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Posts Tagged ‘Lughi’

Sedendosi in sala, si chiese come mai ci avesse messo così tanto tempo per venire a vedere quella pièce; aveva infatti tanto contribuito alla sua riuscita, sia mettendo mano al testo che alla musica, che era stato quindi grazie anche a lui se era divenuto un successo tanto enorme quanto inatteso; anche se poi, per via di quel brutto litigio con Mark, il capo compagnia, aveva dovuto abbandonare la stagione e nessuno gli aveva mai più riconosciuto un qualche merito.
Non ricordava bene perché non si fosse deciso prima. Ma che importa? Ora era lì, in quel teatro ed era giunto il momento di riconciliarsi con gli errori del passato, di mettere un po’ d’ordine nella sua vita come in un solaio dimenticato. Chissà, magari a fine spettacolo sarebbe potuto andare a trovarli in camerino per un breve saluto e poi forse uscire pure con loro a mangiare un boccone e ricordare i bei vecchi tempi. Dopotutto, qualcosa gli dovevano. Ma ecco… ecco… si era appena levato il sipario: il brusio in sala si stava sciogliendo in un silenzio di aspettativa, creando l’attesa nell’attesa, l’attimo nell’attimo e lui, sì, proprio lui, finalmente era lì.
L’attacco dei violini era rimasto sempre lo stesso, morbido, accattivante, tanto da creare fin da subito l’atmosfera giusta; la voce impostata di Annalise, l’attrice principale, faceva il suo grande effetto persino a palco vuoto; riempiva tutta la sala prima ancora che il suo ingresso sul proscenio scatenasse un sincero scroscio di applausi. Era sempre la solita, lei, ci godeva un mondo a creare quell’attenzione spasmodica nel pubblico; sì, li poteva ben vedere di profilo nella penombra della sala; tutti quei volti rapiti che pendevano dal suo incedere misurato, dal quel movimento studiato delle mani, la postura leggera del suo corpo di giunco a sfidare il mondo; ogni oggetto di scena, ogni più piccolo particolare sembrava solo valorizzare la sua bellezza. E poi il testo! Si era dimenticato di quanto fosse stato bello e ricco e appassionato. E la scenografia!?! Avevano avuto delle idee brillanti: le soluzioni erano innovative e avveniristiche; bravi, sì, bravi davvero; adesso tutto appariva armonioso e il succedersi delle scene era fluido, il ritmo incalzante, accurato, mai affrettato. Ora capiva perché avevano avuto una così buona riuscita; una bella compagnia di attori, nulla da dire.
Rimpianse all’improvviso di aver dato di matto, quel giorno, con Mark. Non avrebbe dovuto dirgli che sua moglie Annalise amoreggiava con tutti: con lui, con l’impresario, con il produttore, persino con il trovarobe e da ultimo, dietro le quinte e durante le prove, persino con l’addetto alle luci; avrebbe potuto tacere, avrebbe dovuto tacere, ma lui era fatto così: sincero, leale, diretto. Le cose non se le poteva tenere per sé, oh no, le doveva dire, soprattutto a Mark che era suo fratello.

Poi, da un lato della sala, una falce di luce per un attimo gli ferì l’occhio.
Il solito ritardatario’, pensò. ‘A miei tempi, una volta iniziata la rappresentazione, non era possibile entrare in sala in ritardo. Ora fanno come vogliono e vanno e vengono dal teatro come in una stazione ferroviaria. Non c’è più rispetto per nessuno e men che meno per quelli che pagano il biglietto. Che gente!”.

«Mi scusi, signore» fece un tizio in piedi, accanto a lui, con una camicia sgargiante e un foulard intorno al collo. Lui per un po’ lo ignorò, ma quello si ostinava a rimanere lì, in piedi, a parlare, a parlare…; sembrava avercela con lui; stava disturbando tutti.
«Mi scusi, signore!!!» insisté quello alzando la voce.
«Dice a me?» fece lui girandosi finalmente verso l’uomo.
«Sì, certo, proprio a lei. Guardi che non può stare qui.»
«Come non posso stare qui, cosa dice?»
«La ditta delle pulizie sta mettendo a posto la sala per la rappresentazione di questa sera. Lei deve andarsene. Mancano ancora sei ore all’alzata del sipario. Torni più tardi, per favore.»

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Oramai mancavano pochi mesi alla pensione. L’attendeva un cambio di prospettiva, una nuova vita. Avrebbe avuto tanto tempo da dedicare a sé e prendersi finalmente tutte quelle soddisfazioni che aveva sempre rimandato. Non aveva una famiglia cui badare ed era quindi assolutamente libero e completo padrone della propria esistenza.
In tutti quegli anni di lavoro aveva anche risparmiato una bella somma e, siccome delle banche non si era mai fidato, i soldi li aveva messi in una piccola cassaforte che si era installato in casa. Per non dare nell’occhio l’aveva comprata in un’altra città e poi, armato di scalpello e mazzuolo, aveva ricavato un incavo nel muro maestro della casa in un punto ben nascosto della soffitta; lì l’aveva murata mettendoci davanti, in sovrappiù, un mobiletto. Poteva adesso pensare di comprarsi una casetta in campagna o lo ‘spiderino’ che tanto aveva desiderato o fare quel viaggio intorno al mondo per tornare solo quando avesse sentito la nostalgia di volerlo fare.

E il gran giorno del pensionamento arrivò; quando ritirò il gruzzoletto della buonuscita era emozionato e se ne tornò subito a casa preoccupato che qualche malintenzionato glielo potesse sottrarre per strada. Salì in soffitta. Tirò fuori tutto il danaro e lo contò unitamente a quello nuovo. Lo contò più volte formando tanti mazzetti legati ciascuno con una propria fascetta recante ben in evidenza la somma. Erano tutti suoi, quei soldi. Solo suoi. Era una gioia vederli in un colpo solo.

Iniziò la sua nuova vita facendo innanzitutto un giro per la città, godendosi il sole di quella primavera che pareva la promessa migliore. E intanto rimuginava su come spendere il danaro. Si informò alla agenzia viaggi e a quella immobiliare, e poi alla concessionaria auto e anche in quel bel negozio di computer. Gli sembrava però, in realtà, tutto un po’ troppo caro. Anche se la cifra messa da parte era non poca cosa, avrebbe dovuto pensare al suo avvenire. E poi che brutte facce che si vedevano in giro! Non si ricordava che ci fosse così tanta gente poco raccomandabile. Il centro era pieno zeppo di brutti ceffi: immigrati, nomadi, straccioni e questuanti di ogni tipo. Distratto, un uomo di colore lo urtò e subito lo squadrò con aria minacciosa come se fosse incerto se aggredirlo oppure no. Quello sguardo gli scese giù nel cuore e gli avvelenò l’anima.
D’un tratto pensò alla sua casa e alla sua cassaforte. Tutto sommato, si disse, non erano al sicuro né l’una né l’altra. E se mentre lui era in giro qualcuno fosse entrato e l’avesse derubato?
Tornò di corsa. Salì le scale senza neppure prendere l’ascensore. Entrò nella sua abitazione come una furia. Fece scendere la scala dalla botola nello sgabuzzino e salì in soffitta, spostò il mobiletto e aprì la cassaforte che gli tremavano le mani. Sì i soldi erano ancora lì. Li tirò di nuovo fuori tutti e li ricontò e poi lì ricontò ancora, una seconda e una terza volta. Che spavento! Capì che non erano al sicuro; no, non lo erano affatto; non se la sentiva però di aprire ora un conto corrente; le banche se ne sono sempre approfittate dei poveracci come lui; porti loro il danaro e poi si comportano come se fosse sempre stato il loro. Installare un allarme? Ma no! Oramai ‘quelli lì’ sapevano benissimo come disattivarlo. No, era meglio che uscisse il meno possibile e rimanesse a casa, a fare la guardia. Sì sì, era meglio.
Prese così ad allontanarsi solo per fare la spesa e pagare le bollette. Poi neppure più per quello; si mise a ordinare per telefono quanto gli occorreva per il pranzo e la cena chiedendo alla vicina se le bollette le pagava lei. Piazzò persino una brandina in soffitta proprio accanto alla cassaforte. Potevano notte tempo entrare dal tetto, pensò, e sfilarglieli da sotto il naso.

Poi un giorno si ammalò. Il medico fu tassativo: ‘Lei si deve ricoverare per una serie di accertamenti a tappeto. Ha i valori del sangue e pressori molto scompensati. Bisogna intervenire con tempestività’.
Come avrebbe potuto fare con i soldi? Si chiese. Non poteva certo lasciarli lì dov’erano mentre lui era in ospedale. Si sarebbe potuto risapere ‘nel giro’ e avrebbero potuto approfittarsene. Hanno occhi e orecchi dappertutto, ‘quelli lì’.
Decise di portarseli dietro mettendoli in una borsa. Nell’armadietto della sua camera d’ospedale sarebbero stati al sicuro con lui nel letto a fare la guardia.
Ma il giorno dopo il ricovero gli comunicarono che il suo quadro clinico era pessimo e che dovevano operarlo di urgenza. Era grave. Aveva non so cosa, non so dove… Ma il danaro? Durante l’intervento non poteva rimanere nell’armadietto incustodito! Avrebbero potuto aspettare che lui fosse in sala operatoria sotto anestesia e rubargli il borsone.
«Quando cambiano le lenzuola e la federa?» chiese all’inserviente.
«Abbiamo fatto il cambio proprio ieri e il prossimo è fra tre giorni» gli fu risposto.
Sì, ce l’avrebbe fatta. Nascondendo i soldi nel cuscino, di notte, sarebbero stati al sicuro sino al suo rientro in camera.
E così avvenne; anche se l’anestesia lo fece dormire fino al mattino dopo e pur se avvertiva un forte dolore all’addome, prima ancora di aprire gli occhi, infilò la mano all’interno del cuscino per sincerarsi che il danaro ci fosse ancora. No, non c’era più.
Cercò, disperato, di chiamare l’inserviente nonostante la voce flebile; poi venne una giovane donna che non sapeva nulla. Controllò però nei registri. Sì, avevano cambiato eccezionalmente le lenzuola e la federa con tutto il cuscino mentre lui era in sala operatoria. Dal reparto delle malattie infettive un uomo, in stato confusionale, si era allontanato dalla sua camera per finire nella sua nascondendosi nel suo letto per non farsi trovare. Se non avessero cambiato le lenzuola le possibilità di infezione sarebbero state elevate visto che lui era appena reduce da un intervento. Non doveva comunque preoccuparsi di nulla: ora era tutto igienizzato.

dietro il racconto
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«Marta perché non arrivi?»
Questa domanda continuava a rimbalzargli nel cervello come una pallina da ping pong che non trovava la via di uscita dalla sua testa.
Girava il bicchiere vuoto tra le dita staccando lo sguardo solo per puntarlo sull’ingresso del piano bar ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Lo sapeva, aveva sbagliato, non avrebbe dovuto trattarla così. Era stato spregevole da parte sua e quando lei aveva scoperto ogni cosa e l’aveva lasciato gridando e piangendo aveva capito quanto importasse per lui. Era davvero l’unica donna che avesse mai amato, l’amore su cui avrebbe voluto basare l’intera sua esistenza.
Dovevi pensarci prima’ gli aveva urlato contro per telefono.
Mi devi un’altra chance, ho fatto una grande stupidaggine, me ne rendo conto e mi dispiace tanto, ma posso spiegarti, ti prego, non posso vivere senza di te’ le aveva ribattuto con rabbia per la consapevolezza di aver gettato via così stupidamente la propria felicità.
Non ti devo un bel nulla, sei solo un gran bastardo’ aveva risposto lei, secca, sbattendogli il telefono in faccia.
E così lui, disperato, le aveva dato appuntamento lì, in quel luogo magico, dove erano stati la prima volta, tempo prima. Era sicuro che in quell’ambiente avrebbe saputo trovare le parole adatte per convincerla a tornare con lui e a perdonarlo. Ma erano già trascorse due ore e no, non sarebbe venuta. Si era illuso inutilmente. L’aveva fatta troppo grossa.
Fece il gesto alla cameriera di portagli un altro bicchiere. Tanto valeva prendersi una sonora sbronza. Sospirò. Quanto avrebbe dato per rivedere i suoi occhi azzurri…
«Grazie, tesoro» disse alla cameriera che gli portava un altro manhattan.
Azzurri’? Ma che dico? Sono verdi, di un verde smeraldo. Sono sempre stati verdi i suoi occhi. Beh proprio smeraldo smeraldo forse no, probabilmente erano più scuri; ma che importa? Sono gli occhi di Marta’. Si disse agitandosi al tavolino. Avevano passato dei momenti stupendi insieme, pensò sorridendo amaramente. Come poteva ora fare senza di lei?
Ecco forse quella è lei che è appena entrata. No Marta mi pare più alta di così, è anche un po’ più snella e… e… più magra. Ma certo, quella è l’altra cameriera che sarà uscita a fumarsi una sigaretta. Sto proprio sragionando. Poi questa è bionda, Marta è bruna, quasi corvina. Devo restare calmo, calmo’.
Stavano suonando la loro canzone. Lo sapeva che sarebbe successo. Gli venne un groppo in gola. La sua vita era finita.
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«Allora, non sei contento di vedermi?»
Una ragazza rossa di capelli lo squadrava con aria indispettita e di sfida, le braccia incrociate sul petto. Era così immerso nei suoi pensieri che non l’aveva vista né entrare, né avvicinarsi. Lei era lì, dunque, era fantastico.
«Ma certo Marta, scusami, ero solo sopra pensiero» disse lui alzandosi di scatto e scostando la sedia dal tavolino per farla sedere. «Non ti vuoi accomodare?» le fece vedendo che lei rimaneva in piedi
«Marta? Chi è Marta? Io mi chiamo Maria, te lo sei già dimenticato?»

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Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

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«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»
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hat_gy
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«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

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«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

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