Notte di Natale

Era nevicato tutto il giorno ma ora il tempo sembrava volgere al meglio. Anzi, il cielo si era rasserenato così tanto che si stava trapuntando di stelle. Il bambino, di vedetta alla finestra, vide all’improvviso cadere pesantemente qualcosa sull’albero di fronte e poi in strada nella neve alta.
«Signore si è fatto male?» chiese il bambino sceso subito nella via dopo aver infilato il piumino del babbo sopra il pigiama. L’uomo era privo di sensi, aveva gli occhi serrati e sembrava dormire.
«Signore, signore… devo chiamare la mamma?» insistette cercando di scuotere l’uomo che non accennava a muoversi. «Signore, senti… che ci facevi sull’albero?» ma quello non rispondeva. Il bambino allora guardò il suo coniglio di peluche che teneva per le orecchie, giusto per avere un suggerimento. Neanche lui però aveva qualcosa da dire. Si voltò indietro per ritornare a casa. Non poteva farci niente a quell’ora di notte. In fondo era piccolino e la mamma e il papà non potevano certo essere svegliati perché erano già andati nel lettone. E poi magari quell’uomo aveva semplicemente sonno e voleva dormire nella neve. Che ne sapeva lui? Oppure era sull’albero a dormire ed era caduto. ‘Anche se gli alberi non sono proprio il massimo per dormirci dentro‘, pensò. Lui preferiva il letto, infatti. No, non poteva stare lì in strada: faceva freddo e poi doveva tornare alla sua finestra per vedere quando Babbo Natale sarebbe arrivato. Non aveva tempo da perdere.
Poi un pensiero gli passò per la testa.
«E se quel signore nella neve fosse proprio Babbo Natale? Magari era caduto dalla slitta mentre passava di lì e le renne non se ne erano accorte. Forse era stanco, si era addormentato ed era scivolato giù. ‘Non bisogna guidare quando si è stanchi. Lo dice sempre papà. E se è davvero Babbo Natale e non si sveglia come farà a portarmi in tempo i regali?’
Così il bambino si diresse deciso in cucina e, sempre senza mollare il coniglio, si versò un bicchiere d’acqua dalla bottiglia in frigo. Uscito in strada, gettò senza tanti complimenti l’acqua in faccia all’uomo per svegliarlo. Aveva visto fare così in tv.
«Signore, svegliati… devi finire le consegne… non puoi dormire, non è il momento… E dove hai messo la tua divisa? Le cose vanno fatte bene, ci si deve mettere la divisa rossa per consegnare i regali, lo sanno tutti, è la regola; mica si può andare in giro la notte di Natale vestito così come uno normale e pure con i pantaloni calati… E i regali poi dove li hai messi? Sono rimasti sulla slitta? Mi senti, Signore? Che numero di cell hanno le tue renne che te le chiamo…» e guardò in alto verso i rami più alti casomai riuscisse a scorgere qualche pacchetto. E così gli venne in mente di guardare meglio. Girò intorno all’albero e trovò una scala. Sembrava un invito a salire. Andò su, uno scalino per volta, sorreggendosi bene con una mano perché con l’altra doveva tenere il coniglio. Arrivò in cima. Non era stato facile ma ce l’aveva fatta. Era forte lui. E pure il coniglio. ‘Che bel panorama!‘, pensò, guardandosi attorno. In direzione del Parco era tutto scuro ma si scorgeva bene il laghetto in cui si stava specchiando la luna. Ci andava spesso con il papà a dar da mangiare agli anatroccoli. E poi, girandosi dall’altra parte, vide anche camera sua e ancora meglio quella dei suoi genitori. Fece appena in tempo infatti a riconoscere la mamma che apparve per un attimo di profilo alla finestra. Era tutta svestita. ‘Prenderà freddo’, pensò. ‘Chissà perché è tutta ignuda. Avrà fatto il bagno. La mamma è tanto pulita e profuma di buono. No, nessun regalo quassù’, si disse allungando il collo, ‘e non c’è neppure nessuna renna’. Fece spallucce e ridiscese.
Nel frattempo, aveva ripreso a nevicare e il bambino, sconsolato, se ne ritornò mogio mogio alla sua porta. Guardò un’ultima volta l’uomo semisepolto dalla neve.
«Almeno anche quell’antipatico di Paolino, in fondo alla strada, rimarrà senza regali» disse abbozzando un sorriso.
E richiuse la porta.

L’acqua del pozzo

«Perché Eugenio non è a tavola con noi?» disse il Conte guardando la moglie che gli sedeva accanto indicando nel contempo una sedia vuota dalla parte opposta.
La donna abbassò lo sguardo sul piatto vuoto.
«Tuo figlio non si degna di farci l’onore della sua compagnia per cena?» chiese lui battendo con forza per due volte e tra loro i palmi delle mani. A quel suono il Capo Sala, Arduino, rimasto immobile fino a quel momento, pressoché confuso con gli arazzi Aubusson del Salone, prese vita all’improvviso andando in cucina a dare ordini.
«Sei troppo severo con quel ragazzino…»
«Troppo severo, troppo severo?» fece lui gridando.
Nel frattempo, alcuni servi erano entrati per portare l’acqua e il vino e le prime pietanze. Il Conte, che non smetteva di scrutare severamente la moglie come se aspettasse una risposta alla sua domanda retorica, portò il bicchiere dell’acqua alla bocca. Bevve. E subito dopo sputò.
«Cos’è questa porcheria? Sa di marcio!»
Arduino sbiancò. Si era scordato di assaggiarla e ora sarebbero stati guai.
«È l’acqua piovana del nostro pozzo, caro, ti è sempre piaciuta…» fece la moglie interrogando il brodo che si stava raffreddando nel piatto.
«Arduino!» urlò il Conte.
Il Capo Sala che era a pochi metri da lui fece un balzo.
«Signore!» disse mettendosi sull’attenti.
«Assaggia» gli intimò il Conte minaccioso.
La mano di Arduino tremava. Prese il bicchiere e bevve. L’acqua aveva un sentore di putrido e gli si rovesciò lo stomaco.
«Allora?» incalzò il Conte.
«Effettivamente l’acqua non è buona, Signore, ma posso spiegare…»
Il Conte ora aveva i pugni sulle anche e sembrava un’anfora etrusca.
«Il Signorino… il Signorino Eugenio, Suo figlio, si diverte a pescare le anguille che vivono sul fondo del pozzo e che servono per filtrare l’acqua piovana… E quando le pesca, perché a pescare è molto bravo, bisogna ammetterlo, le ributta poi nel pozzo per farle sopravvivere; ma spesso le slabbra nel togliere l’amo e loro muoiono perché non riescono più a mangiare. Il sapore dell’acqua è quella di un’anguilla, ahimè, morta Signore, forse da qualche giorno. Domani provvederò a far ripulire il pozzo, Signore… sono mortificato» ammise facendo un profondo inchino e accomiatandosi.
Il Conte ora aveva preso a scrutare nuovamente con rabbia la moglie.
«È questo che fa tuo figlio? Invece di studiare con il precettore?»
«Si annoia caro, non può mai uscire dal Castello…»
«È pericoloso uscire, ne abbiamo già parlato altre volte… ho diversi nemici nella regione che avrebbero buon agio a indebolirmi colpendo la mia famiglia.»
«Ha dieci anni, caro, ha bisogno di giocare con i suoi coetanei…»
«Macché giocare, io alla sua età tiravo già di spada e andavo a cavallo…»
«Ma tu sei un uomo eccezionale, caro, tuo figlio è fragile e minuto… almeno gli permettessi di frequentare i figli del nostro vicino, il Barone di Monrugoso…»
«È un cretino…» tagliò corto lui.

«Papà… aiutami… papà…» disse flebilmente il bambino.
La luna si era appena affacciata sul bordo del pozzo e lui la vedeva dal fondo illuminandogli il viso sporco di fango, l’acqua a sfioro delle labbra. «Aiutami, papà ti prego, ascoltami, sento freddo, non ne posso più… fai presto…»

Il lungolago

lungolagoLa traversata del lago non era a buon prezzo. L’alternativa però era percorrere tutta la costa dell’Angoussière che, come tutti sanno, porta via diverse ore, persino in macchina, con il rischio di rimanere imbottigliati, giù, a Pointe-du-Roi se il mercato del pesce si prolunga più del previsto. E io avevo una fretta del diavolo. Accidenti se l’avevo.
«Non la volevo comprare la tua maledetta barca, vecchio, ma solo noleggiarla…» dissi al casotto di accesso cacciando fuori a malincuore i miei soldi.
«Nel prezzo è compreso il parcheggio della macchina, signore…» rispose lui cercando di nascondere un sorriso un po’ storto.
«Quale parcheggio?» chiesi scorgendo tutt’attorno solo prati.
«Oppure può provare a caricare la macchina sulla barca e portarsela dall’altra parte…» rispose quello non trattenendosi più, questa volta, dal ridere.
Fermai la macchina di lato, senza aggiungere altro. Afferrai la borsa e mi incamminai per raggiungere l’imbarcadero poco distante. La barca era lì che mi aspettava. Era piccola, come temevo, e neppure in buono stato. A bordo c’era già una persona. Mi avvicinai, ancor più di malumore. Mi accorsi poi che era una suora.
«Buongiorno» le dissi salendo a bordo.
Lei mi rispose annuendo senza alzare la testa. Aveva l’ampio cappuccio che le copriva il capo che era chino verso il fondo dello scafo: tra le mani teneva un rosario in legno chiaro che stava sgranando. Decisi di non disturbarla. Scostai lentamente la barca dal molo dopo aver sciolto la gomena. Raccolsi i due remi dagli scalmi e mi misi a remare. Per fortuna ero allenato e ben presto presi la cadenza. Dopo appena una decina di minuti la costa era già distante mentre quella di arrivo era velata dalla foschia. Ogni tanto buttavo l’occhio verso la suora che sedeva a prua, di faccia; non sembrava minimamente interessata a quello che stavo facendo, né si curava di dove ci trovassimo: era solo concentrata sulle sue preghiere. Ogni volta che completava il rosario lo iniziava daccapo, con uno scatto rapido del polso. Sentivo il suo biascicare monotono, ripetitivo; parole soffiate ma solide che cadevano l’una dopo l’altra nell’acqua gelida del lago mentre il remo le impastava con i riflessi verde e azzurri del cielo. Il silenzio stava incartando ogni cosa impossessandosi della barca e delle nostre anime.
Preceduto dal suo cicaleccio discreto, uno svasso maggiore sbucò d’un tratto dalla bruma sfilacciata che aleggiava a tratti sull’acqua come il fumo di un falò spento; si avvicinò curioso, come per accertarsi di chi fossimo, poi planò verso l’acqua dove catturò un piccolo di cavedano che si dibatté per qualche istante nell’aria, senza speranza. Ora mi sentivo sereno, dopotutto; avevo persino smesso di pensare all’incontro del pomeriggio.
«Ecco è successo proprio qui!» se ne uscì all’improvviso la suora. Ebbi un sussulto. Non me lo aspettavo proprio che la donna, a quel punto della traversata, si mettesse a parlare.
«Cosa, è successo qui?» le chiesi dopo un po’. Ma lei non rispondeva.
Poi, mentre la barca continuava a procedere, lei alzò il braccio facendo sbucare dalla ampia manica della tonaca l’indice della mano. Mostrava un punto preciso accanto a lei.
«È questo il posto.» La sua voce vibrava intensa e me la sentivo direttamente nel cuore. Non so perché, ma smisi di remare.
Per un po’ la barca continuò ad andare avanti per inerzia, quindi si arrese al modo ondoso e ipnotico del lago.
«Il mio bambino… il mio bel bambino…» disse facendo fatica a respirare. «Ero rimasta incinta di Gérôme e non potevo tenerlo… sarebbe stato uno scandalo per il convento…»
La donna scoppiò a piangere. E io non sapevo che fare. Non sapevo se avvicinarmi a lei per consolarla oppure no. Non avevo avuto però l’impressione che lei me lo avrebbe permesso. Così rimasi immobile, trattenendo il respiro. Trascorsero altri interminabili attimi; dopodiché lei alzò la testa nella mia direzione e io la vidi bene: era giovane, bellissima, gli occhi chiari incorniciati da lineamenti dolci e regolari; le gote pallide rigate da lacrime disperate.
«Quando ho adagiato il mio piccolo sull’acqua» proseguì lei con la voce rotta dal pianto «lui mi sorrideva. L’ho posato come fosse in una culla e lui è sceso nell’acqua torbida lentamente, guardandomi negli occhi. Non ha smesso mai di fissarmi incredulo fino a quando è sparito inghiottito dal fondo del lago…»
A quelle parole inaspettate e cariche di angoscia protesi istintivamente la mano verso di lei che però non mi vide perché, pur non smettendo di piangere, aveva abbassato di nuovo il capo per riprendere a pregare.
Rimasi in silenzio per qualche minuto. Ma quando mi accorsi che si stava facendo tardi mi misi a dar di remi. Dopotutto non c’era nulla che potessi fare.
Giunto in prossimità dell’imbarcadero di Roche Gauloise girai la barca per poterla ormeggiare più comodamente. Mi aiutò un giovane che si trovava sul pontile; fermò la poppa con un piede per prendere la gomena per l’attracco e poi mi allungò una mano per farmi scendere più agevolmente.
«Non aiuti me, aiuti piuttosto la sorella, per favore…» gli dissi pensando già di dargli una buona mancia.
«Chi, signore? Lei è arrivato da solo…»

Metamorphosis

Si mise a sedere sul letto pochi minuti prima che la sveglia suonasse, la testa più confusa del solito. Se ne ristette seduto, gli occhi chiusi, sperando che il battito del cuore si attenuasse. Sentiva la luce della luna sulla sua pelle. Era là, in alto, appesa da qualche parte nel cielo; bucava i vetri del lucernario e si posava silenziosa su di lui rendendolo irreale. Le palpebre però non ne volevano sapere di aprirsi. Si alzò lo stesso, e a memoria scese le scale infilandosi nel bagno.
Si lavò più volte la faccia. Gli sembrava che quel viso non gli appartenesse. Doveva darsi una regolata, pensò. Basta stravizi. Allo specchio intravvide un colore giallo pallido negli occhi che non gli piacque affatto. Non poteva più far finta di essere ancora un ragazzino.
Durante tutto il giorno ebbe una febbriciattola costante. Anche se appurò che era solo una sensazione perché il termometro testardamente lo avvertiva che invece stava bene. Ma cos’ha questa luce da essere così accecante? Si domandò mentre scrutava fuori dalla finestra senza vedere.
A sera, la stanchezza ebbe il sopravvento sull’appetito. Gli facevano male le braccia e le gambe e, a turno, un po’ tutte le altre parti del corpo. Persino la lingua gli doleva. Era come se si stesse spaccando in due. E aveva un saporaccio in bocca che neppure il collutorio riuscì a diminuire. Addentò del formaggio rimasto in frigo da chissà quanti giorni ma poi lo sputò nel water: masticare gli dava troppo fastidio.
Decise di andarsene a letto, convinto che una buona dormita avrebbe rimesso ogni cosa al suo posto.
Invece durante la notte gli scoppiò un’emicrania insopportabile. La base del collo gli pulsava a intermittenza e la colonna vertebrale lo stava tormentando. Doveva prendere qualcosa se voleva addormentarsi. Cercò di accendere la luce sul comodino ma non ci riuscì. Annaspava al buio alla ricerca dell’interruttore senza trovarlo. Era come se le braccia fossero diventate più corte. Si spinse con il corpo in avanti, oltre il bordo del letto, e finalmente riuscì nell’intento. La luce lo ferì improvvisa quasi gli fosse entrato un ferro rovente negli occhi. Afferrò la confezione degli analgesici che gli sgusciò tuttavia di mano sparpagliando tutte le pillole sul pavimento. Si sentiva esausto. In quel mentre la lingua gli uscì improvvisa dalla bocca a leccarsi il naso e parte del viso. Lo fece più volte senza riuscire a controllarla. Era diventata sottile, ruvida, e si dipartiva al suo culmine in altre due parti ancora più affusolate. Ma che mi sta succedendo? Si chiese. Ma non fece in tempo a mettere insieme una risposta soddisfacente che un guanto di ferro gli artigliò la nuca stringendo senza pietà: il dolore si fece così intenso che svenne.
L’indomani, quando si svegliò, il sole era già alto. Il pulviscolo si muoveva nell’aria secondo un ordine imperscrutabile. Le ombre degli oggetti erano nitide e pesanti. Si sentiva molto meglio, però: era in forze, pieno di vigore. Dopotutto era stato un incubo, pensò. Si era preoccupato per nulla. Forse era stata solo una brutta influenza.
Si accorse di avere fame, una fame impetuosa ed esuberante, come quella che sentiva quando era giovane. Si liberò dalle coperte e scese dal letto nel suo nuovo corpo a squame strisciando sul pavimento in modo lento e sinuoso. Si muoveva agilmente come se fosse nato in quella forma. Davanti alla porta del terrazzo formò larghe spire per allungarsi con la testa fin verso la finestra aperta. L’aria era satura di nuovi odori e di suoni mai uditi. Avvertì ancora prepotente lo stimolo ancestrale: doveva nutrirsi. Se fosse passato dalla grondaia, pensò, sarebbe potuto agevolmente arrivare al primo piano dove c’era nella culla quel bambino di pochi mesi che aveva sentito più volte piangere.
Ma sì, per iniziare la giornata poteva anche andare bene.

L’Uovo di Pasqua

«Paolo, hai preso l’Uovo di Pasqua per Giulio?»
La domanda lo aveva fulminato sullo zerbino di casa. Se n’era dimenticato e un sudore gelato gli corse come un’onda lungo il collo. Il lavoro in farmacia si era protratto più del previsto quel giorno e gli era passato di mente.
«Glielo avevi promesso!» rincarò lei la dose regolando l’occhiata sulla modalità “sufficienza/biasimo”.
Giulio, il figlio di otto anni, stava aspettando poco distante. Ascoltato il breve scambio di parole tra i genitori, prima incrociò le braccia e poi corse via piangendo in camera.

La cena si svolse in un silenzio suboceanico. Si sentiva solo il rumore delle posate, il masticare rumoroso del bambino e qualche suono distratto nella via. Paolo era mortificato. Avrebbe voluto chiedere alla moglie perché mai l’uovo non l’avesse comprato lei visto che era stata a casa tutto il giorno; ma avrebbe scatenato ls solita discussione senza fine da cui non ne sarebbe uscito o, peggio, ne sarebbe uscito a pezzi. Meglio rimanere zitti.
Poi, mentre la moglie serviva il secondo, suonò il campanello della porta. Paolo non aveva fatto in tempo a pensare chi potesse essere a quell’ora che Giulio era già sceso dalla sedia ed era andato ad aprire: come se avesse avuto una premonizione.
E sullo zerbino troneggiava infatti un Uovo di Pasqua che sembrava enorme. Era incartato in modo sontuoso in una confezione con colori sgargianti che ne aumentavano la dimensione. Giulio emetteva gridolini di contentezza, saltando sul posto e battendo le mani; alla fine si mise ad abbracciare l’uovo.
«Ma cosa fai, Giulio… aspetta che ti aiuto a portarlo dentro…» gli disse la madre che ora guardava il marito in tutt’altro modo.
«Allora ci prendevi in giro… sei tremendo» gli disse lei sottovoce regalandogli uno dei suoi più bei sorrisi di sempre mentre lui, avvicinandosi titubante, indugiò sulla soglia per scrutare la strada in entrambe le direzioni.

Fu complicato convincere il bambino a finire la carne. Ma, subito dopo, in pochi attimi, l’uovo fu scartato e riposto sulla tavola in tutta la sua grossezza. Paolo andò persino a prendere il martello tra gli attrezzi del padre e tutto eccitato cominciò a rompere la crosta del cioccolato in più punti. Era di prima qualità, spesso, profumato. Giulio si mise a mangiarlo spingendosi i pezzi in bocca con entrambe le mani. Gli occhi brillavano di felicità.
In fondo si intravide la sorpresa.
«Tieni papà» disse il bambino fiducioso «me lo monti tu?» dando per scontato fosse un giocattolo da assemblare.
Paolo prese il pacchetto con circospezione. Quando erano venuti l’ultima volta in negozio erano stati chiari. Doveva pagare di più e più puntuale o ci sarebbero state conseguenze incalcolabili. Già. Avevano detto proprio così: “incalcolabili”. Sillabando bene la parola.
Si mise il pacchetto in grembo per non farsi vedere dalla moglie e dal bambino che se la ridevano tra loro.
Sì sì, come temeva. Era una pistola arrugginita, senza caricatore. E un proiettile calibro .38. Nella canna era infilata in modo accurato una fotografia arrotolata. Era di Giulio che giocava tranquillo in giardino, in una giornata di sole. Ed era macchiata di sangue.
«Ma papà sei fichissimo…» disse Giulio strappandogli all’improvviso di mano la pistola. «Anche una pistola ad acqua! Grazie… è la più bella Pasqua della mia vita.»

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