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Posts Tagged ‘chiesa’

«Cosa c’è?» gli chiese esasperato il Ciarla non potendone più di avere gli occhi addosso di Fredastèr.
«Niente, niente…» rispose lui risentito.
«Tanto lo so già: finché non me lo dici un’ mi lasci in pace.»
La sala della Tv della Casa di Riposo Melaranci era mezza vuota. A quell’ora gli ospiti erano in giro per la tenuta a passeggiare al fresco dei platani oppure stavano riposando nelle rispettive camere. Loro tre si godevano invece la tranquillità di quello spazio guardando il tg con gli occhi semiaperti, come faceva il Lapo, oppure cercando di risolvere i rebus facilitati, come il Ciarla, o dando un’occhiata al quotidiano già ridotto a un cencio, come Fredastèr.
«È che l’è morto Edo.»
«Edo? Il ‘nostro’ Edo?» fece il Ciarla incredulo.
Fredastèr, aveva i lucciconi agli occhi. Annuì.
«E come fai a saperlo?» gli chiese il Lapo con la voce nasale per via del tubetti dell’ossigeno che gli uscivano nelle narici.
«È riportato tutto qui, sul negrologio… li leggo tutti i giorni i negrologi, io…»
«Necrologio, si dice n-e-c-r-o-l-o-g-i-o, come te lo devo dire?» fece il Ciarla battendo un dito sul palmo aperto della mano.
«Come vuoi tu…» sospirò Fredastèr «ma l’è scritto proprio qui: “Il giorno 22 giugno è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, all’eta di anni 91, Edoardo ‘Edo’ Travagline danno il triste annuncio la vedova inconsolabile Rosina, i figli Cataldo e Catena, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti…“»
«’Vedova inconsolabile‘… questa poi!» sottolineò il Lapo facendo l’occhiolino al Ciarla.
«Siete proprio dei villani senzacuore… in un momento simile poi… Dite quello che volete ma a me mi garberebbe di tanto salutarlo un’ultima volta…»
«E come si fa a sortire di qui…» fece Lapo che già si vedeva libero e svolazzante per la città «…con questi dieci chili di bombola ad ossigeno che ho appresso, dove vado? Manco il carrellino m’han dato.»
«Oh Lapo, stai bonino… invece di essere contento…» fece il Ciarla imbronciato. «Quell’ossigeno te lo paghiamo tutti noi con le nostre rette» e fece un movimento circolare con l’indice per comprendere tutti gli ospiti del Melaranci. «Dovresti ringraziarci ogni mattina se respiri, altroché…»
«Intanto tu non paghi un bel niente… è semmai tua nipote che…»
«Non è lontano di qui!» tagliò corto Fredastèr. «La funzione è alla Chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino, fra due ore.»
«Sono proprio du’ passi per davvero» disse il Ciarla alzandosi di scatto e facendo scricchiolare le ginocchia. «Se andiamo subito, facciamo in tempo a tornare per cena che stasera ci sono le mazzancolle con la crema di fagioli.»
«Le mazzancolle sono surgelate e i fagioli sarebbe meglio che tu non li guardassi neanche» sentenziò acido il Lapo raccogliendo i lacrimoni in un fazzoletto grosso come un tovagliolo.
«Ma come ti permetti?» gli fece il Ciarla a muso duro.
«Mi permetto mi permetto… come se non fossi poi io a sentirti tutta notte dalla mia stanza» gli ribatté il Lapo, azzittendolo.
Si fece un rapido silenzio nella stanza. Persino la televisione si era ammutolita: i tre si guardarono l’un l’altro come se si chiedessero di chi fosse il turno per parlare.
«Perdonatemi» fece il Ciarla dopo un po’: «m’è venuto in mente una cosa, non ve ne andate però…»
«E dove vuoi che si vada, tanto abbiamo già un piede nella fossa…» fece sconsolato Fredastèr. Il Ciarla e il Lapo si toccarono i beneamati. Di lì a pochi minuti il Ciarla tornò con un passeggino.
«Dici che potremmo mandare lui al nostro posto?» gli chiese ironicamente il Lapo indicando il bimbo che, con in mano un sonaglino, se la rideva di gusto nel passeggino. Il Ciarla, senza parlare, prelevò il neonato e lo piazzò al posto di un orsetto di peluche che l’anziano avvocato Totò Capanna, seduto sulla poltrona poco distante, stringeva sempre a sé tra le braccia per tutto il giorno. Lo sguardo perso nel vuoto di Totò non faceva presagire che avrebbe protestato. Poi, afferrata la bombola da 10 kg del Lapo, la infilò nel passeggino esattamente là dove si trovava prima il pargolo.
«Eccoti servito!» disse trionfante il Ciarla.
«E il carrettino, se non t’è di tanto disturbo dirlo, di chi l’è?» fece il Lapo che subito rimboccò le coperte alla bombola.
«Mi sono ricordato che al giovedì, verso quest’ora, viene sempre la Carmen, la nipote del Giangi; e quando quella attacca a parlare con le inservienti, lo sapete, non la finisce più. Prima che se ne accorga saremo già di ritorno.»
Anche Fredastèr si alzò allora in piedi e subito dopo eseguì una piroetta mantenendo a stento l’equilibrio. E quindi declamò con solennità: «Orsù! Andiamo a rendere omaggio al nostro caro estinto e che gli sia lieve lasciar questa vita esecranda…»
«Senti, Freddy, e piantala con codesti cicisbei e soprattutto basta con i tuoi “pas de deux“… che non sei più alla Scala: mi fai girare la testa per non dire altro…, maremma impestaha…»
«È un “arabesque”, sei proprio ignorante come una sella; per un “pas de deux” bisogna essere in due E poi saresti tu quello acculturato, ma vien via…»
I pensionati, 275 anni mal contati in tre, uscirono di soppiatto dalla Casa di Riposo come tre gattoni spelacchiati. Davanti c’era la pancia prominente del Ciarla e poi il Ciarla stesso in persona; seguiva Fredastèr con passo di danza e in punta di piedi, come una ballerina classica, e da ultimo il Lapo che, con fare indifferente, spingeva una carrozzina da cui occhieggiava una bombola di ossigeno.
Quando, dopo una buona mezz’ora, arrivarono alla chiesa dei Santi Properzio e Ginevrino la santa messa non era ancora iniziata. Tranne alcune suore, che vicino al confessionale stavano mormorando qualche litania incomprensibile, la chiesa era deserta. Nell’aria c’era un odore acre di incenso e la luce del sole, attraverso la vetrata istoriata, rovesciava addosso al feretro in bella mostra, irriguardosi colori caldi e pieni di brio. I tre si fermarono incerti se procedere. La vista improvvisa della bara li aveva scossi. Poi Fredastèr prese l’iniziativa e s’inoltrò nel transetto ondeggiando come un’odalisca. Dopo appena cinque minuti tornò trafelato:
«L’è vivo, l’è vivo.»
«Ma chi è che l’è vivo?»
«EDO! Il ‘nostro’ Edo, ricordate?»
«Certo che se l’è vivo prima o poi dovrà uscire da quella bara se non vuole che lo seppelliscano così com’è!» osservò il Lapo che ogni tanto controllava che tutto funzionasse sotto le lenzuoline ricamate del passeggino.
«Ma lui non c’è nella bara…» fece Fredastèr agitato, «come ve lo devo dire? Ho controllato poco fa… volevo salutarlo un’ultima volta, come v’ho detto, e ho alzato il coperchio ma lui dentro non c’è: il feretro è vuoto…»
«Magari lo portano dopo…» osservò il Ciarla con la logica e la sensibilità di un ingegnere navale.
«Sì, lo portano a braccia dicendo: ‘scusateci tanto, ma ce l’eravamo proprio scordato‘… maccheddici?» fece Freddy che si guardava attorno come se Edo si fosse nascosto dietro a qualche pilastro per fare uno scherzo.
«Insomma siamo venuti fin qui con ‘sto cardo per senza niente…» fece il Ciarla scuotendo la testa e guardando l’ora: per fortuna c’era ancora tempo per le mazzancolle. «Edo non ha avuto il buon gusto di essere puntuale neppure da morto.»
«Ma cosa dite? Non siete contenti che Edo sia vivo…?» piagnucolò Fredastèr che avrebbe tanto voluto fare un “plié” per l’occasione.
«A pensarci bene a me non è mai stato troppo simpatico… né da vivo né tantomeno da morto» fece il Lapo dirigendo il passeggino verso l’uscita.
«Un po’ ha ragione anche lui, però» fece il Ciarla rivolgendosi a Freddy. «Era pure un gobbo… è ho detto tutto.»
«Come?!?» protestò Fredastèr che cercava di trattenere gli amici «ma se insieme ne abbiamo fatte di cotte e di crude… eravamo inseparabili.»
«Tu credi che se ti facessimo portare una cremina di patate anziché di fagioli sarebbe meglio per tutti?» chiese il Lapo accostando la testa a quella del Ciarla e dandosi un contegno nello spingere la carrozzina.
Il Ciarla lo guardò perplesso e poi rispose:
«Stai attento che mentre dormi vengo nella tua stanza e ti spengo il respiratore.»

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scalaCome ogni venerdì, la signora Maria stava andando al cimitero per cambiare i fiori alla tomba del marito. Dopo due anni era diventata quasi una routine, come rifare il letto o scaldarsi il latte alla sera. E anche se i fiori non erano niente di che (si trattava pur sempre di quelli che il suo giardino poteva offrire a seconda della stagione) lei ci teneva che il marito fosse sempre in ordine come se fosse stato in vita e si dovesse recare a messa o alla festa del paese.
Quel pomeriggio la signora Maria era però in ritardo. Il nipotino aveva voluto il gelato, quello buono, che solo il gelataio vicino al ponte sapeva fare, sicché erano andati sin là mettendoci più del previsto. Così, quando arrivò al cancello del cimitero comunale, con il mazzolino di tagete in mano, pensò di trovarlo chiuso. Per fortuna non fu così e, quando superò l’ingresso, accelerò il passo tanto da sentirlo scricchiolare sul ghiaino in modo tanto buffo da farla sorridere.
Giunta alla tomba di Anselmo si mise a ripulire con precisi e rapidi gesti. Era piovuto molto la settimana precedente e c’era terra dappertutto. Raddrizzò il lumino, spazzolò il vialetto, strappò un’erbaccia. E quando andò a spolverare la lastra dove sapeva che la polvere più si sarebbe annidata tra le lettere del nome la trovò di lato. Si alzò in piedi, perplessa, come per capirci meglio. Si avvicinò. Sotto c’era un gran buco nella terra e la bara dalla parte della testa era aperta. Si volse intorno spaventata e si accorse, solo in quel momento, che anche tutte le altre tombe erano state manomesse. La terra era stata rimossa, i fiori sparpagliati, i lumini riversi e spenti. Una profanazione? Si chiese. Chi poteva aver fatto una cosa simile? O stavano facendo il trasloco dell’intero cimitero e non ne aveva saputo nulla? Corse, con la foga che l’età le permetteva, sino al gabbiotto dove il custode Olindo se ne stava sempre rintanato disinteressandosi del mondo. Ma lui non c’era, la porta a vetri era spalancata e il computer era acceso sul tavolo. La signora Maria lo chiamò ad alta voce per poi accorgersi che, parcheggiato fuori, non c’era neppure il suo motorino. Sconvolta, se ne tornò a casa. Cosa poteva fare? Telefonare alla polizia? Chiamare sua figlia?
«Dove sei stata, Maria?» si sentì dire appena entrò nel corridoio della sua villetta. Era il marito. O qualcuno che gli assomigliava tantissimo. Era seduto sulla sua poltrona, in salotto, così come era solito fare: il giornale aperto, il sigaro acceso in bocca. La donna rimase impietrita come fosse stata investita da una colata di cemento. L’urlo le morì in gola. Appena si riprese, il suo primo istinto fu di scappare in strada. Chi era quell’uomo, tale e quale ad Anselmo, che si trovava in casa sua? Che ci faceva? Si domandò, tremando, con la mano sul pomello della porta che non riusciva ad abbandonare. Non poteva essere suo marito. No, non poteva esserlo… Anselmo era morto di infarto due anni prima e lei aveva pianto disperata per settimane intere. Scuoteva ancora la testa quando, alzando gli occhi, scorse dall’altra parte della via Davide, morto da qualche anno, che se ne stava fuori dal suo negozio di macelleria, il naso incollato alla vetrina, a spiare il nuovo gestore. E, subito dopo, dal fondo della strada, vide arrivare Mario, morto schiacciato da un trattore nel suo campo una decina d’anni prima: veniva su pedalando in bicicletta e fischiettava in quel suo modo tanto strambo che tutti conoscevano bene. Anche don Ercole, uscito in quel momento dalla chiesa, lo vide sopraggiungere spensierato e lo riconobbe rimanendo a bocca spalancata. E prima ancora che potesse dirgli qualcosa, Aurora, l’anziana donna che gli aveva fatto da perpetua sino alla propria dipartita per vecchiaia, tirandolo per la giacchetta, gli chiese:
«Padre, senta, lei che di queste cose se ne intende… ma la resurrezione dei morti era davvero per oggi?»
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fonte battesimaleLe scarpe blu di vernice del bambino si sentivano appena per la chiesa. Erano rumori lievi tra statue di santi e ceri accesi. La mamma, poco distante, stava pregando, anche se non distoglieva lo sguardo da lui che saltellava leggero lungo la navata centrale. Poi il bambino si avvicinò alla fonte battesimale di basalto e la sua attenzione fu attirata da una increspatura sul pavimento. Era una fenditura bruna, a zig zag, come se l’intero edificio avesse avuto un fremito e si fosse spaccato in quel punto. Il bambino, che chiameremo Giorgino, non poteva conoscere la storia di Aleppe, una storia particolare risalente addirittura al 1802 di cui si era persa ogni memoria. Se l’avesse conosciuta, forse, non si sarebbe fermato proprio lì.
Aleppe era un demone molto giovane, ma molto intraprendente, che aveva in animo di realizzare qualcosa di memorabile per mettersi in mostra e salire di considerazione a chi di dovere; fu così che, dopo tanto pensare, volle tentare l’impresa di entrare in un chiesa e rubare delle ostie consacrate per poi disperderle in un letamaio. L’idea gli piaceva molto, era ambiziosa, nel suo stile, ma doveva trovare il modo per riuscire a penetrare nella cattedrale resistendo alla sacralità del posto, quel tanto che sarebbe bastato, insomma, per arrivare sino alla pisside e portarla via.
Dovette aspettare a lungo il momento giusto che, finalmente, si presentò un giorno, al meriggio, sotto forma di una suora novizia, Maria Celeste, di appena anni sedici; la capretta, che il convento allevava per il latte, temendo che i suoi piccoli fossero in pericolo, la caricò all’improvviso aprendole la pancia con le corna aguzze e lasciandola agonizzante all’ombra di un convolvolo. Aleppe, approfittò che una bestemmia sfuggisse dalle labbra della novizia, disperata di dover morire così giovane, per entrarle dalla gola e prendere possesso del suo cuore; la salvò anche da morte certa perché, per realizzare il suo progetto, aveva bisogno di lei: sapeva che se si fosse addentrato in chiesa nascosto in quel corpo illibato e benedetto sarebbe stato al sicuro come in un’armatura.
E così, una mattina, Aleppe si presentò sulla soglia del vasto portone della cattedrale. Tutto sembrava tranquillo: solo alcune donne pie, da un lato, sgranavano monotone il loro rosario; uno sparuto gruppo di persone se ne stava invece molto più avanti, intento in chissà quale rito. Aleppe era titubante: la maestosità del luogo gli metteva soggezione. Sfidare però il Signore nella sua stessa casa era un’impresa degna di nota che lo inorgogliva. Si chiuse così nel mantello della suora e prese a percorrere lentamente la navata centrale. Nessuno badava a lui. Nessuno avrebbe fatto caso a una novizia entrata a pregare. Fece appena una decina di passi e subito avvertì fitte lancinanti al costato e alla testa. Tutto rimandava alla gloria di Dio, là dentro: lo sentì come una cappa soffocante e dirompente. Andò avanti lo stesso, doveva riuscire ad ogni costo. Cominciò a zoppicare e a respirare a fatica. Capì che non ce l’avrebbe fatta a resistere a lungo: doveva fare presto. Accelerò il passo, trascinandosi, anche se i dolori al ventre e alla gola diventavano sempre più insopportabili. Ancora pochi metri lo separavano dal tabernacolo, serrò i denti ma nello sforzo la ferita alla pancia gli si riaprì. In quel mentre, accanto a lui, una madre staccò dal suo seno un bimbo di pochi mesi e lo avvicinò al prete che con l’acqua dalla fonte battesimale bagnò la fronte del neonato. Una goccia infinitesimale di quell’acqua benedetta scivolò via toccando un lembo del mantello di Aleppe. Lui prese a tremare. Brividi violenti presero a squassargli il corpo divenendo ben presto convulsioni. Il demone prese a lacerarsi come carta bruciata per poi sciogliersi in un liquido nero che spaccò in due il pavimento saettando come per ritirarsi. Rimase solo una bruciatura su quel marmo antico, un’ustione profonda per chilometri e chilometri sino al centro della terra. Proprio lì Giorgino, ora, stava giocando. E un soldatino di plastica consumata gli cadde dalle mani.
«Mamma» disse rialzandosi subito dopo averlo raccolto. «Ma è caldissimo qui il pavimento!»
«Vien via» gli comandò lei facendosi seria e segnandosi tre volte «vieni via, subito.»

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GaltellìIl dolore all’anca si stava riacutizzando. Ogni tanto una fitta lancinante lo scuoteva violentemente tanto da dover decelerare per non correre il rischio di perdere il controllo del mezzo. Arturo si rimproverò di aver dimenticato gli antidolorifici a casa: ma come poteva immaginare che il disturbo, dopo tanti giorni, sarebbe tornato? No, non avrebbe resistito a lungo. E dire che quella sarebbe stata anche una giornata di lavoro molto impegnativa… un bel guaio, pensò.
Al primo casello autostradale, uscì. Aveva bisogno di una farmacia. E la strada subito precipitò giù tra i fianchi stretti di una collina che pareva aprirsi all’ultimo momento al suo passaggio. Dopo una curva a gomito fu abbagliato dalla lucentezza del mare che dal verde azzurro della costa prendeva il blu cupo del cielo man mano che cercava di raggiungere vanamente l’orizzonte. Fece ancora alcune curve, da ottovolante, per poi ritrovarsi lungo un viale alberato che, senza altre deviazioni, lo condusse dritto dritto nella piazza del paese quasi fosse stato la pallina di un flipper. E lì c’era la farmacia. Sono fortunato, si disse.
Appena sceso dalla macchina vide sulla destra una costruzione molto particolare. Era avveniristica, colorata, avrebbe detto persino invitante. Si avvicinò incuriosito. Appena fu dentro capì che era una chiesa, anche se dell’edificio religioso aveva ben poco se non fosse stato per l’altare in legno massiccio al centro della sala circolare. L’atmosfera era intima, irreale, quasi magica. L’architetto aveva dato sfogo più alle sue fantasie che alle esigenze di praticità del luogo: le panche dei fedeli erano sistemate ad anfiteatro e vi erano pulpiti dalle linee stilistiche sorprendenti abbarbicati alle colonne a mo’ di nidi d’aquila, raggiungibili con scale a chiocciola incastonate nelle colonne collegate tra loro da ponti sospesi nel vuoto: un enorme presepio faceva bella mostra di sé pendendo a stalattite dal soffitto mentre le pareti erano formate da variopinte vetrate istoriate che cambiavano colore e forma ad ogni istante.
«Bello, vero?» si sentì chiedere alle spalle. Era un prete, con tanto di tonaca e un largo sorriso sul volto.
«Diciamo di sì, padre, diciamo che è molto suggestivo e anche piuttosto inusuale. Non ho mai visto nulla di simile. Sembra una chiesa del futuro.»
«È proprio così, sa? Ha indovinato.»
I due si guardarono ancora in giro, come per cogliere ulteriori particolari che confermassero quel giudizio.
«A chi è dedicata?» domandò Arturo.
«A San Teofrasio da Capaglossa.»
«Mai sentito…» ribatté lui senza pensarci; ma, accorgendosi della faccia del prete, aggiunse: «oh, mi scusi e che, dopo tutto, non sono granché come credente e…»
«Non si preoccupi, non c’è nulla di male… e poi… e poi non l’ha mai sentito nominare perché ancora non è nato!»
«Non ho capito» disse Arturo sbalordito.
«Invece ha capito benissimo. San Teofrasio da Capaglossa nascerà tra una trentina d’anni. Trentadue anni, tre mesi, ventiquattro giorni, nove ore e una manciata di minuti, per l’esattezza, com’è riportato, del resto, sul quel display». Siccome Arturo non accennava a chiudere la bocca il prete proseguì: «i Guglielmini Malpighi, una famiglia molto abbiente del posto, avevano fatto un voto: se la loro figliola fosse guarita dalla grave malattia che l’aveva colpita avrebbero fatto edificare una chiesa. La bambina poi guarì e al papà apparve in sogno Teofrasio che gli spiegò come doveva essere la chiesa, raccontandogli anche quella che sarebbe stata la sua prossima vita terrena e, soprattutto, i suoi miracoli, quelli già anticipati e quelli futuri. Che poi sono tutti quelli raffigurati sulle vetrate che può notare qui intorno.»
Arturo non riusciva a dir nulla.
«Non ci crede, vero?» lo incalzò il prete. «Lo posso capire… eppure quando è entrato qui aveva un’anca che le doleva molto e stava vistosamente zoppicando…»
Arturo si ricordò solo in quel momento la ragione per la quale aveva fatto sosta in quel paese; si guardò addosso come se l’assenza totale di quel dolore fosse un qualcosa di materiale che avesse realmente perso. Era vero: stava molto meglio e, per la verità, erano anche anni che non si sentiva così bene.
«Guardi, guardi bene su quella vetrata» fece il prete mostrandola alla sua destra: «c’è anche lei lassù…»

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Umbrellas«Oggi mi sembra di non arrivare mai.»
La macchina bucava la notte come fosse un tutt’uno con il tempo e la pioggia. Il tergicristallo strisciava sul parabrezza con un rumore goffo di gomma risucchiando l’acqua che precipitava scura dal cielo.
«Forse è perché piove» fece la moglie guardando l’uomo accanto a lei a tratti illuminato da trapezi di luce gettatigli addosso dall’altra corsia.
«Sarà,» fece dopo un po’ il marito… «ma è più buio del solito e non riconosco neppure il paesaggio attorno. È strano, visto che sono quindici anni che tutti i fine settimana facciamo questa strada.» La moglie si guardò attorno vincendo quel sonno che sempre la stordiva non appena iniziava a viaggiare.
«No, ecco, dietro a questa curva, sulla destra, c’è la chiesa di Alvona…» disse lei sollevata.
«Ma cosa dici? La chiesetta di Alvona l’abbiamo superata dieci minuti fa e poi… sarebbe stata sulla sinistra, semmai…» L’uomo spense la radio che stava gracchiando, fuori sintonia, una musica indefinibile. Altri rumori entrarono di prepotenza nell’abitacolo a impastarsi con quelli del motore.
«Oddio» fece lei «hai ragione tu, ci siamo persi.»
Proseguirono così, per altri minuti, senza parlare, sondando il buio alla ricerca di un particolare o di un cartello che facesse capire loro dove si trovassero. La pioggia rimbalzava sui vetri come volesse lavar via colori e luci mentre in realtà cancellava tracce, pensieri e ricordi, in un indefinito confuso dove ogni cosa era uguale all’altra.
«Aspetta» fece lui mettendo di scatto la freccia. «C’è una volante della polizia laggiù. Chiediamo a loro.»
«Sei impazzito? Vuoi fermarti sulla corsia di emergenza in autostrada? È pericolosissimo!» fece lei drizzandosi sul sedile. Ma il marito aveva già accostato e spento il motore. «No, non scendere dalla tua parte» disse allora lei rassegnata «chiedo io, tu stai lì.»
«Ti bagnerai… prendi l’ombrello…» le disse dietro, proprio mentre lei stava già sbattendo la portiera.
L’uomo accese la luce di cortesia e con il cellulare cercò di fare il punto con il gps. Non funzionava e non c’era neppure campo. Alzò lo sguardo, quasi volesse chiedere alla moglie che cosa si dovesse fare, quando, attraverso il parabrezza punteggiato di gocce tutte identiche, vide che la macchina della polizia non c’era più. E non c’era più neanche la moglie. Uscì spaventato. «Marta, Marta…» urlò nell’oscurità della notte. Risalì in macchina e accese agitato gli abbaglianti. «Marta, dove sei? Non fare scherzi» gridò sotto la pioggia correndo avanti e dietro sulla corsia di emergenza. ‘Che sia andata via con la stradale?’, pensò,’no, non è possibile. Non mi avrebbe lasciato qui senza avvertirmi’. Salì nuovamente sulla macchina controllando il cellulare. Continuava a non esserci campo. Cercò di fermare qualche macchina sbracciandosi e urlando nella notte con la pioggia che gli lavava il viso e gli annebbiava gli occhiali, ma i veicoli lo rasentavano suonando a lungo il clacson senza fermarsi. Aspettò ancora qualche minuto, con il cuore in gola; non sapeva che fare, poi si rimise in macchina. Avrebbe cercato aiuto alla prima uscita o alla prima stazione di servizio che avesse incontrato. Ora andava veloce, come un pazzo: doveva far presto. La moglie poteva essere da qualche parte in autostrada, da sola, in difficoltà. Dopo una lunga galleria, all’improvviso, gli apparve sulla destra il cartello di uscita per Lughi, quello che avevano tanto cercato. Ebbe una stretta allo stomaco.
«Bene, finalmente siamo arrivati» disse la moglie accanto a lui sorridendogli nella penombra.
«Marta!» disse lui con un soprassalto.
«Rallenta caro… sennò saltiamo il casello.» Lui rallentò frenando bruscamente.
«Come sono felice di vederti!» le disse. La macchina si infilò docilmente nella corsia di uscita scrollandosi di dosso le ultime gocce di poggia. «Ma dove eri…»
«Andiamo a casa» lo interruppe lei mettendogli una mano sul ginocchio. Il suo viso era dolce e triste allo stesso istante.
«Sì,» rispose lui «hai ragione, andiamo a casa.»

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nobildonnaEra già stato in quella città, ma questa volta l’impegno di lavoro gli aveva lasciato del tempo per gironzolare tra le chiassose vie del centro. Si approssimavano le vacanze di Natale e i negozi si erano vestiti di luci e di colori. Percorrendo la strada principale, Curzio vide a un certo punto, sulla destra, una chiesetta schiacciata in un vicolo come se le due case ai lati fossero cresciute durante la notte con l’intento di cacciarla via di lì. Dal portone aperto s’intravvedeva la luce morbida e calda di un cero acceso: decise di avvicinarsi. Sulla soglia, si accorse che la facciata di marmi rosa e verde smeraldo non rendeva giustizia alla struttura interna che era molto più ampia. La penombra era diffusa, intrisa di incenso, e interrotta qua e là da candele sparpagliate ai piedi dell’altare principale e di alcune statue di santi che facevano capolino dalle loro nicchie. Si genuflesse sull’inginocchiatoio d’un banco come se avesse obbedito a un ordine. Mormorò tra sé e sé qualcosa che sarebbe dovuta essere una preghiera quando da dietro l’altare maggiore sbucò all’improvviso, danzando in un fruscio, una giovane donna completamente nuda sotto un velo di organza che parzialmente la copriva. Ballava con grazia seguendo una musica che solo lei sentiva, volteggiando ora su un piede ora sull’altro a disegnare nell’aria gelida figure eteree ed eleganti. La penombra giocava con quel corpo sinuoso cancellandolo a tratti e a tratti valorizzandolo come in un bozzetto a carboncino. Aveva gli occhi socchiusi e un sorriso dolcissimo che le illuminava il naso piccolo e le labbra delicate. L’immagine era irreale come un sogno sfilacciato frutto dell’ebrezza: una nuvola di voluttà in un luogo consacrato. Stava danzando da qualche minuto quando entrò, proveniente dalla sacrestia, un prete che, con passo lento e cerimonioso, si diresse al tabernacolo da dove estrasse la pisside che riempì di ostie. ‘Adesso la vede’ pensò Curzio ‘Adesso la vede’. Ma la donna continuava a piroettare indisturbata alle sue spalle come fosse sola, cimentandosi in passi di danza sempre più arditi a mostrare con naturalezza le parti più segrete del suo corpo. Il prete, intanto, nel suo daffare, era passato vicino a Curzio e lui non resistette dal chiedergli:
«Ma quella chi è, padre?»,
«Come dice, scusi?» fece il prete assorto nei suoi pensieri.
«Quella donna, che balla…»
«Ah perché lei la vede?» fece aguzzando la vista e cercando di bucare il buio, ma guardando nel posto sbagliato. «Me lo dicono sovente le mie pie donne. A me, forse per ragioni superiori di ufficio, non mi è data l’opportunità di vederla…» e sorrise tra l’ironico e il compiaciuto. Poi, appoggiandosi con una mano al banco di Curzio si mise comodo e disse: «Credo sia la marchesa Matilde Simi De Castrovillari. Una nobildonna eccentrica, molto ricca, celebre in città per i suoi costumi, come dire…, disinvolti, e per il suo salotto letterario frequentato dal bel mondo del primo Ottocento. Poverina è morta di tisi che non aveva trent’anni, ma ha lasciato un ingente somma alla Curia perché fosse edificata questa chiesa a suffragio della sua anima. È stata sepolta, laggiù, sotto l’altare maggiore. Ma quando mezzo secolo fa aprirono la tomba la trovarono inaspettatamente vuota. Gli scienziati dissero che, siccome il terreno non avrebbe consentito la decomposizione del corpo, le avevano versato addosso, subito dopo il decesso, un potente acido per scioglierlo. Altri ancora, dicono invece che, non potendo rinunciare alla passione per la danza, lei ogni tanto se ne esce a farsi un balletto. Pensavo fosse solo una leggenda. Certo che se lei l’ha vista…»

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FonticineEra uscito a fare due passi. Aveva voglia di stordirsi un po’ tra il via vai dei turisti e camminare, un piede dietro l’altro, lasciandosi trasportare dalla curiosità di una vetrina, di uno scorcio improvviso o di un ricordo rivisitato. Solo così sarebbe riuscito a staccare una mezz’oretta dal lavoro, costringendo la mente a seguire altri percorsi e altri pensieri.
La luce del tramonto spioveva morbida colorando di rosa la cattedrale austera. I marmi si erano accesi d’un colore sanguigno e le statue nelle nicchie anguste sembravano imponenti come avessero percepito su di loro un proiettore inatteso e una ribalta su cui esibirsi. Il vociare caotico delle persone per strada componeva a tratti una melodia disordinata dove si stemperavano dialetti e lingue straniere di ogni tipo, come tanti concertisti che cercassero, ciascuno per conto proprio, l’accordo perfetto prima del grande concerto.
Lapo passeggiava da un po’, le mani raccolte dietro le spalle leggermente curve, come faceva spesso, quando si accorse che stava seguendo in modo imbarazzante il didietro di una donna davanti a lui. Ondeggiava proprio sotto i suoi occhi in modo sobrio ma ipnotico, restituendo un’impressione di consistenza e tonicità propria della giovinezza, ma allo stesso tempo di eleganza naturale e di sensualità devastante. Era di una ragazza sui vent’anni, i capelli lunghi di boccoli biondi, alta più di un metro e ottanta, grazie a un tacco 12 che le imponeva un’andatura importante, ma spigliata. Gli shorts erano davvero molto marginali e coprivano a stento le curve aggressive da vertigine, mentre gli stivali in pelle attribuivano al completo, per la loro foggia, una nota trasgressiva ai limiti del volgare. Si meravigliò molto di aver concentrato la sua attenzione su quella parte anatomica; non era infatti da lui o almeno non era da chi nel frattempo era diventato da quarant’anni a questa parte. Continuò tuttavia a starle a pochi metri di distanza, sforzandosi a ogni passo di prendere un’altra via, perché era ben consapevole che non fosse né serio, né dignitoso quello che stava facendo. Poi la ragazza si fermò. Si era messa a parlare con un’altra persona, probabilmente coetanea, vestita in modo molto più sobrio, quasi anonimo; quando la seconda ragazza si girò di profilo la riconobbe: era sua figlia ed ebbe un tuffo al cuore. Adesso sì che ricordava! Ma sì certo. La ragazza che aveva seguito, quando sua figlia ancora andava alle elementari, era venuta un paio di volte a casa a fare i compiti. Era una bambina introversa, allora, e pure bruttina. Ora ricordava bene: si chiamava Mara, Mara Colasanti, o qualcosa del genere. Sì. Quanto tempo era passato! Chi l’avrebbe mai detto che quella bimba tanto sgraziata sarebbe diventata così.
Decise che era il momento di staccarsi da loro e di riprendere la via dell’ufficio. Mentre si mosse, la figlia e Mara cominciarono anche loro a camminare, ancora una volta, davanti a lui. Era strano vederle così vicine, a braccetto, e così tanto diverse: due mondi opposti, due modi antitetici di affrontare la vita e, non di meno, evidentemente, ancora legati da una solida amicizia al di là delle differenze.
A un certo punto svoltarono entrambe a destra per via delle Fonticine. Si bloccò a osservarle mentre si allontanavano parlottando fitto fitto tra loro. E stava per andarsene quando notò che ora discutevano con un signore anziano appena arrivato, una pancia prominente e il viso semi nascosto da barba e occhiali spessi. Pareva un professore di scienze o un primario illustre. L’uomo si chinò a baciarle tutte e due sulla bocca e poi, presele sotto braccio, entrò con loro nel vicino albergo a cinque stelle.

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La storia minima ‘Via delle Fonticine’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 15 settembre 2013 su:

–> Il blog Caffè letterario

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