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Posts Tagged ‘anziano’

Da quando era andato in pensione aveva preso a tornare sul luogo di lavoro. Ma non per darsi da fare e aiutare gli altri, quanto piuttosto per vederli lavorare e godere del fatto che quella vita non gli appartenesse più. Questo lo faceva sentire meglio. Veniva tutti i giorni, anche solo per una mezz’oretta. Si metteva in un angolo e non diceva nulla. E osservava.
Ma un po’ perché gli ex colleghi a un certo punto gli fecero capire che non era più gradito, un po’ perché voleva fare qualcosa di diverso, prese a frequentare altri ambienti anche se con le stesse finalità.
Andò così in Tribunale, a seguire alcuni dibattimenti penali e, anche se ci capiva poco, passava ore a guardare attraverso le sbarre della gabbia ove erano rinchiusi gli arrestati in attesa di giudizio, giusto per osservarli. Li vedeva a capo chino, parlare preoccupati con i loro difensori oppure seduti, le mani a sorreggere la testa, incerti per il loro futuro. Sì, tutto ciò lo rincuorava.
Poi iniziò con i funerali ove si imbucava facilmente; controllava gli annunci mortuari il giorno prima e poi andava alla messa, seguiva il corteo fino al camposanto assistendo a tutte le operazioni successive compresa l’inumazione o la posa della lastra. Il fatto che tutto quello che vedeva riguardasse qualcun altro era rasserenante e migliorava notevolmente il suo umore.
Libero com’era da impegni di lavoro aveva poi preso anche a viaggiare; una volta arrivò sino a Calascura Marina, dov’era sepolto il Santo cui lui era tanto devoto. Si era ripromesso per tutta la vita di andare sulla sua tomba a pregare, senza riuscirci mai, vista la notevole distanza da casa. Ora era era arrivato il momento. Si prese tutto il tempo necessario facendo persino una visita guidata alla Basilica e alla Cripta del Santo.
Nel pomeriggio, prima di ripartire, andò invece nella sala attesa dell’ospedale del luogo. Ormai era diventata la sua routine. Era rassicurante vedere che erano altri a dover soffrire.
Stava appunto osservando una bambina che giocava tra le ginocchia della mamma che la accarezzava dolcemente — la bambina aveva una vistosa fascia che le copriva un occhio — quando entrò nella sala l’infermiera: era una donna bassa ma corpulenta, dai modi bruschi e spicci. Disse qualcosa nel dialetto del luogo che non capì. Poi fece alcuni metri nella sua direzione.
«Signor Guidi, sto chiamano proprio lei, ma non mi ha sentita?»
Lui si ridestò come da un sogno.
«Io?» fece sorpreso. «Guardi che ci deve essere un equivoco, io non sono di qui… sono in gita. Mi ha confuso sicuramente con qualcun altro.»
«Lei è Ernesto Maria Guidi, vero?»
«S..sì» rispose lui ancora più disorientato.
«E allora si sbrighi, su, venga con me, non mi faccia perdere tempo. Il Primario questa mattina ha visto le sue lastre e non ci sono affatto buone notizie per lei. Venga, venga da bravo… che glielo spiega meglio lui.»

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L’uomo, disteso immobile sul letto, pareva ancora più vecchio. Avevo uno sguardo fisso, scuro e ogni tanto muoveva la mascelle come se stesse masticando qualcosa. Il suo corpo minuto non occupava nessuno spazio sotto le lenzuola di tessuto grezzo.
«Padre, vuole che Le faccia la barba?» chiese sottovoce l’uomo vicino a lui che gli teneva devotamente la mano. Il silenzio del monastero aveva aggiunto un’eco a quelle parole mentre un crocifisso di legno, bucherellato dalle tarme, si protendeva verso di loro dalla parete spoglia di fronte.
«No, Tiberio, dove sto per andare il Signore non ci baderà.»
L’uomo che gli era accanto posò delicatamente la mano sul letto come volesse restituirgliela. Il suo saio scuro si stagliava contro il candore del letto rendendolo ancora più irreale nella luce del mattino che aveva varcato il recinto della cella. Poi si mise a spianare con il palmo della mano alcune pieghe inesistenti delle lenzuola e ripiegò in modo meticoloso la coperta pesante in fondo al letto che già era riposta con estremo ordine; volle infine sprimacciare il cuscino dietro alla testa di Padre Rosenberg:
«Calmati Tiberio, per favore… mi fai girare la testa…» pronunciò con fatica.
«Mi scusi Padre, vuole un po’ d’acqua?»
«L’ho bevuta poc’anzi, grazie. Cos’è che hai, Tiberio? Si può sapere?»
«È che Lei non è del Suo solito umore, Padre reverendissimo: direi che è mesto, afflitto, anzi dolentemente rassegnato…»
«Sto per morire, Tiberio, dovrei essere felice, forse?»
«Lo so Padre, ha ragione, come sempre, ma la morte non l’ha mai spaventata…; è qualcosa di diverso: mi sembra piuttosto che abbia una grande pena nel cuore…»
Padre Rosenberg guardò il suo discepolo. Era invecchiato anche lui, e neppure tanto bene, in tutti quegli anni al suo servizio: si era ingobbito, i capelli bianchi e radi, il naso sottile e cereo.
«Non ti si riesce a nascondere nulla, vero?» Tossì più volte.
Tiberio gli riprese la mano come per dire che a lui avrebbe potuto raccontare ogni cosa.
«Vedi, mio buon Tiberio: ho 88 anni e per tutta la vita, come ben sai, sono stato un uomo pio. Ho dedicato la mia esistenza agli altri, alla Chiesa, alle opere di carità, ai diseredati…»
«Lei è stato molto di più di tutto questo, per noi…» sentì di dover dire Tiberio.
Il vecchio gli fece il gesto di farlo finire. Disse ancora:
«Ma non mi è riuscito di fare neppure un miracolo…»
Tiberio lo squadrò stupito.
«Non sarò mai Beato e Santo… Ho fatto tante cose belle, tante cose utili e giuste, ma miracoli niente. Non che non ci abbia provato, tutt’altro ma… ecco… semplicemente non sono venuti… non ero fatto per questo, dopotutto… e finiranno per dimenticarsi di me.»
«Ma sono io il Suo più grande miracolo, Padre reverendissimo…»
«Cosa stai dicendo, Tiberio?»
«Certo… non si ricorda… quarant’anni fa, in occasione della processione del Santo patrono di Lughi… io mi sono avvicinato a Lei per chiedere l’elemosina…»
«Mi ricordo benissimo, Tiberio, come se fosse ieri: io ti diedi una moneta, e poi ti presi con me nella congregazione» e tossì ancora.
«Esatto Padre, solo che io ero stato inviato…»
«Inviato?»
«Sì: la Sua vita specchiata, la Sua infinita bontà, il Suo carisma davano fastidio… e così mi hanno inviato per… per distruggerLa…» confessò Tiberio abbassando il capo.
«Vuoi dire che tu… che tu sei…»
«Sì, Padre… ero un demone, anche di prima classe. Il mio vero nome è Hezekiah. Ero anche molto bravo nel mio lavoro, ma evidentemente non a sufficienza. La Sua Parola, il Suo Esempio, la Sua Luce interiore mi hanno annichilito… e così sono diventato il Suo più umile servitore… Potrà mai perdonarmi?»
Padre Rosenberg lentamente sorrise e pose una mano sulla testa ancora abbassata di Tiberio.
«Bene, bene… mi compiaccio» disse annuendo più volte, sempre più pallido. «Allora adesso posso morire in pace.»
Chiuse gli occhi e volse il capo da un lato. Emise un rantolo sopito e spirò.
Trascorse ancora qualche minuto.
Tiberio sentì dalla mano del vecchio che non aveva più polso. Si alzò e, lentamente, si raddrizzò con la schiena; diventò imponente e maestoso, assumendo lineamenti del volto bellissimi; il corpo era di nuovo vigoroso e giovane, mentre un paio di ali robuste si dispiegarono senza far rumore a riempire tutta la stanza.
Guardò con aria di scherno il corpo senza vita nel letto e fece:
«È ora di riprendere il lavoro rimasto interrotto quarant’anni fa…»
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Da quando mi sono messo in pensione mi concedo spesso delle ampie passeggiate sul lungo fiume e poi al parco del Castello. Se è una bella giornata mi fermo anche a guardare il panorama, ad accarezzare i gatti che incontro per strada e a dar molliche di pane ai passeri.
Lo so cosa state pensando: che è triste essere vecchi e soli. Ma neanche per idea! Certo, essere ancora giovani sarebbe proprio una gran bella cosa, tuttavia ora faccio la vita che ho sempre desiderato una volta smesso di lavorare: tranquillità e serenità con un pizzico di buona salute, frequentando all’occorrenza chi mi pare e quando ne ho voglia.
Oltretutto, a volte, mi do pure al volontariato; come vendere le uova di cioccolato o vasi da fiore per qualche onlus che finanziano la ricerca o come servire alla mensa dei non abbienti o persino fare il chierichetto per padre Ercole. Lo so, sono un brav’uomo, ma non credo sia dopo tutto un gran merito.
Qualche giorno fa mi è stato chiesto di mettere a dimora insieme ad altri amici nuove piante nelle zone verdi della città; ho fatto il contadino fino a pochi anni or sono e so come si fa e in Comune lo sanno bene. Ed è stato proprio quando preparavo lo scavo profondo per alcune cultivar di platano, con la lentezza che ora mi contraddistingue non avendo più tanta forza, che ho visto sulla pala qualcosa che luccicava. Ho pulito l’oggetto ben bene e mi sono accorto che era una fedina, una vera nuziale da uomo; l’ho guardata meglio mettendomi gli occhiali e nella parte interna erano incise queste parole “Maria e Lorenzo – 20 marzo 1910”. Mi sono subito rialzato per farla vedere agli altri, ma ero rimasto solo: ci avevo messo evidentemente troppo tempo per la mia buca. Così la vera me la sono messa in tasca e ho terminato il lavoro.
Del tutto dimentico del ritrovamento, dopo qualche giorno mi sono messo al tavolo della cucina di casa e ho preso carta e penna. Era già un po’ che volevo scrivere a mio figlio che vive da vent’anni in Australia e io che non ho mai avuto troppa dimestichezza con il computer mi affido ancora alle patrie poste.
Ho iniziato allora di buona lena a mettere nero su bianco, ma ben presto mi sono accorto che non mi stavo affatto rivolgendo al mio Gianni; stavo scrivendo invece una specie di diario e neppure il mio: era quello di una donna, una signora anziana che parlava del suo sposo, dell’uomo della sua vita che non c’era più e di una fedina che aveva perduto e che continuava a cercare senza requie. Da quello che potevo capire, la signora tentava insomma di ritrovare la vera del marito e a modo suo me lo stava facendo sapere. Questa scoperta, lì per lì, mi ha fatto impressione, spaventandomi non poco, e sono stato tentato perfino di pensare a una mia personale suggestione per il rinvenimento; ma poi nei giorni seguenti, per i ricordi di vita vissuta che la donna faceva attraverso la mia scrittura, mi sono convinto che non era affatto così.
Da allora ho cercato di incontrare la signora per darle il gioiello che le apparteneva. Nonostante però sapessi dal diario quali fossero i luoghi del parco da lei frequentati e la relativa ora, non sono riuscito mai a incontrarla.
Mi sono risolto allora a lasciare a malincuore la fedina su una panca solitaria, una, in particolare, che avevo individuato dalle descrizioni che mi aveva fatto la signora quale da lei frequentata più sovente durante le sue ricerche. Forse l’anello avrebbe trovato da solo la sua padrona. Sono rimasto anche per un po’ di tempo nascosto dietro a un albero per paura che qualcuno lo rubasse. Verso sera però cominciava a fare un po’ troppo umido per me e, per non prendere un malanno, me ne sono andato con il proposito di tornare la mattina successiva alle prime ore del mattino.
Una volta a casa, prima di coricarmi, mi sono messo a scrivere, come ormai di consueto. E mi sono uscite queste parole:

L’ho ritrovata! L’ho ritrovata! Che gioia indescrivibile, che sollievo! Mi sembra di essere di nuovo con il mio Lorenzo. Ora posso finalmente trovar pace.
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«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
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La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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«Pronto?»
«Sì? Pronto?»
«Signora Elisabetta? Buongiorno…»
«…»
«Mi chiamo C. F. Oggi sono passato per via Mascagni e ho letto l’avviso che avete lasciato sulla palina del divieto di sosta… ho assistito alla scena… ho visto tutto.»
«Oh, grazie a Dio… non ci speravo davvero più, dopo più di un mese.»
«Mi scuso per non essermi fatto vivo prima, ma è che io non abito a Lughi, signora: vengo in paese per affari solo saltuariamente…»
«Meno male, grazie, grazie davvero. Sa, mi sono fatta tanto male quando sono caduta, sono ancora a casa con la gamba ingessata, mi hanno messo i chiodi chirurgici per tener fermo il malleolo… e non so ancora per quanto tempo ne avrò… e quelli del Comune e anche l’Assicurazione non mi vogliono riconoscere il danno perché dicono che non c’è nessuna prova che mi sono fatta male proprio in quel punto; sa ero sola in quel momento… è stata una cosa terribile, ma c’era tanta gente… era l’ora di punta.»
«Non vi preoccupate, Signora Elisabetta, adesso ci sono io… come vi dicevo, ho visto tutto…»
«È il Cielo che la manda…»
«Sì sì, il Cielo, come no?… e quanto c’è per me?»
«Quanto c’è per lei, cosa?»
«Avrete ben pensato a darmi qualcosina, giusto per le spese; niente di che, badate bene… però devo venire in paese apposta e non ho tanto tempo; e poi il disturbo… gli avvocati, il processo…»
«Pensavo che fosse un testimone disinteressato… lo facesse per un dovere civico…»
«Certo sì, anche per quello, ma con il dovere civico non si campa…»
«Capisco… comunque lei ha visto tutto…»
«Sì, ogni cosa, ogni singolo istante… voi ve ne andavate tranquilla tranquilla sul vostro marciapiede quando…»
«Sì esatto, sul mio marciapiede…»
«Io mi trovavo a pochi metri da voi, lì dal tabaccaio, sa quello che c’è due negozi dopo… stavo uscendo perché avevo appena comprato le sigarette…»
«Sì, il tabaccaio, giusto, mi era parso di vedere infatti qualcuno lì fermo…»
«… quando vi ho visto cadere; non ho pensato che vi foste fatta tanto male in caso contrario sarei rimasto ad aiutarvi… chissà come avete sofferto!»
«Sì, mi sono fatta davvero tanto male; pensi che mi hanno messo dei chiodi chirurgici per tener fermo il malleolo…»
«Sì, il malleolo e poi, voi, così giovane…»
«Giovane? Guardi che ho settant’anni!»
«Complimenti! Dalla voce non si direbbe… li portate davvero bene… comunque piazzare una palina praticamente in mezzo al marciapiede… solo il Comune può fare una cosa del genere.»
«Quale palina?»
«Quella del divieto di sosta, su cui avete lasciato il vostro avviso, quello che se qualcuno avesse assistito all’incidente… la palina che non avete visto svoltando l’angolo e che vi fa fatto cadere malamente…»
«Ma che palina! Non ho svoltato nessun angolo… io sono solo scivolata perché ho messo il piede in un buco nel marciapiede; la pavimentazione ha ceduto per dei lavori e… ma è sicuro che ha visto proprio tutto?»
«…»
«Signor F., è ancora lì?»
«Sì, sì certo, signora Elisabetta, sto prendendo degli appunti… con tutti questi casi a volte ci si può confondere… dunque… mi dicevate… cedimento del marciapiede per lavori, piede in fallo, caduta rovinosa…; sentite, secondo lei, ci potremmo anche aggiungere che, nel cadere, vi siete rovinata un bel vestito costosissimo di Armani o una borsa di Hermés… questo, solo per buona misura, ben inteso, poi, trattando con l’Assicurazione, scendiamo un po’…»
«Ma cosa dice? Avevo addosso un impermeabile vecchio di dieci anni e portavo la borsa della spesa. Ma lei era presente oppure no?»
«Io sono in tanti posti, signora Elisabetta, e vedo un mucchio di cose e, perché no? posso aver assistito anche alla vostra caduta. Ma non perdiamo tempo… dunque, voi siete inciampata e poi? Dove vi siete fatta male, oltre al piede? Avete battuto la faccia? Avete dovuto rifarvi la mandibola dal chirurgo ricostruttivo? Oppure avete dovuto impiantare delle protesi dentarie, vista l’età? Sa, sono un bel mucchio di soldi anche lì…»
«Ho capito, lasci perdere… lei non ha visto un bel niente… la saluto…»
«Aspettate, aspettate… non riattaccate… se ci mettiamo d’accordo ho sorpreso vostro marito con un’altra… ho un’amica di mia cugina che farebbe l’amante…»
«Sono vedova!»
«Allora, avete contratto un mutuo oneroso, ma la banca non vi ha fatto firmare un documento importante… vi ho accompagnata e ho visto tutto.»
«Signor F., addio…»
«Aspettate, aspettate… sono sulle spese… almeno riconoscetemi qualcosa per la gentilezza di avervi chiamata…»
[clic]

NOTA: Nel racconto non c’è nessun riferimento a persone reali o avvenimenti effettivamente accaduti e i nomi utilizzati (così come le sigle) sono di mera fantasia.

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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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