Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».
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Del resto, nessuno
Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia. E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.
Assemblea straordinaria
«Prima di discutere dell’ordine del giorno ho una mozione da avanzare».
La saletta che ospitava l’assemblea condominiale, ricavata nel sotterraneo del palazzo dove il costruttore aveva nascosto i detriti come si fa con la polvere sotto il tappeto, era gremita.
E la saletta era stranamente affollata perché di solito era presente solo la vedova Erminia Cinelli del numero 10, che, non avendo la televisione, trovava l’assemblea divertente per passare una serata. C’erano anche i fratelli Pino e Gino Usmini che pensavano fosse un ottimo modo per aggiornare il gossip di condominio. Abitando all’ultimo piano, non sempre le informazioni in loro possesso erano di prima mano.
A parlare era Moses Mugisha del 5. Era in piedi con la mano alzata come a scuola.
«Dica…» sospirò il geom. Arturo Arcangeli, che malvolentieri aveva ereditato lo studio, abbandonato anni addietro, dal padre. Il genitore era stato infatti folgorato alla vista di una brasiliana, di binario incerto, e l’aveva seguita a Bahia.
«Il mio dirimpettaio, il qui presente Govoni…»
«Dott. Govoni, per lei… prego» precisò il dott. Govoni in una sedia d’angolo.
«Certo, il Dott. Govoni…» e lo pronunciò come fosse un’imitazione del suo interlocutore «ha comprato un nuovo zerbino per la sua porta con su scritto Welcome raffigurante una scimmietta».
«E quindi?» chiese il geom. Arcangeli.
«Come quindi? È oltremodo offensivo… è un chiaro riferimento alla mia persona, vale a dire al fatto che sono nero».
«Ma non è vero» si difese subito Govoni, pardon il dott. Govoni. «Cioè è vero che lei è nero. Eccome se lo è. Ma intanto sullo zerbino c’è scritto Welcome e non Go home e poi l’ha scelto la mia bambina cui piacciono tanto le scimmiette! Siamo andati allo zoo di recente. È forse un problema, questo?» e fece una smorfia che tutti accolsero con battutine e risolini trattenuti.
«Certo che c’è scritto Welcome» ribatté Mugisha tutto agitato «ma è seguito da un punto di domanda».
Seguì un vociare confuso che in quel luogo angusto, simile a un bunker della Normandia durante la Seconda Guerra, rimbombava in modo insopportabile.
La vedova Cinelli, dal suo canto, stava sorridendo di soddisfazione. La riunione prometteva bene e il maglione ai ferri, che stava facendo mentre ascoltava, veniva benissimo. I fratelli Usmini prendevano, invece, alacremente, appunti.
«Signori, vi prego, signori…» disse spazientito l’Amministratore «…abbiamo un nutrito ordine del giorno da discutere. Passerei quindi la parola…»
«Io vorrei piuttosto sapere come fa Mugisha a permettersi un alloggio simile in questo palazzo esclusivo in una zona residenziale…» obiettò l’Ispettore della Guardia di Finanza Edmondo Noccesi del 18 che, mentre parlava al cellulare, scriveva allo stesso tempo con l’iPad…
«La sua famiglia gestisce, in centro, un negozio di antiquariato da tre generazioni…» venne in soccorso il prof. Marlon Ottopassi, noto accademico sinistrorso.
«Cosa ne capiranno gli ugandesi del nostro antiquariato… questo me lo dovrebbero proprio spiegare» ribatté il finanziere, sempre senza alzare lo sguardo dal tablet.
Ci furono commenti contrastanti non si sa bene però di chi e contro chi.
Le mura di cemento continuavano a riverberare le voci e a impastarle come in una planetaria impazzita.
«Signori, vi prego, signori…» richiamò a gran voce l’Amministratore a disagio. «È un’assemblea straordinaria questa. Come sapete, l’ordine del giorno è piuttosto ricco, e non possiamo rimandare la decisione…»
«E visto che non abbiamo voglia di parlare dell’ordine del giorno» se ne uscì all’improvviso un uomo quasi alto due metri, di cui nessuno ricordava mai il nome .«Io che sono il Direttore di…» ma non si capì bene di cosa «vorrei affrontare l’argomento del montascale che la Sig.ra Acquaviva del 2 ha fatto improvvidamente installare senza avvisare nessuno».
«Ma non è all’ordine del giorno…» obiettò qualcuno nelle ultime file.
«Ebbene io non riesco a passare,» sbottò il Direttore gesticolando. «Tra la ringhiera e il binario del manufatto c’è troppo poco spazio e non è ammissibile».
«A essere troppo largo sarà piuttosto lei!» osservò la Sig.ra Ada Acquaviva toccata nel vivo. «Se mangiasse di meno, ci passerebbe. Del resto nessun altro si è lamentato nel condominio…»
«Ma come si permette?» tuonò l’uomo ora giganteggiando sugli altri.
«Signori, state calmi… torniamo all’ordine del giorno» richiamò il geom. Arcangeli guardando l’orologio. «Come vi ho fatto recapitare via mail, noi oggi…»
«E allora vogliamo parlare invece, una buona volta, dei turni per stendere i panni nel cortile?» chiese con voce tremolante la signora Immacolata Uggeri. «Quella del quinto piano, stende le lenzuola nella mia stessa ora! E me le macchia tutte».
L’amministratore appoggiò la testa alla scrivania ed ebbe un attimo di sconforto.
«Allora… quella del quinto piano sono io…» obiettò la signora Mara Mensola alzandosi ma arrivando allo schienale della sedia di fronte. «E ho anche un nome e cognome, come ben sa la signora Immacolata Uggeri. Ma mi dica, visto che ha voglia di fare un’inutile polemica, la tovaglia su cui ha vomitato mio figlio non dovevo lavarla?»
«Certo, se non desse a suo figlio per colazione gli avanzi del gatto…»
«Ma cosa dice? Pensi a lei, piuttosto» l’apostrofò la Mensola adirata, «che telefona al suo medico stando affacciata alla finestra del cortile a tutte le ore del giorno e della notte. Non ci importa nulla se non va di corpo o se ha problemi di sudorazione eccessiva ai piedi…»
«A noi sì» commentarono flebilmente i fratelli Usmini. che ora stavano registrando con il telefonino.
Scoppiò un’altra bagarre. Cominciarono a volare matite, cappelli e anche oggetti contundenti. Fu lanciata persino una dentiera che, dopo un volo di qualche decina di metri, centrò in pieno la fronte del geom. Arcangeli.
Poi, all’improvviso, i condomini, fattosi tardi, presero a sciamare uno dopo l’altro dalla sala continuando a litigare tra di loro. Mentre uscivano, i fratelli Usmini non smettevano, infervorati, di prendere appunti e scattare foto (gestivano anche un account instagram).
L’ultima ad andarsene fu la vedova Cinelli, contenta per com’era andata. Altroché streaming a pagamento. Pensò. E aveva finito pure il maglione.
Quando uscì dalla sala, da buona condomina ligia al regolamento, spense la luce e chiuse la porta.
Nel buio si sentì allora la voce lamentosa dell’Amministratore:
«Ma Signori… vi prego. Dovremmo discutere i temi all’ordine del giorno!!!»
L’RSA Melaranci
La direttrice della RSA Melaranci, suor Adelia, era una donna minuta, il passo rapido e il piglio di chi non lascia nulla al caso. Ogni giorno trovava il tempo di fare un giro anche negli spazi meno frequentati. tra questi, la camera ardente annessa alla struttura. Quasi nessuno ne pronunciava il nome: gli ospiti preferivano dire “la stanza in fondo al corridoio”, come se le parole potessero allontanare il significato che quel posto aveva.
Quella mattina la sala era deserta. Le tende a metà lasciavano entrare un raggio di luce obliqua che tagliava il buio e illuminava l’onnipresente pulviscolo. L’odore della cera consumata era ancora presente, misto al profumo stantio dei fiori secchi e dell’incenso. Adelia stava per avvicinarsi al registro delle cerimonie quando scorse, nell’angolo più ombroso, una figura immobile.
Era Giacomino. Ospite della casa ormai da anni, l’uomo manteneva un fisico solido, spalle larghe e un portamento da ex atleta. Non aveva l’aria smarrita di molti altri: i suoi occhi chiari erano vigili, attenti e riflessivi.
«Giacomino, cosa ci fai qui?» chiese con voce ferma ma non dura.
L’uomo sorrise appena. «Mi preparo.»
«A cosa?»
«A morire. O meglio, a non farmi cogliere impreparato. Lei sa che sono stato un atleta. Prima delle gare mi allenavo anche con la mente: mi ricreavo nella testa ogni momento della corsa, gli imprevisti, la fatica, perfino l’odore della pista. Così, quando scattava lo starter, nulla mi sorprendeva. Ora faccio lo stesso. Visualizzo il mio funerale.»
Adelia lo fissò, tra il divertito e il turbato. Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi disse:
«Immagino la bara qui al centro, il legno chiaro, le maniglie lucenti. Vedo i gigli e le rose che piacciono a me, i ceri accesi. Penso alle persone che tratterranno le lacrime e a quelle che, distratte, guarderanno impazienti l’orologio. Ci saranno bambini che non capiranno il momento, che si annoieranno ricorrendosi per la stanza. Invece io mi vedo lì, disteso, finalmente sereno. E lo stress si abbassa.»
«È un pensiero molto triste, Giacomino. Tu hai ancora diversi anni davanti.»
«Non credo, sorella. Non credo. E poi non è triste. È solo allenamento.»
Da quel giorno, più volte, Adelia lo ritrovò nello stesso punto, sempre nell’angolo buio. Con il passare degli anni la loro conversazione diventò un appuntamento silenzioso. Lei non si sorprendeva più di vederlo, lui la salutava con un sorriso dolce. A volte le raccontava dei tempi delle gare, altre volte si limitava a confermare che la sala gli dava serenità.
Intanto gli ospiti più anziani passavano a miglior vita, altri nuovi arrivavano nella struttura. Ogni lutto lasciava un’eco, ma Giacomino rimaneva lì, costante, come una parte di quel luogo.
Col tempo decedette anche qualche inserviente, poi la stessa suor Adelia. Dopo di lei, la Melaranci perse fondi, sovvenzioni, appoggi. Il grande edificio, un tempo pieno di voci e di odori di minestra, si svuotò prima poco a poco e poi tutt’ad un tratto come l’acqua da una vasca che fosse stata sgorgata. Gli anziani furono trasferiti altrove, in fretta, gli scatoloni accatastati nei corridoi, il silenzio aveva preso il sopravvento in quei locali.
Quando le porte furono chiuse e i cancelli nel tempo arrugginiti, il giardino incolto invase i vialetti e la strada di accesso. I ragazzini del quartiere presero a sassate i vetri delle finestre. Alcune erano istoriate e antiche. La camera ardente, a sua volta dimenticata, scivolò in una penombra polverosa.
Eppure, chi vi entrò di nascosto giura di aver visto, seduto nell’angolo meno illuminato, un uomo molto anziano che si guardava attorno. Non spaventato, non ostile. Solo in attesa, come chi sa che la gara sta per cominciare e vuole ancora un ultimo istante per concentrarsi.
Fiori della nostra datura
Il geom. Arturo Balestrieri osservava l’albero dal cancello, le mani sui fianchi. Aveva sempre pensato che non fosse lui il vero custode di quel condominio di viale Ludovico Einaudi né gli inquilini o i regolamenti, ma quell’enorme pianta che dominava il giardino da più di un secolo. Una datura maestosa, che si sollevava fino al quarto piano con i suoi rami contorti e la fioritura opulenta di trombe bianche.
Era un vanto cittadino. Un albero monumentale, protetto dalla legge, citato persino nelle guide turistiche. I bambini della scuola elementare venivano in gita a vederlo, per intitolargli componimenti e poesie. Eppure, adesso, a guardarlo bene, qualcosa non andava. Le foglie si arrotolavano ai bordi come pergamene bruciate. Il verde lucido stava virando al giallo.
Per questo, molto preoccupato, aveva chiamato il dottor Norberto Scilici, arboricoltore di fama, amico di infanzia. Un omino magro, col panama perennemente calato sulla fronte e quell’aria svagata che lo faceva sembrare più un crocerista appena sbarcato a terra che un eminente studioso. Dopo un lungo giro attorno al tronco, si era tolto gli occhiali, scuotendo la testa. Non era un buon segno.
«Intossicazione acuta» aveva concluso in modo serio e accigliato. «Non saprei dire per cosa. Ma non c’è rimedio. Quest’albero è condannato. Qualche settimana, un mese al massimo e dovrete abbatterlo per l’incolumità del palazzo.»
Balestrieri aveva avvertito un colpo allo stomaco sentendosi per un momento mancare. Il prestigio di quel condominio, e in fondo anche il suo, poggiavano su quelle radici.
Decise però di non rassegnarsi. Senza dir nulla all’assemblea, aveva fatto installare delle telecamere puntate sull’albero da ogni angolazione. Voleva scoprire chi fosse il responsabile di un simile scempio. Ne valeva pena anche solo per una sua rivincita personale. Erano forse ragazzi in cerca di bravate? Qualche vicino scocciato per il via via all’albero? Un turista straniero invidioso?
Dopo pochi giorni, arrivò la conferma. Seduto davanti al computer, scorse i filmati con crescente incredulità. L’albericida era la nuova proprietaria del terzo piano. Una signora minuta, anziana, che aveva traslocato da poco. Virginia, così si chiamava, anche se il suo cognome non gli veniva in mente.
Le immagini erano chiare: ogni due o tre giorni, di notte, la donna si affacciava alla finestra della cucina e rovesciava alla base del tronco un secchio pieno di liquido. Ammoniaca, come avrebbe scoperto più tardi. Una cura lenta e letale.
Ripensandoci, Balestrieri ricordò le lamentele avanzate dalla donna in assemblea: l’albero le toglieva la vista sulla città, non lasciava filtrare il sole, e il suo appartamento, diceva, era umido e freddo. Non aveva traslocato per vedere uno stupido albero così da vicino. Brontolava. Insomma, un fastidio che era evidentemente maturato in rancore. E dal rancore era passata all’azione, senza esitare, vista l’indifferenza che aveva raccolto in assemblea.
Il geom. Balestrieri richiamò allora Scilici. Gli raccontò tutto: la colpevole aveva un volto e ben presto sarebbero ricadute su di lei anche le conseguenze legali.
L’esperto ascoltò in silenzio, poi si passò una mano sul mento.
«Dimmi, Arturo» domandò Norberto all’improvviso, «la signora sta lasciando per caso quella finestra aperta durante il giorno?»
«Sì, certo. L’ho vista quasi sempre aperta, persino di notte, come adesso del resto.»
«Allora avrà dei problemi.»
Scilici alzò lo sguardo verso il terzo piano.
«Vedi, quando la Datura fiorisce e si rende conto, a modo suo che sta per morire, reagisce rilasciando un surplus di polline, in quantità maggiore del normale. È il suo modo per garantirsi una chance di discendenza, una sorta di canto del cigno. Lo sparge ovunque a lungo, nell’aria, lasciando che ci pensi il vento. Ma ogni parte della Datura, come sai, è velenosissima. Ogni singola parte. Dai fiori alle radici. E ovviamente anche il polline.»
Restò un attimo in silenzio, poi concluse:
«E quella finestra, se non sbaglio, resta proprio a contatto con la chioma. Sì, sì. La signora Virginia avrà dei seri problemi in questi giorni. Proprio dei serissimi problemi.»
