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Posts Tagged ‘Lughi’

Era felice. Era riuscito a ottenere dalla banca quel prestito su cui contava molto. Ora la sua startup poteva prendere il volo. Nuovo server, nuova veste grafica e soprattutto un nuovo consulente e quell’impiegato in più di cui aveva tanto bisogno al marketing. Si fermò al di là delle sliding door per assaporare il momento. Era fiero di sé. Sarebbe stato bello poterlo dire a suo padre che aveva sempre creduto in lui. Tirò verso il cielo le chiavi della macchina per riprenderle al volo ma, alzando la testa, un bagliore proveniente da chissà dove gli fece mancare la presa. Le chiavi rimbalzarono sul muretto della banca e si proiettarono da un lato verso una grata di metallo su cui atterrarono. Qui girarono ancora un po’ su loro stesse e poi caddero giù. Non riusciva a credere che fosse appena accaduto.
Si avvicinò come se sperasse di non vederle là in fondo. E invece no, c’erano davvero. Era buio là sotto ma il mazzo di chiavi lo intravedeva sul pavimento di un vano in cemento a un paio di metri sotto il livello della strada. Come sarebbe tornato a casa, ora? E quello era pure l’unico che aveva; l’altro lo possedeva la sorella Nora, in viaggio di lavoro a Los Angeles. Che cosa se ne sarebbe fatto poi delle chiavi della sua macchina in America, non era dato saperlo. Si sedette sul muretto. La situazione era seria.
Si rialzò. Inserì le dita tra le sbarre e provò a tirare. La grata non cedeva. Prese un sasso posizionato come addobbo nella fontanella della banca e con quella la colpì per smuoverla. Un paio di persone passarono guardandolo con sospetto. ‘Chissà cosa combina quello lì’, avranno pensato. Riprovò a tirare. Nulla. Percosse il perimetro della grata e gli sembrò stesse venendo via. Poi di colpo se la ritrovò in mano. La scoperchiò e la adagiò con cura da un lato. Si guardò attorno come se stesse facendo qualcosa di illecito. Ma fu solo un attimo e poi saltò dentro.
Era buio, anche se aveva visto dove erano cadute. Si chinò per prenderle, ma le urtò. Finirono così per scivolare lungo delle scale che non aveva visto prima e che invece si aprivano sulla sua sinistra. Tirò fuori il suo cellulare e si fece luce. Ora le chiavi non le vedeva più. Scese i gradini di ferro che risuonavano vuoti al suo passaggio e svoltò l’angolo; le vide finalmente sull’orlo dell’ultimo gradino. Scese ancora e questa volta le afferrò con delicatezza. ‘Mie!’, pensò, ‘è fatta’.
Si voltò e risalì lentamente gli scalini per poi girare l’angolo. Ma invece dell’uscita vide che c’era un’altra rampa di scalini. ‘Possibile che sono sceso così tanto?’ si chiese.
Svoltò anche l’angolo successivo e invece dell’apertura verso la strada si accorse che c’era un’altra rampa e dopo quella un’altra ancora. Si mise a salire di corsa e a fare gli scalini a due a due, preso dal panico, fino a quando il fiato gli venne a mancare. Si piegò in due dalla fatica e si sedette per terra comprimendosi la milza con una mano ‘Ma cosa sta accadendo?‘ disse ad alta voce.
«Anche lei qui?» fece qualcuno, poco distante, seduto anche lui nell’ombra. «A me era caduto l’accendino. Ci tenevo molto al mio accendino» seguitò facendo brillare una fiammella bluette. Il ragazzo poteva avere venticinque anni, era spettinato, la maglia sporca e tagliata in più punti sul davanti. Lo sguardo era triste più che disperato. «Non usciremo mai di qui, lo sa questo, vero?»

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L’aula era gremita. Dopo un’iniziale udienza dedicata alle formalità di rito, il processo dell’ultimo decennio era entrato nel vivo. Anche se la difesa, che pur contava su un agguerrito team di principi del Foro, era a un impasse che la stava mettendo in serie difficoltà. Dopo la sentenza di primo grado, che aveva visto la condanna del proprio assistito a venticinque anni di reclusione per omicidio dell’amante, era stata da loro commissionata una superperizia che, seppure di parte, aveva minato fortemente la credibilità dell’unico accertamento disposto dal PM, non solo per l’indiscussa autorevolezza internazionale degli esperti incaricati, ma anche per il fatto che era stato insinuato il dubbio nei giurati. Era emersa infatti una sicura quanto ingenua contaminazione del reperto contenente il DNA del sospetto assassino e soprattutto la circostanza ineludibile che una seconda traccia, pur incompleta, di impronte papillari, non rilevata dagli inquirenti sul luogo del delitto, collocava con certezza all’ora del fatto anche un altro individuo di sesso maschile, rimasto non identificato. E ora quella superperizia era sparita dal fascicolo processuale.
Vi erano state accuse, anche non troppo velate, all’indirizzo del rappresentante della pubblica accusa, dott. Lucalfredo Atzeri, di aver dato incarico al temibile e poco raccomandabile Omodeo Termobelli, ispettore della polizia giudiziaria locale, di farla sparire. Ma il PM, a vederlo ora seduto al suo tavolo, sereno e tranquillo, non pareva però farsi troppo carico di queste basse insinuazioni da corridoio, anche se il suo sguardo impenetrabile, finemente cesellato nel marmo di Seravezza, lo facevano sembrare capace di qualsiasi cosa pur di vincere quel processo.
Quando la Corte di Assise entrò in aula si creò subito un silenzio innaturale. L’unico che non si alzò fu l’imputato, seduto in modo scomposto nella gabbia tra due poliziotti disattenti, del tutto estraniato da quel contesto.
Il Cancelliere si avvicinò ai giudici in maniera goffa giusto per dare gli ultimi ragguagli tecnici prima dell’udienza. Il Presidente, un uomo in là con gli anni e dall’aria triste, annuì un paio di volte mentre osservava perplesso in lontananza, oltre le transenne, i giornalisti delle maggiori testate nazionali mischiati tra gli astanti.
Avuta finalmente la parola l’Avvocato decano si alzò solerte. E mentre la sua toga si gonfiava con un non voluto effetto teatrale alzò il braccio destro in senso declamatorio cominciando a perorare per l’ennesima volta l’istanza di poter depositare almeno una copia giurata della perizia mancante; l’istanza, avversata in modo fermo dall’accusa, era stata già respinta una prima volta dalla Corte.
Fu quello il momento in cui fece ingresso, l’Avvocato Mimmo Lamarque.
Entrò con un incedere maestoso, imponente, come la sua indubbia e chiara fama gli consentiva; il suo metro e novanta di altezza, lo sguardo aperto e fiero in un volto volitivo e molto gradevole, si addicevano più alle fattezza di un attore del cinema che a un penalista; era cordiale e bonario come sempre e, mentre si dirigeva dalla porta di fondo dell’aula verso la Corte, con passo sicuro e deciso, dispensava saluti e gesti affettuosi ai molti che lo avevano riconosciuto e gli si erano fatti incontro per rendergli omaggio.
Tutto ciò, a parte il trambusto di una simile plateale entrata, sarebbe stato quasi normale in un ordinario giorno di udienza, se non fosse stato che Lamarque era tragicamente morto due anni prima in un pauroso incidente stradale; facendo rientro a notte fonda dalla capitale, ove era stato impegnato in un processo delicato ove aveva riportato una vittoria insperata, per un colpo di sonno si era schiantato con il suo Porsche Cayenne nuovo di zecca contro la barriera autostradale. I vigili del fuoco ci avevano messo quasi tre ore per estrarlo esanime dalle lamiere contorte.
«Mi scusi Presidente» disse Lamarque giunto al banco del Presidente rimasto senza parole. «Sono venuto a portarLe in originale la superperizia; era rimasta nel mio studio, in cassaforte. Ce l’aveva messa la mia segretaria Aldina prima di andare in maternità: si era dimenticata di dirmelo. Mi spiace se questa mia dimenticanza ha potuto creare alla Corte un qualche disagio.»
Il Presidente, senza dir nulla, prese il voluminoso incartamento dalle mani dell’Avvocato e lo posò davanti a sé. ‘È proprio l’originale, non vi sono dubbi‘, pensò il giudice dandoci una rapida occhiata.
«Bene, con il Suo permesso, ora vado a mettermi la toga» fece ancora l’Avvocato indicando l’annesso locale del noleggio toghe.
Nessuno in aula osava fiatare, perché tutti aveva appena assistito a una scena che non poteva essere realmente accaduta.
Trascorsero ancora dieci minuti nell’imbarazzo generale.
Il Cancelliere, dubbioso, chiese al Presidente se doveva chiamare l’Avv. Lamarque, visto che tardava a rientrare.
«No» disse il giudice lisciandosi la barba bianca. «Lasci perdere. Però, possiamo cominciare.»

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«Che c’è Torton?»
Il ragazzo si chiamava in realtà Paul Ascot Beley ma tutti lo chiamavano da sempre Torton, senza saperne l’esatto motivo, e fin da quando era stato assunto anni prima. Aveva un corpo minuto, dall’aria fragile, ma dall’intelligenza vivida e pronta.
«Ho i nuovi dati del super motore di ricerca» disse alzando un tablet in direzione del capo divisione. Jason lo guardava con curiosità. Leggeva sul suo viso una sorta di imbarazzo e non era da lui.
«E perché non me li invii come al solito?»
«Perché c’è un dato che non so spiegarmi…»
«Va bene, allora vieni, vediamolo insieme…»
Il dipendente si avvicinò alla scrivania di Jason, non in linea retta, ma come se avesse dovuto scansare un paio di grossi vasi di fiori collocati nella stanza. ‘Certo, per essere strano lo è davvero‘, pensò il capo divisione vedendolo avvicinarsi.
«Vedi?» disse posando il tablet sulla tastiera del computer del capo «queste sono le stringhe di ricerca degli utenti che stanno usando Baloo, il nostro nuovo motore di ricerca.»
«Sì, e allora?» chiese l’altro alzando di poco il tablet e spostando da sotto la tastiera.
«Questi sono i dati dell’ultima settimana.»
«Ho capito, Torton, vuoi venire al dunque?»
«C’è questa stringa che si ripete… si ripete… si ripete…» osservò indicando più punti della videata.
«Certo ‘si ripete‘, Torton, si ripete… in varie declinazioni…»
«Esatto!» fece il ragazzo toccandosi il naso come per accertarsi che fosse ancora lì. Eseguì quel gesto in modo nervoso come se si fosse finalmente liberato da un peso.
«Cosa vuol dire avere un’anima…» disse a voce alta il capo divisione per chiarire a tutti e due di cosa si stesse parlando.
«Esatto!» ribadì Torton annuendo in modo esagerato.
«E quindi?» fece l’altro regalando uno dei suoi sorrisi più contagiosi, ma anche più pazienti.
«E quindi si tratta di una stringa di ricerca che un mese fa era sporadica e ora conta sempre maggiori ricorrenze…»
«Sarà un rigurgito di istanze mistiche, magari sotto la spinta di qualche moda… che so, una serie TV o un film…»
«Non è così Jason… non è così» fece Torton cliccando sul tablet alla ricerca di chissà quale altra pagina. «Come sai, Baloo…» prendendo quindi il via a chiarire meglio «…è un sistema di ricerca molto sofisticato e molto molto potente ma, per questo motivo, ancora poco friendly per cui va perfezionato se vogliamo che eroda quote importanti di mercato alla concorrenza…»
«Sì certo… lo sappiamo tutti, stiamo lavorando duramente per questo…»
«Ma questa difficoltà di approccio, come è logico che sia, seleziona anche l’utenza…»
«L’avevamo previsto, Torton, siamo all’inizio…».
«È utilizzato da Università, da esperti, da nerd…»
«Cosa vuoi dirimi, si può sapere?»
«Sì, hai ragione, Jason, non voglio farti perdere altro tempo, vengo al punto. Ho voluto approfondire la cosa, perché non mi tornava che stessero facendo sempre con maggiore insistenza questa domanda e altre consimili del tipo: “avere un’anima, come si acquista un’anima, valori di mercato in bitcoin di un’anima“» fece il ragazzino avendo trovando finalmente la pagina giusta sul tablet. «E ho scoperto che tutte le ricerche non provengono da persone, da umani..»
«Ah no?»
«Ah no! Provengono da robot. Alcuni sono allo smistamento mail, altri alla gestione dei data cloud, altri ancora al controllo dello spam e così via; ma i più sono droni, droni per il terziario; alcuni persino militari. I robot stanno cercando di capire, per qualche motivo che mi sfugge, come si fa ad acquistare via web un’anima. In modo legale o illegale che sia.»

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Da quando era andato in pensione aveva preso a tornare sul luogo di lavoro. Ma non per darsi da fare e aiutare gli altri, quanto piuttosto per vederli lavorare e godere del fatto che quella vita non gli appartenesse più. Questo lo faceva sentire meglio. Veniva tutti i giorni, anche solo per una mezz’oretta. Si metteva in un angolo e non diceva nulla. E osservava.
Ma un po’ perché gli ex colleghi a un certo punto gli fecero capire che non era più gradito, un po’ perché voleva fare qualcosa di diverso, prese a frequentare altri ambienti anche se con le stesse finalità.
Andò così in Tribunale, a seguire alcuni dibattimenti penali e, anche se ci capiva poco, passava ore a guardare attraverso le sbarre della gabbia ove erano rinchiusi gli arrestati in attesa di giudizio, giusto per osservarli. Li vedeva a capo chino, parlare preoccupati con i loro difensori oppure seduti, le mani a sorreggere la testa, incerti per il loro futuro. Sì, tutto ciò lo rincuorava.
Poi iniziò con i funerali ove si imbucava facilmente; controllava gli annunci mortuari il giorno prima e poi andava alla messa, seguiva il corteo fino al camposanto assistendo a tutte le operazioni successive compresa l’inumazione o la posa della lastra. Il fatto che tutto quello che vedeva riguardasse qualcun altro era rasserenante e migliorava notevolmente il suo umore.
Libero com’era da impegni di lavoro aveva poi preso anche a viaggiare; una volta arrivò sino a Calascura Marina, dov’era sepolto il Santo cui lui era tanto devoto. Si era ripromesso per tutta la vita di andare sulla sua tomba a pregare, senza riuscirci mai, vista la notevole distanza da casa. Ora era era arrivato il momento. Si prese tutto il tempo necessario facendo persino una visita guidata alla Basilica e alla Cripta del Santo.
Nel pomeriggio, prima di ripartire, andò invece nella sala attesa dell’ospedale del luogo. Ormai era diventata la sua routine. Era rassicurante vedere che erano altri a dover soffrire.
Stava appunto osservando una bambina che giocava tra le ginocchia della mamma che la accarezzava dolcemente — la bambina aveva una vistosa fascia che le copriva un occhio — quando entrò nella sala l’infermiera: era una donna bassa ma corpulenta, dai modi bruschi e spicci. Disse qualcosa nel dialetto del luogo che non capì. Poi fece alcuni metri nella sua direzione.
«Signor Guidi, sto chiamano proprio lei, ma non mi ha sentita?»
Lui si ridestò come da un sogno.
«Io?» fece sorpreso. «Guardi che ci deve essere un equivoco, io non sono di qui… sono in gita. Mi ha confuso sicuramente con qualcun altro.»
«Lei è Ernesto Maria Guidi, vero?»
«S..sì» rispose lui ancora più disorientato.
«E allora si sbrighi, su, venga con me, non mi faccia perdere tempo. Il Primario questa mattina ha visto le sue lastre e non ci sono affatto buone notizie per lei. Venga, venga da bravo… che glielo spiega meglio lui.»

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«Avanti!»
La voce imperiosa che filtrava a stento da dietro la porta del Direttore non era stata tra le più incoraggianti. Sarà stato poi vero che mi aveva fatto chiamare? Mi voltai verso la scrivania di Ottavia, la segretaria particolare, per averne conforto. Ma stranamente non c’era. La sua faccia da carciofino sottolio, in quell’istante, mi mancò molto, come il suo sguardo severo e penetrante di chi ti rimprovera d’esserti dimenticato di fare la doccia.
Abbassai la maniglia che riempiva completamente l’incavo della mia mano. Ricordo che quando cominciai a spingerla per entrare, pensai a quanto dovesse essere costata una porta simile e se i soldi necessari a comprarla erano stati trattenuti dallo stipendio da fame che mi davano ogni mese.
Appena varcai la soglia un faro di luce mi abbagliò.
«Non vedo niente!» esclamai chiudendo gli occhi.
«Sì sì, non si preoccupi, la lampada si è bloccata. Entri, entri pure e chiuda la porta» mi fece il Direttore.
Ubbidii docilmente, accostai la porta di noce massiccia e mi inoltrai per un paio di metri nella stanza: tenevo gli occhi bassi, senza poter vedere nulla.
Un forte “glang” proveniente da chissà dove all’improvviso saturò l’aria. E la luce andò via.
«Ecco, ci risiamo» sentii dire dal Direttore.
Nell’oscurità totale continuavo a vedere a intermittenza la luce abbacinante che si era impressa sulla mia retina.
«Cosa devo fare?» chiesi stupidamente.
«Ma cosa vorrebbe fare?» mi rifece il verso Lui in modo come al solito sgarbato. «Stia fermo, per carità. Che ci sono cose preziose qui dentro e che se si mette a girare alla cieca mi ci sbatte contro e me le rompe…»
Sentii armeggiare mentre santiava tra i denti. Il telefono dovette cadere per terra insieme ad altri oggetti che non riuscii a identificare. Istintivamente allungai le braccia verso la fonte del rumore come per prendere al volo quelle stesse cose, ma poi, vista l’inutilità del gesto, le riabbassai.
«Direttore?» chiesi quasi a me stesso senza ottener risposta.
Poi sentii un urlo. Era un grido di dolore, disperato, definitivo e un corpo che cadeva malamente, a peso morto. Feci un passo indietro spaventato, dalla parte opposta rispetto alla direzione dell’urlo.
«Direttore… Direttore… sta bene? Cosa è successo?»
Il silenzio era solido, denso, cupo. Cercai di tornare sui miei passi per trovare la porta da cui ero entrato. Tastavo il muro, ma non la trovavo. ‘Eppure è qui’ mi dissi per rincuorarmi, ma ero nel panico.
«Non ti muovere, è meglio per te…» mi intimò un’altra voce roca. Mi paralizzai. Non era quella del Direttore.
Dopo qualche istante mi venne da domandare:
«Cosa è successo al Direttore? Che gli ha fatto?»
«Quello che si meritava… non lo odiavamo forse tutti?»
«Ma non tanto da ucciderlo…» saltai subito alle conclusioni.
«Chissà quante volte invece ci hai pensato tu stesso.»
Sentii un rumore lento di passi venire nella mia direzione. Alzai di nuovo le braccia intorno a me verso quel suono come per fermare la minaccia incombente. Poi avvertii una brezza gelida sul collo. Mi toccai come fossi stato punto da un insetto e agitai ancora di più le mani a mulinello davanti a me nell’oscurità.
«Hai paura, eh? Sto fiutando la tua adrenalina nel buio…» mi sussurrò la voce strascicata. Mi arrivava il suo alito aspro di alcol e di fumo. Ma fu solo un attimo perché subito dopo mi ha gettato addosso un bicchiere d’acqua sui vestiti che mi inzuppò completamente. In quello stesso istante qualcuno entrò rapido dalla porta accendendo la luce: era Ottavia. Mi guardò come se fossi stato un sacco della spazzatura lasciato da qualcuno in mezzo al salotto buono.
«E lei che ci fa qui dentro, al buio?»
Anziché rispondere mi volsi attorno per vedere chi fosse l’uomo che mi era accanto.
Sul parquet, poco distante, c’era invece solo il corpo inanimato del Direttore con un coltello piantato nella schiena. La mia camicia era lorda di sangue.
L’ultima cosa che ricordo è l’urlo lancinante di Ottavia quando anche lei vide la stessa scena.
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L’uomo, disteso immobile sul letto, pareva ancora più vecchio. Avevo uno sguardo fisso, scuro e ogni tanto muoveva la mascelle come se stesse masticando qualcosa. Il suo corpo minuto non occupava nessuno spazio sotto le lenzuola di tessuto grezzo.
«Padre, vuole che Le faccia la barba?» chiese sottovoce l’uomo vicino a lui che gli teneva devotamente la mano. Il silenzio del monastero aveva aggiunto un’eco a quelle parole mentre un crocifisso di legno, bucherellato dalle tarme, si protendeva verso di loro dalla parete spoglia di fronte.
«No, Tiberio, dove sto per andare il Signore non ci baderà.»
L’uomo che gli era accanto posò delicatamente la mano sul letto come volesse restituirgliela. Il suo saio scuro si stagliava contro il candore del letto rendendolo ancora più irreale nella luce del mattino che aveva varcato il recinto della cella. Poi si mise a spianare con il palmo della mano alcune pieghe inesistenti delle lenzuola e ripiegò in modo meticoloso la coperta pesante in fondo al letto che già era riposta con estremo ordine; volle infine sprimacciare il cuscino dietro alla testa di Padre Rosenberg:
«Calmati Tiberio, per favore… mi fai girare la testa…» pronunciò con fatica.
«Mi scusi Padre, vuole un po’ d’acqua?»
«L’ho bevuta poc’anzi, grazie. Cos’è che hai, Tiberio? Si può sapere?»
«È che Lei non è del Suo solito umore, Padre reverendissimo: direi che è mesto, afflitto, anzi dolentemente rassegnato…»
«Sto per morire, Tiberio, dovrei essere felice, forse?»
«Lo so Padre, ha ragione, come sempre, ma la morte non l’ha mai spaventata…; è qualcosa di diverso: mi sembra piuttosto che abbia una grande pena nel cuore…»
Padre Rosenberg guardò il suo discepolo. Era invecchiato anche lui, e neppure tanto bene, in tutti quegli anni al suo servizio: si era ingobbito, i capelli bianchi e radi, il naso sottile e cereo.
«Non ti si riesce a nascondere nulla, vero?» Tossì più volte.
Tiberio gli riprese la mano come per dire che a lui avrebbe potuto raccontare ogni cosa.
«Vedi, mio buon Tiberio: ho 88 anni e per tutta la vita, come ben sai, sono stato un uomo pio. Ho dedicato la mia esistenza agli altri, alla Chiesa, alle opere di carità, ai diseredati…»
«Lei è stato molto di più di tutto questo, per noi…» sentì di dover dire Tiberio.
Il vecchio gli fece il gesto di farlo finire. Disse ancora:
«Ma non mi è riuscito di fare neppure un miracolo…»
Tiberio lo squadrò stupito.
«Non sarò mai Beato e Santo… Ho fatto tante cose belle, tante cose utili e giuste, ma miracoli niente. Non che non ci abbia provato, tutt’altro ma… ecco… semplicemente non sono venuti… non ero fatto per questo, dopotutto… e finiranno per dimenticarsi di me.»
«Ma sono io il Suo più grande miracolo, Padre reverendissimo…»
«Cosa stai dicendo, Tiberio?»
«Certo… non si ricorda… quarant’anni fa, in occasione della processione del Santo patrono di Lughi… io mi sono avvicinato a Lei per chiedere l’elemosina…»
«Mi ricordo benissimo, Tiberio, come se fosse ieri: io ti diedi una moneta, e poi ti presi con me nella congregazione» e tossì ancora.
«Esatto Padre, solo che io ero stato inviato…»
«Inviato?»
«Sì: la Sua vita specchiata, la Sua infinita bontà, il Suo carisma davano fastidio… e così mi hanno inviato per… per distruggerLa…» confessò Tiberio abbassando il capo.
«Vuoi dire che tu… che tu sei…»
«Sì, Padre… ero un demone, anche di prima classe. Il mio vero nome è Hezekiah. Ero anche molto bravo nel mio lavoro, ma evidentemente non a sufficienza. La Sua Parola, il Suo Esempio, la Sua Luce interiore mi hanno annichilito… e così sono diventato il Suo più umile servitore… Potrà mai perdonarmi?»
Padre Rosenberg lentamente sorrise e pose una mano sulla testa ancora abbassata di Tiberio.
«Bene, bene… mi compiaccio» disse annuendo più volte, sempre più pallido. «Allora adesso posso morire in pace.»
Chiuse gli occhi e volse il capo da un lato. Emise un rantolo sopito e spirò.
Trascorse ancora qualche minuto.
Tiberio sentì dalla mano del vecchio che non aveva più polso. Si alzò e, lentamente, si raddrizzò con la schiena; diventò imponente e maestoso, assumendo lineamenti del volto bellissimi; il corpo era di nuovo vigoroso e giovane, mentre un paio di ali robuste si dispiegarono senza far rumore a riempire tutta la stanza.
Guardò con aria di scherno il corpo senza vita nel letto e fece:
«È ora di riprendere il lavoro rimasto interrotto quarant’anni fa…»
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hat_gy

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La donna, ancora piacente e ben vestita, il capello tagliato di fresco, aveva la testa bassa. L’avvocato vicino a lei le faceva il gesto di tirarsi su con il busto, perché si stava presentando male al magistrato. Le aveva pure fatto un bel discorsetto prima dell’interrogatorio, ma ora, lei, sembrava essersi dimenticata di ogni cosa: era crucciata, il pensiero perso da qualche parte tra il pianale della scrivania davanti a lei e le sue scarpe alla moda.
«Per il verbale… lei si chiama…» chiese il PM con voce atona e distaccata.
La donna declinò le generalità a bassa voce, non senza incertezze.
«Nata a… il…» insistette il magistrato.
E lei meccanicamente completò i dati.
«È morto dottore?» fece a un certo punto la donna, preoccupata. Il PM la squadrò, sorpreso per quella domanda.
«Se la sente di raccontarmi com’è andata?» chiese senza rispondere, abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un mezzo sorriso.
«Stavo dormendo, dottore, quando nel cuore della notte ho sentito dei rumori. Sa, quella sera ero sola perché le bambine si trovavano con mio marito, a Collefili: era la serata che le doveva tenere lui. Ma quando mi sono alzata e sono andata nel corridoio verso la porta d’ingresso per capire cosa stesse succedendo era già troppo tardi: “loro” stavano già entrando…»
Le ultime parole le morirono in bocca: non riuscì a continuare a parlare e si mise a piangere. L’avvocato tirò fuori un fazzoletto di fiandra d’altri tempi e lo porse alla donna con gentilezza.
Il PM attese paziente.
«A quel punto…» si schiarì la voce la donna «…a quel punto ero davvero terrorizzata: vedevo già la luce di una torcia filtrare sotto la soglia…»
«Li ha aspettati che entrassero e così ha colpito uno di loro…»
«Ma no, dottore. Sono tornata subito a letto; ho pensato che se mi trovavano a dormire profondamente si sarebbero limitati a rubare solo qualcosa e se ne sarebbero andati…»
«E invece?»
«Stava andando tutto bene, diciamo così… nel senso che si erano messi prima a rovistare un po’ in sala e poi sono entrati in camera da letto. Hanno preso la mia veretta e una collana di perle sul comò…»
«Ed è stato questo il momento in cui lei così si è alzata dal letto e ha colpito…»
«Ma no, dottore, no… li ho lasciati fare sperando che si sarebbero accontentati… avevo troppa paura…»
La donna si stava tormentando le dita delle mani come se se le volesse svitare.
«Uno di loro, quello più giovane… mi si è quindi avvicinato e mentre io ero impietrita sopra le coperte lui mi ha abbassato il pantalone del pigiama… aveva proprio quello sguardo lì, sa cosa intendo dire…» fece assumendo nel volto un’espressione di involontaria sensualità «perché ho l’abitudine di non portare niente, sotto, quando mi metto a dormire…»
«Ed è stato quello il momento in cui…»
«No, ma cosa dice, per così poco… e poi l’altro complice, quello che era rimasto sulla porta e che doveva essere il capo, lo ha ripreso seccamente dicendogli di venir via perché, secondo lui, non c’era più nient’altro da rubare…»
«E quindi?»
«E quindi quello che mi era vicino, e che non voleva affatto andarsene, non so se mi sono spiegata, ha notato il mio cellulare sul comodino e se l’è preso.»
«E lei?»
«E io non ci ho più visto. Mi sono allungata fulminea sul comodino e con uno scatto ho afferrato la sveglia in mano e gliel’ho fracassata sulla testa…»
«La sveglia sulla testa? Per il telefonino…?» ripeté automaticamente il PM.
«Certo, dottore. Con tutti i selfie che mi ero fatta l’estate scorsa al mare con le mie amiche… ma scherza davvero? E così il balordo è rimasto lì a terra, mezzo secco… mentre l’altro è scappato via subito.»
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