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Archive for the ‘racconti’ Category

Sembrava volersi nascondere: il libro, un paperback vissuto dall’aria trasandata, era rimasto sotto una pila di libri d’arte più voluminosi. Quando Gualtiero lo intravide ne apprezzò subito la particolarità: era un lavoro di un certo Thomas Swann, un autore gallese che non conosceva; tuttavia il titolo, d’istinto, lo intrigava lo stesso, così come la copertina misteriosa. “Maria e il Mago” si intitolava, e prometteva bene. Pagò in fretta l’omino seminascosto dalla enorme bancarella che lo sovrastava pregustando il momento in cui l’avrebbe letto.
Scoprì che narrava di un commerciante inglese che, per le vacanze estive, si era recato con la sua famiglia in un villaggio turistico del Sud Italia dove, in una calda serata di agosto, si era presentato, apparentemente non invitato, un Mago girovago che nel corso della sua non breve esibizione, aveva eseguito numeri stravaganti che avevano destato interesse tra il pubblico ma anche reazioni piuttosto controverse. Il Mago, dall’aria luciferina e inquietante, si era messo infatti, dapprincipio, a litigare con un ragazzo del posto che lo aveva, a suo dire, offeso, e poi, dopo averlo ipnotizzato a distanza, lo aveva costretto a ripetere per tutta la serata il verso della gallina suscitando l’ilarità ma anche lo sconcerto generale. Il Mago, che ogni tanto si lasciava andare a una risata squillante che dava i brividi, aveva anche fatto in modo che un gruppo di persone, scelte a caso tra il pubblico seduto ai tavoli per cenare, si alzasse e si mettesse a ballare una musica che solo loro potevano sentire. Aveva persino usato un uomo di mezz’età come panchina dopo averlo irrigidito come un asse da stiro tra due sedie; infine, aveva reso ridicola, facendo commenti sconci, la cameriera del locale, una certa Maria, cui aveva fatto rivelare nei minimi particolari, sempre sotto ipnosi, cosa avesse fatto quel giorno stesso da quando si era alzata la mattina. Ed è a questo punto che Gualtiero ebbe un sussulto. Ma certo! Maria! L’aveva conosciuta tre anni prima a Ginepri, proprio ad agosto. L’aveva incontrata per caso alla fontanella della piazza e avevano passato, ridendo e scherzando, una giornata indimenticabile fino a quanto, prima di cena, era sparita senza lasciarle un recapito e con esso la possibilità di rivedersi. Gli aveva detto, andandosene, che per caso si erano incontrati e per caso, se fosse stato vero amore, si sarebbero messi insieme.
Gualtiero, che non si era comunque dato affatto per vinto, aveva trascorso gli ultimi due giorni del suo soggiorno a cercarla per ogni dove per incontrarla nuovamente, “per caso”, senza però riuscirci. E ora quella ragazza era descritta così bene nel libro che sembrava fotografata: bruna, ventenne, minuta, un piccolo neo sul naso, un sorriso stordente e il colore del mare negli occhi; lei gli aveva anche detto di chiamarsi Maria, come il personaggio del romanzo, e che faceva la cameriera in un locale, come nel libro, anche se lui proprio non ci aveva pensato di cercarla sull’isola vicina dove c’era quel famoso piano bar descritto da Swann. Ma quel che c’era di davvero incredibile era che il Mago, facendo confessare alla ragazza cosa avesse fatto quel giorno, le aveva fatto raccontare, passo dopo passo, tutta la giornata trascorsa con lui.
Gualtiero capì allora che doveva partire. Sì, doveva assolutamente tornare in quei luoghi. Ora sapeva dove cercarla o quanto meno sapeva dove avrebbe potuto ottenere informazioni. Doveva ritrovarla: il caso si era ripresentato anche se sotto forma di un libro.

Quando arrivò ad Onèsti trovò subito il locale. Era esattamente come descritto nel libro. Ora che era lì il cuore gli batteva forte. Forse era una pazzia, dopo tanto tempo. Lei poteva averlo dimenticato o non volerne più sapere di lui. Ma si fece coraggio ed entrò.
Parlò con la proprietaria, una donna corposa ma simpatica che lo ascoltò con attenzione.
No, non c’era mai stata una ragazza simile al suo servizio, gli disse subito, se lo sarebbe ricordato, e soprattutto non c’era mai stato un mago, tre anni prima, che si fosse esibito nel suo locale.
«Ma no, signora, non è possibile è tutto scritto minuziosamente qui, in questo libro: è impossibile che ci possa essere un errore.»
La donna gli chiese di vedere il libro che si era portato dietro.
«Sì sì, eccolo…» fece lui pieno di speranza.
Lei lo sfogliò attentamente, poi lo abbassò scuotendo la testa.
«Guardi che questo libro è stato scritto nel 1915. Esattamente cent’anni fa.»

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Sono il papà di Anura e vivo qui con la mia famiglia nel piccolo villaggio di Pranaranesh nella regione di Angun nel nord dell’India. Non ho molto tempo e cercherò di raccontarvi, per quanto mi è possibile, ciò che di incredibile è accaduto in quest’ultimo anno. Mi devo sfogare con qualcuno.
Giusto un anno fa il torrente Sarawannan che sgorga dai Monti Sacri, per la furia delle piogge monsoniche, si è improvvisamente ingrossato come mai era accaduto prima e, straripando, è diventato un fiume di fango. Scorrendo a valle ha portato via ogni cosa incontrata sul suo cammino: foresta, villaggi, persone, animali. Ha deviato all’ultimo momento risparmiando il nostro piccolo agglomerato di case, ma nel disastro ho perso ugualmente alcuni amici cari e gran parte della mia terra. Non voglio però dilungarmi su questo. Ho davvero poco tempo, come vi ho detto, e vi devo raccontare tutto anche se il mio cuore è ricolmo di dolore.
Quel che c’è di peggio infatti è che mia figlia Anura, di sette anni, ha smesso improvvisamente di parlare. L’abbiamo fatta visitare da molti medici, anche importanti della capitale, ma non c’è stato nulla da fare. Ci hanno assicurato che è sana e che, se volesse, potrebbe tornare a parlare quando vuole; ha solo semplicemente smesso di farlo perché non ha più niente da dire. A sette anni.
Tuttavia si sa: Ganesh toglie, Ganesh dà.
Così il giorno dopo la tragedia, al ritorno dai primi soccorsi, mia moglie Samiya ha trovato all’ingresso di casa un panno di cashmere pregiatissimo; per la sua fattura molto elaborata e le rifiniture d’oro abbiamo pensato dovesse appartenere a una famiglia molto ricca come non ce ne sono da queste parti. La capitale è lontanissima e i visitatori stranieri, qui, sono più rari dei fiocchi di neve. Samiya l’ha ritenuto un segno del Cielo e ne ha ricavato una pashmina da mettere al collo di Anura perché l’aiutasse a riacquistare la parola.
Sette giorni dopo, mia figlia si è alzata finalmente dal letto ed è andata nella stanza che uso come studio; mi ero dimenticato di dirvi che sono un giornalista, un giornalista dell’Angun Chronicle. Ebbene, stavo dicendo, la mia piccolina è andata dritta alla mia scrivania, ha preso la mia macchina da scrivere ed è tornata a letto. E si è messa subito a scrivere: lei che ha appena imparato a leggere e che non dovrebbe avere neppure la forza di pigiare sui tasti rigidi della mia Underwood. Sta di fatto che ha cominciato a battere svelta: date, nomi, elenchi, luoghi che neanche conosce. È un anno che lo fa, senza più dormire, senza più mangiare, giorno e notte. Ticchete, ticchete, ticchete.
Sua madre si è subito disperata pensando potesse morire. E invece la bambina ha un aspetto ancora più sano, più sereno, pieno di vigore. È persino cresciuta. Il nastro della macchina da scrivere non c’è più da tempo, consumato dall’uso, e la carta su cui batte sembra non finire mai nonostante sia un normale foglio formato A4. Mia moglie ha anche cercato di toglierle la pashmina dal collo ma ha dovuto purtroppo constatare che non si snoda più, né è possibile tagliarla o distruggerla.
Ticchete, ticchete, ticchete.
Insomma, Anura scrive le notizie che accadono nel mondo prima che accadano. Un piccolo di sula piedazzurri che nasce in un’isola sperduta della Polinesia, un vaso di fiori che cade dal terzo piano in Nebraska, un incidente tra biciclette in un paese dell’entroterra della Cina, la vittima di un omicidio in Botswana, una potenza straniera che invade lo Stato vicino; piccoli e grandi eventi, comuni e straordinari della nostra vita; una sorta di telescrivente, in altre parole, solo che dietro quei messaggi non c’è una macchina fatta di ferro e ingranaggi, c’è mia figlia e, dall’altra parte, Chi tutto vede e provvede.
La voce di una bambina che scrive del futuro prossimo e venturo si è sparsa in un attimo. La chiamano l’Antenna di Dio. E ora, davanti alla mia casa, c’è una fila interminabile di gente di ogni tipo, a piedi o con qualsiasi mezzo: arrivano da ogni parte del mondo proprio qui a Pranaranesh. Tutti vogliono vedere la mia bambina, tutti le vogliono parlare e io non so più che fare, non so più come tenerli a bada: sono molto preoccupato.
Anche perché sono l’unico che Anura accetta che entri nella sua stanza. Forse perché sono l’unico che la rispetta e riconosce il suo ruolo e soprattutto che non insiste perché smetta.
Nelle lunghe ore in cui le sto accanto ho imparato a interpretare i suoi sorrisi e i suoi sguardi. Ci capiamo, noi, ci siamo sempre capiti, anche se adesso ancora di più.
Così quando è apparso il mio nome, in quella marea di dati vomitati senza sosta dal rullo della macchina da scrivere, abbiamo capito entrambi che non era per quel posto all’Università cui tenevo da tanti anni. Lei ha persino smesso di scrivere e mi ha abbracciato forte. E io l’ho consolata togliendole le lacrime che le scendevano dalle guance: volevo portarle via con me. È stato solo questione di attimi: non avevo infatti ancora chiuso la porta dietro di me che lei aveva già preso a scrivere. La mia piccolina. Ha sempre preso molto a cuore i suoi compiti.
Sì. Questo è proprio tutto. Almeno mi pare.

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Era stata una giornata molto impegnativa. Quella cena con Etan era il coronamento di mesi di duro lavoro. La campagna pubblicitaria era piaciuta al Cliente che si era convinto a firmare per altri quattro anni di partnership. Si trattava di un grosso Cliente e di una campagna da migliaia e migliaia di dollari. La promozione era davvero vicina anche grazie proprio a Etan, il giovane acquisto del gruppo, la cui collaborazione era stata determinante.
«Bene» fece a quel punto della cena il collega alzandosi in piedi. «Vado a prendere la macchina.»
«Spero tu sia in grado di guidare…» fece Francis alzando il calice e bevendo un altro sorso di vino. Il collega lo guardò serio, quasi offeso:
«Ma io ho bevuto solo acqua per tutta la serata, apposta per poter guidare.» Poi, riprendendo il suo garbo di sempre: «Dammi anche la tua borsa, così non te la devi portare dietro.»
Francis gliela allungò volentieri chiedendosi da quando i giovani erano diventati più saggi dei vecchi. Lo vide allontanarsi con eleganza e sobrietà. La moquette dell’atrio rese ancora più morbida e silenziosa la sua uscita con i tempi giusti di una pièce teatrale. La notte, che attendeva Etan appena fuori, lo inghiottì d’un sol boccone.
Francis pagò con calma con la card della Company lasciando una buona mancia. Era certo che sarebbe stata una giornata memorabile. Uscì anche lui dal ristorante fermandosi sotto la pensilina. Si era rinfrescato un poco e stava scendendo qualche goccia di pioggia. Ci sarebbero volute diverse ore prima di tornare a casa, ma Etan odiava l’aereo tanto da sacrificarsi a voler prendere la sua macchina e guidare fin lì. Francis non aveva avuto obiezioni anche se trovava strano che una persona così attiva e moderna avesse una simile fobia.
Dopo un quarto d’ora di ritardo cominciò a preoccuparsi. La macchina non doveva essere stata parcheggiata lontana, almeno così gli aveva detto Etan.
Si tastò le tasche alla ricerca del telefonino. Non c’era. Visualizzò in quell’istante di averlo lasciato sulla cassettiera della stanza d’albergo. Doveva andare a prenderlo, non poteva abbandonarlo lì. Cominciò a correre in direzione dell’hotel. Non era vicino, ma neppure così lontano da non poterci arrivare in pochi minuti. Iniziò a piovere con più insistenza anche se ancora con poca convinzione.
«Sono John Francis Mitchell» disse trafelato al desk non appena entrò nella hall dell’albergo. «Ho lasciato il mio cellulare in stanza, nella stanza 602.»
Il concierge, alto e magro, le guance scavate, prima lo ascoltò in silenzio e poi con misurata flemma iniziò a digitare piegandosi in due sulla tastiera del computer. Quando raddrizzò il busto disse con parole misurate: «John Francis Mitchell ha lasciato la stanza questa mattina… signore.»
«Lo so, le ho appena detto che John Francis Mitchell sono io e che ho lasciato il cellulare nella stanza, è stato trovato?»
L’uomo si ripiegò nuovamente in due digitando rumorosamente sulla tastiera:
«Il personale addetto alle pulizie non ha fatto alcuna segnalazione…» disse imperturbabile facendo scricchiolare leggermente le vertebre.
«Sono Rosamaria» si intromise una donna di bassa statura strizzata in una divisa da cameriera. «La sua stanza al sesto piano l’ha rifatta Matelda che forse ha trovato qualcosa per lei: è quella che sta uscendo ora.» Francis si mise a correre per raggiungerla. Ma appena fuori dall’albergo il via vai di ombrelli aperti e di gente frettolosa gliela fecero perdere immediatamente.
Rientrò. Dal telefono dell’albergo chiamò il cellulare di Etan. Suonava libero fino a quando non attaccava la segreteria. Chiamò anche la sua ditta, a Newport, ma era tardi e gli uffici erano chiusi. Chiamò a malincuore anche il Cliente: era andato via da tempo e quel ‘bel giovane’ di Etan no, non lo avevano più rivisto.
Uscì di nuovo in strada deciso a tornare al ristorante. Etan poteva essere già lì. Nel frattempo aveva iniziato a piovere forte. La pioggia rimbalzava sul marciapiede rovesciando sulla strada vetro liquido che rifletteva tutte le luci della città. Forse doveva andare alla polizia a denunciare il fatto, ma era sicuro che non lo avrebbero ascoltato: era passato troppo poco tempo. L’unica cosa che poteva fare, forse, era raggiungere l’aeroporto nella speranza di trovare un aereo per tornare a casa. Il giorno dopo aveva un’agenda fittissima di impegni, non poteva rimanere un’altra notte in quel posto.
Fece chiamare un taxi che arrivò così in fretta da dover frenare in poco spazio davanti al ristorante.
«All’aeroporto, per favore!» disse Francis con un tono che parve a lui stesso triste e arrabbiato. Il tassista fece un cenno con la testa aggiustandosi il berretto in segno di assenso e partì. Dopo una mezz’ora di macchina Francis gli chiese se la strada che stavano percorrendo fosse davvero quella giusta, visto che si trovano ancora in mezzo a quartieri popolati. Per tutta risposta il tassista di limitò ad alzare il vetro divisorio interno, a bloccare le portiere e ad accelerare. Francis si mise a battere forte con i pugni sul vetro e a tentare inutilmente di aprire le portiere. Il taxi procedeva velocissimo nella notte sotto un diluvio infernale che sembrava voler allagare il mondo intero.
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dietro il racconto
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Non se l’aspettava davvero: di essere licenziato a cinquant’anni. Proprio adesso che aveva moglie e due figli; come avrebbe fatto a mantenere la sua famiglia?
Dopo le prime settimane di acuta disperazione, la prese come una inaspettata opportunità. Come in quel film americano dove il protagonista, che per lavoro faceva il ‘tagliatore di teste’, andava in giro per gli States a licenziare i dipendenti in esubero delle società in crisi finanziaria. Sì, dopo tutto, c’era quel suo vecchio sogno da realizzare che aveva dovuto accantonare quando aveva deciso di sposarsi e ora, che gli si era azzerata ogni prospettiva, poteva pensarci seriamente.
Così quel mattino si vestì con giacca e cravatta, anche se era non affatto necessario per una prova scritta (ma non si sa mai nella vita gli aveva sempre ripetuto la madre) e partì per la grande città. Il concorso era stato bandito da tempo, ma era riuscito a presentare all’ultimo momento le carte necessarie per potervi partecipare.
La notte dormì poco e il viaggio in treno lo incupì ancora di più perché le prime luci del giorno sembravano non voler più sorgere dal mare.
Arrivò al Palazzo dei Corazzieri, in pieno centro città, molto presto, ma c’era già una lunga fila di candidati che si snodava dal portone settecentesco riempiendo l’ampia Scalinata Monumentale e parte del Giardino dei Popoli. Erano tutti giovani o giovanissimi e, un po’ per l’età un po’ per il vestito, lo scambiarono per uno dei componenti la Commissione. Poi, all’improvviso, aprirono il portone massiccio e subito sciamarono dentro in migliaia, vociando e scherzando, come se fosse un giorno di festa. Il suo numero di candidato corrispondeva a un’aula enorme, forse la più grande tra le tante, dove il suo banco appariva ancora più minuscolo di quello che era. Non c’era neppure il suo nome e cognome sul pianale ma solo una serie impressionante di cifre. Si immaginò per un attimo dall’alto: pareva un’aringa in un mare di aringhe, in un oceano immenso.
Iniziarono a dettare un’ora dopo. In quello stanzone l’acustica era pessima e così sentì solo una parola su tre. Gli venne il panico. Se non avesse capito il tema come avrebbe potuto svolgerlo? Si guardò attorno, ma era l’unico che non aveva capito. Gli altri partecipanti erano tutti chini sul proprio foglio e stavano riportando diligentemente quello che avevano sentito.
Di lì a poco iniziò la prova e tutti si misero a scrivere come se non avessero aspettato altro. Chiese allora al vicino se gli dava la traccia ma gli rispose male. L’altro candidato non gli rispose affatto mentre il terzo minacciò di chiamare il sorvegliante.
Cominciarono a passare i minuti e con i minuti la prima mezz’ora. Non c’era nessun membro della Commissione cui rivolgersi per completare la traccia. Si stava agitando sempre più.
Intravide allora, mentre si recava in bagno, la figlia di una sua vecchia amica. Poteva farsi dare da lei il titolo completo. La intercettò mentre usciva dalla toilette.
No, non l’aveva capito neppure lei, gli disse, anche se lui aveva ben compreso invece che non era affatto vero; anche perché la ragazza gli rinfacciò che ricordava benissimo che lui aveva lasciato la madre vent’anni prima e lei bambina senza una spiegazione plausibile. ‘Ma diosanto‘, le obbiettò, ‘eri tanto piccola come puoi ricordarlo? E poi è una storia molto più lunga e complessa di quello che pensi e non è tutta colpa mia’. Ma lei, dura, gli suggerì di rivolgersi al pian terreno, alla stanza 88, lì gli avrebbero dato la traccia completa. C’era un ‘ufficio apposta’. Lui guardò l’orologio con angoscia: aveva perso un’altra mezz’ora.
Così scese alla stanza 88. Ma poi gli spiegarono, in realtà, che l’’ufficio apposta’ si trovava al piano superiore, alla stanza 108, che però non c’era. C’era invece la 107 dove un impiegato scorbutico, senza neppure alzare lo sguardo dal computer, gli fece notare che a quel piano non ci potevano stare i candidati e che l’ufficio che cercava era stato da tempo soppresso; sarebbe bastato del resto chiedere a un componente della Commissione. L’impiegato lo invitò quindi, in malo modo, a uscire dalla porta che indicava imperiosamente, porta che lui varcò senza convinzione. E infatti si ritrovò in un lungo corridoio spoglio e bianco che dava su porte tutte uguali e bianche. Non si capiva più a che piano fosse né in quale parte del palazzo dei Corazzieri si trovasse. Il mare che avrebbe dovuto essere a sud aveva lasciato il posto a vicoli stretti e bui dove il cielo sembrava non esistere. Infilò di fretta, non appena la scorse, la porta di fondo che recava un cartello con su scritto a mano ‘SALA CONCORSI’. La aprì ma si ritrovò in strada. Se ne accorse in ritardo non appena il portone si chiuse dietro di lui con lo scatto tipico di un trappola senza scampo. ‘Se faccio una corsa attorno al palazzo ritrovo la porta di ingresso e rientro da lì’ pensò. Controllò l’orologio. Si era fermato. Si mise a correre. Ma dopo aver svoltato a destra e poi ancora a destra per la seconda volta, invece di imbattersi nella Scalinata Monumentale trovò un mercato. Non era possibile! La scalinata doveva essere proprio lì, davanti a lui.
«Mi scusi» chiese con l’ansia che gli stava attanagliando la gola «il Palazzo dei Corazzieri… come ci arrivo da qui?»
Il vigile urbano, cui si era rivolto, lo guardò come se non avesse capito.
«Palazzo dei Corazzieri?» scandì poi lentamente alzando di poco il casco come per parlare meglio: «Guardi… non esiste un palazzo con un nome simile in città.»
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dietro il racconto
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Sedendosi in sala, si chiese come mai ci avesse messo così tanto tempo per venire a vedere quella pièce; aveva infatti tanto contribuito alla sua riuscita, sia mettendo mano al testo che alla musica, che era stato quindi grazie anche a lui se era divenuto un successo tanto enorme quanto inatteso; anche se poi, per via di quel brutto litigio con Mark, il capo compagnia, aveva dovuto abbandonare la stagione e nessuno gli aveva mai più riconosciuto un qualche merito.
Non ricordava bene perché non si fosse deciso prima. Ma che importa? Ora era lì, in quel teatro ed era giunto il momento di riconciliarsi con gli errori del passato, di mettere un po’ d’ordine nella sua vita come in un solaio dimenticato. Chissà, magari a fine spettacolo sarebbe potuto andare a trovarli in camerino per un breve saluto e poi forse uscire pure con loro a mangiare un boccone e ricordare i bei vecchi tempi. Dopotutto, qualcosa gli dovevano. Ma ecco… ecco… si era appena levato il sipario: il brusio in sala si stava sciogliendo in un silenzio di aspettativa, creando l’attesa nell’attesa, l’attimo nell’attimo e lui, sì, proprio lui, finalmente era lì.
L’attacco dei violini era rimasto sempre lo stesso, morbido, accattivante, tanto da creare fin da subito l’atmosfera giusta; la voce impostata di Annalise, l’attrice principale, faceva il suo grande effetto persino a palco vuoto; riempiva tutta la sala prima ancora che il suo ingresso sul proscenio scatenasse un sincero scroscio di applausi. Era sempre la solita, lei, ci godeva un mondo a creare quell’attenzione spasmodica nel pubblico; sì, li poteva ben vedere di profilo nella penombra della sala; tutti quei volti rapiti che pendevano dal suo incedere misurato, dal quel movimento studiato delle mani, la postura leggera del suo corpo di giunco a sfidare il mondo; ogni oggetto di scena, ogni più piccolo particolare sembrava solo valorizzare la sua bellezza. E poi il testo! Si era dimenticato di quanto fosse stato bello e ricco e appassionato. E la scenografia!?! Avevano avuto delle idee brillanti: le soluzioni erano innovative e avveniristiche; bravi, sì, bravi davvero; adesso tutto appariva armonioso e il succedersi delle scene era fluido, il ritmo incalzante, accurato, mai affrettato. Ora capiva perché avevano avuto una così buona riuscita; una bella compagnia di attori, nulla da dire.
Rimpianse all’improvviso di aver dato di matto, quel giorno, con Mark. Non avrebbe dovuto dirgli che sua moglie Annalise amoreggiava con tutti: con lui, con l’impresario, con il produttore, persino con il trovarobe e da ultimo, dietro le quinte e durante le prove, persino con l’addetto alle luci; avrebbe potuto tacere, avrebbe dovuto tacere, ma lui era fatto così: sincero, leale, diretto. Le cose non se le poteva tenere per sé, oh no, le doveva dire, soprattutto a Mark che era suo fratello.

Poi, da un lato della sala, una falce di luce per un attimo gli ferì l’occhio.
Il solito ritardatario’, pensò. ‘A miei tempi, una volta iniziata la rappresentazione, non era possibile entrare in sala in ritardo. Ora fanno come vogliono e vanno e vengono dal teatro come in una stazione ferroviaria. Non c’è più rispetto per nessuno e men che meno per quelli che pagano il biglietto. Che gente!”.

«Mi scusi, signore» fece un tizio in piedi, accanto a lui, con una camicia sgargiante e un foulard intorno al collo. Lui per un po’ lo ignorò, ma quello si ostinava a rimanere lì, in piedi, a parlare, a parlare…; sembrava avercela con lui; stava disturbando tutti.
«Mi scusi, signore!!!» insisté quello alzando la voce.
«Dice a me?» fece lui girandosi finalmente verso l’uomo.
«Sì, certo, proprio a lei. Guardi che non può stare qui.»
«Come non posso stare qui, cosa dice?»
«La ditta delle pulizie sta mettendo a posto la sala per la rappresentazione di questa sera. Lei deve andarsene. Mancano ancora sei ore all’alzata del sipario. Torni più tardi, per favore.»

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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
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«Marta perché non arrivi?»
Questa domanda continuava a rimbalzargli nel cervello come una pallina da ping pong che non trovava la via di uscita dalla sua testa.
Girava il bicchiere vuoto tra le dita staccando lo sguardo solo per puntarlo sull’ingresso del piano bar ogni volta che sentiva la porta aprirsi. Lo sapeva, aveva sbagliato, non avrebbe dovuto trattarla così. Era stato spregevole da parte sua e quando lei aveva scoperto ogni cosa e l’aveva lasciato gridando e piangendo aveva capito quanto importasse per lui. Era davvero l’unica donna che avesse mai amato, l’amore su cui avrebbe voluto basare l’intera sua esistenza.
Dovevi pensarci prima’ gli aveva urlato contro per telefono.
Mi devi un’altra chance, ho fatto una grande stupidaggine, me ne rendo conto e mi dispiace tanto, ma posso spiegarti, ti prego, non posso vivere senza di te’ le aveva ribattuto con rabbia per la consapevolezza di aver gettato via così stupidamente la propria felicità.
Non ti devo un bel nulla, sei solo un gran bastardo’ aveva risposto lei, secca, sbattendogli il telefono in faccia.
E così lui, disperato, le aveva dato appuntamento lì, in quel luogo magico, dove erano stati la prima volta, tempo prima. Era sicuro che in quell’ambiente avrebbe saputo trovare le parole adatte per convincerla a tornare con lui e a perdonarlo. Ma erano già trascorse due ore e no, non sarebbe venuta. Si era illuso inutilmente. L’aveva fatta troppo grossa.
Fece il gesto alla cameriera di portagli un altro bicchiere. Tanto valeva prendersi una sonora sbronza. Sospirò. Quanto avrebbe dato per rivedere i suoi occhi azzurri…
«Grazie, tesoro» disse alla cameriera che gli portava un altro manhattan.
Azzurri’? Ma che dico? Sono verdi, di un verde smeraldo. Sono sempre stati verdi i suoi occhi. Beh proprio smeraldo smeraldo forse no, probabilmente erano più scuri; ma che importa? Sono gli occhi di Marta’. Si disse agitandosi al tavolino. Avevano passato dei momenti stupendi insieme, pensò sorridendo amaramente. Come poteva ora fare senza di lei?
Ecco forse quella è lei che è appena entrata. No Marta mi pare più alta di così, è anche un po’ più snella e… e… più magra. Ma certo, quella è l’altra cameriera che sarà uscita a fumarsi una sigaretta. Sto proprio sragionando. Poi questa è bionda, Marta è bruna, quasi corvina. Devo restare calmo, calmo’.
Stavano suonando la loro canzone. Lo sapeva che sarebbe successo. Gli venne un groppo in gola. La sua vita era finita.
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«Allora, non sei contento di vedermi?»
Una ragazza rossa di capelli lo squadrava con aria indispettita e di sfida, le braccia incrociate sul petto. Era così immerso nei suoi pensieri che non l’aveva vista né entrare, né avvicinarsi. Lei era lì, dunque, era fantastico.
«Ma certo Marta, scusami, ero solo sopra pensiero» disse lui alzandosi di scatto e scostando la sedia dal tavolino per farla sedere. «Non ti vuoi accomodare?» le fece vedendo che lei rimaneva in piedi
«Marta? Chi è Marta? Io mi chiamo Maria, te lo sei già dimenticato?»

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