Di solito passava in quel punto dell’autostrada nel pomeriggio inoltrato. Andava di fretta, desideroso solo di tornare a casa dopo una giornata di lavoro estenuante. E la chiesetta, di fattura moderna, spuntava sempre come un’apparizione improbabile appena dopo la curva della bretella. Le sue linee architettoniche, inusuali ma allo stesso tempo ardite, contribuivano a dare alla costruzione un carattere di eccentricità che non la faceva passare inosservata. Si era ripromesso di visitarla, prima o poi, anche se quel giorno sembrava non arrivare mai.
L’occasione tuttavia si presentò a inizio estate quando, sapendo che a casa non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarlo, decise di soddisfare la sua curiosità: moglie e figlia erano infatti partite per un viaggio solo mamma-figlia, un progetto tutto loro per parlarsi da donne adulte. Gli faceva piacere che trovassero del tempo dedicato per stare insieme, anche se provava un po’ di invidia per quella complicità da cui si sentiva escluso.
Seguendo le indicazioni del navigatore, trovò l’uscita giusta. La chiesetta, da vicino, gli apparve piccola ma armoniosa e i suoi costoloni curvilinei, che la contenevano a stento, contribuivano allo stesso tempo a slanciarla come fosse una navicella aliena pronta a decollare. Parcheggiò sul piazzale deserto. Scese dalla vettura e la ghiaia scricchiolò sotto le sue scarpe. Si accorse che, per l’assenza dei rumori, l’autostrada era diventata un pensiero remoto: il canto dei merli e il fruscio di un pioppo tremulo erano i soli suoni distintivi di quel luogo.
Entrò con passo incerto e reverenziale. L’interno, luminoso e moderno, reinterpretava la tradizione con vetrate istoriate che raccontavano la Via Crucis in stile minimale e tuttavia efficace. Provò una strana serenità ma anche un sottile disagio. Senza riuscire a comprenderne il perché.
Proseguì lungo la navata. Il rumore dei suoi passi rimbombava nel silenzio. Nell’abside, un crocifisso imponente era sospeso, trattenuto da un cavo d’acciaio pendente dal soffitto che lo faceva oscillare. Ma c’era qualcosa di inquietante in quel manufatto. Cosa poteva essere? Era il posizionamento della croce in mezzo al transetto? Era come il corpo era disposto sulla croce? Avvicinandosi, si accorse che non era una scultura. Ma cos’era? Ecco sì, ora lo vedevo meglio. Era un corpo, un uomo crocifisso. Rimase pietrificato.
Le mani gli tremavano mentre scattava una foto che cercò di ingrandire quanto più gli era possibile: voleva avere la conferma. Da quello che poteva constatare dalla istantanea non c’erano però dubbi. Quel Cristo era in realtà un cadavere. L’autore di quell’orrore era riuscito a bloccare l’espressione del morto affinché rappresentasse in modo dirompente tutta l’acuta sofferenza della Passione: era raccapricciante ma anche commovente. Si voltò scrutando le nicchie laterali. San Sebastiano, San Francesco, San Giuseppe e chissà chi altro, persino la Madonna… Erano tutti corpi mummificati, trattati e vestiti come santi. Un realismo agghiacciante. Il cuore gli batteva così forte nel petto che gli parve sentirne l’eco. Cercò con inquietudine l’uscita, ma una voce profonda e calma alle sue spalle lo sorprese.
«Sa cosa manca in quella nicchia vuota?»
Trasalì. Un uomo in abito scuro era entrato nella pozza di luce spiovente del rosone, incendiato di sole, e gli sorrideva: indicava di fronte a lui un incavo vuoto nella parete, quasi se ne volesse scusare. Altre figure sinistre, intanto, erano emerse all’improvviso dal fondo della chiesetta.
«Il mio Papa preferito: San Giovanni Paolo II…» proseguì l’uomo come fosse una risposta ovvia «…e lei gli assomiglia davvero tantissimo, sa? Sia come fattezze, che come corporatura. È straordinario. L’ho subito interpretato come un segno.»
Si sentì il forte rumore metallico del chiavistello che scattava a chiudere il portone di ingresso.
«Lei farà una bellissima figura in quella nicchia! Peccato solo che non potrà vederlo.»
Lui allora provò a correre, ma i passi gli si fecero sempre più vicini.
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Nonostante tutto
Era stato un omicidio efferato. La ragazza era stata trovata in mezzo alla strada, nel cuore della notte, con la gola squarciata. Ad accrescere l’orrore per quel fatto atroce, accaduto in quello che si credeva essere, fino a quel momento, un tranquillo paese dell’entroterra, era che la giovane donna era incinta, di sette mesi.
I sospetti caddero subito sul compagno. Tutti gli amici comuni, soprattutto Mara e Tobia, avevano testimoniato che, da quando la ragazza aveva comunicato di essere in dolce attesa, il rapporto con il fidanzato si era incrinato. Litigavano spesso e, una sera, avevano anche assistito a uno spiacevole episodio in cui lui l’aveva picchiata davanti a tutti.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il ragazzo. Risultava non avere alibi per la notte dell’omicidio e la sua linea difensiva era contraddittoria e lacunosa. Sul suo cellulare erano stati trovati numerosi messaggi alla fidanzata indicativi di una forte contrarietà per l’inattesa e non voluta gravidanza. Non erano mancate spiacevoli minacce se non l’avesse interrotta. E così, dopo una notte interminabile passata in questura, il ragazzo aveva confessato l’omicidio. Aveva anche rivelato che il coltello serramanico utilizzato era stato gettato, subito dopo il fatto, all’interno di un tombino poco distante dal luogo dell’assassinio.
Il padre della ragazza quasi impazzì dal dolore. In chiesa non smetteva più di nascondere il viso all’interno del braccio. Le sue lacrime non si videro ma si udirono distintamente i suoi singhiozzi. L’emozione fu così intensa che il celebrante abbandonò per un attimo il presbiterio per stringerlo in un abbraccio, lasciandogli sfogare il suo dolore. Non era mai successo e c’è da credere che non succederà mai più.
Fu quello anche il momento in cui, con un gemito dei cardini, che parve a tutti quasi umano, come di compartecipazione a quello strazio che si stava consumando, si aprì il grande portone centrale della basilica, giusto per far entrare in modo scomposto una vecchia dai cappelli arruffati, i vestiti sporchi e rattoppati. Aveva un brutto aspetto. Come se una sofferenza interiore di anni l’avesse lentamente consumata. Trascinando un piede storto si spinse sino a metà della navata iniziando a biascicare parole che ai presenti parvero del tutto in libertà. La donna, era priva della maggior parte dei denti sul davanti, sicché quel che diceva, tra spruzzi di saliva e sbuffi, pareva pronunciata addirittura in un’altra lingua.
Gli addetti alla onoranze funebri, pratici e professionali, si avvicinarono allora con cautela alla donna con il preciso intento di sorvegliarla. Avrebbero potuto anche non farlo. Non competeva loro. Che ne sapevano, dopo tutto, di chi fosse quella donna. Avrebbe potuto anche essere una parente della deceduta per quanto era a loro conoscenza. Eppure si mossero tutti all’unisono. Stonava quella figura tanto era dimessa e sgraziata. Doveva essere per forza lì per caso. Per creare scompiglio.
L’anziana continuava a sbraitare, nonostante la presenza sempre più ravvicinata di quegli uomini prestanti e sicuri di sé. Alternava parole confuse a lamenti gutturali che mettevano profonda angoscia e inquietudine. Non appena però l’anziana si accorse che i quattro giovanotti in abito scuro, la stavano per raggiungere, sotto lo sguardo preoccupato e nervoso degli astanti, si inoltrò ancor più rapidamente all’interno della navata. Gli uomini nerovestiti non si aspettavano quella mossa. Ne furono quasi intimoriti, titubanti. E se ne ristettero. Ma fu quando la donna si mise a colpire il feretro con il palmo aperto di una mano che il team del servizio funebre capì che, pur con studiata compostezza, doveva intervenire. Il sacerdote, ancora accanto al padre della ragazza, fece a quel punto alcuni passi indietro come volesse avere una visuale migliore. E poi ritornò in fretta sul presbiterio per riprendere il governo della funzione e far sparire almeno con il pensiero quella donna inopportuna e tornare alla normalità. La confusione adesso era generale. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo.
«Che dice?» chiese un uomo con vistosi baffi di un tempo a quella che doveva essere suo moglie.
«Chi è questa orribile donna?» disse ad alta voce una signora bene con con un cappellino chiaro a larga tesa e una corolla di garofano incastonato di lato che sarebbe stato bene a una corsa di cavalli. «Qualcuno faccia qualcosa!»
«Dice che dovete aprire subito la cassa» fece un bambino dall’ultimo banco della basilica in tono tranquillo. Il volume della sua voce non era alto, ma lo sentirono ugualmente tutti tanto che si girarono come per accertarsi di aver capito bene. «Dovrete aprirla, ora!» ribadì quasi fosse un gioco.
Il prete, a quelle frasi, rimase immobile, sembrava non respirare. Cupi pensieri gli si affastellarono nella testa. I quattro giovanotti delle onoranze, dal loro canto, guardavano il padre della ragazza defunta sn attesa di nuove istruzioni che però non arrivavano.
«Ma cosa dice?» fece un uomo sulla trentina facendo disperdere le sue parole nell’eco della chiesa. «Ma tu la conosci, caro?» fece un’altra signora con la veletta nera toccando il braccio dell’uomo che le sedeva accanto.
L’anziana sdentata però continuava nella sua azione: picchiava e blaterava sulla cassa senza fermarsi.
E allora successe che il padre della ragazza defunta si alzò per avvicinarsi lentamente alla intrusa. Una volta che le fu accanto, si limitò a bloccarle con forza il polso e a spostarle la mano da sopra il feretro. Poi si accorse che qualcosa nello sguardo di quella donna gli era famigliare. Gli venne in mente. Non c’era dubbio, era lei: Consuelo. Era stata trent’anni prima la tata della figlia. Quindi si era licenziata perché il suo bambino di dieci anni era morto all’improvviso di una rara malattia. Da allora non l’aveva più incontrata.
«Consuelo» fu capace solo di dire.
Poi un suono gli sembrò provenire dal feretro. Avvicinò rapido l’orecchio e subito si mise a urlare agli addetti del servizio funebre, ancora fermi poco distante da lì.
«Presto, venite… aprite questa cassa!»
I ragazzi non riuscivano a decidersi se muoversi davvero oppure no. Era una richiesta inusuale, incoerente. Si guardarono l’un l’altro incapaci di prendere una decisione, senza essere nelle condizioni di fare nulla. Fu al secondo perentorio invito dell’uomo che il più anziano del team corse verso la cassa accostando subito, anche lui, l’orecchio sul feretro. Poi fece segno agli altri di avvicinarsi velocemente. Si misero così tutti e quattro, come una squadra affiatata, a spostare il feretro dal trespolo al pavimento della chiesa. Sotto lo sguardo incredulo e inorridito dei presti presero ad allentare in un attimo le viti della parte superiore della cassa.
«Ma cosa fanno, Dio mio!» disse il prete.
Dopo un ultimo sguardo di intesa con il padre gli uomini nerovestiti scoperchiarono la bara. Poi allargarono con un apposito strumento la lastra saldata di alluminio. A quel punto si udì forte e chiaro il vagito di un neonato.
Era ancora legato al cordone ombelicale della madre.
Il prete di prossimità

Il giovane prete era seduto dietro a una antica scrivania in legno, piazzata su di un lato dell’unica navata. Sembrava fosse il suo studio e invece era una delle più belle chiese barocche del paese, meta di turisti e visitatori di ogni parte del mondo. La postura dell’uomo era composta, come di chi fosse pronto a rispondere alle più svariate domande della gente. Lui però era concentrato su di un cellulare, sistemato davanti a sé su un apposito supporto. Mentre seguiva ciò che scorreva sul display, si grattava lievemente la parte della fronte più vicina alla tempia in un gesto che sembrava più un tic che una necessità.
«È libero?» si sentì dire con un po’ di eco. Una signora di una certa età, con un foulard scuro sulla testa, una camicetta con gonna abbinata piuttosto vintage, gli si era piazzata davanti. «È libero?» insistette con voce più squillante, visto che l’uomo non le prestava nessuna attenzione.
Il prete alzò la testa e la osservò per metterla a fuoco. Poi si mi mosse di scatto riponendo il cellulare nella tasca della tonaca. «Oh sì, certo» fece alzandosi.
I due si diressero lentamente verso il confessionale più vicino, come se dovessero salire su una vettura per un lungo viaggio; si sistemarono, ciascuno al proprio posto, facendo scricchiolare il legno.
«Non l’ho mai vista in chiesa, però, figliola…» principiò il prete.
«Sì, in effetti, padre, sono di Alvona e sono venuta qui con mio marito e mio figlio per una gita fuori porta…» disse indicandoli nel buio come se il sacerdote potesse accorgersene. «E all’improvviso, vedendola, ho sentito la necessità di confessarmi.»
«Di Alvona? E allora dovrà rivolgersi al parroco di prossimità della sua città.»
«Come dice, scusi?»
«Deve rivolgersi al suo parroco di Alvona. Sono le nuove disposizioni del Concilio Vaticano III, non lo sapeva? Per non creare disparità di penitenze tra i cristiani ci si deve affidare al proprio sacerdote, che infatti, conoscendo meglio la storia di ciascun parrocchiano, può meglio valutare i suoi peccati alla luce del suo vissuto da credente. In tal modo è possibile valutare con più accuratezza la gravità o meno della nuova mancanza; le Avemaria e i Paternostro non si possono mica sprecare…»
«Sì, certo, immagino…»
«Oppure, meglio ancora» continuò il prete, ora con un certo trasporto «potrebbe confessarsi on line sul sito dimmiiltuopeccato.org dove può scegliere la sua parrocchia di appartenenza già al momento della creazione dell’account e confessarsi comodamente dal suo computer o dal cellulare, persino da casa sua o, se è in viaggio, dalla stanza d’albergo o dalla cabina della nave… o in mezzo alla campagna. Comodo no?»
«Sì sì, per carità… per essere comodo lo è senz’altro, ma io sono, come dire, tradizionalista, sa com’è…»
«Certo, capisco, ma bisogna anche stare al passo con i tempi e poi se lei usa il sito che le ho nominato, ogni dieci confessioni ha diritto a un bonus che può spendere per una gita parrocchiale in un santuario di sua scelta oppure aiutare le missioni in Africa cui sarà garantita una donazione o anche adottare un prete…»
«Adottare un prete?»
«Sì, in senso metaforico, ovviamente… può contribuire cioè alla sua formazione, al suo vestiario ma anche, perché no, ai suoi hobby… il Vaticano ha sempre meno soldi, sa, è anche per la crisi delle vocazioni…»
«Capisco…» fece lei poco convinta.
«Oppure, e questa è la vera novità del Concilio Vaticano III, nell’ottica di un panintegralismo monoteistico, può cambiare religione con pochi semplici passi; può diventare, per esempio, musulmana, che è ormai la religione più emergente per via dell’immigrazione massiccia e incontrollata, oppure può abbracciare l’ebraismo che prevede al momento della conversione anche la stipula di una vantaggiosissima polizza assicurativa kasko con la SaremoAngeli S.p.A. contro tutte, e sottolineo tutte, le avversità possibili… e a prezzi, le dico, veramente stracciati. In questo modo non avrebbe il problema di doversi confessare.»
Seguì un silenzio lunghissimo. Poi la donna chiese:
«Ma lei è proprio sicuro di essere un prete cattolico?»
Padre Ercole a quel punto del sogno si svegliò di soprassalto mettendosi seduto sul letto. Era tutto sudato e gli mancava il respiro, il cuore gli batteva forte nella gola. Era già la terza volta in quel mese che faceva un incubo simile. Nella penombra della sua camera da letto sentì in lontananza, nella notte, il rassicurante raglio dell’asino del vicino. Poi si voltò verso la sveglia luminosa. Era ancora presto per la messa del mattino. Si risistemò tra le lenzuola e provò a riprendere sonno.

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Il Melaranci
«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagli, ne danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»
Era per oggi?
Come ogni venerdì, la signora Maria stava andando al cimitero per cambiare i fiori alla tomba del marito. Dopo due anni era diventata quasi una routine, come rifare il letto o scaldarsi il latte alla sera. E anche se i fiori non erano niente di che (si trattava pur sempre di quelli che il suo giardino poteva offrire a seconda della stagione) lei ci teneva che il marito fosse sempre in ordine come se fosse stato in vita e si dovesse recare a messa o alla festa del paese.
Quel pomeriggio la signora Maria era però in ritardo. Il nipotino aveva voluto il gelato, quello buono, che solo il gelataio vicino al ponte sapeva fare, sicché erano andati sin là mettendoci più del previsto. Così, quando arrivò al cancello del cimitero comunale, con il mazzolino di tagete in mano, pensò di trovarlo chiuso. Per fortuna non fu così e, quando superò l’ingresso, accelerò il passo tanto da sentirlo scricchiolare sul ghiaino in modo tanto buffo da farla sorridere.
Giunta alla tomba di Anselmo si mise a ripulire con precisi e rapidi gesti. Era piovuto molto la settimana precedente e c’era terra dappertutto. Raddrizzò il lumino, spazzolò il vialetto, strappò un’erbaccia. E quando andò a spolverare la lastra dove sapeva che la polvere più si sarebbe annidata tra le lettere del nome la trovò di lato. Si alzò in piedi, perplessa, come per capirci meglio. Si avvicinò. Sotto c’era un gran buco nella terra e la bara dalla parte della testa era aperta. Si volse intorno spaventata e si accorse, solo in quel momento, che anche tutte le altre tombe erano state manomesse. La terra era stata rimossa, i fiori sparpagliati, i lumini riversi e spenti. Una profanazione? Si chiese. Chi poteva aver fatto una cosa simile? O stavano facendo il trasloco dell’intero cimitero e non ne aveva saputo nulla? Corse, con la foga che l’età le permetteva, sino al gabbiotto dove il custode Olindo se ne stava sempre rintanato disinteressandosi del mondo. Ma lui non c’era, la porta a vetri era spalancata e il computer era acceso sul tavolo. La signora Maria lo chiamò ad alta voce per poi accorgersi che, parcheggiato fuori, non c’era neppure il suo motorino. Sconvolta, se ne tornò a casa. Cosa poteva fare? Telefonare alla polizia? Chiamare sua figlia?
«Dove sei stata, Maria?» si sentì dire appena entrò nel corridoio della sua villetta. Era il marito. O qualcuno che gli assomigliava tantissimo. Era seduto sulla sua poltrona, in salotto, così come era solito fare: il giornale aperto, il sigaro acceso in bocca. La donna rimase impietrita come fosse stata investita da una colata di cemento. L’urlo le morì in gola. Appena si riprese, il suo primo istinto fu di scappare in strada. Chi era quell’uomo, tale e quale ad Anselmo, che si trovava in casa sua? Che ci faceva? Si domandò, tremando, con la mano sul pomello della porta che non riusciva ad abbandonare. Non poteva essere suo marito. No, non poteva esserlo… Anselmo era morto di infarto due anni prima e lei aveva pianto disperata per settimane intere. Scuoteva ancora la testa quando, alzando gli occhi, scorse dall’altra parte della via Davide, morto da qualche anno, che se ne stava fuori dal suo negozio di macelleria, il naso incollato alla vetrina, a spiare il nuovo gestore. E, subito dopo, dal fondo della strada, vide arrivare Mario, morto schiacciato da un trattore nel suo campo una decina d’anni prima: veniva su pedalando in bicicletta e fischiettava in quel suo modo tanto strambo che tutti conoscevano bene. Anche don Ercole, uscito in quel momento dalla chiesa, lo vide sopraggiungere spensierato e lo riconobbe rimanendo a bocca spalancata. E prima ancora che potesse dirgli qualcosa, Aurora, l’anziana donna che gli aveva fatto da perpetua sino alla propria dipartita per vecchiaia, tirandolo per la giacchetta, gli chiese:
«Padre, senta, lei che di queste cose se ne intende… ma la resurrezione dei morti era davvero per oggi?»
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