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Posts Tagged ‘bambino’

«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

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«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

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Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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scaleLo incontrava sempre sulle scale. Aveva anche cercato di anticipare il suo ritorno o di ritardarlo, ma il risultato era sempre lo stesso: lui saliva e l’altro scendeva. Gli si parava davanti all’improvviso, quasi aspettasse di sentire lo scalpiccio sui gradini. Usciva con irruenza dalla porta della sua abitazione con quell’odiosa aria caracollante da nave che presti le fiancate a onde troppo alte per la sua stazza, una barbetta da professore saccente, lo sguardo impenetrabile e fisso come di chi non si cura del mondo intero. Una persona di per sé antipatica se non fosse stato, in modo inammissibile, che non rispondeva al suo saluto. E dire che erano scale tanto strette che per far scendere o salire qualcuno, l’altro doveva mettersi un po’ di lato. Non vedersi era possibile, ignorarsi un affronto.
Possibile mai che non mi debba rispondere?’ pensava Onofrio rientrando ogni volta furibondo in casa sua. ‘Ma come si permette?’ ‘Chi si crede di essere?
E, nonostante ogni sera masticasse amaro e si ripromettesse per l’indomani di non salutare più il cav. Livolsi (così c’era scritto sulla targhetta sopra il suo campanello) qualunque cosa accadesse, fatalmente, appena lo incrociava, il saluto gli usciva spontaneamente dalla bocca, come se avesse avuto vita propria, e altrettanto fatalmente Livolsi atteggiava il volto a una espressione di cera, a quello che sembrava un sorrisino prestampato, continuando a scendere i gradini in un silenzio glaciale.
Un giorno, salendo le scale e rimuginando il suo proposito definitivo di starsene zitto e di ignorare ostentatamente il suo vicino, lo vide uscire con il solito impeto, ma non era solo: c’era una bambina insieme a lui. Onofrio, disobbedendo ancora una volta ai suoi buoni propositi, fece una cosa che non pensava avrebbe mai fatto. Si chinò all’altezza della bambina e la salutò cordialmente; e la bambina, con un largo sorriso, rispose: «Buonasera a lei, Signore…»
Onofrio per un attimo chiuse gli occhi per l’emozione. Ebbe un capogiro. Poi si voltò verso la bambina: «Almeno tu mi rispondi, non sei allora come tuo nonno…» gli scappò di dire.
«Ma cosa dice, Signore!» fece lei assumendo uno sguardo severo mentre il cav. Livolsi proseguiva la sua discesa ignorando la scena. «Mio nonno, poverino, è sordomuto dalla nascita…»
Onofrio rimase senza parole. Non sapeva che dire. Non ci aveva pensato.
Il cavaliere intanto aveva svoltato la rampa, subito seguito dalla bambina che lo raggiunse di corsa.
Onofrio era invece rimasto lì, sul pianerottolo, immobile, senza avere la capacità di riprendere la salita. Sentì in basso lo scatto del portone d’ingresso e il suo chiudersi con un rumore di legno e di metallo.
Arrivati in strada, il nonno prese per mano la nipotina. I due squadrarono il cielo dove la luna si era velata come per una cena elegante. Lui le sorrise teneramente e indicò la strada alla loro destra: iniziarono a passeggiare mentre la bambina gli si strinse dandogli un bacio all’altezza dell’avambraccio. Il via vai sornione del tardo pomeriggio venne loro incontro con dolcezza tra le vetrine illuminate che promettevano mondi favolosi ricolmi di cose buone e preziose.
«Cos’è che ti diceva quel cretino?» chiese a un certo punto lui.
«Non lo so, nonno, non l’ho capito neppure io…»

hat_gy
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fontanellaMi piaceva abitare in paese. A quel tempo chi stava in campagna se la passava persino meglio di chi era in città. Perché qualcosa da mangiare si rimediava sempre nell’orto o nel bosco e, anche se beccava poco la Guendalina, un uovo te lo faceva sempre.
Quelli erano anche i tempi di Gavroche. Era un bambino cicciottello ma terribile; più grande di noi di appena un anno aveva già la faccia vissuta; aveva una strana cicatrice sul mento che gli prendeva parte della guancia e spesso fumava davanti a noi con l’ostentazione di un Bogart in miniatura. Sua madre era un’appassionata dei ‘Miserabili’ per averli visti in televisione. Voleva chiamare il figlio Jean Valjean poi scelse, chissà perché, Gavroche. E così fu.
Noi cinque eravamo inseparabili. Anche se Gavrò, come avevamo imparato a chiamarlo, faceva il capo-tiranno indiscusso, ci divertivamo molto: stavamo sempre in giro a giocare, a far dispetti alla gente, a rubare la frutta nei casolari, a sentirci grandi, insomma. Fino al 17 gennaio di quell’anno.
Era successo che Gavrò mi avesse sfidato. Mi aveva detto che non sarei mai stato in grado perché io nel gruppo ero il più piccolino e, secondo lui, il più fifone. E non era vero. Non che non fossi il più piccolino, per carità, ma che avessi paura. Vabbè, forse solo un pochino. Ma lui non avrebbe dovuto dirlo davanti a tutti perché poi gli altri cominciarono a prendermi in giro e a ridere di me.
Insomma, per farla breve, Gavrò sosteneva che non avrei mai avuto il coraggio, in una notte di plenilunio, di andare alla fontanella della piazza. Perché con il plenilunio, la fontana, anziché buttare acqua, faceva uscire sangue. Nel medioevo, infatti, gli aveva raccontato il nonno, proprio dove c’era la fontana, avevano trucidato una vecchia in odor di stregoneria. E così attorno alla fontana, con la luna piena, le streghe avevano preso a riunirsi per celebrare il loro sabba: cantavano, ballavano e bevevano sangue; se disturbate, però, si arrabbiavano e ti portavano via lontano con loro.
Difficile dire, a quel tempo, se fosse vera o no questa storia. Piuttosto non potevo permettere che i miei amici continuassero a canzonarsi di me. E allora mi feci coraggio e il primo plenilunio dell’anno, appunto la notte del 17 gennaio, ci andai. Gavrò mi disse che però avrei dovuto portare le prove della mia impresa. Mi diede una siringa di vetro che aveva trovato nella spazzatura dietro all’ospedale. Con quella avrei dovuto aspirare il sangue dalla fontana e portarla con me.
Cenai poco quella sera e, dopo che tutti erano andati a dormire, mi vestii e uscii di casa. Era iniziato a nevicare già dal pomeriggio e pareva che il silenzio avesse risucchiato ogni suono nella via. Persino la luna si nascondeva e l’unica luce spiovente dall’angolo della casa era fioca e schermata dalla neve. Avevo voglia di tornarmene a letto perché faceva freddo e la nonna poteva scoprirmi; e forse anche perché quella storia che le streghe mi potessero portare via, in fondo in fondo, non mi piaceva affatto.
Percorsi tutta la via, la traversa con l’edicola e infine, dopo la farmacia, arrivai in prossimità della piazza. Non c’era nessuno, ma forse era troppo presto. ‘Meglio‘, pensai. ‘Prendo il sangue dalla fontana e me ne torno a casa‘. I passi sulla neve non sembravano i miei e le scarpe inadatte sgusciavano sotto il mio peso. Ero quasi vicino alla fontana quando avvertii una presenza. Mi sono nascosto dietro a un platano con il cuore che dovette essermi rotolato nella neve per lo spavento. Trattenni il respiro: non volevo che si vedesse neppure il vapore del mio alito. ‘È finita‘. Pensai. ‘Sono loro e mi scopriranno. Che cosa ho mai fatto!
E, invece, da dietro una panchina ho visto comparire una volpe. Si guardava attorno guardinga odorando l’aria. Aveva la neve attaccata al mantello che luccicava sotto la luce del lampione. Sembrava finta tanto era irreale e procedette lenta fin quasi a toccare la fontana; poi deviò decisa sparendo nel buio. Avevo il cuore a mille. Decisi di far presto. Potevano arrivare da un momento all’altro. Aprii il rubinetto e un fiotto violento di sangue si sparse tutt’attorno. Ci rimasi di stucco. Non ci potevo credere. Con le mani che mi tremavano ho aspirato con la siringa il liquido e sono scappato a casa.
Trascorsi il resto della notte agitatissimo. Mi sognavo che le streghe mi venivano a prendere nel letto. Poi d’un tratto mi svegliai, tutto sudato, realizzando che poteva succedere davvero: avrebbero infatti potuto seguire le mie orme sulla neve e arrivare fino a casa. Ho afferrato allora la siringa e l’ho gettata fuori dalla finestra. Almeno il sangue non l’avrebbero trovato. Poi mi vestii di nuovo: era mia intenzione andare a cancellare le mie tracce prima che fosse tardi. Ma appena sulla porta mi accorsi che la neve, anche se aveva smesso di nevicare da qualche ora, aveva coperto ogni cosa. Fu quello il momento, vedendo la coltre intonsa della neve, ad avere la precisa sensazione di aver sognato tutto quanto.
Al mattino mi svegliò la nonna perché andassi a scuola. Mi sentivo sollevato, leggero. Quando arrivai in classe, gli altri del gruppo mi vennero subito incontro con la faccia incupita.
«Gavrò è sparito» mi disse tutto d’un fiato Giannasio.
«Come sparito?» chiesi incredulo.
«Era sicuro che all’alba saresti andato alla fontana. Così ieri mi ha detto che si sarebbe nascosto per sorprenderti e farti paura. Poi non so cosa sia successo. Dicono che le sue orme sulla neve finiscano alla fontana.»

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lampioniIl rumore era stato forte, secco, improvviso. Era notte fonda e il silenzio lo amplificò. Padre e figlio si ritrovarono nel corridoio in mutande come per chiedersi di chi fosse la colpa. Ma lo scambio di occhiate che ne seguì face loro capire che il rumore proveniva da fuori. Il padre accese le poche luci esterne del casolare e, dopo essersi vestito con un pesante giubbotto imbottito, imitato in questo dal figlio, uscì. Sotto il fascio di luce della torcia gli alberi da frutto parevano volersi ritrarre nel buio infastiditi mentre il fumo bianco che usciva dalla stufa si era addensato intorno al comignolo a formare un fantasma incerto se volare via o scaldarsi al tepore del fuoco sottostante. La scena era irreale, trattenuta, vuota. Poi il rumore si sentì nuovamente. Padre e figlio capirono che proveniva dalla recinzione nord, quella rifatta alcuni mesi prima. Girarono l’angolo della casa, con circospezione, notando in lontananza qualcosa che si era incastrata nella rete: si muoveva. La luce non era sufficiente per capire di cosa si trattasse. Probabilmente era meglio tornare in casa e chiedere aiuto, pensarono entrambi senza dirsi nulla. Ma la curiosità ebbe la meglio e si avvicinarono. Qualunque cosa fosse, adesso aveva visto loro che si avvicinavano e stava raddoppiando gli sforzi per liberarsi. Dopo qualche passo, tutto fu chiaro: era un ragazzino. Sì, un bambino di dieci anni, vestito di una tuta da ginnastica leggera, un ghigno stampato sulla faccia. Aveva la testa al di qua della recinzione, così come la spalla sinistra e il braccio che protendeva inutilmente verso un tronchese caduto dentro la proprietà. Scalciava sul terreno per tirarsi in dentro o in fuori senza far alcun progresso. Un po’ imprecava, un po’ gemeva. La mano e il braccio erano graffiati, un rivolo consistente di sangue gli scendeva dalla fronte. L’uomo gli puntò la torcia in faccia.
«E tu chi sei?» chiese con il tono di chi non si aspettava una risposta.
Il ragazzino chiuse gli occhi abbagliato dalla luce; lanciò un insulto nella sua lingua incomprensibile, continuando a sforzarsi per uscire da quella situazione.
«Che facciamo papà?» fece il figlio che provava una sorta di confusa tenerezza.
«Potremmo fare un po’ di caccia grossa…» disse alzando il fucile che il figlio non si era accorto avesse in mano.
«Papà non scherzare, dai…»
Il padre per tutta risposta caricò l’arma e la puntò verso il ragazzino che urlò.
«E perché?» insistette l’uomo «posso sempre dire che, alle tre di notte, l’ho scambiato per un cinghiale «e poi, in fondo, è lui che è sul nostro terreno. E non ci dovrebbe essere…» e chiuse un occhio per prendere meglio la mira.
«Papà smettila, dai, non fare così!»
In quel mentre il ragazzino, come fosse stato risucchiato da una forza sovrannaturale sprigionata dal bosco alle sue spalle si sbrogliò dalla rete per posarsi bocconi un paio di metri più indietro sulla terra umida. Era infatti comparso, come materializzato dal buio, un uomo tozzo, vestito di scuro, con un cappellaccio che gli copriva metà del volto. Aveva afferrato per i piedi il bambino e lo aveva tirato a sé con tutte le forze. E ora, standosene ritto come per far valere le proprie buone ragioni, aveva preso a inveire contro padre e figlio nella stessa lingua sconosciuta del ragazzino, noncurante del fucile che adesso era puntato contro di lui. Un attimo dopo, l’uomo tozzo si prese il ragazzino ancora steso bocconi a terra e, caricatoselo su un spalla tale e quale un sacco di farina, sparì con ampi balzi nella boscaglia. Tutto si era consumato in pochi secondi tanto che, se non fosse stato per quel buco in mezzo alla recinzione, ci si poteva chiedere se fosse accaduto veramente.
«Non gli avresti sparato davvero, eh papà?» gli domandò il figlio che ancora stava tremando per l’eccitazione.
«Vieni, che è tardi…» gli disse sorridendo e mettendogli una mano sulla spalla. «Abbiamo ancora qualche ora di sonno davanti. Che poi dobbiamo andare a trovare la nonna al mare.»
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boeing747Ogni volta che usciva sulla terrazza capiva perché aveva comprato quell’attico. Era l’unico grattacielo della città con la vista a 360 gradi sul territorio. Si dominavano a est le montagne, come le quinte di un paesaggio da impressionista, mentre a ovest si apriva la piana plasmata dai seminativi con, sullo sfondo, il luccichio blu elettrico del mare aperto in un sorriso di benvenuto. All’ombra del grattacielo, appena sotto di lui, le case giallo paglierino del paese parevano piccoli cubi da gioco nell’erba, con i loro tetti integolati di melograno a guardare stupite quel mirabolante palazzo di vetro e ferro che toccava il cielo con disinvoltura. E da quell’altezza, poteva osservare anche i grandi aerei intercontinentali arrivare come naufraghi dal mare e atterrare sulla lunga lingua di cemento stesa al sole pronta a ingoiarli di gusto. Era così vicino, in linea d’aria, all’aeroporto da poter vedere le scritte sulle ali degli apparecchi, ma sufficientemente lontano da non doverne sentire il rombo dei motori. A quell’ora del mattino, poi, la luce sapeva trasformare il panorama in uno sconfinato plastico d’autore tanto da illudere di poter aggiungere qua e là macchie di alberi o una chiesetta in stile o il rudere pensoso di un castello abbandonato. Se non fosse stata per la preoccupazione di quel progetto da presentare il giorno dopo, tenendolo sveglio, avrebbe perso tutta quella meraviglia.
Stava rientrando nel suo studiolo quando un Boeing 777 della Turkmenistan Airlines, dopo la consueta virata per mettersi in linea con la pista principale, ebbe un sussulto. Guardò meglio. La coda del bimotore aveva preso fuoco e la parte posteriore si era staccata come se un gigante invisibile gli avesse assestato un morso vorace. La carlinga, senza più una direzione, aveva preso a beccheggiare vistosamente perdendo quota a ogni secondo fino a quando un’altra esplosione la spezzò in due tronconi uguali che caddero in avanti lanciati come proiettili. Tutto si era consumato in pochi attimi: era sembrato un colpo di scena mal realizzato in un film catastrofico di cassetta. Ma era stato anche uno spettacolo terrificante, perché lui aveva fatto in tempo a veder fuoriuscire i passeggeri dallo squarcio e cadere giù come tante formiche scrollate da uno straccio. Ora, al posto dell’aereo, c’era solo un furibondo fumo denso che si elevava da dietro la cortina degli hangar, diafani come fantasmi accucciati. E il silenzio tutt’attorno.
Aveva ancora lo sguardo fisso su quel punto quando un secondo aereo arrivato da est, di minor dimensioni, forse avvertito dalla torre di controllo di quanto appena accaduto, riprese goffamente quota. Subito dopo, una detonazione accecante all’altezza della cabina impennò la fusoliera sino a portarla ortogonale al terreno per poi farla discendere verso terra come una pietra.
Allora è un attentato terroristico‘, pensò lui con angoscia, ‘un nuovo 11 settembre!’ e afferrò la ringhiera come se si volesse buttare giù per dare un primo soccorso. ‘Dio mio, non ci possono essere dubbi’ si ripeté ad alta voce prendendo ad andare e venire sulla terrazza come per decidere sul da farsi.
Fu quello il momento in cui sentì distintamente, provenire dalla cameretta, la voce del figlio. Si precipitò da lui. Se si fosse svegliato e avesse visto quella scena dalla finestra sarebbe potuto rimanere scioccato, povero piccolo.
«Giovannino, cosa succede, stai bene?» gli chiese entrando in camera.
«Guarda papà, non me sbaglio uno…» disse invece lui, felice, puntando la cerbottana in direzione di un altro bimotore; ‘Baaaang’ fece in uno scoppio di gioia. Un attimo dopo, l’aereo in lontananza esplose come un fuoco d’artificio all’altezza della scritta ‘Emirates’ dividendosi in numerosi monconi che caddero alla rinfusa all’indietro.
«Cosa fai?» gli fece il padre strappandogli di mano la cerbottana e riducendola a pezzettoni. Il bambino impallidì, incredulo per quel gesto repentino; e scoppiò a piangere disperato.
Ma il padre non lo stava neppure più ascoltando. Guardava sgomento dalla finestra verso l’aeroporto. Il fumo degli aerei caduti stava oscurando il sole appena sorto sulla linea dell’orizzonte e una fredda coltre di vapore sopravanzava rapida verso il grattacielo come l’ala di un enorme pipistrello.

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