Se ne parlò per diverse settimane su tutti i giornali. Un colpo d’ingegno, si era scritto, come non si credeva possibile potesse aver avuto Filippo Argànico, Sindaco delle grande intese ma dalle ristrette vedute. Il partito di maggioranza “Cécere domani”, di cui era espressione, lanciò l’iniziativa “Premier subito”.
E infatti quella mattina, era arrivato in giunta con un sorriso che non gli stava neppure in faccia tanto era largo. Aveva le mani ingombre di progetti, stime di impatti ambientali, statistiche multivariate, sudoku non finiti, persino riviste e libri ponderosi.
Si era dovuto far aiutare dal “Chierichetto”, come tutti chiamavano il suo vice tuttofare (tanto che nessuno più ricordava il suo vero nome). Pur capendo sempre molto poco di quello che accadeva attorno a lui, riceveva costantemente via radio, attraverso un auricolare collegato con la sede del suo partito “Rose e Fiori”, le istruzioni su come dovesse via via regolarsi. Nessuno in Giunta ebbe il coraggio di approfondire l’argomento e conoscere per esempio chi in realtà avesse suggerito al Signor Sindaco quella soluzione così geniale (se il gruppo di briscola del bar preferito, alcune sospette frequentazioni malavitose locali o, più verosimilmente, la sua domestica asiatica). Oppure per sapere cosa avesse dovuto esattamente promettere alla join venture sudcoreana interessata all’affare. Vista l’inaspettato seguito mediatico, addirittura sfociato in un interesse da parte della sempre irraggiungibile sede di Roma, si accontentarono di complimentarsi.
I partiti al governo non tardarono ad accaparrarsene il merito, se non dell’idea almeno della sua pronta realizzazione. Il progetto del Signor Sindaco di costruire un parco eolico di ultima generazione di un centinaio di turbine sulla collina che domina il paese avrebbe risolto i non pochi problemi finanziari ed energetici di Cécere. La ridente cittadina aveva infatti le casse asfittiche in perenne fame di energia per il settore industrializzato emergente e le necessità cittadine in crescita. E, grazie all’insperato sponsor sudcoreano, conosciuto personalmente dall’Argànico alla sagra internazionale del cocomero nano che si tiene a Cécere ogni hanno il giorno dell’Assunta, sarebbe stato possibile installare, pressoché a costo zero, e per di più sul terreno incolto a sud del paese, un numero sufficiente di pale.
Sfruttando i venti costanti provenienti dal mare, sarebbero state in grado di produrre tanta energia elettrica da poterla rivendere.
Approvato il piano in brevissimo tempo, una ditta specializzata, i cui addetti erano arrivati appositamente in aereo da Seul, al comando di Park Linkin-Park, per tutti l’Uomo di Seul, montò a tempo di record, in modo efficiente e impeccabile, le novantanove turbine. A parco attivato, l’opinione pubblica era tutta contenta e soddisfatta.
Quasi tutta.
L’U.R.C.A., un’agguerritissima associazione ambientalista nazionale, già famosa per aver salvato il mastino vesuviano, il topo muschiato delle Nebrodi e il verme solitario, entrò in azione. Aveva visto nell’opera un’aggressione inaudita al territorio (come si leggeva testualmente nell’atto di pubblica denuncia) manifestando, così, sin dalle prime ore del varo dell’iniziativa, una feroce quanto fiera opposizione.
Dapprima si contestò che il rumore di cento turbine eoliche, trasportato dallo stesso vento che le avrebbe dovute far funzionare, si sarebbe abbattuto come un ariete sulle povere case di Cécere assordando i poveri compaesani di giorno e impedendo loro di dormire la notte. Il corrosivo pamphlet era documentato da perizie giurate, autorevoli opinioni di cattedratici illustri e accurati studi effettuati nella galleria del vento della Fiat 500.
Dopo che dal Comune fu confutato scientificamente questo assunto, dimostrando che il ventilatore di casa era in realtà molto più rumoroso dell’intero parco, si accusò il Sig. Sindaco di aver voluto deturpare uno dei luoghi più belli della regione azzerando il turismo e, in particolare, il settore alberghiero e disturbando le coppiette clandestine che lì trovavano un po’ di intimità.
Il Comune ribatté che la zona era impervia, inospitale (tant’è vero che la zona era denominata Valle della Luna) e buona solo per dare alloggio a vipere e ratti grassi come porcellini e che l’unica struttura alberghiera aperta era la locanda della signora Pina, che però, notoriamente, era un albergo a ore.
Si sostenne ancora, da parte dell’associazione ambientalista, che la rotazione simultanea di tutte le pale avrebbe creato al suolo una sorta di depressione termica. Questo avrebbe impedito la regolare impollinazione delle piante e in particolare della magnaleuca tenuifolia. Si trattava di una rara pianta selvatica già minacciata dalla siccità e dalla desertificazione montante, e che sarebbe stata così destinata alla sicura estinzione.
Ma, dopo essere stato accertato che dalle pale in realtà non veniva scaricata al suolo alcuna turbolenza, essendo quelle collocate a più di cento metri da terra, e che la magnaleuca tenuifolia era, bontà sua, già estinta da almeno una ventina d’anni, l’U.R.C.A., a corto di idee, si acquietò.
Dopo circa sei mesi, sul finire di agosto, una delegazione di belligeranti ambientalisti della cellula locale della sigla citata tornò alla carica e fu ricevuta urgentemente dal Sindaco.
Il loro Leader, Giangiacomo Giacometti, che condivideva con l’Argànico l’invidiabile stazza da tipica botte da stoccaggio per vino da tetrapak, apparve per una volta, oltre che serio, oltremodo compreso nel ruolo. Aveva la faccia del gatto che sapesse di trovare la propria scodella già piena dei croccantini preferiti. Sapeva che con le argomentazioni che avrebbe portato sulla scrivania del Sig. Sindaco, avrebbe fatto il botto.
Argànico e Giacometti, peraltro, non si sopportavano dalle scuole elementari. Avevano litigato sempre per avere le attenzioni di Marlene la Rossa, che non li aveva però mai filati nemmeno di striscio, pur facendosi tutti i ragazzini del plesso scolastico. Crescendo, la situazione tra i due uomini era solo peggiorata.
Quando l’Argànico vide entrare nella stanza notò che il suo rivale aveva una faccia stramba. Quella di voler dire:
“Guardi, Signor Sindaco, tutte le altre volte che le abbiamo rotto i cosiddetti, stavamo solo scherzando, ora la situazione è davvero grave”.
L’Argànico, che aveva tanti difetti, ma non gli mancava l’empatia politica decise di non scaraventare subito il Giacometti, senza scomodarsi ad aprirla. Preferiva sentire cosa avesse da dire. Anche perché era sicuro di poterlo manipolare. Le elezioni amministrative poi erano prossime e non poteva permettersi scivoloni. Giacometti era insieme ad altre persone. Li fece entrare nel suo studio.
Il Leader si arrampicò sulla sedia, come se fosse una cengia dolomitica, rimirandosi le mani in segno di nervosismo debordante.
Il Chierichetto stava invece con impazienza aspettando informazioni via radio per capire cosa stesse succedendo. Le indispensabili istruzioni stavano però tardando ad arrivare, e lui cominciava a dare segni visibili di panico.
Il silenzio nella stanza, dopo un po’, si fece imbarazzante per cui, dopo essersi fatto precedere da uno dei suoi proverbiali radiosi sorrisi, con cui aveva intortato mezzo elettorato, l’Argànico ruppe gli indugi e chiese cordiale:
«Bene, vi ringrazio di essere qui. In cosa posso esservi utile? Qual è il problema?» e pensò che quella di solito era l’ora di padel.
Giacometti sospirò.
Sospirò, per supporto, anche l’intera delegazione locale U.R.C.A. rimasta in piedi in un angolo con le braccia conserte e il capo chino perché a loro il Sig. Sindaco non aveva detto di accomodarsi.
Nella rappresentanza c’era Pilade Sodi che, notoriamente attanagliato dai morsi della fame, stava mangiando, cercando di non essere visto, un chilometrico panico wurstel con peperonata e sarde. Pilade faceva l’unico impiegato delle poste di Cécere, cosicché quando non c’era lui nessuno più spediva raccomandate o telegrammi.
C’era anche Nazareno Prampilla, da tutti conosciuto come “Nazi” per il suo passato da buttafuori di un noto night in città (quello dove le donne di Cécere di solito vanno a ripescare i loro mariti).
Aveva il cranio rasato e, su tutto il corpo, tatuaggi tribali di teschi e coltelli trafiggenti. Con il solo sguardo avrebbe terrorizzato un fantasma da farlo rientrare subito nella tomba da cui era uscito.
Immancabile era la presenza di Adolfo Tirinnanzi, un uomo gentile e dal viso bonario, calvo eppur forforoso, che tutti però chiamavano “Ada”. Non riusciva infatti mai a staccarsi dai ferri della maglia. Lo rilassava, diceva, lavorare ai ferri e poteva pensare, soprattutto a suoi romanzi rosa che divorava in continuazione.
“Ada” passava il suo tempo a casa anche per badare ai quattro marmocchi indemoniati. A lavorare ci pensava la moglie Uberta, portinaia in un grosso condominio del centro, specializzata in pettegolezzi & maldicenze.
Anche in quel momento “Ada” stava sferruzzando alacremente per fare delle pattine per casa da mettere quando dava la cera.
Dopo qualche altro attimo di studiata pausa, pregustandosi l’effetto che le sue parole avrebbero avuto, il Leader rispose in modo quasi ieratico:
«È presto detto, Signor Sindaco. Il problema è il piro-piro» confessò tutto d’un fiato come se si volesse liberare di un gran peso.
Il Sindaco guardò il Giacometti e poi a uno a uno i delegati affranti a quella notizia. Assentirono fra di loro con un’espressione che esprimeva una ineluttabilità dolorosa, quasi fosse una evidenza infausta, gravida di un viscerale turbamento emotivo non solo per Cécere, ma per l’intera nazione.
Il Chierichetto, da parte sua, stava invece assestando dei colpetti all’auricolare temendo si fosse rotto, visto il perdurante silenzio radio. L’Argànico quindi, trattenendo dapprima il respiro, si avventurò quindi a domandare:
«Il che?»
«Signor Sindaco», disse il Giacometti, cambiando l’espressione di ineluttabile dolore in quella di stupore incredulo per la domanda. «Il piro-piro culbianco!!! Lo Scolopacide dell’ordine dei Charadriiformi…»
Il Sindaco non riusciva a chiudere la bocca non sapendo cosa dire.
Poi se ne uscì con un flebile:
«Ah… quello…. chissà cosa mi credevo…» mentendo spudoratamente sul fatto che avesse una qualche idea su cosa fosse un pro-piro.
Il Giacometti, equivocando la mimica facciale dell’Argànico, si era nel frattempo girato verso gli altri delegati annuendo vistosamente come per significare:
“adesso sì che ci capiamo…” venendo ricambiato da versi gutturali di consenso accompagnati da reciproche sonore pacche sugli avambracci.
In quel frangente, “Nazi” iscritto da sempre anche a un gruppo irregolare di cacciatori per l’abbattimento, tra gli altri, di aironi cinerini, fenicotteri rosa e pettirossi d’altura, prese a messaggiare al suo gruppo per dare loro la bella notizia del più che probabile passaggio dello scolopacide in questione. Era meglio tenere pronti i fucili.
Nel frattempo, all’orecchio del Chierichetto, una voce gracchiò:
«È un volatile migratore limicolo!»
Il Chierichetto si sentì sollevato a riascoltare quella voce. Ora poteva tornare a essere determinante. Pensò. Era ora di dimostrare al mondo intero quanto valesse.
«È una cosa complicata, ne sappiano pochissimo» continuò la voce «occorre studiare bene la questione prima di decidere e prendere posizione… prendi tempo, di’ a Embolo di fingere di svenire, presto…»
Lo chiamavano affettuosamente così, Embolo, per la sua capacità di parlare senza dire mai nulla.
«E cosa c’entriamo noi con un uccello di palude, se mi è consentito…» chiese all’improvviso e in modo inaspettato il Chierichetto sfidando temerariamente le ire di chi gli aveva appena abbaiato di soprassedere.
«Appunto! Cosa c’entriamo, noi?» si accodò il Sindaco sorpreso che, per una volta, il suo inetto vice lo avesse tratto di impaccio da una brutta figura.
«È presto detto» principiò il Giacometti ripetendosi. Tossicchiò. Deglutì. Fece uno schiocco con la lingua.
«La nostra sezione di Amàndola ci ha comunicato che, per certo, un consistente stormo di piro-piro culbianco, per motivi climatici imprevisti e imprevedibili, ha abbandonato una dei suoi percorsi migratori consueti. Come è noto questo prezioso volatile raggiunge, ogni anno, le isole africane subequatoriali per svernare».
«E quindi?» incalzò il Chierichetto che ormai aveva preso in mano la situazione mentre nell’auricolare ora si udiva la voce del Capi dei Capi della sezione di partito che gli stava urlando di stare zitto e di zittire Embolo.
«E quindi… è presto detto» fece ancora il Giacometti, ormai monocorde, sciogliendo finalmente le dita intrecciate le une alle altre così tante di quelle volte da sembrare avesse costruito un canestro. «Lo stormo transiterà sopra il nostro spazio aereo». Il Leader pronunciò queste parole aiutandosi con la mano a imitare il sorvolo. Tanto che sembrò a tutti stesse parlando di un caccia F35. Vide che sia la faccia del Sig. Sindaco che del vice erano attonite.
«Cioè, più esattamente dal parco delle turbine» chiarì. «E se non saranno spente le pale ci sarà un massacro».
I due avevano finalmente capito.
L’Argànico si irrigidì mentre il Chierichetto disattivò con calma l’auricolare. Era pronto per la battaglia.
«Le turbine non possono essere spente, né rallentate» sentenziò l’Argànico scegliendo bene le parole. Gli uscirono con tono secco e perentorio. Come se stesse comunicando al nemico che lo stava accerchiando che non si sarebbe mai arreso e avrebbe venduta cara la pelle. «Siamo nel momento di maggior domanda di energia: per l’irrigazione dei campi, per la refrigerazione dei cocomeri nani (che proprio quest’anno si sono fregiati dei marchi DOP, IGP, DVD e LSD), per non parlare degli innumerevoli e svariati usi civili (tra cui l’alimentazione della mia piscina a sfioro).
Insomma, fermare adesso, anche solo per un’ora, le pale, questo sì che sarebbe un vero disastro. E poi per cosa? Per quattro stupidi uccellacci che hanno sbagliato strada?»
I rappresentanti dell’U.R.C.A. non credevano possibile che il Sig. Sindaco avesse usato una espressione simile. Il Giacometti simulò un mancamento. A “Ada” cadde un punto. “Nazi” scricchiolò le ossa del collo e cominciò a battere il pugno destro nel palmo sinistro.
In pochi attimi, innescata dall’oltraggiosa frase, scoppiò una discussione accesissima. Nell’ufficio, iniziò a volare un po’ di tutto, compresa una sagoma in gesso del piro-piro più volte chiamato in causa, pregevole manufatto realistico a grandezza naturale dell’artista locale Pinantonio Canegatti.
Uscirono fuori, da chissà dove, alcuni incartamenti insabbiati dal Comune durante gli anni precedenti e un paio di corpose bustarelle ancora non messe in cassaforte.
Il Sindaco, che dapprima si era difeso lanciando sui più esagitati il Chierichetto approfittando della sua bassa stesura e del peso insignificante, si era ora rifugiato sotto la scrivania, come fosse in un bunker.
“Nazi”, come al solito, più testa calda degli altri. Scattò come un puma e, forte dei suoi muscoli grossi come pitoni, assestò con rara precisione al Chierichetto, al volo, una manata all’altezza dell’orecchio. L’auricolare andò a far compagnia all’ipotalamo.
La rissa durò fino a quando “Nazi”, il cui il secondo wurstel misto peperonata e sarde si era sciacquato un po’ troppo nel suo stomaco, emise un sonoro rutto che piegò in due la piantana della lampada alogena che aveva di fronte.
Si spaventarono tutti. Persino “Nazi” che subito spalancò la finestra per far cambiare l’aria.
Anche Gilda, la segretaria minorenne del Sindaco, era entrata di corsa nella stanza, chiedendosi come avesse fatto un elefante a entrare nello studio senza che lei se ne accorgesse. In fondo aveva appena finito di chattare al cellulare e rifarsi le unghie.
L’Argànico, rialzandosi da terra dove finse di aver perduto l’accendino, la rassicurò strizzandole un occhio. Lei gli mandò un bacino, facendo il segno del “dopo”.
Gli animi sembrarono calmarsi.
Il Chierichetto però non si trovava più. Si cercò anche fuori dalla finestra in giardino, in cima all’albero, tra le ortensie, Nulla. Alla fine, in segno di rappacificazione, “Ada” lo restituì. Ci si era seduto sopra anche se per proteggerlo.
La Giunta fu però irremovibile: le pale del parco eolico avrebbero continuato a girare. Per l’eternità.
La delegazione se ne andò inferocita. “Nazi” diede un pugno contro il muro facendo cadere tutti i quadri della stanza.
La reazione ecologista nei giorni seguenti si fece epica.
Man mano che si avvicinava il giorno fatidico previsto per il transito aviario, si moltiplicarono i sit-in di digiuno, le proteste in topless della nonna del Giacometti di anni 95 e le arringhe inneggianti l’insurrezione armata.
Droni presero a sorvolare la zona riprendendo gli uccellini volo e regalando agli appassionati immagini indimenticabili. Era una cronaca minuto per minuto, come a un giro d’Italia. Presi dall’entusiasmo delle riprese storiche, gli organizzatori si avvicinarono un po’ troppo con i droni ai piro-piro. Ne vennero abbattendone diversi al grido: “La gente deve sapere”. Questo spezzone dei video per fortuna non fu mandato in onda, anzi fu subito cancellato.
Ci sarebbe dovuto essere anche “Nazi” a picchiare a caso la gente intervenuta, giusto per dare la colpa alle solite frange estremiste e alle strumentalizzazioni in atto per destabilizzare il sistema. Ma era impegnato altrove, con i suoi compagni di caccia di frodo. Stavano costruendo capanni di caccia improvvisati intorno alla Collina della Luna. Avevano preparato, con tecniche casalinghe, anche dei travestimenti in tessuto da piro-piro, pronti da indossare al momento giusto per completare la mimetizzazione.
La casa del Signor Sindaco fu presa d’assedio, giorno e notte, come un accampamento di cowboy da pate di una tribù inferocita di Comanche. Il parroco ne approfittò per organizzare una coreografica processione dentro alla città. Si fece prestare, per la bisogna, una statua di un santo a caso dal Comune vicino, perché tanto uno vale l’altro e la processione viene meglio.
Pilade minacciò persino di legarsi alle pale girevoli della pala eolica più grossa, ma poi, essendo stato avvertito che sarebbe dovuto rimanere a stomaco vuoto per tutta la durata della contestazione, si rifiutò in modo categorico. Preferì farsi incatenare a una pala. Scoprendo poi che era l’unica che non era in funzione.
Ogni sforzo per far spegnere l’impianto, alla fine, fu dunque vano. Il Sindaco era rimasto fermo sulle sue posizioni. Gli apparati dei partiti che si erano imbarcati in questo scellerato progetto erano soddisfatti. Dalla incomunicabile sede di Roma arrivò un plauso.
La piantagione di hashish nella serra della megavilla del Sindaco era salva.
Per fortuna, subentrarono motivi climatici imprevisti e imprevedibili, del tutto opposti ai precedenti. Così lo stormo cospicuo dei volatili limicoli, all’ultimo momento, passò a circa trenta chilometri più a ovest di Cécere. Fu evitato così fortunosamente il parco e, di conseguenza, la sicura carneficina di piro-piro.
La evitò, si scrisse poi in alcuni articoli scientifici, perché l’istinto aveva suggerito loro di fare così (oltre al fatto che non ne potevano più di vedersi ronzare attorno i droni).
Il giorno successivo al programmato passaggio, infatti, proprio mentre le turbine erano al massimo della loro potenza, si abbatté nell’ambito limitato della Valle della Luna, una grandinata di straordinaria violenza.
Non si era mai vista in quella zona a memoria d’uomo, una tempesta simile. I chicchi di grandine erano grossi come cocomeri nani. Si commentò.
A “Nazi” appostato da giorni con il suo gruppo con il suo fucile a pompa alla notizia dell’allontanamento dei pennuti ebbe una crisi isterica. Demolì a pugni l’intero capanno.
Tutti si dimenticarono di Pilade rimasto incatenato alla pala sbagliata. Ma finché ebbe dei viveri da mangiare, e ne aveva davvero una invidiabile scorta, non protestò per farsi venire a prendere. Lo liberò l’ultimo della coda che si era venuta a formare davanti alle Poste di Cécere oramai chiusi da diverse settimane.
La tempesta fu epocale e durò al massimo dodici minuti, persino tredici come ebbero a puntualizzare i più pignoli. Ma fu sufficiente perché i due terzi delle pale venissero seriamente danneggiate e rese inutilizzabili. Le turbine si spensero, uno dopo l’altra, con un effetto domino inarrestabile, e di loro, con il tempo, giusti gli insostenibili costi di riparazione che non furono mai affrontati per la sopraggiunta carenza di fondi, non rimasero che pallide impalcature scheletriche a testimoniare la folle ingordigia degli uomini.
Il più grosso dei chicchi fu gelosamente conservato con orgoglio in un cubo di resina acetal-polivinilica nella sede principale della cellula di Cécere. Ancora oggi fa bella mostra di sé in una teca di cristallo. Ed è meta di escursioni di arzilli pensionati e scolaresche annoiate che arrivano da tutta la regione a sfinirsi di selfie e di gadget turistici.
Il fatto fu vissuto dai simpatizzanti dell’U.R.C.A. come suprema espressione di giustizia giusta. E furono soddisfatti.
Il Sindaco, sopraffatto, dalla débâcle. Dovette dare le dimissioni, incendiare la piantagione di marijuana andata perduta e vendere la villa. Cadde in disgrazia tanto che si imbarcò da solo su una nave da crociera per fare il clown alle feste di bordo. E di lui si perse ogni notizia.
Il Giacometti assaporò finalmente, dopo tanti anni, la sua meritata vittoria.
E un pensiero tenero e ancora innamorato volò a Melania la Rossa. Ora probabilmente sarebbe riuscito ad attirare la sua attenzione. Chissà dov’era. Chissà cosa faceva.
In quell’istante l’Argànico, passando a fine turno, davanti al teatro due del ponte nord, vide una showgirl che, un po’ discinta, provava il suo numero. Era bellissima, provocante, avvenente. La riconobbe.
Era Melania la Rossa, che ora si faceva chiamare Marilù. Era su quella stessa nave.
Lui si avvicinò e lei lo riconobbe. Si salutarono, si abbracciarono. Ricordarono i bei tempi.
I due presero di nuovo a frequentarsi tanto che mesi dopo si sposarono ad Acapulco dove ebbero dieci figli.
Il Chierichetto era invece tornato nell’ufficio dell’ex-Sindaco. Cercava disperatamente i suoi auricolari, ma non li trovò.
E fu così che non seppe mai più cosa dire.
Intanto, lungo la spiaggia di Cécere mare, a ridosso degli scogli, là dove vivono, da quando sono comparsi sulla terra, cannolicchi, granchietti e polpetti di scoglio, si materializzò all’alba l’Uomo di Seul. Non se n’era mai andato, era rimasto a osservare quella strana gente un po’ bizzarra, un po’ pazza che litigava, urlava e faceva la pace.
Rise di quella fretta, prima di comprare le pale eoliche e poi di farle fermare. Quando sarebbe bastato controllare bene il materiale utilizzato per le turbine per capire agevolmente che non sarebbe durate a lungo. Poi la grandine ci mise del suo e accelerò il processo di distruzione.
Ne avevano di riso da mangiare prima di avere la metà della sua scaltrezza.
Adesso Park Linkin-Park si trovava lì a godersi quella pace paradisiaca. Il mare che respirava dolcemente, avanti e indietro come se dormisse su quella battigia morbida. Strizzò i suoi occhi piccoli e aguzzi. L’isoletta sulla sinistra, le barche a vela sulla destra. Un motoscafo veloce più in là che sfrecciava a pelo d’acqua. Una fiaba indimenticabile.
Si chinò sulla sabbia rosa per la presenza della rara conchiglia Rosalaria infinitesimalis che rendeva quella costa unica e caratteristica. Ne raccolse una manciata. Ne assaporò con le dita la consistenza di velluto e avvertì nelle sue narici il profumo intenso di legno marino, talco e zucchero di roccia.
Poi si alzò in piedi.
Sorrise di soddisfazione. E poi, fattosi serio, fece un segnale agli uomini radunati alle sue spalle come un esercito pronto all’attacco.
Era l’ordine per l’esecuzione alla parte più cospicua della grande intesa con il Comune.
I bulldozer, come sofisticati carrarmati avveniristici, cominciarono, a ridosso del mare, gli ampi scavi per costruire i primi hotel ipertecnologici, “Made in South Korea”.
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