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Archive for the ‘Casa Isbbarrìa’ Category

Guardava la città sottostante dalla finestrella del garage. Da qualche giorno, più esattamente dalla scomparsa improvvisa di Angelo, cercava di riallacciare il senso delle cose. E non lo trovava.
Un breve rumore proveniente dalla cucina soprastante lo scosse. Lei lo stava aspettando, anzi, l’aveva già sentito arrivare con la macchina e presto si sarebbe preoccupata di non vederlo. Diede un’ultima occhiata alla valle come se si attendesse una risposta da quelle migliaia di luci palpitanti come candeline su una torta di compleanno. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si spensero tutte le luci della città abbandonandola nel buio completo.
Mark, alla lampada bluette di emergenza, raggiunse la porta di intercomunicazione con la casa. Non si apriva. ‘Già, non può aprirsi!‘, pensò. L’apertura sarebbe infatti scattata solo con la digitazione a muro del codice e non avrebbe funzionato senza corrente. E la chiave per quella porta non l’aveva mai fatta.
Usò l’altra per uscire in strada provando un improvviso senso di sollievo; quel nocciolo duro di ansia alla base dello stomaco aveva preso lentamente a sciogliersi. La città sotto di lui, vinta dalle larghe penombre della sera inoltrata, era come sparita.
«Ah sei qui…»
Mark si voltò. La moglie lo stava squadrando ansiosa, con il viso un po’ reclinato da un lato, come volesse sgridare il figlio piccolo.
«Sì, scusa, sono rimasto intrappolato in garage… dovrò occuparmi di quella chiave…»
«Ma se l’hai fatta fare la settimana scorsa, non lo ricordi?»
Mark la guardò stupito.
«Se non ci credi controlla nel portachiavi» insistette lei «ha il bordo rosso, proprio come avevi detto avresti fatto.»
«Ora non c’è luce qui… ma lo escludo, Rose, lo ricorderei.»
Si incamminarono silenziosi per la stradina in salita verso la villa. Il ghiaino si scansava scoppiettando sotto i loro piedi.
«Ti sei tagliata i capelli? E perché te li sei fatti biondi?» fece lui aggrottando le ciglia. Rose si fermò di colpo.
«Mi stai facendo paura, Mark, smettila subito, non è divertente. Li ho così praticamente da quando siamo sposati…»
L’uomo tirò a sé il cancello in ferro rimasto accostato e fece entrare la moglie; alzando gli occhi, vide che la finestra di casa era a destra della porta di ingresso e non a sinistra come era sempre stata. Rammentava benissimo che Rose, vent’anni prima, aveva scelto quella casa proprio per quel motivo: dalla finestra della sala avrebbe potuto ammirare l’estendersi della città a perdita d’occhio, la piana verdeggiante della valle e, in fondo, il blu brillante dell’oceano.
«Perché adesso fai quella faccia?» gli chiese Rose.
«Niente cara, è che sono solo molto stanco.»
Nel chiudere il cancello gettò un’occhiata alla macchia scura e opaca della valle che sembrava aver inghiottito ogni cosa. C’era desolazione e silenzio nell’aria ostile, e una sensazione fragile di smarrimento. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si riaccesero le luci della città.
«Hai visto Rose? È tornata la corrente.»
Lei ora lo stava aspettando sul vialetto di casa massaggiandosi con vigore gli avambracci: l’umidità della sera le pizzicava la pelle.
Mark notò quanto fosse ancora bella con i suoi capelli lunghi e neri che si stagliavano sulla finestra accesa della sala, tornata a sinistra della porta.
«E ora cos’hai?» gli chiese facendo un piccolo passo verso di lui. «Sei davvero strano questa sera.»
«Stavo pensando che devo proprio ricordarmi di fare la chiave del garage per passare in casa anche senza codice…»
«Lo dici sempre e non lo fai mai…»
«Magari potrei farla fare anche con un bordo colorato, che so, rosso, così la distinguo dalle altre. Che ne dici?»
«Ecco, sì, magari…»

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batacchioAvrebbe raccontato la sua vita. L’aveva sempre saputo che era quello l’argomento che, per avere successo, avrebbe dovuto trattare prima di altri in un libro; aveva cercato tuttavia di evitare un simile coinvolgimento perché scrivere di sé avrebbe comportato anche giudicarsi, oggettivamente, ripensando in modo critico al proprio passato: il che poteva risultare anche non troppo piacevole. Ma ora Mario aveva sessant’anni. Era un uomo arrivato, con una forte personalità e un disincanto verso di sé e gli altri da fargli credere, a ragione o a torto, che in realtà non avrebbe avuto nulla da temere. Anzi no, era sicuro: gli avrebbe fatto bene.
Così cominciò dapprima con un capitolo generico, introduttivo, richiamando quei principi etici cui si era sempre ispirato e poi via via, partendo dal racconto dell’infanzia, risalì alla gioventù, agli anni della maturità, a quella delle grandi scelte. Era soddisfatto. Si profilava come un romanzo di grande respiro, penetrante, liberatorio, per nulla indulgente. Anche se per ora aveva trovato l’artificio narrativo di usare la terza persona.
Poi una mattina cominciò ad accorgersi che in casa mancavano diversi oggetti. Una prima volta non trovò una maglia di quando aveva intrapreso da ragazzo l’avventura del calciatore dilettante, un’altra volta risultò sparita una cartina antica che aveva comprato a Londra dopo il diploma, un’altra ancora il suo set completo di canne da pesca. Era diverso tempo che Anna, la moglie, aveva ripromesso un ‘bel ripulisti’ di vecchie cose sue che ‘prendevano solo polvere‘, ma non poteva credere che dalle minacce fosse passata ai fatti.
Fu immancabile un furioso litigio all’inizio del quale lui accusava lei di non rispettarlo come uomo e come marito e la moglie che negava di aver buttato via alcunché; alla fine c’era solo lei che rimproverava lui, insieme a molte altre cose, del perché il rinfresco del loro matrimonio fosse stato così misero rispetto a quello delle sue amiche, poco importando fossero passati trent’anni.
Qualche settimana dopo, Anna, uscita di casa per andarsene a lavorare, tornò appena dopo cinque minuti, la faccia pallidissima. Se ne stava nella luce della porta guardando il marito senza fiatare.
«Per l’amor del cielo, Anna, parla! Cos’è successo?» chiese lui preoccupato.
«Hanno rubato la macchina! Nonostante sia più vecchia di me!» fece lei tutto d’un fiato.
E così avevano a che fare con un ladro seriale. Non c’era dubbio. Un ladro strano, per la verità, selettivo e pervicace. Rubava ricordi, solo ricordi: i suoi. La polizia, dal suo canto, com’era prevedibile, non li prese neppure in considerazione.
Anna, per tutta risposta, liberò il ripostiglio delle scope, fece montare una porta blindata e nello stanzino stipò tutto quello che secondo lei era prezioso. Compreso il fazzoletto della prima comunione con cui aveva toccato l’ostia consacrata, il tappetino di plastica della sua prima macchina e un orecchino superstite, regalo di quell’Altro, che se lo avesse sposato come le aveva raccomandato quella santa donna di sua madre, che riposi in pace, ‘ora avrebbe fatto la Signora’.
Poi lui capì. Non poteva essere altrimenti.
C’era il gatto della moglie che gli si era sdraiato, come al solito, sopra la tastiera del computer: fece alcuni tentativi per convincerlo a spostarsi. Poi riempì la ciotola di croccantini e il gatto, indolente, scese dal tavolo. Fu così che al romanzo aggiunse un paio di pagine proprio su quel gatto, di quanto fosse irritante averne uno da accudire tutti i santi giorni quando ti dimostra ostentatamente solo indifferenza e ostilità. Poche righe intense, insomma, asciutte, ma ben scritte. E, come immaginava, per qualche motivo imperscrutabile, il gatto sparì.

«Mario??? Deve sei?», fece la moglie appena alzata dal letto. «È domenica, non ti sembra esagerato lavorare anche la domenica mattina? Ma dove sei?»
Giunta nello studio trovò la luce della lampada da tavolo accesa, il monitor del computer illuminato. ‘Lo Scrittore non deve essere lontano’, pensò.
Allungò il collo sul display e lesse:

«Devo dire che al termine di questo romanzo mi pare la scelta più giusta. Preferisco infatti scegliere di stare di qua in un mondo fatto di ricordi e momenti felici, piuttosto che in una vita scialba che non mi assomiglia più. Sì, lo scrivo, qui, ora, anche se cosa vorrà dire. Succederà come per la maglia, la macchina e finanche il gatto che, sia ben chiaro, m’ingegnerò a rispedire di qua.
Ebbene sì, il personaggio di cui si parla nel libro sono proprio io.
Addio.
»

La moglie scossa la testa più volte. Fece un passo indietro e schiacciò con le pantofole dei croccantini.
«Ma Mario, cos’hai fatto? Possibile che tu debba essere sempre così sciatto? Mario! Ma dove sei? Marioooo…»

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Tunnel«Te l’avevo detto IO che occorreva partire domani, ma tu niente…» disse lei con un’espressione irrigidita del volto. L’uomo chiuse gli occhi e strinse le mani attorno al volante. Sapeva che quello era l’inizio di una litigata e non ne aveva nessuna voglia di affrontarla. Guardò gli stop accesi della macchina davanti a lui.
«Chissà cosa avrà da frenare questa macchina qui, visto che siamo fermi…» fece lui per cambiar discorso. Lei, muovendosi a scatti, come faceva spesso quando era arrabbiata, accese l’autoradio.
«Come si fa a far funzionare ‘sto coso… magari dice qualcosa sul traffico…»
«Siamo dentro una galleria, Franca, non prende… Bisogna avere pazienza, magari è solo un incidente…»
«Certo, solo un incidente… dici tu; una giornata da bollino nero per il traffico e in più solo un incidente… ma bene, di bene in meglio.»
Tiberio controllò il suo bambino dallo specchietto retrovisore. Era disteso sul sedile posteriore e stava dormendo beatamente. Almeno lui era tranquillo.
«Te l’ho già spiegato non so quante volte» fece lui nella speranza di tagliar corto. «Domattina presto ho questo appuntamento importante di lavoro e non era possibile spostarlo… Saremmo dovuti piuttosto partire ieri, ma volevi rimanere ancora un po’.»
«Eh certo! Perché adesso la colpa sarebbe mia! E IO rinunciavo a un giorno di ferie perché il ‘signore’ qui voleva tornare prima per stare con quella là…»
«Come quella là?»
«Ma sì che mi hai capito bene… la tua preziosa segretaria color della cioccolata… Miss Fior della Savana…»
«Di nuovo con questa storia?»
Entrambi si erano messi a guardare nell’opposta direzione. La donna la parete umida della galleria, Tiberio la corsia opposta, del tutto libera.
«Vado a vedere cosa sta succedendo…» disse lui per sottrarsi a quella discussione sterile.
Ma dove vai? Torna qui!’ si sentì dire dalla moglie prima che la portiera si chiudesse. Tiberio non ci voleva pensare: ci volevano ancora 400 chilometri prima di arrivare a casa. Sarebbe stata una prova di resistenza.
Sceso dalla macchina, guardò davanti a sé. Il tunnel si allungava a perdita d’occhio fino a una curva ampia e pigra che nascondeva ai suoi occhi il fascio ininterrotto di scatole di metallo sberluccicanti sotto i fari al neon. I motori lasciati accesi, nonostante la fila ferma, stavano rendendo l’aria irrespirabile. Preferì così raggiungere l’imboccatura opposta della galleria, quella alle sue spalle, che distava solo una decina di metri.
«Sa per caso del perché di questa coda?» chiese Tiberio a una donna sola, riccia e rossa di capelli, seduta al posto di guida dell’auto appena dietro di lui. Lei tirò giù il finestrino, imbarazzata, come se avesse dovuto trovare una qualche scusa per non dargli un passaggio:
«Dicono che è un incidente stradale: un TIR ha investito una mucca…» fece a voce bassa.
«Una mucca? Su un’autostrada?»
La donna fece spallucce e tirò subito su il finestrino. Tiberio allungò il passo verso l’uscita. C’era un sole bruciante. Appena fuori dalla galleria un giovane aveva montato la sedia a sdraio sull’asfalto e si stava abbronzando. Non c’era nessun’altra macchina in coda. ‘Pessimo segno’ pensò lui. ‘Vuol dire che hanno chiuso l’autostrada: la situazione allora è molto più grave di quello che si poteva pensare’. Il giovane disteso a torso nudo sulla brandina, sentendosi osservato, aprì gli occhi con aria di sufficienza; poi, come se fosse in riva al mare, inforcò degli spessi occhiali da sole e si voltò dall’altra parte aprendo un giornale. Tiberio tornò svelto verso la sua macchina. ‘Un bel guaio’ pensò ‘ora chi glielo dice a Franca?
Passò davanti alla signora rossa e riccia che distolse subito lo sguardo giusto per far capire che non voleva essere più disturbata. Arrivò all’auto e aprì la portiera. Stava per entrare quando un uomo, con una grossa pancia che premeva sul volante, lo apostrofò con un accento straniero:
«Ehi, ma cosa fa?»
Tiberio si abbassò per vedere meglio nell’abitacolo. Oltre all’uomo alla guida, c’era una donna anziana accanto a lui e altri due giovani, dietro, dalla carnagione olivastra con barbe lunghe e senza baffi.
«Oh… mi scusi…» fece lui confuso: si voltò attorno più volte. La macchina effettivamente non era la sua: le assomigliava, ma di certo non era la sua. Eppure riconosceva quella davanti a sé ancora con gli stop accesi e quella appena dietro con la donna riccia al volante. Ma dov’era la sua auto? Corse in avanti chiamando Franca ad alta voce. Udì quel nome rimbombare nel tunnel come se a cercarla fosse stata un’intera squadra di soccorritori. Si sentiva smarrito. Poi i motori delle macchine si accesero pressoché all’unisono. La coda cominciò a muoversi lentamente.
«Franca, Franca, Mino, dove siete?»
Le auto in movimento si misero a suonare il clacson per farlo spostare. La donna riccia, passando davanti a lui, lo squadrò con commiserazione scuotendo la testa; il giovane che prendeva il sole, per la fretta di ripartire, aveva buttato la sdraio di traverso nell’abitacolo e ora stava armeggiando con gli occhiali scuri.
Ben presto l’autostrada fu completamente vuota.

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ormaI due coniugi cenavano nel silenzio della cucina. Anni di abitudini condivise avevano fatto sì che nessuno dei due si fosse accorto che l’altro era assorto nei propri pensieri. Solo la televisione accesa diceva la sua, ma lo faceva così a basso volume per non disturbare che non si riuscivano neppure a distinguere le parole. Suonò il campanello.
Martino diresse lo sguardo verso la moglie. Lei alzò di rimando le spalle come se avesse voluto chiarire che non era colpa sua. L’uomo allora si alzò dalla tavola gettando un occhio furtivo dalla finestra in direzione del cancello. «È Gavino» disse con tono di rassegnazione.
Fin da quando avevano iniziato ad abitare in quella casa non erano mai riusciti ad avere buoni rapporti con il vicino; si sopportavano malvolentieri e ogni tanto si erano scambiati pure reciproci dispetti. C’era stata infatti quella volta in cui era stato tagliato il ramo di giùggiolo che, nel crescere, aveva sconfinato nel campo dell’altro o quell’altra volta in cui il diserbante era stato dato sulla coltivazione di fragole che debordava dall’orto o le gocce di guttalax finite nella scodella del cane che abbaiava in continuazione. Cose così, insomma, ma niente di grave. La presenza di Gavino al cancello non gli sembrava comunque un buon segno.
Martino rimase in giardino per qualche minuto a parlare con lui. Quando rientrò in casa aveva, in una mano, un fiasco di vino e, nell’altra, una busta della spesa con qualcosa che pesava dentro. Ostentò i doni alla moglie assumendo lui stesso un’aria interrogativa e lei ripeté il gesto di prima che questa volta però significava che aveva rinunciato da tempo a capire quel matto d’un gallurese.
«Siediti e finisci la cena, che si sta raffreddando… sistemiamo tutto dopo» fece Rosa riprendendo a mangiare. Lui obbedì. Appoggiò gli oggetti vicino al lavello e si risedette. Ben presto il silenzio si riappropriò della stanza e poi, pian piano, raggiunse quelle attigue come in un gioco di vasi comunicanti. Il suono delle posate sui piatti e del vino versato nel bicchiere era l’unica testimonianza delle presenza di quelle vite in simbiosi.
«Cos’è questo rumore?» fece lei increspando tutt’ad un tratto la fronte.
A differenza del marito e nonostante l’età aveva conservato un buon udito.
«Che rumore?» chiese lui infastidito.
«Di qualcuno che raschia alla porta. L’hai chiusa bene?»
«Certo che l’ho chiusa bene!» rispose lui seccato ostentando una falsa sicurezza. Finì però per alzarsi per aver sperimentato fin troppo bene, molte altre volte in passato, che la moglie non si sbagliava facilmente. Andò deciso verso l’ingresso constatando che non era affatto chiusa con il catenaccio, come temeva. Lo inserì lentamente cercando di non farsi sentire dalla moglie. Raggiunse poi la finestra della sala da dove poteva ispezionare meglio il cancello. Era buio, ma sembrava tutto tranquillo.
«Non c’è nessuno, Rosa, ti sei sbagliata!» fece rientrando in cucina. Non aveva finito la frase che questa volta il rumore lo sentì anche lui. C’era davvero qualcuno all’ingresso e sembrava voler entrare. «Potrebbe essere Floid… però…» osservò il marito alzando per aria un dito come se il cane si trovasse sul soffitto. «Non è la prima volta che a Gavino gli scappa quella maledetta bestiaccia.»
«Non verrebbe a raspare alla nostra porta, lo sai bene… se ne starebbe in giardino a far buche o a spaventare le galline» obiettò lei.
Martino non avrebbe saputo dire se in quel momento gli dava più fastidio non poter finire in pace la cena o il fatto che la moglie avesse ragione. Si portò allora nel sottoscala e accese i lampioni del giardino sia davanti che dietro casa e poi si affacciò alla finestra stando in guardia. Non c’era nessuno. Perdeva solo tempo. Stava per allontanarsi quando all’improvviso si avventò contro i vetri un grosso cane. Quel movimento era stato così violento e repentino che l’uomo ebbe l’impressione di averlo addosso. Aveva fatto in tempo a vedere le fauci spalancate contro di lui e, nella luce dei lampioni, la chiostra delle zanne che si erano messe a brillare in modo sinistro. Si premette il petto per trattenere il cuore che gli rimbombava come un tamburo di pelle tesa: mentre l’animale si era messo a mordere con rabbia la grata fino a farla scricchiolare. Si voltò poi verso l’altra portafinestra della sala e vide transitare altri due cani che frugavano e annusavano gli stipiti per trovare un varco per entrare. Adesso li vedeva bene: non erano cani: erano lupi, un branco di cinque/sei lupi.
«Sono lupi, Rosa… lupi! È incredibile! E sono anche tanti!» urlò con la voce che gli si era incrinata dall’emozione. «Ma non ci sono lupi in questa zona» disse subito dopo voltandosi verso la porta d’entrata «non ci possono essere! Non è possibile!»
La moglie era in piedi, le posate ancora in mano. E mentre il marito correva nel garage per prendere dall’armadio blindato il fucile da caccia, si guardò attorno come per trovare una spiegazione e vide che nella busta che Gavino aveva portato loro qualcosa si muoveva per trovare l’uscita. Non ci pensò un attimo. Afferrò la busta e, con un solo gesto, la buttò nel buio del giardino attraverso la finestra della cucina.
«Sono andati via…» annunciò Martino poco dopo ritornando indietro con il fucile carico. «Come erano venuti, così sono scappati. Se me lo avessero raccontato non ci avrei proprio creduto.»
La moglie annuì.
«Adesso però finiamo di cenare» disse lei sedendosi composta. «Anche se oramai è diventato tutto freddo.»
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pigeon-eggQuando la moglie lo chiamò, lo fece in modo esagitato tanto da esserne spaventato.
«Vieni, presto!» gli comandò.
Non aveva nessuna voglia di alzarsi dalla poltrona, ma sapeva bene che Fernanda non avrebbe facilmente desistito, pena il broncio per tutto il resto della giornata. La seguì ciabattando sino all’ultima camera della casa, quella usata per stirare, per archivio e dispensa e chissà cos’altro.
«Guarda!!!» disse lei indicando la finestra e sottolineando con l’espressione del viso una evidenza tutt’altro che evidente. Lui si avvicinò, titubante, come se dovesse stare attento a qualche pericolo in agguato. Vide sotto di sé la solita fetta di strada sottostante: il viavai confuso di gente e di ambulanti circospetti che cercavano di vendere stampe tutte uguali e bastoni per selfie tutti uguali.
«E allora?» fece lui esasperato non capendo cosa dovesse guardare.
«Appunto! Cosa conti di fare? Eh?»
A quella domanda imperiosa capì che la situazione, forse, era più grave di quello che pensasse e meritava maggiore attenzione. Non poteva essere colpa sua se là sotto c’erano gli ambulanti in mezzo alla strada. Oppure sì? Stava cercando di trovare una risposta quando lei ritornò all’attacco.
«I piccioni! Intendo dire i piccioni che hanno appena fatto il nido nel vaso dei ‘tuoi’ gerani. Che ne facciamo? Io non voglio quelle bestiacce piene di malattie a ridosso della casa» e detto questo, con un gesto repentino, spalancò la finestra. Il trambusto del tardo pomeriggio entrò di prepotenza dentro la stanza. Entrò il parlottare concitato delle persone a passeggio per la via, la musica stonata di un girovago che stava intrattenendo turisti accaldati e il suono dolce ma debole di una campana che scivolava giù dalla collina; ma soprattutto entrò il frullare impazzito di un piccione che, vistosi scoperto, lasciò di tutta fretta il nido puntando dritto al cornicione dell’edificio di fronte da cui, una volta abbarbicato, ci spiò preoccupato per le sorti delle sue uova.
«Ma che carine!» scappò di dire a lui vedendo che effettivamente nel vaso di gerani c’era un nido e dentro al nido tre uova color avorio che galleggiavano su un fondo soffice di penne, foglie e paglia.
«Come che carine!?! Ma fanno schifo. Non senti che puzza?» e prima ancora che lui avvertisse un qualsivoglia cattivo odore, lei aveva già chiuso la finestra. «Non stare lì impalato, fai qualcosa per una volta, diomio!»
Lui la guardò perplesso come se non fosse suo marito ma una persona salita per sbaglio dalla via e, facendo perno sui talloni, riprese la strada per la sua poltrona lasciando dietro di sé, come un fazzoletto sgualcito fatto cadere apposta, la sua solita frase di disimpegno: «Beh, ci pensiamo!»
Da quel giorno, però, Fernanda non mollò la presa.
«Allora? Le hai buttate via le uova? Eh? Cosa aspetti? Che nascano i piccoli?»
Insomma era diventata un’autentica tortura.
Così lui una sera, a malincuore, per riprendersi la sua tranquillità, prelevò le uova ancora calde dal nido senza avere però cuore di disfarsene. Se le portò in studio, le mise in un posacenere e, in attesa di una soluzione definitiva, ci mise sopra un libro per nasconderle. Il piccione, dal canto suo invece, per un po’ tornò al vaso di fiori poi, dal momento che le sue uova non sembravano voler più riapparire, disorientato, se ne andò. La pace tornò in famiglia. Almeno fino a quando una sera lei gli disse all’improvviso:
«Abbassa un attimo il volume del televisore…»
Lui obbedì.
«Non lo senti anche tu?» fece lei immobile come se le avessero lanciato addosso una secchiata di cera.
«Cosa?»
«Il verso del piccione!»
«Ma allora la tua è proprio un’ossessione!»
«Macché ossessione. Ti dico che c’è un piccione in casa… senti… turrr… turrr…» fece con le labbra un po’ storte. E subito iniziò a cercare per ogni dove alzando cuscini, aprendo ante di armadi, controllando finanche nella cappa della cucina.
«Senti!» fece ancora fermandosi di colpo e segnando con il dito indice un punto della parete. «Adesso sì che si sente proprio bene!»
«Ma io non sento un bel niente!» protestò lui.
Nei giorni successivi Fernanda non faceva altro che lamentarsi del verso di quella ‘bestiaccia’, persino di notte. Non riusciva più a dormire e di conseguenza non riusciva più a dormire neppure lui. Pensò che la moglie si stesse ammattendo se non fosse stato che, nel ritrovare le tre uova di piccione nel posacenere, le vide che si erano schiuse come se effettivamente fossero nati i piccoli.
Non è possibile!’ pensò sbalordito. ‘Come hanno fatto a spostare il libro e a rimetterlo al suo posto? E poi dovrebbero vedersi in giro per la casa, non possono sopravvivere senza la mamma’.
La situazione di lì a qualche giorno peggiorò. La signora Fernanda era diventa isterica con quel turrr… turrr… che sentiva oramai in continuazione, giorno e notte.
Non si può più vivere in luogo simile‘, diceva lei con gli occhi stralunati e agitandosi incontrollata per la casa, ‘ci sono piccioni dappertutto‘ (anche se non si vedevano) ‘ci ammaleremo, ci ammaleremo tutti, me lo sento!
E così costrinse il marito a traslocare senza che lui opponesse grande resistenza dal momento che si sentiva in colpa. Eh sì, perché avrebbe dovuto gettarle via quelle maledette uova, non tenerle. Che errore aveva fatto! Conservarle in casa poi, e per quale motivo? Aveva ragione la moglie a reputarlo un buonannulla.
A questo pensava con la mano sulla maniglia della porta di ingresso mentre dava un’ultima occhiata alle stanze vuote. Sospirò. In quella casa conservava tutti i suoi più bei ricordi anche di quando era stato ragazzo. Sapeva che ci avrebbe lasciato il cuore.
Si tirò dietro la porta e la serratura scattò con un rumore che suonò definitivo.
E nel silenzio che ne seguì si poté sentire: «Turrr… turrr…»

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Australia«Ma tu mi vuoi bene?»
La donna era seduta sul divano. Sembrava che la domanda l’avesse fatta all’iPad che stava stringendo tra le mani e da cui non aveva distolto lo sguardo. Ma poi alzò gli occhi verso di lui che seguiva a sua volta la televisione. L’uomo tardò a darle retta per aver sentito mille altre volte quella stessa domanda, ma poi le rivolse un sorriso molto dolce come se fosse quella la sua risposta.
«Anche se sto diventando vecchia, brutta e grassa?» insistette.
«Non ci sono donne vecchie, brutte o grasse in questa stanza; però è buio qui dentro e si vede poco…» fece lui voltandosi di nuovo verso la tv e mettendosi a sogghignare.
«Dico sul serio» fece lei, cambiando ora il tono e posando l’iPad.
«Beh, la promessa è sempre valida… no?»
«Quale promessa?»
«LA PROMESSA.»
«Cioè?»
«Che staremo insieme fino al ‘saltino’ finale…»
«Davvero?» disse lei commossa.
«Certo, dopo quarant’anni di matrimonio dove vuoi che vada… e poi non avrei più chi mi fa da mangiare e mi stira le camicie… tanto vale…»
«Che sciocco che sei…» fece lei riprendendo il lavoro e accennando a un sorriso che voleva trattenere.
La televisione trasmetteva la storia di una coppia che in Australia aveva deciso di costruire, in mezzo al bush più inospitale, una casa moderna ma con pareti di paglia isolate con sterco di mucca. Lui stava scuotendo la testa.
«Ma non è poi che, con la scusa che siamo morti, tu sparisci e non ti fai più vedere, vero?» chiese lei dopo un po’.
«Non saprei…» disse lui mettendo su una faccia pensosa. «Il cielo è grande. E poi non sono sicuro che ti seguirò in Paradiso…»
«Non ti preoccupare: al momento giusto gli parlo io al Principale e lo convinco…»
«Non avevo dubbi a questo proposito.»
Nella stanza si era fatto silenzio. La televisione passava splendidi panorami della costa australiana. Il colore intenso di quel mare era entrato nella sala.
«Arancione!» fece lei all’improvviso.
«A me sembra un bel blu» disse lui distratto.
«Ma no, non sto parlando del mare! È che potremmo metterci al momento opportuno, tutti e due, ben calcato in testa, un berretto di lana color arancione, così riusciremmo a ritrovarci anche tra le nuvole… e ci riparerà pure dagli spifferi.»
«Pensi proprio a tutto, tu.»
Lei annuì soddisfatta.
Poi lui si girò a guardarla: la sua compagna di vita con il volto illuminato dal tablet come fosse un riflettore.
«Ti amo, Tesoro» le disse.
Lei posò l’iPad sulla gonna sorridendogli teneramente.
«Lo so.»
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scaleAllora avevo sedici anni. La chitarra a tracolla, la testa fra le nuvole; me ne stavo andando dietro la chiesetta del rione, in una vetreria dismessa dove con i miei amici avevamo ricavato un ‘nostro’ posto dove suonare in pace. E lei mi venne incontro decisa, come se avesse avuto un appuntamento proprio con me. Era una donna ancora giovane, ma dai lineamenti sfioriti, una gonna sgargiante e gonfia, un foulard altrettanto colorato che le nascondeva i capelli facendole sembrare però la testa più grande. Mi si parò innanzi con la sua stazza robusta e io, anziché evitarla, mi bloccai davanti a lei come se non avessi avuto altra strada se non quella che mi impediva. Senza fiatare mi afferrò la mano sinistra e se l’avvicinò al viso. Con l’unghia scheggiata dell’indice segnò una dopo l’altra le linee del mio palmo. Poi abbandonò la mano e, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: «Lui tornerà.» Mi aspettavo mi chiedesse dei soldi e invece proseguì per la sua strada con la stessa fretta con cui si era fermata. «Lui tornerà» mi aveva detto, nient’altro.
Dopo qualche giorno che mi interrogavo su quella strana frase mi venne in mente che tempo addietro mia madre mi aveva raccontato che, uscendo in giardino per darmi il biberon, a quel tempo avevo pochi mesi sicché abitavamo ancora ad Alvona, aveva trovato vicino al mio passeggino uno sconosciuto. Si era messa subito a urlare ma l’uomo era rimasto lì, immobile, senza dir nulla, gli occhi allucinati e incerto sul da farsi. Solo dopo un po’, molto lentamente, si allontanò da noi scavalcando la recinzione. Il giorno seguente si seppe dalla Polizia, giunta per il sopralluogo, che quel tizio aveva assestato una coltellata a un uomo in un giardino poco distante, appena una mezz’ora dopo. Ci dissero che non era da escludere potesse tornare e di stare quindi molto attenti: nel timore che questo potesse succedere, i miei genitori traslocarono in un’altra città. ‘Poteva tornare’, era dunque questo il messaggio della zingara più di quindici anni dopo. Per qualche tempo, allora, ci persi il sonno dietro a questa cosa e poi, come spesso accade a un adolescente, mi passò di mente.
Sono trascorsi quarant’anni da allora e adesso vivo solo e da poco sono tornato, dopo varie vicissitudini e peripezie, proprio in quella stessa prima casa, ad Alvona. Mi è venuta in mente la zingara e quella sua frase stramba proprio tre giorni fa quando ho sentito distintamente, nottetempo, qualcuno salire le scale di legno che conducono alla mia camera da letto. Il quarto e il quinto gradino scricchiolano mettendoci il piede sopra: è un rumore leggero, appena avvertibile, ma nel silenzio della casa è una rasoiata nel buio. Anziché reagire mi sono sentito raggelare tanto da non aver avuto neppure il coraggio di scendere dal letto e aprire la porta. Nonostante la mia età, mi ha preso una paura ancestrale, assoluta, paralizzante. Mi sono limitato ad accendere la luce sul comodino e me ne sono rimasto così, tra le lenzuola, ad aspettare che il destino fatalmente si compisse. Ho atteso diverso tempo, non saprei dire quanto. Poi ho ceduto al sonno. Forse il tizio con il coltello ci aveva ripensato e aveva voluto risparmiarmi.
Ma è accaduto di nuovo. Poco fa. Stessa ora, stesso passo, stesso rumore sulla scala. Lui è tornato. Del resto non poteva che essere così: era venuto a terminare il lavoro. Come era il suo stile, la sera precedente era venuto solo a ispezionare il luogo per garantirsi maggiori possibilità di successo. Ho realizzato allora di essere stato un imperdonabile sciocco a credere che fosse tutto finito e a non prepararmi per quella ineluttabile evenienza. Sarebbe bastato mettere una serratura più sicura, avere pronta tra le dita un’arma efficace o semplicemente non farsi trovare lì. Sì, l’ho sentito arrivare sino alla porta e origliare attraverso il legno. Avrei giurato persino di averlo sentito ansimare. Il cuore mi si è fermato nel petto.
Questa volta però, mentre la mia mente era ancora tra le lenzuola, congelata per il terrore, il mio corpo si è alzato come un automa e ha spalancato la porta. Dovevo sapere.
Il corridoio era vuoto. La casa era vuota.
Mi sono solo visto riflesso nello specchio del corridoio e non mi sono riconosciuto.
Lui è tornato’ è vero, ho pensato, dopo qualche attimo osservando a lungo quel tizio allo specchio.
E ho realizzato che non sarebbe stato facile convivere con lui né con tutti i fantasmi del suo passato per quello scampolo di vita che ancora era rimasto da vivere.
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hat_gy
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