Rokas arrivava sempre con un quarto d’ora di anticipo. Questo gli permetteva di ricevere il rapporto della notte sul bimbo e decidere, tra l’altro, se difendere il suo sonnellino pomeridiano come si proteggerebbe una frontiera conquistata a fatica.
Da quando sua nuora era morta in un incidente, suo figlio Luknè era cambiato radicalmente. Da uomo sereno si era fatto apatico. Un sacco vuoto dimenticato in uno sgabuzzino. La casa, diceva Rokas, era rimasta in piedi, ma mancava la gravità che potesse tenerla dritta. E la notte era il momento peggiore. Benas si svegliava spesso, a volte senza piangere, come se attendesse. Il figlio gli restava allora accanto, un automa scarico, finché la luce dell’alba non lo sorprendeva ancora vestito.
Per questo Rokas si recava da lui ogni mattina. Non per dare una mano, ma per tenere Luknè. Per impedire piuttosto che la disperazione inghiottisse il figlio e ne facesse quello che voleva.
E poi c’erano quegli strani discorsi che a volte faceva.
Che senso ha la mia vita, ora? Diceva scuotendo la testa.
Non sarebbe meglio finirla qui?
Poi, ogni volta si riprendeva. Tornava in sé con quel sorriso un po’ malato, come contento che, dopotutto, fosse passato un altro giorno. Una piccola vittoria sulla vita, per non precipitare. Fino all’affanno della notte successiva.
Così quella mattina, mentre si avvicinava alla casa, Rokas vide un furgone bianco sbucare da una via laterale e infilarsi davanti a lui, con prepotenza. Dovette frenare per evitare il tamponamento. Sul retro, una scritta sbiadita: PRONTO INTERVENTO. E un numero di telefono quasi cancellato.
Il furgone procedeva lento, troppo lento per lui, e ogni tentativo di sorpasso era inutile: strada stretta, troppe curve, auto parcheggiate male. Rokas si ritrovò a seguire quel veicolo con una crescente irritazione. Si faceva tardi. Il programma, in quell’ordinato caos che era diventata la sua esistenza, andava rispettato.
Quando finalmente imboccò la via di Luknè, il furgone svoltò anche lui, accostandosi all’ultimo momento proprio davanti al portone del figlio. L’unico spazio libero.
Rokas strinse i denti, fece il giro dell’isolato e trovò parcheggio a venti metri di distanza. Si fermò e spense il motore. Rimase seduto un attimo con le mani sul volante, come se volesse raccogliere le forze per affrontare il nuovo giorno. Con sua sorpresa, si mise a mormorare una preghiera a mezza bocca, qualcosa che non faceva da tempo.
In quell’istante, capì che nella via non era solo e le parole gli morirono tra le labbra.
Dal furgone scesero due figure, non in tuta da lavoro, ma in lunghe tonache nere che sfioravano l’asfalto, come se la stoffa fosse più pesante della gravità. Si muovevano con calma e professionalità. Una rimase vicino al mezzo, l’altra avanzò verso il portone del palazzo come di chi fosse venuto per una consegna. Poi si fermò. Quella rimasta indietro le porse un attrezzo.
Rokas aggrottò la fronte. Luknè non gli aveva parlato di guasti o di interventi urgenti. Non sapeva di perdite, caldaie rotte o altro. Cosa poteva essere successo?
La figura vicina al portone, ricevuta l’attrezzo, si voltò verso di lui. Rokas lo vide. Era pallido, terreo, come di ceramica grezza. Le orbite erano scure, senza luce. Il tempo di uno sguardo e Rokas sentì lo stomaco contrarsi.
Solo allora riconobbe la forma del bastone che aveva in mano. Non era una pala. Era un bastone, brandito con sicurezza e perizia. Con una lama in cima che gli rimandò un bagliore sinistro rilanciato dalla luce dei lampioni.
Rokas sentì una fitta in petto, come se quella stessa lama fosse entrata tra le sue costole. La mano volò verso la maniglia della portiera, tirandola con forza. Ma non si aprì. Riprovò, più forte, sperando che la forza potesse convincere il metallo. La serratura non cedette, il pulsante di apertura sul telecomando non rispose. L’auto lo teneva prigioniero, segregato come una cavia. Perché quanto stava per accadere dovesse accadere.
Il vetro del finestrino gli restituì in un lampo l’ombra sbiadita del suo volto: era terrorizzato, il labbro inferiore tremava, gli occhi sembravano invecchiati di anni. I due individui davanti al portone del figlio calamitavano il suo sguardo. Quello più vicino al furgone rovesciò improvvisamente la testa all’indietro. E subito, uno stridio acuto e aspro riempì l’aria. Non era un urlo umano, né un suono paragonabile a qualcosa di naturale. Era un graffio sul mondo: mille gessetti contro una lavagna, il suono di metallo che si arrende e si spezza.
Rokas si tappò le orecchie, e qualcosa di caldo gli colò lungo i polpastrelli, macchiando i sedili di un rosso atro. L’aria attorno a lui si saturò in un istante, incapace di contenere quel rumore. Guardò l’orologio: il vetro si era incrinato con un tic secco.
Nel frattempo, le due figure avevano aperto nel portone entrando con determinazione. Rokas batté i pugni sul finestrino, urlò i nomi di Luknè e Benas. Ma le sue parole rimbalzarono nell’abitacolo come colpi a vuoto. Proiettili impazziti senza una via di uscita.
La strada era deserta. Nessuno ai balconi. Era un’ora in cui la città viveva solo dentro le case. Il marciapiede gli appariva un lastricato vuoto e desolato.
Nel buio dell’androne si accese la luce temporizzata. Rokas la vide attraverso il parabrezza: un rettangolo giallastro che si proiettò prepotentemente sulla strada quasi volesse catturarlo. Poi, arrivarono da dentro voci confuse. Frasi spezzate, parole concitate, una discussione trattenuta. Le voci continuarono ancora per pochi istanti e poi si affievolirono, come se si allontanassero.
E poi, più nulla. Solo silenzio. Una superficie liscia d’acqua a nascondere nel suo profondo orribili mostri.
La luce rimase accesa per un tempo interminabile.
Chissà perché, pensò: finché la luce non si fosse spenta, tutto sarebbe stato ancora possibile, nulla poteva succedere. Oppure tutto era già accaduto, e quella luce illuminava solo la scena con la fredda obiettività di un tavolo autoptico.
Poi il portone si aprì di nuovo.
I due figuri uscirono come erano entrati, calmi, burocratici. Quello con il bastone con la lama in cima tirò fuori uno straccio sporco e cominciò a pulirlo con gesti lenti e precisi, come se stesse pulendo un attrezzo dopo un lavoro sporco ma necessario. L’altro, appena dietro, teneva una cartellina. Si fermò un attimo sotto il lampione, la appoggiò sul cofano del furgone a compilare un documento. Scriveva con la penna senza mai fermarsi. Non pensava, non rifletteva. La mano correva qua e là sul foglio. Pochi dati da registrare. Il più era stato già fatto.
Finito, infilò il foglio nella cartellina e la chiuse con uno scatto secco. Il collega ripose lo straccio. Nessuno dei due si guardò più attorno. Rokas era lì, prigioniero in quella bolla nata e cresciuta in una realtà inaccettabile. Oramai non lottava più. La rassegnazione era una coperta umida e gelida.
I due salirono sul furgone. Le portiere si richiusero con un suono metallico, del tutto ordinario, banale. Il motore del furgone fu acceso e il mezzo partì allontanandosi lentamente, svoltando appena possibile per poi sparire in fondo alla strada.
Rokas restò a fissare il portone.
La luce dell’androne all’improvviso si spense. Rokas sobbalzò come se non se l’aspettasse più. Il buio racchiudeva ora in sé la verità, come in uno scrigno da non aprire mai più.
Si accorse che la sua mano era rimasta sulla maniglia della portiera, nella tensione di aprirla. D’un tratto la porta fece uno scatto e si spalancò.
Non scese subito. Rimase seduto, con le mani ancora raggrumate di sangue, quasi fosse stato lui a commettere il delitto.
Uscì. L’aria di fuori gli parve troppo leggera, diafana, impalpabile.
Fece un passo verso il palazzo. Poi un altro. Non osava scoprire la verità.
Dopotutto, pensò, finché non avesse visto con i suoi occhi, non sarebbe successo veramente.
Poi le gambe gli cedettero.
Si accasciò per terra.
Le lacrime presero a bagnargli le dita portando con sé i coaguli secchi.
