Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘anziano’

Da quando mi sono messo in pensione mi concedo spesso delle ampie passeggiate sul lungo fiume e poi al parco del Castello. Se è una bella giornata mi fermo anche a guardare il panorama, ad accarezzare i gatti che incontro per strada e a dar molliche di pane ai passeri.
Lo so cosa state pensando: che è triste essere vecchi e soli. Ma neanche per idea! Certo, essere ancora giovani sarebbe proprio una gran bella cosa, tuttavia ora faccio la vita che ho sempre desiderato una volta smesso di lavorare: tranquillità e serenità con un pizzico di buona salute, frequentando all’occorrenza chi mi pare e quando ne ho voglia.
Oltretutto, a volte, mi do pure al volontariato; come vendere le uova di cioccolato o vasi da fiore per qualche onlus che finanziano la ricerca o come servire alla mensa dei non abbienti o persino fare il chierichetto per padre Ercole. Lo so, sono un brav’uomo, ma non credo sia dopo tutto un gran merito.
Qualche giorno fa mi è stato chiesto di mettere a dimora insieme ad altri amici nuove piante nelle zone verdi della città; ho fatto il contadino fino a pochi anni or sono e so come si fa e in Comune lo sanno bene. Ed è stato proprio quando preparavo lo scavo profondo per alcune cultivar di platano, con la lentezza che ora mi contraddistingue non avendo più tanta forza, che ho visto sulla pala qualcosa che luccicava. Ho pulito l’oggetto ben bene e mi sono accorto che era una fedina, una vera nuziale da uomo; l’ho guardata meglio mettendomi gli occhiali e nella parte interna erano incise queste parole “Maria e Lorenzo – 20 marzo 1910”. Mi sono subito rialzato per farla vedere agli altri, ma ero rimasto solo: ci avevo messo evidentemente troppo tempo per la mia buca. Così la vera me la sono messa in tasca e ho terminato il lavoro.
Del tutto dimentico del ritrovamento, dopo qualche giorno mi sono messo al tavolo della cucina di casa e ho preso carta e penna. Era già un po’ che volevo scrivere a mio figlio che vive da vent’anni in Australia e io che non ho mai avuto troppa dimestichezza con il computer mi affido ancora alle patrie poste.
Ho iniziato allora di buona lena a mettere nero su bianco, ma ben presto mi sono accorto che non mi stavo affatto rivolgendo al mio Gianni; stavo scrivendo invece una specie di diario e neppure il mio: era quello di una donna, una signora anziana che parlava del suo sposo, dell’uomo della sua vita che non c’era più e di una fedina che aveva perduto e che continuava a cercare senza requie. Da quello che potevo capire, la signora tentava insomma di ritrovare la vera del marito e a modo suo me lo stava facendo sapere. Questa scoperta, lì per lì, mi ha fatto impressione, spaventandomi non poco, e sono stato tentato perfino di pensare a una mia personale suggestione per il rinvenimento; ma poi nei giorni seguenti, per i ricordi di vita vissuta che la donna faceva attraverso la mia scrittura, mi sono convinto che non era affatto così.
Da allora ho cercato di incontrare la signora per darle il gioiello che le apparteneva. Nonostante però sapessi dal diario quali fossero i luoghi del parco da lei frequentati e la relativa ora, non sono riuscito mai a incontrarla.
Mi sono risolto allora a lasciare a malincuore la fedina su una panca solitaria, una, in particolare, che avevo individuato dalle descrizioni che mi aveva fatto la signora quale da lei frequentata più sovente durante le sue ricerche. Forse l’anello avrebbe trovato da solo la sua padrona. Sono rimasto anche per un po’ di tempo nascosto dietro a un albero per paura che qualcuno lo rubasse. Verso sera però cominciava a fare un po’ troppo umido per me e, per non prendere un malanno, me ne sono andato con il proposito di tornare la mattina successiva alle prime ore del mattino.
Una volta a casa, prima di coricarmi, mi sono messo a scrivere, come ormai di consueto. E mi sono uscite queste parole:

L’ho ritrovata! L’ho ritrovata! Che gioia indescrivibile, che sollievo! Mi sembra di essere di nuovo con il mio Lorenzo. Ora posso finalmente trovar pace.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

«Francè, dove sei? Sono tornata…» disse ad alta voce la donna posando la borsa sulla sedia dell’ingresso. Si sentì un mormorio provenire dalla sala.
«Ma dove sei?» fece ancora la donna inoltrandosi nella casa. Poi entrò nella sala. «E che ci fai lì?» disse alzando gli occhi. Il marito era a pochi centimetri dal soffitto, parallelo ad esso, come se fosse sdraiato su un letto; solo che il letto non c’era: l’uomo era sospeso in aria a quasi tre metri di altezza.
«Non lo so Claretta, sono quassù da questa mattina. Non ho idea di cosa sia successo: mi sono alzato dalla poltrona per andare a farmi un caffè e pian piano sono lievitato fin quassù per finire in questa posizione da sdraiato; da allora non sono più riuscito a muovermi, sono bloccato in questa posizione, aiutami ti prego…»
La donna invece di fare qualcosa se ne rimaneva immobile: era ammutolita.
«Ho letto su Internet, tempo fa, che questa è la posizione che si assume quando si è appena morti… Forse che sono appena morto Claretta?»
«Ma non dire sciocchezze Francè, sei vecchio certamente, ma non sei morto, te lo posso assicurare; sei solo strano, e tanto anche, ma morto proprio no. Se lo fossi non vedrei la tua panzona da qui e soprattutto non staresti a parlare ora con me.»
«Che ne sai Claretta, magari sei morta anche tu e fra un po’ salirai qui per sdraiarti vicino a me…»
«Tiè!» disse lei facendogli le corna che lui però non poté vedere. «Non ho nessuna voglia di sdraiarmi da nessuna parte, tanto meno in quella posizione scomoda. Piuttosto chissà cosa ti sei bevuto… aspetta va, che vado a prendere lo scalèo…»
«Sì, ma fa presto, cara, mi ha preso freddo.»
La donna brontolando andò nello sgabuzzino per lo scalèo che trascinò di mala voglia fino alla sala.
«Guarda te che lavori mi fai fare… lo sai che ho la labirintite… Invece che startene buono buono a goderti la pensione ti inventi di tutto per squietarmi» disse mugugnando la donna salendo i gradini faticosamente. Arrivata all’ultimo gradino si allungò verso il marito per afferrarlo.
«Non ci arrivo… sono piccina… su, fai qualcosa anche tu.»
«Ma ti ho detto che sono completamente bloccato! Sono rigido come un baccalà. Riesco a mala pena a respirare, non posso alzare neppure un dito…»
«E quando mai hai alzato un dito in casa, tu? Aspetta, va, che vado a prendere la pinza per le grucce così ti tiro giù» disse scendendo gli scalini con attenzione. Giunta a metà però si fermò. «Come mai c’è questo cattivo odore qui dentro?»
«Cara, è che credo di non aver più il controllo del mio corpo… scusa…»
«Ma che schifo, Francè! Certo, con tutta la robaccia che ti strafoghi!» fece lei spalancando la finestra.
«Fa freddo cara…»
«Lo so, pazienza Francè, mi viene il voltastomaco… chiuderò quando sarai sceso e ti sarai fatto la doccia» e sparì dalla sala alla ricerca della pinza telescopica.
«Eccomi» disse rientrando poco dopo armata dell’asta per grucce. «Vedrai che con questa ti riprendo in un attimo… ma dove sei?»
La donna volse lo sguardo verso il soffitto. Il marito non c’era. Guardò per terra caso mai fosse sceso. Nulla. Poi si sentì chiamare. La voce veniva da fuori. L’uomo stava galleggiando nell’aria a una cinquantina di metri di distanza in direzione della statale. Il vento era favorevole. Lui stava gridando ancora, ma non si capiva più cosa dicesse.
«Certo che a complicare le cose sei proprio bravo tu…» disse lei sbattendo le ante della finestra e rimanendo fissa a rimirare quella scena irreale. Poi si scosse.
«Ma sì, è inutile far finta di niente, tanto me lo riporterebbero indietro comunque…»
E, afferrata la borsa, uscì con la pinza telescopica in mano.
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

«Pronto?»
«Sì? Pronto?»
«Signora Elisabetta? Buongiorno…»
«…»
«Mi chiamo C. F. Oggi sono passato per via Mascagni e ho letto l’avviso che avete lasciato sulla palina del divieto di sosta… ho assistito alla scena… ho visto tutto.»
«Oh, grazie a Dio… non ci speravo davvero più, dopo più di un mese.»
«Mi scuso per non essermi fatto vivo prima, ma è che io non abito a Lughi, signora: vengo in paese per affari solo saltuariamente…»
«Meno male, grazie, grazie davvero. Sa, mi sono fatta tanto male quando sono caduta, sono ancora a casa con la gamba ingessata, mi hanno messo i chiodi chirurgici per tener fermo il malleolo… e non so ancora per quanto tempo ne avrò… e quelli del Comune e anche l’Assicurazione non mi vogliono riconoscere il danno perché dicono che non c’è nessuna prova che mi sono fatta male proprio in quel punto; sa ero sola in quel momento… è stata una cosa terribile, ma c’era tanta gente… era l’ora di punta.»
«Non vi preoccupate, Signora Elisabetta, adesso ci sono io… come vi dicevo, ho visto tutto…»
«È il Cielo che la manda…»
«Sì sì, il Cielo, come no?… e quanto c’è per me?»
«Quanto c’è per lei, cosa?»
«Avrete ben pensato a darmi qualcosina, giusto per le spese; niente di che, badate bene… però devo venire in paese apposta e non ho tanto tempo; e poi il disturbo… gli avvocati, il processo…»
«Pensavo che fosse un testimone disinteressato… lo facesse per un dovere civico…»
«Certo sì, anche per quello, ma con il dovere civico non si campa…»
«Capisco… comunque lei ha visto tutto…»
«Sì, ogni cosa, ogni singolo istante… voi ve ne andavate tranquilla tranquilla sul vostro marciapiede quando…»
«Sì esatto, sul mio marciapiede…»
«Io mi trovavo a pochi metri da voi, lì dal tabaccaio, sa quello che c’è due negozi dopo… stavo uscendo perché avevo appena comprato le sigarette…»
«Sì, il tabaccaio, giusto, mi era parso di vedere infatti qualcuno lì fermo…»
«… quando vi ho visto cadere; non ho pensato che vi foste fatta tanto male in caso contrario sarei rimasto ad aiutarvi… chissà come avete sofferto!»
«Sì, mi sono fatta davvero tanto male; pensi che mi hanno messo dei chiodi chirurgici per tener fermo il malleolo…»
«Sì, il malleolo e poi, voi, così giovane…»
«Giovane? Guardi che ho settant’anni!»
«Complimenti! Dalla voce non si direbbe… li portate davvero bene… comunque piazzare una palina praticamente in mezzo al marciapiede… solo il Comune può fare una cosa del genere.»
«Quale palina?»
«Quella del divieto di sosta, su cui avete lasciato il vostro avviso, quello che se qualcuno avesse assistito all’incidente… la palina che non avete visto svoltando l’angolo e che vi fa fatto cadere malamente…»
«Ma che palina! Non ho svoltato nessun angolo… io sono solo scivolata perché ho messo il piede in un buco nel marciapiede; la pavimentazione ha ceduto per dei lavori e… ma è sicuro che ha visto proprio tutto?»
«…»
«Signor F., è ancora lì?»
«Sì, sì certo, signora Elisabetta, sto prendendo degli appunti… con tutti questi casi a volte ci si può confondere… dunque… mi dicevate… cedimento del marciapiede per lavori, piede in fallo, caduta rovinosa…; sentite, secondo lei, ci potremmo anche aggiungere che, nel cadere, vi siete rovinata un bel vestito costosissimo di Armani o una borsa di Hermés… questo, solo per buona misura, ben inteso, poi, trattando con l’Assicurazione, scendiamo un po’…»
«Ma cosa dice? Avevo addosso un impermeabile vecchio di dieci anni e portavo la borsa della spesa. Ma lei era presente oppure no?»
«Io sono in tanti posti, signora Elisabetta, e vedo un mucchio di cose e, perché no? posso aver assistito anche alla vostra caduta. Ma non perdiamo tempo… dunque, voi siete inciampata e poi? Dove vi siete fatta male, oltre al piede? Avete battuto la faccia? Avete dovuto rifarvi la mandibola dal chirurgo ricostruttivo? Oppure avete dovuto impiantare delle protesi dentarie, vista l’età? Sa, sono un bel mucchio di soldi anche lì…»
«Ho capito, lasci perdere… lei non ha visto un bel niente… la saluto…»
«Aspettate, aspettate… non riattaccate… se ci mettiamo d’accordo ho sorpreso vostro marito con un’altra… ho un’amica di mia cugina che farebbe l’amante…»
«Sono vedova!»
«Allora, avete contratto un mutuo oneroso, ma la banca non vi ha fatto firmare un documento importante… vi ho accompagnata e ho visto tutto.»
«Signor F., addio…»
«Aspettate, aspettate… sono sulle spese… almeno riconoscetemi qualcosa per la gentilezza di avervi chiamata…»
[clic]

NOTA: Nel racconto non c’è nessun riferimento a persone reali o avvenimenti effettivamente accaduti e i nomi utilizzati (così come le sigle) sono di mera fantasia.

Read Full Post »

A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: