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Archive for the ‘racconti’ Category

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

dietro il racconto
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L’inserzione sul sito “JobsInTheSky”, pescato sul dark web, parlava chiaro:

Cercarsi giovane max 16 anni, abile nei giochi di ruolo, orario di lavoro contenuto, ottima paga; mantenere massima riservatezza; astenersi perditempo.

Ad Alf pareva un’ottima occasione per fare un po’ soldi, soprattutto ora che tutti i suoi amici se ne erano andati in vacanza e lui non sapeva che fare. “Abile nei giochi di ruolo, ma che diavolo…” pensò. Sarebbe stata una passeggiata.
Quando arrivò in bicicletta a Jakson Hill aveva pensato di aver sbagliato a prendere l’indirizzo. Ma poi dietro alla curva, in basso, seminascosta dalla vegetazione c’era una casupola o qualcosa di simile. Scese per il sentiero e, una volta davanti alla porta, senza campanello e senza indicazioni, bussò. Passarono pochi secondi e subito un uomo con la barba folta e gli occhi grandi venne ad aprire.
«Sono Alf Cooper, signore, e sono venuto per quel lavoro…»
«Sì, sì…» disse rapido l’uomo sporgendosi fuori dalla porta per vedere se c’era qualcun altro. «Entra.»
Dopo appena due passi fecero ingresso in uno studio, con scrivania, computer e una piccola libreria. La luce spioveva da un lucernario sul soffitto e illuminava il locale come la scena di un teatro. «Questo è un simulatore» disse l’uomo sbrigativo indicandolo da un lato. «Prima di assumerti dobbiamo sapere come te la cavi.»
«Cos’è ‘sto posto?» chiese il ragazzo guardandosi in giro.
«Non ti preoccupare, lo vuoi il lavoro?»
«Sì, certo!»
«Bene allora siediti! C’è tempo per le domande» e gli indicò lo sgabello. «Se passi il test lavorerai a un macchinario un po’ più complesso di questo. Dunque, guarda, è semplicissimo. Immaginati un comandante di un sommergibile da guerra. Devi controllare che queste lancette che regolano i livelli non scendano mai sotto lo zero. Vedi questa fascia dove i numeri diventano rossi?»
«Sì.»
«Perfetto. Se la lancetta va sui valori rossi, si accende ad intermittenza la relativa spia rossa: allora tu, subito, ripeto subito, giri lentamente la corrispondente manopola verso destra fino a quando la lancetta non ritorna al valore corretto. Ogni linea ha però un suo valore preciso e diverso: la linea A, 4.5, la B, 7.8, la C, 9.2… insomma è tutto scritto su questa tabella. Ricordati che l’apertura della manopola va fatta lentamente e solo con la spia rossa accesa perché spesso ci sono fluttuazioni fisiologiche dei valori normali che non sono significative. Bene…» disse battendo una mano sulla spalla del ragazzo «allora, ci vediamo fra un po’…»
«È tutto qui?» chiese Alf deluso.
«Ti sembra semplice? Ottimo, buon segno…» gli disse l’uomo sornione andandosene.
Alf rimase alla console per un’ora. Solo la lancetta D1 era scesa sotto lo zero e lui aveva azionato lentamente la manopola come gli era stato prescritto fino a quando la spia rossa intermittente non si era spenta. Le altre lancette avevano solo fluttuato di qualche grado, ma in modo leggero. Si era anche accesa da un lato una spia gialla fissa, ma non sapeva cosa volesse dire: dopo un po’ si era spento l’intero quadro con un rumore poco rassicurante.
«Hai fatto un buon lavoro, Alf» gli disse l’uomo tornando. «Mi sono dimenticato di dirti che, le rare volte in cui si accende la spia gialla, devi disattivare la console prima che si spenga da sola e ravviarla premendo questo interruttore qui; siccome però questa manovra azzera tutte lancette nei manometri, bisogna riportarle manualmente, come ti ho insegnato, ai loro rispettivi valori tabellari e nel più breve tempo possibile.»
«Ah… ho capito» fece Alf.
«Comunque non ti preoccupare: tanto non succede mai… La buona notizia è che sei stato assunto.»
«Davvero?»
«Certo, sei proprio in gamba. Hai avvertito i tuoi genitori che venivi qui?»
«No, nell’annuncio si raccomandava di mantenere la massima riservatezza.»
«Hai fatto bene, ma prima di procedere dobbiamo festeggiare. Ti va una coca? O preferisci qualcos’altro?»
«Una coca fresca andrà benone.»
L’uomo tirò fuori la coca da un frigo minuscolo la stappò e la servì in un bicchiere. Da un’altra bottiglia riposta sullo scaffale della libreria invece versò per sé in un tumbler un liquido ambrato.
«Benvenuto a bordo, allora, complimenti!» e batté tra loro i bicchieri con un suono argentino.
I due bevettero con calma; poi, posati i bicchieri, entrarono in un’altra stanza. Era molto più piccola della precedente: una poltrona ergonomica troneggiava al centro.
«Accomodati» lo invitò. «La tua console adesso si trova altrove e tu la raggiungerai con questa poltrona semovente.»
«Fico!»
«Per stare più comodo, però, ti metterò un po’ di cinture.»
«Cinture?»
«Sì, noi ci teniamo molto alla sicurezza dei nostri lavoratori… soprattutto quando sono così bravi come te.»
«Ah, grazie, allora è OK» fece il ragazzo provando a sorridere. Appena Alf si sedette l’uomo gli allacciò una cintura intorno alla vita e un’altra, obliqua, la tirò sul torace. Una terza cintura gli tenne bloccata la fronte e una quarta, sagomata, il mento; due fasce di cuoio, infine, gli cinsero strette le caviglie. Poi allungò un sondino estraendolo dal bracciolo di sinistra e, con grande perizia, glielo inserì nel naso.
«Come ti senti?»
«Bene» fece il ragazzo che aveva la lingua un po’ impastata.
L’uomo lo squadrò a figura intera e poi disse: «allora buon lavoro, Alf, rendici orgogliosi di te.» Spense la luce e si chiuse dietro la porta creando una specie di depressione nella stanzetta dove tutto fu immerso nel silenzio e nel buio. Il ragazzo se ne rimase lì, immobile, sulla sua poltrona. Si sentiva vigile, attento, ma anche rilassato e tranquillo come se fosse normale trovarsi in quella situazione.
Con un ronzio la poltrona si mosse. Prima di lato, come se le pareti non ci fossero mai state, e poi in discesa. Il tutto durò parecchi secondi fino a quando non sentì un clang di stop. Poi, d’un tratto, gli si accese davanti una console luminosa. Era enorme: almeno dieci volte quella su cui aveva fatto il test ed era molto più complicata; c’erano numerosi manometri e spie luminose di vario colore, ma anche leve, cursori e altre manopole piccole e grandi, graduate e non. La macchina emetteva un ronzio profondo che prendeva lo stomaco.
«Ciao…» si sentì dire dopo qualche minuto alla sua sinistra. Alf solo allora si accorse che a pochi metri da lui c’era una console identica alla sua e, davanti, una ragazza bionda seduta su una poltrona. «Mi chiamo Sophie e sono danese: sono qui da quasi un anno.»
«Cos’è questo posto?» gli chiese Alf che sentiva freddo.
«È una struttura clandestina di conservazione… ogni manometro in linea che vedi sulla console corrisponde al metabolismo di un organo umano specifico destinato al trapianto… e noi li manteniamo in vita. Siamo in quindici, qua sotto, credo, sedici ora con te.»
«Ma è pazzesco, come si fa a capire come funzionano tutte queste levette e interruttori?»
«Si impara, a forza di sbagliare.»
«Dici? D’accordo… e quando si va in pausa? Ho una gran fame…»
«Non si stacca mai, rimani legato a quella poltrona notte e giorno e ti nutrono con il sondino. I tuoi bisogni li fai per caduta attraverso un buco nella poltrona. Non ti sei accorto che non hai più vestiti addosso? Ogni quattro ore puoi però dormire per dieci minuti. E così via, ventiquattr’ore su ventiquattro, senza mai fermarti.»
«Non è possibile! Ma cosa dici? È un lavoro molto ben pagato ma solo per poche ore al giorno e poi posso tornare a casa… c’era scritto sul sito…» disse lui agitandosi.
«Purtroppo non è così, mi spiace: a casa non ci tornerai più. Per fortuna con il sondino ti mandano già anche qualche sedativo, come quello che ti hanno messo nella bevanda quando hanno fatto il brindisi. La droga ti renderà più sopportabile tutto questo e non sentirai dolore, non troppo almeno. Il guaio è che ci si assuefa facilmente sicché devono aumentare continuamente le dosi…»
Nel frattempo alla console di Alf si era accesa una spia gialla.
«E che succede se mi rifiutassi di collaborare?» Alf non aveva finito di parlare che la console si spense e una scossa elettrica lo attraversò violentemente. Lo lasciò rigido, di traverso sulla poltrona, incapace di parlare e lì lì per perdere i sensi, ma non abbastanza per farlo. E subito un liquido verdognolo comparve nel sondino e gli finì in bocca.
«Ci si abitua presto anche alle scosse; e, vedrai, si capisce in fretta anche come fare per averne il meno possibile…» gli disse dolcemente Sophie, dopo un po’. «L’unica vera scelta l’avrai fra un anno esatto da oggi, anche perché per quella data costerai loro in droga molto di più del vantaggio economico che hanno a farti lavorare qui. Comparirà così sul bracciolo della tua poltrona un pulsante viola… Potrai premerlo in ogni momento e di colpo si staccheranno tutte le cinture che ti tengono immobilizzato alla poltrona e cadrai giù nello sprofondo sotto di noi. C’è un inceneritore là, da qualche parte, almeno così dicono, dove vanno a finire anche tutti gli organi che non riusciamo a far sopravvivere. Questo odore acre proviene proprio da lì. Se c’è l’inceneritore, in ogni caso, lo scoprirò fra pochi giorni. Questo è certo.»

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A tavola

«Venga a vedere, capo…» gli disse Alvise accompagnandosi con un movimento rapido della mano.
Girolamo Fieschi, della impresa ‘Fieschi Bitumi & Asfalti’, guardò il viso del suo capomastro sulla porta. Era corrucciato e non prometteva nulla di buono. Posò sul tavolino il ‘giornaliero’ che gli aveva fatto definitivamente capire quanto fosse in ritardo con i lavori e uscì dal gabbiotto.
«Non ho mai visto nulla di simile, capo» disse ancora Alvise girandosi per un attimo verso di lui e procedendo spedito.
Giunti all’ampio scavo per il secondo plinto del cavalcavia, l’impresario notò che sul fondo c’era come un basamento di colore più scuro, liscio, una specie di enorme coperchio di terracotta come se un gigante avesse dimenticato lì la sua pentola per preparare il pollo alla creta. A perpendicolo e a pochi millimetri dalla terra, quasi volesse rispettare quel manufatto, l’enorme benna dell’escavatore era in paziente attesa.
«Cos’è?» chiese Fieschi meravigliato.
«A saperlo, capo.»
Scesero entrambi nella buca e l’impresario si mise in ginocchio ad accarezzare quella superficie tiepida quasi fosse la schiena di un animale preistorico addormentato e bisognoso di coccole. Il contatto era piacevole.
«Che faccio? Spacco?» chiese sbrigativo Alvise alludendo al braccio dell’escavatore che li sovrastava. Poi, visto che l’impresario non rispondeva, si mise a spiegare: «per me è solo una sacca d’aria; forse anticamente qui c’era una falda acquifera che poi si è prosciugata formando un tunnel di fango… Però ne volevo parlare prima con lei…»
Fieschi lo stava ascoltando e nel frattempo si lisciava la barba incolta che avrebbe avuto bisogno urgentemente di conoscere un barbiere. Pensò anche che avrebbe dovuto chiamare un geologo, per essere sicuri di cosa fosse veramente quella che sembrava una struttura; ma avrebbe perso un mucchio di tempo e la penale per il ritardo sino a quel giorno accumulato gli stava divorando tutto il profitto.
«Allora, che faccio? Spacco?» richiese Alvise smanioso di mettersi al lavoro.
Fieschi lo squadrò: il suo capomastro aveva un’espressione indecifrabile.
«Sì, spacca» gli rispose dopo un po’.
«Bene!» disse quello battendo l’una contro l’altra le mani guantate di giallo. E, morbido come un gatto, nonostante la corporatura sovrappeso, il capomastro risalì dalla buca entrando rapido nella cabina della macchina. Non diede neppure il tempo al suo capo di ritornare su. Assestò un leggero colpo di benna e l’intera volta in creta si sgretolò sotto i loro occhi. Una volta che la polvere si depositò minuta, dopo aver saturato l’aria in una nube densa, si disegnarono dal buio quattro sagome scure sedute attorno a una tavola. Avevano ancora brandelli di vestiti addosso, i corpi mummificati colti nella loro modesta quotidianità; sulla tavola di pietra c’erano persino i piatti di metallo, un coltello affilato e una piccola anfora. Fieschi rimase a bocca aperta.
«Ad occhio e croce è un insediamento del fine Quattrocento» disse una voce tranquilla dietro di lui. Era l’ingegnere-capo Bortoli, impostogli dal Comune, esperto di storia antica con addentellati politici nei palazzi che contano: ma tanto, tanto antipatico. «È un ritrovamento molto importante» aggiunse aspirando avidamente dalla sigaretta elettronica. «Si è sempre creduto, in verità, che da questa parte del fiume ci fossero degli sparuti insediamenti sin dal tardo medioevo, ma un’abitazione di questo tipo, proprio no! Qui addirittura ci sono quattro soggetti mummificati, in ottimo stato di conservazione, vasellame vario e chissà cos’altro: è una scoperta notevole… Complimenti vivissimi.»
«Come complimenti vivissimi!?! Non possiamo notificare il ritrovamento all’Autorità» lo anticipò Fieschi rendendosi conto che gli era uscita una vocina lamentosa.
«Certo che dobbiamo, altroché…» gli rispose l’ingegnere-capo come se avesse emesso una sentenza definitiva di condanna senza appello. «Abbiamo tutti dei doveri, persino lei, sa, cosa crede? Il ritrovamento non appartiene solo a lei o solo a me, ma a noi tutti, alla nostra Storia.»
Fieschi lo guardò bene in faccia per vedere se stesse scherzando. No, pensò subito dopo, purtroppo non stava affatto scherzando.
«Ci metteranno una vita a fare i rilevamenti usando il pennellino da trucco e la limetta per le unghie… li conosco» sbottò subito Fieschi indicando la buca. «Faranno mappe, cartine e papiri a non finire; per non parlare dei carotaggi, delle foto aree e dei video; sarà un andirivieni continuo di persone e strumentazioni di ogni tipo: ci vorranno insomma mesi… e io non consegnerò mai più questo cavalcavia… sono rovinato…» protestò l’impresario controllando questa volta il tono della voce.
Bortoli allargò le braccia. Come per dire: ‘la Storia ha i suoi tempi e i suoi costi’.
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«E allora, capo, tutto a posto?» chiese Alvise aggiustandosi il casco in testa.
«Tutto a posto, Alvì, possiamo procedere…»
«Come mai non sono poi venuti quelli della Soprintendenza Archeologica?»
«Han fatto sapere che non era poi così importante…»
«Capisco… Ma le mummie, là sotto, non erano quattro?»
«Quattro? No no, Alvì, sono sempre state cinque… una era ben nascosta e non si vedeva.»
Le labbra di Alvise si aprirono in un sorriso enigmatico.
«È qualche giorno però che non vedo Bortoli…» chiese il capomastro fingendo di volgere lo sguardo in giro e tenendo fermo quel suo strano sorriso.
«Si è licenziato…» disse Fieschi guardando da un’altra parte. «Sai, come si dice: divergenze di vedute… faremo da noi e faremo prima.»
«Capisco… e allora, che faccio, capo? Copro?» chiese sollecito Alvise indicando il tubo dello sparacemento che gli toccava la spalla come fosse la proboscide di un elefante che lo stesse annusando.
«Sì!»
«Sicuro, sicuro?»
Fieschi annuì.
«Bene…» fece Alvise battendo l’una contro l’altra le mani guantate di giallo.
«VAI DI CEMENTO…» urlò agli altri.

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«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

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Ci tenevo molto a intervistarla soprattutto dopo il presunto scandalo del colpo di Stato in Ukbezia dove, si dice, abbia fatto arrivare negli ultimi anni consistenti rifornimenti militari nonostante l’embargo. Essendo notorio il suo astio nei confronti dei giornalisti in genere, d’accordo con Max A’bner, mio amico fraterno e amico personale di Lei, mi son fatto invitare a casa sua spacciandomi per un mediatore immobiliare internazionale, visto che si era risaputo volesse acquistare un megaranch a Los Rojos. L’invito era per una cena in Villa per sole quattro persone: io, Max, una certa Angheleta, un’imprenditrice di import/export di rum di Caracas, cui Lei si è rivolta per tutta la serata con il nome di ‘Bibi bella’ (mi è sfuggito però il cognome che forse era Varéla o Vidéla o qualcosa di simile), e, appunto, Lei, che, per ragioni di sicurezza mia personale, chiamerò qui con un nome di fantasia: PID.
Devo dire che di persona è una signora piacente, piena di fascino, dallo sguardo tagliente e inquieto. Si è dimostrata una donna amabile, brillante, spesso divertente: una perfetta donna di casa. Abbiamo cenato con cibi sopraffini, alcuni dei quali mai visti e di cui non ho afferrato neppure il nome e con vini di altissima qualità senza contare lo champagne millesimato a casse. La conversazione è stata fluida, informale, spensierata come se fossimo stati tutti vecchi amici. Più di una volta mi è venuto il senso di colpa di essermi introdotto in quella casa con un sotterfugio, ma poi, ripensando a quello di cui è accusata, mi convincevo di avere fatto la cosa giusta. E poi avrei potuto fare uno scoop sensazionale: quando mi sarebbe ricapitato?
Verso mezzanotte, quando ormai avevamo tutti bevuto fin troppo, lei stessa ha servito un Armagnac stravecchio proveniente da non so quale riserva speciale e invecchiato, secondo quanto ci ha rivelato, in una piccole botte ricavata dal legno della croce di Cristo. Lo ha detto scherzando, ovviamente, ma ora, a distanza di giorni, non sono poi tanto così sicuro che fosse una battuta. Il liquore era comunque effettivamente un puro nettare e il bouquet indescrivibile. Poi sono andato in bagno e quando sono tornato non c’era più né Max né Angheleta. Alla mia sorpresa lei ha semplicemente detto: ‘Sono andati via…’ e dopo qualche attimo di imbarazzo:
«Non si mostri però così deluso di restare solo con me; forse, dopotutto, avevano qualcosa di meglio da fare loro due insieme, non trova?» mi ha sorriso allusiva: «Dell’altro Armagnac?»
Poi lei fece finta di mettere in ordine sul tavolino davanti a sé come se prendesse tempo e quindi, con aria seducente, mi si è avvicinata e mi ha preso per mano. «Vieni», mi ha detto sottovoce passando improvvisamente al tu. Mi ha condotto all’ascensore privato, una stanza in mogano intarsiato con computer, telefono e divano, e ha premuto con delicatezza un pulsante. Ma l’ascensore, silenziosissimo, anziché salire, è sceso, di due piani. E quando si è riaperto, nel buio fitto, era distinguibile solo una luce azzurrina in fondo al piano: faceva freddo.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto d’un tratto diventato nervoso per la stranezza della situazione.
«Non faccio mai scendere nessuno in questo luogo…» mi disse guardandomi ancora in quel modo ambiguo «ma è una serata speciale… questa.» E subito ha girato un interruttore alla sua sinistra accendendo centinaia di luci indirette in tutta la sala; anzi erano tante salette una collegata all’altra come in un museo; perché proprio di un museo si trattava, con tanto di teche e vetrinette. Solo che non capivo di cosa.
«Cos’è questo posto?» le ho chiesto ancora, meccanicamente.
«Vedi Bob, noi siamo abituati a ricordarci dei grandi del passato per come sono rimasti ritratti in fotografie o filmati e, quando siamo fortunati, per il ricordo che abbiamo di loro avendoli conosciuti di persona…» La guardavo ma non capivo dove volesse arrivare. «Ma come sono da morti?» disse inoltrandosi nel suo museo. La seguii, incerto. E così potei constatare che nelle teche e nelle vetrinette c’erano solo teschi, teschi umani; alcuni avevano un faretto che li illuminava ulteriormente, altri più di uno. Sotto la prima cupola di vetro c’era scritto Mao Tsetung, in quella accanto Karl Marx e poi Martin Luther King, Winston Churchill, Sigmund Freud, Albert Einstein…
«Ma è incredibile…» feci io a bocca spalancata.
«Sì, è incredibile che siano così tanto diversi l’uno dall’altro a testimonianza della diversità delle loro vite, ma, allo stesso tempo, anche tutti uguali nella forma disadorna della morte.»
«Come hai fatto ad avere questi calchi che sembrano così perfetti?»
«Calchi? Stai scherzando? Io, secondo te, mi sarei accontentata di semplici copie? Ho le mie conoscenze, sai, e, grazie a un dispositivo progettato nei miei laboratori, ho creato delle copie straordinarie che ora si trovano con il resto nelle rispettive tombe. Gli originali sono invece qui.»
«Vorresti forse dire che questi… che questi… sono…»
«Esatto. Mi sono costati tantissimo, ma la soddisfazione di averli tutti qui è indicibile.»
Non ci potevo credere. Si trattava di qualcosa di eccezionale. Nessuno mi avrebbe mai creduto se l’avessi raccontato. Mi girai: in una teca speciale, sotto riflettori a luce iodata, c’era il teschio di John Fitzgerald Kennedy. La calotta cranica era sul pavimento della teca, come alcuni frammenti di osso. ‘Gli effetti del terzo proiettile’, pensai e mi venne un groppo in gola.
«Ma vieni, ti faccio vedere la sezione che prediligo, quello degli artisti» disse lei che mi vedeva impietrito. Svoltammo a destra e poi a sinistra e quindi, dopo un breve corridoio, siamo entrati una sala color verde acquamarina sempre con teche e vetrinette. C’erano Oscar Wilde, Pablo Picasso, Vincent Van Gogh, Harry Houdini, Mark Twain e tantissimi altri. Mi fermai davanti a quella di Ludwig Van Beethoven. Ero sbalordito.
«Mi avevano promesso anche quello di Mozart, ma sembra che sia proprio vero che sia stato sepolto in una fossa comune senza nome… Peccato. Allora che ne pensi?»
Non riuscivo a dire nulla. Ero alla presenza di alcune tra le più grandi personalità mai esistite.
«E questo qui dietro…» seguitò lei indicando con il pollice una teca alle sue spalle «non è stato affatto facile averlo e non si sa perché: mi è arrivato solo sei mesi fa… è Paul McCartney.»
«Paul McCartney? Ma Paul McCartney non è morto! È vivo e vegeto.»
«Davvero?» mi fece lei, com un’eco con l’aria di volermi canzonare. «Se lo dici tu…»

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«Perché l’hai abbattuto, papà, perché?» gli chiese non appena varcò il cancello. Il padre aveva la motosega in mano, la catena dentata stava ancora girando. Lui aveva l’espressione di chi fosse stato colto in fallo e non potesse negarlo, anche se avrebbe voluto tanto farlo. «L’avevo scelto io, babbo, ventisette anni fa, non ti ricordi? Volevi che il primo albero che fosse piantato in questo posto appartenesse solo a me.»
«Sì, piccola mia, lo ricordo bene, è che… è che…» il padre non sapeva cosa aggiungere, quali parole scegliere. Posò la motosega sul prato e si mise le mani sui fianchi a osservare lo scempio dell’albero a terra che ancora non si era accorto di essere privo di vita.
«Era sano, rigoglioso, ci dava delle meravigliose ciliegie…» incalzò la figlia alzando un poco la voce «perché l’hai fatto?»
E, proprio come le ciliegie, una parola tirò l’altra, e Lene disse cose che non avrebbe dovuto mai dire.

«Perché ha fatto una cosa simile il babbo?» chiese poi la figlia alla madre che stava riordinando la cucina. Sulle prime la donna era restia a parlarne e poi, certa che il marito fosse nel campo, glielo spiegò:
«È per via di quello che si dice.»
«Perché, che cosa si dice, mamma…?» domandò lei prendendo un tono di sufficienza.
«Della circonferenza dell’albero…»
«E cioè?»
«Si dice che quando il tronco dell’albero raggiunge la circonferenza della testa di chi lo ha piantato quest’ultimo muore.»
«Ma è una stupidaggine, mamma, lo sai benissimo, come si fa a credere a queste cose?»
«Sì probabilmente hai ragione tu, Lene.»
«Certo che ho ragione! Credevo che papà fosse più intelligente di così: credere a una idiozia simile!»
«Però non dovevi comunque dirgli tutte quelle cose tremende, non se lo merita, pover’uomo; ti vuole tanto bene.»
«Certo, si vede come mi vuole bene… lo si vede da come si comporta; pensavo ci tenesse anche lui a quell’albero: era un ricordo.»

«Buona sera, signorina» le disse Karl seduto sugli scalini della sua veranda. La ragazza era appena uscita di casa e aveva tirato fuori le chiavi della macchina. «Peccato per il ciliegio…» disse lui facendo un cenno con la testa.
«Sì, un gran peccato» ribatté lei che voleva tagliare corto.
«Ha aspettato fino all’ultimo, sa?»
«Chi?»
«Suo padre, Aaron. Ha aspettato sino all’ultimo a tagliarlo. Pensava che lei, diventata adulta, avrebbe capito e non avrebbe avuto nulla da obiettare quando l’avesse tagliato.»
«Non mi dica che ci crede anche lei a questa fandonia…»
«È libera di non crederci, signorina… ma sappia che non voleva affatto abbatterlo e così ha aspettato… ha aspettato troppo… Oramai non c’è più niente da fare, le circonferenze sono uguali, le abbiamo misurate ieri.»
Lei avvertì che si stava indispettendo di nuovo, ma, prima che potesse dire qualcosa, Karl proseguì: «e quindi sarà anche un po’ per colpa sua» fece lui con amarezza.

Poi si sentì un urlo provenire dalla casa dietro di lei. Lene si voltò mostrando per un attimo il profilo che tradiva la sua discendenza danese. Era la mamma che urlava.
«Il babbo, il babbo…» si udì nella campagna resa fresca e tersa dalle ultime piogge «Dio mio, Dio mio… Aaron, rispondi, Aaron…»

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Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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