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Posts Tagged ‘Lughi’

«Perché ha pensato di rivolgersi a me?» chiese il dr. Norbert accomodandosi in poltrona e facendo segno alla paziente di fare altrettanto su quella di fronte. Aveva tra le mani un minuscolo registratore grigio e ci giocherellava con le dita come se fosse incerto se accenderlo o meno.
«Ho sentito parlare molto bene di lei…» fece la donna sedendosi a sua volta.
«A parte questo…» la incoraggiò lo psicanalista togliendosi da una gamba dei pantaloni un piumino di pioppo entrato dalla finestra.
«Sì, scusi, ha ragione, dunque, da dove comincio…» per un po’ la donna, sui cinquant’anni, i capelli bruni tagliati corti, volse gli occhi da un lato come per ricordarsi di qualcosa; quindi sospirò alzando leggermente le spalle: «…e che è da parecchio tempo che faccio dei brutti sogni, incubi direi, ma brutti brutti, e poi mi sento molto inquieta… troppo…»
«Più del solito, intende?»
«Molto più del solito. E poi è come se fossi sdoppiata…»
«Sdoppiata?»
Il dr. Norbert si aggiustò sulla poltrona spostando il busto in avanti.
«Sì, mi arrabbio facilmente, faccio e dico delle cose che mi sorprendono, che non sono da me…»
«Tipo?»
«L’altro giorno, non vista, ho fatto lo sgambetto a un ragazzino che è caduto di faccia e si è fatto male… il peggio è che poi mi sono sentita meglio per tutto il giorno…»
«Capisco e poi?»
«… Mi faccia pensare… ah sì… mi sono messa a rubare a casa di mia madre.»
«In che senso?»
«Nel senso che quando so che va dalle amiche per giocare a canasta vado a casa sua e rubo gli oggetti più disparati, quelli che so che a lei piacciono di più: e dire che non mi servono neppure…»
«Capisco… senta, essendo questa la prima seduta ho bisogno di instaurare con lei un contatto profondo con il suo inconscio… Come sicuramente sa, faccio ricorso alla terapia ipnotica…»
«Sì, sì lo so, dottore…»
«Ecco, bene… è mai stata ipnotizzata?»
«No, mai.»
«D’accordo, non si preoccupi deve solo rilassarsi…»

Bene signora Mitchell, la seduta è terminata.
La donna, svegliatasi dall’ipnosi, stava sbattendo più volte le ciglia in direzione del soffitto.
«Si metta a sedere sul lettino, faccia pure con calma, non c’è fretta… come si sente?»
«Mi sembra molto bene, dottore… persino un po’ sollevata…»
«Sì è un effetto indotto del risveglio… dunque, senta, ho due cose importanti da comunicarle…»
«Mi dica.»
«Lei non ha nessun disturbo della personalità… qualche conflitto non risolto infantile, è vero, ma nulla di che…, le assicuro: lei è sanissima…»
«E allora come spiega il mio malessere?»
Il dottore aspettò di finire di scrivere sul proprio ricettario, poi guardò la donna davanti a lui e sorrise.
«Ho parlato a lungo con Lui ed è disposto ad andarsene a certe condizioni…»
«Lui? Lui chi?»
«Vede, lei purtroppo è posseduta. Lui si chiama Zaa’cal ed è entrato in lei durante una seduta spiritica di due anni fa…»
«COSAAAA?»
«Parli piano, per favore, non urli… Dopo lo sforzo di parlare per un’ora con me Zaa’cal si è stancato moltissimo e si è addormentato. È ancora molto giovane: è un bambino. Se si sveglia mi impedirebbe sicuramente di darle questo» e allungò la prescrizione. «Qui sul foglio c’è l’indirizzo di padre Collins» seguitò a dire. «Saprà cosa fare.»

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Da quando mi sono messo in pensione mi concedo spesso delle ampie passeggiate sul lungo fiume e poi al parco del Castello. Se è una bella giornata mi fermo anche a guardare il panorama, ad accarezzare i gatti che incontro per strada e a dar molliche di pane ai passeri.
Lo so cosa state pensando: che è triste essere vecchi e soli. Ma neanche per idea! Certo, essere ancora giovani sarebbe proprio una gran bella cosa, tuttavia ora faccio la vita che ho sempre desiderato una volta smesso di lavorare: tranquillità e serenità con un pizzico di buona salute, frequentando all’occorrenza chi mi pare e quando ne ho voglia.
Oltretutto, a volte, mi do pure al volontariato; come vendere le uova di cioccolato o vasi da fiore per qualche onlus che finanziano la ricerca o come servire alla mensa dei non abbienti o persino fare il chierichetto per padre Ercole. Lo so, sono un brav’uomo, ma non credo sia dopo tutto un gran merito.
Qualche giorno fa mi è stato chiesto di mettere a dimora insieme ad altri amici nuove piante nelle zone verdi della città; ho fatto il contadino fino a pochi anni or sono e so come si fa e in Comune lo sanno bene. Ed è stato proprio quando preparavo lo scavo profondo per alcune cultivar di platano, con la lentezza che ora mi contraddistingue non avendo più tanta forza, che ho visto sulla pala qualcosa che luccicava. Ho pulito l’oggetto ben bene e mi sono accorto che era una fedina, una vera nuziale da uomo; l’ho guardata meglio mettendomi gli occhiali e nella parte interna erano incise queste parole “Maria e Lorenzo – 20 marzo 1910”. Mi sono subito rialzato per farla vedere agli altri, ma ero rimasto solo: ci avevo messo evidentemente troppo tempo per la mia buca. Così la vera me la sono messa in tasca e ho terminato il lavoro.
Del tutto dimentico del ritrovamento, dopo qualche giorno mi sono messo al tavolo della cucina di casa e ho preso carta e penna. Era già un po’ che volevo scrivere a mio figlio che vive da vent’anni in Australia e io che non ho mai avuto troppa dimestichezza con il computer mi affido ancora alle patrie poste.
Ho iniziato allora di buona lena a mettere nero su bianco, ma ben presto mi sono accorto che non mi stavo affatto rivolgendo al mio Gianni; stavo scrivendo invece una specie di diario e neppure il mio: era quello di una donna, una signora anziana che parlava del suo sposo, dell’uomo della sua vita che non c’era più e di una fedina che aveva perduto e che continuava a cercare senza requie. Da quello che potevo capire, la signora tentava insomma di ritrovare la vera del marito e a modo suo me lo stava facendo sapere. Questa scoperta, lì per lì, mi ha fatto impressione, spaventandomi non poco, e sono stato tentato perfino di pensare a una mia personale suggestione per il rinvenimento; ma poi nei giorni seguenti, per i ricordi di vita vissuta che la donna faceva attraverso la mia scrittura, mi sono convinto che non era affatto così.
Da allora ho cercato di incontrare la signora per darle il gioiello che le apparteneva. Nonostante però sapessi dal diario quali fossero i luoghi del parco da lei frequentati e la relativa ora, non sono riuscito mai a incontrarla.
Mi sono risolto allora a lasciare a malincuore la fedina su una panca solitaria, una, in particolare, che avevo individuato dalle descrizioni che mi aveva fatto la signora quale da lei frequentata più sovente durante le sue ricerche. Forse l’anello avrebbe trovato da solo la sua padrona. Sono rimasto anche per un po’ di tempo nascosto dietro a un albero per paura che qualcuno lo rubasse. Verso sera però cominciava a fare un po’ troppo umido per me e, per non prendere un malanno, me ne sono andato con il proposito di tornare la mattina successiva alle prime ore del mattino.
Una volta a casa, prima di coricarmi, mi sono messo a scrivere, come ormai di consueto. E mi sono uscite queste parole:

L’ho ritrovata! L’ho ritrovata! Che gioia indescrivibile, che sollievo! Mi sembra di essere di nuovo con il mio Lorenzo. Ora posso finalmente trovar pace.
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dietro il racconto
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«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
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«Ciao, Marì…» disse farfugliando Giorgino. Le luci stroboscopiche fai da te installate per la festa organizzata in casa dall’amico lo avevano appena illuminato di viola mentre la ragazza era inondata di luce dorata.
«COSAAA?!? NON CAPISCO CON QUESTA MUSICA COSI’ ALTA…» gridò Marì sgarbata.
Giorgino non si perse d’animo. Erano anni che quella ragazza gli piaceva perdutamente ed era arrivato il momento di farglielo sapere, almeno questa era la conclusione cui era arrivato dopo tanto tentennare. Le si avvicinò a piccoli passi. Il profumo di lei entrò nelle sue narici facendolo naufragare in un’altra dimensione. Per un momento, oscillò.
«Volevo solo dirti…» fece lui deglutendo più volte, «volevo solo dirti che mi piaci tanto e che mi piacerebbe uscissimo insieme…»
Questa volta Marì aveva sentito bene. Osservò divertita il ragazzo che stava diventando azzurro, poi verdolino e poi arancione a seconda delle luci al led che lo colpivano. Poi lei si fece seria e si volse attorno come per accertarsi se qualcun altro avesse sentito quelle parole. Lo stanzone era ancora semivuoto, le sue amiche erano in ritardo e Attilio, il padrone di casa, era chino sulla sua immensa raccolta di vinili per scegliere la musica più adatta per la serata.
«Cos’è una battuta?» chiese lei raddrizzando le spalle e mettendo ancora più in mostra il seno generoso.
«No… veramente no» cercò di giustificarsi lui intimorito per quel gesto.
«Ma se sei un rospo! Hai gli occhi sporgenti, gli occhiali spessi da bibliotecario e il sedere basso che puzzerà di piedi; e non guidi neppure la macchina…»
Giorgino la vide per un attimo come in una foto patinata. Anche con quell’aria di disprezzo disegnata sul volto era bellissima. Poi quelle parole appena vomitate in faccia scesero lentamente nella sua anima e l’avvelenarono; sentì che qualcosa dentro di lui si stava rovinosamente spezzando. Lei continuava a squadrarlo impietosa mentre il ragazzo non sapeva più che fare. Avrebbe voluto solo sparire, ma non gli riusciva: le scarpe erano piene di cemento e bullonate alle piastrelle.

Per tutta la festa non riuscì più a parlare. Se ne stette in un angolo, accanto a un trumeau in penombra, con mezzo bicchiere di coca-cola calda in mano: stava ancora precipitando nel suo pozzo. Ogni tanto guardava verso Marì attorniata da ragazzi e dalle sue amiche fidate. Forse, dopo tutto, aveva capito male, forse lei non voleva dire proprio quello che davvero gli aveva detto; si aggrappava a questa idea, disperatamente, per rallentare la caduta libera. Ma ora gli sembrava che finanche le amiche guardassero nella sua direzione e si mettessero a ridere.

Per qualche giorno non uscì di casa. Per fortuna, dalla finestra del soggiorno la vedeva passare nella via mentre andava a scuola. Era sempre con qualcuno, il viso sorridente, i capelli corvini, lunghi e morbidi, il passo altero come di chi nella vita avrà solo sfide tutte da vincere.
Come avrebbe potuto lui ora convivere con quel giudizio lacerante? Si chiedeva senza riuscire a rispondersi e soprattutto senza smettere di sprofondare sempre più in giù.

«Marì, apri tu?»
«Si mamma.»
«Lei è la signorina Maria Carla G.?»
«Sì»
Il ragazzotto biondo con la divisa di un noto corriere internazionale le consegnò rapido un pacco. «Firmi qui per cortesia.»
Lei firmò in modo deciso e ordinato. Non stava più nella pelle. Era un regalo per lei, il giorno di San Valentino! Che emozione!
Poggiò il pacco sul tavolo della sala e lo scartò febbrilmente. Era un scatola di legno con dentro un barattolo di vetro. Non riusciva a capire cosa fosse e lo portò verso la luce della finestra, Dentro al barattolo, immerso in una soluzione di formalina, fluttuava un cuore piccolo e poroso.
Nella scatola c’era anche un biglietto:

Buon San Valentino, Marì,
con tutto il cuore. 
Tuo, per sempre.
Giorgino

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Il paracadutismo non aveva più segreti per lui. Era diventato un vero maestro in quel settore, tanto da tenere un corso di lancio estremo da quote basse e con attrezzature sempre più leggere.
Poi a Mark venne in mente una variante originale e mai provata fino a quel momento: l’aveva battezzata “abbraccio fatale” e sarebbe consistita nel lanciarsi insieme al suo amico Fred; ma mentre lui si sarebbe buttato senza paracadute, Fred, lanciandosi subito dopo, l’avrebbe raggiunto e glielo avrebbe consegnato in caduta libera.
“Geniale”, pensò Mark.
“È da pazzi”, gli disse subito Fred che non ne voleva sapere.
Mark sapeva però come convincere l’amico; non ci mise infatti molto a rassicurarlo dicendogli che non avrebbero tentato dal vero la nuova figura prima di averla provata infinite volte nel simulatore di caduta. E così fu, fino a quando almeno non riuscirono effettivamente a ritrovarsi a occhi chiusi e Mark non fu capace di indossare il paracadute con facilità. Anzi, per l’occasione Mark ne aveva progettato uno di nuova concezione in modo che si potesse indossare senza sforzo e nel minor tempo possibile.
Poi venne il giorno della prova dal vivo.
Il lancio andò benissimo. L’emozione era molto forte, ma a parte una leggera incertezza di Fred al momento di consegnare all’amico il paracadute, il passaggio materiale avvenne circa 300 metri di altitudine prima di quanto concordato. L’abbraccio era perfettamente riuscito tanto che atterrarono pressoché insieme.
Da quel giorno ripeterono la figura tante altre volte ancora facendola diventare una routine. Si scambiarono spesso di ruolo in modo da provare la reciproca ebbrezza di chi portava il paracadute e di chi lo riceveva.
Dopo qualche mese, decisero di alzare la posta, lanciandosi da due Piper diversi. La sincronia avrebbe dovuto essere maggiore, così come la concentrazione: il tasso di adrenalina sarebbe risalito.

“Ci vediamo il primo marzo alla solita ora?” scrisse nel messaggio Mark, dopo qualche mese di lanci eseguiti con successo.
“Sì certo, contaci” gli rispose Fred. “Arriverò però con il mio Piper dall’aeroporto di Collefili. Alle 9.00 esatte sarò il tuo angelo salvatore.”

Mark si preparò con la cura di sempre. Si sentiva particolarmente bene quel giorno e in pace con se stesso. La giornata era radiosa e la visibilità perfetta. Alle ore 8.55 spalancò il portellone di lancio sopra a un paesaggio nitido e lussureggiante. Vide in quell’istante il Piper di Fred che arrivava da sud, in orario, come previsto. Le ali dell’aereo luccicavano alla luce del mattino come per un saluto. Gli sorrise per ringraziarlo. Alle ore 9.00 Mark si lanciò proprio mentre l’aereo di Fred era sopra di lui.
Ma capì subito che qualcosa non andava perché il Piper di Fred era troppo veloce. No, non era il suo amico, come realizzò pochi istanti dopo: era un altro aereo, probabilmente da turismo.
Mark, cercò di rallentare la velocità di caduta aprendosi a X e offrendo all’aria il massimo di resistenza. Doveva capire. La lancetta dell’altimetro al polso girava vorticosamente. Aveva ancora pochi secondi. Ma cosa era successo? Poi l’occhio gli cadde sul datario dell’orologio. Era il 29 febbraio, non il primo marzo. Quell’anno era bisestile. Come poteva averlo dimenticato? Il primo marzo sarebbe stato l’indomani.
Chiuse gli occhi e scosse la testa.
La mano volò alla maniglia del piccolo paracadute ventrale di nuova progettazione che un giorno o l’altro si era ripromesso di testare anche se con la sicurezza del paracadute principale. Quel giorno, dopo tutto, era arrivato. Le cascine d’intorno e la torre di controllo diventavano sempre più grandi mentre l’asfalto dell’aeroporto sempre più vicino. Era il momento di sapere se aveva fatto un buon lavoro e se le cinghie avrebbero retto l’eccessiva velocità di caduta.
Tirò con forza e il paracadute nella sacca vibrò violentemente come se avesse voluto solo esplodere; poi fece un rumore come di un urlo liberatorio. E si aprì.

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16 novembre 2028, h. 9.07

Oggi l’ho rivista. È proprio carina. Nella sua divisa celeste del TrandyMarket sta davvero bene. È forse un po’ piccolina, ma la linea del corpo è morbida e aggraziata; ha degli occhi azzurri profondi. Due laghi gelati d’alta montagna. Mentre parlava con una sua collega si è messa all’improvviso a sorridere ed è stato stupendo.

18 novembre 2028, h. 17.22

Priscilla, così l’ho chiamata perché non so il suo vero nome, oggi era al reparto cartoleria. Ha delle bellissime mani.

21 novembre 2028, h. 8.33

Mi sono nascosto dietro al carrello portapallet per vederla lavorare. Non c’era nessuno in quel momento nel reparto e ho potuto osservarla a lungo. Forse si è anche accorta di me perché si voltava ogni tanto nella mia direzione muovendo con eleganza i capelli a coda di cavallo fermati da un elastico rosa.
Sì, deve essere così: mi ha lasciato ammirarla mentre si muoveva sicura tra quaderni e fogli uso bollo. Poi è arrivata una sua collega, quella rossa con le lentiggini, alta alta e sgraziata, e sono scappato via.

23 novembre 2028, h. 17.10

Oggi mi ha parlato ed è stata una emozione fortissima che mi sembrava di soffocare. Stavo scegliendo dal frigo un yogurt alla ciliegia quando mi è arrivata all’improvviso alle spalle e mi ha chiesto “permesso” prima di riporre sullo scaffale interno una confezione di succhi di frutta. Me l’ha sussurrato in modo melodioso, guardandomi negli occhi. È stato un istante durato un tempo infinito.
Permesso”… che parola dolce e piena di significati reconditi!
Sapevo che era ancora al reparto cartoleria; l’avevo vista entrando nel market sicché non me lo sarei aspettato di vederla arrivare così agli alimentari. Evidentemente mi aveva notato anche lei e, avvicinandosi, ha voluto lanciarmi un segnale preciso… a questo punto mi sembra chiaro.

28 novembre 2028, h. 8.02

Mammina ora sta molto male.

1 dicembre 2028, h. 21.26

Mammina non c’è più. Quel brutto male me l’ha portata via, per sempre.
Ma su una cosa aveva ragione: è ora che mi faccia una famiglia. Che metta giudizio, come diceva lei. Non posso più vivere così, da solo, abbandonato a me stesso, per tutta la vita.
Mi devo fare coraggio con Priscilla.

4 dicembre 2018, h. 8.33

Ho avuto la conferma da Priscilla che le piaccio. Le ho chiesto dove potevo trovare le patate novelle e lei mi ha risposto con piglio professionale che non lo sapeva e che dovevo rivolgermi a un’altra collega. Mi ha sorriso dolcemente e mi ha guardato dritto dritto negli occhi un po’ più a lungo dell’altra volta in cui mi aveva chiesto solo “permesso“.
La voce era senza dubbio carica di sottintesi.
È deciso: la prossima volta l’aspetto che esca dal lavoro e mi faccio avanti.

5 dicembre 2018, h. 21.00

Ce l’ho fatta. Priscilla e io siamo finalmente insieme. Oggi, all’uscita dal lavoro non voleva salire sulla mia macchina. Ma io ho tanto insistito. Certo, ho dovuto tirarla dentro con forza e trattenerla, ma solo un poco; poi mi è sembrata contenta e tranquilla. Si è messa anche a piangere quando sono partito, io le ho detto però che non doveva preoccuparsi perché succede spesso quando i sentimenti sono più forti delle parole; che arriva prima o poi il momento in cui bisogna sapersi lasciar andare. Perché la vita è breve. E lei ha capito.
L’ho portata qui a casa per cominciare subito a formare una famiglia.
Ora siamo davvero una cosa sola, io e lei.
Gli occhi azzurri le sono rimasti per fortuna aperti ed è meravigliosa con la sua coda di cavallo.
Nel freezer a pozzetto ci sta tutta, temevo di no.
Per fortuna è così piccolina.

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