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Posts Tagged ‘morte’


16 novembre 2028, h. 9.07

Oggi l’ho rivista. È proprio carina. Nella sua divisa celeste del TrandyMarket sta davvero bene. È forse un po’ piccolina, ma la linea del corpo è morbida e aggraziata; ha degli occhi azzurri profondi. Due laghi gelati d’alta montagna. Mentre parlava con una sua collega si è messa all’improvviso a sorridere ed è stato stupendo.

18 novembre 2028, h. 17.22

Priscilla, così l’ho chiamata perché non so il suo vero nome, oggi era al reparto cartoleria. Ha delle bellissime mani.

21 novembre 2028, h. 8.33

Mi sono nascosto dietro al carrello portapallet per vederla lavorare. Non c’era nessuno in quel momento nel reparto e ho potuto osservarla a lungo. Forse si è anche accorta di me perché si voltava ogni tanto nella mia direzione muovendo con eleganza i capelli a coda di cavallo fermati da un elastico rosa.
Sì, deve essere così: mi ha lasciato ammirarla mentre si muoveva sicura tra quaderni e fogli uso bollo. Poi è arrivata una sua collega, quella rossa con le lentiggini, alta alta e sgraziata, e sono scappato via.

23 novembre 2028, h. 17.10

Oggi mi ha parlato ed è stata una emozione fortissima che mi sembrava di soffocare. Stavo scegliendo dal frigo un yogurt alla ciliegia quando mi è arrivata all’improvviso alle spalle e mi ha chiesto “permesso” prima di riporre sullo scaffale interno una confezione di succhi di frutta. Me l’ha sussurrato in modo melodioso, guardandomi negli occhi. È stato un istante durato un tempo infinito.
Permesso”… che parola dolce e piena di significati reconditi!
Sapevo che era ancora al reparto cartoleria; l’avevo vista entrando nel market sicché non me lo sarei aspettato di vederla arrivare così agli alimentari. Evidentemente mi aveva notato anche lei e, avvicinandosi, ha voluto lanciarmi un segnale preciso… a questo punto mi sembra chiaro.

28 novembre 2028, h. 8.02

Mammina ora sta molto male.

1 dicembre 2028, h. 21.26

Mammina non c’è più. Quel brutto male me l’ha portata via, per sempre.
Ma su una cosa aveva ragione: è ora che mi faccia una famiglia. Che metta giudizio, come diceva lei. Non posso più vivere così, da solo, abbandonato a me stesso, per tutta la vita.
Mi devo fare coraggio con Priscilla.

4 dicembre 2018, h. 8.33

Ho avuto la conferma da Priscilla che le piaccio. Le ho chiesto dove potevo trovare le patate novelle e lei mi ha risposto con piglio professionale che non lo sapeva e che dovevo rivolgermi a un’altra collega. Mi ha sorriso dolcemente e mi ha guardato dritto dritto negli occhi un po’ più a lungo dell’altra volta in cui mi aveva chiesto solo “permesso“.
La voce era senza dubbio carica di sottintesi.
È deciso: la prossima volta l’aspetto che esca dal lavoro e mi faccio avanti.

5 dicembre 2018, h. 21.00

Ce l’ho fatta. Priscilla e io siamo finalmente insieme. Oggi, all’uscita dal lavoro non voleva salire sulla mia macchina. Ma io ho tanto insistito. Certo, ho dovuto tirarla dentro con forza e trattenerla, ma solo un poco; poi mi è sembrata contenta e tranquilla. Si è messa anche a piangere quando sono partito, io le ho detto però che non doveva preoccuparsi perché succede spesso quando i sentimenti sono più forti delle parole; che arriva prima o poi il momento in cui bisogna sapersi lasciar andare. Perché la vita è breve. E lei ha capito.
L’ho portata qui a casa per cominciare subito a formare una famiglia.
Ora siamo davvero una cosa sola, io e lei.
Gli occhi azzurri le sono rimasti per fortuna aperti ed è meravigliosa con la sua coda di cavallo.
Nel freezer a pozzetto ci sta tutta, temevo di no.
Per fortuna è così piccolina.

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Ci tenevo molto a intervistarla soprattutto dopo il presunto scandalo del colpo di Stato in Ukbezia dove, si dice, abbia fatto arrivare negli ultimi anni consistenti rifornimenti militari nonostante l’embargo. Essendo notorio il suo astio nei confronti dei giornalisti in genere, d’accordo con Max A’bner, mio amico fraterno e amico personale di Lei, mi son fatto invitare a casa sua spacciandomi per un mediatore immobiliare internazionale, visto che si era risaputo volesse acquistare un megaranch a Los Rojos. L’invito era per una cena in Villa per sole quattro persone: io, Max, una certa Angheleta, un’imprenditrice di import/export di rum di Caracas, cui Lei si è rivolta per tutta la serata con il nome di ‘Bibi bella’ (mi è sfuggito però il cognome che forse era Varéla o Vidéla o qualcosa di simile), e, appunto, Lei, che, per ragioni di sicurezza mia personale, chiamerò qui con un nome di fantasia: PID.
Devo dire che di persona è una signora piacente, piena di fascino, dallo sguardo tagliente e inquieto. Si è dimostrata una donna amabile, brillante, spesso divertente: una perfetta donna di casa. Abbiamo cenato con cibi sopraffini, alcuni dei quali mai visti e di cui non ho afferrato neppure il nome e con vini di altissima qualità senza contare lo champagne millesimato a casse. La conversazione è stata fluida, informale, spensierata come se fossimo stati tutti vecchi amici. Più di una volta mi è venuto il senso di colpa di essermi introdotto in quella casa con un sotterfugio, ma poi, ripensando a quello di cui è accusata, mi convincevo di avere fatto la cosa giusta. E poi avrei potuto fare uno scoop sensazionale: quando mi sarebbe ricapitato?
Verso mezzanotte, quando ormai avevamo tutti bevuto fin troppo, lei stessa ha servito un Armagnac stravecchio proveniente da non so quale riserva speciale e invecchiato, secondo quanto ci ha rivelato, in una piccole botte ricavata dal legno della croce di Cristo. Lo ha detto scherzando, ovviamente, ma ora, a distanza di giorni, non sono poi tanto così sicuro che fosse una battuta. Il liquore era comunque effettivamente un puro nettare e il bouquet indescrivibile. Poi sono andato in bagno e quando sono tornato non c’era più né Max né Angheleta. Alla mia sorpresa lei ha semplicemente detto: ‘Sono andati via…’ e dopo qualche attimo di imbarazzo:
«Non si mostri però così deluso di restare solo con me; forse, dopotutto, avevano qualcosa di meglio da fare loro due insieme, non trova?» mi ha sorriso allusiva: «Dell’altro Armagnac?»
Poi lei fece finta di mettere in ordine sul tavolino davanti a sé come se prendesse tempo e quindi, con aria seducente, mi si è avvicinata e mi ha preso per mano. «Vieni», mi ha detto sottovoce passando improvvisamente al tu. Mi ha condotto all’ascensore privato, una stanza in mogano intarsiato con computer, telefono e divano, e ha premuto con delicatezza un pulsante. Ma l’ascensore, silenziosissimo, anziché salire, è sceso, di due piani. E quando si è riaperto, nel buio fitto, era distinguibile solo una luce azzurrina in fondo al piano: faceva freddo.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto d’un tratto diventato nervoso per la stranezza della situazione.
«Non faccio mai scendere nessuno in questo luogo…» mi disse guardandomi ancora in quel modo ambiguo «ma è una serata speciale… questa.» E subito ha girato un interruttore alla sua sinistra accendendo centinaia di luci indirette in tutta la sala; anzi erano tante salette una collegata all’altra come in un museo; perché proprio di un museo si trattava, con tanto di teche e vetrinette. Solo che non capivo di cosa.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto ancora, meccanicamente.
«Vedi Bob, noi siamo abituati a ricordarci dei grandi del passato per come sono rimasti ritratti in fotografie o filmati e, quando siamo fortunati, per il ricordo che abbiamo di loro avendoli conosciuti di persona…» La guardavo ma non capivo dove volesse arrivare. «Ma come sono da morti?» disse inoltrandosi nel suo museo. La seguii, incerto. E così potei constatare che nelle teche e nelle vetrinette c’erano solo teschi, teschi umani; alcuni avevano un faretto che li illuminava ulteriormente, altri più di uno. Sotto la prima cupola di vetro c’era scritto Mao Tsetung, in quella accanto Karl Marx e poi Martin Luther King, Winston Churchill, Sigmund Freud, Albert Einstein…
«Ma è incredibile…» feci io a bocca spalancata.
«Sì, è incredibile che siano così tanto diversi l’uno dall’altro a testimonianza della diversità delle loro vite, ma, allo stesso tempo, anche tutti uguali nella forma disadorna della morte.»
«Come hai fatto ad avere questi calchi che sembrano così perfetti?»
«Calchi? Stai scherzando? Io, secondo te, mi sarei accontentata di semplici copie? Ho le mie conoscenze, sai, e, grazie a un dispositivo progettato nei miei laboratori, ho creato delle copie straordinarie che ora si trovano con il resto nelle rispettive tombe. Gli originali sono invece qui.»
«Vorresti forse dire che questi… che questi… sono…»
«Esatto. Mi sono costati tantissimo, ma la soddisfazione di averli tutti qui è indicibile.»
Non ci potevo credere. Si trattava di qualcosa di eccezionale. Nessuno mi avrebbe mai creduto se l’avessi raccontato. Mi girai: in una teca speciale, sotto riflettori a luce iodata, c’era il teschio di John Fitzgerald Kennedy. La calotta cranica era sul pavimento della teca, come alcuni frammenti di osso. ‘Gli effetti del terzo proiettile’, pensai e mi venne un groppo in gola.
«Ma vieni, ti faccio vedere la sezione che prediligo, quello degli artisti» disse lei che mi vedeva impietrito. Svoltammo a destra e poi a sinistra e quindi, dopo un breve corridoio, siamo entrati una sala color verde acquamarina sempre con teche e vetrinette. C’erano Oscar Wilde, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Harry Houdini, Mark Twain e tantissimi altri. Mi fermai davanti a quella di Ludwig Van Beethoven. Ero sbalordito.
«Mi avevano promesso anche quello di Mozart, ma sembra che sia proprio vero che sia stato sepolto in una fossa comune senza nome… Peccato. Allora che ne pensi?»
Non riuscivo a dire nulla. Ero alla presenza di alcune tra le più grandi personalità mai esistite.
«E questo qui dietro…» seguitò lei indicando con il pollice una teca alle sue spalle «non è stato affatto facile averlo e non si sa perché: mi è arrivato solo sei mesi fa… è Paul McCartney.»
«Paul McCartney? Ma Paul McCartney non è morto! È vivo e vegeto.»
«Davvero?» mi fece lei, com un’eco con l’aria di volermi canzonare. «Se lo dici tu…»

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Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato moscio moscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi al reparto del Baldi che è una bella carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, Bardi!»
«Appunto Bardi!»
«Ma come non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno? Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E semestrale, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Oh, guarda laggiù…guarda… uè non è Coso, il Grande lì… il… il Tanassi? Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è grande!» e fece un largo gesto circolare con il braccio.
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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mantideEra almeno un’ora che girava a vuoto. Anche il cane ogni tanto si fermava per guardarlo con aria interrogativa come se si chiedesse il perché l’avesse portato in quella zona senza selvaggina. Eppure lui, su quelle colline, c’era stato tante altre volte e non era mai tornato senza qualcosa nel carniere. Per fortuna era una splendida giornata e la luce che volgeva al tramonto stava prendendo toni di giallo che incendiavano il marrone del fogliame; il cielo era ancora terso e virava pensoso nel blu della sera.
Poi, all’improvviso, sentì la terra tremare. Non era il terremoto, lo capì subito, ma uno scuotimento lento, ritmico come di passi pesantissimi che si stessero avvicinando. Vide Tabù, il suo pointer, che scartò di lato per poi gettarsi guaendo dentro alla macchia. Lo chiamò più volte: ma si era fatto un profondo silenzio attorno a lui, come di attesa greve, a sottolineare che in quel frangente nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Ebbe appena il tempo di girarsi e una sagoma confusa lo sovrastò. E fu tutto buio.
Quando rinvenne si trovava bocconi, per terra, in una stanza dal soffitto così alto che faceva fatica a scorgerlo. Si sentiva la testa pesante, il corpo rigido, rattrappito, come se il resto di sé non gli appartenesse. Non riusciva a capire cosa fosse successo, né dove si trovasse, né quanto tempo fosse passato.
Cercò di muoversi ma non ci riuscì. Realizzò a poco a poco di avere come un peso insostenibile sul petto che lo teneva bloccato al suolo. Si guardò in giro anche se la vista gli si era annebbiata e ci vedeva male: gli parve di non essere solo. Intorno a lui c’erano altre figure anch’esse sdraiate. Ecco sì…, distingueva ora un uomo sulla cinquantina e, più in là, due donne giovani: una bruna e formosa, l’altra dai capelli corti e fulvi, molto magra; c’era persino un bambino, sui dieci anni, vestito ancora con la tuta da palestra, e una coppia di persone molto anziane. Non si muovevano: gli occhi erano chiusi, parevano addormentati. Dopo un po’ che li stava fissando, realizzò che ciò che li teneva fermi era un chiodo che usciva loro dal busto.
Ma sì, certo‘, pensò. Era un enorme ago che li trafiggeva. Forse formavano tutti, lui compreso, la collezione bizzarra di un qualche squinternato; come se fossero stati semplici insetti da conservare e non esseri umani.
Avrebbe voluto gridare ma dalla bocca uscì solo un rantolo. Strattonò il proprio corpo per liberarsi di quello spillone che ora vedeva distintamente sopra di sé. No, doveva calmarsi: non sarebbe venuto a capo di nulla se si fosse agitato in quella maniera. Dopo tutto non sentiva dolore e non gli sembrava neppure di perdere sangue.
Dopo qualche ora si accese nella grande sala, in un punto indefinito del soffitto, una luce accecante. Non vide più niente. Sentii avvicinarsi qualcuno a larghi passi. Provò la stessa sensazione di pericolo di quando ero sulla collina a caccia. C’era qualcuno vicino a lui. Cercò di strizzare le palpebre per far passare quel tanto di luce che poteva bastare per vedere chi fosse. Gli parve di vedere un enorme occhio su di sé con una lente monoculare di ingrandimento che lo stava osservando. Poteva sentire addosso il fiato pastoso di quella persona che, con molta cura, stava controllando se lo spillone fosse ben conficcato sul fondo e che tutto fosse a posto. Trascorsero momenti interminabili in cui si finse morto. Poi lo sentì allontanarsi senza spegnere la luce. Non riusciva più ad aprire gli occhi: era un faro potente che gli spioveva addosso un fascio di luce calda ma abbagliante.
Poi, piano piano, quello stesso calore prese a ravvivargli i muscoli e i vestiti e lui iniziò a muovere di nuovo gli arti. Cercò di capire che tipo di movimento avrebbe potuto fare. E ben presto comprese che l’unico modo per liberarsi di quell’ago era di farselo scivolare attraverso il foro nel petto. Così decise di agire: chiunque lo tratteneva in quel luogo poteva tornare da un momento all’altro. Afferrò con tutte e due le mani il chiodo e si tirò su; fece diverse prove ma si sentiva molto debole e cominciava a sentire un dolore acuto che gli scuoteva il cervello; anche il sangue aveva preso a colare a terra.
Ci mise molto tempo perché ogni tanto, stremato, doveva fermarsi per riprendere fiato. Un paio di volte ripiombò sul pianale battendo violentemente la schiena. Temette che quel rumore potesse richiamare il suo ospite. E allora, subito, ricominciava a tirarsi su con la forza della disperazione. Al quinto tentativo, quando pensava che ormai non ce l’avrebbe più fatta, arrivò alla sommità dello spillone. Fu il momento più difficile perché la testa del chiodo era più larga del foro nel petto; sentì un dolore lancinante che lo fece vacillare; ma prima di svenire riuscì a divincolarsi. Quando si riprese si aggirò tra gli altri sventurati nella speranza di trovarne qualcuno ancora vivo. Erano centinaia e centinaia a riempire tutta la sala: per loro non c’era più nulla da fare.
Decise che era il momento di andarsene. Piegato in due per il dolore e perdendo sangue non era facile orientarsi in quella casa enorme. Superato però un angolo di quel locale, vide in fondo a un corridoio la luce del sole che faceva un’onda di pulviscolo da un portone lasciato aperto. Corse tenendosi una mano sul petto. Nell’ultimare il corridoio, per un attimo, si scorse in uno specchio. Si fermò a rimirarsi incredulo: il foro che lo attraversava da parte a parte era anche più grande di quello che aveva creduto. Cercò di tamponarlo come poté.
Poi il sole tiepido gli toccò delicatamente la spalla: sembrava chiamarlo.
Si avvicinò alla porta spalancata su una campagna ordinata e rigogliosa.
No, non può essere così facile’, pensò.
E scappò via.

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Clark-GableAurelio era nel suo letto d’ospedale. Non c’era nessuno al capezzale. Il braccio, vistosamente fasciato, era adagiato sopra le coperte. ‘30 punti di sutura gli hanno dato‘, mi disse l’infermiera con aria compunta. ‘Sembra gli sia sfuggita la motosega mentre stava tagliando la legna‘. Ora dormiva per effetto della sedazione. Il viso era rivolto verso la parte più in ombra della stanza, la bocca leggermente storta in una smorfia che solo l’anestesia può disegnare. Stavo chiedendomi se fosse il caso di andarmene o aspettare, quando entrò nella stanza, trascinandosi dietro un’asta portaflebo, Tonino. In realtà non l’avevo riconosciuto, fu lui a salutarmi.
«Ho un brutto male, sai… dicono che non ci sia più niente da fare…» mi anticipò come per rispondere alla domanda che gli avrei fatto. Lo squadrai. Era rinsecchito come se si fosse ritratto in se stesso, con pochi capelli sulla testa, gli occhi chiari appannati, un’età indefinibile addosso. «Senti…» mi disse a bassa voce infilandosi a fatica nel letto. «Visto che sei qui. Devo dirti una cosa.»
«Dimmi» gli feci avvicinandomi.
«Sai che da quando sono in pensione mi dedico al mio hobby di impagliare gli animali…»
«Sì certo, Tonino.»
«Ecco, ecco… volevo regalare al Circolo di Lettura alcuni pezzi che mi sono riusciti proprio bene.»
«Adesso non pensare a queste cose.»
«No no, te ne voglio parlare adesso perché potrei da un giorno all’altro non conservare la lucidità sufficiente per farlo, così almeno mi han detto i medici…» Deglutii. Almeno cercai di farlo. «Ho un bellissimo cinghiale che hanno sparato là a Poggiobrusco, proprio dietro a casa tua…» seguitò «è venuto una meraviglia e ne sono particolarmente orgoglioso…» disse sbattendo la lingua sul palato alla ricerca di un poco di saliva. «E poi… e poi… ho tre galli cedrone… una rara volpe grigia, un airone cinerino e… e… diverse altre cose, che adesso non ricordo neppure più.»
«Va bene, Tonino, adesso non preoccupartene…» gli dissi posandogli una mano sulla sua che sbucava dalla manica del pigiama come fosse finta. «Ora stai tranquillo» gli ripetei non sapendo cos’altro dire. Il suo sguardo si era spento. Pareva stesse vedendo un film su uno schermo lontano. Gli occhi si erano fatti lucidi.
«E poi ovviamente c’è Clark…» mi disse all’improvviso ritornando alla realtà.
«Clark?»
«Clark Gable!»
«Sì, certo» gli dissi io «e chi altri?» come se avessi capito cosa intendesse dire.
«Quando entri in casa mia è sulla destra appena dietro l’armoire con le braccia un po’ alzate, come se recitasse, e il viso da ‘piacione’. Chissà quante volte ci sei passato davanti.»
In effetti me lo ricordavo. Vagamente. Sorrisi. «Vuoi dare al Circolo anche quello?»
«No no, per carità… stonerebbe.»
Aurelio, dietro alle mie spalle fece un lungo sospiro. Considerai in quell’istante che stavo facendo il pieno di ragioni per sentirmi depresso. Lo guardammo entrambi mentre lentamente voltava la faccia verso la finestra. Un filo di bava gli scese dall’angolo della bocca. Stava russando.
«Trent’anni fa, o forse più, stavo tornando dal mio paese, giù in bassitalia» si mise Tonino a raccontare. «Era notte e c’era molta nebbia; stavo percorrendo una stradina di campagna quando ad un certo punto ho investito un capriolo. È uscito improvvisamente dalla macchia e non l’ho visto. Accostai la macchina: mi aveva sfasciato la mascherina davanti e un faro. Imprecai perché il fuoristrada era nuovo o quasi. Poi realizzai che, dopo tutto, mi sarei mangiato un capriolo e come risarcimento non era da buttare.» Tonino mi fece segno di allungargli il bicchiere d’acqua riposto sul comodino. Bevve a piccoli sorsi.
«E allora?» lo incalzai vedendo che se la stava prendendo con calma.
«Allora, mi sono avvicinato al capriolo è mi sono accorto che non lo era affatto; era un tizio. Ed era piuttosto morto.»
«Cosa?»
«Sì, allora ero giovane e non volevo avere grane. Così l’ho caricato sul fuoristrada e l’ho portato a casa. E siccome assomigliava tanto a Clark Gable ho accentuato la sua somiglianza. Insomma, l’ho impagliato e piazzato nel corridoio di casa mia. Non se n’è accorto mai nessuno. Neppure tu. C’è chi, in tutti questi anni, l’ha usato persino come portaombrelli.»

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scalaCome ogni venerdì, la signora Maria stava andando al cimitero per cambiare i fiori alla tomba del marito. Dopo due anni era diventata quasi una routine, come rifare il letto o scaldarsi il latte alla sera. E anche se i fiori non erano niente di che (si trattava pur sempre di quelli che il suo giardino poteva offrire a seconda della stagione) lei ci teneva che il marito fosse sempre in ordine come se fosse stato in vita e si dovesse recare a messa o alla festa del paese.
Quel pomeriggio la signora Maria era però in ritardo. Il nipotino aveva voluto il gelato, quello buono, che solo il gelataio vicino al ponte sapeva fare, sicché erano andati sin là mettendoci più del previsto. Così, quando arrivò al cancello del cimitero comunale, con il mazzolino di tagete in mano, pensò di trovarlo chiuso. Per fortuna non fu così e, quando superò l’ingresso, accelerò il passo tanto da sentirlo scricchiolare sul ghiaino in modo tanto buffo da farla sorridere.
Giunta alla tomba di Anselmo si mise a ripulire con precisi e rapidi gesti. Era piovuto molto la settimana precedente e c’era terra dappertutto. Raddrizzò il lumino, spazzolò il vialetto, strappò un’erbaccia. E quando andò a spolverare la lastra dove sapeva che la polvere più si sarebbe annidata tra le lettere del nome la trovò di lato. Si alzò in piedi, perplessa, come per capirci meglio. Si avvicinò. Sotto c’era un gran buco nella terra e la bara dalla parte della testa era aperta. Si volse intorno spaventata e si accorse, solo in quel momento, che anche tutte le altre tombe erano state manomesse. La terra era stata rimossa, i fiori sparpagliati, i lumini riversi e spenti. Una profanazione? Si chiese. Chi poteva aver fatto una cosa simile? O stavano facendo il trasloco dell’intero cimitero e non ne aveva saputo nulla? Corse, con la foga che l’età le permetteva, sino al gabbiotto dove il custode Olindo se ne stava sempre rintanato disinteressandosi del mondo. Ma lui non c’era, la porta a vetri era spalancata e il computer era acceso sul tavolo. La signora Maria lo chiamò ad alta voce per poi accorgersi che, parcheggiato fuori, non c’era neppure il suo motorino. Sconvolta, se ne tornò a casa. Cosa poteva fare? Telefonare alla polizia? Chiamare sua figlia?
«Dove sei stata, Maria?» si sentì dire appena entrò nel corridoio della sua villetta. Era il marito. O qualcuno che gli assomigliava tantissimo. Era seduto sulla sua poltrona, in salotto, così come era solito fare: il giornale aperto, il sigaro acceso in bocca. La donna rimase impietrita come fosse stata investita da una colata di cemento. L’urlo le morì in gola. Appena si riprese, il suo primo istinto fu di scappare in strada. Chi era quell’uomo, tale e quale ad Anselmo, che si trovava in casa sua? Che ci faceva? Si domandò, tremando, con la mano sul pomello della porta che non riusciva ad abbandonare. Non poteva essere suo marito. No, non poteva esserlo… Anselmo era morto di infarto due anni prima e lei aveva pianto disperata per settimane intere. Scuoteva ancora la testa quando, alzando gli occhi, scorse dall’altra parte della via Davide, morto da qualche anno, che se ne stava fuori dal suo negozio di macelleria, il naso incollato alla vetrina, a spiare il nuovo gestore. E, subito dopo, dal fondo della strada, vide arrivare Mario, morto schiacciato da un trattore nel suo campo una decina d’anni prima: veniva su pedalando in bicicletta e fischiettava in quel suo modo tanto strambo che tutti conoscevano bene. Anche don Ercole, uscito in quel momento dalla chiesa, lo vide sopraggiungere spensierato e lo riconobbe rimanendo a bocca spalancata. E prima ancora che potesse dirgli qualcosa, Aurora, l’anziana donna che gli aveva fatto da perpetua sino alla propria dipartita per vecchiaia, tirandolo per la giacchetta, gli chiese:
«Padre, senta, lei che di queste cose se ne intende… ma la resurrezione dei morti era davvero per oggi?»
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hat_gy
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