono) ma quei posti (come l’alta montagna) ove, quando ci si incontra, si sente persino la necessità di salutarsi anche se non ci si conosce.

Per non farmi mancare nulla sono poi tendenzialmente insofferente. Perché non sopporto (tra l’altro):

  • la mancanza di gentilezza, soprattuto da parte di chi, per lavoro, è a contatto con il pubblico. La gentilezza ingenera (spesso) gentilezza, disattiva l’aggressività, abbassa i toni e fa apparire i problemi finanche risolvibili. Non costa nulla, è molto semplice da adottare ed è molto semplice da recepire, sia che a essere stanco è chi la elargisce, sia che a essere stanco è chi la riceve; è un olio medicamentoso che fa girare più facilmente gli ingranaggi della vita rendendola banalmente più semplice;
  • le frasi fatte, (per fortuna è un difetto ultraveniale) perché sono un modo superficiale di semplificare il pensiero; rivelano conformismo, piattezza di idee, pigrizia mentale e una autorevolezza referenziale che in realtà non esiste;
  • le irregolarità comportamentali spicciole che nel quotidiano sono tantissime (salire o scendere dal bus dalle parti sbagliate, saltare la fila, dare del tu in modo indiscriminato, guidare scorrettamente nel traffico, fare i “furbini” in tante circostanze della vita dove la via corretta sembra essere quella più lunga, e tutto ciò che è conseguenza della maleducazione in generale) perché evidenziano una insofferenza alle regole semplici del vivere civile, presupponendo nel contempo una larvata propensione alla mancanza di rispetto per le regole più importanti.

silenceAmo infine il silenzio, nel senso che non mi piacciono i rumori forti (sono decisamente misofono –> misofonia) prediligendo i luoghi ove vi sia assenza di suoni o quantomeno di rumori non gradevoli (come quello del traffico, il berciare delle persone, i frastuoni di vario tipo).

Ne consegue che amo la montagna e la campagna con i suoni che li contraddistingue, la musica e le persone che parlano a voce bassa, mentre la vita di città, confusionaria e rumorosa, come quella in cui vivo (dove si può essere svegliati all’alba dal camion della nettezza urbana e della pulizia della strada o dal walkie talkie a tutto volume del netturbino), mi logora dal di dentro come un nugolo di termiti messe a dieta che abbiano fatto nido in un trumò.

Lo so, ‘sto inguaiato forte. Forse è per questo che scrivo…
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Se poi già mi segui da qualche tempo e vuoi provare a vedere se l’idea che ti sei fatto di me ha una qualche rispondenza con la realtà fa’ questo test:

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Ultimo aggiornamento: 7 luglio 2018
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12 pensieri su “Pregi e difetti di un blogger

  1. E se tu non fossi come ti descrivi? Non amo le presentazioni virtuali ma questa ha un qualche sentore di verità. Se sei così il blog dovrebbe starti male addosso e invece hai un gran numero di lettori; quindi sei adeguato al sociale, all’interloquio, alle battute ( ne ho lette qui da te). L’unica cosa che riconosco senza dubbio è la capacità di scrivere. Ti definisce ma non basta.

  2. Ciao, è la seconda volta che leggo i tuoi pregi (ma quali sono?) e i tuoi difetti! Sei un solitario ma sicuramente chi ti è amico troverà piacevole discorrere con te. Come saprai, sei molto bravo con la penna ed è una dote che t’invidio (forse ho trovato il pregio). Ti leggero’ volentieri!

  3. ohdio! allora esiste! essere distratti e pignoli allo stesso tempo non è un’anomalia rarissima, non sono solo io! fiuhhhhh….
    (scopro ora il blog cui sono arrivata per caso per una ricerca terminologica e sono rimasta agganciata. complimenti, scrivi benissimo. e ora devo correre per recuperare sui tempi di consegna. sic)

  4. ..un altro meraviglioso momento di “silenzio” da godersi rigorosamente soli, è una bellissima passeggiata in riva al mare la mattina presto, quando la luce comincia a spegnere le stelle..

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