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Posts Tagged ‘pioggia’

Gli era costata molta fatica ma era arrivato fino in fondo. Dopo un lungo periodo di crisi, un paio di libri mediocri e la paura di non essere più in grado di ripetere il grande successo del primo lavoro, era riuscito a confezionare un ottimo prodotto. Ora George W. Peterson poteva rilassarsi.
Quella sera stessa, anche se era tardi, spedì via mail a N., il suo Editore, i ventisei capitoli del suo giallo; glielo aveva infatti sollecitato sovente negli ultimi tempi essendo scaduto da mesi il termine contrattuale di consegna.
L’indomani mattina arrivò la risposta:
Un grande lavoro, George‘, c’era scritto, ‘ne è valsa la pena attendere: sarà un sicuro e meritato successo!‘.
George centellinò la mail, gustandosi complimenti e felicitazioni, fino all’ultima frase che lo fece sobbalzare:
Però, fammi avere il più presto possibile anche l’ultimo capitolo!’.
«Come l’ultimo capitolo?» domandò ad alta voce George come se l’Editore fosse in quella stessa stanza. «Ma se l’ho spedito insieme a tutto il resto!»
Controllò la mail che aveva inviato. Sì, c’era anche il ventiseiesimo capitolo.
Rispedì ugualmente il file mancante, per maggior sicurezza, facendo ben attenzione a non sbagliare, visto che il computer non era mai stato il suo forte; ne fece anche più di una copia, in formati diversi. Si scusò. Ma l’ultimo capitolo c’era.
La risposta di N., un po’ piccata, non tardò ad arrivare:
Perché mi mandi dei file illeggibili?
George cominciò a innervosirsi. N. lo stava probabilmente prendendo in giro per fargli scontare il ritardo. Non potevano esserci altre spiegazioni. Telefonò.
No, gli disse N., i file erano davvero illeggibili, forse era un problema di computer o della rete.
Siamo sicuri che l’ultimo capitolo l’hai scritto davvero?’ gli aveva domandato infine, a tradimento, poco prima di chiudere la telefonata.
Si misero d’accordo che lo avrebbe stampato e che glielo avrebbe portato personalmente. ‘L’aveva scritto quel capitolo, accidenti, perché dubitarne?’ Infilò le pagine in una busta e partì con il primo treno utile.
Si sentiva confuso nel percorrere il corridoio che portava all’ufficio di N. Era trascorso più di un anno dall’ultima volta che era venuto ad Alvona. In quella città non ci tornava mai molto volentieri. Ma ora era felice di essere lì. Glielo avrebbe fatto vedere al suo Editore e al mondo intero se quel capitolo l’aveva davvero scritto oppure no. George W. Peterson era tornato, eccome se era tornato: alla faccia dei critici malevoli che lo avevano dato per spacciato dopo il primo libro attribuendolo solo al colpo di fortuna del novizio.
Stava per bussare alla porta di N. quando si accorse che la busta non era più nelle sue mani. Si sentì mancare. Con il cuore in gola tornò velocemente sui suoi passi, gli occhi a terra per ritrovare il plico. Non era da nessuna parte.
«Questo deve essere suo» si sentì dire da un uomo anziano, ben vestito, un sorriso contagioso dipinto sulla faccia.
«Cos’è?» fece Peterson sgarbato.
«È il capitolo che le mancava.»
«Non è il mio, lei si sbaglia, la busta era marrone…»
«Le assicuro che è proprio questo…»
Peterson guardò l’uomo come se non riuscisse a metterlo a fuoco attraverso delle lenti appannate; il vecchio continuò:
«Lei lo sa che quel capitolo, l’ultimo del suo libro, non lo ha mai scritto, vero?»
«Ma cosa dice, lei è pazzo, l’ho scritto sì» rispose quasi urlando «lo saprò bene io, non crede? Ma cosa avete tutti quanti? Il libro è completo, in ogni sua parte… è il miglior thriller del secolo, cosa ne sa lei, scusi?»
«No, non è vero, non l’ha mai scritto e lei lo sa benissimo: avrebbe voluto farlo, le sarebbe piaciuto farlo, ma poi si è fermato. Non sapeva e non sa come finirlo. Lei stesso non ha la minima idea, neppure adesso, di chi potrebbe essere l’assassino, non sa neanche come farlo smascherare dal ragazzo, novello detective, che si è occupato del caso; e ci sono almeno altre due storie sullo sfondo che non è stato in grado di ‘chiudere’. Senza l’ultimo capitolo, il suo libro non vale niente.»
Peterson rimase impietrito. A poco a poco gli ritornò tutto in mente. Il blocco mentale, l’impossibilità di andare avanti, la mancanza totale di idee, il non sapere come far quadrare tutte le questioni non risolte del giallo. Il lavoro non era affatto finito e aveva ragione quell’uomo: senza quel capitolo non era pensabile poterlo pubblicare.
«Tenga» fece ancora il vecchio allungandogli il plico. «Dia retta a me, lo prenda.»
«È uno di quei casi, vero?» fece George sarcastico «uno di quei casi in cui lei poi mi ricatterà per tutta la vita o, che so, in cambio dovrò uccidere sua moglie o sua suocera o dovrò farle qualche altro favore immondo? Guardi che con me non attacca, non sono poi messo così male… io sono George W. Peterson, il grande scrittore in odore di Pulitzer e sappia che…»
«No, si sbaglia, non voglio niente, George: posso chiamarti così? Sono unicamente un tuo appassionato ammiratore. Mi dispiace vederti così depresso. È vero, sei un grande scrittore e lo sarai sempre; devi solo superare questo momento difficile. Diciamo che il mio è un modesto contributo alla tua arte… Hai bisogno di credere nuovamente in te… e questo libro, questo capitolo, ti aiuterà.»
«No, non posso accettare… non l’ho scritto io» disse George sempre meno convinto.
In quel mentre sentì gridare il suo nome. Era N., l’Editore: lo chiamava dall’altra parte del corridoio.
«Lo prenda» disse il vecchio insistente spingendo il plico verso di lui. «Non lo saprà mai nessuno che non l’ha scritto lei, glielo garantisco.»
«Non so neppure come si chiama…» fece Peterson afferrando la busta e allontanandosi lentamente.
«È importante?» domandò quello.

Il libro, come previsto, ebbe un successo enorme. Il finale era travolgente, originale, avvincente finanche rivoluzionario. Peterson era di nuovo nell’olimpo degli scrittori mondiali. Ce l’aveva fatta.

È il quinto suicidio in questo mese…’ sentì George annunciare al telegiornale, un mese dopo, seduto sulla sua poltrona di casa. «È il quinto ragazzo che sceglie di morire in un modo così orribile» disse l’annunciatrice con la voce leggermente incrinata dalla commozione. «Gli inquirenti, dalle prime indagini, confermano che anche lui, come i precedenti quattro, aveva appena finito di leggere il best seller del momento: ‘Di cuoio e sangue’, di George W. Peterson. Gli psicologi si stanno interrogando se si tratti di isteria collettiva o di manipolazione del subconscio…»

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gattinoDapprincipio sembrava un coriandolo per il modo in cui scendeva giù oscillando nell’aria. Poi, pian piano che si avvicinava a terra, si capì che era una cosa viva. Appena toccò il terreno il batuffolo di pelo, tutto orecchie e occhi, cominciò a miagolare intensamente. Ma non perché aveva paura, piuttosto perché aveva fame come se da parecchio non toccasse cibo.
«Ma guarda tu se devono far cadere un gattino così piccolo» disse una ragazza sui vent’anni raccogliendo il micetto da terra.
«Sono degli incoscienti» concordò un’altra donna che, con il grembiule addosso, uscì sollecita da un negozio. «Trattano il gatto come un giocattolo e poi lo buttano via…» e nel dire questo allungò sotto quel musetto tutto baffi una ciotola con due dita di latte dentro.
«Sarà caduto da qualche balcone» rispose la ragazza puntando il naso all’insù senza vedere balconi. Le due donne, ricolme di tenerezza, stavano osservando la bestiola leccare felice il suo latte quando arrivò dal cielo un altro gatto: era adulto, fulvo di pelo, dall’aspetto imponente. Appena toccò terra soffiò in modo esagitato nei confronti delle due donne, arricciando minaccioso il dorso e mettendosi di tre quarti. Le due donne si voltarono incuriosite.
«Guarda che stiamo trattando bene il tuo piccolo!» disse, equivocando, la donna con il grembiule come per scusarsi. Ma il gatto fulvo fece due balzi all’indietro e fuggì a larghe falcate.
«Chissà che gli ha preso…» si domandò un uomo anziano indicando il gatto con la punta dell’ombrello quando ormai quello era un punto mobile in fondo alla piazza.
In quel mentre piovvero altri due gatti, entrambi siamesi. Questa volta sia l’uomo che le due donne li videro mentre già si trovavano a qualche metro di altezza. I due gatti, posate le zampe sul lastricato della piazza, si guardarono attorno come se si chiedessero dove fossero arrivati. Dapprima si mossero in direzioni diverse poi l’uno seguì l’altro, quindi tornarono indietro entrambi sedendosi in attesa di chissà cosa.
«Ma che sta succedendo?» fece l’anziano questa volta dirigendo la punta dell’ombrello verso il cielo.
Sopra al paese stazionava in effetti una strana nuvola dalle venature violacee, scura al centro e grigia ai bordi: aveva la forma curiosa di un paracadute rigonfio d’aria.
«Strano davvero…» fecero le due donne osservando anche loro la nuvola.
Subito dopo cominciarono a piovere, dapprima lentamente e poi sempre con maggiore intensità, altri gatti: certosini, gatti comuni, persiani, meticci, main coon, rag doll e tante altre razze. La gente, accorsa incuriosita, dovette trovare riparo in androni e negozi mentre l’anziano aprì l’ombrello che ben presto si ruppe. In poco tempo le strade del villaggio si riempirono di mici miagolanti che chiedevano cibo, si azzuffano o dormivano nei posti più improbabili.
Gli esperti vaticinarono che il fenomeno non aveva precedenti. Si sapeva di una pioggia di acciughe alle Canarie, di rane in Guatemala e persino di granchi in Indonesia, ma di gatti no, davvero no. La colpa era sicuramente del surriscaldamento globale, qualunque cosa dovesse significare.
Il Sindaco, anche in vista di una sua possibile riconferma alle prossime elezioni, promise che i gatti avrebbero avuto una sistemazione adeguata presso cittadini volontari e associazioni specializzate; che la situazione era grave, ma sotto controllo, e che comunque il vantaggio immediato era rappresentato dal fatto che dal villaggio erano spariti i topi.
Però nei giorni seguenti i gatti continuarono a piovere incessantemente almeno fino a quando la nuvola viola si disciolse spontaneamente.
Quando la situazione nel paese stava diventando ormai insostenibile sia per il miagolio incessante che per il fatto che non si riusciva neppure più a camminare per le strade già strette, e ora pure maleodoranti, una mattina il villaggio si scoprì sgombro di animali. L’incubo sembrava cessato. All’improvviso erano sparite migliaia di gatti, come se avessero ubbidito a un’unica volontà. Il Sindaco, per non sbagliare, se ne assunse il merito.
Dopo qualche settimana, un ragazzino, durante la partitella pomeridiana nella piazza del paese, mentre stava seguendo preoccupato la traiettoria del pallone sfuggito alla presa del portiere, guardando lo spicchio di cielo sopra di sé, si accorse che c’era qualcosa di appena percettibile sotto una nuvola viola. Dapprincipio sembrava un coriandolo per il modo in cui scendeva giù oscillando nell’aria. Poi, pian piano che si avvicinava a terra, si capì che era una cosa viva. Appena toccò il terreno il batuffolo di pelo, tutto orecchie e occhi, cominciò ad abbaiare intensamente.
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pioggiaMi alzo dalla mia poltrona, come se fossi stato chiamato ed esco sotto il portico. È molto presto. Persino il mattino appare addormentato e indeciso sul da farsi. Mi siedo sugli scalini come faccio sempre quando voglio riannodare pensieri o azzittire quelli ingombranti.
Da est, dove il cielo cede al giorno, si alza una brezza morbida a scompaginare i profumi, mentre i colori sembrano staccarsi dalle cose scambiandosi l’un l’altro di posto in un gioco che in questa penombra evanescente ancora possono fare. Il vento si fa teso, per alcuni minuti, agitando il pino che stringe a sé le sue pigne mature come oggetti preziosi; poi cessa di colpo ubbidendo alla bacchetta sottile sbattuta sul grande spartito. E un silenzio interrogativo si spande nell’aria come una promessa creando attesa e sospensione.
E poi, piano piano, chiamata dal nulla, la pioggia allunga le sue dita sulle foglie accartocciate dal freddo; è un brusio pensoso, blando che subito si fa monotono nella quiete della campagna. È un velo d’acqua che si nasconde tra l’erba come una collana spezzata sciogliendosi in mille rivoli di luce che serpeggiano imprevedibili sulla terra asciutta; un ticchettio dolce, un pulsare di ricordi, una spruzzata di nostalgia per un tempo passato; è un suono attutito per non svegliare la realtà di pietra, un rumore ancestrale che mi fa allargare la braccia ad accogliervi dentro tutto quel che vedo. E chiudo gli occhi.
Manca la voce del mare, i bagliori lontani, il domani ancora da immaginare. Mancano i languori della giovinezza, le speranze intatte, una vita pressoché intera ancora da vivere. Ma c’è sempre quella voglia d’essere altrove, quel desiderio di indossare i propri sogni e partire per rimanere dentro al viaggio inseguendo i propri miti; strade nuove, visi nuovi, colori e lingue differenti per innamorarsi di un sorriso, di una parola gentile e del sentirsi vivi nel proprio mondo.
E, poi, com’era arrivata in punta di piedi, la pioggia smette di ticchettare compulsiva. L’aria è già satura di altri suoni di una vita complessa che si è risvegliata. Il sole si fa spazio, a ondate, tra gli alberi grigi e prende il sopravvento spazzando via ogni ricordo. È una luce chiassosa quella che inonda la totalità del verde che si fa stordente e asciuga i fili d’erba a uno a uno. La tristezza evapora delicata dal cuore, come se non ci avesse mai abitato, e tutto finisce nel gorgo del presente risucchiato dal profondo dell’anima.
E rimane solo un grande e incolmabile vuoto.

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pianoPioveva forte. In alcuni momenti scrosciava così rapidamente che, pur all’interno della mia macchina, avevo la precisa sensazione di affogare. Il tergicristallo mi gridava di non poterne più, ma i miei pensieri erano altrove.
Appena dopo il confine, una frana si era portata via mezza collina. Un uomo con una mantella gialla che gli copriva tutto il corpo lasciando scoperto solo l’ovale di un viso fradicio, era sbucato dal muro d’acqua come un sopravvissuto.

Leggi tutto il racconto –> Una musica divina

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Umbrellas«Oggi mi sembra di non arrivare mai.»
La macchina bucava la notte come fosse un tutt’uno con il tempo e la pioggia. Il tergicristallo strisciava sul parabrezza con un rumore goffo di gomma risucchiando l’acqua che precipitava scura dal cielo.
«Forse è perché piove» fece la moglie guardando l’uomo accanto a lei a tratti illuminato da trapezi di luce gettatigli addosso dall’altra corsia.
«Sarà,» fece dopo un po’ il marito… «ma è più buio del solito e non riconosco neppure il paesaggio attorno. È strano, visto che sono quindici anni che tutti i fine settimana facciamo questa strada.» La moglie si guardò attorno vincendo quel sonno che sempre la stordiva non appena iniziava a viaggiare.
«No, ecco, dietro a questa curva, sulla destra, c’è la chiesa di Alvona…» disse lei sollevata.
«Ma cosa dici? La chiesetta di Alvona l’abbiamo superata dieci minuti fa e poi… sarebbe stata sulla sinistra, semmai…» L’uomo spense la radio che stava gracchiando, fuori sintonia, una musica indefinibile. Altri rumori entrarono di prepotenza nell’abitacolo a impastarsi con quelli del motore.
«Oddio» fece lei «hai ragione tu, ci siamo persi.»
Proseguirono così, per altri minuti, senza parlare, sondando il buio alla ricerca di un particolare o di un cartello che facesse capire loro dove si trovassero. La pioggia rimbalzava sui vetri come volesse lavar via colori e luci mentre in realtà cancellava tracce, pensieri e ricordi, in un indefinito confuso dove ogni cosa era uguale all’altra.
«Aspetta» fece lui mettendo di scatto la freccia. «C’è una volante della polizia laggiù. Chiediamo a loro.»
«Sei impazzito? Vuoi fermarti sulla corsia di emergenza in autostrada? È pericolosissimo!» fece lei drizzandosi sul sedile. Ma il marito aveva già accostato e spento il motore. «No, non scendere dalla tua parte» disse allora lei rassegnata «chiedo io, tu stai lì.»
«Ti bagnerai… prendi l’ombrello…» le disse dietro, proprio mentre lei stava già sbattendo la portiera.
L’uomo accese la luce di cortesia e con il cellulare cercò di fare il punto con il gps. Non funzionava e non c’era neppure campo. Alzò lo sguardo, quasi volesse chiedere alla moglie che cosa si dovesse fare, quando, attraverso il parabrezza punteggiato di gocce tutte identiche, vide che la macchina della polizia non c’era più. E non c’era più neanche la moglie. Uscì spaventato. «Marta, Marta…» urlò nell’oscurità della notte. Risalì in macchina e accese agitato gli abbaglianti. «Marta, dove sei? Non fare scherzi» gridò sotto la pioggia correndo avanti e dietro sulla corsia di emergenza. ‘Che sia andata via con la stradale?’, pensò,’no, non è possibile. Non mi avrebbe lasciato qui senza avvertirmi’. Salì nuovamente sulla macchina controllando il cellulare. Continuava a non esserci campo. Cercò di fermare qualche macchina sbracciandosi e urlando nella notte con la pioggia che gli lavava il viso e gli annebbiava gli occhiali, ma i veicoli lo rasentavano suonando a lungo il clacson senza fermarsi. Aspettò ancora qualche minuto, con il cuore in gola; non sapeva che fare, poi si rimise in macchina. Avrebbe cercato aiuto alla prima uscita o alla prima stazione di servizio che avesse incontrato. Ora andava veloce, come un pazzo: doveva far presto. La moglie poteva essere da qualche parte in autostrada, da sola, in difficoltà. Dopo una lunga galleria, all’improvviso, gli apparve sulla destra il cartello di uscita per Lughi, quello che avevano tanto cercato. Ebbe una stretta allo stomaco.
«Bene, finalmente siamo arrivati» disse la moglie accanto a lui sorridendogli nella penombra.
«Marta!» disse lui con un soprassalto.
«Rallenta caro… sennò saltiamo il casello.» Lui rallentò frenando bruscamente.
«Come sono felice di vederti!» le disse. La macchina si infilò docilmente nella corsia di uscita scrollandosi di dosso le ultime gocce di poggia. «Ma dove eri…»
«Andiamo a casa» lo interruppe lei mettendogli una mano sul ginocchio. Il suo viso era dolce e triste allo stesso istante.
«Sì,» rispose lui «hai ragione, andiamo a casa.»

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lei nella pioggiaLa serata non era andata come aveva sperato. Lei gli era sembrata distante, indifferente: un sorriso triste in bilico tra l’ombra e la notte. Era successo qualcosa, se lo sentiva. Avrebbe voluto insistere per saperne di più, ma la reticenza di lei lo aveva trafitto nell’unico punto all’altezza del cuore ove l’armatura che aveva cresciuto per difendersi dal mondo era formata di petali di rose.
E dire che per incontrarla e farsi imprestare la macchina dal padre si era dovuto inventare una scusa. Una maledetta scusa. Se il vecchio avesse scoperto che non era andato da quel suo amico a studiare, questa volta gliel’avrebbe fatta pagare.
Quando si ritrovò in macchina per il rientro, si accorse che era davvero tardi. Aveva più di cento chilometri da percorrere e la pioggia, che nel frattempo era iniziata a cadere con violenza, non l’avrebbe aiutato. Accese il quadro del cruscotto e la spia della riserva allagò di giallo l’abitacolo. A Lughi, con quella poca benzina, non ci sarebbe mai arrivato. Alla stazione di servizio poco distante, al riparo della pensilina, si frugò nei jeans. Alla fine trovò, in fondo a una tasca, due banconote appallottolate da 10 e da 20 euro. Forse sarebbero bastate. Cercò di stirarle prima di inserirle nella slot. Provò prima con quella da 10, ma la colonnina mangiasoldi, che sembrò pensarci su per un po’, gliela risputò con una certa platealità. Il ragazzo guardò l’ora. Gli stava montando il panico. Posò la banconota sul pianale per togliere tutte le pieghe aiutandosi con la chiave della macchina. Avrebbe voluto concentrarsi su quella operazione ma continuava a pensare a lei, al suo bel viso nella penombra incerta, i capelli ramati contro un cielo spillato di stelle. Piazzò nuovamente la banconota davanti all’imboccatura. La colonnina questa volta ci impiegò qualche secondo in più ma alla fine gliela rifiutò ancora. Si guardò in giro per chiedere aiuto; gli rispose solo il fragore della pioggia che formava grosse bolle iridescenti nelle pozzanghere scure. Fece un altro tentativo. La slot, emettendo un verso più gutturale e profondo, agganciò la banconota e la trascinò con gusto nel suo ventre gelido. Il ragazzo sospirò. Nel frattempo un tuono assordante deflagrò sulla sua testa che di istinto abbassò. Stando acquattato inflò la seconda banconota. La colonnina mangiasoldi la spostò in avanti e in dietro, come per assaggiarla, indecisa sul da farsi, poi la ingoiò di slancio. Il ragazzo si affrettò allora ad aprire il bocchettone e il tappo del serbatoio della macchina. Premette il pulsante dell’erogatore e alzò la pistola della pompa del numero corrispondente. In quello stesso istante venne meno la corrente elettrica. Si spensero i neon della stazione di servizio, i lampioni radi sulla strada e una piccola lampada davanti a una villetta. Erano rimasti solo gli abbaglianti della macchina a tagliare in due il nero assoluto di una notte che sembrava voler lottare contro quello sfregio di luce; le gocce di pioggia attraversavano oblique i fasci fumanti andando a perdersi con furia in un’altra dimensione mentre la pompa della benzina si era invece ammutolita, pian piano, come un animale ferito che si arrendesse al proprio destino. Lui si sedette per terra, svuotato: gli mancava il respiro. No, non aveva altri soldi per un altro distributore. Guardò l’ora. Era l’una passata. Sapeva che lei non l’avrebbe potuta chiamare. E nessun amico degno di questo nome sarebbe mai venuto in suo soccorso a quell’ora, con quella pioggia, e da così tanto lontano. Guardò ancora l’orologio. Era sempre l’una passata. Attese immobile che tornasse la corrente come se quella fosse l’unica soluzione al problema. Il vento, intanto, continuava a sbattere con ottusa ostinazione, l’un contro l’altro, i cartonati della pubblicità aumentando il senso di desolazione di quel luogo. Capì allora che l’unica vera soluzione era chiamare il padre. Sarebbero stati litigi a non finire e insulti e alla fine qualche punizione esemplare. Ma non poteva rimanere lì. Compose il numero. Quando, senza quasi neppure uno squillo, sentì dall’altro capo del filo quella voce tanto amata e tanto odiata, voleva chiudere la comunicazione; ma avvertì che in quel timbro non c’era né rabbia né ostilità ma, per la prima volta, una nota di cupa tristezza. Il ragazzo spiegò ogni dettaglio e quindi si chiuse nel suo solito mutismo aspettandosi il peggio. ‘Arrivo immediatamente’ sentì unicamente dire e poi più nulla, solo il battito del suo cuore.

La vettura aveva già lasciato la stazione di servizio per raggiungere il luogo dell’appuntamento quando nella piazzola giunse un altro veicolo. Ne scese una persona che si guardò attorno incuriosita per il fatto che fosse tutto buio. La ragazza girò con aria spavalda attorno alle pompe di benzina quasi cercasse l’interruttore. Come aveva visto fare tante altre volte alla madre con il televisore di casa, diede una manata a un erogatore; bastò qualche secondo perché si accendessero tutte le luci della stazione di servizio, della casa vicina e sulla strada. La ragazza, soddisfatta, stava per inserire una banconota quando la colonnina mangiasoldi si mise a ronzare pensierosa per qualche attimo: al termine, partorì silenziosa uno scontrino. Lei, con un gesto automatico, si ravvivò i capelli ramati per la sorpresa. L’inchiostro era sbiadito, ma, con un po’ di sforzo, riuscì a leggere:

Buono di euro 30 per carburante non erogato, riscuotere alla cassa. Ci scusiamo per il disagio’.

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Si erano appena seduti in macchina, pronti per partire. Avevano aspettato invano che la pioggia si attenuasse. Adesso però stava piovendo anche più forte di prima, mentre il vento provava a piegare le cime dei cipressi come per accertarsi d’essere capace di schiantarli.
«Dobbiamo andare, si sta facendo tardi» le disse il marito come fosse la conclusione di un lungo discorso. Lei, preoccupata, assentì. Presero a percorrere lentamente la strada del ritorno, a tratti già allagata, sotto le luci incerte dei lampioni della campagna. Il tergicristallo toglieva in modo disordinato la pioggia dal parabrezza con un rumore gommoso e ipnotico.
«Vai piano» gli raccomandò lei senza alcuna espressione.
«Più piano di così, mi fermo» rispose lui sgarbato.
Le solite parole che si dicevano in frangenti simili, parole vuote per vincere l’oscurità inquietante. Per un po’ non si dissero più nulla. I fossi, a lato della carreggiata, straripavano d’acqua tanto che raganelle e topolini cercavano di salvarsi attraversando la strada.
«Te li stai facendo su tutti» disse lei con aria di rimprovero. «Non cerchi neppure di evitarle quelle povere bestiole…»
«Non è colpa mia, cara, li vedo all’ultimo momento. Piove troppo forte.»
Non era vero che non li vedesse, perché stava ridendo sommessamente cercando di non farsi notare da lei. Sì, non gliene importava proprio nulla. Peggio per loro se finivano sotto il suo SUV. E poi non gli dava neppure fastidio, era come passar sopra a dei fogli di carta.
«Quella è una rana!» fece appena in tempo ad avvertirlo la moglie. Un attimo dopo l’uomo se la sentì sotto la ruota. «Stai attento! E possibile che devi fare questa strage?» gli disse adesso in modo sprezzante facendolo innervosire. La donna cominciò a parlare a mezza bocca, tra sé e sé, segno di una montante rabbia. «Cos’è quello?!?» urlò all’improvviso lei prendendolo per il braccio. Il marito si spaventò e finì per frenare. Effettivamente c’era qualcosa in mezzo alla strada, sembrava un fagotto scuro, ma si muoveva. «È un rospo!» urlò ancora lei. «Fermati fermati, ti prego, non tirarlo sotto.» Il marito rallentò fino a fermarsi. Ora lo vedeva bene: era un grosso rospo rossiccio dalla pancia grigia. Era immobile, la zappetta aperta sulla striscia di mezzeria, pareva aspettare. Dalla bocca fuoriuscivano piccole bolle trasparenti. L’uomo stava per dire alla moglie che non poteva star attento a tutti i rospi della valle quando dal fogliame sulla destra uscì un altro rospo saltellante in rapidi balzi e quindi, al seguito, tre piccoli che arrancavano. La pioggia ora era leggerissima e persino il vento aveva smesso di soffiare. La scena sotto le luci del SUV era irreale, quasi finta, buona per qualche documentario ecologista. Poi gli arbusti sulla destra tremarono ancora. La donna guardò il marito come per dirgli “hai visto com’è bella la natura?” quando dai cespugli fuoriuscì il muso massiccio di un coccodrillo; si slanciò in avanti con il corpo afferrando con la bocca i rospi davanti a sé facendone un solo boccone. Poi lentamente iniziò ad attraversare la carreggiata caracollando ad ogni passo. Giunto all’altezza della ruota anteriore di sinistra della macchina l’azzannò con violenza come fosse una preda pericolosa. Lo pneumatico si afflosciò all’istante facendo inclinare il SUV da quel lato. Per lo spavento l’uomo lasciò andare la frizione: il motore fece un salto e si spense. Il coccodrillo subito si alzò minaccioso sulle zampe anteriori guardando l’uomo negli occhi; sbuffò con forza più volte nell’aria silenziosa e fredda della notte: poi proseguì, intanto che la luce ormai sghemba della macchina faceva brillare i suoi cinque metri di lunghezza che sparivano nel nulla.

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