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Posts Tagged ‘surreale’

Ci tenevo molto a intervistarla soprattutto dopo il presunto scandalo del colpo di Stato in Ukbezia dove, si dice, abbia fatto arrivare negli ultimi anni consistenti rifornimenti militari nonostante l’embargo. Essendo notorio il suo astio nei confronti dei giornalisti in genere, d’accordo con Max A’bner, mio amico fraterno e amico personale di Lei, mi son fatto invitare a casa sua spacciandomi per un mediatore immobiliare internazionale, visto che si era risaputo volesse acquistare un megaranch a Los Rojos. L’invito era per una cena in Villa per sole quattro persone: io, Max, una certa Angheleta, un’imprenditrice di import/export di rum di Caracas, cui Lei si è rivolta per tutta la serata con il nome di ‘Bibi bella’ (mi è sfuggito però il cognome che forse era Varéla o Vidéla o qualcosa di simile), e, appunto, Lei, che, per ragioni di sicurezza mia personale, chiamerò qui con un nome di fantasia: PID.
Devo dire che di persona è una signora piacente, piena di fascino, dallo sguardo tagliente e inquieto. Si è dimostrata una donna amabile, brillante, spesso divertente: una perfetta donna di casa. Abbiamo cenato con cibi sopraffini, alcuni dei quali mai visti e di cui non ho afferrato neppure il nome e con vini di altissima qualità senza contare lo champagne millesimato a casse. La conversazione è stata fluida, informale, spensierata come se fossimo stati tutti vecchi amici. Più di una volta mi è venuto il senso di colpa di essermi introdotto in quella casa con un sotterfugio, ma poi, ripensando a quello di cui è accusata, mi convincevo di avere fatto la cosa giusta. E poi avrei potuto fare uno scoop sensazionale: quando mi sarebbe ricapitato?
Verso mezzanotte, quando ormai avevamo tutti bevuto fin troppo, lei stessa ha servito un Armagnac stravecchio proveniente da non so quale riserva speciale e invecchiato, secondo quanto ci ha rivelato, in una piccole botte ricavata dal legno della croce di Cristo. Lo ha detto scherzando, ovviamente, ma ora, a distanza di giorni, non sono poi tanto così sicuro che fosse una battuta. Il liquore era comunque effettivamente un puro nettare e il bouquet indescrivibile. Poi sono andato in bagno e quando sono tornato non c’era più né Max né Angheleta. Alla mia sorpresa lei ha semplicemente detto: ‘Sono andati via…’ e dopo qualche attimo di imbarazzo:
«Non si mostri però così deluso di restare solo con me; forse, dopotutto, avevano qualcosa di meglio da fare loro due insieme, non trova?» mi ha sorriso allusiva: «Dell’altro Armagnac?»
Poi lei fece finta di mettere in ordine sul tavolino davanti a sé come se prendesse tempo e quindi, con aria seducente, mi si è avvicinata e mi ha preso per mano. «Vieni», mi ha detto sottovoce passando improvvisamente al tu. Mi ha condotto all’ascensore privato, una stanza in mogano intarsiato con computer, telefono e divano, e ha premuto con delicatezza un pulsante. Ma l’ascensore, silenziosissimo, anziché salire, è sceso, di due piani. E quando si è riaperto, nel buio fitto, era distinguibile solo una luce azzurrina in fondo al piano: faceva freddo.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto d’un tratto diventato nervoso per la stranezza della situazione.
«Non faccio mai scendere nessuno in questo luogo…» mi disse guardandomi ancora in quel modo ambiguo «ma è una serata speciale… questa.» E subito ha girato un interruttore alla sua sinistra accendendo centinaia di luci indirette in tutta la sala; anzi erano tante salette una collegata all’altra come in un museo; perché proprio di un museo si trattava, con tanto di teche e vetrinette. Solo che non capivo di cosa.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto ancora, meccanicamente.
«Vedi Bob, noi siamo abituati a ricordarci dei grandi del passato per come sono rimasti ritratti in fotografie o filmati e, quando siamo fortunati, per il ricordo che abbiamo di loro avendoli conosciuti di persona…» La guardavo ma non capivo dove volesse arrivare. «Ma come sono da morti?» disse inoltrandosi nel suo museo. La seguii, incerto. E così potei constatare che nelle teche e nelle vetrinette c’erano solo teschi, teschi umani; alcuni avevano un faretto che li illuminava ulteriormente, altri più di uno. Sotto la prima cupola di vetro c’era scritto Mao Tsetung, in quella accanto Karl Marx e poi Martin Luther King, Winston Churchill, Sigmund Freud, Albert Einstein…
«Ma è incredibile…» feci io a bocca spalancata.
«Sì, è incredibile che siano così tanto diversi l’uno dall’altro a testimonianza della diversità delle loro vite, ma, allo stesso tempo, anche tutti uguali nella forma disadorna della morte.»
«Come hai fatto ad avere questi calchi che sembrano così perfetti?»
«Calchi? Stai scherzando? Io, secondo te, mi sarei accontentata di semplici copie? Ho le mie conoscenze, sai, e, grazie a un dispositivo progettato nei miei laboratori, ho creato delle copie straordinarie che ora si trovano con il resto nelle rispettive tombe. Gli originali sono invece qui.»
«Vorresti forse dire che questi… che questi… sono…»
«Esatto. Mi sono costati tantissimo, ma la soddisfazione di averli tutti qui è indicibile.»
Non ci potevo credere. Si trattava di qualcosa di eccezionale. Nessuno mi avrebbe mai creduto se l’avessi raccontato. Mi girai: in una teca speciale, sotto riflettori a luce iodata, c’era il teschio di John Fitzgerald Kennedy. La calotta cranica era sul pavimento della teca, come alcuni frammenti di osso. ‘Gli effetti del terzo proiettile’, pensai e mi venne un groppo in gola.
«Ma vieni, ti faccio vedere la sezione che prediligo, quello degli artisti» disse lei che mi vedeva impietrito. Svoltammo a destra e poi a sinistra e quindi, dopo un breve corridoio, siamo entrati una sala color verde acquamarina sempre con teche e vetrinette. C’erano Oscar Wilde, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Harry Houdini, Mark Twain e tantissimi altri. Mi fermai davanti a quella di Ludwig Van Beethoven. Ero sbalordito.
«Mi avevano promesso anche quello di Mozart, ma sembra che sia proprio vero che sia stato sepolto in una fossa comune senza nome… Peccato. Allora che ne pensi?»
Non riuscivo a dire nulla. Ero alla presenza di alcune tra le più grandi personalità mai esistite.
«E questo qui dietro…» seguitò lei indicando con il pollice una teca alle sue spalle «non è stato affatto facile averlo e non si sa perché: mi è arrivato solo sei mesi fa… è Paul McCartney.»
«Paul McCartney? Ma Paul McCartney non è morto! È vivo e vegeto.»
«Davvero?» mi fece lei, com un’eco con l’aria di volermi canzonare. «Se lo dici tu…»

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Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato moscio moscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi al reparto del Baldi che è una bella carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, Bardi!»
«Appunto Bardi!»
«Ma come non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno? Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E semestrale, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Oh, guarda laggiù…guarda… uè non è Coso, il Grande lì… il… il Tanassi? Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è grande!» e fece un largo gesto circolare con il braccio.
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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manichinoMartha la città se l’era immaginata così. E ora la stava sognando.
Passeggiava per le vie del centro, con il suo passo morbido, una leggera brezza tra i riccioli rossi. Non c’erano però persone, solo manichini. Manichini ben fatti, privi di volto, ma vestiti di ogni accessorio. Sbucavano dalle maglie, dalle t-shirt, dai pullover, colli eburnei e mani snelle non sagomate, orologi ai polsi, borse a tracollo, occhiali da sole sui nasi ben fatti. I manichini erano ritratti nelle pose naturali del vivere quotidiano, come se un incantesimo avesse fermato il mondo e trasformato le persone in statue eleganti e opalescenti. Il sortilegio sembrava appena accaduto perché il gelato offerto dal gelataio non si stava ancora neppure sciogliendo, il caffellatte nella tazza al bar era fumante, il cane aveva appena fatto la pipì e ora stava guardando il padrone chiedendosi perché mai non si muovesse. Tutta la città si adagiava pigra sotto lo sguardo di lei inondato di luce, vetrine a perdita d’occhio, ristorantini romantici, monumenti imponenti. Un mondo silenzioso penetrato da un sole caldo vestito di primavera. Anche se era inverno in quel luogo straniero che aveva perduto il senso del tempo.
Dopo tanto camminare la donna, stanca, si fermò al bar che aveva visto ore prima. Si sedette allo sgabello del bancone. Il caffellatte del vicino ormai era gelido. Guardò il barman di spalle: era così verosimile che gli ordinò un caffè come se si aspettasse si dovesse girare da un momento all’altro. Si mise a ridere per quell’illusione così reale. Poi si voltò verso il signore accanto a lei con un borsalino a larga tesa sul capo; gli prese il cucchiaino tra le dita e lo posò sulla tazzina; non sapeva il perché di questo suo gesto spontaneo, ma le sembrava più ordinato così; poi pensò a quanto fosse stata strana la sensazione che aveva provato sfiorando quella mano; e la toccò: era calda.

Graham la città se l’era immaginata proprio così. E ora la stava sognando.
Scese in fretta dal taxi perché si era fermato all’improvviso, senza motivo e non accennava a ripartire. Si avvicinò arrabbiato alla portiera del guidatore battendogli furioso sul vetro; l’aveva infatti chiamato vanamente più volte dal sedile posteriore ma l’autista non si era degnato di rispondergli. Ma l’uomo alla guida non c’era più; al suo posto ora c’era un manichino. Come avevano fatto a sostituirlo così velocemente? Si voltò attorno. Anche i passanti erano manichini: la famigliola a passeggio, il giocoliere di strada, il carabiniere. La città intorno a lui pareva essersi bloccata. Pensò a un flash-mob spettacolare ad uso e consumo dei turisti. Ben riuscito, sì, certo, nulla da dire. Ma ora come avrebbe fatto a raggiungere il luogo della conferenza? Era anche in ritardo. Poi ad un tratto, con la coda dell’occhio, vide una bellissima donna dai capelli lunghi e rossi che ancheggiava sicura come incedesse su un tappeto rosso tra ali di fotografi e pubblico adorante. Aveva un viso intenso, provocatorio, irraggiungibile. La chiamò pur sembrandole un’apparizione, ma la voce gli si arrotolò in gola e lei proseguì. L’uomo ritornò rapidamente dentro il taxi per riprendersi la borsa del computer e quando ne uscì notò che la donna stava entrando in un bar. Si mise a correre per raggiungerla. Una volta nel locale trovò però solo manichini. Il barman dava le spalle alla porta nell’atto di armeggiare con la macchina del caffè e, al bancone, seduta sugli sgabelli, una coppia che si teneva per mano.

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piattaforme aeree cingolate a ragno«È lei il responsabile della sicurezza?»
L’uomo che mi stava facendo questa domanda, e che seppi poi essere il capo cantiere, era ben piantato, sulla cinquantina, un armadio in tuta arancione e un casco giallo in testa che, per la conformazione del cranio a uovo di pasqua, gli stava in bilico sbattendogli sulla fronte.
«Sì, certo!» gli risposi cercando di non farmi intimorire.
«Allora mi deve dire chi ha spostato la mia PACAR stanotte» incalzò come se si stesse chiedendo come avrebbe potuto sistemarmi braccia e gambe.
«La sua cosa?»
«La PACAR, la Piattaforma Aerea Cingolata a Ragno, quella che vede là, insomma…»
Per capire meglio mi spostai di lato visto che, per la stazza dell’uomo, non ero in grado di vedere oltre la sua spalla. Effettivamente sul prato c’era una macchina grigia, parcheggiata ai piedi della facciata, con le quattro braccia idrauliche rosso fuoco ben piantate nell’erba. Sapevo che erano in corso degli accertamenti sui panelli di protezione del complesso edificio e quella doveva essere una delle apparecchiature utilizzate.
«Guardi» gli feci reggendo l’occhiata aggressiva dell’uomo anche se dal basso vero l’alto. «Io non ne so proprio niente… Dopo una certa ora mi limito ad accertare che non ci sia più nessuno all’interno dell’area protetta e poi chiudo i cancelli. Quando ho fatto la chiusura ieri sera, sono sicuro che non c’era per più nessuno.»
«E quindi?» incalzò il capo cantiere come se non avesse capito.
«E quindi… mi domando piuttosto chi altri abbia le chiavi di accensione di quella macchina.»
«Solo io…» fece lui pronto. Poi si portò una mano al mento alzando gli occhi di lato. L’impressione che la mano tenesse in bilico quella testa enorme fu molto forte. «…e il direttore dei lavori!» concluse dandosi una manata a una coscia e scuotendo la testa. L’uomo, dopo una smorfia, se ne andò senza neppure salutare.
L’indomani è successa la stessa scena. Sembrava così identica a quella del giorno prima che temetti di avere quello che si chiama un ‘digiavù’ o come caspita si dice. Tanto che gli ho obiettato di nuovo il fatto delle chiavi e lui, questa volta, mi ha chiarito che le chiavi per il movimento dell’elevatore ce li aveva ora solo lui. Si era fatto consegnare quella in possesso del direttore dei lavori per ragioni di sicurezza. Nonostante questo, la macchina era stata spostata nuovamente.
Visionai personalmente i filmati delle videocamere a circuito chiuso del piazzale, ma non non era emerso nulla di sospetto. Si era solo verificato un malfunzionamento tra le ore 4.02 e le 4.33. La macchina sembrava infatti sparita dal piazzale per poi ricomparire all’improvviso, il che non era possibile. Ho aperto un ticket per la verifica di funzionalità dell’impianto di sorveglianza.
«Abbiamo chiarito cosa è successo…» mi ha detto poi la mattina seguente il capo cantiere con tono di scuse. Non mi sembrava sollevato. Si stava anzi grattando nervosamente la testa a uovo di pasqua con in mano il casco ciondoloni. «Sono macchine di ultima generazione, piene di controller e di microchip.»
«Vedo però che l’avete portata via… avete finito allora…» feci io indicando il posto vuoto nel prato.
«No, non esattamente… In quest’istante la PACAR è aggrappata al nono piano del palazzo e si sta sgranocchiando una finestra. Tirarla giù di lì sarà un bel problema.»

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pepite di cioccolato«Voglio la Crema Pepitaciok, mamma!» fece il bambino reclinandosi con il busto all’indietro e indicando la vetrinetta-frigo del supermercato che stava scorrendo sotto i suoi occhi. Il carrello su cui lui era seduto nell’apposito sedile vacillò.
«Non ci pensare nemmeno» disse risoluta la mamma tirando dritto. «Che poi ti vien male al pancino e ti metti a piangere.»
«Ma no che non piango e poi io voglio Pepitaciok…» fece lui con una cantilena strascicata, oscillando il corpo come un pendolo.
«Stai fermo una buona volta che cadi dal carrello!»
Il bambino incrociò le braccia in modo teatrale mettendo il broncio.
«Ti va bene lo yogurt alla fragola?» gli domandò lei, dopo un po’. Lui rispose scuotendo la testa sciogliendo le braccia dalla precedente postura e rimettendole subito conserte con ancora più vigore. La mamma cercando di trattenere un sorriso ripose lo yogurt nel carrello.
«E cosa mangeresti volentieri questa sera? Un hamburger di chianina o una sogliolina al limone?» chiese lei cercando di essere seria.
«Voglio la Pepitaciok, ho detto!» ribadì lui con un ampio gesto della mano a indicare la crema ormai alle sue spalle.
Lei, dopo qualche metro:
«Guarda, ci sono i giocattoli… vai a scegliere il regalino per il compleanno di Luca… che sei bravo…»
Il bambino gettò un’occhiata veloce davanti a sé: scaffali ricolmi offrivano ogni tipo di giocattolo. Rimase a bocca aperta. La madre prontamente lo sganciò dal sedile del carrello e non appena gli fece toccare a terra lui si mise a correre. «Sono qui che finisco la spesa, Matteo, torna subito, però…» gli disse quando lui era ormai sparito. Dopo cinque minuti se lo vide ritornare.
«Hai fatto presto, Tesoro, come mai quella faccina?» gli chiese accarezzandolo.
Il bambino guardava a terra, impacciato, era leggermente pallido. Lei lo tirò su e lo piazzò nuovamente seduto sul seggiolino del carrello.
«Cos’hai Matteo… non stai bene?» e gli mise le labbra sulla fronte per sentire se aveva la febbre. Il bambino fece spallucce: aveva un’aria assente, distante. ‘Forse è annoiato‘, pensò lei, ‘o ha solo sonno o è ancora arrabbiato con me e sta usando un’altra strategia‘. «Hai visto qualche giocattolo che può piacere a Luca?»
«Forse» rispose lui, anche se non subito.
La madre continuò a fare la spesa, ma ogni tanto squadrava il bambino stranamente silenzioso: stava giocando con un laccetto del suo giubbino in un atteggiamento che non gli era solito.
«Non la vuoi più allora la tua Pepitaciok?»
Il bambino la guardò con l’espressione di chi non sapesse di cosa si stesse parlando: quindi tornò a giocare in modo apatico con lo stesso cordino. D’impulso la donna tornò indietro nel vicino reparto giocattoli. Doveva capire. Rapida fece il giro degli scaffali. Non c’era nulla di diverso o di strano tra quei giocattoli, come di consueto, del resto. Alzò gli occhi in modo interrogativo verso il suo bambino che aveva lasciato nel carrello a qualche metro da lei: aveva ancora un atteggiamento indifferente, chiuso in un mondo tutto suo. ‘Cosa ti succede, piccolo mio?’ sembrò chiedergli a distanza. Poi svoltò il bancale per per percorrere l’ultima corsia: si accorse che per terra c’era la scatola di un giocattolo: “La Porta tra i Multiversi”. La raccolse.
«Mamma, mamma, allora me la compri la Crema Pepitaciok?» si sentì dire. Matteo era vicino a lei, sorridente: le tirava la gonna con la sua consueta irruenza e la solita luce vivida negli occhi. Lei guardò verso il carrello. Il suo bambino era ancora lì, seduto e tranquillo.
«Matteo, bambino mio…» fece lei inginocchiandosi per terra e abbracciandolo forte.
«Ehi, mamma, ma così mi fai male…» le disse «che ti prende?»
«Ma allora… ma allora… quel bambino là, chi è?» chiese la madre a Matteo come se lui avesse potuto avere una risposta.
«Quale bambino?» chiese il figlio con un occhio chiuso e un aperto e le mani sui fianchi.
«Quello lì!» fece la madre indicando il carrello dietro di lei. Sul carrello non c’era più nessuno.

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andrea-agostini-nel-blu (1)Sto aspettando da un quarto d’ora che passi la balena delle 17. È in ritardo, come al solito. Proprio oggi che devo raggiungere il nuovo Park Romero, su a Duumlandia, e contare le foglie nate sul Nuovo Eucalipto Superibrido; questa follia del censimento imposto dall’Ecomania di Stato sta facendo impazzire un po’ tutti e i Contatori di Foglie come me hanno un calendario fittissimo; per fortuna è un lavoro strapagato, anche se bisogna stare attenti perché le foglie del Nuovo Eucalipto Superibrido, com’è noto, mordono.
Jeena, la balena che già doveva essere qui, ha sostituito da poco Zelda andata in pensione per raggiunta anzianità di servizio; e sebbene non sia puntuale come l’altra è molto più performante; al Capo dei Tre Fari, dà un colpo di coda e prende il vento che vien giù dalla Valle e in un attimo raggiunge la quota di crociera superando tutto il traffico delle 18. Non si fa in tempo a mangiar lucciole candite che si vedono già le luci del balenaporto di Duumlandia. Sì, non c’è proprio confronto con quella di prima, che era simpatica e giocherellona per carità, ma antiquata; anche se la puntualità non è cosa per Jeena. Dicono tutti che si fermi nelle Insenature a causa di un capodoglio per cui ha perso la testa; se fosse vero ci sarebbe davvero da scrivere una letteraccia alla Società. Con quello che fanno pagare per il biglietto!
Certo, potrei anche buttarmi in acqua e usare queste pinne che mi sono cresciute al posto delle mani; forse farei prima ad arrivare ma non ho voglia di bagnarmi e l’acqua di questa stagione è gelida; perché mi sono fatto crescere le pinne? Per fare uno scherzo agli amici. Avevo trovato le pillole su quel sito lì, che ora è tanto di moda, come si chiama?… ah sì: Additivi & Diversivi, e non ho saputo resistere. Non c’è niente da dire: per essere delle belle pinne sono proprio belle; avrei voluto anche le pasticche che fanno crescere le branchie ma erano finite. Certo, non ho capito come si faccia a rendere il processo reversibile e tornare ad avere le mie mani di prima, ma la pubblicità diceva che era una procedura facile facile e bastava solo fare un non so che non ho ben capito. Quando mi è arrivato con la scatola il foglietto delle istruzioni era tutto scritto in Jakkar corsivo; perché solo i Jakkars sanno fare queste cose; da quando li hanno fatti venire da Plato 3 hanno inondato il mondo di pillole, pasticche e compresse dagli effetti più buffi e divertenti. Ma se si mettono a parlare o scrivere non li capisce mai nessuno anche se a loro non importa niente perché tanto vendono lo stesso (e pure tanto), guadagnando un sacco di chiodi di garofano di cui sono ghiotti.
Va be’, nell’ipotesi che le pinne fossero irreversibili vuol dire che mi taglierò entrambe le mani e starò una settimana a casa il tempo sufficiente che mi ricrescano. Certo, se avessi saputo per tempo che mi avrebbero proposto il lavoro di Contatore di foglie, laggiù a Park Romero, non avrei preso quelle pillole; contare le foglie con le pinne infatti è oltremodo complicato e mi prendono tutti in giro perché non faccio altro che perdere il conto e iniziare da capo.
Ah, ecco che sta arrivando la mia balena… corro a prenderla.
Ci vediamo allora domani o fra un anno… Mi han detto infatti che l’Eucalipto Superibrido è alto 86 metri e di foglie deve averne un fantastiliardo. Che se ne faranno di un Eucalipto così alto non si sa. Anche se il gusto di patatine fritte delle foglie è particolarmente notevole.
OK, ora vado: ci si prende, allora.

(Nessuna balena è stata maltrattata durante la redazione di questo racconto)

* * * *

Si parla di Spiro Tanz anche qui:

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Gli era costata molta fatica ma era arrivato fino in fondo. Dopo un lungo periodo di crisi, un paio di libri mediocri e la paura di non essere più in grado di ripetere il grande successo del primo lavoro, era riuscito a confezionare un ottimo prodotto. Ora George W. Peterson poteva rilassarsi.
Quella sera stessa, anche se era tardi, spedì via mail a N., il suo Editore, i ventisei capitoli del suo giallo; glielo aveva infatti sollecitato sovente negli ultimi tempi essendo scaduto da mesi il termine contrattuale di consegna.
L’indomani mattina arrivò la risposta:
Un grande lavoro, George‘, c’era scritto, ‘ne è valsa la pena attendere: sarà un sicuro e meritato successo!‘.
George centellinò la mail, gustandosi complimenti e felicitazioni, fino all’ultima frase che lo fece sobbalzare:
Però, fammi avere il più presto possibile anche l’ultimo capitolo!’.
«Come l’ultimo capitolo?» domandò ad alta voce George come se l’Editore fosse in quella stessa stanza. «Ma se l’ho spedito insieme a tutto il resto!»
Controllò la mail che aveva inviato. Sì, c’era anche il ventiseiesimo capitolo.
Rispedì ugualmente il file mancante, per maggior sicurezza, facendo ben attenzione a non sbagliare, visto che il computer non era mai stato il suo forte; ne fece anche più di una copia, in formati diversi. Si scusò. Ma l’ultimo capitolo c’era.
La risposta di N., un po’ piccata, non tardò ad arrivare:
Perché mi mandi dei file illeggibili?
George cominciò a innervosirsi. N. lo stava probabilmente prendendo in giro per fargli scontare il ritardo. Non potevano esserci altre spiegazioni. Telefonò.
No, gli disse N., i file erano davvero illeggibili, forse era un problema di computer o della rete.
Siamo sicuri che l’ultimo capitolo l’hai scritto davvero?’ gli aveva domandato infine, a tradimento, poco prima di chiudere la telefonata.
Si misero d’accordo che lo avrebbe stampato e che glielo avrebbe portato personalmente. ‘L’aveva scritto quel capitolo, accidenti, perché dubitarne?’ Infilò le pagine in una busta e partì con il primo treno utile.
Si sentiva confuso nel percorrere il corridoio che portava all’ufficio di N. Era trascorso più di un anno dall’ultima volta che era venuto ad Alvona. In quella città non ci tornava mai molto volentieri. Ma ora era felice di essere lì. Glielo avrebbe fatto vedere al suo Editore e al mondo intero se quel capitolo l’aveva davvero scritto oppure no. George W. Peterson era tornato, eccome se era tornato: alla faccia dei critici malevoli che lo avevano dato per spacciato dopo il primo libro attribuendolo solo al colpo di fortuna del novizio.
Stava per bussare alla porta di N. quando si accorse che la busta non era più nelle sue mani. Si sentì mancare. Con il cuore in gola tornò velocemente sui suoi passi, gli occhi a terra per ritrovare il plico. Non era da nessuna parte.
«Questo deve essere suo» si sentì dire da un uomo anziano, ben vestito, un sorriso contagioso dipinto sulla faccia.
«Cos’è?» fece Peterson sgarbato.
«È il capitolo che le mancava.»
«Non è il mio, lei si sbaglia, la busta era marrone…»
«Le assicuro che è proprio questo…»
Peterson guardò l’uomo come se non riuscisse a metterlo a fuoco attraverso delle lenti appannate; il vecchio continuò:
«Lei lo sa che quel capitolo, l’ultimo del suo libro, non lo ha mai scritto, vero?»
«Ma cosa dice, lei è pazzo, l’ho scritto sì» rispose quasi urlando «lo saprò bene io, non crede? Ma cosa avete tutti quanti? Il libro è completo, in ogni sua parte… è il miglior thriller del secolo, cosa ne sa lei, scusi?»
«No, non è vero, non l’ha mai scritto e lei lo sa benissimo: avrebbe voluto farlo, le sarebbe piaciuto farlo, ma poi si è fermato. Non sapeva e non sa come finirlo. Lei stesso non ha la minima idea, neppure adesso, di chi potrebbe essere l’assassino, non sa neanche come farlo smascherare dal ragazzo, novello detective, che si è occupato del caso; e ci sono almeno altre due storie sullo sfondo che non è stato in grado di ‘chiudere’. Senza l’ultimo capitolo, il suo libro non vale niente.»
Peterson rimase impietrito. A poco a poco gli ritornò tutto in mente. Il blocco mentale, l’impossibilità di andare avanti, la mancanza totale di idee, il non sapere come far quadrare tutte le questioni non risolte del giallo. Il lavoro non era affatto finito e aveva ragione quell’uomo: senza quel capitolo non era pensabile poterlo pubblicare.
«Tenga» fece ancora il vecchio allungandogli il plico. «Dia retta a me, lo prenda.»
«È uno di quei casi, vero?» fece George sarcastico «Uno di quei casi in cui lei poi mi ricatterà per tutta la vita o, che so, in cambio dovrò uccidere sua moglie o sua suocera o dovrò farle qualche altro favore immondo? Guardi che con me non attacca, non sono poi messo così male… io sono George W. Peterson, il grande scrittore in odore di Pulitzer e sappia che…»
«No, si sbaglia, non voglio niente, George: posso chiamarti così? Sono unicamente un tuo appassionato ammiratore. Mi dispiace vederti così depresso. È vero, sei un grande scrittore e lo sarai sempre; devi solo superare questo momento difficile. Diciamo che il mio è un modesto contributo alla tua arte… Hai bisogno di credere nuovamente in te… e questo libro, questo capitolo, ti aiuterà.»
«No, non posso accettare… non l’ho scritto io» disse George sempre meno convinto.
In quel mentre sentì gridare il suo nome. Era N., l’Editore: lo chiamava dall’altra parte del corridoio.
«Lo prenda» disse il vecchio insistente spingendo il plico verso di lui. «Non lo saprà mai nessuno che non l’ha scritto lei, glielo garantisco.»
«Non so neppure come si chiama…» fece Peterson afferrando la busta e allontanandosi lentamente.
«È importante?» domandò quello.

Il libro, come previsto, ebbe un successo enorme. Il finale era travolgente, originale, avvincente finanche rivoluzionario. Peterson era di nuovo nell’olimpo degli scrittori mondiali. Ce l’aveva fatta.

È il quinto suicidio in questo mese…’ sentì George annunciare al telegiornale, un mese dopo, seduto sulla sua poltrona di casa. «È il quinto ragazzo che sceglie di morire in un modo così orribile» disse l’annunciatrice con la voce leggermente incrinata dalla commozione. «Gli inquirenti, dalle prime indagini, confermano che anche lui, come i precedenti quattro, aveva appena finito di leggere il best seller del momento: ‘Di sangue e di cuoio’, di George W. Peterson. Gli psicologi si stanno interrogando se…»

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