Recensione : La città e le sue mura incerte

Ho aspettato che trascorressero alcuni giorni dalla fine della lettura del libro di Haruki Murakami La città e le sue mura incerte per scrivere questa breve recensione.

Desideravo che le impressioni decantassero un po’ nella mia testa sperando che nel frattempo potessi guadagnare in obiettività. E ciò in quanto il libro di questo Autore, che amo molto (tanto da aver letto, credo, tutte le sue opere) mi ha questa volta lasciato parzialmente deluso.

L’atmosfera che Murakami sa creare in questo lavoro porta senz’altro la sua impronta stilistica indelebile (trovo anzi che la capacità di saper definire un’atmosfera sospesa, rarefatta e onirica, sia, in effetti, la sua cifra stilistica più riconoscibile) ma mi pare che, nell’arco della lunga produzione letteraria, abbia accentuato sempre più la tendenza, nell’ambito del realismo magico da lui abbracciato (almeno nella prima parte della sua carriera) a sconfinare in modo marcato nell’irreale, tanto da dare l’impressione che ogni tanto perda la strada per tornare indietro, con il rischio concreto di infrangere il patto narrativo con il lettore sia quanto a credibilità che a verosimiglianza.

Avevo già notato questa deriva, qua e là, nelle sue opere precedenti (come in particolare in 1Q84 e ne L’assassinio del Commendatore) e adesso la trovo confermata in questo libro. A parte che possono essere colte nel testo, a dispetto delle 560 pagine, più di una questione da ritenere come non risolta e/o non chiarita della trama (che per lui è, come al solito, secondaria ed evanescente rispetto a quella sorta di ‘nebbia sognante’ che tanto gli è caro formare) sono anche da annoverarsi a mio avviso diversi strappi nel tessuto della coerenza narrativa tanto da creare dei nonsense dissonanti che sorprendono (negativamente).

Se il limite tra il reale e il fantastico non è, sempre secondo la mia modestissima opinione, una linea netta tracciata sul terreno malfermo della scrittura ma una, più o meno, ampia zona grigia di interregno, non significa però che si possa anche far entrare nell’opera tutto ciò che la fantasia ti detta lì per lì perché l’inammissibilità è sempre in agguato e il margine che c’è tra il fantastico e il fantasioso è sottilissimo.

Il realismo magico dovrebbe essere in altre parole un terreno di mezzo che separa non la realtà dall’irrealtà o la realtà dall’assurdo, ma la realtà dalla magia letteraria. Quando si vive nel racconto la magia narrativa la si dovrebbe percepire come un’espansione della realtà descritta nel libro, non una situazione a se stante, svincolata dalla stessa realtà e sua sostituta, qualcosa cioè di contiguo che nella realtà mantiene (salde) le sue radici e da cui trae nutrimento.

Si dovrebbe essere portati in altri termini a credere che quanto narrato sia accettabile, verosimile e tutto sommato possibile (ne sono stati maestri coerenti Buzzati, Garcia Marquez, Saramago, Allende, Calvino, Borges, Kafka per citarne solo i primi che mi vengono in mente) perché il Magical Realism non è mai il Fantasy e la realtà e la magia devono risultare mescolate e non in sospensione catalitica tra loro.

Qui siamo allora molto distanti da Norwegian wood, anzi, pericolosamente lontani, potendosi percepire persino una certa stanchezza da parte dell’Autore nel tracciare nuovi percorsi narrativi avendo trovato piuttosto (inconsapevolmente forse) più comodo avvalorare soluzioni più semplici (e più facili) e meno metabolizzate.

Guizzi geniali e pensosi ve ne sono sicuramente diversi e non fanno di certo rimpiangere la lettura; nonostante queste mie osservazioni.

Voto: 3 briciole e mezza (a malincuore).