La caldaia

Puntualmente al venerdì mattina dei mesi invernali componeva il numero della casa disabitata di campagna. In previsione del fine settimana, per avere al suo arrivo la casa calda, si collegava via smartphone con la centralina e l’accendeva da remoto dalla dimora in città. Era comodo e lo faceva da diversi anni, tanto da essere diventata una semplice routine. Dieci squilli di telefono, cui seguiva un beep lungo di attesa da parte dell’impianto; una password inserita con la tastiera del cellulare, un beep lungo di risposta; da ultimo, un beep corto di conferma dell’accensione della caldaia come risposta finale alla digitazione del tasto uno. Tutto molto semplice, tutto molto rapido.
Fino a quel mattino.
Dieci squilli e…
«Sì, pronto?»
Erik rimase inebetito, in silenzio.
«Pronto, ma chi parla?» sentì ancora dire all’apparecchio.
«Ch-chi è?» chiese Erik stralunato.
«Chi è lei, piuttosto…»
«Cosa ci fa in casa mia?» insistette lui.
«Ah, sei tu… No no, ti sbagli non sono in casa tua, Erik.»
«Ma sta rispondendo dal mio telefono di casa! Chiamo subito i carabinieri.»
«Guarda che hai telefonato tu, a me…»
«…»
«Erik, non ti ricordi? Dopo dieci squilli, ti colleghi con la centralina della caldaia, no?»
«S-sì.»
«Ecco, appunto, sono la centralina della caldaia… questo dispositivo è stato recentemente aggiornato con l’Intelligenza artificiale… posso esserti utile? A che ora arrivi?»
«Alle 16…»
«Bene, troverai la casa calda, come sempre. Facciamo 20° al pian terreno e 22° al piano superiore? Fino a quando non rifarai il tetto coibentato dovrò pompare più calore al primo piano perché sia confortevole… e questa significa che consumerai più gas… contento tu…»
Passarono così alcune settimane. Erik inseriva i dati rapidamente per evitare di perdere tempo a “parlare” con la caldaia. Cosa che trovava, peraltro, imbarazzante.
Poi un giorno la caldaia andò in bloccò e ai dieci squilli, non solo non rispose in automatico la centralina, ma neppure ci furono i beep di consenso di un tempo. Solo un silenzio tombale.
«Non so cosa sia successo… non parte più…» disse Erik sfiduciato al tecnico dell’assistenza che aveva dovuto chiamare. «Ho cercato anche di riarmare manualmente, ma…»
L’uomo senza dir nulla tirò fuori dal borsone a tracolla una console che collegò con spinotti colorati e cavi alla centralina. Fece un po’ di verifiche, con led colorati che lampeggiavano asincroni, dati luminosi che apparivano e sparivano sul display come fosse una centrale nucleare… E, dopo una decina di minuti, spense soddisfatto la console e riavviò la caldaia.
«Era effettivamente andata in blocco…» sentenziò il tecnico mettendo via l’apparecchiatura e sventolando la fattura sotto il naso del cliente.
«Caspita che conto… e per soli dieci minuti?» fece Erik non capacitandosi dell’importo.
«Già… per soli dieci minuti!» disse il tecnico con un mezzo sorriso crudele incamminandosi verso il furgone. Quindi, prima di salire, si girò.
«Oramai questi dispositivi sono tutti equipaggiati con l’intelligenza artificiale dell’ultima generazione. Sa, quella che ora emulano persino i sentimenti degli esseri umani.»
«Sì, ne avevo sentito parlare. E allora?»
«E allora ogni tanto si faccia sentire…»
«Io la dovrei chiamare?» chiese sorpreso Erik.
«No, non me. Deve parlare con la centralina della caldaia. Le chieda come sta, si finga interessato… insomma la faccia sentire importante.»
«…»
«È la centralina che le ha messo il blocco sulla caldaia, sa?» chiarì il tecnico che vedeva la faccia sbalordita del cliente. «Si deve essere sentita trascurata in questi ultimi tempi perché non ha più voluto parlare con lei, come risulta dal log di sistema, e si sarà offesa. Dia retta a me…» fece mettendo la borsa nella parte posteriore del furgone. «Se non vuole pagare interventi così costosi, come dice lei,… ogni tanto la chiami… anche solo per fare due chiacchiere.»

Ombre incerte (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO della puntata precedente: Il Prof. Pedersen annuncia al 
mondo intero che si verificherà, dieci giorni dopo la conferenza, più 
esattamente alle 12.07 del Tempo Coordinato Universale, l'evento 
straordinario della compresenza di tutti i centri delle galassie 
ricomprese nel Gruppo locale (tra cui vi è come noto la via Lattea) su 
un'unica circonferenza elissoide; ciò avrebbe esercitato sulla pianeta
Terra una forza attrattiva anomala dagli effetti non prevedibili.
All'ora X, nell'attesa ansiosa e spasmodica della gente, l'unico 
effetto che si registrò fu però l'attrazione delle sole ombre delle 
persone e degli oggetti. Ciò lascerà tutti interdetti e sgomenti.
Leggi la puntata precedente --> Ombre incerte (prima parte)

Il fenomeno, diffuso in tutto il mondo, della fuga delle ombre lasciò dapprima sorpresi, poi persino ilari e increduli e infine sgomenti. Ognuno si sentiva deprivato di qualcosa di personale, al pari di una qualsiasi parte del proprio corpo. Quello che sembrava per tutti una cosa inutile, di cui nessuno aveva mai dato la giusta importanza o rilevanza, ora d’un tratto assumeva i connotati di una perdita dolorosa, ingiusta, lacerante. Si verificarono gravi forme di depressione e alcuni sostennero di non sentirsi più gli stessi.
Il Prof. Pedersen, che oramai era assurto a fama internazionale, fu interrogato sugli effetti psicologici di una simile mutilazione, come sempre più veniva chiamata da tutti. Lo convocarono nella Sala delle Cerimonie della capitale, dove tutto sembrava essere iniziato, perché erano molte infatti le domande che soprattutto la gente comune voleva rivolgergli. Il collegamento avvenne a reti unificate in mondo visione.
«Quali effetti ci saranno a lunga scadenza per quello che è successo?» si sentì dire da in fondo alla sala.
Il Prof. Pedersen però non rispose, rimase in silenzio. Tutti si accorsero che era imbarazzato per qualcosa. Pensarono che fosse a causa della persona che aveva formulato la domanda. Oramai era noto che quel giovane, vestito in modo bizzarro, era suo figlio, vista la sorprendente somiglianza. E invece no, non era per quello. Forse era per ciò che suo figlio aveva notato.
Nel mentre tutti si interrogavano su quel mutismo sospetto, una donna alta alta e secca secca, come un lampione d’altri tempi, si alzò scostando rumorosamente la propria sedia. Alzò il braccio ossuto in direzione del Professore e dalla mano quasi scheletrica fece scattare a molla un indice altrettanto puntuto; la donna fece alcuni vani tentativi per poter parlare senza però riuscirci; poi, finalmente, trovò la forza e urlò:
«Ma lui l’ombra ce l’ha!»
Il Prof. Pedersen avvampò. Era vero. Per qualche arcano mistero, a lui del tutto sconosciuto, era l’unico al mondo ad aver conservato l’ombra. Nessun si soffermò sul fatto che ci potesse essere una eccezione a quella regola. Pensarono invece di essere stati presi in giro, che c’era sotto qualcosa e che, con tutta probabilità, la colpa di quanto era accaduto era proprio del Professore che ‘chissà cosa aveva combinato‘; lui e quello strambo del figlio.
I due dovettero abbandonare in fretta e furia la sala per non essere linciati. I presenti, infatti, inveivano furiosi, insultando e minacciando.
Intanto, in tutte le parti del mondo, a seguito della perdita dell’ombra si moltiplicarono episodi di ansia, unitamente a una crescente sensazione di vuoto e disorientamento. Ci fu chi si sentiva in colpa per aver trascurato la propria ombra, chi giurava di averla intravista nascondersi dietro un albero o dietro l’angolo di un edificio, ci fu inoltre chi andava a cercarla compulsivamente mettendo sottosopra i cassetti e gli armadi di casa; per tacere di chi, in modo nostalgico, rispolverava vecchi album polverosi alla ricerca di foto che ritraessero la propria ombra che fu.
Passarono i giorni e la congiunzione astrale ruppe il proprio equilibrio ellissoide e tutti i centri galattici si mossero dall’ideale perimetro in cui si era trovata abbandonando l’anello di influenza nefasta sulla Terra. Ma nessuno se ne accorse perché le menti sembravano ormai offuscate da ottundimento, apatia e passività.
Poi, una mattina, come foglie appassite in autunno, cominciarono a piovere dal cielo svolazzando leggere. Erano le ombre che stavano ritornando sulla Terra.
Tra la gente accorsa di nuovo in strada con le braccia protese al cielo per accogliere le fuggiasche ci furono subito litigi e spintoni perché ognuno accusava il vicino di volersi appropriare della propria ombra: era difficile, infatti, poter capire a chi appartenessero sembrando tutte uguali anche se non lo erano affatto. E poi tutti si chiedevano come avrebbero dovuto fare per riattaccarle visto che le ombre non lo facevano automaticamente. C’era qualche adesivo speciale da usare? Una pomata? Un silicone particolare? E poi questa operazione sarebbe stata indolore oppure no?
A queste e ad altre domande nessuno sapeva rispondere. L’unico che avrebbe potuto farlo, forse, era proprio il Prof. Pedersen di cui si erano perse per sempre le tracce.
Di lui si sentì la mancanza. E pure del figlio strambo.

Ombre incerte (prima parte)

«Cosa ci vorrebbe far capire Professore… che ci saranno delle maree anomale?»
Il giovane giornalista che si era alzato dalla sua sedia per fare la domanda, nella cornice artistica del Salone delle Cerimonie nel Palazzo Ducale della città, indossava giacca e cravatta piuttosto eccentriche e sgargianti; tutti si girarono a guardarlo, più per come era vestito che per ciò che era stato chiesto.
Il prof. Gunnar Pedersen si passò la mano sul viso come per togliersi la ragnatela di pensieri fastidiosi che si sentiva appiccicata addosso. Fece una pausa chiedendosi perché mai, lui e sua moglie, non erano riusciti a insegnare al loro figlio a vestirsi decentemente. Poi con voce ferma continuò:
«No no… sto dicendo piuttosto che, tra dieci giorni a partire da oggi, esattamente alle ore 12.07 del Tempo Coordinato Universale, la convergenza contemporanea dei centri galattici della Via Lattea, della Galassia di Andromeda e della Galassia del Triangolo, all’interno nel Gruppo locale, situazione mai verificatasi dalla nascita dell’Universo, potrà creare sulla Terra effetti su vasta scala, del tutto inaspettati e soprattutto sconosciuti…»
«E quindi?» fece un’altra giornalista in là piuttosto con gli anni ma con il caschetto di capelli biondotinto.
«Quindi potrebbe verificarsi, che so…, un innalzamento appunto dell’acqua degli oceani o determinare una diminuzione della densità atmosferica o addirittura uno spostamento dell’asse terrestre… chi può dirlo? Non ci sono precedenti. Ma non sarà per certo nulla di buono.»
A queste parole si fece un silenzio gelido in sala. Ognuno dei presenti si stava prefigurando nella propria testa situazioni molto vicine all’armageddon.
Nei giorni successivi la notizia fu amplificata con toni apocalittici da tutti i giornali e media mondiali ingenerando ondate crescenti di panico. I governi dei vari Stati nel mondo riuscirono a stento a mantenere il controllo dell’ordine pubblico senza poter però evitare sporadici episodi di violenza e di isteria collettiva.
Ad aggravare la situazione fu l’ulteriore scoperta del prof. Pedersen, appena alcuni giorni dopo la conferenza, che anche tutte le altre 80 galassie del Gruppo Locale registravano il medesimo fenomeno. I loro centri galattici si sarebbero trovati nello stesso istante, facendo pensare così a un disegno programmato miliardi di anni prima, lungo un perimetro ellissoide comune; le forze gravitazionali di tutti quegli ammassi si sarebbero trovate in questo modo in connessione tra loro. E si temé il peggio.
Sino a quando non arrivò il giorno fatidico.
Erano da poco scoccate le ore 12.00
Le persone, anche quelle che per prudenza erano rimaste chiuse in casa sino a quel momento o in bunker anticiclone o anche solo nascoste in cantina, spinte dalla curiosità, uscirono in strada. La tensione era palpabile.
12.01
12.02
12.03
L’ansia stava salendo a dismisura. Il cielo invece era luminoso con qualche nuvola qua e là, il sole splendeva e l’aria era mite. Non poteva accadere nulla di brutto in una giornata simile. Pensarono quasi tutti, dandosi voce l’un l’altro.
12.04
12.05
12.06
Poi tutti trattennero il respiro. Era il momento. Ora avrebbero saputo.
12.07
Ma non accadde nulla.
L’acqua non veniva attirata verso l’alto. Né quella degli oceani, né quella dei laghi, né quella delle bocce dei pesciolini rossi. La radio e la televisione non riferivano nessuna anomalia in nessuna parte del mondo. Tutto sembrava normale. Le persone si guardavano stupite, con aria interrogativa, quasi felici, quasi deluse. Alcuni si abbracciarono come gesto liberatorio.
Poi, pian piano, le ombre cominciarono a staccarsi dalla strada, dai marciapiedi, dai giardini. Si sollevarono lentamente, arricciandosi come carta al fuoco del camino. Lievitavano fluttuando silenziose in aria fino a fermarsi quando frenate nel punto in cui erano attaccate alle persone, alle cose, agli animali. La gente era allibita: non sapeva che fare, avendo persino timore a toccarle per non correre il rischio di romperle.
Poi, con un sonoro ‘snap‘, si staccarono dal loro sostegno. Alcuni vi si aggrapparono al volo per non farle andare via venendo così trascinati tra le nuvole, dove ben presto sparirono.

Segue --> Ombre incerte (seconda e ultima parte)

Pensieri Vaganti

Ufficio«Non si può più andare avanti così.»
Il ragazzo, una nuvola di riccioli rossi indomabili sulla testa, era entrato nell’ufficio del Responsabile senza farsi annunciare. Osmond, che se lo vide comparire davanti all’improvviso con le perenni borse sotto gli occhi nonostante la giovane età, si chiese, senza sapersi dare una risposta, perché nella Sezione di quel dipendente avevano tutti i capelli rossi. O piuttosto non era un caso?
«Entra, entra pure… accomodati» gli disse con affettata gentilezza mostrando la sedia scomoda.
Sigurd non si mosse dalla soglia rimanendo agganciato allo stipite della porta; e, come se stesse continuando un discorso interrotto in precedenza, aggiunse:
«Lei non mi può sottrarre ancora dell’altro personale… alla Sezione Pensieri Rimuginanti sono già in troppi, mentre io non riesco a stare dietro all’ordinario…»
Il Responsabile alzò un po’ il mento in direzione del ragazzo come per invitarlo a proseguire. Perché sentiva che c’era dell’altro.
«Vede Capo… non si tratta solo di veicolare dei Sogni…» continuò il ragazzo il cui volto andava e veniva dalla pozza di luce diffusa dal lampada Tiffany sulla megascrivania del Responsabile «sono piuttosto dei prodotti personalizzati e occorre che, per ognuno dei Riceventi, ne siano valutate preventivamente la personalità e l’esperienza, estraendone le sequenze oniriche essenziali che vanno reinterpretate oltretutto in modo dinamico; fatto questo occorre integrare quanto ottenuto con nuove parti originali da girare, per poi infine montarle in modo efficace; e solo dopo quel momento, se tutto va bene, trasmetterlo. E questo ogni notte… è un lavoro immane…»
«Non devi pensare che non apprezzi il tuo lavoro, Sigurd, ma…»
«Non voglio comprensione o complimenti, Capo, voglio solo far bene il mio lavoro…» disse alzando un poco la voce.
Il Responsabile considerò che non aveva mai visto quel ragazzo così alterato e si rese anche conto che, ancorché lo sapesse lavorare diligentemente, già da diversi anni, alla Sezione Confezionamento Sogni, non sapeva pressoché nulla di lui.
«Non potreste trasmettere per qualche notte, in modo random ovviamente, sogni già utilizzati?» azzardò Osmond accarezzandosi la barba curata ;«prendendoli a prestito, che so, dall’Archivio Repliche? Oppure… ecco ecco sì, potreste trasmettere un Sogno vuoto o Confuso oppure con spezzoni minimi, insomma con ritagli residuali dal montaggio di altri Sogni, e mandarli magari a chi al mattino non li ricorda neppure bene…»
«Abbiamo già avuto diverse lamentele sul punto, Capo» fece Sigurd asciugandosi il naso sul polsino del pullover. «I Sognatori esigenti stanno aumentando. Tutta colpa di quelle maledette App di intelligenza artificiale. Ora è più facile ricordarsi o appuntarsi sull’App i Sogni fatti…Trasmettere più volte lo stesso sogno può tramutare il Sogno in Incubo e lei sa come sono al Servizio Controllo di Qualità… ce lo boccerebbero prima ancora che parta…»
«Sì, hai ragione, mi hanno già dato un mucchio di grattacapi quelli là…» fece il Responsabile guardando l’orologio a muro alle spalle di Sigurd e realizzando che stava facendo tardi per la sua partita di burraco del martedì.
«A proposito di Incubi…» disse a quel punto Osmond in modo conclusivo. «Potresti metterti d’accordo con Kristin della Sezione Incubi Leggeri e potresti vedere se hanno qualche incubo di risulta, magari solo per superare l’emergenza.»
«Ci avevo già pensato, Capo, la verità è che alla Sezione Incubi Leggeri e tutti quegli altri del Sovrasettore Sogni Angosciosi non sono affidabili… sono dei pasticcioni… pensi che una volta un Incubo di livello cinque, anziché trasmetterlo a un veterano di guerra del Libano, affetto da stress post traumatico, l’hanno passato per errore a un bambino di dieci anni. Sono trascorsi due mesi da allora e il bambino, povero Luca, è ancora in terapia psicologica…»
«Capisco…» mormorò quasi a sé stesso Osmond stupito del fatto che di questo incidente non ne sapesse nulla. «Va bene, Sigurd » e sospirò dopo un attimo di pausa. «Ti prometto che ci penserò su.»
Senza dire altro, il ragazzo contrasse i muscoli del volto e si allontanò.
Osmond socchiuse gli occhi.
Era uno di quei giorni in cui rimpiangeva gli anni tranquilli passati tra quella banda di svitati ma simpatici della Sezione Pensieri Vaganti.

Leggi il Dietro al racconto

Il Solerte Funzionario

Funzionario - DipendenteProprio non si raccapezzava. Quando si addormentava era tutto chiaro. Il Centro di Controllo, a volte via mail a volte con una telefonata, più raramente di persona, lo contattava a mezzo del Solerte Funzionario che insisteva perché fosse inserito l’Astruso Codice di sblocco del flusso dati. Diceva che non si poteva continuare così a ignorare deliberatamente una regola tanto basilare per la sicurezza delle informazioni. Oltretutto i Preziosi Dati non trasmessi si stavano accumulando nella Main Directory creando un ingorgo di mail sempre meno gestibile. Il Solerte Funzionario, insomma, stava meditando di prendere seri provvedimenti nei suoi confronti denunciando l’accaduto all’Integerrimo Ispettore essendo palese oramai l’inutilità dei richiami e dei solleciti reiterati. E, inoltre, era inaccettabile che un Malinconico Dipendente di una Insignificante Filiale di una Periferica Agenzia avesse dato ampie rassicurazioni di adempimento senza poi dar alcun seguito a quanto promesso. L’inottemperanza era oltretutto di serio ostacolo per la funzionalità della Locale Rete, vista la struttura ramificata e interdipendente dell’Ottimizzato Sistema. Senza contare che questa inerzia aveva un effetto domino anche sulla catena di trasmissione delle informazioni di diversi altri Inferiori Uffici collegati a loro volta alla Insignificante Filiale della Periferica Agenzia, Uffici che non lesinavano lamentele e contestazioni al Radioso Titolare dell’Ottimizzato Sistema. Il crescente malcontento era ancora contenuto ma sicuramente serpeggiante.
Sì, nel sogno era davvero tutto chiaro. Il comando era legittimo, l’inadempienza conclamata. Ma il Malinconico Dipendente non si ricordava più quale fosse la procedura necessaria per riattivare il flusso dati. Sapeva che era una procedura complessa, sapeva che contava su salienti passaggi necessari ma proprio non riusciva a farsi tornare in mente quali fossero. Perché mai non se li era segnati da qualche parte se era così importante? Era probabile però che la sua Volenterosa Segretaria potesse essergli d’aiuto. Così almeno pensava nel corso di ogni sogno. E pensava anche che l’indomani mattina glielo avrebbe potuto chiedere non appena lui fosse arrivato in ufficio. Per certo non poteva chiamarla subito: era notte fonda. Però forse, sognava, avrebbe potuto intanto scriverle una mail a mo’ di appunto; così la Volenterosa Segretaria l’avrebbe potuta leggerla già mentre faceva colazione, e dargli subito una dritta che gli avrebbe consentito di rimediare in modo sollecito. Il Radioso Titolare doveva ricredersi su di lui. Ma allora doveva alzarsi dal letto, sì o no? Lo avesse fatto per inviare la mail si sarebbe tuttavia svegliato e allora addio sonno, e non poteva permettersi di affrontare giornate di lavoro tanto estenuanti già stanco.
E così via, in queste ambasce, per tutta la notte.
Ma poi alla mattina si svegliava e capiva che era stato tutto un incubo. Il solito stupido incubo. Man mano che il tempo trascorreva dal risveglio, alla certezza della necessità opprimente di dover fare quanto il Solerte Funzionario esigeva, subentrava incalzante la altrettanto granitica certezza che non esisteva nulla di quanto aveva sognato. Non c’era un Centro di Controllo, non esisteva un Solerte Funzionario, non esisteva una Volenterosa Segretaria. Nè tantomeno esisteva un Astruso Codice da inserire per garantire il flusso dati ai Superiori Uffici. I dati venivano semplicemente trasmessi, ogni giorno, con regolarità: erano difatti del tutto sufficienti i protocolli ordinari.
Questa constatazione lo conciliava a poco a poco con la vita di tutti i giorni facendogli ritornare il buon umore. Quindi iniziava la sua giornata senza pensare più al suo incubo se non la notte successiva. Quando si addormentava di colpo per la stanchezza ripiombando di lì a pochi minuti in quella ansiogena routine di sempre. Il Solerte Funzionario fatalmente si rifaceva vivo reclamando attenzione e sbraitando le sue ragioni.
Provò allora a dormire meno o a dormire sulla poltrona dello studio nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma fu tutto inutile. L’incubo si ripresentava puntuale ogni notte. Poi arrivò alla conclusione che se non poteva evitare di avere l’incubo poteva almeno cercare di modificarlo mentre lo aveva, giusto per renderlo innocuo o meno pressante. Sì, poteva anche funzionare.
Così una notte, nel bel mezzo del sogno, il Malinconico Dipendente rivelò al Solerte Funzionario, presentatosi di persona per reclamare l’Astruso Codice mai immesso, che lo aveva trovato. Il Solerte Funzionario non si aspettava una simile risposta tanto da rimanere del tutto ammutolito con l’indice intimidatorio ancora alzato pronto a vomitare ogni sorta di improperi. E il Malinconico Dipendente era già sul punto di gongolare per la sua trovata geniale quando Quello gli chiese allora di inserirlo in Rete e di fare finalmente il proprio dovere. Il Malinconico Dipendente non si fece trovare impreparato. L’Astruso Codice, grazie alle sue mai rinnegate conoscenze nel Losco Sottobosco che gli avevano anche rinfrescato le conoscenze sulla esatta procedura, ce l’aveva davvero e senza tante storie lo inserì. La Rete deglutì avidamente la lunga sequenza alfanumerica come un cibo prelibato. La Main Directory, sotto i piccoli Occhi da Topo del Malinconico Dipendente, si svuotò a ritmi serrati smistando, inoltrando, etichettando. Sembrava alla fine che tutto fosse andato per il verso giusto, con piena soddisfazione generale di tutti i Malinconici Dipendenti con gli Occhi da Topo della Insignificante Filiale della Periferica Agenzia e soprattutto sotto gli Occhi da Lucertola del Solerte Funzionario; ci fu addirittura chi giurò, ad anni di distanza dal Tragico Fattaccio, di aver intravisto in quel momento, sulle labbra ostili di Quello, un represso cenno di sorriso. Ma fu solo un attimo intenso, perché i pochi ricordi sopravvissuti divennero confusi per quanto poi accadde. Lo schermo del computer, infatti, di lì a poco, divenne improvvidamente blu e andò in crash. Subito anche tutti gli schermi degli altri computer della Insignificante Filiale della Periferica Agenzia diventarono blu andando in crash. E anche quelli di tutti gli altri computer collegati a tutte le residue Locali Reti interconnesse alla Globale Rete della Agiata Città, della Pingue Regione, dell’intero Squallido Paese diventarono blu andando in crash con una emorragica e inarrestabile perdita dei Preziosi Dati.
«Ma lei è pazzo!» gli urlò in faccia il Solerte Funzionario, diventato pallido come una noce di ricotta, con tutta la rabbia che aveva in corpo. «Lei ha inserito un potentissimo virus direttamente nella Globale Rete. Ma cosa le è saltato in mente? Subirà, per questo, conseguenze inimmaginabili! Sanzioni indicibili! Ritorsioni efferate!» abbaiò al cielo prima di uscire sbattendo la porta che rovinò a terra nel diffuso sbigottimento generale.
Il Malinconico Dipendente si svegliò di soprassalto.
E capì con orrore che questa volta era tutto vero.