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Posts Tagged ‘cimitero’

La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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L’incontro aveva preso poco tempo. Il cliente si era rivelato meno ostico di quello che era sembrato per telefono. Ci eravamo trovati d’accordo su tutto in meno di un’ora concludendo un contratto vantaggioso per entrambi. Il problema è che ora mi trovavo a Pocatello, in Idaho, a 1.500 miglia da casa, con in tasca un biglietto aereo per Chicago solo per il giorno dopo e la prenotazione per la notte in un alberghetto della zona. In ufficio non mi aspettavano prima dell’indomani. In un caffè approssimativo, sulla strada tortuosa per Twin Falls, meditavo sul da farsi.
«Cosa c’è da vedere in zona?» chiesi alla cameriera avvicinatasi per l’ordinazione. Per un po’ lei mi stette a fissare come fossi un canguro con indosso il vestito della festa: feci in tempo a sentire l’odore dolciastro tuttifrutti della sua gomma da masticare che ballonzolava rumorosamente nella bocca aperta. Quando fu stanca di guardarmi mi disse con sufficienza:
«Può vedere intanto il menu…» e se ne andò via strisciando sul pavimento le scarpe una volta bianche.
Stavo consultando avvilito il foglio plasticato e unto che mi aveva dato quando sentii:
«Puoi andare a Ketchum…».
Era un uomo di colore, sulla quarantina, giacca seria e una cravatta intonata con la tappezzeria del locale; era a un tavolo poco distante da me con lo sguardo ficcato dentro la sua tazza del caffellatte.
«E cosa c’è a Ketchum?» gli feci.
«Il cimitero.»
«Ah, be’» risposi.
«Guarda che non è uno scherzo: c’è la tomba di Hemingway… i forestieri non lo sanno… e può magari interessarti. Sembri il tipo.»
Sì, ero il tipo.
Pochi minuti dopo, superata Twin Falls, mi ritrovai a far ingresso nel piccolo e raccolto cimitero di Ketchum. Non sarebbe mai venuto in mente di trovarci la tomba di un grande scrittore. Non c’era neppure un cartello che segnalasse la sua lapide, anche se la trovai facilmente. C’era infatti un mucchio di fiori freschi sulla lastra di marmo, ma anche di libri, persino una scatola di tonno e un sigaro. Era una tomba accudita in modo amorevole, come capita a chi è morto da poco ed è ancora nel cuore della gente.
Mi faceva impressione essere al suo cospetto. Da ragazzo avevo letto e sognato con i suoi libri; avevo invidiato il suo modo di vivere sempre al massimo, di sentirsi la libertà scorrere e pulsare nelle vene, come uno spirito indomabile nel vento; e ora quel che rimaneva di lui era a pochi passi da me.
Ernest Miller Hemingway: July 21, 1899 – July 2, 1961. C’era scritto.
Feci un giro intorno al cimitero. La campagna là attorno era molto bella: la pace la faceva da padrona. Persino i merli cantavano sottovoce.
Uscendo dal cancello vidi un uomo appoggiato al tronco di una quercia secolare. Aveva l’aria trasandata anche se i vestiti dovevano aver visto giorni luminosi e soprattutto un buon sarto. Appena mi vide mi salutò cordialmente.
«Anche lei è venuto per la tomba di Hemingway?» mi venne da chiedere accorgendomi che aveva in mano un libro scritto da lui. L’uomo mi squadrò per qualche secondo:
«Sì, ci vengo spesso qui.» Aveva un marcato accento del sud. Delle parti di Pensacola, forse, o addirittura di New Orleans.
«Hemingway è stato un grande» aggiunsi io come per giustificarmi. «Il vecchio e il mare mi ha maturato dentro una certa idea della vita che non mi ha mai più abbandonato» e mi voltai indietro indicando forse in modo troppo enfatico la tomba che si vedeva bene anche di lì. Poi mi girai di nuovo verso l’uomo aspettando che dicesse qualcosa. «Ma forse Lei preferisce Per chi suona la campana» proseguii io per uscire dall’imbarazzo del momento.
«Come dici?» mi domandò allungando il collo verso di me e mettendo il palmo della mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Per chi suona la campana? Il libro che ha lì accanto…»
«Ah, questo? Veramente uso le pagine per accendermi il fuoco; più tardi mi faccio due salsicce. Vuoi?» chiese allungando nella mia direzione una bottiglia di rum.
«No no grazie… sono solo le 10 e mezza del mattino.»
L’uomo parve non capire e ritirò la bottiglia. Ci pensò un po’ su e poi mi fece:
«Su quella tomba lì, quella di Amy Way, come dici tu, ogni volta che ci vengo, trovo sempre dell’ottimo rum. La gente porta un po’ di tutto a quel tizio e, non so perché, anche dell’ottimo rum. Del rum! A un morto! Si è visto mai? Eppure è così. E io me lo bevo, alla faccia dei morti, alla faccia di Amy Way. E dopo mi vado pure a prendere il sigaro. La gente è proprio strana, sai?»
«È quel che dico anch’io» gli risposi; e lo salutai.

hat_gy
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scalaCome ogni venerdì, la signora Maria stava andando al cimitero per cambiare i fiori alla tomba del marito. Dopo due anni era diventata quasi una routine, come rifare il letto o scaldarsi il latte alla sera. E anche se i fiori non erano niente di che (si trattava pur sempre di quelli che il suo giardino poteva offrire a seconda della stagione) lei ci teneva che il marito fosse sempre in ordine come se fosse stato in vita e si dovesse recare a messa o alla festa del paese.
Quel pomeriggio la signora Maria era però in ritardo. Il nipotino aveva voluto il gelato, quello buono, che solo il gelataio vicino al ponte sapeva fare, sicché erano andati sin là mettendoci più del previsto. Così, quando arrivò al cancello del cimitero comunale, con il mazzolino di tagete in mano, pensò di trovarlo chiuso. Per fortuna non fu così e, quando superò l’ingresso, accelerò il passo tanto da sentirlo scricchiolare sul ghiaino in modo tanto buffo da farla sorridere.
Giunta alla tomba di Anselmo si mise a ripulire con precisi e rapidi gesti. Era piovuto molto la settimana precedente e c’era terra dappertutto. Raddrizzò il lumino, spazzolò il vialetto, strappò un’erbaccia. E quando andò a spolverare la lastra dove sapeva che la polvere più si sarebbe annidata tra le lettere del nome la trovò di lato. Si alzò in piedi, perplessa, come per capirci meglio. Si avvicinò. Sotto c’era un gran buco nella terra e la bara dalla parte della testa era aperta. Si volse intorno spaventata e si accorse, solo in quel momento, che anche tutte le altre tombe erano state manomesse. La terra era stata rimossa, i fiori sparpagliati, i lumini riversi e spenti. Una profanazione? Si chiese. Chi poteva aver fatto una cosa simile? O stavano facendo il trasloco dell’intero cimitero e non ne aveva saputo nulla? Corse, con la foga che l’età le permetteva, sino al gabbiotto dove il custode Olindo se ne stava sempre rintanato disinteressandosi del mondo. Ma lui non c’era, la porta a vetri era spalancata e il computer era acceso sul tavolo. La signora Maria lo chiamò ad alta voce per poi accorgersi che, parcheggiato fuori, non c’era neppure il suo motorino. Sconvolta, se ne tornò a casa. Cosa poteva fare? Telefonare alla polizia? Chiamare sua figlia?
«Dove sei stata, Maria?» si sentì dire appena entrò nel corridoio della sua villetta. Era il marito. O qualcuno che gli assomigliava tantissimo. Era seduto sulla sua poltrona, in salotto, così come era solito fare: il giornale aperto, il sigaro acceso in bocca. La donna rimase impietrita come fosse stata investita da una colata di cemento. L’urlo le morì in gola. Appena si riprese, il suo primo istinto fu di scappare in strada. Chi era quell’uomo, tale e quale ad Anselmo, che si trovava in casa sua? Che ci faceva? Si domandò, tremando, con la mano sul pomello della porta che non riusciva ad abbandonare. Non poteva essere suo marito. No, non poteva esserlo… Anselmo era morto di infarto due anni prima e lei aveva pianto disperata per settimane intere. Scuoteva ancora la testa quando, alzando gli occhi, scorse dall’altra parte della via Davide, morto da qualche anno, che se ne stava fuori dal suo negozio di macelleria, il naso incollato alla vetrina, a spiare il nuovo gestore. E, subito dopo, dal fondo della strada, vide arrivare Mario, morto schiacciato da un trattore nel suo campo una decina d’anni prima: veniva su pedalando in bicicletta e fischiettava in quel suo modo tanto strambo che tutti conoscevano bene. Anche don Ercole, uscito in quel momento dalla chiesa, lo vide sopraggiungere spensierato e lo riconobbe rimanendo a bocca spalancata. E prima ancora che potesse dirgli qualcosa, Aurora, l’anziana donna che gli aveva fatto da perpetua sino alla propria dipartita per vecchiaia, tirandolo per la giacchetta, gli chiese:
«Padre, senta, lei che di queste cose se ne intende… ma la resurrezione dei morti era davvero per oggi?»
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chrysanthemumAmedeo varcò il cancello del cimitero con l’aria di dover chiedere il permesso. Dal bouquet che portava in mano, un crisantemo si era staccato dagli altri piegando la corolla a guardare il ghiaino del viale. Era la prima volta che andava a far visita al padre e si sentiva impacciato. Li avevano separati dieci anni di incomprensioni e silenzi, ma ora la sua morte aveva livellato ogni contrasto come la pioggia torrenziale sa fare sulla terra di un campo appena arato.
Fece fatica a trovare il loculo; il cimitero era grande ed era diviso in ali, reparti e sezioni e, per giunta, su piani. Poi lo rinvenne, dietro a un angolo davanti al quale era passato più volte, proprio in faccia a quel mare che il padre aveva tanto amato, una macchia prepotente di blu come l’infinito di un sogno.
Cambiò diligentemente i fiori e si pose davanti alla piastra di marmo con le mani raccolte l’una nell’altra. Avrebbe voluto pregare e invece continuava a leggere su quella lastra il nome e il cognome, l’anno di nascita e quella di morte. Avrebbe voluto dire o pensare qualcosa e invece osservava i fiori sbilenchi che dondolavano in un equilibrio instabile. Del resto non aveva saputo dirgli granché quando ancora era in vita e ora era sopravvissuta solo la frustrazione per una sorda incomunicabilità che lo aveva reso arrendevole e inerme. Il silenzio parlava per lui, un bel silenzio sussurato, un balsamo per la mente. Le foglie del pioppo tremulo, che in mezzo al giardino abbracciava con la sua ombra quella dei morti, si muovevano senza frusciare; il vento attraversava i suoi rami come poteva fare tra i capelli di una bella signora ammutolita da pensieri irraggiungibili e da un rancore mal coltivato per anni.
Ma di colpo, sorpreso lui per primo, Amedeo cominciò a parlare come non aveva mai fatto. Le parole gli uscirono di getto, inarrestabili, velenose. Erano parole vigliacche, urlate e disperse nel vento indifferente perché più leggere della luce del sole. Poi, come aveva iniziato, smise all’improvviso, ponendosi ancora una volta in disciplinata attesa. E fu allora che avvertì alcuni colpi alla lastra.
Istintivamente fece un passo indietro e alzò davanti a sé le mani come per proteggersi. I colpi si fecero più insistenti fino a quando l’apertura in plastica alla sua sinistra saltò nel vuoto roteando sulle piastrelle, alzando soffici piumini di pioppo. Dal loculo uscì strisciando un signore, sui sessant’anni, vestito con una t-shirt a righe larghe rosso e azzurro e un paio di jeans bluette. Una volta fuori, si levò in piedi con un certa agilità, dandosi una ripulita.
«Questo è un cimitero, sa? È un luogo di silenzio e preghiera. Ha finito con il suo comizio?» gli chiese con aria non troppo severa. Amedeo non riusciva a parlare. Si accorse che aveva gli occhi sbarrati e i denti stretti mentre l’uomo davanti a sé stava raccogliendo con solerzia il giornale da terra e la propria borsa.
«Cosa… cosa ci faceva là dentro?» gli domandò Amedeo.
«Là dentro?» fece l’uomo rivolgendosi al loculo che stava già sigillando con la lastra come fosse stata la porta di casa. «Stavo vicino a mia moglie. È morta da qualche settimana e io, quando posso, vengo a farle compagnia. Mi metto lì dentro perché così le sto più vicino e poi mi immedesimo con quello che può provare, chiusa in quella bara. Leggo un po’ il giornale con la pila» e la sollevò accesa in direzione di Amedeo per fargliela vedere «o mi faccio un sonnellino. C’è un silenzio meraviglioso in questo cimitero,… anche se non tutti i giorni, a dire il vero…» e sottolineò quelle parole con un sorriso in tralice. Poi l’uomo mise il quotidiano sotto il braccio come se si fosse appena alzato dal tavolino di un bar e prese ad andare via.
«Dovrebbe provare anche lei… » disse voltandosi in direzione di Amedeo: «potrebbe essere un buon modo per fare la pace una volta per tutte: si capiscono un mucchio di cose, stando là dentro…»

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Quando il custode del cimitero di Lughi lo convocò, Mariano credette fosse per far traslare altrove il povero padre morto tempo prima anche se non gli era sembrato che fossero trascorsi così tanti anni, ma evidentemente era così.
«No, guardi» lo accolse un signore con il naso schiacciato e la divisa sbiadita. «Il problema è che… è che…» L’imbarazzo era palese e a Mariano sembrò una buona idea tirare fuori il suo pacchetto di sigarette da offrire. Il custode fece di no con la mano che agitò aperta davanti a sé come se stesse salutando. Fece una pausa e poi continuò: «insomma, c’è una voce che viene dal feretro di suo padre…» Mariano avvertì una serie di fitte al costato come se si fosse appoggiato inavvertitamente a un istrice. «Sa… la gente mormora in paese… e già dicono in giro che seppelliamo i vivi… insomma è una situazione incresciosa».
«Una voce dalla bara di mio padre?» disse Mariano ad alta voce come se volesse farsi sentire dal seppellito.
«Sì, voci. Lei però non urli, per cortesia, ci sento benissimo. Ho controllato il certificato di morte di suo padre» seguitò il necroforo esibendo il foglio. «Non c’è dubbio: è deceduto per infarto al miocardio… e sono oramai quasi otto anni ».
«Mi sembra allora una cosa piuttosto improbabile… le voci, dico…» fece Mariano ora quasi sottovoce.
«È che lo ho sentite anch’io, sa?» tagliò corto il custode. Mariano ebbe una contrazione alla mano e praticamente spappolò il pacchetto di sigarette.
«Cosa dovrei fare?» disse allora lui remissivo.
«Dare l’autorizzazione alla riesumazione. Dobbiamo controllare.»
«Ma se è certo che è morto, cosa controlla?»
«Non importa, ne va della nostra tranquillità. Dobbiamo controllare!»
Il pomeriggio stesso, esauriti i dettagli burocratici e organizzativi, si procedette allo scavo. Man mano che i lavori progredivano Mariano tendeva l’orecchio senza però sentire nulla. Ogni tanto guardava con aria interrogativa il custode che, dopo un po’, si sentì di dover di chiarire: «Sì, sono un paio di giorni che non ‘parla’ più… ma questo non toglie che…» Mariano assentì alzando una mano come per troncare ogni discorso.
Arrivati al feretro, gli operai lo estrassero lentamente per poi appoggiarlo sul ghiaino. Era ancora intatto. Mogano acciaiato, rinforzi in titanio per resistere alle pressioni esterne e interne, rifiniture in granito. Roba fine. Era costato un occhio della testa. Si ricordò con una smorfia. Ci volle un bel po’, ma alla fine i necrofori ebbero ragione del grande coperchio che fu spalancato. E a Mariano si fermò il cuore: non c’era nessuno dentro. C’erano piuttosto segni evidenti di gas combusti per tutta la lunghezza della bara come per una gran fiammata. E un foglio sul guanciale:
«Sono risorto. E ora so’ cazzi vostri!»

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Ad ogni loro passo la ghiaia scricchiolava lieve aprendosi ordinatamente sotto il loro peso. Dopo tanto freddo, l’aria si era intiepidita per dar ristoro a qualche sparuta margherita che qua e là nelle aiuole si era fatta strada tra le foglie larghe e secche dei platani.
«Quando gli ho chiesto se potevamo prenotare, il responsabile mi ha guardato storto» disse ad un certo punto l’uomo che faticava a tenere il passo corto della moglie; le sorreggeva con delicatezza il braccio come se si aspettasse che dovesse cadere da un momento all’altro. E lui sarebbe sembrato anche più alto se non fosse stato curvo per gli anni e non si sforzasse di arcuarsi verso il viso della donna quasi le volesse svelare un segreto. La moglie, anche lei settantenne, curata nell’aspetto e nel vestire, ma dal corpo minuto e fragile, non rispose; si limitò a girare il volto e a sorridergli.
«Ecco» fece lui puntando il piede ed alzando il bastone alla sua destra. «Ha detto che sono liberi due posti in alto in quella sezione lì, a sud, oppure in quell’altra, qui di fronte, d’angolo, vicino alla magnolia.» L’uomo si sorprese di quelle stesse parole che suonavano irreali e buffe in quel contesto.
«Sai Michele, ho sempre pensato che un cimitero dovesse essere un posto tranquillo» divagò lei volgendosi attorno. Un caterpillar poco distante stava infatti accanendosi avanti e indietro in un campo, trasportando una benna ricolma di terra bruna e soffice.
«Allora, Nives, quali loculi vorresti prenotare?… Bisogna dare una risposta, non possono tenerceli a lungo a nostro piacimento.»
«Riflettendoci bene, se a te non dispiace, preferirei quei posti lì a sud, dove adesso sta battendo il sole. Lo sai, io ho sempre freddo e poi c’è una vista meravigliosa. Speriamo solo che per quel giorno i lavori siano finiti…» La voce di lei si era incrinata e aveva preso una intonazione triste per lei inusuale. Poi la donna lo costrinse a tornare sui loro passi e, stringendosi a lui, gli chiese:
«Non te l’ho mai chiesto: ma tu hai paura?»
«Paura? Di cosa, cara?» domandò Michele alzando i sopraccigli bianchi come il petto di un rondone.
«Della morte. Hai paura della morte?»
Lui subito non rispose. Cadenzava appena, davanti a sé, il bastone come se non ne avesse avuta più la necessità. Poi si arrestò sollevando un po’ di polvere tra i sassolini grigi. Si specchiò in quegli occhi chiari che erano stati tutta la sua vita e le sussurrò:
«Ho solo tanta paura che significhi perderti per sempre.»

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Il corteo si muoveva pigramente lungo la strada di campagna. I visi tristi, persi nel pianto, come si conviene a un funerale. Mancava solo la pioggia in quel pomeriggio nuvoloso e gelido a punire il cordoglio delle tante persone che non si capacitavano di quelle morti improvvise. Dopo il rettifilo a costeggiare il fiume dalla corrente ruvida e schiumosa, i due carri funebri presero ad affrontare la salita con la solita inerzia. Solo un amministratore burlone, di cui si era perso nel tempo nome e identità, poteva aver pensato di costruire un cimitero lassù. I feretri sembravano cigolare in quel cauto avvicinamento, quasi avessero preso su di loro tutta la fatica di quell’ultima passeggiata.
La cerimonia si consumò lenta, come se gli astanti e soprattutto i figli non avessero più contezza del tempo e la giornata restante avesse perduto il senso della propria fine. I coniugi furono tumulati nella stessa tomba al riparo di una grossa lapide di granito rosa che spiccava sgargiante contro il grigiore degli alberi al limitare del campo. Poi , al termine, tutti se ne andarono, alla spicciolata, proprio quando il cielo, in ritardo con l’appuntamento di quel giorno, cominciò a rilasciare le prime gocce su quelle teste ancora scoperte, svuotate dal dolore.
«Dovevi proprio seguirmi anche qui? Non potevi lasciarmi un po’ in pace?» fece lui astioso nel feretro stretto.
«Scusami caro. Ma non ce l’ho fatta. Nel vederti spirare tra le mie braccia, sono morta anch’io di crepacuore. Non potevo vivere senza di te.»
«Una pessima idea, non ne combini una giusta. Adesso chi ci pensa ai nostri figli?»
«Sono abbastanza grandi caro, sapranno sbrigarsela da soli. Non potevo abbandonarti. Il mio destino è starti accanto.»
«Ah sì, eh?»
«Sì, certo… dopo tanti anni vissuti insieme…»
«Appunto…» obiettò lui con sarcasmo.
«Pensa, caro, ci hanno sistemato vicini nella stessa fossa e ora staremo insieme anche in questa nuova casa per l’eternità.»
In quella pausa si sentì forte la pioggia che rimbalzava sulla lastra di marmo con uno scroscio tumultuoso e irriverente. Poi, come se ci avesse pensato su, lui sospirò:
«Va bene… basta però che non russi come al tuo solito.»

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