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Posts Tagged ‘surreale’

«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
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«Non si trova da nessuna parte!» esclamò la Segretaria irrompendo nello studio ottagonale senza farsi annunciare.
«Non si trova chi?» disse il Vecchio sorpreso, lisciandosi la barba.
«Il 2018, non si trova da nessuna parte.»
«È ancora presto, Signorina, l’Anno nuovo nascerà scaduta la mezzanotte del 31 dicembre, non lo sapeva?»
«Ma figuriamoci!» fece la donna abbassandosi l’occhiale di tartaruga sul naso; la luce soffusa della lampada sulla scrivania le disegnò un velo di rughe sulla fronte. «Quella è solo una convenzione… ci vuole almeno un mese per il Passaggio delle Consegne ed è una procedura lunga e complicata; pensi che il 2017, per un po’, affiancherà pure l’anno nuovo per tutti i progetti ancora in corso…»
«Ah, già è vero, ha ragione Signorina… non mi ricordavo più» fece il Vecchio tirandosi su dallo schienale della poltrona su cui si era reclinato. «E dove può essere andato?»
«Non si sa… non risponde al cellulare, né all’indirizzo mail, né al cercapersone. Nel Luogo di Transizione, su a W., non l’hanno più visto da diversi giorni. Ha detto che usciva per fare quattro passi, ma l’altro ieri sera non ha più fatto rientro. Hanno organizzato approfondite battute di ricerca, anche in luoghi remoti e lontani dal Centro, ma niente.»
«Capisco» disse grave il Vecchio che aveva ripreso a lisciarsi la barba. «Potremmo prendere una controfigura… Ho già la persona giusta.»
«Come una controfigura?!?» fece la Segretaria facendo un deciso passo in avanti.
«Ma sì, qualcuno che impersoni il 2018 senza esserlo; lo istruiamo, lo trucchiamo ben bene, gli diciamo cosa deve fare e cosa dire… e il gioco è fatto: tanto la gente è troppo indaffarata e distratta perché se ne accorga.»
La donna aveva aperto la bocca un paio di volte senza riuscire a emettere alcun suono. Era rimasta immobile, come se le avessero gettato addosso una secchiata di cera fusa.
«Con tutto il rispetto, Presidente: sta scherzando, vero?» riuscì poi a domandare.
«No, affatto! Cosa suggerirebbe lei, allora, in alternativa? Sentiamo! Di prorogare al 2018 il 2017? Le banche ci farebbero a pezzi e l’intero sistema economico salterebbe; senza contare tutte le ripercussioni sociali e psicologiche della gente comune. Saremmo facile bersaglio di infinite class action e, come lei ben sa, non ce lo possiamo permettere. No, non si discute: ci deve essere un cambio di data al 31 dicembre e se non ci sarà il Signor 2018 glielo daremo.»
«E se poi torna il vero 2018?»
«Intanto lo multiamo per abbandono ingiustificato di posto e poi, se saranno ancora i primi mesi dell’anno, gli diciamo che, per colpa sua, in qualche modo dovevamo riparare e che gli abbiamo però tenuto il posto in caldo per non fargli passare guai più seri…»
«E se si fa vivo verso ottobre/novembre e vuole denunciarci per truffa?»
«Beh… allora abbiamo un Ufficio apposta per queste cose… l’Ufficio Eliminazione Anni in Esubero, con personale ben addestrato che sa già cosa fare…»
«Ma è pazzesca ‘sta cosa… non immaginavo neppure lontanamente che si potesse…» fece la Segretaria ormai del tutto pallida.
«E non sarebbe neppure la prima volta» tagliò corto il Vecchio riprendendo a lavorare al computer. «Le farò sapere, Signorina. Vada, vada pure.»
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Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

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Ci tenevo molto a intervistarla soprattutto dopo il presunto scandalo del colpo di Stato in Ukbezia dove, si dice, abbia fatto arrivare negli ultimi anni consistenti rifornimenti militari nonostante l’embargo. Essendo notorio il suo astio nei confronti dei giornalisti in genere, d’accordo con Max A’bner, mio amico fraterno e amico personale di Lei, mi son fatto invitare a casa sua spacciandomi per un mediatore immobiliare internazionale, visto che si era risaputo volesse acquistare un megaranch a Los Rojos. L’invito era per una cena in Villa per sole quattro persone: io, Max, una certa Angheleta, un’imprenditrice di import/export di rum di Caracas, cui Lei si è rivolta per tutta la serata con il nome di ‘Bibi bella’ (mi è sfuggito però il cognome che forse era Varéla o Vidéla o qualcosa di simile), e, appunto, Lei, che, per ragioni di sicurezza mia personale, chiamerò qui con un nome di fantasia: PID.
Devo dire che di persona è una signora piacente, piena di fascino, dallo sguardo tagliente e inquieto. Si è dimostrata una donna amabile, brillante, spesso divertente: una perfetta donna di casa. Abbiamo cenato con cibi sopraffini, alcuni dei quali mai visti e di cui non ho afferrato neppure il nome e con vini di altissima qualità senza contare lo champagne millesimato a casse. La conversazione è stata fluida, informale, spensierata come se fossimo stati tutti vecchi amici. Più di una volta mi è venuto il senso di colpa di essermi introdotto in quella casa con un sotterfugio, ma poi, ripensando a quello di cui è accusata, mi convincevo di avere fatto la cosa giusta. E poi avrei potuto fare uno scoop sensazionale: quando mi sarebbe ricapitato?
Verso mezzanotte, quando ormai avevamo tutti bevuto fin troppo, lei stessa ha servito un Armagnac stravecchio proveniente da non so quale riserva speciale e invecchiato, secondo quanto ci ha rivelato, in una piccole botte ricavata dal legno della croce di Cristo. Lo ha detto scherzando, ovviamente, ma ora, a distanza di giorni, non sono poi tanto così sicuro che fosse una battuta. Il liquore era comunque effettivamente un puro nettare e il bouquet indescrivibile. Poi sono andato in bagno e quando sono tornato non c’era più né Max né Angheleta. Alla mia sorpresa lei ha semplicemente detto: ‘Sono andati via…’ e dopo qualche attimo di imbarazzo:
«Non si mostri però così deluso di restare solo con me; forse, dopotutto, avevano qualcosa di meglio da fare loro due insieme, non trova?» mi ha sorriso allusiva: «Dell’altro Armagnac?»
Poi lei fece finta di mettere in ordine sul tavolino davanti a sé come se prendesse tempo e quindi, con aria seducente, mi si è avvicinata e mi ha preso per mano. «Vieni», mi ha detto sottovoce passando improvvisamente al tu. Mi ha condotto all’ascensore privato, una stanza in mogano intarsiato con computer, telefono e divano, e ha premuto con delicatezza un pulsante. Ma l’ascensore, silenziosissimo, anziché salire, è sceso, di due piani. E quando si è riaperto, nel buio fitto, era distinguibile solo una luce azzurrina in fondo al piano: faceva freddo.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto d’un tratto diventato nervoso per la stranezza della situazione.
«Non faccio mai scendere nessuno in questo luogo…» mi disse guardandomi ancora in quel modo ambiguo «ma è una serata speciale… questa.» E subito ha girato un interruttore alla sua sinistra accendendo centinaia di luci indirette in tutta la sala; anzi erano tante salette una collegata all’altra come in un museo; perché proprio di un museo si trattava, con tanto di teche e vetrinette. Solo che non capivo di cosa.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto ancora, meccanicamente.
«Vedi Bob, noi siamo abituati a ricordarci dei grandi del passato per come sono rimasti ritratti in fotografie o filmati e, quando siamo fortunati, per il ricordo che abbiamo di loro avendoli conosciuti di persona…» La guardavo ma non capivo dove volesse arrivare. «Ma come sono da morti?» disse inoltrandosi nel suo museo. La seguii, incerto. E così potei constatare che nelle teche e nelle vetrinette c’erano solo teschi, teschi umani; alcuni avevano un faretto che li illuminava ulteriormente, altri più di uno. Sotto la prima cupola di vetro c’era scritto Mao Tsetung, in quella accanto Karl Marx e poi Martin Luther King, Winston Churchill, Sigmund Freud, Albert Einstein…
«Ma è incredibile…» feci io a bocca spalancata.
«Sì, è incredibile che siano così tanto diversi l’uno dall’altro a testimonianza della diversità delle loro vite, ma, allo stesso tempo, anche tutti uguali nella forma disadorna della morte.»
«Come hai fatto ad avere questi calchi che sembrano così perfetti?»
«Calchi? Stai scherzando? Io, secondo te, mi sarei accontentata di semplici copie? Ho le mie conoscenze, sai, e, grazie a un dispositivo progettato nei miei laboratori, ho creato delle copie straordinarie che ora si trovano con il resto nelle rispettive tombe. Gli originali sono invece qui.»
«Vorresti forse dire che questi… che questi… sono…»
«Esatto. Mi sono costati tantissimo, ma la soddisfazione di averli tutti qui è indicibile.»
Non ci potevo credere. Si trattava di qualcosa di eccezionale. Nessuno mi avrebbe mai creduto se l’avessi raccontato. Mi girai: in una teca speciale, sotto riflettori a luce iodata, c’era il teschio di John Fitzgerald Kennedy. La calotta cranica era sul pavimento della teca, come alcuni frammenti di osso. ‘Gli effetti del terzo proiettile’, pensai e mi venne un groppo in gola.
«Ma vieni, ti faccio vedere la sezione che prediligo, quello degli artisti» disse lei che mi vedeva impietrito. Svoltammo a destra e poi a sinistra e quindi, dopo un breve corridoio, siamo entrati una sala color verde acquamarina sempre con teche e vetrinette. C’erano Oscar Wilde, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Harry Houdini, Mark Twain e tantissimi altri. Mi fermai davanti a quella di Ludwig Van Beethoven. Ero sbalordito.
«Mi avevano promesso anche quello di Mozart, ma sembra che sia proprio vero che sia stato sepolto in una fossa comune senza nome… Peccato. Allora che ne pensi?»
Non riuscivo a dire nulla. Ero alla presenza di alcune tra le più grandi personalità mai esistite.
«E questo qui dietro…» seguitò lei indicando con il pollice una teca alle sue spalle «non è stato affatto facile averlo e non si sa perché: mi è arrivato solo sei mesi fa… è Paul McCartney.»
«Paul McCartney? Ma Paul McCartney non è morto! È vivo e vegeto.»
«Davvero?» mi fece lei, com un’eco con l’aria di volermi canzonare. «Se lo dici tu…»

dietro il racconto
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Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato moscio moscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi al reparto del Baldi che è una bella carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, Bardi!»
«Appunto Bardi!»
«Ma come non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno? Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E semestrale, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Oh, guarda laggiù…guarda… uè non è Coso, il Grande lì… il… il Tanassi? Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è grande!» e fece un largo gesto circolare con il braccio.
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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dietro il racconto
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manichinoMartha la città se l’era immaginata così. E ora la stava sognando.
Passeggiava per le vie del centro, con il suo passo morbido, una leggera brezza tra i riccioli rossi. Non c’erano però persone, solo manichini. Manichini ben fatti, privi di volto, ma vestiti di ogni accessorio. Sbucavano dalle maglie, dalle t-shirt, dai pullover, colli eburnei e mani snelle non sagomate, orologi ai polsi, borse a tracollo, occhiali da sole sui nasi ben fatti. I manichini erano ritratti nelle pose naturali del vivere quotidiano, come se un incantesimo avesse fermato il mondo e trasformato le persone in statue eleganti e opalescenti. Il sortilegio sembrava appena accaduto perché il gelato offerto dal gelataio non si stava ancora neppure sciogliendo, il caffellatte nella tazza al bar era fumante, il cane aveva appena fatto la pipì e ora stava guardando il padrone chiedendosi perché mai non si muovesse. Tutta la città si adagiava pigra sotto lo sguardo di lei inondato di luce, vetrine a perdita d’occhio, ristorantini romantici, monumenti imponenti. Un mondo silenzioso penetrato da un sole caldo vestito di primavera. Anche se era inverno in quel luogo straniero che aveva perduto il senso del tempo.
Dopo tanto camminare la donna, stanca, si fermò al bar che aveva visto ore prima. Si sedette allo sgabello del bancone. Il caffellatte del vicino ormai era gelido. Guardò il barman di spalle: era così verosimile che gli ordinò un caffè come se si aspettasse si dovesse girare da un momento all’altro. Si mise a ridere per quell’illusione così reale. Poi si voltò verso il signore accanto a lei con un borsalino a larga tesa sul capo; gli prese il cucchiaino tra le dita e lo posò sulla tazzina; non sapeva il perché di questo suo gesto spontaneo, ma le sembrava più ordinato così; poi pensò a quanto fosse stata strana la sensazione che aveva provato sfiorando quella mano; e la toccò: era calda.

Graham la città se l’era immaginata proprio così. E ora la stava sognando.
Scese in fretta dal taxi perché si era fermato all’improvviso, senza motivo e non accennava a ripartire. Si avvicinò arrabbiato alla portiera del guidatore battendogli furioso sul vetro; l’aveva infatti chiamato vanamente più volte dal sedile posteriore ma l’autista non si era degnato di rispondergli. Ma l’uomo alla guida non c’era più; al suo posto ora c’era un manichino. Come avevano fatto a sostituirlo così velocemente? Si voltò attorno. Anche i passanti erano manichini: la famigliola a passeggio, il giocoliere di strada, il carabiniere. La città intorno a lui pareva essersi bloccata. Pensò a un flash-mob spettacolare ad uso e consumo dei turisti. Ben riuscito, sì, certo, nulla da dire. Ma ora come avrebbe fatto a raggiungere il luogo della conferenza? Era anche in ritardo. Poi ad un tratto, con la coda dell’occhio, vide una bellissima donna dai capelli lunghi e rossi che ancheggiava sicura come incedesse su un tappeto rosso tra ali di fotografi e pubblico adorante. Aveva un viso intenso, provocatorio, irraggiungibile. La chiamò pur sembrandole un’apparizione, ma la voce gli si arrotolò in gola e lei proseguì. L’uomo ritornò rapidamente dentro il taxi per riprendersi la borsa del computer e quando ne uscì notò che la donna stava entrando in un bar. Si mise a correre per raggiungerla. Una volta nel locale trovò però solo manichini. Il barman dava le spalle alla porta nell’atto di armeggiare con la macchina del caffè e, al bancone, seduta sugli sgabelli, una coppia che si teneva per mano.

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piattaforme aeree cingolate a ragno«È lei il responsabile della sicurezza?»
L’uomo che mi stava facendo questa domanda, e che seppi poi essere il capo cantiere, era ben piantato, sulla cinquantina, un armadio in tuta arancione e un casco giallo in testa che, per la conformazione del cranio a uovo di pasqua, gli stava in bilico sbattendogli sulla fronte.
«Sì, certo!» gli risposi cercando di non farmi intimorire.
«Allora mi deve dire chi ha spostato la mia PACAR stanotte» incalzò come se si stesse chiedendo come avrebbe potuto sistemarmi braccia e gambe.
«La sua cosa?»
«La PACAR, la Piattaforma Aerea Cingolata a Ragno, quella che vede là, insomma…»
Per capire meglio mi spostai di lato visto che, per la stazza dell’uomo, non ero in grado di vedere oltre la sua spalla. Effettivamente sul prato c’era una macchina grigia, parcheggiata ai piedi della facciata, con le quattro braccia idrauliche rosso fuoco ben piantate nell’erba. Sapevo che erano in corso degli accertamenti sui panelli di protezione del complesso edificio e quella doveva essere una delle apparecchiature utilizzate.
«Guardi» gli feci reggendo l’occhiata aggressiva dell’uomo anche se dal basso vero l’alto. «Io non ne so proprio niente… Dopo una certa ora mi limito ad accertare che non ci sia più nessuno all’interno dell’area protetta e poi chiudo i cancelli. Quando ho fatto la chiusura ieri sera, sono sicuro che non c’era per più nessuno.»
«E quindi?» incalzò il capo cantiere come se non avesse capito.
«E quindi… mi domando piuttosto chi altri abbia le chiavi di accensione di quella macchina.»
«Solo io…» fece lui pronto. Poi si portò una mano al mento alzando gli occhi di lato. L’impressione che la mano tenesse in bilico quella testa enorme fu molto forte. «…e il direttore dei lavori!» concluse dandosi una manata a una coscia e scuotendo la testa. L’uomo, dopo una smorfia, se ne andò senza neppure salutare.
L’indomani è successa la stessa scena. Sembrava così identica a quella del giorno prima che temetti di avere quello che si chiama un ‘digiavù’ o come caspita si dice. Tanto che gli ho obiettato di nuovo il fatto delle chiavi e lui, questa volta, mi ha chiarito che le chiavi per il movimento dell’elevatore ce li aveva ora solo lui. Si era fatto consegnare quella in possesso del direttore dei lavori per ragioni di sicurezza. Nonostante questo, la macchina era stata spostata nuovamente.
Visionai personalmente i filmati delle videocamere a circuito chiuso del piazzale, ma non non era emerso nulla di sospetto. Si era solo verificato un malfunzionamento tra le ore 4.02 e le 4.33. La macchina sembrava infatti sparita dal piazzale per poi ricomparire all’improvviso, il che non era possibile. Ho aperto un ticket per la verifica di funzionalità dell’impianto di sorveglianza.
«Abbiamo chiarito cosa è successo…» mi ha detto poi la mattina seguente il capo cantiere con tono di scuse. Non mi sembrava sollevato. Si stava anzi grattando nervosamente la testa a uovo di pasqua con in mano il casco ciondoloni. «Sono macchine di ultima generazione, piene di controller e di microchip.»
«Vedo però che l’avete portata via… avete finito allora…» feci io indicando il posto vuoto nel prato.
«No, non esattamente… In quest’istante la PACAR è aggrappata al nono piano del palazzo e si sta sgranocchiando una finestra. Tirarla giù di lì sarà un bel problema.»

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