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Posts Tagged ‘Lughi’

Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

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Maledetto cellulare. È bastato un messaggio su WhatsApp e non ho visto la macchina davanti che si era fermata di botto. E come se non fosse bastato, avevo fatto appena in tempo a osservare, quasi fosse un film al rallenty, il cofano che si accartocciava sotto i miei occhi, che già avevo voglio di chattare sullo status del mio incidente. Magari avrei alzato la media mensile di accessi alla pagina: è un attimo diventare popolari, si sa, e ogni occasione può essere quella giusta. E poi a dirla tutta, se mi fossi accorto per tempo dello scontro, avrei pure potuto girare con il telefonino un video in tempo reale e allora sì avrei fatto migliaia e migliaia di clic su youTube. Una figata pazzesca. Ma forse, dopo tutto, a ben pensarci, sono ancora in tempo. In fondo è appena accaduto. Se non fosse per questa donna isterica che è scesa dalla macchina su cui mi sono spiaccicato che continua a straparlarmi contro. Ha una nuvola di capelli rossi arruffati tutti da un lato che scuote nervosa come un albero in tempesta e una vena violetta che le si gonfia e le balla sul collo: gli occhi sono spiritati e sembra proprio una matta. È curioso però come somigli a mia zia; soprattutto di profilo; alla zia quella ganza emigrata all’estero, ben inteso, non quell’altra, quella antipatica, che viene solo ai funerali con l’espressione di chi pensa: ‘la prossima volta forse tocca a te‘; se faccio una ricerca su Facebook magari la trovo e le chiedo l’amicizia che è tanto che non so nulla di lei. Appena questa donna smette di urlare cerco il mio cell che è volato sui sedili posteriori; certo che si dovrà spostare pure tutta quest’altra gente intorno a me che si è messa ad osservarci; e c’è pure chi riprende e chi scatta foto; mi sa che questi qui si stanno facendo lo scoop a spese mie; non me ne va bene proprio una. Oddio e questo ragazzino dov’era? Sotto la macchina di mia zia? Cioè, volevo dire, di quella che sembra mia zia? Il ragazzino lo hanno tirato fuori proprio da là sotto… e che ci faceva sdraiato per terra, sopra una bicicletta poi? Non è scomodo? Con tutto quel sangue che gli esce dalla testa e gli occhi rovesciati; io per certo non mi sdraierei sotto la macchina di nessuno se avessi tanto sangue che mi esce a zampilli e gli occhi buttati all’indietro; non è salutare; nossignore, poi si diventa pallidi come lui; che poi gli volevo chiedere se era sangue vero… perché non capita tutti i giorni che uno ti sanguini addosso così. Ma non è possibile parlargli perché un signore si è messo a cavalcioni sopra di lui a massaggiargli il petto come se gli volesse spalmare l’unguento per la tosse. Stavo per chiedergli se mi poteva prestare l’unguento perché volevo ficcarlo in gola alla signora dai capelli rossi; che ora si è messa pure a piangere senza smettere però di urlare; non che senta cosa mi dice, per carità, ma è che con questo vociare non mi fa pensare; già perché in fondo da tutta questa faccenda, dopotutto, almeno ne posso tirare fuori una bella storia per il blog; magari se esagero, un po’ qua e un po’ là, posso farne uscire una cosa tipo splatter da migliaia e migliaia di like; che mi migliora i guadagni su Adsense che sono ultimamente così asfittici che mi vogliono revocare la licenza. Adesso è pure arrivato un signore con la divisa, tutto impettito e con fare brusco; mi chiede qualcosa facendo la faccia seria, ma così seria che mi viene da ridere e lui si arrabbia ancora di più; magari posso farci entrare anche lui nella storia; posso scrivere che appena arrivato si è messo a gridare: ‘chi è che ha sporcato di sangue per terra che non viene più via?‘ e si è messo sparare in aria; no, non va bene, troppo moscio… diciamo che appena arrivato si è messo prima a gridare ‘c’è nessuno che vuole fare un selfie con me?‘ e poi, avuta risposta negativa, si è messo a sparare alla signora perché parlava troppo e al ragazzo per finirlo perché soffriva; sì, ‘sta cosa può anche funzionare: potrebbe essere la storia migliore che ho scritto da qualche mese a questa parte; ma sì, ora sono le undici, magari se mi ci metto di impegno prima di pranzo butto giù qualcosa e stasera pubblico il tutto. È un’ottima idea. Non è stata allora proprio una brutta giornata, in fin dei conti. È meglio che vada, adesso, perché tanto qui sono sicuro che non hanno bisogno di me: la macchina non mi serve e la posso lasciare dov’è perché tanto abito vicino e posso anche andare a piedi.
Ciao zia, fatti sentire ogni tanto.

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hat_gy
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Era entrato nel negozio con titubanza, come se non volesse farlo. Inoltre il negozio era enorme, pieno di scaffali, vetrinette e banconi. Ma anche completamente vuoto. Per di più le sliding doors si erano aperte molto prima che lui si avvicinasse all’ingresso e, per arrivare fino al primo bancone dove c’era il Commesso che lo aspettava, dovette percorrere quasi cinquanta metri sotto il suo sguardo e il suo sorriso eccessivo. Giunto finalmente al desk principale stava per dire cosa voleva quando sentì dire:

Per migliorare la qualità del servizio la informiamo che il suo colloquio con il nostro operatore potrebbe essere registrato”.

La voce non sembrava provenire dal Commesso che non aveva infatti smesso un attimo di sorridere. Forse era ventriloquo, pensò.
«Come ha detto?» chiese il Cliente.
«Oh niente, niente… non ci badi…» fece il Commesso con un gesto mollo della mano.
E il Cliente, visto che il suo interlocutore aveva ripreso il suo sorriso smagliante senza aggiungere nulla, sempre più impacciato, seguitò:
«Vorrei un frullatore.»
«Un frullatore, un frullatore…» ripeté dividendo bene le sillabe il Commesso e toccandosi nel contempo il mento come se cercasse di ricordarsi, all’interno di un fornitissimo negozio di elettrodomestici, cosa mai potesse essere un frullatore. In quel preciso istante si materializzò davanti a loro un tizio in camice bianco con in mano una penna e un nutrito blocco di fogli.
«Buongiorno, sono un Qualitologo, solo alcune domande, se può rispondere…» e, prima che il Cliente potesse ribattere, incalzò: «il Commesso le è sembrato gentile, affidabile, competente? L’ambiente è per lei accogliente, luminoso, funzionale? Trova che faccia troppo caldo, troppo poco caldo, freddo, troppo poco freddo? Preferisce la musica più alta, meno alta, niente musica?…» e mentre sparava a raffica le domande stava già prendendo degli appunti.
«Vorrei solo un frullatore…» ribadì il Cliente stralunato.
«Un frullatore, un frullatore…» ripeté il Qualitologo guardando gli appunti per controllare se la risposta fosse giusta. Poi alzando gli occhi si rivolse al Commesso:
«Ma certo, un frullatore! Albert! Il GENTILE Cliente si affida alla NOSTRA professionalità per acquistare un frullatore…» proclamò in modo solenne l’uomo in camice bianco mettendo l’accento sull’un di ‘un frullatore’. «Sorridi però un po’ di più, Albert… ancora un po’ di più… ecco… appena un po’ di meno… bene, così è perfetto… prego…» concluse infine il Qualitologo mostrando al Cliente, con un gesto plateale, il Commesso come se si fosse presentato solo in quel momento.
«Sì, dunque… un frullatore… un frullatore» principiò il Commesso facendo calare dall’alto un televisore da 55 pollici e azionando un telecomando. Nel frattempo le luci si erano abbassate e, nella penombra, qualcuno allungò al Cliente una poltrona su cui lo fece sedere senza tanti complimenti.
«Come si può vedere nella parte destra dello schermo» iniziò il Commesso ad alta voce come un professore universitario durante una lezione in aula magna «questo è un frullatore nella sua vista panoramica mentre, nella slide successiva, lo si può comodamente apprezzare, nella ‘forma esplosa’, in tutte le sue minute componenti meccaniche che, per la precisione, sono 121, ma ben 122 nell’ipotesi di un frullatore versione smart; ebbene… il frullatore frulla, diversamente dal centrifugatore che centrifuga, dall’estrattore che estrae e dall’impastatrice che impasta: ne abbiamo a disposizione di diversi tipi a seconda della potenza (espressa in watt per l’ipotesi della potenza del frullatore con cavo e in volt per quelli dotati di batteria), della capacità del contenitore (espressa in millilitri) e del materiale del contenitore medesimo (vetro, plastica, vetroresina, materiale misto); tutti articoli, ovviamente, come si può notare, disponibili in un vasto assortimento di divertenti e spiritosi colori…»
«Buongiorno, sono sempre il Qualitologo…» sussurrò il tizio che aveva fatto accomodare il Cliente sulla poltrona. «La presentazione cui sta assistendo è per lei sufficientemente esaustiva, chiara, efficace…? Si sente: per niente soddisfatto, poco soddisfatto, indifferente, abbastanza soddisfatto, molto soddisfatto…? Avverte il desiderio di comprare il frullatore in modo confuso ma percepibile, convinto ma incuriosito, compulsivo ma appagato?»
«Vorrei davvero tanto solo un frullatore…» ammise il Cliente, sempre a bassa voce, ma scostandosi dall’intervistatore che gli stava sputacchiando nell’orecchio.
«Sì, così però LEI non ci aiuta affatto a servirla meglio!» se ne uscì a quel punto ad alta voce il Qualitologo mollando per terra gli appunti. «Ma che razza di cliente è? Ci sta facendo solo perdere tempo…»
Intanto il Commesso aveva interrotto la sua presentazione, aveva riacceso le luci e ora stava fissando il Cliente con aria di rimprovero. Il Cliente, dal canto suo, cominciò a sentirsi fortemente a disagio ritraendosi sulla poltrona come un mollusco. Nel frattempo, quello che sembrava essere il Titolare dell’emporio, gli si avvicinò in modo sollecito e, con fare sbrigativo, lo alzò di peso dalla poltrona per poi spingerlo in direzione dell’uscita.
«Senta, quando avrà intenzione di collaborare sul serio ritorni, d’accordo?» gli disse a mo’ di commiato dandogli una pacca sulla schiena.
Il Cliente, sotto lo sguardo severo di tutti, uscì mogio mogio dal negozio. E, proprio mentre si stavano per chiudere dietro di lui le sliding doors, mormorò tra sé e sé:
«Ma io volevo solo un frullatore…»
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hat_gy
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mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie. Quel giorno c’era la recita di fine anno e le sue bambine sarebbero uscite più tardi del solito: l’aveva dimenticato. E appena lo videro lì, davanti alla porta di casa loro, chino per terra, gli occhi strabuzzati, si misero a gridare spaventate. Lui non riusciva a capire. La moglie e le figlie lo avevano guardato in faccia e non lo avevano riconosciuto. Si tastò il viso. La maschera era lì, al suo posto: si era sbagliato a credere di non averla indossata.
«Ma no, Tesoro» disse allora lui facendo un passo verso la moglie e le figlie: «Anche voi bambine, non dovete spaventarvi sono io, sono papà… ho solo una maschera indosso… volevo farvi uno scherzo.»
La moglie nel frattempo aveva chiuso la porta di casa e, spingendo le bambine davanti a sé, fece scendere loro rapidamente le scale: erano scoppiate a piangere, terrorizzate per quelle parole che l’uomo sconosciuto aveva pronunciato.
«Guardate è solo una maschera…» disse ancora lui sporgendosi verso di loro dalla ringhiera e provando a levarla «guardate, la tolgo subito». Ma non ci riusciva, non c’era più il bordo, anche se impercettibile, sul collo e sulla fronte per poterla cavare: oramai era tutt’una con la sua faccia.

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yerkaLa sera precedente la maggior parte del paese aveva fatto un gita notturna al colle. Da lassù, in assenza di inquinamento luminoso, avrebbero visto il passaggio della cometa proprio nel momento dell’eclissi di luna. Se ne era parlato tanto negli ultimi tempi anche perché era la prima cometa dell’anno e avrebbe portato bene, dicevano. Lo spettacolo fu in effetti meraviglioso e un appassionato Fuzz Mansfield fu prodigo di spiegazioni su tutti i segreti della volta celeste. Nessun poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche ora.
Nel cuore della notte, dopo che tutti già avevano da tempo fatto ritorno alle proprie case, si sentì un boato provenire dallo spazio profondo e subito dopo un rumore più vicino, leggero, come se sui tetti fosse caduta un’unica grande secchiata d’acqua. Molti si svegliarono scendendo in strada. Non sembrava fosse accaduto nulla di anormale se non fosse che, un po’ ovunque, sui rami degli alberi, sui lampioni, sui semafori, colava una sostanza gelatinosa rosata e trasparente che si appiccicava alle dita. Il cielo era scuro, anzi nero; le stelle non si vedevano più. Tornarono a dormire: fenomeni di quel genere non erano poi così tanto strani. E poi avrebbero aspettato la luce del giorno per capire meglio.
Chi si svegliò verso le sette per andare a lavorare si accorse però che qualcosa non andava.
«Dov’è il sole?» chiese il farmacista del paese girandosi su se stesso a braccia spiegate e mostrando a sua moglie quello che mancava.
«Gia! Dovrebbe essere l’alba» fece il suo vicino grattandosi la barba.
Si recarono tutti in piazza come per raccogliere le idee. Il faccendiere Brass Stenton, sempre risoluto nelle sue azioni, trascinò il proiettore usato di solito il 16 aprile per la festa del Saint Cross Party. Ci illuminavano il cielo perché lo vedessero dai paesi vicini e accorressero numerosi: un faro da 3000 lumen che avrebbe messo a fuoco a trecento metri di distanza l’occhio di un grillo che avesse cercato di nascondersi in un campo di grano. Lo accesero. E subito si vide sopra alle proprie teste una fitta rete di impalcature di legno; alcune vicine, altre più lontane, ma tutte sconnesse, venate e in parte schiodate. Erano incastrate l’una all’altra a creare una volta che abbracciava tutto lo spazio sopra di loro.
«Ma cos’è?» fece il sindaco ad alta voce.
Brass spaziava da una parte all’altra con il fascio di luce alla ricerca di una spiegazione e soprattutto del cielo. Ma non si vedeva nulla di diverso dalle impalcature. «Non c’è più il cielo!» fece disperato, dopo un po’, indicando un punto indefinito sulla sua verticale dove sarebbe dovuto essere e ci potessero essere dubbi di cosa stesse parlando.
«Il cielo è qui» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. E con la mano raccolse dal selciato un po’ di quella sostanza gelatinosa rosa che ancora stava colando dall’insegna del bar. «Il cielo si è rotto.»
«Come, si è rotto? Il cielo non si rompe!» fece Fuzz alzando la voce e gonfiando la vena sul collo.
«Ma allora le stelle che abbiamo visto ieri sera? La cometa? L’eclissi di luna?» chiese qualcuno.
«È tutto un’illusione. Non esiste nulla di tutto ciò!» fece l’Uomo Sconosciuto scuotendo la testa come fosse un dottore che avesse appena diagnosticato un tumore all’ultimo stadio.
«Ma cosa sta blaterando?» si alterò ancora di più Fazz andandogli vicino quasi volesse picchiarlo. «Sono un astronomo, io… non si permetta!»
«Guardate!» fece Brass dirigendo il fascio di luce da un lato. «C’è una scala!»
«Dove, dove?»
«A circa dieci metri di altezza, lassù, in quel punto!»
«Se prendiamo la mia gru a cestello possiamo arrivarci» lanciò l’idea Jim Karovitz.
In pochi minuti Jim fu di ritorno con la gru della sua impresa edile. Si scelse un gruppo di volontari per andare a ispezionare la scala e saperne di più su cosa fosse successo. Brass fu il primo a montare sul cestello, seguirono Jim, Fuzz e l’Uomo che Nessuno Conosceva.
«Ma cosa farete una volta che sarete sulla scala. Siete matti? Scendete di lì, è pericoloso» disse preoccupata la moglie di Karovitz cercando di trattenerlo per la maglia.
«Devono andare…» disse qualcuno. «Dobbiamo sapere!»
«Almeno prendi il cellulare» gli disse la moglie.
Il braccio della gru si avvicinò lentamente alla scala. Da vicino sembrava anch’essa di legno, come tutto il resto, ma poi si notò che le assi apparivano ancora più vecchie e fatiscenti. Dal cestello scese giù per primo Fuzz, con circospezione, seguito via via da tutti gli altri.
«Vedete qualcosa?» chiesero da terra con il telefonino.
«Poco» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. «Ma saliamo!»
«Ma cosa salite a fare? Torna giù, Jim» gli disse la moglie sempre più agitata «che soffri di vertigini.»
Gli uomini si avventurarono con determinazione sparendo ben presto alla vista di chi era rimasto più sotto a illuminarli con l’occhio di bue. Le torce erano diventate l’unica fonte luminosa a loro disposizione anche se la luce diventava sempre più scarsa perché il buio attorno la assorbiva. Trascorsero diversi minuti senza che gli uomini dicessero qualcosa.
«Tutto bene lassù?» chiesero da terra.
Nessuna risposta.
«Jim, per carità, rispondi, dove siete?»
Dopo qualche attimo si sentì un sussurro:
«Ma è bellissimo qui: è bellissimo!»
«Chi parla?» fecero da terra.
«È meraviglioso, continuiamo a salire…» ripeté.
«Jim dove sei?»
«Jim è caduto e anche Fuzz» si sentì dire al cellulare in modo confuso. «L’altro è rimasto indietro ma respira male, forse è svenuto. Ora sono solo, proseguo lo stesso. È troppo bello qui per fermarsi.»
«Caduti? Dove sono caduti? E chi si è fermato? Pronto, pronto? Non si sente più niente. Chi sei tu? Pronto?!?»

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murder
Se vuoi sapere come finisce il racconto vai alla pagina –> Dimmi come continua e metti un like. Al cinquantesimo like scriverò il seguito.
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manichinoMartha la città se l’era immaginata così. E ora la stava sognando.
Passeggiava per le vie del centro, con il suo passo morbido, una leggera brezza tra i riccioli rossi. Non c’erano però persone, solo manichini. Manichini ben fatti, privi di volto, ma vestiti di ogni accessorio. Sbucavano dalle maglie, dalle t-shirt, dai pullover, colli eburnei e mani snelle non sagomate, orologi ai polsi, borse a tracollo, occhiali da sole sui nasi ben fatti. I manichini erano ritratti nelle pose naturali del vivere quotidiano, come se un incantesimo avesse fermato il mondo e trasformato le persone in statue eleganti e opalescenti. Il sortilegio sembrava appena accaduto perché il gelato offerto dal gelataio non si stava ancora neppure sciogliendo, il caffellatte nella tazza al bar era fumante, il cane aveva appena fatto la pipì e ora stava guardando il padrone chiedendosi perché mai non si muovesse. Tutta la città si adagiava pigra sotto lo sguardo di lei inondato di luce, vetrine a perdita d’occhio, ristorantini romantici, monumenti imponenti. Un mondo silenzioso penetrato da un sole caldo vestito di primavera. Anche se era inverno in quel luogo straniero che aveva perduto il senso del tempo.
Dopo tanto camminare la donna, stanca, si fermò al bar che aveva visto ore prima. Si sedette allo sgabello del bancone. Il caffellatte del vicino ormai era gelido. Guardò il barman di spalle: era così verosimile che gli ordinò un caffè come se si aspettasse si dovesse girare da un momento all’altro. Si mise a ridere per quell’illusione così reale. Poi si voltò verso il signore accanto a lei con un borsalino a larga tesa sul capo; gli prese il cucchiaino tra le dita e lo posò sulla tazzina; non sapeva il perché di questo suo gesto spontaneo, ma le sembrava più ordinato così; poi pensò a quanto fosse stata strana la sensazione che aveva provato sfiorando quella mano; e la toccò: era calda.

Graham la città se l’era immaginata proprio così. E ora la stava sognando.
Scese in fretta dal taxi perché si era fermato all’improvviso, senza motivo e non accennava a ripartire. Si avvicinò arrabbiato alla portiera del guidatore battendogli furioso sul vetro; l’aveva infatti chiamato vanamente più volte dal sedile posteriore ma l’autista non si era degnato di rispondergli. Ma l’uomo alla guida non c’era più; al suo posto ora c’era un manichino. Come avevano fatto a sostituirlo così velocemente? Si voltò attorno. Anche i passanti erano manichini: la famigliola a passeggio, il giocoliere di strada, il carabiniere. La città intorno a lui pareva essersi bloccata. Pensò a un flash-mob spettacolare ad uso e consumo dei turisti. Ben riuscito, sì, certo, nulla da dire. Ma ora come avrebbe fatto a raggiungere il luogo della conferenza? Era anche in ritardo. Poi ad un tratto, con la coda dell’occhio, vide una bellissima donna dai capelli lunghi e rossi che ancheggiava sicura come incedesse su un tappeto rosso tra ali di fotografi e pubblico adorante. Aveva un viso intenso, provocatorio, irraggiungibile. La chiamò pur sembrandole un’apparizione, ma la voce gli si arrotolò in gola e lei proseguì. L’uomo ritornò rapidamente dentro il taxi per riprendersi la borsa del computer e quando ne uscì notò che la donna stava entrando in un bar. Si mise a correre per raggiungerla. Una volta nel locale trovò però solo manichini. Il barman dava le spalle alla porta nell’atto di armeggiare con la macchina del caffè e, al bancone, seduta sugli sgabelli, una coppia che si teneva per mano.

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