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Archive for the ‘fiabe’ Category

Alcuni anziani rishi ancora oggi narrano la leggenda medievale di Bhaskar Nita Narayan III, un ricco Principe indiano del Regno del Punjab, discendente diretto di Sri-Harsha, che si era innamorato, in età di prendere moglie, della bellissima quanto sfortunata Principessa Amshula Nara Kapoor. La ragazza, rimasta vittima del sortilegio di una donna malvagia, era stata trasformata in una comune pietra di fiume e abbandonata lungo la riva del Gange. Apparsa una notte in sogno al giovane, gli aveva chiesto aiuto promettendogli di diventare sua moglie se l’avesse liberata.
Il Principe, giunto alla foce del Gange, capì subito che l’impresa era disperata. Sulla riva del grande fiume vi erano, infatti, migliaia e migliaia di sassi tutti uguali sicché non sarebbe bastata una vita intera per trovare quello che teneva prigioniera la ragazza. Nonostante questo, con la dedizione cieca dell’amore, sicuro che qualora avesse incontrato la pietra di Amshula, l’avrebbe riconosciuta, il giovane si mise all’opera, risalendo pervicacemente il corso d’acqua. Passarono però numerosi anni senza che il Principe ritrovasse la pietra oggetto della sua bramosia. Alti dignitari del Regno, ma anche parenti e amici, preoccupati per le sorti del Principe fattosi uomo, accorsero al suo cospetto per dissuaderlo e aiutarlo. Il Principe, tuttavia, sdegnoso, rimandava tutti indietro, certo di essere ormai vicino a coronare il suo sogno. Trascorsero ancora altri anni e il padre di Bhaskar, Dhanesh, in punto di morte, non vedendo più tornare il figlio prediletto, convinto che anche lui fosse stato colpito da un qualche maleficio, decise di diseredarlo, nella necessità di dare continuità al suo Regno. Il Principe, saputo di quanto accadeva, non si scoraggiò. Avrebbe fatto vedere a tutti che non era impazzito e, ancorché vecchio, sarebbe tornato trionfante nella capitale, con a fianco la sua splendida sposa per reclamare, anche con le armi se fosse stato necessario, quel trono che gli spettava per diritto di sangue.
Una notte, mentre i monsoni stavano spazzando con violenza la zona, prese in mano una pietra che subito sentì calda al tatto. Non c’era dubbio: era la sua Principessa. Baciò l’adorato sasso, lo accarezzò, lo coccolò, gli disse dolci parole d’amore, ma non successe nulla. Rifletté sul da farsi e poi gli venne in mente di essere accanto al Gange che tutto purifica e tutto fa rinascere. Così non ci pensò un attimo e scagliò la pietra lontano da sè, tra i gorghi limacciosi del fiume: subito si fece giorno, i monsoni si acquetarono e il sacro fiume smise di scorrere. Nel punto in cui il sasso era affondato, l’acqua cominciò a ribollire e dalle onde immobili sorse una ragazza bellissima:
«Grazie o mio Principe, per avermi liberata. La tua totale dedizione in tutto questo tempo mi ha scaldato il cuore» disse con voce melodiosa Amshula sorridendo. «Tu mi hai restituito a nuova vita e ti porterò sempre dentro di me. Sono trascorsi, però, giusto cent’anni dal giorno di quel terribile maleficio e oramai è troppo tardi. Mi dispiace mio adorato, non potrò più essere la tua sposa.»
Così la ragazza si trasformò in un enorme e fiammeggiante drago color vermiglio e divorò il Principe.

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La settimana

Una mattina, lo smilzo Lunedì, mentre stava ordinando la borsa da lavoro, sbottò:
«Sono stufo di aver su di me tutto il peso dell’inizio di settimana. Non ne posso proprio più. Non si potrebbe per una volta iniziare, che so, dal Sabato?»
«Stai scherzando, vero?» fece Sabato smettendo per un attimo di spalmarsi la crema abbronzante. «Il Weekend non si tocca: è sacro e inviolabile, ineluttabile e indefettibile. E poi bisognerebbe rifare tutti i calendari. Non se ne parla nemmeno».
«Sempre a brontolare…» se ne uscì Venerdì sforzando di sorridere ma finendo per mostrare un ghigno. «E io cosa dovrei dire, secondo voi, che devo sempre mangiare di magro? Mai che mi possa fare un arrostino di maiale o un bel bollito con la salsa verde».
«Già!» disse allora Giovedì. «E allora io che devo mangiare solo gnocchi? Almeno tu, Venerdì, puoi variare dal branzino alla triglia, dal pesce spada alla sogliola. Per non parlare delle aragoste, delle cozze, delle veraci, dei totani…»
«Gnocchi?» chiese Venerdì agitando un gamberone.
«Sì, venerdì pesce, giovedì gnocchi! Non lo sapevi?»
«Mangiare, mangiare… pensate sempre e solo a mangiare» sbraitò la pingue Domenica, alzandosi stancamente dall’amaca e posando nel piattino la terza brioche. «Bisogna elevare anche lo spirito. Ecchediamine! Come per l’appunto faccio io!» e si aggiustò le mutande infilatesi tra le chiappe.
Solo Martedì e Mercoledì non dicevano niente. Se ne stavano in disparte, in silenzio, impegnati seriamente in una partita a tressette; giusto per ingannare il tempo, certi che anche quella settimana, prima o poi sarebbe trascorsa.

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Kappa e spada

La caccia proseguì per il paese senza soste. Si sapeva che erano pochi i luoghi dove ancora poteva nascondersi: negli sms e in alcuni post. Poi una notte, mentre la cappa (pardon la kappa) era uscita furtiva da un monitor spento per guadagnare il vicino confine cadde in un’imboscata tesale dagli Attivisti per un Italiano Migliore. Subito fu tratta in catena e gettata nelle segrete del palazzo delle Consonanti.
«A morte!» urlò inferocito il popolo tutto. «A morte!» ordinò la M, magnifica nel manto maestoso, un po’ turbata per una spallina caduta alla prigioniera che le aveva fatto intravedere delle superbe robe di Kappa.
Poi l’indomani, nel corso di una solenne cerimonia, la kappa fu trascinata in piazza davanti a verbi difettivi, aggettivi sostantivati e vecchi ossimori che la insultarono gettandole virgole e accenti acuti.
«Ke farete senza di me? Se mi kancellate, kome farete a skrivere: kolossal, kermesse e varano di kommodo?» chiese la kappa implorando pietà.
«Che sia eliminata da tutte le tastiere!» strillarono la O grossa e la I smilza rese sorde dall’orgoglio per l’ortografia. «Che alla kappa sia messo il kappio, volevo dire il cappio!» insistette l’H bislacca e la Z analfabeta. E la Q, quatta quatta, facendosi aiutare dalla L imbelle e dalla N, che però svenne, mise la Kappa sul ceppo e in un attimo la tagliò letteralmente in due a fil di spada. Seguirono canti e balli dove nell’ombra vennero a formarsi confusamente parole sgrammaticate e frasi senza congiuntivi. Gli analocuti ebbero presto la meglio e gli ossimori si unirono in scorribande indicibili anche contro scrittura. Insomma tutti erano felici per aver liberato il mondo dall’odioso nemico e soprattutto che si potesse finalmente parlare di chimono, chiller e Chucc Palaniuc senza tema di vergogna alcuna.
La kappa, divisa a metà, agonizzò per tutta la notte in un lago di inkiostro (pardon di inchiostro).
Ma al mattino, dai tronconi tagliati, già si stavano riformando gli arti mancanti.

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Tutta un’altra storia

Il Principe vagò per quelle terre per giorni e giorni. Non si dava pace all’idea di aver perso la sua amata. Poi un bel mattino, superate sette colline e sette cascate, giunse in un bosco incantato: illuminata da un raggio di sole gli apparve una casetta. Scese dal suo destriero e andò a bussare alla porta per chiedere informazioni. Venne ad aprire una bellissima fanciulla dai capelli color dell’ebano e una carnagione chiara in cui spiccavano due labbra rosse come fragole.
«Ma tu… ma tu… sei Biancaneve!» fece sorpreso il Principe togliendosi il cappello e stropicciandoselo al petto.
«Sì. Lei è…?»
«Sono il Principe… ti credevo morta. Tutti nel reame ti credevano morta.»
«Veramente sono sempre stata qui. Da quando sono scappata nel bosco.»
«E queste?» chiese il Principe indicando sette bare di cristallo che, entrando nel giardino, non aveva visto.
«Sono i Sette Nani» esordì con voce grave il Cacciatore che, raggiunta Biancaneve sulla soglia, la strinse voluttuosamente a sé. «Qualcosa in contrario?» incalzò minaccioso l’uomo. «Non ci stavamo tutti in questa casa. E poi a lei, scusi, cosa gliene importa?»
«E la Matrigna?» insistette il Principe.
«È di là davanti al caminetto» flautò la fanciulla indicando con il pollice l’interno. «Dopo l’ictus, poverina, non si è più ripresa. Si guarda di continuo allo specchio e non si riconosce.»
«Io non ci capisco più niente» sbottò il Principe calzandosi malamente il cappello in testa: «Insomma, ho fatto tutta questa strada per nulla.»
«Suvvia… non se la prenda, nobile giovane» disse Biancaneve con un sorriso smagliante. «Se ne faccia una ragione. Ma prima di ripartire, perché non si mangia questa mela?»

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Il Mostro dietro l’armadio

 

Sofia era nel suo lettino, ma non c’era verso che si addormentasse: la paura del buio era sempre stata molto forte.
«C’è un Mostro nella mia cameretta» disse quasi sospirando al padre mentre se ne stava sulla soglia del salotto.
«Ci abbiamo appena guardato ieri sera» le rispose lui senza distogliere lo sguardo dalla televisione.
«Ma questa volta c’è davvero, vieni, ti scongiuro…»
Il babbo sbuffò senza farsi notare e seguì la piccola. Cominciò a ispezionare con finta solerzia dentro all’armadio, dietro la porta, sotto il tappeto.
«È sotto il letto ti dico…» insisteva la bambina.
Il padre la squadrò di sbieco, poi, osservando l’espressione imbronciata della figlia, gli scappò da ridere.
«Va bene» fece accucciandosi a terra e alzando le coperte «vediamo di che mostro si tratta.»
E due occhi gialli lo fissarono severi nel buio. Un ‘mieow’ stridulo sottolineò la fuga del gatto disturbato da quella incursione.
«Era solo il gatto, tesoro. Non ci sono mostri, te lo assicuro. E adesso vai a letto.»
Sofia era poco convinta, ma si arrese all’evidenza. Scivolò sotto le coperte e chiuse gli occhi.
«Hai finito di darmi la caccia?» sentì scandire nel buio da una voce cavernosa.
«Chi sei?» domandò la bambina schiacciandosi sul cuscino e sbarrando gli occhi.
«Come chi sono? Sono il Mostro, cui dai tanto il tormento.»
«Ma se papà ha guardato dappertutto! Dov’eri?»
«Ha controllato anche dietro all’armadio?»
La bambina si diede uno schiaffetto sulla fronte. Lo spiraglio dietro all’armadio se l’era proprio dimenticato.
«Mi son dovuto nascondere lì» spiegò il Mostro spazientito «dopo che ieri mi hai fatto scappare da sotto il letto.»
«Allora cosa vuoi?» l’affrontò decisa Sofia.
«Essere lasciato in pace.»
«Non posso, tu mi fai paura e poi, quando non ci sono, giochi con le mie bambole e ti metti i miei vestiti.»
«Qualcosa devo pur fare, sennò mi annoio.»
«Ma tu non ci devi stare in questa stanza, è la mia.»
«Neanche per sogno. Ti sbagli, è la mia io abitavo qui prima che tu venissi al mondo. Io ho migliaia di anni» ribatté il Mostro alterandosi. «E poi la camera di una bambina di otto anni che si rispetti deve avere un suo Mostro.»
«Non è vero! E tu poi che Mostro saresti?»
«Sono un Mostro Mangiaculetti.» La bambina cercò di deglutire senza riuscirci. «Pertanto…» ammonì la voce «se non vuoi andare a scuola senza culetto, sappiti regolare!»
Sofia dormì poco e male quella notte e l’indomani la madre, vedendola preoccupata, le chiese se non si sentisse bene. Dopo qualche insistenza la bambina le spiegò del Mostro e cosa le avesse detto.
«Guarda che è facile liberarsene» le disse la madre sorridendo. «Basta non crederci e lui scompare.»
«La fai facile tu, mamma. Se esiste davvero come faccio a credere che non esiste?»
«È presto detto:» fece la mamma accarezzandola «tu prova a domandargli come nascono i mostri, vedrai che lui non saprà risponderti e capirai in questo modo che è solo frutto della tua fantasia.»
La bambina era di nuovo poco convinta, ma voleva ugualmente fare un tentativo. Così a sera Sofia, coricandosi nel suo lettino, una volta spenta la luce, sentì il Mostro tuonare:
«Ho saputo che hai fatto la spia! Dovrei mangiarti subito il culetto. Te lo meriti proprio.»
«E no, tu non puoi farlo!» incalzò subito la bambina.
«Oh bella! E perché?»
«Perché non esisti.»
«Sei impazzita? E allora con chi stai parlando?»
«Con la mia fantasia. Se non è così e tu sei vero, prova allora a rispondere a questa domanda: «Come nascono i Mostri?»
«Ma che stupidaggine è questa?» fece quello seccato.
«Non sai rispondere!»
«Certo che so rispondere. Vediamo… dunque, dunque… come nascono i Mostri, eh?»
«Visto che non lo sai?»
«Ci sto pensando…» sbottò il Mostro in difficoltà. «Non mi mettere fretta.»
«Non lo sai… non lo sai…» cantilenò la bambina. «Aveva ragione la mamma.»
«Ho trovato! Ho trovato!» gridò di contentezza lui. «È semplice! I Mostri nascono come i bambini.»
Sofia rimase un po’ interdetta. Non se l’aspettava quella risposta. Quindi chiese:
«E i bambini, allora, come nascono?»
Il Mostro a quel punto tacque e non si fece più sentire. Sofia si addormentò felice. Era finalmente libera dalle sue paure. Poi verso le tre del mattino si svegliò di soprassalto. Scese dal letto e, non avendo più paura del dubbio, si diresse, senza accendere la luce, nella camera da letto dei suoi.
«Mamma, mamma…»
«Cosa c’è tesoro?» mormorò nel dormiveglia la donna. «C’è ancora quel mostro che ti dà fastidio?»
«No, mamma, il Mostro se ne è andato per sempre. Però senti… volevo sapere… ma i bambini come nascono?»

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Il pianista e il suo Re

Quel giorno il pianista si sentiva davvero in ottima forma. Era in pace con il mondo, la giornata era tiepida, il cielo era blu. Avrebbe composto il concerto del secolo, ne era sicuro. Si tonificò così con una doccia energizzante, fece un’abbondante colazione, si tolse il pigiama e indossò il frac. Quindi si mise di buon grado seduto al pianoforte scrocchiandosi le dita della mani (ma anni dopo, nel narrare questa storia, qualcuno giurerà che si scrocchiò pure quelle dei piedi) chiuse gli occhi per ascoltare la propria anima e, colto da inebriante ispirazione, pose le mani sulla tastiera. Con grande meraviglia dovette constatare però che non si udì il minimo suono. L’uomo ripigiò i tasti con forza. Nulla. Provò a pestare sui pedali e a dare qualche manata sui fianchi del mobile. Niente. Cosa poteva mai essere successo al suo splendido e fido pianoforte? Si alzò dallo sgabello sollevando il coperchio come fosse il cofano di un motore in panne e in quel momento si udì una voce:
«Buongiorno, io sono il Re.»
«Oh, Maestà» fece serio il compositore un po’ sorpreso. «Che ci fa lei lì dentro?»
«Ma che Maestà e Maestà! Io sono il Re, la nota di Re.»
«Mi scusi.»
«Dunque: le parlo a nome anche delle altre note: abbiamo delle lamentele da avanzare. Va da sé che fino a quando non saranno esaudite faremo lo sciopero del silenzio.»
«Che guaio!» sbottò il pianista grattandosi il pizzetto. «Proprio oggi che mi sentivo ispirato. E quali sarebbero queste lamentele? Sentiamo!»
«È presto detto: il Mi è stufo di essere equivocato. Lui è un altruista per temperamento. Non sopporta più di dover dire in continuazione ‘mi, mi, mi…’ come un gretto egoista e vuole cambiare nome.»
«Ma guarda! E come vorrebbe chiamarsi?»
«Ti, che ‘suona’ molto più filantropico. Non trova?»
«Trovo, trovo» rispose il pianista divertito. «E poi?»
«E poi Sol è stanco di non avere amici. Perché mai deve essere sempre stare ‘sol’ senza che nessuno gli faccia mai compagnia? È per questo che vuole chiamarsi Stocontùtt
«Ma davvero?»
«Certo! Inoltre il Fa non ne può più di essere operoso, di fare, fare e fare, senza mai potersene stare un po’ tranquillo. Vuole insomma darsi all’ozio, contenuto, centellinato, con sobrietà, ma ozio. Anche lui desidera quindi cambiare il nome in Fagnént. Il Do inoltre non vuole dare più nulla per cui desidera che lo chiamino Metèngognicos. Il La infine vuole essere Qui e il Si vagheggia di dire finalmente No
«E lei?» domandò il pianista che si era messo comodo con il mento appoggiato a una mano. «Non ha richieste, lei che è il Re?»
«Certamente. Tutti mi prendono in giro con questa storia del Maestà o del Sire o con altre battute simili di pessimo gusto. Proprio come ha fatto lei…»
«Già, è vero. Mi spiace. Non sapevo.»
«E così vorrei chiamarmi più semplicemente Unocometànt
«Unocometànt? Ne è sicuro?»
«Sì, è nelle mie corde. Che c’è di strano?»
«Niente, niente. Quindi, ricapitolando:» fece il pianista sospirando «la scala delle note diverrebbe: Metèngognicos, Unocometànt, Ti, Fagnènt, Stocontùtt, Qui, No
«Esatto! Bello no?»
Il pianista scosse la testa e i lunghi capelli alla Beethoven:
«Guardi che non si può fare. Nessun musicista ci capirebbe più niente, sarebbe il caos. E poi non spetta a me cambiare il nome alle note…»
«Ah no? E con chi devo parlare, allora?»
«Non ne ho idea. Le note sono una convenzione internazionale da tutti accettata. Da sempre. Questa è la musica.»
«E dove posso trovarla questa signora Musica?»
«La musica è dappertutto. Qui come in Australia o in Lapponia e persino nelle foreste vergini dell’Amazzonia.»
«Insomma ha il suo bel da fare, mi par di capire, questa Signora.»
«Credo proprio di sì» fece il compositore allargando le braccia. «Però potreste scriverle una lettera, in musica ovviamente. Magari dolce, romantica e appassionata. Sicuramente su una signora farebbe colpo.»
«È un’idea!» fece entusiasta il Re. «Un’ottima idea.»
«Badate bene, però, che presa com’è dal lavoro, potrebbe anche non rispondervi subito. Voi però insistete.»
«Sì, grazie, mi ha dato proprio una splendida idea.»
«E per lo sciopero?» chiese un po’ preoccupato il pianista «Che si fa?»
«Vedrò di parlare con gli altri. E poi dobbiamo assolutamente scrivere quella lettera e se non la si scrive con le note, come fa a capirla la signora Musica?»
«Infatti, arrivederci allora.»
«Arrivederci.»
Il compositore chiuse pian pianino il coperchio del pianoforte. Attese qualche attimo e poi appoggiò delicatamente le dita sulla tastiera. E compose l’opera più bella di tutta la sua carriera.

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Verso i Mari del Sud

La prima persona che se ne accorse fu una signora anglosassone trasferitasi nel nostro Paese assieme al suo nuovo marito.
«Tesoro caro…» fece lei impassibile guardando dalla finestra «…ti sembrerà forse bizzarro, ma abbiamo perduto il balcone.»
Il marito si accostò alla donna certo di aver capito male, per poi rimanere a bocca spalancata nell’osservare che effettivamente il balcone che dava a sud, con tanto di gerani, di graticcio per la rosa rampicante e l’armadio per le scope, non c’era più.
«Possibile che siamo stati così distratti» domandò lei inarcando le sottili sopracciglia «da averlo dimenticato da qualche parte?»
Come si apprese più tardi, quello non fu però un episodio isolato. Circa una mezz’ora dopo, in pieno centro, ad un bambino a tutti noto come ‘Testadipuzzola’, capitò che, senza curarsi della presenza del terrazzo, data in verità per scontata, aveva aperto la porta finestra per catapultarsi fuori con la sua solita irruenza, finendo però con il rimanere, penzoloni nel vuoto, con la sola mano attaccata alla maniglia, avendo scoperto in ritardo che il balcone era sparito. Appena si riprese dallo spavento, si mise a piangere disperato, non tanto per il fatto che il terrazzo non ci fosse più (non c’era precisamente tutto questo attaccamento affettivo) quanto piuttosto perché si era volatilizzata anche la sua adorata bicicletta.
Da quel momento le lamentele per i balconi scomparsi si moltiplicarono a dismisura. Tanto che furono informate le autorità, interrogati i tuttologi e sentita la signora Beppa, che sa sempre tutto, senza che nessuno fosse in grado di dare una spiegazione allo strano fenomeno. Vani furono i tentativi della gente per impedire l’esodo dei balconi che continuava giorno dopo giorno senza sosta. Ci fu chi li legò con funi e catene, chi ancorò la struttura con puntelli e ganci. Ma quando veniva l’ora, non c’era impedimento che tenesse: il terrazzo sradicava con facilità ogni bullone, palo o legaccio, più o meno stretto che fosse, e subito se ne fuggiva come se dovesse seguire un istinto ancestrale o un destino indomabile.
Qualche settimana più tardi, verso l’imbrunire, un signore con un largo cappello di paglia (che si mormora non si tolga mai) aveva appena comprato il giornale nella piazza principale del borgo, quando vide in lontananza, contro la luce rossastra del tramonto, un gruppo di balconi che stava spostandosi verso sud in formazione. Al comando si poteva distinguere il monumentale terrazzo di una villa principesca con il basamento in pietra artisticamente decorata, seguito a schiera da due ali di balconi, poggioli, terrazzini e ballatoi che volavano leggeri come fossero privi di materialità.
«Guardate là! Ecco dove vanno a finire… volano a sud» esclamò a voce alta l’uomo additando, incredulo, l’avvistamento.
«È un sortilegio!» sentenziò una donna agitando la borsa della spesa come volesse tirarla.
«È un pessimo presagio!» concluse un cameriere che, senza guardare cosa stesse facendo, aveva appena posato una coppetta piena di noccioline sulla testa di un cliente.
«È una bella fregatura!» commentò invece ‘Testadipuzzola’ pensando alla sua bicicletta.
«Forse è la fine del mondo…» se ne uscì il parroco del paese giungendo le mani a mo’ di preghiera, più per abitudine che per personale convinzione.
«Io so invece perché se ne stanno andando» esordì a sorpresa un uomo dai capelli brizzolati uscendo dalla sua vettura ferma per l’ingorgo, che si era venuto a creare. Tutti si voltarono per ascoltare lo sconosciuto. «Si stanno dirigendo vero i mari del sud…» proseguì l’uomo sentendosi incoraggiato dal fatto di trovarsi al centro dell’attenzione «…in quanto sono stanchi di essere trascurati.»
«Non dirà mica sul serio, vero?» rimbrottò severo un uomo anziano vibrando il bastone all’indirizzo del suo interlocutore.
«Certo che dico sul serio. Nelle case di oggi ci si cura di abbellire e pulire le stanze, di comprare mobili e suppellettili, quadri e ninnoli, ma non c’è più nessuno che si occupi dei balconi. La gente, soprattutto d’inverno, si riunisce al caldo attorno alla tv e si dimentica dei terrazzi là fuori, che rimangono da soli per mesi senza che nessuno badi più a loro. È per questo motivo che i balconi si sono sentiti abbandonati e, dopo lunga e sofferta riflessione, hanno deciso di andarsene per stare insieme altrove; e, visto che c’erano, hanno pure pensato che, tutto sommato, era meglio andarsene al caldo. Presto accadrà, vedrete, se insisteremo nella nostra indifferenza, anche ad altre parti della casa, come ai comignoli, alle tegole ed agli abbaini.»
La gente si guardò a vicenda chi in modo scettico, chi con un vago senso di colpa.
«E lei come fa a sapere tutto questo?» chiese con aria indagatrice un venditore di trippa grattandosi la testa con il forchettone.
«Perché a me è capitata la stessa cosa proprio l’anno scorso di questi tempi. Prima, quando ho scoperto la dipartita del mio terrazzo, ci sono rimasto malissimo, ma poi ci ho riflettuto su e ho quindi deciso di gettar via la televisione, tra le proteste dei miei figli e i mugugni della moglie. Abbiamo cominciato così a parlare tra noi del terrazzo, di quanto fosse importante per il resto della casa e per l’armonia estetica del caseggiato. Abbiamo anche acquistato una nuova cera profumata per le piastrelle esterne e una ringhiera nuova di zecca in ferro battuto.»
«E poi cosa è successo?» domandò un vigile urbano che aveva smesso di fare la multa.
«È accaduto che a primavera è tornato il mio balcone. E non era più solo. Aveva con sé un balconcino molto grazioso che si è piazzato subito sotto la finestra della cucina dov’è si trova ancora adesso. Insomma mi hanno raccontato tutto e abbiamo fatto pace.»
Seguì un ‘oooohhh’ di tutti i presenti che sorrisero per la tenerezza dell’immagine che si era venuta a creare nella loro mente.
E lo sconosciuto aveva appena abbandonato la piazza del paese, diretto chissà dove, che, nel vuoto lasciato dai terrazzi, cominciarono a piovere da ogni parte in strada televisori di tutti i tipi e dimensioni. La lotta per la riconquista dei balconi era appena iniziata.

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