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Posts Tagged ‘Lughi’

«Devo prima visitarla per potermi esprimere sul suo problema…» disse l’uomo raddrizzando il tagliacarte che si trovava sulla propria scrivania. «Così su due piedi e per telefono, mi capisce bene, non è possibile per me pronunciarmi…»
Seguì qualche secondo di silenzio dall’altro capo del filo. «È ancora in linea signor… signor Turner?» domandò leggendo la nota che si era presa.
«Sì, sì mi scusi… ci penso un po’ su, allora… le faccio sapere, Professore. Grazie per il suo tempo.»

«Bene…» fece il Prof. Greenboroug accarezzando la spalliera della poltrona su cui tra breve si sarebbe seduto. Turner era già steso sul lettino e guardava un punto preciso del soffitto. «Credevo ci avesse ripensato e che non sarebbe più venuto.»
«In effetti, Professore… venire qui da lei, è un po’ come dover ammettere di essere malato, non trova?»
Il medico sorrise. Diede uno leggero scappellotto allo schienale della poltrona; nella penombra dello studio si alzò pigro del pulviscolo che, dopo aver catturato un riflesso proveniente da chissà dove, sparì subito. «Ma è anche indice della volontà di guarire, non pensa?» obbiettò il Professore aggiustandosi gli occhiali sul naso. «Che poi lei sia davvero malato è ancora tutto da verificare. Su, adesso mi spieghi cosa la angustia.»
Turner rimase per un po’ zitto, gli occhi sempre puntati sul soffitto. «Dunque…» iniziò schiarendosi più volte la gola: «è presto detto; temo di possedere una doppia personalità…»
«Perché dice questo?» fece Greenborough sedendosi finalmente sulla poltrona che lo accolse con uno sbuffo prolungato.
«Perché sento come una voce, dentro di me,… anche se non sempre, a dire il vero… una voce che mi dice di fare delle cose… cose di cui poi mi vergogno di aver fatto…»
Il medico aveva cominciato a prendere appunti. Ogni tanto sbirciava l’ora su un orologio a muro che il paziente, nella posizione in cui si trovava, non poteva vedere. Era un’abitudine più che una necessità.
«E cosa le dice esattamente di fare, questa voce?»
«Delle cose brutte, Professore, molto brutte. È importante? Preferirei, almeno per oggi, non scendere nei particolari; se fosse possibile…»
«Va bene, va bene… come desidera… E come la sente questa voce? In lontananza… di petto, nella testa?»
«Sì, sì, nella testa… è orribile, le dico, orribile!»
Turner si era messo le mani davanti agli occhi. Cercava di frenare la voglia di piangere. Il Professore cercò di allentare la tensione.
«Allora, le dico come funziona… Come forse lei sa io lavoro con l’ipnosi… attraverso un primo contatto ipnotico con il suo subconscio io posso cercare di capire il suo disagio, la qualità del disturbo e la sua entità. Poi posso essere io stesso a continuare a seguirla o raccomandarla invece, a seconda della tipologia dell’affezione riscontrata, allo specialista più adatto. Un analista freudiano o un junghiano o di un’altra scuola di psicoanalisi…»
«Capisco…»
«Se lei, dunque, fosse d’accordo, comincerei…»
«Sì sì, cominciamo pure… ho un po’ di paura, però, Professore… glielo devo proprio dire e…»
«Non si preoccupi, è normale… si metta qui seduto, piuttosto… ecco bene, stia qui davanti a me e si rilassi, non pensi a nulla: metta i palmi aperti delle mani sulle ginocchia e svuoti la mente.»

«Allora come si sente?»
Turner si stropicciò gli occhi e guardò lo psicanalista come se fosse la prima volta che lo vedeva. «Abbiamo già finito? Ma se non abbiamo neppure cominciato…»
«La seduta di ipnosi è durata in realtà più di tre quarti d’ora» fece Greenborough alzandosi in piedi, soddisfatto.
«Davvero? Incredibile. E… e qual è la sua diagnosi? È grave?»
«Sì e no…»
«Che significa?»
«Significa che da un lato lei non è malato, ma dall’altro che ha senz’altro un problema. Nulla che non possa essere risolto, ben inteso, anche se occorreranno, ovviamente, anche in questo caso, diverse sedute.»
«Mi sta facendo preoccupare…» fece Turner iniziando ad agitarsi.
«Stia calmo, la prego… e tenga… è scritto tutto qui» disse allungando al paziente il foglio della sua prescrizione.
«È il nome dello specialista cui mi devo rivolgere?»
«Esatto.»
Turner, che si era alzato anche lui, si risedette: le sue gambe avevano cominciato a tremare.
«Padre Russell Fitzpatrick?» lesse ad alta voce.
«Proprio così…»
«Sto così male da meritare l’estrema unzione?»
«Ma che dice? Niente di così melodrammatico. Negli ultimi quindici minuti di ipnosi ho parlato con Abrahel … non voleva rivelarsi, ma alla fine ha ceduto. Si è insediato in lei, tre anni fa, a seguito di quell’episodio accaduto in Africa, come lei ben ricorderà… Insomma… Padre Russell Fitzpatrick è un esorcista. Abrahel per fortuna non è un demone molto potente, anzi, ma ha messo radici profonde. Occorre inoltre far presto perché ha creato in questi anni lo spazio giusto e le condizioni ottimali per evocarne uno di classe maggiore. E, se dovesse succedere, potrebbe non essere più possibile fare qualcosa. Lei doveva venire prima da me: ha indugiato troppo. Per cui, dia retta a me: prenda un appuntamento con Padre Fitzpatrick… e anche in fretta.»
Turner era rimasto senza parole ed era diventato pallidissimo.
«Un… un diavolo? Che mi parla? Da dentro?»
«Esatto… anche se Abrahel, da quello che mi risulta, è per la verità un nome femminile…»

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percorsi«Quando esci, allora?»
«Domani… alle 12.04.»
«Farà caldo!»
Il marito era in piedi accanto alla finestra. Il sole inondava di bagliori il cielo estivo incendiandolo di azzurro.
«Non c’era una slot libera, prima di quell’ora: tutte occupate. Fino a quando la bella stagione non finirà, trovare un corridoio utile per uscire di casa non sarà semplice. Preferisco però uscire di meno, piuttosto che dopo la mezzanotte. Lo sai.»
La moglie notò le nuove tegole del tetto del palazzo di fronte brillare di un rosso più acceso rispetto alle altre. Non avrebbe mai finito di chiedersi che senso poteva avere rifare un tetto solo a metà.
«Sono stato però fortunato» proseguì il marito «perché l’app mi consente questa volta di spingermi fin verso il lungofiume. Posso fermarmi addirittura sette minuti sulla panchina di piazza Martiri, proseguire per San Giuseppe e poi svoltare dopo tre minuti su via Kristiansen…»
«Quindi puoi comprare il giornale…»
«Purtroppo no, devo necessariamente girare prima, per vicolo Annigoni e…»
«Certo non ci voleva…»
«Come dici, cara?»
«Dico che non ci voleva… vuoi un caffè?»
«Sì, grazie…»
«Sono bastate le vacanze di Pasqua e quelle del 25 aprile perché la gente, del tutto sorda ai divieti imposti, si riversasse nelle strade. Così si è ricominciato tutto come prima con questo benedetto virus; anzi peggio di prima.»
«Già: ora la distanza minima è di tre metri e si può uscire solo prenotandosi per tempo con l’app del ministero, su percorsi prestabiliti.»

(Il giorno dopo)
«Vai?»
«Sì» fece lui un po’ emozionato. «Intanto comincio a scendere. Ci metto un po’ a fare le scale» disse continuando a controllare il cellulare che gli stava indicando quando tempo gli mancava all’inizio della passeggiata.
«Mi raccomando, stai attento, perché sei sempre un po’ distratto.»
Lui annuì mettendosi la mascherina, poi gli occhiali protettivi, la visiera in plexiglass e gli indumenti e le scarpe da passeggio sterilizzati. Poi alzò il pollice verso la moglie come se stesse salendo su una navicella spaziale. Sulla soglia del portone lo attendeva un sole caldo e invitante. La via era semivuota; c’era un anziano che percorreva a nord quello che l’app indicava essere come corridoio AFG556K; una signora elegante, dall’altra parte della strada, era arrivata invece al termine del suo percorso e stava già facendo dietro front proprio mentre dalla parte opposta stava arrivando un giovane anche lui pesantemente scafandrato. Lo smartphone vibrò nella sua mano. Doveva partire. Percorse dieci metri verso sud a passo normale, poi girò per due minuti verso est. Un tizio, con in mano una busta pesante della spesa, gli arrivò fino a tre metri di distanza proveniente dalla piazza e poi svoltò correttamente verso sinistra, allontanandosi. Lui proseguì verso il fiume, senza più deviazioni, pensando che, dopotutto, se la sarebbe potuta anche godere quella passeggiata se non fosse che doveva controllare in continuazione il cellulare che gli scandiva percorso e durata. E soprattutto si sarebbe potuto rilassare se non ci fossero stati tutti quei droni in volo a controllare che la circolazione dei pedoni fosse quella esattamente programmata. Arrivò alla panchina. Aveva sette minuti di sosta. Volle esagerare. Tirò fuori le parole crociate. Anche se si accorse di aver perso undici secondi per trovare il punto dove era rimasto l’ultima volta, iniziò di buona lena a fare il suo “Bartezzaghi”; ma era appena riuscito a concentrarsi che il cellulare vibrò di nuovo. Doveva già muoversi. Si alzò a malincuore e fece tutto il lungofiume fino a quando dovette svoltare. Cercò di riempirsi gli occhi con le immagini di quelle onde limacciose e poi tirò giù per quattro minuti e mezzo verso la Chiesa di Ognissanti. Stava arrivando al punto di svolta per tornare a casa quando si accorse che qualcosa non andava. Verso di lui stava infatti sopraggiungendo una ragazza che portava a spasso un cane. La ragazza era priva di mascherina, anzi, era priva di qualsiasi protezione. A ben vedere, procedeva senza una meta precisa, scanzonata, tranquilla, seguendo con gli occhi il cavalier king che annusava e scodinzolava davanti a lei; come si faceva una volta, insomma. Lui si arrestò. Non sapeva che fare. Non c’erano istruzioni su come comportarsi in casi simili. Peraltro da lì a pochi attimi lei sarebbe entrata nel suo spazio sanitario protetto, con grande rischio di contagio. Non riusciva però a muoversi. Era come ipnotizzato. Anche gli altri passanti, bruciando  secondi preziosi del loro percorso, si erano fermati ad ammirarla. Quell’incedere, senza darsi cura di regole e cautele, pareva un gesto eversivo, di assoluta libertà, straordinario, inaudito. Ed era bellissimo.
In un attimo arrivò la camionetta della polizia militare. I soldati scesero in un lampo bloccando la malcapitata a terra con pochi collaudati gesti; una manciata di secondi dopo già la stavano portando via sotto gli occhi increduli del cane che non si era ancora neppure messo ad abbaiare.

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A scuola l’avevano presa di mira tutti. Angela, una ragazzina di quindici anni, era impacciata, timida, forse un po’ sovrappeso, e soprattutto non era in grado di difendersi. Erano i maschi che in particolare la torturavano, più che le sue coetanee. C’era qualcosa in lei che forse li metteva a disagio e l’unico modo per sottometterla era farla segno di scherzi stupidi e feroci.
Così Angela si era trovata un giorno lo zainetto pieno della sabbietta di Paco, il gatto dell’estroverso Luca, con tanto di bisognini dentro. Così Angela aveva trovato le tasche del suo giubbotto in jeans chiuse ermeticamente con la spillatrice del simpatico Tobia. Così Angela si era trovata il cappello di lana ricolmo di gomme masticate di fresco, raccolte diligentemente da tutta la classe.
Non c’era giorno che non le facessero un dispetto o che scorresse via senza che qualcuno non si inventasse qualcosa ai suoi danni; era diventato un passatempo divertente, insomma, da coltivare e tenere costantemente vivo. Tanto che la ragazzina cadde in depressione.
Ben presto non volle più andare a scuola: si chiuse a doppia mandata in camera sua e si mise a letto fingendosi malata; i suoi genitori non sapevano più cosa fare.
Poi, a una festa, Luca, Tobia e Carlo, dopo aver bevuto un po’, pensarono di farle uno scherzo ancora più crudele. Angela, lo sapevano tutti, aveva una cotta per Carlo, il bello della classe: e il terzetto pensò che, con la scusa che erano diversi giorni che la ragazzina non andava a scuola, Carlo l’avrebbe potuta chiamare per telefono per sentire come stava per poi invitarla a fare una passeggiata con lui. Angela sarebbe sicuramente andata in visibilio lasciandosi andare a gridolini e a sogni deliranti, mentre poi, sul più bello, le avrebbero rivelato che era tutto uno scherzo perché nessun ragazzo della terra, sano di mente, sarebbe mai uscito con un cesso simile. E ci avrebbero fatto sopra, a microfono aperto, delle sonore risate.
Ma sì, era una splendida idea. Allora era deciso.
Carlo, tra spinte e risatine degli altri due, la chiamò. Dapprima lei stava sulle sue non potendo credere che proprio il suo ‘mito’ le stesse telefonando; ma poi si lasciò andare cominciando a chiacchierare del più e del meno, fino a quando al momento giusto, aizzato dagli altri, Carlo la invitò a uscire. E poi successe quello che nessuno aveva previsto. Anziché i gridolini e chissà cos’altro, Angela si mise a piangere. A dirotto. Prima di un pianto silenzioso, sottomesso, dolente e poi con singhiozzi irrefrenabili fino a quando lei non riuscì a confessargli di essere una nullità, che non se lo sarebbe proprio meritata la sua compagnia e che non avrebbe mai potuto accettare perché il suo mondo era finito e privo di senso. Luca e Tobia, che ascoltavano in viva voce, stavano per spiattellarle che era tutta una burla, per riderne a crepapelle, quando Angela interruppe improvvisamente la comunicazione riattaccando.
«È stato comunque divertente…» disse Luca dopo qualche attimo sforzandosi di ridere.
«Eccome!» aveva risposto Carlo, serio serio.
Ma qualcosa invece si era rotto dentro di lui. Quello di Angela era un pianto disperato, profondo, tanto sincero quanto terribile. Si era sentito per la prima volta sgradevolmente solo e indifeso al centro dell’universo, senza vie di uscita. Più cercava di non pensarci e più ci pensava.
E così il giorno in cui lui le aveva detto che sarebbe andata a casa a prenderla per fare un giro, ci andò davvero. Non sapeva perché, ma era la scelta giusta. Rimase però in strada, davanti alla porta ad aspettarla, senza suonare, senza dir nulla, immobile come una pianta: la vedeva mentre lei lo guardava dalla finestra.
Trascorsero diversi minuti, forse mezz’ora, poi lei si preparò e uscì.
Aveva un bel vestito, era senza occhiali, i capelli a posto. Era anche dimagrita. Sembrava un’altra persona.
Era il 1990. Il 5 aprile 1990.
Ora, lei e Carlo, sono ancora felicemente sposati e vivono a Lughi con i loro tre figli. Angela è una bellissima donna, sicura di sé, che ha ritrovato nella vita ogni senso perduto.

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Aveva appena chiuso dietro di sé la porta di casa e già stava pensando a come programmare al meglio la sua giornata di lavoro. Scese i pochi gradini verso il cancello cercando di trovare alla luce debole delle scale la chiave giusta per aprirlo; fece infine le altre rampe e si trovò in strada. 
La pavimentazione era bagnata e qua e là pozzanghere scure non riuscivano a riflettere la luna piena che si era nascosta. Un sentore misto di profumi che vagheggiava nell’aria umida, gli fece credere, d’un tratto, che la primavera non poteva essere, dopo tutto, tanto lontana.
Prese a camminare velocemente; a quell’ora del mattino si sentiva solo lo scalpiccio delle sue scarpe come in un monotono audiolibro malfatto, mentre la sua ombra lo seguiva ossessiva sulle pareti di un palazzo, sul selciato della via che improvvisamente gli si apriva di lato, quando non si arrampicava sul portone serrato di una casa.
I pensieri gli si affollavano vispi man mano che la brezza lo svegliava; sì, c’era quella mail da inviare il cui contenuto gli si presentava a sprazzi nella mente, c’era quel discorso da finire per il pomeriggio e da rimodulare perché non molto efficace, c’era quella riunione per la settimana entrante senz’altro da confermare, viste le mutate condizioni di mercato.
Una macchina per la pulizia delle strade nell’incrociarlo spense lo spruzzatore dell’acqua per poi riprendere a zig zag nella via. Pensò come fosse strano che a quell’ora ci fossero così tanti mezzi per le più svariate attività che circolavano frenetici per la città deserta; ognuno con la sua voce particolare, ognuno con i suoi suoni improvvisi e scomposti, come animali preistorici che si richiamavano l’un l’altro nella giungla urbana, pronti a rifugiarsi nelle proprie inaccessibili tane alle prime luci dell’alba.
Controllò l’ora al telefonino. Lo faceva almeno due volte durante il percorso a piedi; una prima volta davanti al giornalaio, vicino alle poste, e una seconda davanti al chiosco per la rivendita del lampredotto; erano i suoi due punti di controllo, giusto per sapere se era in ritardo e sapersi regolare.
E quel mattino era in lieve anticipo e ciò nonostante aumentò ugualmente l’andatura. I pensieri ora gli si affollavano uno sull’altro e forse cominciavano a essere troppi tanto da esigere confusamente una pronta e sollecita definizione.
Giunto alla fine di viale Sorolla, dove c’era il cantiere per il rifacimento del marciapiede, di colpo si fermò. Era contro ogni logica farlo. Il tempo passava e l’ora della partenza del treno si avvicinava, lo sapeva bene. Doveva continuare e subito. Non era ammissibile perdere tempo. E invece se ne rimase lì, immobile e ritto, come uno di quei mezzi frenetici, che barrivano per le strade innocui, rimasto senza benzina; lo sguardo era davanti a sé, le dita della mano attorno la maniglia della borsa pesante.
Vide sopraggiungere come suo solito, con il passo da indossatore, l’uomo di colore, altissimo, magro, elegante.
Vide dalla sinistra, anche lei solita di quell’ora, la donna che, un po’ reclinata con il busto all’indietro, trascinava a fatica il suo trolley minuscolo come fosse di cemento.
Vide il consueto netturbino dall’ampio gesto di spazzata come avesse una falce in mano e stesse mietendo.
Doveva andare, cominciava a essere tardi. Si disse. Ma quanto tardi? Pensò. Forse se avesse tirato fuori il cellulare l’avrebbe saputo.
Scorse un operaio che andava di fretta fumando forse la prima sigaretta della giornata.
Passò una ragazza con una sciarpa spessa che le copriva bocca e naso mettendo in risalto uno sguardo curioso sul mondo.
Sentì il “suo” usignolo che gorgheggiava al di là del muro di una casa patrizia.
Il tempo si era fermato, quasi avesse consumato tutti i suoi secondi, sotto un cielo che cominciava ad aprirsi a sfumate note di azzurro chiaro.
Realizzò per la prima volta nella sua vita, che era sereno, senza più tutti quei pensieri che gli sgomitavano nel cuore. Era davvero in pace con se stesso e il mondo intero.
Non doveva più andare. No. Era già arrivato a destinazione.
Chiuse gli occhi. Si riempì i polmoni dei profumi della primavera. E lentamente si accasciò a terra.

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Sugar

Si precipitò in strada: l’auto, una berlina nera senza i segni di istituto, era ferma ad aspettarlo.
«Allora cosa abbiamo?» si sentì dire che ancora non aveva chiuso la portiera.
«Dunque… Dottore…»
«Chiamami Bob…» lo interruppe l’uomo e subito dopo si allungò verso l’autista toccandogli la spalla. La macchina partì a forte velocità. Karl cercò di trovare una posizione comoda sul sedile e pensò che se il Sistema aveva inviato il loro Funzionario politico migliore era segno che la situazione stava precipitando.
«Sì… dunque… Bob…» esordì schiarendosi la voce.
«Come mai c’è una concentrazione elevata di questi… uhm “cosi” nella sua area? Da dove sono sbucati?» tagliò corto il Funzionario.
«Li chiamano “Chuar”, Dottore… Bob… e non sono affatto comparsi dal nulla…»
«No? Non sono, come dire, alieni?»
«No, affatto… sembra che siano il prodotto pasticciato di una inseminazione artificiale finita male.»
«Pasticciato?»
«Sì, pare che abbiano usato un DNA alterato che non doveva essere messo in circolazione…»
«Come è possibile una cosa simile?»
«Basta ordinare su Internet uno zigote non sanitariamente verificato e impiantarlo su donna consenziente desiderosa di un figlio senza tanti certificati… Hanno anche rintracciato da dove è stato spedito il plico ed è risultato provenire da un luogo sperduto ai confini tra la Cina e il Tagikistan. Solo che al posto di un laboratorio o di un ospedale hanno trovato una rivendita di souvenir.»
La macchina stava sfrecciando nel traffico evitando all’ultimo momento passanti e altri veicoli. Il lampeggiante posizionato sul tetto spargeva improbabili bagliori bluette tra le vie del centro.
«E questi… questi Chuar sono davvero tanto strani come si dice?»
«Giudichi lei…»
La vettura aveva rallentato per poi fermarsi circondata da altri veicoli che l’avevano fermata in una morsa inestricabile. Trascinando una gamba si stava avvicinando lentamente un essere basso e grasso, dal colorito tendente al fucsia pallido: la faccia era sproporzionata rispetto al resto del corpo ed era pressoché riempita da occhi grandi e spauriti e da un sorriso disarmante. Il tipo si fermò proprio davanti al finestrino di Bob. Disse qualcosa ciondolando la testa e, senza abbandonare il suo ampio sorriso, diede una leccata al finestrino lasciando una lunga scia di saliva che colò alla base piano piano.
«Cos’è questo schifo?» chiese Bob disgustato volgendosi verso Karl.
«Lo so… sono fastidiosi, invadenti, brutti e sporchi e sono ormai dappertutto… ma non fanno male a nessuno!»
«È una indecenza. Bisogna allontanarli, rinchiuderli da qualche parte, rimandarli da dove sono venuti.»
«È proprio questo il problema, Bob, sono nati nel nostro Paese… sono cittadini regolari come me e te; non si sa però dove vivano, né cosa mangino. Si sa ancora pochissimo di loro, ma di certo non costituiscono alcun aggravio di spesa per la collettività… Non ricevono sussidi, né contributi, né si ammalano mai… »
«E cosa vogliono?»
«Nulla… pare che desiderino solo considerazione e affetto… Quel che dicono in continuazione è “sugar”, zucchero, anche se loro lo pronunciano “chuar”, appunto, così come li hanno chiamati: ma vogliono una carezza, un sorriso, una buona parola… lo “zuccherino”… si accontentano solo di questo.»
«Ma danno fastidio… sono un insulto al decoro, al vivere civile, al…» si sfogò il Funzionario scuro in volto.
«È quel che pensano in molti… alcuni di questi Chuar sono stati picchiati a morte, altri, peggio, sono stati persino uccisi… ma tutto quello che è successo è che si sono moltiplicati… non si sa come, ma lo hanno fatto. Pare che l’unico modo per contenerne il numero sia assecondarli. Dar loro cioè quel che vogliono.»
Detto questo Karl tirò giù il finestrino e accarezzò due Chuar che si erano avvicinati a loro volta dalla sua parte, dondolando. Quando ritrasse la mano era grondante di saliva maleodorante.
«Dottore… Bob… bisogna farsene una ragione e soprattutto farci l’abitudine…»

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

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«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

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«Eccolo, puntuale come sempre…»
Biagio stava sorbendo il suo cappuccino ammirando la nuova e procace cameriera estone che aveva l’aria di non aver mai comprato un reggiseno in vita sua. «Come dici?» riemerse dopo un po’.
«Ignazio…» ripose Turi indicandogli fugacemente il destinatario della sua attenzione con un impercettibile movimento della testa.
«È vero…» convenne l’amico scorgendo l’uomo mentre, al di là della siepe, si stava dirigendo, serio e compunto, verso il cimitero vicino. «Sono le 9 del mattino, è il 2 di novembre e lui sta passando. Spero sempre, ogni anno, che lasci perdere… ma invece no. Tenace come un esattore.»
«Perché cosa succede il 2 novembre e chi è Ignazio?» chiese il giovane seduto con loro allo stesso tavolino del bar mentre stava mangiando avidamente un croissant caldo e profumato.
Biagio se ne stette zitto. Si capiva che non voleva parlarne. Ma il ragazzo continuava a guardare interrogativamente i due uomini davanti a lui. Aspettava con evidenza una risposta esaustiva.
Nel frattempo Ignazio, un omone di quarant’anni, dalla testa troppo piccola per sormontare un corpo troppo obeso per essere trasportato da gambette così esili, stava lentamente e a fatica caracollando fuori dal loro campo visivo.
Turi contraccambiò finalmente lo sguardo del nipote e poi cominciò:
«Ignazio, che l’è propi un brav’om, generoso e disponibile come nessun altro qui in paese, è attaccato morbosamente alla madre. Diceva sempre che quando la mamma fosse morta si sarebbe buttato giù dal campanile…»
«E quindi?» chiese il giovane per nulla sorpreso per quella affermazione.
«E quindi tre anni fa la mamma è morta improvvisamente e noi tutti temevamo che lui mantenesse la sua promessa.»
«Non mi pare allora che l’abbia fatto…» osservò Teo con logica ineccepibile.
«Sì, certo. Però per diverse settimane non è uscito di casa…» proseguì Turi «…e poi la situazione piano piano si è normalizzata: ha insomma elaborato il lutto…»
«Tutto bene, quindi, no?» fece il giovane tornando a divorare il croissant.
«Sì, in un certo senso… solo che ogni 2 novembre…»
«Ogni 2 novembre?» incalzò Teo inseguendo alcune briciole che si erano nascoste dietro la tazza del caffellatte.
«Be’, io adesso devo proprio andare…» esordì Biagio balzando in piedi e sistemando con cura i soldi sul tavolino. «La colazione, Teo, oggi te la offro io. Scusate tanto, ma ho proprio una visita urgente da fare…»
«Vengo anch’io con te» fece Turi alzandosi «sono di strada…»
In un attimo Teo rimase solo. Seguì con gli occhi Turi e Biagio che si stavano allontanando. Cosa c’era dietro la storia di ‘sto Ignazio? Perché non ne volevano discutere? Si domandò. Vinto dalla curiosità decise di scoprirlo. Tanto il croissant era ormai solo un ricordo, anche se nel suo stomaco reclamava il bis. Affrettò il passo e trovò Ignazio che era già entrato nel cimitero. Era vicino a una lapide di granito scuro, molto suggestiva, con un angelo bambino seduto sul margine. Si mise da un lato per osservare meglio ma anche per non farsi vedere. Ignazio, intanto, aveva spostato delicatamente i ceri e i vasi da fiori. Stava evidentemente sistemando la tomba per tenerla in ordine. Pensò Teo. Non ci vedeva davvero nulla di strano. Era lì lì per andarsene, annoiato, quando si accorse che Ignazio aveva in mano una vanga. Non l’aveva notata prima perché era così minuscola rispetto al corpo e alle mani di quell’uomo da sembrare inesistente. In un attimo Ignazio si mise a scavare in modo energico e ritmico come fosse una macchina. Man mano che cavava la terra e la accumulava da una parte, lui nel contempo spariva a vista d’occhio dentro la buca. Teo si avvicinò: non voleva perdersi nulla di quella scena. Così riuscì a notare che, arrivato al feretro, Ignazio aveva tirato fuori, chissà da dove, un trapano a batteria con cui allentò rapidamente tutte le viti che sigillavano la bara. Senza indugi l’uomo la spalancò. Il coperchio sbatté contro il muro di terra facendone cadere un grumo all’interno. A quel punto Ignazio si alzò in piedi levandosi il cappello e, le mani giunte sul davanti, sospirò commosso:
«Ciao mamma, come stai?»
vuoto

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Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

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