Del resto, nessuno

Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia.  E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.

Assemblea straordinaria

«Prima di discutere dell’ordine del giorno ho una mozione da avanzare».
La saletta che ospitava l’assemblea condominiale, ricavata nel sotterraneo del palazzo dove il costruttore aveva nascosto i detriti come si fa con la polvere sotto il tappeto, era gremita.
E la saletta era stranamente affollata perché di solito era presente solo la vedova Erminia Cinelli del numero 10, che, non avendo la televisione, trovava l’assemblea divertente per passare una serata. C’erano anche i fratelli Pino e Gino Usmini che pensavano fosse un ottimo modo per aggiornare il gossip di condominio. Abitando all’ultimo piano, non sempre le informazioni in loro possesso erano di prima mano.
A parlare era Moses Mugisha del 5. Era in piedi con la mano alzata come a scuola.
«Dica…» sospirò il geom. Arturo Arcangeli, che malvolentieri aveva ereditato lo studio, abbandonato anni addietro, dal padre. Il genitore era stato infatti folgorato alla vista di una brasiliana, di binario incerto, e l’aveva seguita a Bahia.
«Il mio dirimpettaio, il qui presente Govoni…»
«Dott. Govoni, per lei… prego» precisò il dott. Govoni in una sedia d’angolo.
«Certo, il Dott. Govoni…» e lo pronunciò come fosse un’imitazione del suo interlocutore «ha comprato un nuovo zerbino per la sua porta con su scritto Welcome raffigurante una scimmietta».
«E quindi?» chiese il geom. Arcangeli.
«Come quindi? È oltremodo offensivo… è un chiaro riferimento alla mia persona, vale a dire al fatto che sono nero».
«Ma non è vero» si difese subito Govoni, pardon il dott. Govoni. «Cioè è vero che lei è nero. Eccome se lo è. Ma intanto sullo zerbino c’è scritto Welcome e non Go home e poi l’ha scelto la mia bambina cui piacciono tanto le scimmiette! Siamo andati allo zoo di recente. È forse un problema, questo?» e fece una smorfia che tutti accolsero con battutine e risolini trattenuti.
«Certo che c’è scritto Welcome» ribatté Mugisha tutto agitato «ma è seguito da un punto di domanda».
Seguì un vociare confuso che in quel luogo angusto, simile a un bunker della Normandia durante la Seconda Guerra, rimbombava in modo insopportabile.
La vedova Cinelli, dal suo canto, stava sorridendo di soddisfazione. La riunione prometteva bene e il maglione ai ferri, che stava facendo mentre ascoltava, veniva benissimo. I fratelli Usmini prendevano, invece, alacremente, appunti.
«Signori, vi prego, signori…» disse spazientito l’Amministratore «…abbiamo un nutrito ordine del giorno da discutere. Passerei quindi la parola…»
«Io vorrei piuttosto sapere come fa Mugisha a permettersi un alloggio simile in questo palazzo esclusivo in una zona residenziale…» obiettò l’Ispettore della Guardia di Finanza Edmondo Noccesi del 18 che, mentre parlava al cellulare, scriveva allo stesso tempo con l’iPad…
«La sua famiglia gestisce, in centro, un negozio di antiquariato da tre generazioni…» venne in soccorso il prof. Marlon Ottopassi, noto accademico sinistrorso.
«Cosa ne capiranno gli ugandesi del nostro antiquariato… questo me lo dovrebbero proprio spiegare» ribatté il finanziere, sempre senza alzare lo sguardo dal tablet.
Ci furono commenti contrastanti non si sa bene però di chi e contro chi.
Le mura di cemento continuavano a riverberare le voci e a impastarle come in una planetaria impazzita.
«Signori, vi prego, signori…» richiamò a gran voce l’Amministratore a disagio. «È un’assemblea straordinaria questa. Come sapete, l’ordine del giorno è piuttosto ricco, e non possiamo rimandare la decisione…»
«E visto che non abbiamo voglia di parlare dell’ordine del giorno» se ne uscì all’improvviso un uomo quasi alto due metri, di cui nessuno ricordava mai il nome .«Io che sono il Direttore di…» ma non si capì bene di cosa «vorrei affrontare l’argomento del montascale che la Sig.ra Acquaviva del 2 ha fatto improvvidamente installare senza avvisare nessuno».
«Ma non è all’ordine del giorno…» obiettò qualcuno nelle ultime file.
«Ebbene io non riesco a passare,» sbottò il Direttore gesticolando. «Tra la ringhiera e il binario del manufatto c’è troppo poco spazio e non è ammissibile».
«A essere troppo largo sarà piuttosto lei!» osservò la Sig.ra Ada Acquaviva toccata nel vivo. «Se mangiasse di meno, ci passerebbe. Del resto nessun altro si è lamentato nel condominio…»
«Ma come si permette?» tuonò l’uomo ora giganteggiando sugli altri.
«Signori, state calmi… torniamo all’ordine del giorno» richiamò il geom. Arcangeli guardando l’orologio. «Come vi ho fatto recapitare via mail, noi oggi…»
«E allora vogliamo parlare invece, una buona volta, dei turni per stendere i panni nel cortile?» chiese con voce tremolante la signora Immacolata Uggeri. «Quella del quinto piano, stende le lenzuola nella mia stessa ora! E me le macchia tutte».
L’amministratore appoggiò la testa alla scrivania ed ebbe un attimo di sconforto.
«Allora… quella del quinto piano sono io…» obiettò la signora Mara Mensola alzandosi ma arrivando allo schienale della sedia di fronte. «E ho anche un nome e cognome, come ben sa la signora Immacolata Uggeri. Ma mi dica, visto che ha voglia di fare un’inutile polemica, la tovaglia su cui ha vomitato mio figlio non dovevo lavarla?»
«Certo, se non desse a suo figlio per colazione gli avanzi del gatto…»
«Ma cosa dice? Pensi a lei, piuttosto» l’apostrofò la Mensola adirata, «che telefona al suo medico stando affacciata alla finestra del cortile a tutte le ore del giorno e della notte. Non ci importa nulla se non va di corpo o se ha problemi di sudorazione eccessiva ai piedi…»
«A noi sì» commentarono flebilmente i fratelli Usmini. che ora stavano registrando con il telefonino.
Scoppiò un’altra bagarre. Cominciarono a volare matite, cappelli e anche oggetti contundenti. Fu lanciata persino una dentiera che, dopo un volo di qualche decina di metri, centrò in pieno la fronte del geom. Arcangeli.
Poi, all’improvviso, i condomini, fattosi tardi, presero a sciamare uno dopo l’altro dalla sala continuando a litigare tra di loro. Mentre uscivano, i fratelli Usmini non smettevano, infervorati, di prendere appunti e scattare foto (gestivano anche un account instagram).
L’ultima ad andarsene fu la vedova Cinelli, contenta per com’era andata. Altroché streaming a pagamento. Pensò. E aveva finito pure il maglione.
Quando uscì dalla sala, da buona condomina ligia al regolamento, spense la luce e chiuse la porta.
Nel buio si sentì allora la voce lamentosa dell’Amministratore:
«Ma Signori… vi prego. Dovremmo discutere i temi all’ordine del giorno!!!»

L’RSA Melaranci

La direttrice della RSA Melaranci, suor Adelia, era una donna minuta, il passo rapido e il piglio di chi non lascia nulla al caso. Ogni giorno trovava il tempo di fare un giro anche negli spazi meno frequentati. tra questi, la camera ardente annessa alla struttura. Quasi nessuno ne pronunciava il nome: gli ospiti preferivano dire “la stanza in fondo al corridoio”, come se le parole potessero allontanare il significato che quel posto aveva.
Quella mattina la sala era deserta. Le tende a metà lasciavano entrare un raggio di luce obliqua che tagliava il buio e illuminava l’onnipresente pulviscolo. L’odore della cera consumata era ancora presente, misto al profumo stantio dei fiori secchi e dell’incenso. Adelia stava per avvicinarsi al registro delle cerimonie quando scorse, nell’angolo più ombroso, una figura immobile.
Era Giacomino. Ospite della casa ormai da anni, l’uomo manteneva un fisico solido, spalle larghe e un portamento da ex atleta. Non aveva l’aria smarrita di molti altri: i suoi occhi chiari erano vigili, attenti e riflessivi.
«Giacomino, cosa ci fai qui?» chiese con voce ferma ma non dura.
L’uomo sorrise appena. «Mi preparo.»
«A cosa?»
«A morire. O meglio, a non farmi cogliere impreparato. Lei sa che sono stato un atleta. Prima delle gare mi allenavo anche con la mente: mi ricreavo nella testa ogni momento della corsa, gli imprevisti, la fatica, perfino l’odore della pista. Così, quando scattava lo starter, nulla mi sorprendeva. Ora faccio lo stesso. Visualizzo il mio funerale.»
Adelia lo fissò, tra il divertito e il turbato. Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi disse:
«Immagino la bara qui al centro, il legno chiaro, le maniglie lucenti. Vedo i gigli e le rose che piacciono a me, i ceri accesi. Penso alle persone che tratterranno le lacrime e a quelle che, distratte, guarderanno impazienti l’orologio. Ci saranno bambini che non capiranno il momento, che si annoieranno ricorrendosi per la stanza. Invece io mi vedo lì, disteso, finalmente sereno. E lo stress si abbassa.»
«È un pensiero molto triste, Giacomino. Tu hai ancora diversi anni davanti.»
«Non credo, sorella. Non credo. E poi non è triste. È solo allenamento.»
Da quel giorno, più volte, Adelia lo ritrovò nello stesso punto, sempre nell’angolo buio. Con il passare degli anni la loro conversazione diventò un appuntamento silenzioso. Lei non si sorprendeva più di vederlo, lui la salutava con un sorriso dolce. A volte le raccontava dei tempi delle gare, altre volte si limitava a confermare che la sala gli dava serenità.
Intanto gli ospiti più anziani passavano a miglior vita, altri nuovi arrivavano nella struttura. Ogni lutto lasciava un’eco, ma Giacomino rimaneva lì, costante, come una parte di quel luogo.
Col tempo decedette anche qualche inserviente, poi la stessa suor Adelia. Dopo di lei, la Melaranci perse fondi, sovvenzioni, appoggi. Il grande edificio, un tempo pieno di voci e di odori di minestra, si svuotò prima poco a poco e poi tutt’ad un tratto come l’acqua da una vasca che fosse stata sgorgata. Gli anziani furono trasferiti altrove, in fretta, gli scatoloni accatastati nei corridoi, il silenzio aveva preso il sopravvento in quei locali.
Quando le porte furono chiuse e i cancelli nel tempo arrugginiti, il giardino incolto invase i vialetti e la strada di accesso. I ragazzini del quartiere presero a sassate i vetri delle finestre. Alcune erano istoriate e antiche. La camera ardente, a sua volta dimenticata, scivolò in una penombra polverosa.
Eppure, chi vi entrò di nascosto giura di aver visto, seduto nell’angolo meno illuminato, un uomo molto anziano che si guardava attorno. Non spaventato, non ostile. Solo in attesa, come chi sa che la gara sta per cominciare e vuole ancora un ultimo istante per concentrarsi.

Fiori della nostra datura

Il geom. Arturo Balestrieri osservava l’albero dal cancello, le mani sui fianchi. Aveva sempre pensato che non fosse lui il vero custode di quel condominio di viale Ludovico Einaudi né gli inquilini o i regolamenti, ma quell’enorme pianta che dominava il giardino da più di un secolo. Una datura maestosa, che si sollevava fino al quarto piano con i suoi rami contorti e la fioritura opulenta di trombe bianche.
Era un vanto cittadino. Un albero monumentale, protetto dalla legge, citato persino nelle guide turistiche. I bambini della scuola elementare venivano in gita a vederlo, per intitolargli componimenti e poesie. Eppure, adesso, a guardarlo bene, qualcosa non andava. Le foglie si arrotolavano ai bordi come pergamene bruciate. Il verde lucido stava virando al giallo.
Per questo, molto preoccupato, aveva chiamato il dottor Norberto Scilici, arboricoltore di fama, amico di infanzia. Un omino magro, col panama perennemente calato sulla fronte e quell’aria svagata che lo faceva sembrare più un crocerista appena sbarcato a terra che un eminente studioso. Dopo un lungo giro attorno al tronco, si era tolto gli occhiali, scuotendo la testa. Non era un buon segno.
«Intossicazione acuta» aveva concluso in modo serio e accigliato. «Non saprei dire per cosa. Ma non c’è rimedio. Quest’albero è condannato. Qualche settimana, un mese al massimo e dovrete abbatterlo per l’incolumità del palazzo.»
Balestrieri aveva avvertito un colpo allo stomaco sentendosi per un momento mancare. Il prestigio di quel condominio, e in fondo anche il suo, poggiavano su quelle radici.
Decise però di non rassegnarsi. Senza dir nulla all’assemblea, aveva fatto installare delle telecamere puntate sull’albero da ogni angolazione. Voleva scoprire chi fosse il responsabile di un simile scempio. Ne valeva pena anche solo per una sua rivincita personale. Erano forse ragazzi in cerca di bravate? Qualche vicino scocciato per il via via all’albero? Un turista straniero invidioso?
Dopo pochi giorni, arrivò la conferma. Seduto davanti al computer, scorse i filmati con crescente incredulità. L’albericida era la nuova proprietaria del terzo piano. Una signora minuta, anziana, che aveva traslocato da poco. Virginia, così si chiamava, anche se il suo cognome non gli veniva in mente.
Le immagini erano chiare: ogni due o tre giorni, di notte, la donna si affacciava alla finestra della cucina e rovesciava alla base del tronco un secchio pieno di liquido. Ammoniaca, come avrebbe scoperto più tardi. Una cura lenta e letale.
Ripensandoci, Balestrieri ricordò le lamentele avanzate dalla donna in assemblea: l’albero le toglieva la vista sulla città, non lasciava filtrare il sole, e il suo appartamento, diceva, era umido e freddo. Non aveva traslocato per vedere uno stupido albero così da vicino. Brontolava. Insomma, un fastidio che era evidentemente maturato in rancore. E dal rancore era passata all’azione, senza esitare, vista l’indifferenza che aveva raccolto in assemblea.
Il geom. Balestrieri richiamò allora Scilici. Gli raccontò tutto: la colpevole aveva un volto e ben presto sarebbero ricadute su di lei anche le conseguenze legali.
L’esperto ascoltò in silenzio, poi si passò una mano sul mento.
«Dimmi, Arturo» domandò Norberto all’improvviso, «la signora sta lasciando per caso quella finestra aperta durante il giorno?»
«Sì, certo. L’ho vista quasi sempre aperta, persino di notte, come adesso del resto.»
«Allora avrà dei problemi.»
Scilici alzò lo sguardo verso il terzo piano.
«Vedi, quando la Datura fiorisce e si rende conto, a modo suo che sta per morire, reagisce rilasciando un surplus di polline, in quantità maggiore del normale. È il suo modo per garantirsi una chance di discendenza, una sorta di canto del cigno. Lo sparge ovunque a lungo, nell’aria, lasciando che ci pensi il vento. Ma ogni parte della Datura, come sai, è velenosissima. Ogni singola parte. Dai fiori alle radici. E ovviamente anche il polline.»
Restò un attimo in silenzio, poi concluse:
«E quella finestra, se non sbaglio, resta proprio a contatto con la chioma. Sì, sì. La signora Virginia avrà dei seri problemi in questi giorni. Proprio dei serissimi problemi.»

L’altalena

La donna aveva i capelli scarmigliati dal caldo. Li teneva raccolti in una crocchia improvvisata che non resisteva mai più di mezz’ora. Portava un vestito di cotone a fiori, un po’ dimesso, che si muoveva mollemente ad ogni suo gesto. Stava in piedi a lato del seggiolino dell’altalena, le mani strette alle catene, spingendo piano la bambina che rideva a ogni slancio.
«Ancora, nonna!»
La voce era cristallina, come l’acqua di un ruscello che scivola tra i sassi di montagna.
La donna sorrise di un sorriso stanco. Faceva caldo, il sole di luglio bruciava il selciato del giardino pubblico, le panchine annerite dal tempo emanavano odore di resina e ferro. Intorno i richiami degli altri bambini, il frusciare delle biciclette, lo stormire secco delle fronde che cercavano riparo nella brezza.
All’altalena accanto, libera fino a quel momento, arrivarono un bambino e il padre. L’uomo era alto, i capelli castani un po’ arruffati, la camicia chiara rimboccata sugli avambracci. Spingeva il figlio con delicatezza, parlandogli piano. Ogni tanto rideva, e la sua risata era giovane e piena. Il bambino non perdeva una sua parola stringendosi a lui.
La donna si morse il labbro. Quel profilo le aveva trafitto il petto come una scheggia: stessa età, stessa altezza, stesso sorriso. Pareva Tonio, suo figlio. Lo aveva perso da pochi mesi, un male veloce, implacabile. A volte si svegliava la notte convinta di sentire ancora i suoi passi nel corridoio. In quel momento, però, la presenza di quell’uomo vicino a lei era più che un ricordo: pareva piuttosto un richiamo, una beffa del destino. Non riusciva a smettere di guardarlo. Avrebbe voluto distogliere gli occhi, ma tornavano sempre lì, al suo modo di chinarsi sul bambino, alla naturalezza con cui gli sistemava la maglietta sulle spalle, al modo di piegare la testa quando parlava. Si sentì invidiosa della madre di quell’uomo. Lei poteva vantare ancora un figlio. Lei, invece, non più.
Il padre, dopo qualche minuto, si chinò verso il figlio:
«France, vado a prendere il passeggino, e torno subito.» Il figlio ora lo ascoltava appena, preso dalla corsa dell’altalena. L’uomo si allontanò verso una panchina poco distante, dove aveva lasciato le sue cose quando il bambino aveva fatto la merenda.
La nonna abbassò lo sguardo. Le era tornata in mente un’estate lontana, quando Tonio aveva l’età della nipotina. Anche lui rideva forte, chiedendo di essere spinto sempre “più in alto, più in alto”. Lei allora era giovane, i capelli neri, la pelle liscia; suo marito le era ancora accanto, il mondo sembrava ricco di promesse. Fu un’immagine rapida e dolorosa che la fece stringere le mani sulle catene, come per restare aggrappata a quel ricordo.
Passarono alcuni minuti. Il dondolio della nipote continuava regolare, ma all’altra altalena il bambino si stava quasi fermando, sospinto dalla forza già impressa dal padre. La donna alzò gli occhi. Si aspettava di vedere l’uomo tornare con il passeggino. Invece non c’era. La panchina era vuota. Né passeggino, né borsa, né uomo.
La nonna rimase perplessa. Forse il padre aveva preso un sentiero laterale, forse si era distratto a parlare con qualcuno. Attese. Il sole le picchiava in testa, il respiro della nipote le arrivava leggero alle orecchie. France, intanto, aveva smesso pressoché del tutto di dondolare e guardava verso il punto dove il padre era scomparso. Non chiamava, non piangeva. Restava seduto, con le mani sulle catene, lo sguardo smarrito.
La donna avvertì un brivido. Non sapeva se fosse paura, malinconia o un pensiero più cupo che non osava formulare. Avrebbe voluto avvicinarsi al bambino, chiedergli se stesse bene, se sapesse dove fosse andato il padre. Ma rimase ferma, al suo posto, come se una forza invisibile la trattenesse. Nel suo involucro di passività.
Il giardino intorno si era intanto calato nel silenzio. Le voci dei bambini, le ruote delle biciclette, persino il vento fra le fronde: tutto pareva ovattato, lontano. Solo l’altalena della nipotina, andava avanti e indietro, avanti e indietro, sforzandosi di dare ritmo al tempo rimasto sospeso.
France ora era immobile, lo sguardo spento. Come se avesse capito.
E del padre nessuna traccia.