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Archive for the ‘racconti’ Category

Era nervoso. La prova generale lo metteva sempre a disagio: per quel suo qualcosa di definitivo, di cerimonioso, ma anche di stridente. È a porte chiuse, a teatro completamente vuoto; tuttavia tutti gli orchestrali indossano lo smoking, come lui del resto. Come se si facesse sul serio, ma non troppo. Come se tanta fatica non meritasse di essere ascoltata. E accorgersi poi di un errore in quella ultima esecuzione, anche minimo, significa portarselo dietro anche alla rappresentazione ufficiale perché oramai è troppo tardi per correggerlo, nonostante le migliaia di note eseguite e le ripetizioni estenuanti.
Quello che lo preoccupava infatti, a dire il vero, era il terzo controfagotto. Gli era stato raccomandato da Lui e non era riuscito a dire di no. Non era all’altezza, quantomeno non di un brano di una difficoltà simile. Ma perché si era messo in quell’impiccio? E per una prima in quel tempio della musica, oltretutto!
Fece un respiro profondo ed entrò.
Gli orchestrali che lo stavano aspettando, chiacchierando fra loro, tacquero all’unisono. Raggiunse il podio senza salutare, come era suo costume. Alzò lo sguardo verso le luci. Quelle almeno erano perfette. I tecnici del suono erano al loro posto, anche i tre addetti alle riprese erano dietro le telecamere a simulare la trasmissione in eurovisione; c’erano persino i sostituti prescelti caso mai qualcuno dei professori si fosse sentito male. Era tutto a posto. Guardò per un attimo le fila vuote delle poltrone del teatro. Non ci avrebbe mai fatto l’abitudine, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un altro profondo respiro, cercando però di non farsi notare. Batté tre volte la bacchetta sul leggio. Ottenuto l’assoluto il silenzio, cominciò.

Il primo violino era un grande. Era deciso, sciolto, morbido ma anche di carattere. Entrava e usciva dai complicati fraseggi con disinvoltura e colore. Era una sicurezza.
Il pianista invece non era eccelso, “sporcava” qualche nota, ma aveva una solida preparazione e suonava di esperienza. Anche i fiati gli davano soddisfazione; se non fosse stato per quel controfagotto sarebbe stato davvero tranquillo. Per fortuna “quellolà” era in ritardo solo su poche note, sempre le stesse, che il resto dell’orchestra avrebbe coperto tanto che nessuno lo avrebbe probabilmente sentito. Ma non lui, ovviamente, che aveva quel maledetto orecchio assoluto che gli faceva capire, nel bel mezzo della sinfonia, chi sbucciava anche solo una semibiscroma.
Forse avrebbe fatto meglio a dire a “quellolà” di farsi da parte o quantomeno di non suonare dalla diciannovesima alla trentesima battuta del terzo movimento. Poteva suggerirgli di far finta. Che fosse il loro piccolo segreto. Senza bisogno che Lui lo venisse a sapere, ben inteso. Dopotutto era un buon compromesso: lui avrebbe consentito al controfagotto di rimanere al suo posto in quella famosa orchestra e il controfagotto gli avrebbe fatto quel piccolo favore. Ma sì: era sicuro che, se glielo avesse detto, avrebbe capito.

I primi due movimenti erano perfetti. Ora doveva iniziare il terzo.
E se glielo avesse detto subito? Di non suonare in quel punto, cioè.
No, avrebbe dovuto avvicinarsi a lui, ora, e tutti si sarebbero chiesti che cosa avevano avuto da dirsi. Ci potevano essere fraintendimenti. No, glielo avrebbe chiesto alla fine della prova generale. E poi chissà, magari avrebbe fatto il miracolo e non avrebbe sbagliato.

Iniziò il terzo movimento. La diciannovesima battuta arrivò in un lampo e il controfagotto fu come al solito in ritardo sul mi discendente. Era stato come se qualcuno gli avesse dato una stilettata nell’orecchio. Una frazione di secondo, certo, ma in ritardo. Passaggio difficilissimo, niente da dire, ma intollerabile. Dalla espressione che l’orchestrale aveva sulla faccia tonda e grassa capì che non se ne era neppure accorto di quell’abominio.
Non fermò l’esecuzione, non era il caso. Sì, dopo il concerto gli avrebbe senz’altro parlato.

Stava per iniziare il quarto e ultimo movimento quando avvertì dietro di sé un rumore. Si girò. Dopo appena un attimo qualcuno entrò.
«Caro, ti ho chiamato già due volte… è in tavola. Per favore togliti quello smoking che poi ti sporchi tutto e vieni subito che devi aprirmi la bottiglia di bianco…»
Lui fece una smorfia di disappunto. Andò al giradischi e staccò la puntina dal 33 giri. Posò sul tavolino la bacchetta. Poi sempre davanti allo specchio fece un leggero inchino.
«Signori, per questa sera allora è tutto. Bene così. A domani. Per il grande giorno.»

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Era piacevole sentire il fruscio della ramazza sul selciato. Swissssh, swissssh… Sembrava di fare una carezza al mondo. E poi la città a quell’ora del mattino aveva un’aria incantata, irreale ed era tutta sua.
Quando Greg era ancora ragazzo, suo padre gli diceva sempre di studiare perché solo così poteva riuscire nella vita. E lui così aveva fatto. Si era preso la laurea e ora stava spazzando alle sette del mattino una delle vie più trafficate dai turisti. Faceva su scontrini, bottigliette vuote di birra, cartoni sventrati della pizza, cercando di evitare i rigurgiti degli ubriachi che i piccioni cercavano già di spartirsi. Sarebbe passata la idropulitrice per quello, a lavare e a disinfettare. Magari anche i piccioni. A volte si chiedeva quanto la felicità potesse essere ancora lontana. Swissssh, swissssh…
Dietro a un cassonetto sotto un foglio di giornale sentì che c’era qualcosa di ingombrante; la ramazza non riusciva a spostarla. Greg si avvicinò. Un oggetto bruno, dall’aria apparentemente innocua, faceva appena capolino. Accidenti: era una pistola. La squadrò ben bene per decidere il da farsi. Poi si chinò e la raccolse. Era pesante, massiccia, calzava alla perfezione nella sua grossa mano. Una sensazione di potenza gli si scaricò attraverso il braccio arrivando sino al cervello. Certo, con quella avrebbe potuto far tacere il suo vicino di casa che teneva la televisione a tutto volume fino a tarda sera; avrebbe potuto far smettere i suoi colleghi di prenderlo in giro per il fatto che lui aveva studiato e loro no; avrebbe forse convinto in qualche modo Carlotta a tornare con lui. Sì, doveva portarsela via.
A casa la adagiò sullo scrittoio e vi diresse sopra il fascio dell’alogena. Doveva saperne di più. Scattò due o tre foto con il cellulare e poi fece una ricerca su internet per immagini. Ed eccola lì: era una Glock 30, cal. 45, caricatore bifilare amovibile da 10 colpi, rigatura interna poligonale ottagonale. Chissà che voleva dire.
Cercò ulteriori informazioni in chat, in siti specializzati, scaricando anche il libretto delle istruzioni. Capì come funzionava la sicura, come si sganciava il caricatore, come si caricava l’arma. E quando gli sembrò di aver capito tutto e di poterla maneggiare con disinvoltura, la penombra della casa si accese di una fiammata improvvisa con un boato assordante. La pistola, chissà perché, aveva appena esploso un proiettile bucando la tramezza accanto e conficcandosi nel retrostante muro perimetrale, non prima di aver spaccato in due l’attaccapanni. Greg si spaventò a morte. Un turbinio di pensieri lo assalì. E se il vicino avesse sentito? Poteva chiamare la polizia. Avrebbero trovato il foro del proiettile e la pistola. Si affacciò in strada. Lo stallo riservato alla macchina del vicino era vuoto. Forse era fuori.
Se ne stette per un po’ con gli occhi chiusi. Sentì piano piano che il cuore si calmava.
Passata la paura, comprese che la pistola lo stava attirando come un magnete.
L’indomani, poco prima di uscire, decise di portarla con sé; la infilò nella cinta dei pantaloni, dietro la schiena.
Lavorò con grande energia. Swissssh, swissssh. Si sentiva diverso, più importante, autorevole. Anche salutando i suoi colleghi quella mattina aveva un altro piglio, più deciso, fermo. E loro sembravano averlo notato salutandolo con maggior rispetto. La sua vita gli sembrava ora avere un senso.
Cominciò anche a pensare che grazie a quell’arma avrebbe potuto uscire finalmente dall’anonimato. Essere qualcuno. Poteva salvare una persona in difficoltà, fermare qualche malintenzionato, riparare un’ingiustizia.
Al supermercato, mentre spingeva il carrello semivuoto, pensò invece che avrebbe potuto anche mettersi a sparare all’impazzata per passare agli onori della cronaca diventando famoso. “Greg, il Terribile”, “Greg, l’Implacabile”. Ci sarebbe stata la sua foto su tutti i giornali, i social avrebbero parlato di lui con stupita ammirazione e lui avrebbe ottenuto migliaia e migliaia di follower. Altro che “Greg lo Sputasentenze” o “Greg lo Stramboide”. Glielo avrebbe fatto vedere lui al mondo chi era in realtà.
E svoltando l’angolo del banco dei latticini ecco che si ritrovò nello spazio più ampio del super. Tra la gente che si assiepava davanti alla rosticceria, al macellaio e alla pescheria, ce n’era davvero molta. Avrebbe potuto per esempio sparare a quel vecchiaccio con l’aria torva che gli stava passando davanti e poi a quel ragazzo che tanto assomigliava a Gegè che lo prendeva sempre in giro per il taglio dei capelli e a quella splendida ragazza che non sarebbe mai stata la sua fidanzata.
Infilò la mano sotto la casacca e impugnò la “sua” Glock, ma non fece in tempo a estrarla.
«Scusa, Signore, tu che hai la faccia buffa… mi aiuti a trovare la mia mamma?» disse all’improvviso una bambina che, arrivatagli di lato, gli stava tirando un lembo del pantalone.
«Eh?» fece Greg risvegliandosi da quel film e guardando in basso.
«Non trovo più la mia mamma… e sarà preoccupata che non mi vede… sai come sono le mamme…»
Greg la guardò intensamente. Era una bambina dolce, bionda, con le treccine, gli occhi chiari e un sorriso che avrebbe potuto far sciogliere le Dolomiti. Passò un tempo indefinibile. Poi l’uomo insaccò meglio la pistola nella cintura e la lasciò lì. Allungò la sua mano verso la bambina.
«Certo, vieni con me che andiamo all’Ufficio Informazioni; non ti preoccupare, la troveremo subito la tua mamma… Ah, a proposito, io mi chiamo Greg e tu?»

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«Dice che si è appena seduto, che è molto stanco e che si alza subito» fece il ragazzo fissando un punto in alto alla sua sinistra, giusto per richiamare le esatte parole che aveva sentito. In realtà l’uomo, cui il cameriere stava facendo riferimento, era seduto al tavolino nel déhors del bar da almeno venti minuti e non aveva ordinato nulla. Quella era l’ora di punta e c’erano diversi turisti impazienti, in piedi, che aspettavano il proprio turno per sedersi.
«Va bene» disse Tullio al ragazzo «ci penso io…»
Uscì sulla piazza. Era una bella giornata di sole, come non ce ne erano state da diverse settimane. I turisti, soprattutto stranieri, erano arrivati a comitive a gremire le strade e le vie di Lughi. E la sua celebre piazza.
«Sono desolato, signore, ma le regole della casa impongono per chi vuole rimanere seduto, l’obbligo della consumazione…» gli fece Tullio cortesemente.
L’uomo davanti a lui poteva avere una cinquantina d’anni, mal portati. La camicia era sgargiante e il viso quasi del tutto occultato da pesanti occhiali da sole con lenti molto scure; i capelli erano corti, sul davanti, ma lunghi e appiccicaticci su un collo che avrebbe avuto bisogno di una urgente lavata, e pure da qualche giorno.
«Detto già suo ragazzino, ora vado subito, riprendo fiato… io stanco.»
«Mi perdoni, ma la sedia su cui è seduto per me è molto costosa, perché si trova su una piazza famosa, di una città rinomata. Non è la panchina di un giardino pubblico…» precisò Tullio mantenendo un tono garbato. «Se non consuma non può stare qui.»
«Quante storie fai tu… adesso allora penso sopra… e poi dico…»
L’accento era indefinibile. Poteva essere greco, del Montenegro forse, o cipriota; insomma più o meno di quelle parti: aveva un amico che parlava così. Dopo un po‘ Tullio capì che cosa lo stava irritando. Era il sorriso insolente e arrogante di chi è abituato a comandare e a pretendere vivendo alle spalle altrui.
Tullio tornò senza fiatare dentro al bar. Sbrigò alcune ordinazioni appena prese, lasciò trascorrere cinque minuti e poi riuscì:
«Allora, signore, ha potuto scegliere qualcosa dal menu che le piacerebbe bere o mangiare?» chiese di nuovo con cortesia al turista.
«Ancora tu?» chiese l’altro sbuffando con fare eccessivo, ma senza alzare lo sguardo dal display della costosa macchina fotografica che aveva tra le mani: stava visionando le foto scattate nella giornata.
«Non vollio niente, lascia me stare. Voi tanto fieri di vostra ospitalità… e poi pensare solo a sporco denaro e infastidire me povero uomo che cerca solo ombra e pace» gli disse squadrandolo con aria di sfida. Tullio rimase impietrito. Ricambiò l’occhiata fino a quando il tizio non si mise nuovamente a guardare le foto, come se lui se ne fosse andato.
Tullio rifletté, poi disse:
«Lo sa… ha ragione, l’ospitalità innanzi tutto. Sono davvero spiacente di averla importunata. Sono sicuro che lei è accaldato e che le farebbe piacere una bevanda dissetante, tipo mocktail, la specialità della casa; lo accetti, la prego, come segno delle mie sentite scuse e omaggio del nostro bel Paese che la ospita.»
E subito tornò al banco a preparare la bevanda, personalmente.
«Eccola» disse tornando dopo qualche minuto e posando il bicchiere umido di ghiaccio davanti al turista sbalordito. Il mocktail era imponente, colorato, invitante. L’uomo senza neppure ringraziare vi si avventò a berlo.
Tullio, soddisfatto, rientrò lentamente nel bar. Prese un foglio di carta e scrisse con un pennarello a caratteri di scatola le parole: “FUORI SERVIZIO” e lo attaccò alla porta del bagno chiudendola subito dopo a chiave.
«Oddio, si è intasato di nuovo?» fece l’altra cameriera.
«Per noi no, ma per quello seduto là fuori, sì. Quando fra qualche minuto faranno effetto le venti gocce di lassativo che gli ho appena messo nella bevanda credo che in qualche modo lascerà il tavolo.»

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L’aveva notato subito andando a fare le analisi in ospedale. Nella grande hall destinata al ritiro dei referti, dove avevano anche aperto una farmacia, un bar e negozi vari, c’era questo bancone. Sopra, un cartello invitante: “Libero ascolto” e, dietro, un addetto, un volontario probabilmente, pronto ad aprirsi agli altrui problemi e a dare consigli. E lui di problemi ne aveva sempre avuti. Tanti.
In attesa che fosse il suo turno per il ritiro gironzolò intorno al bancone. C’era un ragazzo alto. Un mucchio di capelli ricci in testa che sembrava un extracomunitario. Aveva la faccia non troppo simpatica, a dire la verità. A uno così, pensò, non avrebbe proprio detto un bel niente. Anche se sembrava saperci fare perché la donna che si era seduta davanti a lui chiacchierava sfogandosi. Si era messa persino a piangere e lui l’aveva consolata. No, no, con uno così non si sarebbe aperto. Se lo sentiva. Troppo pieno di sé.

E così quella volta se ne tornò a casa, le idee un po’ confuse, preoccupato più che mai. Le analisi andavano bene, per carità, anzi andavano benissimo. Il che confermava quello che già sapeva. Il problema ce l’aveva nel cervello. Rimuginava troppo e male, in modo nocivo, in modo tossico. E poi da quando aveva maturato quelle idee malsane aveva capito di essersi definitivamente calato in un pozzo lasciando cadere dietro di sé la corda della salvezza. La soluzione era andare da uno strizzacervelli, uno adatto; così almeno gli aveva consigliato il suo medico di base, ma forse lo aveva detto solo per toglierselo dai piedi. Ma lui non avrebbe potuto andarci, non con il lavoro che faceva. E se si fosse risaputo in giro? Che figura ci avrebbe fatto? In questo senso il “Libero ascolto” poteva essere una soluzione, dopotutto, almeno per l’immediato.

Ci ritornò qualche giorno dopo. Dietro al bancone c’era un ragazzo diverso. Era più allegro e gioviale dell’altro, ma anche meno professionale, secondo lui. Si toccava continuamente il naso e si infilava le dita nelle orecchie come in una sorta di tic. E poi sembrava spiccicato suo cugino. E a suo cugino non avrebbe di certo spifferato nulla con quella pettegola di moglie che si ritrovava. Peccato però, aveva proprio l’aria di un bravo ragazzo. Prendeva persino appunti.

Il giorno dopo stava davvero male. Aveva buttato giù qualcosa preso dal mobiletto del bagno giusto per alleviare l’ansia che lo stava divorando, ma era stato del tutto inutile; si sentiva solo un po’ più intontito del solito.
Tornò ancora in quella hall come un automa. C’era adesso una bella ragazza, giovane anche lei, ma dal modo di fare avvolgente, dolce, attento. Di una così si sarebbe potuto anche innamorare. Perdutamente. Per lo sguardo, per come muoveva la testa nel ravvivare i capelli, per il suo sorriso che parlava dritto al cuore.
«A chi sta?» si sentì dire. La ragazza lo ripeté più volte guardandolo dritto negli occhi, visto che peraltro c’era solo lui seduto sul divanetto davanti; ma lui non ascoltava: le stava guardando le labbra ben disegnate.
«Oh sì, tocca a me… mi scusi» disse lui dopo un po’ alzandosi di scatto.
E si ritrovò di fronte a lei come se fosse stata la scelta più naturale e ineluttabile della sua vita.
«In cosa posso esserle utile?» chiese melodiosa.
Lui fece un respiro profondo e attaccò:
«Guardi… mi chiamo Christian e sono disperato. Fin da piccolo ho avuto un rapporto molto conflittuale con i miei genitori. Perché mia madre era troppo debole di carattere e mio padre troppo autoritario e manesco. Ero un bambino introverso, molto sensibile e i miei compagni a scuola mi bullizzavano perché ero più intelligente di loro e mi sentivano diverso; e poi loro stavano in compagnia il sabato sera, si ritrovavano, si divertivano, mentre mio padre non mi faceva uscire di casa; troppo rischioso, diceva. Troppo rischioso per chi? Per cosa? E intanto la mia adolescenza finiva giorno dopo giorno in fondo al water. E così ho fatto fatica ad andare a scuola, a studiare, a realizzarmi. I miei rapporti sociali ne hanno profondamente risentito; sono sempre stati minimi e non sono mai riuscito a trovare una compagna degna di questo nome, benché avessi voluto farmi una famiglia ed avere dei figli. Da qualche anno a questa parte, poi, dormo poco e male; sono preda di incubi ricorrenti e spaventosi e mi sento un enorme vuoto dentro che cresce ogni giorno a dismisura; mi sembra di essere inutile perché non so più quale sia il senso nella mia vita; anche il mio lavoro, che pur mi piace tanto, ha perso da tempo ogni significato; sono depresso, frustrato, rancoroso e sto maturando sempre più spesso propositi suicidiari. Cosa posso fare? La prego, mi aiuti.»
La ragazza, che era stata ad ascoltare in silenzio fino a quel momento, aveva ora sul volto un sorriso disarmante. Non diceva nulla, si limitava a sorridere come se lui stesse ancora parlando.
«E allora, cosa mi consiglia?» insistette lui assaporando la soddisfazione di essere stato capace di arrivare fino in fondo.
La ragazza deglutì vistosamente e poi disse:
«Vede, mi spiace, ma il banco del “Libero ascolto” si è appena trasferito al piano seminterrato. Questa è la nuova agenzia della Figmore London Insurance, ‘polizze di successo per persone di successo’… Posso farle una polizza sulla vita, però, se vuole…»
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dietro il racconto
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«Ti dobbiamo spostare di lì, preparati!» annunciò la guardia appoggiando il viso alle sbarre. Mark aveva fatto appena in tempo a girarsi nella sua direzione che l’uomo era già sparito. Sapeva di aver poco tempo. Era già successo, un mese prima. Non aveva capito bene e pensava che ci sarebbe stato modo di far su le sue cose con calma. E invece dopo pochi minuti erano entrati due sacramenti di secondini che lo avevano letteralmente impacchettato in un altro braccio, quello in cui si trovava ora. Credeva che gli avrebbero permesso di tornare a prendere i suoi “effetti” più tardi, glielo avevano persino promesso, ma aveva ben presto capito che non avrebbe più riavuto nulla, né le sue lettere, né le foto, né il suo libro. Niente di che, è vero, tranne le foto. Ci teneva alle sue foto. E poi in carcere il poco, si sa, è tantissimo.
E così accadde anche quella volta. Entrarono le due guardie di fretta, come se dovessero spegnere un incendio. Una la conosceva bene, perché la chiamavano ‘Spaccadenti’, e non credo si debba spiegare perché; sapeva solo che gli altri detenuti lo evitavano come una brutta dissenteria in piena estate.
Lo spintonarono fuori dalla cella portandolo ben presto fuori dal braccio.
«Dove stiamo andando?» chiese lui preoccupato.
Le due guardie rimasero in silenzio, sembrava non avessero neppure sentito.
Il secondino che aveva il grugno meno massiccio dopo qualche secondo gli spiegò, con due parole non di più, che aspettavano di lì a poco un sacco di nuovi “uccellini” rimasti intrappolati in una retata giù ad Halifax.
«E allora dove mi state portando?»
Loro continuarono a non rispondere, ma quando Mark vide che stavano entrando nel braccio dei definitivi cercò di puntare i piedi. Le due guardie lo alzarono letteralmente da terra.
«Non potete portarmi qui… non potete, io sono in attesa di giudizio, non un definitivo… qui ci sono scannauomini e stupratori…»
«Vuol dire che farai un po’ di esperienza…» disse ‘Spaccadenti’ senza neppure muovere le mascelle.
In pochi minuti arrivarono a quello che sarebbe stato il suo nuovo gabbio. Aprirono la porta massiccia con non so quanti giri di chiave e lo spinsero dentro come una palla da bowling. La cella era al buio. Non si vedeva niente. Chissà dov’era l’interruttore. Era tutto diverso lì.
«E tu chi sei?» si sentì dopo un po’ dire nell’aria.
Una volta accesa la luce, un uomo anziano, un po’ curvo, scivolò lentamente dalla branda in basso. La cella era spaziosa, ordinata, pulita.
«Sono Mark, Mark Norton di Crumbsville, Maryland» disse il nuovo arrivato tendendo la mano.
«E che ci fai qui Mark Norton di Crumbsville, Maryland?» fece l’altro senza stringergliela.
«Sono in attesa di giudizio… mi hanno sbattuto qui perché sembra che nel mio braccio hanno bisogno di celle…»
L’uomo anziano lo guardò fisso, come se non avesse capito. L’azzurro dei suoi occhi era annacquato, senza nerbo, spento.
«Io sono Neil… Neil Bachman» disse rimettendosi in branda «vengo da un’altra vita e sono qui da così tanto tempo che non mi ricordo più neppure perché.»
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Nei giorni successivi Mark ebbe modo di conoscere meglio il suo compagno di cella. Gli avevano dato l’ergastolo anche se non volle rivelarne la ragione. Parlò a lungo del lavoro che faceva quando era fuori, della villa in collina, della sua bella famiglia, in particolare del figlio grande, di cui era orgoglioso, e che faceva lo stock broker a Wall Street e, a sua volta, era sposato con due figli, belli come divi del cinema. Gli mancava tanto la sua famiglia, diceva, ma non disperava di rivederla presto anche se non si capiva bene in che senso. Era un bravo diavolo, Neil. Mark era stato fortunato, dopotutto.
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Poi un giorno Neil, che stava guardando fuori dalla cella attraverso lo sportellino che a volte le guardie lasciano far aprire, all’improvviso si mise a darsi i pugni in testa e a graffiarsi il volto. Lo fece con tanta violenza che Mark si spaventò. Cercò di fermarlo senza riuscirci perché il vecchio, nonostante l’età, aveva una forza indomabile.
«Cos’hai? Cos’hai? Chiamo qualcuno? Stai male?»
Neil senza dir nulla si buttò nel suo lettino lamentandosi e piangendo come un neonato. Mark non sapeva che fare.
«Lascialo perdere…» gli disse la guardia che dalla porta della cella osservava la scena.
«Ma cos’ha? Che gli è successo…. non capisco… è successo tutto d’un tratto…»
Per un po’ la guardia tacque. Continuava a fissare l’anziano detenuto che si contorceva come preso da dolori lancinanti.
«Si è solo ricordato del perché è qui…» disse dopo qualche attimo.
Mark si girò verso la guardia per invitarlo a proseguire.
«Ha massacrato tutta la sua famiglia in un trip di roba tosta che a quel tempo si faceva… Ma non preoccuparti, fra un quarto d’ora, non di più, se lo sarà di nuovo dimenticato. È da tempo che si è fritto il cervello.»

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«Esta ‘na pappina!» disse l’uomo aprendo subito dopo la bocca e mostrando solo tre denti; due superiori e uno inferiore. In compenso gettò uno schizzo di saliva sulla camicetta della ragazza che aveva di fronte; ma lei non se ne accorse.
«EHHH?!?» fece esageratamente la ragazza facendosi calare gli occhiali sul naso.
«Esta» e l’uomo sdentato indicò più volte il bancone su cui si stava appoggiando «‘na pappina!»
«Il negozio alimentari dove può trovare alimenti per neonati è qui accanto… faccia scorrere la coda, per favore.»
A quel punto si avvicinò un uomo piacente, con un sorriso educato e uno sguardo sberluccicante.
«Lo scusi tanto, signorina, lui non è di qui… voleva dire che ‘questa è una rapina…’»
«ABBIAMO FATTO LI’ DAVANTI? Ho la macchina in doppia filaaaa…» gridò una signora anziana che agitava minacciosamente per aria un ombrello.
«Sì sì, stiamo concludendo…» rispose il signore piacente voltandosi verso la voce sgradevole.
«Cosa succede qui?» si avvicinò alla cassiera un uomo alto, i capelli brizzolati e gli occhialini con lenti quadrate e la montatura fine e d’oro.
«Dottore, i signori qui stavano chiedendo se abbiamo una pappina… ma io…»
«Rapina, signorina, rapina! Come glielo devo dire?» sbottò l’uomo piacente cercando di mantenere bassa la voce.
«Faccio io, Ermelinda, grazie…» disse il Funzionario spingendo delicatamente da un lato la cassiera. «Lei si chiama, scusi…?» chiese in modo gelido.
«Per ovvie ragioni preferirei non dirglielo…» rispose l’uomo piacente.
«Potrebbe almeno dirmi se ha un conto corrente qui da noi?»
«Oh cielo, no! Le sembra che rapinerei la mia banca?»
«Ma sa, è pur sempre una questione di fiducia… non tutte le banche sono uguali, c’è chi dà più garanzie di altre, anche in caso di rapina…»
«Non ci avevo pensato!»
«Immagino!» se ne uscì con aria di susseguo il Funzionario facendo finta di mettere in ordine delle carte davanti a sé.
«FACCIAMO SALOTTO?» sbraitò ancora l’anziana con l’ombrello.
«Senta, piuttosto» disse dopo un po’ il Funzionario sempre con tono compassato «adesso mi sta bloccando la fila, questa è un’ora di punta e oggi, per di più, ho il pagamento delle pensioni… Il giorno riservato alle rapine, per accordo sindacale, è il venerdì ed è anche prevista una fascia di rispetto: tra le ore 14.15 e le ore 14.45. Sicché non mi parrebbe proprio il caso che…»
«C’è un giorno apposta per le rapine?» chiese sbalordito l’uomo piacente.
«Certo, cosa crede… ormai non possiamo mica più lasciare al caso questo tipo, diciamo, di “interferenze”…»
«Ma così avreste tutto il tempo per chiamare la Polizia…»
«Mica detto… a volte non hanno la pattuglia disponibile… spesso abbiamo pochi soldi in cassa… e poi c’è l’assicurazione che indennizza…»
«Ho capito, se lo dice lei…»
«Certo che lo dico io!»
«Allora potremmo tornare venerdì prossimo… se non incomodiamo…»
«Mi faccia controllare…» fece il Funzionario compulsando il computer davanti a sé. «Purtroppo siamo già full con le prenotazioni… e anche per venerdì prossimo e per l’altro ancora… Sa, ultimamente siamo molto gettonati; del resto siamo il miglior istituto di credito sulla piazza. Dunque, mi faccia vedere… Ecco sì, ho un posto libero in overbooking solo a settembre… il 20 per l’esattezza… Che faccio vi metto in lista di attesa?»
«Trottinlà» disse l’uomo sdentato.
«Trullallà?» domandò la cassiera che non si era mossa di lì interrogando dubbiosa il Funzionario impassibile.
«Macché ‘trullallà’! Sta dicendo ‘troppo in là’» precisò l’uomo piacente. «Abbiamo bisogno di soldi, SUBITO!»
«Soldi subito?» chiese il Funzionario allargando le labbra sottili in un sorriso che sembrava un ghigno. «Allora siete nel posto giusto. Abbiamo dei mutui agevolati anche e soprattutto per soggetti socialmente disagiati come voi; il tasso è bassissimo perché convenzionato con la Regione ed è davvero sorprendente il piano di rientro su base decennale… sono sicuro che ne rimarreste entrambi entusiasti se aveste la cortesia di farmelo esporre.»
«Davvero?!?» fece l’uomo piacente.
«Ma certo… venite, venite…» disse indicando uno sportellino a spinta poco distante «parliamone più comodamente nel mio ufficio…»
«FINALMENTE!» si sentì gridare da in fondo alla fila.
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dietro il racconto
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Era ormai da diversi mesi che si era sepolto vivo in quella casupola fatiscente. Ed era così sperduta nel Supramonte che neppure lui a volte si ricordava dove fosse finito. E così si sorprese molto di veder sulla ripida stradina bianca qualcuno che si avvicinava in bicicletta. Non era una via di passaggio, quella: quel qualcuno stava venendo su proprio da lui.
Andò a prendere la preziosa carabina, regalo degli amici fidati per rendere più sicura la sua latitanza. Si appostò schiacciandosi tra una buca nel terreno e un grosso ramo di quercia che lo rendeva invisibile, soprattutto a chi veniva dal basso e aveva il sole negli occhi. Guardò con il teleobiettivo: era un ragazzino. Saliva l’erta in modo agile e senza troppa fatica. Controllò meglio. Ma sì, era Nastasi, il figlio di Bibinu, il suo amico di infanzia. Cosa poteva mai volere da lui?
Appoggiò il fucile e scese verso la stradina. Saltò fuori all’improvviso da un cespuglio di mirto parandosi davanti alla bicicletta. Bloccò così repentinamente la ruota anteriore che la bicicletta scartò di lato e il ragazzino cadde nella polvere.
«Ti ha seguito qualcuno?» chiese lui rabbioso.
«No zi’ Frantziscu, no, sono stato attento…»
«Sei sicuro?» fece ancora lui sovrastandolo e guardando verso valle. L’aria fredda della montagna gli precipitò in gola e gli diede la sferzata di vitalità del filu ‘e ferru.
«Sicurissimo, potessi non vedere più mia madre» rispose il ragazzino che, ancora in terra, baciò più volte gli indici disposti a croce.
«Non dire stupidaggini…» fece Frantziscu alzando di peso Nastasi. «Si può sapere cosa vuoi? È pericoloso che tu sia qui…»
«Mi ha mandato Bibinu… mi ha detto di dirti che il Lupo, morto è…»
«Ma cosa dici? Non può essere…» chiese lui che non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito.
«Sicuro, morto è.»
«E come?»
«Un incidente stradale, a ieri sera, sulla strada per Cala Luna. Una moto ha sbandato e lo ha spinto sugli scogli. Sul colpo morì.»
Frantziscu rimase impietrito. Non riusciva più a muoversi, né a pensare. Forse farfugliò un “grazie”, perché il ragazzino dopo un po’ tirò su la bicicletta e lentamente riprese la strada di casa.
No, non ci poteva credere: l’uomo che gli aveva dato la caccia per anni, che lo aveva fatto sbattere in galera, che lo aveva malmenato giurandogli vendetta… era morto. La sua prigionia, quel suo sentirsi braccato come un animale da preda, quel suo vivere di stenti erano incapsulati per sempre in un periodo maledetto improvvisamente finito.
Tornò alla baracca e si sedette. Dalla finestrella scheggiata di pietra, il cielo si rabbuiava di pioggia. Poi si buttò sul pagliericcio. Tutta la stanchezza e l’angoscia di quegli anni gli montarono alla gola per soffocarlo. Si mise a piangere, disperatamente, tanto farlo sussultare nella branda. Passò dalla dormiveglia al sonno come cadendo da un burrone. Alle prime ore dell’alba si svegliò. Era ora di tornare a casa.

Quando finalmente arrivò, c’erano tutti i suoi amici ad aspettarlo. La moglie e i figli avevano preparato una tavolata apparecchiata con ogni bendidio. Mangiarono, bevvero e scherzarono che sembravano tutti tornati ragazzi. Lui ogni tanto continuava a chiedere se fosse vero. Poi smise quando lesse finalmente il trafiletto sul giornale; pian piano scoprì di poter ricominciare a pensare al futuro.
A notte inoltrata gli amici se ne andarono. Abbracciò a lungo la moglie e la baciò.
«Vieni…» gli disse lei prendendolo per mano e indicando la camera da letto.
«Arrivo subito…» rispose. Andò in bagno. Si guardò allo specchio. La barba era lunga, incolta, i capelli ispidi. Avrebbe avuto bisogno di un buon bagno e di rimettersi a posto. Si lavò la faccia a lungo, come per svegliarsi da un sogno. Si guardò di nuovo allo specchio. Ma non c’era più la sua immagine riflessa. C’era quella del Lupo. Deturpato dall’incidente e rifinito dalla morte.
«Ricordati..» gli disse guardandolo dritto negli occhi «che con te non ho ancora finito.»

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