WowLights

La Deep Wow, corporation americana con sede a San Diego, aveva presentato le WowLights al mondo come il passo definitivo verso la fusione tra sport e spettacolo. Lenti a contatto trasparenti, leggere come un soffio, capaci non solo di registrare e trasmettere in tempo reale ogni immagine vista dall’atleta, ma anche di restituire il battito del cuore, il respiro, i brividi di tensione. Un’intera folla, sparsa tra continenti e fusi orari, poteva sentire la paura al momento di un rigore, la vertigine dell’attesa sulla pedana di salto con l’asta, l’adrenalina bruciante di una finale.
La prima fase della sperimentazione aveva coinvolto cestisti NBA, velocisti americani, saltatori europei. La seconda, più audace, includeva i calciatori. E tra loro, inevitabilmente, c’era BFJ, ventidue anni, talento precoce di una celebre squadra spagnola. Un nome che già rimbalzava tra gli hashtag delle adolescenti di mezzo mondo, tatuato in caratteri neri e spigolosi sulle braccia e sulle spalle dei tifosi.
La finale di Champions contro i rivali storici si trasformò in un evento planetario. Per la prima volta la Deep Wow apriva gratuitamente l’accesso al canale digitale dedicato: chiunque poteva guardare con gli occhi dei campioni. Milioni si riversarono così nel flusso in diretta. E attraverso lo sguardo febbrile di BFJ videro tre gol, l’ultimo dei quali — una rovesciata che riscrisse la fisica — sarebbe rimasto per anni negli annali. Dalle pupille dilatate del campione filtrava il fragore della folla, il campo verde smeraldo, il lampo bianco dei flash sugli spalti.
Per molti spettatori fu un’esperienza quasi mistica: vivere dall’interno la perfezione di un corpo che si muoveva più veloce della mente. Le WowLights avevano vinto la loro scommessa.
Poi arrivò il dopo.
Negli spogliatoi, l’aria densa di sudore e champagne, compagni che gridavano, giornalisti che premevano alle porte. BFJ, che già conosceva il rischio di essere trascinato dai tifosi fuori dall’impianto, decise di fuggire da un’uscita secondaria. Nel trambusto dimenticò un dettaglio minimo: togliersi le lenti.
Il flusso rimase aperto.
All’inizio furono solo immagini confuse: strade laterali, muri scrostati, un taxi che sfrecciava. Poi i lampioni gialli, la notte calda di Madrid, i motorini accesi al semaforo. I follower pensarono fosse un backstage inatteso, un regalo non previsto. Invece la diretta continuò.
Qualcuno gridò il suo nome. Erano ragazzini, poco più che adolescenti. Si avvicinarono timidi, con quaderni e cellulari in mano. Volevano un autografo, un selfie. BFJ si fermò, sorrise. La folla collegata sentì ancora il respiro affannato dell’atleta, come se il match non fosse finito. Poi, lentamente, quel sorriso si piegò in un’altra forma.
La trasmissione non si interruppe.
Ciò che avvenne dopo fu visto, ascoltato, registrato da milioni di schermi accesi. Non c’erano telecamere esterne, non c’erano commentatori pronti a filtrare o addolcire. Solo la luce tremolante dei lampioni, l’ansimare di voci acerbe, il passo rapido di scarpe che strisciavano sull’asfalto. La voce di un ragazzino che gridava “No, non farlo.” e le immagini che, per quanto frammentarie, non lasciavano dubbi.
Per ore la rete rimase incredula. Molti pensarono a un fake, a un sabotaggio. Ma i dati biometrici delle WowLights non potevano essere falsificati: ogni battito, ogni respiro era lì, sincronizzato con l’orrore.
La Deep Wow riuscì a interrompere la trasmissione solo all’alba quando lui, accortosi di aver su ancora le lenti, se le era finalmente tolte. Troppo tardi. Le registrazioni erano già ovunque. BFJ, l’idolo planetario, promessa del futuro, non era più un campione, ma uno spregevole orco, travolto da una verità che nessun addetto stampa avrebbe mai potuto addomesticare.
Nel pomeriggio lo trovarono impiccato nella sua camera d’albergo.

Nonostante tutto

Era stato un omicidio efferato. La ragazza era stata trovata in mezzo alla strada, nel cuore della notte, con la gola squarciata. Ad accrescere l’orrore per quel fatto atroce, accaduto in quello che si credeva essere, fino a quel momento, un tranquillo paese dell’entroterra, era che la giovane donna era incinta, di sette mesi.
I sospetti caddero subito sul compagno. Tutti gli amici comuni, soprattutto Mara e Tobia, avevano testimoniato che, da quando la ragazza aveva comunicato di essere in dolce attesa, il rapporto con il fidanzato si era incrinato. Litigavano spesso e, una sera, avevano anche assistito a uno spiacevole episodio in cui lui l’aveva picchiata davanti a tutti.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il ragazzo. Risultava non avere alibi per la notte dell’omicidio e la sua linea difensiva era contraddittoria e lacunosa. Sul suo cellulare erano stati trovati numerosi messaggi alla fidanzata indicativi di una forte contrarietà per l’inattesa e non voluta gravidanza. Non erano mancate spiacevoli minacce se non l’avesse interrotta. E così, dopo una notte interminabile passata in questura, il ragazzo aveva confessato l’omicidio. Aveva anche rivelato che il coltello serramanico utilizzato era stato gettato, subito dopo il fatto, all’interno di un tombino poco distante dal luogo dell’assassinio.
Il padre della ragazza quasi impazzì dal dolore. In chiesa non smetteva più di nascondere il viso all’interno del braccio. Le sue lacrime non si videro ma si udirono distintamente i suoi singhiozzi. L’emozione fu così intensa che il celebrante abbandonò per un attimo il presbiterio per stringerlo in un abbraccio, lasciandogli sfogare il suo dolore. Non era mai successo e c’è da credere che non succederà mai più.
Fu quello anche il momento in cui, con un gemito dei cardini, che parve a tutti quasi umano, come di compartecipazione a quello strazio che si stava consumando, si aprì il grande portone centrale della basilica, giusto per far entrare in modo scomposto una vecchia dai cappelli arruffati, i vestiti sporchi e rattoppati. Aveva un brutto aspetto. Come se una sofferenza interiore di anni l’avesse lentamente consumata. Trascinando un piede storto si spinse sino a metà della navata iniziando a biascicare parole che ai presenti parvero del tutto in libertà. La donna, era priva della maggior parte dei denti sul davanti, sicché quel che diceva, tra spruzzi di saliva e sbuffi, pareva pronunciata addirittura in un’altra lingua.
Gli addetti alla onoranze funebri, pratici e professionali, si avvicinarono allora con cautela alla donna con il preciso intento di sorvegliarla. Avrebbero potuto anche non farlo. Non competeva loro. Che ne sapevano, dopo tutto, di chi fosse quella donna. Avrebbe potuto anche essere una parente della deceduta per quanto era a loro conoscenza. Eppure si mossero tutti all’unisono. Stonava quella figura tanto era dimessa e sgraziata. Doveva essere per forza lì per caso. Per creare scompiglio.
L’anziana continuava a sbraitare, nonostante la presenza sempre più ravvicinata di quegli uomini prestanti e sicuri di sé. Alternava parole confuse a lamenti gutturali che mettevano profonda angoscia e inquietudine. Non appena però l’anziana si accorse che i quattro giovanotti in abito scuro, la stavano per raggiungere, sotto lo sguardo preoccupato e nervoso degli astanti, si inoltrò ancor più rapidamente all’interno della navata. Gli uomini nerovestiti non si aspettavano quella mossa. Ne furono quasi intimoriti, titubanti. E se ne ristettero. Ma fu quando la donna si mise a colpire il feretro con il palmo aperto di una mano che il team del servizio funebre capì che, pur con studiata compostezza, doveva intervenire. Il sacerdote, ancora accanto al padre della ragazza, fece a quel punto alcuni passi indietro come volesse avere una visuale migliore. E poi ritornò in fretta sul presbiterio per riprendere il governo della funzione e far sparire almeno con il pensiero quella donna inopportuna e tornare alla normalità. La confusione adesso era generale. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo.
«Che dice?» chiese un uomo con vistosi baffi di un tempo a quella che doveva essere suo moglie.
«Chi è questa orribile donna?» disse ad alta voce una signora bene con con un cappellino chiaro a larga tesa e una corolla di garofano incastonato di lato che sarebbe stato bene a una corsa di cavalli. «Qualcuno faccia qualcosa!»
«Dice che dovete aprire subito la cassa» fece un bambino dall’ultimo banco della basilica in tono tranquillo. Il volume della sua voce non era alto, ma lo sentirono ugualmente tutti tanto che si girarono come per accertarsi di aver capito bene. «Dovrete aprirla, ora!» ribadì quasi fosse un gioco.
Il prete, a quelle frasi, rimase immobile, sembrava non respirare. Cupi pensieri gli si affastellarono nella testa. I quattro giovanotti delle onoranze, dal loro canto, guardavano il padre della ragazza defunta sn attesa di nuove istruzioni che però non arrivavano.
«Ma cosa dice?» fece un uomo sulla trentina facendo disperdere le sue parole nell’eco della chiesa. «Ma tu la conosci, caro?» fece un’altra signora con la veletta nera toccando il braccio dell’uomo che le sedeva accanto.
L’anziana sdentata però continuava nella sua azione: picchiava e blaterava sulla cassa senza fermarsi.
E allora successe che il padre della ragazza defunta si alzò per avvicinarsi lentamente alla intrusa. Una volta che le fu accanto, si limitò a bloccarle con forza il polso e a spostarle la mano da sopra il feretro. Poi si accorse che qualcosa nello sguardo di quella donna gli era famigliare. Gli venne in mente. Non c’era dubbio, era lei: Consuelo. Era stata trent’anni prima la tata della figlia. Quindi si era licenziata perché il suo bambino di dieci anni era morto all’improvviso di una rara malattia. Da allora non l’aveva più incontrata.
«Consuelo» fu capace solo di dire.
Poi un suono gli sembrò provenire dal feretro. Avvicinò rapido l’orecchio e subito si mise a urlare agli addetti del servizio funebre, ancora fermi poco distante da lì.
«Presto, venite… aprite questa cassa!»
I ragazzi non riuscivano a decidersi se muoversi davvero oppure no. Era una richiesta inusuale, incoerente. Si guardarono l’un l’altro incapaci di prendere una decisione, senza essere nelle condizioni di fare nulla. Fu al secondo perentorio invito dell’uomo che il più anziano del team corse verso la cassa accostando subito, anche lui, l’orecchio sul feretro. Poi fece segno agli altri di avvicinarsi velocemente. Si misero così tutti e quattro, come una squadra affiatata, a spostare il feretro dal trespolo al pavimento della chiesa. Sotto lo sguardo incredulo e inorridito dei presti presero ad allentare in un attimo le viti della parte superiore della cassa.
«Ma cosa fanno, Dio mio!» disse il prete.
Dopo un ultimo sguardo di intesa con il padre gli uomini nerovestiti scoperchiarono la bara. Poi allargarono con un apposito strumento la lastra saldata di alluminio. A quel punto si udì forte e chiaro il vagito di un neonato.
Era ancora legato al cordone ombelicale della madre.

Life-Alert

Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse.  ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.

Annina sta tornando

anziano, televisioneAnnina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.

Un’anima in meno

«Capo, abbiamo un problema.»
Ezechia si infastidiva sempre quando doveva interromperlo. Anche perché, a dirla tutta, il Capo non sospendeva mai quel che stava facendo continuando a smussare e lisciare la lama in modo così puntuale che avrebbe detto essere ossessivo. Era ben vero che teneva in ordine ed efficienza tutte le falci dell’Ufficio, ma quello stridore se lo sentiva nelle orecchie anche quando era a chilometri di distanza.
«COMEEE?»
«Capo, abbiamo un problema» urlò per soverchiare il rumore.
«Quale problema?» fece il Capo passando a raschiare l’altro lato della lama. Delle piccole scintille si sprigionarono dalla lama cadendo sul piano di lavoro.
«Nel corso di un controllo nell’Archivio Generale è risultato un deficit di ingressi. In altre parole, un’Anima è stata saltata e risulterebbe ancora in vita.»
«Non è possibile!»
Ezechia capì che la cosa doveva essere grave. Per la prima volta da quando lo conosceva, il Capo si era fermato e lo stava osservando. Almeno così gli sembrava perché il cappuccio che teneva calato sulla faccia adesso era girato dalla sua parte. Si rese anche conto in quel momento che, da quando lavorava per lui, non l’aveva mai visto in viso.
«Vai avanti…» lo esortò.
«Allora, dunque… è successo che Manasse, che doveva andare a prendere quell’Anima nel giorno prestabilito, è risultato invece essere assente. A questo proposito vorrei chiederle, Capo, molto rispettosamente: ci è consentito stare assenti? Lo dico perché sono almeno milleduecento ventitré anni che non mi prendo un giorno di pausa. E qui l’attività è serratissima. Lo dicevo così non per lamentarmi, ma per saperlo… questa attività la faccio solo per hobby, per passione intendo dire…, io ho anche una vita fuori di qui.»
«Vai avanti.»
«Manasse, dicevo, è stato assente quel giorno, ma ha passato per tempo, come doveva, le consegne a Ebediele. Fin qui tutto regolare. Solo che Ebediele, non si è accorto del nominativo di quest’Anima, come le dicevo, che si chiama… aspetti che me lo sono segnato… ah ecco sì: Clementine Kitchen.»
«Kitchen?»
«Kitchen, esatto. Non l’ha notata perché il nome si trovava riportata nella seconda pagina della lista consegnata. Poi con il daffare che c’è sempre, il giornaliero sempre strapieno, beh… sa com’è… questa cosa è sfuggita. Non sarebbe successa però se Noi ci ammodernassimo un po’. C’è un App per queste cose da poter usare anche sul cellulare… Sono stati inventati i laptop, i server, l’intelligenza artificiale… possibile che dobbiamo usare ancora il cartaceo?»
«Laptop, server? Cosa sono?» chiese disorientato il Capo.
«Appunto.»
«Ricordati che Noi abbiamo la Provvidenza dalla nostra parte: non si rompe mai e non ha bisogno di strane diavolerie per funzionare, per cui…»
«Per cui?»
«Per cui, vai avanti.»
«Insomma questa donna doveva essere prelevata 32 anni fa…»
«E adesso quanti anni ha?»
«103.»
«Dobbiamo rimediare immediatamente. Pensaci tu, Ezechia, oggi stesso» e riprese ad arrotare la lama.

«Capo, abbiamo un problema.»
C’era un silenzio, come dire, tombale. Il Capo stava posando una falce per prenderne un’altra. Ezechia ne approfittò per relazionare.
«Cominci a essere monotono, però. Già di ritorno? Notizie su Clementine Kitchen?»
«Sì, sono andato sul posto dell’ultimo domicilio conosciuto e…»
«E…?»
«E risulta deceduta.»
«Allora siamo Noi a non aver aggiornato l’Archivio Generale…»
«Forse… se non fosse che la donna risulta perita circa dieci anni fa in un naufragio della nave da crociera su cui si era imbarcata. Ma il corpo non è mai stato ritrovato. Anche se il naufragio si è verificato in alto mare, dunque ci potrebbe anche stare che sia andato disperso.»
«Cosa non ti convince, Ezechia…»
«…»
«Un dentista farebbe meno fatica a toglierti un dente…»
«E che nel Magazzino delle Anime Restituite non c’è l’Anima di Clementine Chicken. Va bene che c’è tanta confusione anche lì, ma prima o poi trovano tutto.»
«Kitchen.»
«Prego?»
«Clementine Kitchen non Chicken.»
«Sì, scusi Capo, Kitchen. È che ho fame, a quest’ora.»
Ciò che più Ezechia detestava era il dover fare tutta quella dieta per rimanere così, tutto ossa.
«Allora è viva, non c’è dubbio: bisogna assolutamente trovarla. Insisti, Ezechia, insisti.»
Ezechia se ne stava per andare quando il Capo lo fermò.
«Ah… porta con te il novizio, Sallum. È entrato da meno di una settimana e deve fare ancora pratica…»

«Posso, Capo? Sono Sallum…» disse bussando a un armadio a forma di bara.
«COMEEE?»
«Sono Sallum» disse alzando la voce per superare lo stridore della lima.
«Sei solo? Come mai? Ezechia dov’è?»
«Ezechia, Capo, è assente. Mi ha chiesto di avvertirla dicendo che lei avrebbe capito.»
«No, non ho capito. Mi aveva solo detto che ha una vita… Ma sul serio la morte ha una sua vita?»
«Ecco…» fece a disagio guardandosi attorno come per chiedere aiuto. «Sono felice però di comunicarle che abbiamo risolto tutto con la Kitchen, anche senza App…»
«Vai avanti.»
Sallum fece un passo verso il Capo sentendo che odorava di naftalina e olio per estrema unzione.
«Non fisicamente, Sallum… vai avanti con il discorso. L’avete trovata, dunque.»
«No, Capo. È lei che si è fatta trovare da noi.»
«In che senso?»
«Nel senso che, dopo aver visto morire tutti quelli che amava, si è ritrovata sola. Per anni ha vissuto d’inerzia, senza più uno scopo. Poi un giorno, davanti allo specchio, ha capito che non era più lei a trattenere la vita, ma la vita a trattenere lei. Così ha deciso di restituire l’Anima, convinta che qualcuno ne avrebbe fatto un miglior uso. Così ha lasciato un biglietto alle amiche di burraco con la scritta “È ora”. Noi siamo venuti a saperlo e siamo andate da lei. Ci aspettava.»
«Ma guarda… ed è solo per questo che si è fatta trovare?» fece il Capo grattandosi la testa con la lima.
«No, ha detto anche che, siccome era anche molto ricca era arcistufa di essere attorniata da amiche sanguisughe oltre al fatto che non ne poteva più di giocare a burraco.»
«Adesso mi torna.»
«Bene ora risulta tutto in parità, Capo… Siamo stati bravi?»
«Insomma…»
«Altri ordini?»
«No, per oggi, no… però, visto che sei qui…»
«Comandi.»
«Se ne può sapere di più su questa App…?»
«Sì, certamente… ma mi ci vorrà un po’ per spiegarle tutto.»
«Non abbiamo anche l’Eternità dalla nostra parte?»
Sallum cercò spazientito l’orologio al suo polso. Constatò per l’ennesima volta che gli era scivolato tra tibia e perone. Pensò anche che avrebbe fatto tardi e che non sarebbe riuscito a mantenere la promessa fatta a Clementine di farle fare un giro orientativo per la Stazione di Primo Ricevimento, giusto per farla ambientare un po’. Ma era contento lo stesso, dopotutto poteva dire a Ezechia che il Vecchio l’avrebbe abbozzata con quella balla della Provvidenza e si sarebbe fatto finalmente sentire con i piani alti. Anzi altissimi.