Il Paradiso alla deriva

«Commodoro!»
Arthur Wilson era in piedi davanti alla finestra. Si passava da un lato all’altro della bocca il suo eterno sigaro. Tentava di evitare che il fumo gli andasse negli occhi. Ma non era in grado. Non era ancora riuscito ad abituarsi al fatto che non avesse più da tempo il naso. Gli era stato tagliato di netto nel primo giorno di scontro con gli indigeni di quella terra, cinquant’anni prima. Fumare, da allora, era sempre stato un problema.
Incollato ai vetri ammirava il mare, che brillava di un prepotente blu cobalto. Quel colore pareva volersi far largo nel portico per entrare nella stanza e sovrapporsi a tutti gli altri.
Era quello uno di quei momenti in cui capiva perché avrebbe voluto, un giorno, essere seppellito nel giardino di quella farm.
Senza dire una parola, si girò a fissare negli occhi il suo assistente. Il fidato Jedd Garber era appena entrato ansante.
«Commodoro, stanno arrivando altri turisti dal continente.»
Guardò anche lui il mare, chiedendosi se fosse mai riuscito un giorno a tornare a casa.
Wilson a quelle parole si rabbuiò.
L’Isola di South Sentinel era situata nel bel mezzo dell’oceano ma da tempo aveva iniziato ad attirare un numero sempre più crescente di persone. Sembrava si moltiplicassero a ogni sciabordio delle onde.
Ed era stata tutta colpa di Jimmy, il figlio adolescente dello stesso Garber. Il padre l’aveva portato con sé sull’Isola durante il precedente periodo estivo di assegnazione. Al suo ritorno sulla terraferma, il ragazzo aveva prodotto una serie di podcast di successo, scatenando l’interesse irrefrenabile per quella terra, decantata per le sue bellezze, le risorse minerarie e la bella vita. E si era scatenato il finimondo. Da allora arrivava di continuo gente in nave, in motoscafo, in gommone.
La fragile economia locale non avrebbe retto.
Non c’erano strutture adeguate ad accogliere tutta questa gente, senza contare che molti decidevano di fermarsi in pianta stabile.
Il problema peggiore era però l’ordine pubblico. L’aumento del consumo di arak, un potente distillato prodotto sull’Isola, aveva acceso risse feroci tra etnie e religioni in tensione tra loro da generazioni.
Il sole sulla terra del Paradiso sembrava aver cominciato a tramontare.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi, Garber?» chiese notando che il suo assistente rimaneva fermo sulla soglia. I due avevano condiviso più tempeste che pasti caldi, e tra loro la fedeltà era ormai un’abitudine, più che una scelta. E si capivano anche con un solo cenno.
«Sì, Commodoro. Si è creata anche un’altra situazione, direi incresciosa.»
«Incresciosa? In che senso?» e Wilson si sedette alla scrivania. Si tratta di lavoro, dopotutto.
«Alcuni ingegneri sono venuti dal continente per studiare la morfologia dell’Isola» continuò Garber. Ed esitò.
«Continua, su» incalzò il Commodoro. «Non farti pregare».
«Ebbene, hanno scoperto che South Sentinel sta sprofondando.»
«Cosa stai dicendo? Non è possibile! Cos’è? Bradisismo? Non mi risulta che l’Isola sia soggetta a fenomeni simili.»
«Sì, infatti, non lo è. Hanno studiato a fondo la questione e hanno capito di cosa si tratta. Sta sprofondando per il peso eccessivo delle persone.»
«Troppo peso? Che razza di sciocchezza è questa?»
Il Commodoro si era alzato di nuovo in piedi e si stava asciugando le lacrime: il fumo del sigaro gli era appena entrato negli occhi.
«Purtroppo, no, Commodoro. Gli ingegneri hanno verificato che l’Isola, in realtà non è un’isola. È un’enorme zattera di legno.»
«Cosa? Una zattera? E ne sono sicuri?»
«Sicurissimi. È una costruzione millenaria. Anche a causa della copiosa caduta iniziale di ceneri vulcaniche del vicino Kaunaloa, si è formato successivamente uno strato molto spesso di terra coprendo l’intera zattera. Ed è rimasta nascosta persino la catena che la tiene ancorata al fondo. Nessuno se n’era mai accorto.»
«Non è possibile, non è possibile!» disse, proteggendosi il volto come fosse il fumo a infastidirlo.
«E non è tutto» continuò Garber. «Alcuni anziani raccontano che sotto la zattera vivrebbe uno dei cinque Giganti Orrifici del mare» disse Garber serio. «Il Gigante avrebbe costruito la zattera perché gli doveva servire da riparo dalle onde oceaniche, giusto per potersi finalmente addormentare dopo anni di lotte tempestose con i demoni dell’oceano. E grazie a questa zattera sarebbe riuscito in effetti, in tutti questi secoli, a riposarsi. E se il Gigante si sveglierà, perché la zattera gli sarà caduta addosso, scatenerà su di noi la sua incontenibile ira. E per noi sarà la fine. Così dicono.»
«Non è possibile, non è possibile!» ripeteva Wilson che, pur non credendoci, aveva sempre saputo di quelle leggende.
«Pareva una diceria. Fino a questa mattina» proseguì l’altro. «E invece…»
Wilson si incupì.
Il peso di migliaia e migliaia di persone, rispetto alle poche centinaia di un tempo, stava dunque facendo affondare il pontone.
Garber notò a quel punto che Wilson aveva eccezionalmente posato il sigaro nel portacenere. Non glielo aveva mai visto fare, tanto da aver avuto sempre il sospetto che fumasse anche quando dormiva. La situazione dunque doveva essere molto grave.
Guardò ancora una volta la distesa oceanica pensando a quanta acqua lo divideva da suo figlio. Non nutriva per il ragazzo alcun rancore per quanto aveva combinato con quei podcast. Come poteva? Anzi, poteva al contrario essere il segno del destino: se South Sentinel avesse dato segni vistosi di cedimento lui avrebbe avuto un’ottima scusa per andarsene finalmente di lì.

Trascorsero alcune settimane.
I residenti, dopo aver esaurito i tentativi pacifici di convincere i nuovi arrivati ad andarsene, decisero di armarsi segretamente facendo arrivare armi e munizioni dalla terraferma. Bisognava reagire, con fermezza e coraggio, per difendere ciò che avevano costruito nel tempo: le loro famiglie, le loro case, le loro terre. E bisognava farlo subito.
Quando tutto fu pronto, una calma pensosa calò per un giorno intero sull’Isola. Persino le onde del mare sembravano essersi fatte di velluto per non far rumore. Gli uccelli dal becco giallo blu, nativi di South Sentinel, avevano smesso di fischiare il loro verso melodioso non uscendo più dal nido.
Poi cominciarono a parlare i fucili.
Tutto accadde alle prime luci dell’alba. I residenti insorsero compatti, dando inizio a una battaglia breve ma sanguinosa che causò numerose vittime anche tra di loro.
A cose finite, una volta gettati i morti in mare, l’Isola riuscì a tornare alla sua normale linea di galleggiamento. La notizia della strage si diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, tanto che l’Isola del Paradiso fu ribattezzata Isola del Massacro. Nessuno volle più metterci piede.

Nella stanza in mogano scuro, il Commodoro sedeva ora sulla sedia a dondolo. Era assorto nei suoi pensieri. Il sigaro era immancabilmente acceso. Lo passava da un lato all’altro della bocca, come suo solito, ma con minor energia di un tempo. Gli eventi recenti lo avevano segnato profondamente, sia nello spirito che nel corpo. Difendere il Presidio della Marina gli erano costati la milza e un orecchio.
«Commodoro!» si sentì chiamare.
Garber entrò trafelato.
«Non portarmi per cortesia altre cattive notizie, Garber, almeno per i prossimi due secoli» mugugnò Wilson.
«Allora me ne vado», disse serio l’assistente accennando a voltarsi.
«No no, torna qui. Non fare lo scemo. Scherzavo. Davvero hai ancora cattive notizie per me? Non ti è bastato? Cosa è successo, ancora?»
«C’è stata una ritorsione da parte degli sconfitti prima di allontanarsi con le loro barche», spiegò Garber.
Wilson sollevò un sopracciglio.
«Hanno reciso gli ormeggi che tenevano ferma South Sentinel al fondale. È diventata una zattera a tutti gli effetti.»
Garber deglutì.
«Ora stiamo andando alla deriva, nel bel mezzo dell’oceano».
A quel punto, al Commodoro cadde il sigaro di bocca. Si alzò subito per raccoglierlo e pulirsi il pastrano.
Poi interrogò il suo assistente con lo sguardo come se potesse leggergli negli occhi la soluzione anche di quel problema. Non scorgendola, si mise allora a interrogare il mare, imitato in questo, subito dopo, da Garber.
Ma quella immensa distesa blu cobalto, come sempre, fece finta di nulla.

Armida

paradisoNella stanza si sentiva solo un mesto brusio. Erano preghiere biascicate ma anche un sussurro tra due parenti che proprio non riuscivano a star zitte neppure in quel momento.
Il letto sembrava non contenere nulla. Tanto poco spazio occupava il corpicino della povera Armida. 102 anni suonati, da qualche giorno in uno stato soporifero che non poteva dirsi proprio coma, visto che ogni tanto muoveva leggermente le mani ossute sopra alle coperte come se dovesse spiegare qualcosa ai presenti.

«Nome e cognome, prego…» disse il Tipo davanti a lei semi nascosto da una grossa console e senza alzare lo sguardo.
«Armida… Armida Mezzasoma.» Poi visto che il nome e cognome non avevano suscitato alcuna reazione nell’interlocutore, aggiunse «fu Demetrio.»
Ad Armida, piaceva quella sensazione. Si sentiva leggerissima, impalpabile, come una cartina di caramelle trasportata dal vento.
«Ha prenotato?»
Armida, che tutto si sarebbe aspettata meno quella domanda, dopo un po’ disse: «Be’, no.»
«E allora che ci fa qui? Lei è pure senza mascherina.»
«Perché credo di star per morire, sa sono molto vecchia e anche malata.»
«Le sembra un motivo sufficiente? Non può presentarsi qui senza prenotazione… i moduli Hter 16 li ha compilati?»
«Moduli?»
«Certo, deve scaricarli dal sito… l’autodichiarazione di trapasso imminente, la richiesta di accesso immediato per decesso naturale, l’istanza per l’inserimento nella lista di attesa…»
«C’è una lista di attesa per il Paradiso?»
«Quale Paradiso?»
«Perché non andrò in Paradiso?»
«Guardi che mi sta bloccando la fila…» fece spazientito il Tipo dietro alla console.
Armida si voltò e vide dietro di sé una coda di gente lunghissima che la stava squadrando in modo interrogativo. C’erano anziani come lei, ma anche giovani e pure dei piccini. Tutti indossavano le FFP2 e ognuno di loro, per la verità, sembrava avere in mano dei fogli. ‘Che fossero i moduli Hter 16?’ si chiese.
«Allora nonnina ti sbrighi? Vuoi aspettare il Giudizio Universale per darti una mossa?» l’apostrofò un ragazzino masticando una gomma.

A quel punto Armida si mise seduta sul letto e aprì gli occhi. Gli astanti fecero un passo indietro spaventati. Poi, come se fosse stato un comportamento atteso, si girò da un lato del letto e, trovate le pantofole, le calzò.
«Nonna, dove stai andando?» le chiese esterrefatta la nipote nello stupore generale degli altri parenti.
«Vado in cucina a farmi un caffè… lo volete anche voi?»

Transizioni

«Da quanto tempo?»
L’uomo dapprima guardò il dottore incredulo e poi sbottò: «Ma non è possibile che mi si faccia sempre questa domanda. Io non lo so da quanto tempo; io queste cose me le dimentico, non me le segno, non ci bado. Come ieri quando il giornalaio, prima di vendermi la mia rivista preferita, mi ha chiesto con faccia seria da quanto tempo ero abbonato; ma che ne so? Dieci, vent’anni, che differenza fa? Sempre la rivista mi doveva vendere. E il negoziante da cui sabato ho comprato il fertilizzante per l’erba? La prima cosa che mi ha domandato è da quanto tempo ho quel tipo di prato erboso. L’erba sarà sempre quella, o no? Insomma: non lo so, va bene?, NON LO SO.»
«Si è sfogato?» gli chiese il medico armeggiando in una vetrinetta da dove prelevò lo sfigmomanometro.
«Sì… credo di sì…» fece Carlo guardando dalla finestra, già pentitosi per quella sfuriata. Nel parco della clinica l’estate era esplosa all’improvviso e le foglie sui rami degli alberi avevano preso una tonalità più scura perdendo il verde delicato dei primi giorni. Cominciava a fare caldo.
«Devo fare l’anamnesi e la sua risposta è importante. Perché mi può aiutare a capire che cos’ha…» gli disse calmo il medico traguardando il paziente da sopra gli occhiali da miope.
«Sì, scusi, ha ragione… è che sono molto nervoso in questi giorni: saranno sei mesi… non più di un anno.»
«È un po’ vago» concluse il dottore spingendosi bene sul naso gli occhiali «ma è meglio di niente» e si mise a scrivere.

Carlo poi risultò ammalato di un’affezione rara, fulminante. In pochi mesi passò a miglior vita, per fortuna senza soffrire troppo.

«Mi dica…» fece il tipo dietro a quella che sembrava una scrivania senza esserlo davvero.
«Non so, non saprei…» rispose Carlo standosene in piedi e volgendosi attorno imbarazzato. Aveva infatti la sensazione di essere completamente nudo.
«Desidera forse vedere qualcuno?»
«No, non penso di essere qui per questo motivo. Immagino piuttosto di essere morto e la prima persona che incontro è lei… perché lei è una persona, vero?»
«Morto?» fece sorpreso il tipo che ora si vedeva meglio sotto una luce che non si capiva da dove venisse: aveva una faccia strana che pareva cambiare forma a seconda della prospettiva. «Qui preferiamo usare la parola “pervenuto in transizione”.»
«E fa differenza? Sempre morto sono…»
«Fa molta differenza! Ci teniamo alla forma, qui, mica come ai piani bassi… Ma mi faccia controllare. Lei si chiama?»
«Carlo V.»
«Carlo G., Carlo L., Carlo T… ha detto Carlo V., vero?» disse compulsando un libro senza che lo fosse davvero.
«Sì…»
«Ed è morto… volevo dire “pervenuto in transizione”?»
«Già!»
«E da quanto tempo?»
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Il Programma di Gestione

Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato schiscio schiscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi nel reparto del Baldi che è un bel pezzo di carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, vuoi dire Bardi!»
«Appunto, Bardi!»
«Ma come, non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone leopardato fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio, è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno?» gli chiese battendogli con le nocche la fronte sudaticcia. «Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Uè, guarda laggiù…guarda… non è Coso, il Grande che dicevamo prima, lì… il…»
«Il Tanassi!»
«Ecco, il Tanassi, appunto. Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è enorme!» e fece un largo gesto circolare con il braccio «anche se un po’ spoglio.»
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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dietro il racconto
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Il saltino

Australia«Ma tu mi vuoi bene?»
La donna era seduta sul divano. Sembrava che la domanda l’avesse fatta all’iPad che stava stringendo tra le mani e da cui non aveva distolto lo sguardo. Ma poi alzò gli occhi verso di lui che seguiva a sua volta la televisione. L’uomo tardò a darle retta per aver sentito mille altre volte quella stessa domanda, ma poi le rivolse un sorriso molto dolce come se fosse quella la sua risposta.
«Anche se sto diventando vecchia, brutta e grassa?» insistette.
«Non ci sono donne vecchie, brutte o grasse in questa stanza; però è buio qui dentro e si vede poco…» fece lui voltandosi di nuovo verso la tv e mettendosi a sogghignare.
«Dico sul serio» fece lei, cambiando ora il tono e posando l’iPad.
«Beh, la promessa è sempre valida… no?»
«Quale promessa?»
«LA PROMESSA.»
«Cioè?»
«Che staremo insieme fino al ‘saltino’ finale…»
«Davvero?» disse lei commossa.
«Certo, dopo quarant’anni di matrimonio dove vuoi che vada… e poi non avrei più chi mi fa da mangiare e mi stira le camicie… tanto vale…»
«Che sciocco che sei…» fece lei riprendendo il lavoro e accennando a un sorriso che voleva trattenere.
La televisione trasmetteva la storia di una coppia che in Australia aveva deciso di costruire, in mezzo al bush più inospitale, una casa moderna ma con pareti di paglia isolate con sterco di mucca. Lui stava scuotendo la testa.
«Ma non è poi che, con la scusa che siamo morti, tu sparisci e non ti fai più vedere, vero?» chiese lei dopo un po’.
«Non saprei…» disse lui mettendo su una faccia pensosa. «Il cielo è grande. E poi non sono sicuro che ti seguirò in Paradiso…»
«Non ti preoccupare: al momento giusto gli parlo io al Principale e lo convinco…»
«Non avevo dubbi a questo proposito.»
Nella stanza si era fatto silenzio. La televisione passava splendidi panorami della costa australiana. Il colore intenso di quel mare era entrato nella sala.
«Arancione!» fece lei all’improvviso.
«A me sembra un bel blu» disse lui distratto.
«Ma no, non sto parlando del mare! È che potremmo metterci al momento opportuno, tutti e due, ben calcato in testa, un berretto di lana color arancione, così riusciremmo a ritrovarci anche tra le nuvole… e ci riparerà pure dagli spifferi.»
«Pensi proprio a tutto, tu.»
Lei annuì soddisfatta.
Poi lui si girò a guardarla: la sua compagna di vita con il volto illuminato dal tablet come fosse un riflettore.
«Ti amo, Tesoro» le disse.
Lei posò l’iPad sulla gonna sorridendogli teneramente.
«Lo so.»
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