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Posts Tagged ‘anziano’

A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
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dietro il racconto
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«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»
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«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

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«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

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Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

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