Panic Room

Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».

Black box

«Le garantisco che non è stata colpa mia!».
La donna era sul limitare della seduta. Se si fosse mossa anche solo di qualche millimetro sarebbe caduta a terra. I capelli ricci e neri incorniciavano un viso pallido che a sua volta evidenziava gli occhi bistrati di scuro; l’espressione era tragica, come di chi temesse per la propria vita se non fosse stata creduta.
Il perito assicuratore, dietro l’anonima scrivania di fòrmica, stava compulsando il fascicolo sul cui frontespizio color giallo-canarino campeggiava in verde il titolo sbilenco: «Sinistro stradale BY382KH». L’uomo pareva assorto nella lettura come se si trovasse da solo sulla poltrona di casa sua.
«Io vorrei chiarire invece…» fece il marito che, diversamente dalla moglie, era comodamente appoggiato allo schienale della poltrona sforzandosi di mantenere la calma «…che la vettura incidentata era la mia. Me l’ha completamente distrutta. È praticamente da rottamare. Il MIO coupé, capisce? Da rottamare!» Ora, quello più disperato, sembrava lui.
«Ti ho già chiesto mille volte scusa…» disse la moglie guardando un punto indefinito della parete di fronte, forse il calendario a muro, fermo a tre mesi prima. «Quel camion, ti ripeto, è sbucato all’improvviso tagliandomi la strada e… e… oh Dio mio, potevo rimanere uccisa e tu pensi solo alla TUA stupida macchina!»
«Stupida macchina? STUPIDA macchina?!? E allora perché hai presa la stupida macchina senza peraltro nemmeno dirmelo?»
«Te l’ho già spiegato… ero in ritardo e dovevo andare dall’estetista…» La donna era oramai prossima a scoppiare a piangere.
Il perito continuò noncurante a leggere, ancora per qualche minuto, il dossier che aveva davanti senza neppure alzare la testa o dire alcunché. Apparve persino per un attimo sulla soglia della stanza anche l’attempata segretaria; ma subito dopo se ne andò via con una smorfia indecifrabile.
«Non c’è dubbio che non sia colpa sua…» proruppe ad un certo punto l’assicuratore che regalò ai due coniugi un sorriso così cordiale da farsi subito perdonare per quel suo comportamento distaccato.
«Come dice, scusi?» fece la donna spingendosi pericolosamente ancora un po’ più avanti.
«Non è colpa di mia moglie?» domandò sbalordito il marito.
«Te l’avevo detto» gli sibilò lei velenosa.
«E possiamo anche provarlo…» fece il perito spostando alcuni elastici davanti a lui. «Vede signora, ora tutte le autovetture della marca acquistata da sua marito sono dotate di una black box…»
«Una black box? Come quella degli aerei?» chiese la donna che aveva ripreso colore in viso.
«Più o meno. Si tratta comunque, come sa, di un dispositivo elettronico dotato di un localizzatore GPS che permette di registrare tutte delle informazioni riguardanti il mezzo di trasporto e il comportamento del guidatore; interpretando il codice è possibile risalire alla posizione del veicolo e a tutti i suoi spostamenti anche minimi durante la marcia…»
«Caspita! Non lo sapevo» fece il marito. E poi rivolta alla moglie: «hai visto che ho fatto bene a comprarla? Tu che non volevi.»
«Insomma…» seguitò il perito «è possibile ricostruire pressoché tutto dell’incidente. Ed è emerso chiaramente dalla sbobinatura che la sua condotta è stata regolare ed è il camion che non ha rispettato lo stop.»
«Che sollievo» fece la donna.
Il marito fece con la bocca un verso strano di soddisfazione.
«In conclusione…» fece l’assicuratore unendo a cuspide, davanti alla sua faccia, le dita di entrambe le mani «quando fra pochi giorni la pratica perverrà sulla scrivania del nostro Direttore verrà staccato l’assegno per l’importo da lei richiesto!»
«Non ci credo!» fece il marito sempre più sorridente.
«Ci creda, ci creda… questa è una assicurazione seria, sa?» affermò il perito con un tono della voce tale però da far risultare che fosse lui per primo a meravigliarsene «e l’assegno lo invieremo ovviamente qui, in via Finlandia, 2, giusto?» chiese gettando un occhio al dossier ancora aperto.
«DOVEEE?» chiese la donna strabuzzando gli occhi.
«In via Finlandia, 2… Dalla relazione di sbobinatura della black box risulta che la vettura coinvolta nell’occorso parcheggia abitualmente in questa via. È qui che abitate, vero?»
«NOOO!!! Affatto! Noi abitiamo in piazza Toscanini, 24… In via Finlandia, 2 ci abita quella sgualdrina della sua amante!» disse inferocita la moglie alzandosi e indicando il marito alle sue spalle. E poi, rivolgendosi al marito: «Mi avevi giurato che non l’avresti più rivista» e gli assestò uno schiaffo sulla guancia così forte che i vetri della vicina finestra sembrarono tintinnare. «Sei un PORCO!» disse andandosene.
«Ma no, cara… ti posso spiegare…» mormorò il marito provando ad andarle dietro.

Il Professore

Erano già dieci minuti che si trovava nell’anticamera del Professore. L’attempata segretaria che, allo stesso tempo, batteva sulla tastiera del computer, rispondeva al telefono e metteva in ordine le pratiche su uno scaffale, ogni tanto gli mandava una fuggevole occhiata. Non ci poteva giurare, ma gli era sembrato che, per un attimo, gli avesse persino fatto l’occhiolino.
«Il Professore ora la sta aspettando…» gli annunciò trionfante, a un certo punto, allargando le labbra a un sorriso professionale.
Thomas si alzò impacciato, tentato dal desiderio di andarsene. Ma poi si convinse ad entrare dalla massiccia porta in mogano e noce che la segretaria aveva lasciato socchiusa. Non era la prima volta che andava dal Professore, ma era sempre come se fosse la prima volta.
«Venga venga…» gli disse il Luminare dalla sua scrivania direzionale, un uomo sui cinquant’anni, leggermente brizzolato e paffutello, non appena ebbe ad avvertire la sua presenza nella stanza. Non alzò lo sguardo finendo di compilare una scheda con una stilografica a inchiostro verde; e, dopo aver fatto sparire il cartoncino all’interno di un grosso schedario che lo inghiottì senza rumore, gli si avvicinò cordiale come se fosse passato a fargli visita un amico. «Si sieda, la prego… si sieda signor Thomas» lo invitò con voce persuasiva, calda e levigata da anni di esperienza. La luce era soffusa da alcune lampade sapientemente dislocate nella stanza contribuendo a dare all’ambiente un tocco rilassante e confidenziale. Thomas si accomodò sulla poltrona che gli era stata indicata. La adorava. Non solo per il profumo di pelle e tabacco che emanava, ma soprattutto perché era avvolgente e anatomica; sembrava di sistemarsi su una nuvola che, alla pressione delicata del corpo, gli si conformava in modo automatico.
«Mi dica, allora…» fece il Professore sorridendogli allo stesso modo che aveva visto fare alla segretaria; ma a pensarci bene anche al portiere all’ingresso dello stabile e persino a un signore che stava per uscire dall’ascensore proprio mentre lui si approssimava.
«È sempre per lo stesso motivo…» ammise Thomas sospirando.
«Incubi?»
«Incubi…»
«Mi racconti di nuovo per bene, l’origine di questi incubi…»
Thomas voleva ricordare al Professore che, visto quanto costava quell’ora di seduta, dover spiegare per l’ennesima volta la causa scatenante di tutte le sue angosce, lo riteneva inutile e frustrante. Ma si limitò a restituire il sorriso ricevuto che però non gli riuscì altrettanto bene.
«D’accordo, allora…» cominciò facendo schioccare involontariamente la lingua contro il palato «…tutto è successo tempo fa per la mia brutta abitudine a distrarmi… Stavo andando in stazione a prendere il treno per recarmi in ufficio quando sono sceso dal marciapiede e non ho visto una moto che è sopraggiunta a tutta velocità contromano… Contromano capisce?» e guardò lo psicanalista che si era sistemato davanti a lui, sulla sua solita bergère rossa. Aveva l’aria di seguire un filo di pensieri tutto suo e di immaginarsi di prendere il sole in qualche isola dell’oceano indiano. Ma poi il Professore lo sorprese:
«Prosegua… non arresti il flusso dei ricordi…»
«…così mi ha investito lanciandomi in aria a diversi metri di distanza e… e sono finito in ospedale…»
«E quindi…?» cercò di incoraggiarlo il Luminare abbassando il mento in modo che gli occhi superassero la montatura degli occhiali.
«E quindi, da allora, anche se sono guarito dalle fratture multiple e da un severo trauma cranico, ho degli incubi terribili…»
«Quali per esempio?»
«Sempre gli stessi.»
«Cioè?»
Thomas voleva ribadire che lui avrebbe dovuto conoscerli a menadito dal momento che glieli aveva raccontati più volte. Ma rimase zitto, anche questa volta. All’alzata di un sopracciglio del Professore aggiunse:
«Sogno di trovarmi in una foresta, forse in Alaska o in Siberia (chi può dirlo?) dove vengo attaccato da un branco di lupi affamati che finiscono per dilaniarmi le carni… oppure mi ritrovo abbracciato a un pezzo di legno in piena notte in mezzo alle onde di un oceano tormentato da una tempesta.»
«E poi?»
Thomas lo guardò stupito. Poi disse sottovoce: «È proprio necessario?»
Il Luminare annuì.
«E poi sogno di trovarmi in un polmone d’acciaio… Tunf-tunf-tunf, giorno e notte, giorno e notte: l’unico modo per rimanere in vita.»
«Ma è terribile!»
«Sì, gliel’ho detto, è terribile. Cosa ne pensa, allora, Professore?»
«Vede, Thomas… come le ho diagnosticato tante altre volte lei ha un solo modo per alleviare la sua condizione…»
«La mia condizione?»
«Sì, lei mi deve chiamare in modo che io possa venire da lei e fare delle vere sedute…»
«Come delle vere sedute? E queste cosa sono?»
«No, mio caro Thomas. Prima se ne farà una ragione e prima si sentirà meglio. Lei mi sta solo sognando. La sua vita reale è davvero all’interno di un polmone d’acciaio che l’aiuta a respirare, giorno e notte, a seguito di quell’incidente. Quindi mi chiami, per favore, solo così le potrò essere davvero di aiuto.»

Nella Gola del Lupo

Non sapeva neppure lui perché quella sera spingeva così tanto sull’acceleratore. Forse semplicemente gli andava. Forse semplicemente perché voleva sentirsi vivo dopo quella serata terribile. Una festicciola tra “amici” dove si era sentito solo, non considerato, trasparente. Non era tardi, non c’era nessuno che lo stesse aspettando, ma così aveva deciso.
E la terza curva della Gola del Lupo gli fu decisiva. La ruota posteriore destra perse aderenza. C’era qualcosa sulla strada: del brecciolino lasciato, come si seppe dalla successiva indagine, dalla ditta che aveva riparato poco più in su la massicciata. Non avevano pulito bene il cantiere, presi com’erano dalla fretta di consegnare il lavoro al Comune, giusto per non pagare la penale salata. Il vento e il passaggio dei camion avevano poi fatto il resto sparpagliando la ghiaia ovunque. Già, perse aderenza il SUV di Marcello, e il retro della macchina scappò via da un lato mentre i troppi Lagavulin che gli rimbombavano nella testa gli impedirono di reagire come avrebbe dovuto. E fu subito tutto buio e quando riaprì gli occhi era a testa in giù nell’abitacolo ribaltato. Non sentiva male e questo, tutto sommato, gli parve subito molto strano.
«Ehilà che ti è successo?» disse un uomo con una grande pancia e la maglietta blu con su scritto ‘Aquogas al tuo servizio‘. Bella botta!» fece chinandosi verso il finestrino esploso nell’urto e battendo una mano sulla scocca accartocciata. «Ma a quanto andavi? A 150?»
«Macché a 150… almeno almeno a 180… con questa macchina è un attimo!» fece un giovane uomo con un volante in mano e un paio di occhiali sulla fronte che sembravano appartenuti a Nuvolari.
«E dire che è una splendida serata…» fece una donna anziana con un cappellino rosa che si avvicinò appoggiandosi a un bastone. «È piena di stelle, e si sentono tutti i profumi del bosco…»
«Sì, … profumi di muschio, funghi e di resina di pino… lo so, lo dici ogni volta, Marta… e basta!» fece sbottando il giovane uomo con il volante in mano.
«Cosa ci posso fare io se sono una inguaribile romantica…» sbuffò lei prendendosi entrambe le guance con le mani.
«Ma chi siete?» disse appena sussurrando Marcello.
«Siamo amici» gli disse l’uomo dell’Aquogas.
«Sì sì, amici amici» confermò un ragazzo rosso di capelli e un lagotto al guinzaglio.
«Siamo tutti deceduti proprio su questo maledetto curvone… anche se in tempi diversi» alzò la voce un altro uomo, molto distinto, con la sciarpa e il borsalino sulla testa. «Chi era distratto, chi ha calcolato male la curva, chi non l’ha vista per la nebbia. Abbiamo tutti fatto in qualche modo un errore fatale. Come te del resto. Sono decenni, se non di più, che la popolazione della Valle si lamenta con l’Amministrazione comunale: ma non c’è mai stato nulla da fare…»
«Noi ci ritroviamo qui…» seguitò il ragazzo con il cane che tirava verso un albero «ci facciamo due sane chiacchierate in allegria e veniamo a vedere i nuovi arrivati…»
«Su, dai, esci di lì…» gli disse la donna con il cappello rosa «sono sicura che sono nati nuovi funghi nella nottata…»
«Non starla ad ascoltare…» ribatté il ragazzo con il cane «è tutta matta… però su questo ha ragione: unisciti a noi che andiamo a spaventare gli animali del bosco insieme al mio Tappo…» Il cane lo guardò e sembrò assentire.
«Non stare a soffrire, abbandonati, smetti di lottare…» gli fece un terzo uomo un po’ più lontano, ma che sorrise come se si trovasse davanti a una cinepresa.
Poi si udì l’urlo lacerante di una sirena d’ambulanza, uno scalpiccio nervoso, un richiamarsi concitato di persone.
«Bisogna intubarlo, subito!» ordinò il medico alla donna che era vicino a lui. Altri due intanto avevano sganciato Marcello dalla cintura di sicurezza e lo avevano adagiato sulla barella. Gli abbaglianti dell’ambulanza illuminavano una scena drammatica come in un film giallo dozzinale. L’équipe stava facendo una prima trasfusione: Marcello era in stato confusionale, aveva perso molto sangue ed era pallido e freddo come il marmo.
«Portiamolo via» esortò ad un certo punto il medico.
In pochi secondi Marcello era già sistemato nell’abitacolo dell’ambulanza e il motore del veicolo era acceso.
«È un posto davvero da lupi, questo…» disse il paramedico guardandosi attorno e chiudendo il portellone posteriore. «Non c’è anima viva per chilometri… Un posto pessimo per decidere di abbatter alberi con la propria macchina.»

Incubi

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto