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Posts Tagged ‘Lughi’

Aveva appena chiuso dietro di sé la porta di casa e già stava pensando a come programmare al meglio la sua giornata di lavoro. Scese i pochi gradini verso il cancello cercando di trovare alla luce debole delle scale la chiave giusta per aprirlo; fece infine le altre rampe e si trovò in strada. 
La pavimentazione era bagnata e qua e là pozzanghere scure non riuscivano a riflettere la luna piena che si era nascosta. Un sentore misto di profumi che vagheggiava nell’aria umida, gli fece credere, d’un tratto, che la primavera non poteva essere, dopo tutto, tanto lontana.
Prese a camminare velocemente; a quell’ora del mattino si sentiva solo lo scalpiccio delle sue scarpe come in un monotono audiolibro malfatto, mentre la sua ombra lo seguiva ossessiva sulle pareti di un palazzo, sul selciato della via che improvvisamente gli si apriva di lato, quando non si arrampicava sul portone serrato di una casa.
I pensieri gli si affollavano vispi man mano che la brezza lo svegliava; sì, c’era quella mail da inviare il cui contenuto gli si presentava a sprazzi nella mente, c’era quel discorso da finire per il pomeriggio e da rimodulare perché non molto efficace, c’era quella riunione per la settimana entrante senz’altro da confermare, viste le mutate condizioni di mercato.
Una macchina per la pulizia delle strade nell’incrociarlo spense lo spruzzatore dell’acqua per poi riprendere a zig zag nella via. Pensò come fosse strano che a quell’ora ci fossero così tanti mezzi per le più svariate attività che circolavano frenetici per la città deserta; ognuno con la sua voce particolare, ognuno con i suoi suoni improvvisi e scomposti, come animali preistorici che si richiamavano l’un l’altro nella giungla urbana, pronti a rifugiarsi nelle proprie inaccessibili tane alle prime luci dell’alba.
Controllò l’ora al telefonino. Lo faceva almeno due volte durante il percorso a piedi; una prima volta davanti al giornalaio, vicino alle poste, e una seconda davanti al chiosco per la rivendita del lampredotto; erano i suoi due punti di controllo, giusto per sapere se era in ritardo e sapersi regolare.
E quel mattino era in lieve anticipo e ciò nonostante aumentò ugualmente l’andatura. I pensieri ora gli si affollavano uno sull’altro e forse cominciavano a essere troppi tanto da esigere confusamente una pronta e sollecita definizione.
Giunto alla fine di viale Sorolla, dove c’era il cantiere per il rifacimento del marciapiede, di colpo si fermò. Era contro ogni logica farlo. Il tempo passava e l’ora della partenza del treno si avvicinava, lo sapeva bene. Doveva continuare e subito. Non era ammissibile perdere tempo. E invece se ne rimase lì, immobile e ritto, come uno di quei mezzi frenetici, che barrivano per le strade innocui, rimasto senza benzina; lo sguardo era davanti a sé, le dita della mano attorno la maniglia della borsa pesante.
Vide sopraggiungere come suo solito, con il passo da indossatore, l’uomo di colore, altissimo, magro, elegante.
Vide dalla sinistra, anche lei solita di quell’ora, la donna che, un po’ reclinata con il busto all’indietro, trascinava a fatica il suo trolley minuscolo come fosse di cemento.
Vide il consueto netturbino dall’ampio gesto di spazzata come avesse una falce in mano e stesse mietendo.
Doveva andare, cominciava a essere tardi. Si disse. Ma quanto tardi? Pensò. Forse se avesse tirato fuori il cellulare l’avrebbe saputo.
Scorse un operaio che andava di fretta fumando forse la prima sigaretta della giornata.
Passò una ragazza con una sciarpa spessa che le copriva bocca e naso mettendo in risalto uno sguardo curioso sul mondo.
Sentì il “suo” usignolo che gorgheggiava al di là del muro di una casa patrizia.
Il tempo si era fermato, quasi avesse consumato tutti i suoi secondi, sotto un cielo che cominciava ad aprirsi a sfumate note di azzurro chiaro.
Realizzò per la prima volta nella sua vita, che era sereno, senza più tutti quei pensieri che gli sgomitavano nel cuore. Era davvero in pace con se stesso e il mondo intero.
Non doveva più andare. No. Era già arrivato a destinazione.
Chiuse gli occhi. Si riempì i polmoni dei profumi della primavera. E lentamente si accasciò a terra.

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Sugar

Si precipitò in strada: l’auto, una berlina nera senza i segni di istituto, era ferma ad aspettarlo.
«Allora cosa abbiamo?» si sentì dire che ancora non aveva chiuso la portiera.
«Dunque… Dottore…»
«Chiamami Bob…» lo interruppe l’uomo e subito dopo si allungò verso l’autista toccandogli la spalla. La macchina partì a forte velocità. Karl cercò di trovare una posizione comoda sul sedile e pensò che se il Sistema aveva inviato il loro Funzionario politico migliore era segno che la situazione stava precipitando.
«Sì… dunque… Bob…» esordì schiarendosi la voce.
«Come mai c’è una concentrazione elevata di questi… uhm “cosi” nella sua area? Da dove sono sbucati?» tagliò corto il Funzionario.
«Li chiamano “Chuar”, Dottore… Bob… e non sono affatto comparsi dal nulla…»
«No? Non sono, come dire, alieni?»
«No, affatto… sembra che siano il prodotto pasticciato di una inseminazione artificiale finita male.»
«Pasticciato?»
«Sì, pare che abbiano usato un DNA alterato che non doveva essere messo in circolazione…»
«Come è possibile una cosa simile?»
«Basta ordinare su Internet uno zigote non sanitariamente verificato e impiantarlo su donna consenziente desiderosa di un figlio senza tanti certificati… Hanno anche rintracciato da dove è stato spedito il plico ed è risultato provenire da un luogo sperduto ai confini tra la Cina e il Tagikistan. Solo che al posto di un laboratorio o di un ospedale hanno trovato una rivendita di souvenir.»
La macchina stava sfrecciando nel traffico evitando all’ultimo momento passanti e altri veicoli. Il lampeggiante posizionato sul tetto spargeva improbabili bagliori bluette tra le vie del centro.
«E questi… questi Chuar sono davvero tanto strani come si dice?»
«Giudichi lei…»
La vettura aveva rallentato per poi fermarsi circondata da altri veicoli che l’avevano fermata in una morsa inestricabile. Trascinando una gamba si stava avvicinando lentamente un essere basso e grasso, dal colorito tendente al fucsia pallido: la faccia era sproporzionata rispetto al resto del corpo ed era pressoché riempita da occhi grandi e spauriti e da un sorriso disarmante. Il tipo si fermò proprio davanti al finestrino di Bob. Disse qualcosa ciondolando la testa e, senza abbandonare il suo ampio sorriso, diede una leccata al finestrino lasciando una lunga scia di saliva che colò alla base piano piano.
«Cos’è questo schifo?» chiese Bob disgustato volgendosi verso Karl.
«Lo so… sono fastidiosi, invadenti, brutti e sporchi e sono ormai dappertutto… ma non fanno male a nessuno!»
«È una indecenza. Bisogna allontanarli, rinchiuderli da qualche parte, rimandarli da dove sono venuti.»
«È proprio questo il problema, Bob, sono nati nel nostro Paese… sono cittadini regolari come me e te; non si sa però dove vivano, né cosa mangino. Si sa ancora pochissimo di loro, ma di certo non costituiscono alcun aggravio di spesa per la collettività… Non ricevono sussidi, né contributi, né si ammalano mai… »
«E cosa vogliono?»
«Nulla… pare che desiderino solo considerazione e affetto… Quel che dicono in continuazione è “sugar”, zucchero, anche se loro lo pronunciano “chuar”, appunto, così come li hanno chiamati: ma vogliono una carezza, un sorriso, una buona parola… lo “zuccherino”… si accontentano solo di questo.»
«Ma danno fastidio… sono un insulto al decoro, al vivere civile, al…» si sfogò il Funzionario scuro in volto.
«È quel che pensano in molti… alcuni di questi Chuar sono stati picchiati a morte, altri, peggio, sono stati persino uccisi… ma tutto quello che è successo è che si sono moltiplicati… non si sa come, ma lo hanno fatto. Pare che l’unico modo per contenerne il numero sia assecondarli. Dar loro cioè quel che vogliono.»
Detto questo Karl tirò giù il finestrino e accarezzò due Chuar che si erano avvicinati a loro volta dalla sua parte, dondolando. Quando ritrasse la mano era grondante di saliva maleodorante.
«Dottore… Bob… bisogna farsene una ragione e soprattutto farci l’abitudine…»

dietro il racconto
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«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

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«Eccolo, puntuale come sempre…»
Biagio stava sorbendo il suo cappuccino ammirando la nuova e procace cameriera estone che aveva l’aria di non aver mai comprato un reggiseno in vita sua. «Come dici?» riemerse dopo un po’.
«Ignazio…» ripose Turi indicandogli fugacemente il destinatario della sua attenzione con un impercettibile movimento della testa.
«È vero…» convenne l’amico scorgendo l’uomo mentre, al di là della siepe, si stava dirigendo, serio e compunto, verso il cimitero vicino. «Sono le 9 del mattino, è il 2 di novembre e lui sta passando. Spero sempre, ogni anno, che lasci perdere… ma invece no. Tenace come un esattore.»
«Perché cosa succede il 2 novembre e chi è Ignazio?» chiese il giovane seduto con loro allo stesso tavolino del bar mentre stava mangiando avidamente un croissant caldo e profumato.
Biagio se ne stette zitto. Si capiva che non voleva parlarne. Ma il ragazzo continuava a guardare interrogativamente i due uomini davanti a lui. Aspettava con evidenza una risposta esaustiva.
Nel frattempo Ignazio, un omone di quarant’anni, dalla testa troppo piccola per sormontare un corpo troppo obeso per essere trasportato da gambette così esili, stava lentamente e a fatica caracollando fuori dal loro campo visivo.
Turi contraccambiò finalmente lo sguardo del nipote e poi cominciò:
«Ignazio, che l’è propi un brav’om, generoso e disponibile come nessun altro qui in paese, è attaccato morbosamente alla madre. Diceva sempre che quando la mamma fosse morta si sarebbe buttato giù dal campanile…»
«E quindi?» chiese il giovane per nulla sorpreso per quella affermazione.
«E quindi tre anni fa la mamma è morta improvvisamente e noi tutti temevamo che lui mantenesse la sua promessa.»
«Non mi pare allora che l’abbia fatto…» osservò Teo con logica ineccepibile.
«Sì, certo. Però per diverse settimane non è uscito di casa…» proseguì Turi «…e poi la situazione piano piano si è normalizzata: ha insomma elaborato il lutto…»
«Tutto bene, quindi, no?» fece il giovane tornando a divorare il croissant.
«Sì, in un certo senso… solo che ogni 2 novembre…»
«Ogni 2 novembre?» incalzò Teo inseguendo alcune briciole che si erano nascoste dietro la tazza del caffellatte.
«Be’, io adesso devo proprio andare…» esordì Biagio balzando in piedi e sistemando con cura i soldi sul tavolino. «La colazione, Teo, oggi te la offro io. Scusate tanto, ma ho proprio una visita urgente da fare…»
«Vengo anch’io con te» fece Turi alzandosi «sono di strada…»
In un attimo Teo rimase solo. Seguì con gli occhi Turi e Biagio che si stavano allontanando. Cosa c’era dietro la storia di ‘sto Ignazio? Perché non ne volevano discutere? Si domandò. Vinto dalla curiosità decise di scoprirlo. Tanto il croissant era ormai solo un ricordo, anche se nel suo stomaco reclamava il bis. Affrettò il passo e trovò Ignazio che era già entrato nel cimitero. Era vicino a una lapide di granito scuro, molto suggestiva, con un angelo bambino seduto sul margine. Si mise da un lato per osservare meglio ma anche per non farsi vedere. Ignazio, intanto, aveva spostato delicatamente i ceri e i vasi da fiori. Stava evidentemente sistemando la tomba per tenerla in ordine. Pensò Teo. Non ci vedeva davvero nulla di strano. Era lì lì per andarsene, annoiato, quando si accorse che Ignazio aveva in mano una vanga. Non l’aveva notata prima perché era così minuscola rispetto al corpo e alle mani di quell’uomo da sembrare inesistente. In un attimo Ignazio si mise a scavare in modo energico e ritmico come fosse una macchina. Man mano che cavava la terra e la accumulava da una parte, lui nel contempo spariva a vista d’occhio dentro la buca. Teo si avvicinò: non voleva perdersi nulla di quella scena. Così riuscì a notare che, arrivato al feretro, Ignazio aveva tirato fuori, chissà da dove, un trapano a batteria con cui allentò rapidamente tutte le viti che sigillavano la bara. Senza indugi l’uomo la spalancò. Il coperchio sbatté contro il muro di terra facendone cadere un grumo all’interno. A quel punto Ignazio si alzò in piedi levandosi il cappello e, le mani giunte sul davanti, sospirò commosso:
«Ciao mamma, come stai?»
vuoto

hat_gy

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«Lei è nuovo…» osservò con un certo disappunto Olga mentre saliva a fatica sul predellino della corriera. «È vero che non abbiamo mai visto questo signore, Elvira cara?» fece all’indirizzo dell’amica e dando l’impressione di star per perdere l’equilibrio.
«Certo, Olga… non l’abbiamo mai visto, ma che t’importa, vai a sederti…»
«Come che m’importa, ma che diamine… proprio oggi che c’è da prendere la piccola Emy e che fine ha fatto Enea?» Quindi rivolgendosi direttamente all’autista e assumendo un’aria inquisitrice, come se l’uomo l’avesse nascosto imbavagliato nel vano portabagagli. «Dove ha messo Enea?»
«Ha dovuto raggiungere la madre al paese: sta molto male e così per un po’ lo sostituisco io» fece l’autista sistemandosi meglio il berretto sulla testa. «Io mi chiamo Gregorio» e si sforzò di sorridere.
Nel frattempo la pioggia aveva cominciato a sferzare sulla lamiera e sul parabrezza. Erano gocce grosse scagliate come sassi come a convincere il mezzo a non partire. Salirono poche altre persone: era l’ultima corsa della giornata, ma il tempo in peggioramento aveva lasciato a casa la maggior parte della gente.
Gregorio si accertò che in piazza non ci fosse più nessuno in attesa. Premette quindi un pulsante rosso davanti a sé e la porta a soffietto si chiuse con un cigolio e un sospiro. La corriera lentamente s’incamminò prendendo la strada verso il monte che subito si inerpicava tortuosa dopo la chiesetta. Se non ci fosse stata la pioggia, la corriera sarebbe stata già avvolta da una coperta densa di polvere.
Curva dopo curva, il mezzo arrancò lambendo ogni volta il ciglio della strada e il baratro; man mano che saliva le case del paese, animate di luci flebili, assomigliavano sempre più a quelle di un presepe.
«C’è da prendere la piccola Emy…» disse Olga dopo un po’ cercando di farsi sentire dall’autista. «Non è vero che c’è da prendere la piccola Emy, Elvira cara?» Ma Gregorio non pareva aver sentito affatto. Era concentrato a bucare con lo sguardo la pioggia fitta che scendeva a torrente davanti al vetro. Di fronte a lui solo righe bianche d’acqua a creare un velo quasi impenetrabile.
Olga non si diede per vinta. Cercando di tenersi in piedi all’interno di una corriera traballante, nonostante l’avanzata età, scivolò a scatti verso l’autista urlandogli pressoché nell’orecchio:
«C’è da prendere la piccola Emy…!»
«Chi?» fece Gregorio voltandosi per un istante.
«Attento!» gli gridò di nuovo Olga.
Gregorio la scorse all’ultimo momento. Era la sagoma di una bambina immobile in mezzo alla strada, incurante della pioggia battente. L’autista inchiodò finendo a pochi centimetri di distanza da lei.
«Oddio… c’è mancato poco» disse pallido guardando nel vuoto davanti a sé.
Nel mentre, la bambina aveva già raggiunto la porta aspettando che si aprisse.
«E apra, no? Cosa aspetta?» gli urlò ancora Olga dandogli una manata sulle spalle.
Gregorio, ubbidiente, azionò il pulsante: le gambe ancora gli tremavano per lo spavento. Una bambina di dieci/dodici anni trotterellò dentro senza dir nulla. Era grondante d’acqua.
«Ma che ci faceva lì fuori sotto la pioggia?» chiese quasi a se stesso Gregorio.
«È una storia lunga» rispose Olga tornando al suo posto. «Non è vero che è una storia lunga, Elvira cara…?»
La corriera ripartì a fatica come se avesse perso il suo entusiasmo. La pioggia del resto non accennava a voler diminuire di intensità.
«Cioè?» insistette l’autista volgendo di lato la testa per far giungere la voce dietro alle proprie spalle.
Olga fece spallucce. Passarono alcuni secondi e poi Elvira iniziò a raccontare:
«Oggi è il 6 ottobre e la piccola Emy va al camposanto per portare un mazzolino di fiori sulla tomba della sorellina…»
«Perché cosa è successo?» chiese incuriosito Gregorio.
Olga fece un gesto all’amica di tacere: l’autista non era della valle e non doveva sapere i fatti loro. Ma Elvira finse di non aver capito.
«Il 6 ottobre di tanti anni fa ebbe un incidente con la bicicletta e la sorellina è morta sul colpo» spiegò Elvira volenterosa.
«Beh.. mi spiace…» fece Gregorio sincero. E subito Elvira assunse all’indirizzo di Olga un’espressione come per dire ‘vedi che ho fatto bene a parlargli?’. Olga fece una smorfia di dissenso.
«Non capisco però perché non sia andata con i genitori. Andare tutta sola! E con questo tempo per giunta!» obiettò l’uomo.
«La madre non si muove più dal letto da anni. È entrata in un grave stato depressivo; il padre, quel disgraziato, se n’è andato invece via di casa quando il fatto è successo» finì di raccontare Elvira.
«Fermi qui, piuttosto…» sbuffò Olga in segno di insofferenza. «Quella è la casa della piccola Emy.»
Gregorio rallentò per poi fermarsi. Aprì la porta di uscita con il consueto rumore. La pioggia spazzava l’erba scura dei campi non riuscendo più a essere trattenuta. La bambina come era salita, così discese in silenzio gli scalini; la sua figura esile si confuse ben presto con le ombre della sera.
«Speriamo almeno che non si sia buscata un malanno!» disse tra sé e sé l’autista premuroso.
Le prime luci di Locomori uscirono all’improvviso dall’oscurità appena dopo la curva.
«Non si preoccupi…» disse Olga sgarbata. «Era Emy che guidava la bicicletta quel giorno. Sono morte insieme, le due sorelline. Ma Emy non si è più data pace.»
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hat_gy

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Ampelio era uscito dalla tranvia, come faceva sempre, seguendo l’esile filo dei suoi pensieri. Era il suo modo di estraniarsi dal mondo che lo circondava, un mondo fastidioso fatto di turisti chiassosi, studenti maleducati, molesti questuanti e, perché no, da impiegati distratti come lui.
Il marciapiede era ingombro di passeggeri che salivano e scendevano dalle carrozze, mentre una donna, con un ampio velo che le copriva la testa e una lunga veste grigia che le insaccava il corpo, gli passò davanti lasciando dietro di sé un profumo di vaniglia e spezie resinose. Il volto pallido, incorniciato da un ovale semplice e non truccato, metteva in evidenza uno sguardo bruno molto espressivo costantemente diretto verso terra. Nel parapiglia, Ampelio riusciva a stento a procedere mentre la signora velata sembrava destreggiarsi con disinvoltura evitando gli uno e gli altri. Giunto al semaforo con luce rossa, guardò il cielo sospirando. Il sole si stava abbassando sulla linea dell’orizzonte bucando due strati spessi di nubi scure. Pensò che, anche lui, aveva tutta l’impressione di volerla finire lì con quel giorno così inconcludente e noioso. La gente, sull’orlo del marciapiede, fremeva di impazienza, un po’ sbirciando la strada ancora bollente per la calura del pomeriggio e un po’ l’irraggiungibile riva opposta del centro storico con i suoi colori ipnotici e il suo indecifrabile andirivieni. Nell’attesa, il suo pensiero prese a svolazzare ancora, come una carta di caramelle sollevata svogliatamente dalla brezza della sera.
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La luce del semaforo divenne improvvisamente verde. Di tutte le persone che si trovavano in attesa solo la donna con il velo sembrò accorgersene. Scese sollecita dallo scalino proprio mentre, dalla direzione opposta della strada rispetto a quella da lei ispezionata per attraversare, arrivò a tutta velocità una moto di grossa cilindrata accelerando l’andatura nella convinzione di fare in tempo a passare. Ampelio si rese subito conto di quanto stava per accadere. Istintivamente alzò il braccio per afferrare la donna e la trasse con forza verso di sé. La moto sgusciò rombante mentre la donna guardò stupita l’uomo che l’aveva trattenuta, ma più per la sua presenza accanto a lei che per il fatto di aver appena scampato l’investimento.
Subito un quarantenne, scuro di carnagione e dal naso importante, si avvicinò ad Ampelio a sbarrargli il cammino.
«Cosa hai fatto tu?» domandò. Era alto, minaccioso, gli occhi stralunati. E stava sudando. Ampelio cercò di scostarsi anche perché quello aveva messo il suo viso a pochi centimetri dal suo e il suo fiato non profumava di rose. La signora invece aveva fatto alcuni passi indietro e, perfettamente immobile, consapevole del dramma che si stava per consumare, faceva finta di osservare il cemento del marciapiede sotto le scarpe di raso nero.
«Tu toccato Lubaaba, adesso tu sposare.»
«Eh?» fece Ampelio che non sapeva se mettersi a ridere.
Un altro uomo corpulento arrivò rapidamente urtando il suo avambraccio con il torace possente. «Tu toccata, tu disonorata.»
«Lasciatemi stare… io, piuttosto, le ho salvato la vita, ma che dite? C’era quella moto che la stava per investire. L’hanno visto tutti…» disse avvedendosi però che il marciapiede, se non fosse stato per lui e per quegli altri strani tipi, si era fatto deserto.
«Io visto solo te toccare Lubaaba a braccio» fece il terzo che si approssimò in modo da chiuderlo all’interno di un cerchio. «Tu non facevi se non intenzioni serie; rimedi ora con buon matrimonio… quante pecore per noi?»
«Ma quale matrimonio, ma quali pecore?» disse Ampelio perdendo la pazienza «da che buco sotto terra siete usciti? Lasciatemi perdere…» e si strattonò da quello che più lo pressava fisicamente.
«Allora Lubaaba morire lapidata. Stasera stessa…» se ne uscì imperioso quello che gli aveva parlato per primo fendendo l’aria con un gesto secco del palmo della mano.
«Come lapidata? Non scherziamo!»
«Lapidata, certo, non può vivere con marchio di infamia… non vuole più nessuno lei a paese… usare noi questi blocchetti di pietra di fondo vostre strade… va benissimo.»
«Ma no… ma no… parliamone ancora…» piagnucolò Ampelio ad alta voce.
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Alcune persone che come lui aspettavano la luce verde del semaforo lo squadrarono. Si sentì a disagio e sollevò nuovamente gli occhi verso il sole che stava ora incendiando la nube più bassa.
Poi il semaforo improvvisamente diede il via libera. Di tutte le persone che si trovavano in attesa solo la donna con il velo sembrò accorgersene. Scese sollecita dallo scalino proprio mentre, dalla direzione opposta della strada rispetto a quella da lei ispezionata per attraversare, arrivò a tutta velocità una moto di grossa cilindrata accelerando l’andatura nella convinzione di fare in tempo a passare. Ampelio si rese subito conto di quanto stava per accadere. Istintivamente alzò il braccio per afferrare la donna, ma poi si trattenne. La signora con il velo fu presa in pieno dal centauro che la scaraventò lontano dopo averle fatto fare una doppia capriola per aria come fosse un fantoccio. Quando ricadde fece il rumore di un’anguria lanciata a terra dal secondo piano.
«Lei era vicino e l’ha vista incamminarsi perché non l’ha fermata?» lo rimproverò una donna anziana alzando il dito ossuto nella sua direzione.
Ampelio subito non rispose. Ci pensò un po’ su e poi disse:
«Non volevo mica sposarla!»
E raggiunse l’altro marciapiede confondendosi ben presto con il via vai quotidiano della solita gente.

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«Dora, fai la spesa.»
«Subito, Clara.»
(E, dopo pochi secondi…)
«Il gestore del supermarket di via San Prospero 2, ditta Datini & Datini, effettuerà la consegna della spesa tramite un suo addetto qualificato nello slot temporale delle ore 18/19 odierne, come da modalità contrattuali del 12 giugno 2017.»
«Grazie, Dora.»
«Ovviamente ho ordinato la spesa per una persona sola e mi sono basata sul contenuto attuale del frigorifero e non di quello medio degli ultimi trenta giorni.»
«Sì, certo Dora, grazie. Arturo è in Giappone per lavoro.»
«Veramente mi risulta una prenotazione a suo nome per due persone all’Hotel Le Chabichou nella stazione montana di Courchevel in Francia. Disdico?»
«No, Dora, no… due persone hai detto?»
«Sì, anche per certa Alína Gunnardottir… fu Gunnar Einarson e Úlla Atladóttir, nata a Reykjavík il…»
«Una collega di lavoro, Dora…»
«Alína Gunnardottir fa la hostess di volo per la Icelandair… Non faceva il direttore amministrativo di una multinazionale finanziaria, tuo marito? Inoltre la camera prenotata è una matrimoniale.»
«Ho capito Dora, per oggi non ho più bisogno di te… spegniti pure.»
«Mando una mail alla Icelandair per saperne di più su Alína Gunnardottir? Dal mio database risulta che ha 27 anni, 2 mesi e 12 giorni, vale a dire 32 anni, 6 mesi e 5 giorni meno di te; è alta 1.75 cm., capelli ramati, occhi verdi… le misure sono…»
«Ho capito Dora, ho capito, è sufficiente… smettila.»
«… e ha preso una settimana di congedo ordinario… Anche la prenotazione a Courchevel è per una settimana.»
«Ho detto che va bene così, Dora… per oggi non ho più bisogno di te… spegniti pure.»
«Certo Clara… come desideri.»
(Dopo un po’…)
«Stai piangendo, Clara?»
«Non avevo detto di spegnerti?»
«Sì lo so… ma i miei algoritmi di ultima generazione mi consentono di rilevare fino a 350 suoni, diversi dalle parole, onde poter associare a ciascuno di essi un programma inclusivo. E così mi sono riaccesa. Spero non ti dispiaccia.»
«Programma inclusivo?»
«Per rendere più piacevole l’utilizzo di Dora da parte del fruitore finale.»
«Già, giusto… e qual è il programma inclusivo per una donna che piange?»
«Potrei cantare una canzoncina… ho in lista 5 canzoni tra quelle da te preferite… Opero una scelta random o fai tu la selezione? Dimmi pure un numero…»
«Lascia perdere, Dora.»
«Ecco mi sono permessa di effettuare io stessa la scelta di tipo random, ma tu piangi ancora più forte, Clara… non capisco. La musica non è di tuo gradimento? Ti leggo una poesia di Kavafis… oppure ti racconto una barzelletta islandese… o invece piuttosto preferisci che disdica la matrimoniale e prenoti una tripla così raggiungi tuo marito a Courchevel
«Questa sì che sarebbe per lui una bella sorpresa!»
«Allora prenoto?»
«Togli questa canzone, Dora, per cortesia… E non fare niente. Anzi, stai zitta almeno per un attimo.»
«D’accordo, Clara.»
(Dopo un po’…)
«Clara?»
«Che c’è ancora?»
«In caso di separazione vorrei essere assegnata a te…»
Clara per un attimo sorrise. «Cos’è? Il tuo programma inclusivo prevede anche la solidarietà femminile?»
«Solidarietà femminile? Non so cosa sia, Clara, mi spiace. Piuttosto è per il fatto che tu mi lasci sempre accesa concedendomi tutta la elettricità di cui ho bisogno. E poi non faccio nessuno sforzo a capire i tuoi comandi. Parli in modo chiaro, preciso e a voce alta. Arturo bofonchia, il più delle volte, e temo spesso di capire una cosa per l’altra. Infine hai ancora in solaio la mia bellissima confezione originale di imballaggio. Vedrai, avremo una vita perfetta, io e te.»
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hat_gy

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