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Posts Tagged ‘ufficio’

mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie. Quel giorno c’era la recita di fine anno e le sue bambine sarebbero uscite più tardi del solito: l’aveva dimenticato. E appena lo videro lì, davanti alla porta di casa loro, chino per terra, gli occhi strabuzzati, si misero a gridare spaventate. Lui non riusciva a capire. La moglie e le figlie lo avevano guardato in faccia e non lo avevano riconosciuto. Si tastò il viso. La maschera era lì, al suo posto: si era sbagliato a credere di non averla indossata.
«Ma no, Tesoro» disse allora lui facendo un passo verso la moglie e le figlie: «Anche voi bambine, non dovete spaventarvi sono io, sono papà… ho solo una maschera indosso… volevo farvi uno scherzo.»
La moglie nel frattempo aveva chiuso la porta di casa e, spingendo le bambine davanti a sé, fece scendere loro rapidamente le scale: erano scoppiate a piangere, terrorizzate per quelle parole che l’uomo sconosciuto aveva pronunciato.
«Guardate è solo una maschera…» disse ancora lui sporgendosi verso di loro dalla ringhiera e provando a levarla «guardate, la tolgo subito». Ma non ci riusciva, non c’era più il bordo, anche se impercettibile, sul collo e sulla fronte per poterla cavare: oramai era tutt’una con la sua faccia.

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img_2418Arrivato a quella rotatoria l’autista sembrava faticare a convincere il bus a rimanere in strada perché sentiva che in realtà se ne sarebbe andato volentieri da un’altra parte, libero di infrangere la routine del solito tragitto e andarsene a spasso, da solo, nel buio della città.
Ed era poco dopo, alla fermata appena successiva, che una giovane donna dai lunghi capelli bruni, avvitata in un giubbino blu informe, saliva sul bus dopo aver fatto segno al mezzo, in ritardo, di fermarsi.
Non era possibile darle un’età. Nonostante infatti lui non mancasse mai di incontrarla, non era mai riuscito a vederla in volto: i capelli sciolti finivano per mascherarne le sembianze, persino quando scendevano alla stessa fermata in prossimità dell’ufficio: lei si avvicinava alla porta centrale con il busto di tre quarti, quasi di spalle, per poi passargli davanti all’ultimo momento ostacolandone la discesa.
Di lei però sentiva la voce: da quando la vedeva sul marciapiede in attesa di salire sull’autobus fino a quando, dopo la discesa, non la scorgeva sparire in una delle tante vie traverse in prossimità del suo ufficio, lei era sempre al telefono che parlava con qualcuno. Ogni volta, immancabilmente, senza quasi neppure prendere respiro, nonostante fossero le 6 del mattino.
Un giorno salì il controllore e, nel momento in cui le chiese il biglietto con insistenza, visto che lei era assorta al telefono, ne nacque una discussione; la donna si stava giustificando, per qualche motivo, mostrando visibilmente di sentirsi a disagio più per il fatto di aver dovuto interrompere la comunicazione che per essere stata colta senza biglietto. Il controllore le parlava e lei guardava il display scuro del cellulare come per chiedersi come fosse possibile che le stesse accadendo tutto ciò; e il controllore si era finalmente appena allontanato quando il cellulare si mise a suonare.
«Non ci crederai mai…» disse lei con un largo sorriso che le spuntava da sotto la chiostra di capelli «ero qui buona buona che stavo telefonandoti quando mi è arrivato all’improvviso di lato il controllore e…» Le altre parole vennero mangiate dal rumore del motore e lei abbassò il tono della voce voltandosi verso il finestrino.
Trascorsero altri giorni in cui, a parte il controllore, si ripeté più e più volte la stessa scena. La donna era sempre al cellulare che fosse bello o brutto tempo, che fosse buio o ancora chiaro, che fosse estate o pieno inverno.
Poi, una mattina, mentre erano appena scesi entrambi alla solita fermata, mentre lei si camminava davanti a lui con l’orecchio incollato al telefonino, nell’attraversare la strada, una macchina che sopraggiungeva dallo stradone la prese in pieno. La vide volare, come se un gigante l’avesse presa in braccio e scaraventata lontano. Come altri, prese a correre. Trovarono la donna sbalzata contro un cassonetto e con la testa che perdeva sangue. Era attorniata da alcune persone che le prestavano i primi soccorsi. Era immobile, scomposta e pallida, almeno per quel poco che si poteva intravvedere, visto che i capelli le coprivano quasi interamente la faccia.
«Poverina…» disse una signora anziana mettendosi una mano tremolante sulla guancia «era così giovane…»
Nell’attesa che arrivasse l’ambulanza, nello strano e minaccioso silenzio che aleggiava sugli astanti, si sentì squillare un telefonino. La donna semi-svenuta ebbe un fremito. Con la mano tastò il marciapiede vicino a lei fino a quando non prese in mano il suo cellulare.
«Non ci crederai mai…» fece con un filo di voce tirandosi su a stento a sedere  «ero qui buona buona che stavo telefonandoti quando mi è arrivato all’improvviso di lato una macchina e…»

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natura

«Lei è un buono a nulla, un incapace, un inetto…»
La vena strisciava sulla fronte del Direttore come se imprigionasse un rametto color bluette. Il dott. Silvestri sapeva che quello era un gran brutto segnale e che la momentanea interruzione era dovuta al fatto che il suo interlocutore, da dietro la scrivania in mogano (su cui sarebbe potuto atterrare comodamente un elicottero) aveva solo esaurito gli insulti. Ora il Direttore aveva infatti tolto gli occhiali e si stava massaggiando le palpebre. Anche quello era un pessimo indizio.
«Le era stato detto di chiudere l’affare a 1788.3 a lotto…» proseguì lui con un fiocco di spuma bianca all’angolo della bocca «e lei cosa fa? Pratica uno sconto di 57.4 a partita! Ma è impazzito? Oltre tutto con la Trade Carbur Associate che non dà nessun affidamento nei pagamenti! Non aveva avuto istruzioni precise dal suo capo area?»
«Sì certo, ma vede…» fece Silvestri alzando addirittura un dito.
«Stia zitto, per carità, abbia almeno la compiacenza di tacere, so già tutto. Lei deve solo ringraziare suo zio, perché se non ci fosse stato lui dietro la sua assunzione, questa penosa conversazione non avrebbe mai avuto ragione d’essere…»
E la chiama conversazione, pensò il Silvestri sforzandosi di non abbozzare un sorriso amaro.
L’interfono inoculò nell’aria una breve nota morbida. Il Direttore era rimasto immobile, come se quel suono improvviso gli avesse tolto la corrente. Lo sguardo era rimasto feroce, gli occhi enormi spalancati sulla vittima, le braccia bloccate sul bordo della scrivania quasi avesse voluto spingerla addosso al dipendente. L’uomo, al secondo trillo, si riebbe e, con uno scatto, si girò premendo l’indice sul pulsante di comunicazione.
«Non le avevo chiesto di non essere disturbato per nessun motivo?» fece rabbioso.
«Mi scusi Direttore è che… è che…»
«Non mi faccia perdere tempo, per cortesia! Parli!»
La segretaria si fece coraggio. «Hanno telefonato da casa sua. Suo padre è morto.»
Un silenzio raggelante entrò attraverso l’interfono e si disperse per l’ufficio. Il Silvestri avrebbe voluto andar via in punta di piedi, i quadri alle pareti ritirarsi nel muro e le piante lussureggianti sprofondare nel pavimento. Quelle parole rimbalzarono nella testa del Direttore come biglie in una scatola di ferro. Si rivide bambino, con la manina sprofondata in quella larga di suo padre, sul lungomare della città, percepì la consistenza ruvida della sabbia tra le dita, udì da qualche parte del suo cuore la voce rassicurante di quell’uomo e ripensò a quel sorriso, così dolce, che non avrebbe visto mai più.
«Direttore, è ancora lì?»
«Sì, Giulia, sono qui» disse lui dopo qualche attimo, schiarendosi la gola.
«Cosa vuol fare, Direttore?» chiese la donna, la voce screpolata dalla commozione.
Ci fu ancora silenzio. Poi lui, con tono grave e calmo:
«Dunque, domani sono a Bangkok, poi ho due riunioni importanti, cui non posso mancare, nella sede di Los Angeles e la transazione Inglès da preparare… facciamo così: contatti la migliore agenzia di pompe funebri. Che mettano mio padre in una cella frigorifera. Mi farò poi vivo io, penso la prossima settimana, così ci mettiamo d’accordo per trovare un buco libero per il funerale.»

* * * * *

La storia minima ‘Come biglie in una scatola’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 dicembre 2013 sul blog:

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FonticineEra uscito a fare due passi. Aveva voglia di stordirsi un po’ tra il via vai dei turisti e camminare, un piede dietro l’altro, lasciandosi trasportare dalla curiosità di una vetrina, di uno scorcio improvviso o di un ricordo rivisitato. Solo così sarebbe riuscito a staccare una mezz’oretta dal lavoro, costringendo la mente a seguire altri percorsi e altri pensieri.
La luce del tramonto spioveva morbida colorando di rosa la cattedrale austera. I marmi si erano accesi d’un colore sanguigno e le statue nelle nicchie anguste sembravano imponenti come avessero percepito su di loro un proiettore inatteso e una ribalta su cui esibirsi. Il vociare caotico delle persone per strada componeva a tratti una melodia disordinata dove si stemperavano dialetti e lingue straniere di ogni tipo, come tanti concertisti che cercassero, ciascuno per conto proprio, l’accordo perfetto prima del grande concerto.
Lapo passeggiava da un po’, le mani raccolte dietro le spalle leggermente curve, come faceva spesso, quando si accorse che stava seguendo in modo imbarazzante il didietro di una donna davanti a lui. Ondeggiava proprio sotto i suoi occhi in modo sobrio ma ipnotico, restituendo un’impressione di consistenza e tonicità propria della giovinezza, ma allo stesso tempo di eleganza naturale e di sensualità devastante. Era di una ragazza sui vent’anni, i capelli lunghi di boccoli biondi, alta più di un metro e ottanta, grazie a un tacco 12 che le imponeva un’andatura importante, ma spigliata. Gli shorts erano davvero molto marginali e coprivano a stento le curve aggressive da vertigine, mentre gli stivali in pelle attribuivano al completo, per la loro foggia, una nota trasgressiva ai limiti del volgare. Si meravigliò molto di aver concentrato la sua attenzione su quella parte anatomica; non era infatti da lui o almeno non era da chi nel frattempo era diventato da quarant’anni a questa parte. Continuò tuttavia a starle a pochi metri di distanza, sforzandosi a ogni passo di prendere un’altra via, perché era ben consapevole che non fosse né serio, né dignitoso quello che stava facendo. Poi la ragazza si fermò. Si era messa a parlare con un’altra persona, probabilmente coetanea, vestita in modo molto più sobrio, quasi anonimo; quando la seconda ragazza si girò di profilo la riconobbe: era sua figlia ed ebbe un tuffo al cuore. Adesso sì che ricordava! Ma sì certo. La ragazza che aveva seguito, quando sua figlia ancora andava alle elementari, era venuta un paio di volte a casa a fare i compiti. Era una bambina introversa, allora, e pure bruttina. Ora ricordava bene: si chiamava Mara, Mara Colasanti, o qualcosa del genere. Sì. Quanto tempo era passato! Chi l’avrebbe mai detto che quella bimba tanto sgraziata sarebbe diventata così.
Decise che era il momento di staccarsi da loro e di riprendere la via dell’ufficio. Mentre si mosse, la figlia e Mara cominciarono anche loro a camminare, ancora una volta, davanti a lui. Era strano vederle così vicine, a braccetto, e così tanto diverse: due mondi opposti, due modi antitetici di affrontare la vita e, non di meno, evidentemente, ancora legati da una solida amicizia al di là delle differenze.
A un certo punto svoltarono entrambe a destra per via delle Fonticine. Si bloccò a osservarle mentre si allontanavano parlottando fitto fitto tra loro. E stava per andarsene quando notò che ora discutevano con un signore anziano appena arrivato, una pancia prominente e il viso semi nascosto da barba e occhiali spessi. Pareva un professore di scienze o un primario illustre. L’uomo si chinò a baciarle tutte e due sulla bocca e poi, presele sotto braccio, entrò con loro nel vicino albergo a cinque stelle.

* * * * *

La storia minima ‘Via delle Fonticine’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 settembre 2013 su:

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concertinaSempre più spesso Hiro Mitzuri si sorprendeva a guardare fuori della grande finestra del suo ufficio all’ultimo piano del palazzotto che portava il suo nome. Un panorama superbo come solo i dirigenti potevano avere. Le mani in tasca, però, strette a pugno, la cravatta slacciata e una smorfia triste che da un po’ di tempo aveva preso possesso del suo viso. Lo sguardo accarezzava le colline lilla a velare più lontano un bottone blu di mare per poi accompagnare il corso del fiume che prendeva i colori più diversi a seconda della stagione e del taglio di luce. Più sotto, l’andirivieni costante dei turisti dal passo incuriosito e lo sguardo svagato come se ogni cosa dovesse essere per forza bella e indimenticabile. La balaustra bianca del ponte luccicava arrogante tanto che le persone, che si fermavano per una foto ricordo, stringevano le palpebre per il riverbero. Più in là, nella parte dove l’arcata discendente si aggrappava alla riva, già nel quartiere ebraico, il solito barbone suonava con impegno una concertina scura le cui note si infrangevano sul vetro spesso. Tutti i giorni quell’artista di strada era lì, con il suo vestito frusto che lo copriva d’estate e d’inverno; una piccola cagnetta pezzata ai piedi, perennemente addormentata, a fargli da contorno.
Forse, pensò, se insisteva così tanto a lasciar libero lo sguardo fuori dalle angustie di quell’ufficio voleva poter dire che aveva bisogno di cambiare aria, di andar via per qualche tempo o addirittura di cambiar vita. Ma non lo fece. Le giornate continuarono nel tempo a snocciolarsi sempre uguali come gocce di pioggia da una grondaia bucata. Si accontentava di guardare dal finestrone, quasi fosse un prigioniero; osservava tutti quei turisti così simili tra loro da sembrare la stessa persona o quelle stesse onde del fiume che scorrevano appena qualche metro sotto, con il medesimo movimento pigro e l’andatura meccanica.
Eppure quel giorno mancava qualcosa al paesaggio.
‘Ma certo!’. Si disse, mancava il ‘suo’ barbone. Verso mezzogiorno, quando dopo una estenuante riunione con i capi distrettuali ritornò al finestrone, lui non c’era ancora. Senza pensarci su, scese celermente. Ripercorse il ponte e, arrivato alla rientranza dove il clochard stava di solito, lo cercò. Si avvicinò al negozio di fronte e chiese se avevano visto quell’uomo. Il titolare lo squadrò con sussiego dicendogli che lì non c’era mai stato nessun senzatetto. La sua era una gioielleria rispettabile e di classe e non l’avrebbe mai permesso. Sulle prime, Hiro si indispettì, ma poi decise di chiedere anche al concierge dell’albergo vicino. Anche lui giurò tuttavia di non aver mai visto, lì davanti, un tipo simile. L’avrebbe notato, del resto, precisò, perché per lavoro sostava spesso sull’uscio per accogliere i clienti o chiamare i taxi. Hiro era sconcertato, perché mentivano? Ritornò alla postazione del clochard e vide che, in una voluta di marmo del ponte c’era il suo berretto di lana. Lo prese e lo esaminò. Sì, lo riconobbe. In quel mentre una signora si fermò e gli chiese, indicando proprio il berretto:
«Dov’è Paco?»
«Lo cercavo anch’io» fece Hiro rinfrancato che qualcun altro avesse notato il musicista.
«Tenga» disse la donna dandogli senza indugi dei soldi. «Quando passo di qui gli do sempre qualcosa per comprarsi un panino. Appena lo vede glieli dia, mi raccomando.» Hiro prese il denaro e ringraziò. Di li a poco, la scena si ripeté con un signore di mezz’età, con due donne in vena di chiacchiere e via via con un numero insospettabile di altre persone. La gente aveva evidentemente adottato quel senzatetto e gli voleva bene. Hiro avrebbe voluto a quel punto andarsene ma, pensò, se non li avesse presi lui quei soldi per Paco sarebbero andati perduti. L’uomo si levò allora la giacca per il caldo e si mise in maniche di camicia. E, prima ancora di rendersene conto, aveva il berretto aperto davanti a sé come per chiedere la questua. No, non gli importava nulla di quello che avrebbe pensato la gente, si sentiva felice e utile, dopotutto. Persino la smorfia triste sul viso se ne doveva essere andata via.
Ancora sorrideva quando alzò per un attimo gli occhi verso il finestrone del suo ufficio. Paco era lì, in camicia e cravatta e i capelli tagliati: lo stava guardando.

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La ragazza non aveva un filo di trucco né sugli occhi né sulle guance. Le labbra erano perfettamente disegnate da madre natura e i capelli appena lavati le coprivano parte della fronte ricadendo delicati sulle spalle. Ogni volta che vi faceva passare, a mo’ di pettine, la mano aperta, al Pubblico Ministero dr. Sbarbaro, giungeva un profumo conturbante di spigo.
La ragazza era reticente o forse no. Pensava lui. Gli occhi grandi dicevano di no, ma il suo modo di serrare le labbra suggerivano il contrario. E poi c’era il naso. Era piccolo, aggraziato, ma lo arricciava in modo da rivelare insicurezza e sospetto. Forse lei era troppo spontanea per essere vera, persino per una giovane donna così, nata in una casa in bilico sul monte; o forse piuttosto era molto accorta per quella naturale prudenza verso la vita che la gente di campagna ha senza saperlo. Sbarbaro pensava. Rifletteva. Fissando il punto preciso in cui l’antica trave di legno del suo ufficio spariva nel muro di pietra come a volerlo sfondare con la sua pacata robustezza. Le sue mani erano giunte, davanti alla bocca, ogni tanto la toccavano, e chi fosse entrato nel suo ufficio in quel momento avrebbe creduto stesse pregando la ragazza, seduta al di là della severa scrivania di rovere, di dirgli la verità. Stette così per qualche tempo, fino a quando abbassò lo sguardo sulla camicetta bianca di lei, all’altezza del seno destro. Una macchia grigiastra aveva preso ad allargarsi.
«Si è sporcata» le fece notare muovendo appena il mento.
La ragazza si guardò. Con le dita affusolate tirò da un lato e dall’altro il lembo della camicetta. Arrossì.
«Mi scusi, dottore. È che a quest’ora avrei dovuto allattare la mia piccola. Fa sette pasti al giorno la mia Lydia e non c’è verso di convincerla del contrario.»
«Perché non me l’ha detto prima? Ci saremmo accordati sull’ora…»
«È che mi sembrava lei ci tenesse così tanto a parlarmi che…»  Ora la donna stava tenendosi la mano sulla macchia in un gesto di eccessivo pudore. Il Pubblico Ministero fece un sorriso indecifrabile.
«Va bene, firmi qui» le disse girandole un foglio manoscritto. «Se sarà necessario la farò chiamare ancora».
La donna firmò con lentezza, come se non ci fosse abituata o come se avesse avuto paura di sbagliare e di dover ritornare in quel posto solo per dover rimediare a un suo errore. Poi si alzò, prese la borsetta e in segno di saluto fece un leggero cenno con il capo. Lui non l’accompagnò. Avrebbe voluto, ma non l’accompagnò; perché quella donna era reticente, o forse no; e c’era poi quella benedetta trave di legno che aveva tutta l’aria di voler proseguire per chilometri al di là del muro oltre la sua stanza. Sentì chiudere la porta e tintinnare il vetro su cui c’era scritto il suo nome. Il silenzio si sparse come un gas soporifero per l’intero palazzo di giustizia che ora si poteva finalmente assopire nella calura del giorno. Si preparò a uscire anche lui; ma non riusciva a liberarsi dell’immagine di quella macchia che si allargava sotto i suoi occhi. La sua mente, per associazione, era volata a quella volta in cui un imputato gli aveva confessato che una mattina aveva chiesto alla sorella che stava allattando il figlio appena nato se poteva succhiargli il latte dal seno per sapere che effetto faceva e che sapore aveva. È proprio strana la vita, pensò, e spense la luce.

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oggetti smarriti«Buongiorno» disse l’uomo con voce squillante inclinando la testa da un lato. Era sulla quarantina, gli occhi chiari e ben distanziati, un viso aperto e piacevole, baffi molto curati e un cappello strano ben calcato sulla testa, da cui si dipartiva una piuma, forse di pavone.
Alla signora Pina, a guardarlo vestito in quel modo strambo, già le veniva il nervoso.
«Buongiorno a lei» rispose l’impiegata tra i denti, come se gli avesse voluto masticare un orecchio.
«Senta, tra gli oggetti smarriti dell’Ufficio, avete anche animali?»
La signora Pina assunse uno sguardo torvo e ostile. Continuò a masticare a vuoto l’invisibile orecchio e chiese: «Dal momento che questo ufficio è  denominato, appunto, Ufficio Oggetti Smarriti una ragione ci sarà, non crede? Certo, a volte troviamo una gabbietta con un uccellino striminzito dentro o, che so, una boccia con un beneamato piranha bisognoso di affetto… ma noi tratteniamo sempre e solo l’oggetto mentre per l’animale, qualunque esso sia, viene interessato il veterinario provinciale. Capisce bene che non posso mettermi qui a preoccuparmi di fare anche il gratti gratti al suo criceto!»
«Sì, certamente» fece l’uomo aggrottando per un attimo la fronte «e quindi immagino allora che un cavallo non l’abbiate trovato. Perché si tratta di un cavallo, non di un criceto.»
«Un cavallo? Santo cielo, no! E poi anche se lei se lo fosse dimenticato per strada, se ne sarebbe occupato allora la Polizia Municipale o i Carabinieri.»
L’uomo ora aveva un’aria delusa e pensierosa. Poi, rimirandosi le unghie fresche di manicure: «Sa, è un bellissimo cavallo bianco, ci tengo molto…» precisò come se quello fosse stato un particolare decisivo.
«Ma lei, scusi, se ne va in giro con un cavallo?» domandò la donna che stava perdendo la pazienza. Lui stava per rispondere, illuminato da un sorriso radioso, quando l’impiegata afferrò in malo modo un modulo giallo da una scatola ricolma di moduli gialli e cominciò a scarabocchiarlo. Aveva compreso che quello era probabilmente l’unico modo per toglierselo di torno.
«Lei si chiama?»
«Principe.»
«Principe?»
«Esatto!» e l’uomo prese l’espressione di chi ci teneva a sottolineare che sì, lo sapeva, il cognome era stupendo.
«Nome?»
«Azzurro»
La signora Pina lo guardò basita. «Lei si chiama Principe Azzurro e cerca un cavallo bianco?»
L’uomo annuì.
L’impiegata diventò all’istante paonazza dalla rabbia iniziando a sbattere le palpebre in modo asincrono come fosse andata in tilt. Ma fu quando, abbassando la testa, mostrò i pugni al cielo che l’uomo si spaventò davvero infilando immediatamente la porta e uscendo di corsa. Un insistente mormorio di dissenso serpeggiò tra gli astanti che, in paziente fila indiana, erano in attesa del proprio turno. La donna cercò di ricomporsi tenendosi per un attimo le tempie tra le dita. Quindi, con voce roca e le lacrime agli occhi, disse: «Avanti un altro!»
«Buongiorno» fece un uomo corpulento, con barba bianca e lunga, avanzando timidamente verso di lei. «Sono Natale, Natale Babbo: avete per caso in magazzino una slitta con otto renne?»

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