La cultura verticale

Mi sono spesso chiesto, quando studiavo e ancora oggi quando mi aggiorno per motivi di lavoro, se si debba privilegiare una cultura verticale o una di tipo orizzontale. Mi spiego meglio: visto che si fa tanta fatica a imparare, è da preferirsi approfondire sempre e comunque (quando se ne ha il tempo) la materia che concerne il proprio lavoro e finire così per sapere tutto o quasi tutto di un unico argomento o sacrificare tale aspetto e conoscerne altri? Il futuro è di chi si specializza o di chi si orienta su più tematiche?

La prima scelta è senza dubbio quella più funzionale per il lavoro consentendo di acquisire una competenza specifica e un alto grado di professionalità con ricadute (ma non sempre) in termini di avanzamento di carriera, ma anche di stima sociale e di considerazione tra i colleghi.

La seconda opzione, richiedendo una ricollocazione delle risorse intellettuali anche su interessi alternativi, incide ovviamente sul generale livello di preparazione professionale, abbassandolo più o meno in modo apprezzabile, ma permette un’apertura mentale a 360 gradi sul mondo che ci circonda.

Per quanto riguarda il mio modo di vedere, nonostante tutti i miei sforzi per approfondire esclusivamente le problematiche proprie del mio lavoro, che, premetto, amo immensamente, non sono mai riuscito a non farmi distrarre da altro. Mi piacciono la psicologia, lo sociologia, l’informatica, la zoologia, la botanica e tante altre discipline (come l’etologia umana e animale) che mi affascinano enormemente come fossi un bambino. Insomma sono informato di tutto un po’, cosa che se da un lato rende appena sufficiente il mio bagaglio professionale (illudendomi di salvarlo dalla mediocrità) dall’altra l’arricchisce di aspetti interrelati (di cui tuttavia, me ne rendo ben conto, potrebbe fare a meno) che mi fanno però vivere la mia esperienza a mia misura (o almeno è questa la mia sensazione) e in un modo che non potrei farne a meno.

Questa impostazione è probabilmente frutto della mia visione olistica della vita (quasi una prospettiva ‘rinascimentale’) dove tutte le cose sono, a mio avviso, collegate e interconnesse tra loro e dove un argomento non può essere esaurito (o non potrebbe essere esaurito) da un solo angolo di visuale, ma andrebbe trattato, studiato e capito anche sotto altri profili disciplinari. Spesso basta spostarsi di pochi gradi (scambiandosi di ruolo o di postazione) perché un problema, una questione, ma anche un paesaggio o qualsivoglia altra cosa, ci appaiano sotto una luce del tutto diversa, tanto da poter esaminare la questione in un modo che ci può addirittura sembrare nuovo.

Inoltre, me ne accorgo quando mi sforzo di trattare seriamente un determinato argomento (mi è accaduto più volte e, in modo palese, da ultimo, scrivendo il libro ‘La lettura veloce e creativa’, –> LA LETTURA VELOCE E CREATIVA) che tendo spontaneamente a mettere insieme quanto imparato nelle più disparate letture, costringendomi a confrontarle, incrociarle, ipotizzando parallelismi e comparando principi generali, similitudini e punti di contatto. Parlo di qualcosa nel solco della disciplina principale, ma finisco per fare rimandi, agganci nell’ambito di un’altra dottrina, ancorché rozzamente imparata, giusto per coglierne somiglianze o per trovare la conferma di ravvisate differenze o trovare interessanti spunti di riflessioni e trovare così nuovi percorsi e spazi da esplorare, almeno per me.

Certo, si dirà, questo dà ragione a chi si professa tuttologo sbandierando un sapere falsamente onnisciente, che in realtà nasconde solo una superficialità di approccio e una dispersività dannosa. Si dirà ancora: non è possibile sapere tutto di tutto, tanto vale buttarsi sulla propria materia diventandone un esperto, stimato e rispettato. Tutto vero.

Ma per quanto mi riguarda, la curiosità è rimasta sempre e ineluttabilmente una pulsione di fondo insopprimibile: devo sapere, rendermi conto, trovare un perché, anche se poi le risposte mi creano mille altre domande e mille altre perché. Preferisco così. Preferisco il senso di colpa di non essere un profondo conoscitore della mia materia, piuttosto che avere un punto interrogativo che mi rimbalza nella testa senza riuscire a trovare mai pace.

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1 pensiero su “La cultura verticale

  1. Secondo me sapersi muovere all’interno della propria vita è importante. Avere molte informazioni di diverso genere o avere la capacità di andarsele a procurare, ti permette di fare molti più collegamenti anche trasversali e questo esercita la capacità di cogliere l’attimo per muoverti nella direzione che tu hai scelto

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