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Posts Tagged ‘anziano’

«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»

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«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

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«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

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Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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«Non stai bene, nonna?»
La domanda rimase sospesa nel profumo del potpourri di casa. Lei provò un paio di volte a muovere le labbra, senza riuscire a emettere suoni.
«Hanno sbancato qui di fronte… come vedi» le venne da dire come se quella fosse stata la risposta. «Hanno tolto tutto: la panchina, l’aiuola e l’unico albero che c’era.»
Nonna e nipote guardavano fuori dalla finestra tenendo scostate le tendine che ricadevano morbide dalla riloga.
«Sì, ho saputo, nonna, faranno un parcheggio…» disse il ragazzo provando a sorridere «sarà più comodo per la macchina, non trovi?»
La spianata di terra smossa davanti a loro appariva desolante senza l’ombra immensa della quercia.
«Tanto io non guido più» rispose lei facendo spallucce. Aveva i lucciconi agli occhi e la luce del giorno danzava nel suo sguardo.
«Ma cos’hai nonna…?»
«Niente niente, vai che farai tardi, guarda che ore sono…»
«Ho ancora tutto il tempo che voglio, nonna… cosa c’è che non va?»
Lei scosse la testa. Non ne voleva parlare. Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto spiegazzato e se lo passò sul viso. Lo sguardo attento del nipote le fece capire che non avrebbe facilmente receduto.
«Più di cinquant’anni fa, proprio oggi, ho lasciato quello che è stato, da ragazza, il mio grande amore.» La donna anziana continuava a osservare fuori il via vai di gente come se stesse descrivendo qualcosa che stava ancora accadendo sotto i suoi occhi. «Ci siamo incontrati lì, per caso, dove c’era la panchina. Lui era solo e si divertiva a far pile di sassi mettendoli uno sopra l’altro, in equilibrio; era un idealista e già allora inseguiva sogni impossibili. Io, che con alcune amiche gli sedevo accanto, gli ho allungato a un certo punto un sasso che avevo vicino perché completasse la sua stupida torre. Da lì abbiamo fatto conoscenza e dalla simpatia è nato l’amore, il primo per tutti e due. Poi la vita è stata strana, complicata, ci si è messa in mezzo, e su quella stessa panchina, anni dopo, gli ho detto che non potevano più stare insieme, che avevo un altro… che poi sarebbe stato tuo nonno.»
«E lui? Il tuo fidanzato? Che ha fatto?»
«Gli ho spezzato il cuore.»
«E poi che cosa è successo, nonna?»
«Da quel giorno tutti gli anni, ogni 23 aprile, viene qui, alla panchina, e porta un sasso, anche piccolo, che posa nell’aiuola. Insomma, lo fa come se fossi ancora vicino a lui a giocare a impilar sassi. Si siede, rimane lì per qualche istante, e poi se ne va per ricomparire l’anno successivo. Non alza neppure lo sguardo per vedere casomai fossi qui alla finestra. È come se tutto il resto del mondo non esistesse più, ma ci fosse solo lui e la purezza del suo ricordo. Da parte mia ho sempre sperato che la smettesse di venire, che gli passasse, che si rifacesse una vita. Dopo tutto era giovane quanto me. Ma lui, in tutti questi anni, non ha mai mancato neppure un anno. E ora non c’è più né la panchina né l’aiuola.»
«Tu gli hai mai più parlato, nonna?»
«No, mai più… ma è ora di rimediare. Eccolo che arriva, anche oggi.»
Dalla strada lentamente un signore anziano faceva piccoli passi verso il centro della piazza aiutandosi con un bastone. Aveva la testa china, avvolto nei suoi pensieri, come se cercasse qualcosa per terra. Quando alzò finalmente lo sguardo rimase disorientato accorgendosi che mancavano la ‘sua’ panchina, l’aiuola e l’albero. Si voltò attorno quasi temesse di aver sbagliato posto. Aveva gli occhi sbarrati.
«Ciao» gli disse a quel punto la donna che gli si era parata innanzi. Lei aveva il cuore in gola, i pugni stretti dalla tensione, un cenno di sorriso sulle labbra. Il suo antico amore, il suo unico vero amore, era lì davanti a lei; gli occhi acquosi e azzurri dell’uomo le si posarono delicatamente sul volto.
«Buongiorno a lei» le disse con voce ferma, «ci conosciamo?»
E di lì a poco, non avendo avuto risposta, lasciò cadere il sasso per terra e se ne andò.

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Dormiva male. Si rigirava nel letto per cercare una posizione che non avrebbe mai trovato; si fermava ogni tanto a bere dalla bottiglietta d’acqua sul comodino per tentare di togliersi quella sensazione di stopposità che aveva in gola e quindi ricominciava. Si svegliò che era l’alba. La sagoma addormentata della moglie era accanto a lui. Si tirò su nel letto, la testa appoggiata al muro. Faceva caldo, era tutto sudato. Sì, c’era qualcosa che non andava: l’aria era greve, stagnante, non riusciva a dilatare i polmoni. Persino il silenzio che di notte avvolgeva la casa come un piumino, era come lacerato, meno compatto del solito.
La stanza! pensò, ecco, forse era la stanza: non la riconosceva. No, non poteva aver sbagliato casa, se accanto a lui c’era la moglie. Che fosse una camera d’albergo? Si sforzò di ricordarsi se fossero partiti. No, non era possibile: erano almeno tre o quattro anni da quando era andato in pensione, che non si muovevano dal paese.
Cercò al buio le pantofole e andò in bagno: la vescica era così dilatata da fargli male.
Non osava guardarsi allo specchio. Le palpebre parzialmente socchiuse facevano barriera alla luce del mattino che saturava il colore delle maioliche. Si sforzò di guardare fuori per riprendere il contatto con la realtà. Sgranò gli occhi: le montagne! Non c’erano più le montagne! Ecco cosa era successo nella notte! Le montagne si erano ritirate; forse erano rientrate nella terra o erano arretrate verso nord in una sorta di bassa marea delle rocce. Aveva letto di qualcosa di simile, da qualche parte, ma era accaduto milioni di anni fa prima ancora che i dinosauri si estinguessero e certamente non poteva essere successo tutto in poche ore e senza che lui se ne accorgesse. Bradisismo! Ecco, come si chiamava quel fenomeno strano della terra che sprofonda; forse si era trattato proprio di bradisismo repentino.
Cercò febbrilmente sulle principali testate on-line se si fosse verificato nel mondo un fenomeno simile. No. Nulla. Solo le solite notizie, i soliti scandali, la solita crisi della crisi nella crisi.
Non restava che chiederlo a lei.
«Ada, Tesoro mio…» le disse scuotendola dolcemente sotto le lenzuola. «Ada, Aduccia cara…»
La moglie dopo un poco mugolò e si girò dall’altra parte.
«Ada, per carità, svegliati, è successa una cosa terribile…»
«Cosa c’è, Pino?» chiese lei calma, con un filo di voce e senza neppure aprire gli occhi.
«Le montagne, le montagne…»
«Quali montagne?»
«Come quali montagne? Le ‘nostre’ montagne… sono sparite, dissolte, svanite!»
Si sentirono sopra il tetto i versi concitati di due gabbiani che sembravano litigare tra loro; poi il passaggio veloce di una vettura lontana su un tombino sbilenco e forse l’abbaiare di un cane.
«Non ti ricordi, caro?» disse lei muovendo appena le labbra. «Abbiamo traslocato un mese fa, e siamo venuti qui al mare, per stare più vicini a nostra figlia che ci ha regalato un bellissimo nipotino…»
«…»
«Su, adesso fai il bravo… e vieni a letto che è ancora presto.»
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hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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hat_gy
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