Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘viaggio’

stanzaAveva fatto più tardi del previsto: controllò l’orologio del cruscotto e capì che non sarebbe riuscito ad arrivare a casa se non alle prime luci del mattino. Inserì la freccia di direzione e uscì dal casello dell’autostrada alla ricerca di una sistemazione per la notte.
Girò un po’ alla cieca e, dopo qualche chilometro e un paio di paesini cresciuti disordinatamente sulla strada, accese il navigatore che lo indirizzò verso un viottolo che altrimenti non avrebbe mai percorso. Il sole era già sparito dietro le colline rugginose e le ombre si scioglievano nella prima oscurità; quando arrivò sul piazzale ghiaioso di una bella locanda si sentì sollevato.
L’ingresso era chiuso chiave. Tirò la corda di una campanella che suonò nella casa con un accenno di eco. Dopo qualche minuto, una donna dal volto tirato e dagli occhi gonfi e arrossati, aprì.
«Vorrei una camera solo per questa notte…» fece Tobia, incerto, come se quella fosse stata una domanda che, in realtà, stava rivolgendo a se stesso.
«Mi dispiace, siamo al completo, non ha visto il cartello?» rispose lei secca cercando di richiudere.
«No, aspetti» fu pronto a dire Tobia trattenendo il battente. «Mi accontento di una sistemazione qualsiasi. Anche di un divano. E non cenerò neppure, darò il minor fastidio possibile.»
«Non è questo il problema, è che c’è la Sagra annuale della trota fario…» disse la donna come se quella dovesse essere una risposta definitiva.
«Non mi costringa a guidare tutta la notte per tornare a casa, la prego. Sono troppo stanco» fece lui con un tono che suonò fin troppo supplichevole. Lei lo guardò per qualche istante chiedendosi da dove venisse.
«E va bene entri, vedo cosa si può fare, ma non le garantisco proprio nulla. Si segga lì, per favore, vado a chiedere» e indicò una poltroncina e due sedie di vimini davanti al desk della locanda. La donna sparì al piano superiore. Si sentì parlottare. Ogni tanto la voce di un uomo sovrastava le altre. Sembrava arrabbiato. Gli arrivarono, a ondate, mezze frasi dal tono trattenuto; tra le altre: ‘abbiamo bisogno di soldi’ e forse anche ‘ma allora che facciamo?’ Seguì un lungo silenzio e poi un rumore di passi precipitosi sui gradini di legno. Era una bambina bionda, ben vestita. Arrivata all’altezza del desk guardò l’ospite con aria di rimprovero. Poi scoppiò a piangere rifugiandosi nella stanza vicina e sbattendo la porta. Tobia si alzò. Era imbarazzato. La sua presenza in luogo, per un qualche motivo che non capiva, creava dei problemi. Non sapeva se andarsene oppure no. Il pensiero di doversi rimettere alla guida lo fece però sedere nuovamente. Seguirono altri rumori confusi. Dopo un intervallo infinito di tempo la donna che gli aveva aperto la porta scese lentamente le scale.
«Mi chiamo Matelda» fece lei allungandogli una mano gelida. «Mi segua… non ha con sé un bagaglio?»
«No, come le ho detto, mi fermo solo per questa notte. Non pensavo di dormire fuori.»
«Capisco.»
«Vuole che le lasci i miei documenti?» chiese Tobia efficiente.
«No, non c’è fretta, facciamo tutto domattina, con comodo.»
La stanza era gradevole, ben arredata, linda. L’aria era però fredda. Probabilmente avevano aperto la finestra per rifare la camera. La donna aspettò che Tobia prendesse confidenza con l’ambiente, quindi gli consegnò le chiavi e uscì. Appena fu solo, la prima tentazione fu di buttarsi sul letto, vestito. Si sarebbe addormentato immediatamente. Andò invece in bagno per rimettersi in sesto. Quando tornò in stanza, ebbe di nuovo la stessa sensazione di quando era entrato: c’era uno strano odore lì dentro. Cercò di non pensarci. Si mise a sedere sul letto. Rifletté su quanto avrebbe dovuto fare l’indomani. Se fosse partito presto avrebbe potuto recuperare il tempo perduto. Controllò il cellulare. Mise la sveglia. Poi si rialzò. L’odore si stava facendo sempre più forte. Difficile dire di cosa si trattava. Forse proveniva dalla cucina da basso o forse dallo scarico del bagno. Poi pensò d’un tratto, chissà perché, a un topo morto. Si mise a cercarlo, come se fosse davvero possibile che in una stanza così curata ci fosse una cosa simile. Cercò dentro e sopra all’armadio, sulle travi del soffitto, dietro alle tende. Nulla. Si chinò sul pavimento e alzò le coperte del letto. C’era un morto, là sotto. Vestito come lo possono essere i defunti il giorno del loro funerale; il naso era affilato, la carnagione bruna, tra le mani un rosario.
In quel mentre entrò Matelda. Forse aveva persino bussato.
«Volevo chiederle se davvero non vuole mangiare nulla…» disse cercando l’ospite in piedi da qualche parte nella stanza: lo vide in ginocchio che stava ispezionando sotto il letto. Impallidì; l’uomo, invece, la guardò sgomento.
«È venuto a mancare questa mattina presto» cercò lei di spiegare con la voce che le tremava. «È mio padre ed è morto proprio in quel letto. Io glielo avevo detto che eravamo al completo, ma lei non ha voluto sentir ragione e ha insistito per volere la camera; e questa era l’unica disponibile.»
Tobia non riusciva a trovare le parole. Si lasciò solo andare seduto sul pavimento di pietra, prendendosi la testa tra le mani.
«Però» aggiunse la donna accennando a un sorriso «abbiamo cambiato le lenzuola.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

case nell'acquaAveva preparato lo zaino con molta cura. Il sacco a pelo, la tenda canadese, la batteria da cucina. Era il primo vero viaggio da solo, all’estero, dopo la maturità. Due settimane di libertà sfrenata.
«Mi raccomando telefona appena puoi» gli disse la madre accarezzandolo. Lui continuava a spuntare la lista che aveva preparato e annuiva senza ascoltare una parola. Dal tono della voce della madre, si capiva benissimo che erano solo raccomandazioni e che non valeva la pena ascoltare. Il padre era invece sprofondato nella sua solita poltrona d’angolo. Al di sopra del quotidiano ondeggiava il filo dell’eterna sigaretta. Si sarebbe alzato solo alla sua partenza.
Quando, zaino in spalla, si chiuse finalmente la porta dietro di sé l’aria gli sembrò più pulita, il sole più brillante e le sue sneakers arancioni ancora più comode. Si gustò quei pochi metri di vialetto che lo separavano dall’avventura oltrepassando il cancello con una certa solennità. La madre era dietro alla tenda della cucina che lo stava spiando e anche il nano Brontolo, da sopra il gabbiotto del gas, lo guardava incuriosito e, come al solito, corrucciato. «Sì» disse il ragazzo accarezzandolo sulla testa «mi mancherai anche tu.»
L’idea era di andare a Parigi. Si era accordato via mail con un bouquiniste del Pont Neuf per vender libri per mezza giornata. Così si sarebbe mantenuto all’ostello conservandosi un po’ di tempo per girare la città. Ma, giunto a Parigi, trovò la postazione chiusa per lutto. Vi ritornò i giorni seguenti, ma la serranda era sempre abbassata. Grazie a Ian, un olandese conosciuto all’ostello così biondo da sembrare bianco di capelli, venne assunto come aiuto cameriere in un ristorante del Marais. Fin da subito però ebbe delle grane con Marcel, un lavapiatti corso convinto che, dopo tanta gavetta, il posto in sala sarebbe spettato a lui; così non c’era giorno che non gli facesse dei dispetti o non lo trattasse male. Alla fine della prima settimana, sugli scalini del Sacrè Coeur, conobbe Helèna, un’inglesina bruna tutta pepe che si trovava a Parigi per un corso da vetrinista; in poco tempo si trasferì da lei in un monolocale umido dalle parti di Place Blanche e stettero insieme fino quando lei non dovette ritornarsene a Londra. Dopo l’ennesimo litigio con Marcel, che una sera, non visto, lo minacciò con un coltello a serramanico, il ragazzo accettò l’invito di Ian di seguirlo, insieme al fratello, sino a Den Haag, in Olanda, dove giunsero non senza qualche peripezia su uno scassatissimo pulmino. Da qui, dopo qualche giorno, passò a Gand e poi a Bruges, in Belgio, e quindi, rintracciata Helèna, se ne andò in autostop fino a Londra. La ragazza lo introdusse nell’ambiente della moda, dove venne preso come fattorino e tanto gli bastò per visitare Londra e persino Liverpool sulle tracce dei Fab Four.
Insomma, doveva star via due settimane ed era rimasto all’estero due mesi. Aveva visto un mucchio di belle città, conosciuta tanta gente, anche strana, e aveva persino venduto la tenda, il sacco a pelo e le scarpe per avere un po’ di soldi in tasca: però ce l’aveva fatta. Le infradito erano davvero scomode per fare chilometri, soprattutto perché costate pochi pound, ma era pur sempre meglio che camminare scalzo. Non ci volle badare però più di tanto anche perché, dopo tutto, era bello tornare a casa. E quando si ritrovò davanti al suo cancello ebbe un tuffo al cuore. Tutto era esattamente come lo aveva lasciato. Anche Brontolo era lì a squadrarlo in cagnesco. «Mi hai portato fortuna» gli disse accarezzandolo sulla testa. Poi alzò gli occhi e vide sua madre e suo padre. In uno slancio li abbracciò forte: era proprio contento di rivederli anche se loro, a dire il vero, sembravano piuttosto distaccati. «Ecco, ci risiamo» pensò. «Adesso ci scappa pure la solita paternale. Non sarei dovuto star via così tanto, non avrei dovuto telefonare così poco o chissà cos’altro…»
«Non stai bene, figliolo?» gli chiese con apprensione il padre.
«No, affatto, sto benissimo…»
«Ci siamo spaventati!» fece la madre.
«Adesso esagerate, come sempre» rispose lui irritato.
«Ma sì. Sei uscito dal cancello, ti sei messo a parlare con il nano e sei rimasto lì, fermo immobile, per cinque minuti buoni. Non riuscivamo a capire cosa stesse accadendo e così siamo usciti a vedere…» charì la mamma.
«Se non fai presto perdi l’aereo per Parigi…» gli fece il padre comprensivo dandogli una pacca sulle spalle. «Per fortuna, hai le tue superscarpe arancioni ai piedi».

Read Full Post »

cinese(segue dal precedente post “La festa del passero montano”)

Wang Qi Shi si stava voltando verso il gruppo per invitarlo a unirsi alla festa quando si accorse che dietro a lui non c’era più nessuno. Tutti i gitanti, alla spicciolata, se ne erano già andati. Tutti tranne ovviamente Gregorio che gli sparò a bruciapelo l’ennesimo «e allora quando si mangia?»
Alla corriera, gran parte dei lughesi aveva evidenti disturbi di natura neurovegetativa per non aver gradito lo spettacolo. Per fortuna alcuni insulti in stretto dialetto di Poggiobrusco e dintorni sfuggì all’orecchio attento della guida che, per risollevare gli animi, visto che ormai era passata l’una e il pranzo a base di passeri era sfumato, propose:
«Vi va di mangiale pesce?» Gino e Rosa che si tenevano ancora per mano lo guardarono con sufficienza come se avesse fatto una battuta. Il resto del gruppo mostrò un tiepido interesse. «Bene allola è deciso. L’unico ploblema è che dovlete spingele colliela, ma solo poco poco, poi tutta discesa, fino a paese Do Nheng, dove essele case di pescatoli, voi mai visto, poco lontano da qui. Tanta gente, tanti cololi, e poi tanto pesce, tutto glatis…»
Di mala voglia la comitiva si mise a spingere la pesante corriera sotto una canicola terribile che sembrava voler liquefare la strada sterrata. «Spingete, spingete ancola, con più nelbo, folza, folza miei plodi!» gridava Wang Qi Shi dal suo posto di guida cercando di assecondare i movimenti del mezzo come fosse stato su un cavallo. La corriera, cigolando, si mosse lentamente. Il prof. Locatelli stramazzò un paio di volte al suolo, mentre Ada e Pina, lo calpestarono duramente, senza smettere però di sferruzzare e spingendo di schiena. I tre sordomuti, per poter comunicare tra loro a gesti, ogni tanto smettevano di spingere sicché la corriera tornava indietro, mentre Don Rosario, della cui presenza nessuno fino a quel momento si era accorto, seguiva a capo chino il gruppo, assorto nella preghiera. Poi, pian piano, la corriera prese la discesa e tutti, in modo più o meno elegante, riuscirono a salire a bordo. L’ultimo fu Gregorio che si era attardato a osservare il seno prosperoso di Matilde ballonzolare nella corsa.
«Yappiiiiii» gridava Wang Qi Shi a ogni curva.
«Rallenti, per l’amor del cielo, rallenti» dissero Gino e Rosa all’unisono.
«Macché lallenti! Conosco queste culve come mie bisacce!» fece il cinese sempre più entusiasta, «potele fale stlada anche a occhi chiusi…»
E infatti chiuse gli occhi. La corriera carambolò giù dal costone a imitazione di una pallina del flipper atterrando sul molo di Do Nheng come un proiettile. Per il contraccolpo Wang Qi Shi fu trovato incastrato sotto il sedile di guida dove ritrovò alcuni nichelini di un precedente tour, mentre le due donne anziane, con i rispettivi ferri da maglia, si erano infilzate il rispettivo cappellino con la veletta nera. Solo Gregorio era atterrato sul seno verace di Matilde cercando di non respirare perché la ragazza non rinvenisse troppo presto.
«E allora quando si mangia?» chiesero questa volta i tre sordomuti gesticolando in modo inequivocabile e fiutando l’aria alla ricerca di un ristorante.
«Appena pescato pesce» disse trionfante il cinese come se se lo fosse inventato lì per lì. Lo sguardo bieco e vendicativo del gruppo si concentrò sulla guida.
«Dovremmo a quest’ora metterci qui, sotto questo sole, con le canne, a pescare il pesce?» chiese il prof. Locatelli arricciando il naso nel tentativo di supplire alla perdita degli occhiali.
«Canne da pesca? Quali canne da pesca? Ah ah, tu simpatico… A Do Nheng il pesce lo cattulano lolo…» e indicò alcuni uccellacci appollaiati sulle barche. Dopo pochi minuti tutti gli ospiti avevano già preso posto su piccole imbarcazioni traballanti con ciascuna un cormorano sulla prua che scrutava l’orizzonte come un nostromo. Il prof. Locatelli, che non ci vedeva più niente, aveva preso per il becco il suo cormorano e lo agitava a destra e a sinistra pensando fosse il timone. «Vado bene così?» ripeteva in continuazione senza ottenere risposta. Ada e Pina, che avevano finito finalmente il maglione, lo stavano invece provando mettendolo addosso al loro cormorano, commentando il lavoro. Gregorio, che aveva issato sulla barca Matilde ancora svenuta, visto che il suo volatile si era invece tuffato già tre volte, considerava la cosa molto promettente pregustandosi una grigliata mista. Purtroppo nessuno aveva posizionato gli appositi anelli al collo degli uccelli per impedir loro che il pesce ingoiato finisse nello stomaco. Così ben presto i cormorani si rifiutarono di truffarsi visto che avevano la pancia piena.
«Agita bene tuo uccello» suggerì allora la guida a Gregorio per far uscire dal becco i pesci ingurgitati. Matilde, rinvenuta in quel momento, a sentire l’invito del cinese e riscoprendosi da sola con quel maniaco di Gregorio sulla barca, si tuffò a nuoto e di lei non si seppe più nulla. Gregorio per un po’ ci rimase male, ma poi la fame prese il sopravvento. E avendo preso sul serio la raccomandazione della guida, afferrò per il collo il suo cormorano scuotendolo come un melo. «Molla il pesce, molla il pesce, puzzone di un volatile». Il cormorano, oramai violaceo per un principio di asfissia, sputò l’ultimo branzino ingoiato in ordine di tempo. Gregorio lo raccolse ancora vivo e lo esibì come un trofeo. E subito il suo cormorano, con un preciso colpo di becco, glielo staccò di mano insieme al costosissimo rolex. Solo don Rosario riusciva, con aria benedicente, a far saltare i pesci nella sua barca sotto l’occhio incredulo della comitiva. Poi, dopo aver moltiplicato i pesci, ne distribuì volentieri anche agli altri.
Nel frattempo si era fatto sera e il gruppo era stremato dalla fatica. Qualcuno chiese di essere portato nel più vicino albergo per riposarsi.
«Ma siete già nel vostlo letto» disse radioso il cinese indicando le rispettive barche. I gitanti erano troppo stanchi per protestare e ciascuno si raccolse nel ventre umido della propria imbarcazione dove si addormentò all’istante.
La luna si alzò lentamente nel cielo, illuminando un paese da fiaba, mentre sulla pancia prominente del prof. Locatelli si piazzò un’enorme rana delle paludi che si mise a gracidare nei rari momenti i cui l’uomo non russava, eseguendo così un duetto che rimase indimenticabile.
«Come mi piace questo lavolo» sospirò il cinese intenerendosi. «Un’altla giolnata spettacolale.»

Read Full Post »

passeriLa corriera annaspava sulla salita dello Yan-Tze Dhang. Il rumore che proveniva da sotto i piedi era sospetto ma il gruppo di gitanti cercava di non farci troppo caso. La prospettiva di visitare il tempio taoista di Lai-neh, il più antico di tutta la regione, aveva alimentato l’entusiasmo del gruppo. La giornata era afosa e, già a quell’ora, il sole era rovente. L’autista, Wang Qi Shi, un buffo cinese di Macao che, dopo un passato burrascoso da pescatore di frodo, aveva investito tutti i suoi risparmi in quella ditta di tour operator, non smetteva mai di sorridere. La comitiva di Lughi, tuttavia, al suo terzo giorno di viaggio, aveva già sperimentato a sue spese l’avvilente disorganizzazione del giro, ma preferiva non pensarci; i lussuosi alberghi promessi si erano rivelati poco più di una stanza in catapecchie rurali liberate in fretta e furia dal contadino di turno, che aveva assiepato tutta la famiglia nell’unica stanza rimasta, mentre i tanto pubblicizzati ristoranti romantici a lume di candela altro non erano se non una stuoia di bambù stesa sull’erba su cui erano state risposte scodelle mal lavate e riempite a metà di riso scotto e insapore.
La corriera aveva fatto appena in tempo a guadagnare la cima della collina che il motore si spense in un singhiozzo. «Nessun ploblema, nessun ploblema» disse Wang Qi Shi catapultandosi fuori dall’abitacolo, non smettendo di sorridere. Alzò con molta fatica lo sportello del vano motore e sparì dentro. Nel frattempo, il sole impietoso convinse il gruppo a scendere e a sgranchirsi le gambe. Era aperta campagna, il paesaggio era brullo e stopposo, e i grilli stavano dando libero sfogo al loro frastuono cacofonico. Il prof. Locatelli disse qualcosa a proposito del fatto che lui, in quel posto dimenticato da Dio, non ci voleva venire e che era tutta colpa della moglie. Salvo poi considerare che forse la moglie l’aveva lasciata in quel tugurio di casa da dove erano partiti la mattina presto. Rosa e Gino si tenevano invece per mano, sorridendosi e baciandosi tutto il tempo: quello era il miglior viaggio di nozze che avessero potuto desiderare; non avevano occhi che per i loro occhi. I tre sordomuti si stavano spiegando l’un l’altro quanto accaduto. Demetrio, quello più allampanato di loro, si era messo come al solito contro sole, sicché aveva capito solo un gesto su cinque.
In quel mentre lo sportello sul retro della corriera si aprì di colpo vomitando Wang Qi Shi sulla strada polverosa.
«Una notizia buona e una cattiva…» disse rimettendosi in piedi con un saltello e un sorriso smagliante. Il gruppo si girò verso di lui.
«Non andlemo più al tempio Lai-neh…»
«E la notizia cattiva?» fece Gregorio, un ventenne con la faccia sempre imbronciata, che non riusciva a staccare gli occhi dal seno prosperoso di Matilde, la giovane biondina che lo aveva ignorato sin quando erano partiti da Collefili.
«No, quella notizia buona. Tempio Lai-neh non bello, già stato mio cugino e lui dice tloppe scimmie e tloppa puzza e poi tutti uguali quei templi lì. No, quella cattiva è che colliela defunta, molto defunta. Cinque giolni almeno pel avele pezzi licambio. Ho già pallato con cugino: nessun ploblema, nessun ploblema.»
«E adesso che facciamo?» chiese il professor Locatelli che si stava finalmente godendo il momento di poter parlare senza che la moglie lo interrompesse di continuo. Wang Qi Shi consultò la mappa come un generale prussiano e poi esclamò: «Possiamo vedele festa nazionale del passelo montano!»
«Passero montano?» chiesero tutti quasi in coro.
«Sì, sì, bellissima festa, tipica cinese, voi mai vista, poco lontano da qui. Tanta gente, tanti cololi e poi glande festa e cibo glatis.»
«Che ne pensi, cara?» chiese Gino a Rosa dandole un bacio. «Mi sembra una cosa carina, topino mio, magari ci divertiamo» disse Rosa a Gino restituendogli il bacio. Il resto del gruppo mugugnò un sì di assenso, comprese Ada e Pina che, come api operose, continuavano a intrecciare imperterrite i loro ferri da maglia formando per il loro nipote Nuccio un pull over a coste di lana siberiana iniziando l’una dal collo e l’altra dal fondo. L’improbabile comitiva, piuttosto che restare sul posto ad arrostire al sole, con la prospettiva oltretutto di rimanere a digiuno, si mise in marcia dietro a Wang Qi Shi che, a dispetto delle gambette storte e macilente, aveva un passo da guida dolomitica. Dopo circa mezz’ora, alla spicciolata, arrivarono sudati e ansimanti su una montagnola aggettante un prato immenso che conteneva, a perdita d’occhio, migliaia e migliaia di contadini. Erano tutti immobili, in piedi, in assoluto silenzio: guardavano un punto fisso dell’orizzonte come oggetti inanimati in attesa di un soffio di vita. La comitiva lughese si sedette compita sul prato, rapita da quello scenario biblico che si stava compiendo sotto i loro occhi. Wang Qi Shi sorrise a tutti, come per dire: ‘Visto che spettacolo?’
Poi, all’improvviso, tutti i presenti nel campo lanciarono all’unisono un urlo assordante. Stormi di passeri montani si levarono in massa impauriti in ogni direzione. Il cielo era diventato scuro di uccelli e un’ombra fredda si proiettò sulla terra. Per un po’ i passeri volarono qua e là alla rinfusa, poi, appena cercavano di posarsi sui rami degli alberi, i contadini ripeterono il loro urlo lancinante alzando nel contempo le braccia. Lo fecero più e più volte, fino a quando ai passeri cominciò a scoppiare il cuore per lo sforzo di sostenersi in volo, finché caddero fulminati a terra, uno dopo l’altro, come in una pioggia nera.
«Eh? Che dite?» fece Wang Qi Shi che si era alzato in piedi saltellando sul posto dall’eccitazione. «Che spettacolo spettacoloso, velo? Passeli montani nocivi pel campi.»
La coppia in viaggio di nozze aveva smesso di baciarsi inorridita e Ada e Pina di sferruzzare forsennatamente. Il professore aveva la bocca spalancata e i tre sordomuti non osavano più guardare né gesticolare. Solo Gregorio ebbe coraggio di chiedere: «e allora, quando si mangia?»
«Tu aspettale…» fece pronto Wang Qi Shi radioso «adesso noi fale scolpacciata di passeli montani…»

(prosegue con il post  successivo “Una pesca spettacolare”)

Read Full Post »

Il viaggio

Non andare così di fretta, Mario, non riesco a tenerti dietro».
L’uomo era incurante della supplica della moglie. Nonostante avesse più di settant’anni e strisciasse i piedi, aveva un’andatura sostenuta.
«Bisogna fare presto, la corriera può arrivare da un momento all’altro».
«Ma abbiamo tutto il tempo!» protestava lei che invece aveva il fiatone. Così quando arrivarono sul piazzale e la corriera ancora non c’era lei sospirò e rallentò di colpo. Mario invece proseguì come se a quel punto l’avesse vista partire e dovesse rincorrerla. Raggiunse in un attimo la palina della fermata: era smanioso, si mordeva le labbra, strofinava l’un l’altro i palmi delle mani.
«Sta arrivando!» annunciò con la gioia di un bambino volgendosi verso la moglie rimasta ferma, una ventina di metri indietro, a ritrovare il perduto respiro. ‘Eccola…’ si disse tra sé accostandosi alla sagoma docile del pachiderma dalla pancia di metallo che faceva manovra tra sbuffi e brevi stridii di freno. Con lo sguardo l’uomo ispezionò impaziente l’interno cercando di scorgerla. Poi con un altro sbuffo la corriera, quasi fosse un contenitore sottovuoto, scaraventò di lato il portellone allungando verso il suolo delle scalette così sottili da dare l’impressione che si sarebbero spezzate al primo peso. Uno dopo l’altro festosi, forse un po’ stanchi, i passeggeri scesero in modo disordinato. Confusa tra le persone che si accalcavano per uscire, lui d’un tratto la vide sorridente: i capelli lunghi e biondi, gli occhi sereni della madre, stretta nel suo piumino azzurro che ne preservava la linea sottile. Scese con eleganza e gli passò accanto, fece ancora qualche passo in avanti e abbracciò con trasporto una signora e un signore.
«Allora come è andata, piccola mia?» le chiese quel signore.
«C’era un sole meraviglioso, papà» disse la ragazza baciando i genitori.
«Lo vedo» fece la madre «ti sei abbronzata».
Mario era sbiancato. ‘Come?!? Sua figlia che abbraccia due perfetti sconosciuti? Com’è possibile?’ Si rigirò disperato verso la moglie quasi potesse dargli spiegazioni, ma lei, che già gli si era fatta accanto, per tutta risposta lo accarezzò con tenerezza:
«Annina, non c’è più, caro… da tanto tempo».
Quella frase lo trapassò da parte a parte come una verità ineludibile, un coltello conficcato nel cuore che nessuno era riuscito mai a levare. Abbassò il capo sentendo tutta l’inutilità del suo esistere.
«Ma allora perché siamo qui?» mormorò tra i denti.
«Perché dovevi partire» le disse allungandogli il borsone. «I tuoi amici di Collefili, ricordi? La cena, la rimpatriata… ti stanno aspettando». Lei avrebbe voluto stringerlo e coccolarlo lì, davanti a tutti, ma poi aggiunse: «Se vuoi, però, puoi anche lasciar perdere, ci andrai un’altra volta, quando magari starai meglio».
«No, andare mi farà bene» disse lui evitando di guardare in faccia la moglie. Poi afferrò il borsone e salì.


Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: