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Posts Tagged ‘ospedale’

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

dietro il racconto
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sabbiaEra cominciato così, come capita un po’ a tutti. Non gli era venuto in mente come si chiamava una certa persona. Eppure c’era stato un periodo in cui l’aveva incontrata spesso. Sarà lo stress da lavoro, la stanchezza, aveva pensato. Passerà.
Poi accadde che iniziò a non ricordare le facce delle persone incontrate poco tempo prima e poi ancora dimenticò del tutto un avvenimento recente che lo aveva riguardato da vicino. Di lì a poco aveva preso a dimenticarsi delle parole comuni come gatto, albero, muro, tavolo e di quello che faceva mentre lo stava facendo. Si spaventò.
Il medico gli aveva fatto una visita completa, gli aveva disposto esami, prescritto cure e medicinali e poi… e poi aveva scosso la testa. Gli disse cosa sarebbe successo in futuro, in quale nebbia la sua mente sarebbe naufragata, come avrebbe vissuto.
No, non era pronto per tutto questo, si disse guardandosi dritto nello specchio. Non era pronto a veder sfaldare il proprio mondo, a dimenticarsi a poco a poco di tutto quello che aveva costruito giorno dopo giorno, a scordarsi dei suoi sogni, dei suoi pensieri, a guardarsi in quello stesso specchio e a non riconoscersi più.
Poi accadde qualcosa. Forse tentò di togliersi la vita. Difficile dirlo e ancora più difficile ricordarlo. L’unica cosa di cui però fu certo è che si risvegliò in un letto d’ospedale, in una stanza dalle luci soffuse, tra tubicini e macchine complicate che facevano beep in modo ritmico e fastidioso. La testa gli doleva. Ma anche tutto il corpo. Sì, stava male, molto male. Il respiro gli diventava sempre più corto a ogni istante e il cuore batteva tanto forte che sembrava volesse scegliere un altro petto in cui pulsare. Chiuse gli occhi proprio mentre il beep era diventato un suono sinistro e continuo.
Si ritrovò così nel bel mezzo di un deserto; i passi lenti e pesanti nella sabbia rossa; il caldo arroventato saliva a vampate sino al viso asciugandogli il sudore non appena affiorava alla pelle. Voleva bere, doveva bere. La collina che aveva appena scalato, come se avesse saputo dove stesse andando, pareva respingerlo a ogni passo e una volta arrivato fin lassù la distesa infinita di sabbia lo avvolse in un abbraccio. Alla sua sinistra, in basso, fuoriusciva qualcosa dalla sabbia. Forse era una pianta. Se l’avesse tagliata avrebbe potuto berne il succo. Scese velocemente, incespicando e ruzzolando, e quando si rialzò era già alla base dell’oggetto misterioso: no, non era un pianta, ma un parallelepipedo di metallo; svettava dalla sabbia verso il cielo incendiato di luce, di sbieco: era un frigo, in mezzo al deserto.
Si avventò sulla portiera a tirare la maniglia. Non si apriva. Si inginocchiò per scavare tutto intorno per poterla liberare dalla sabbia. Il frigo era freddo, ronzava come facesse le fusa: dentro ci dovevano essere per forza delle bevande fresche. Togliendo la sabbia tutt’attorno il frigo si reclinò per poi cadere e rotolare da un lato; il cavo elettrico che lo teneva acceso, sparendo in un punto non distante nella sabbia, lo trattenne. Scavò con foga, noncurante del caldo che lo soffocava, quindi si avventò nuovamente sulla maniglia: era bloccata, forse finanche chiusa a chiave. Cercò di forzare il portello inserendo le dita nell’apertura e poi ancora provò con la maniglia che alla fine si ruppe. Se ne rimase in piedi a guardare il moncone rimastogli in mano come a chiedersi di cosa si trattasse. Si mise a urlare.
«Si calmi, si calmi!»
Lui aprì gli occhi e l’infermiera gli sorrise. «Ora che sta un po’ meglio, non mi faccia però così…» gli disse con aria di finto rimprovero. Lui si guardò attorno. Non rispose.
«Lei è un po’ disordinato, lo sa?» fece la donna prelevando solerte alcuni oggetti che si trovavano sul comodino. Aprì l’armadietto di fronte al letto e li ripose con cura. «Ieri mi è andato in arresto cardiocircolatorio. Pensavamo di averla persa. Poi, per fortuna, ha deciso di rimanere con noi…» Sorrise di nuovo.
«Di rimanere con voi…» ripeté lui, dopo un po’.
«Però una cosa deve proprio spiegarmela» disse lei con un tono tra il simpatico e il serio. «Come mai le sue scarpe nell’armadietto sono così piene di sabbia?»

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Clark-GableAurelio era nel suo letto d’ospedale. Non c’era nessuno al capezzale. Il braccio, vistosamente fasciato, era adagiato sopra le coperte. ‘30 punti di sutura gli hanno dato‘, mi disse l’infermiera con aria compunta. ‘Sembra gli sia sfuggita la motosega mentre stava tagliando la legna‘. Ora dormiva per effetto della sedazione. Il viso era rivolto verso la parte più in ombra della stanza, la bocca leggermente storta in una smorfia che solo l’anestesia può disegnare. Stavo chiedendomi se fosse il caso di andarmene o aspettare, quando entrò nella stanza, trascinandosi dietro un’asta portaflebo, Tonino. In realtà non l’avevo riconosciuto, fu lui a salutarmi.
«Ho un brutto male, sai… dicono che non ci sia più niente da fare…» mi anticipò come per rispondere alla domanda che gli avrei fatto. Lo squadrai. Era rinsecchito come se si fosse ritratto in se stesso, con pochi capelli sulla testa, gli occhi chiari appannati, un’età indefinibile addosso. «Senti…» mi disse a bassa voce infilandosi a fatica nel letto. «Visto che sei qui. Devo dirti una cosa.»
«Dimmi» gli feci avvicinandomi.
«Sai che da quando sono in pensione mi dedico al mio hobby di impagliare gli animali…»
«Sì certo, Tonino.»
«Ecco, ecco… volevo regalare al Circolo di Lettura alcuni pezzi che mi sono riusciti proprio bene.»
«Adesso non pensare a queste cose.»
«No no, te ne voglio parlare adesso perché potrei da un giorno all’altro non conservare la lucidità sufficiente per farlo, così almeno mi han detto i medici…» Deglutii. Almeno cercai di farlo. «Ho un bellissimo cinghiale che hanno sparato là a Poggiobrusco, proprio dietro a casa tua…» seguitò «è venuto una meraviglia e ne sono particolarmente orgoglioso…» disse sbattendo la lingua sul palato alla ricerca di un poco di saliva. «E poi… e poi… ho tre galli cedrone… una rara volpe grigia, un airone cinerino e… e… diverse altre cose, che adesso non ricordo neppure più.»
«Va bene, Tonino, adesso non preoccupartene…» gli dissi posandogli una mano sulla sua che sbucava dalla manica del pigiama come fosse finta. «Ora stai tranquillo» gli ripetei non sapendo cos’altro dire. Il suo sguardo si era spento. Pareva stesse vedendo un film su uno schermo lontano. Gli occhi si erano fatti lucidi.
«E poi ovviamente c’è Clark…» mi disse all’improvviso ritornando alla realtà.
«Clark?»
«Clark Gable!»
«Sì, certo» gli dissi io «e chi altri?» come se avessi capito cosa intendesse dire.
«Quando entri in casa mia è sulla destra appena dietro l’armoire con le braccia un po’ alzate, come se recitasse, e il viso da ‘piacione’. Chissà quante volte ci sei passato davanti.»
In effetti me lo ricordavo. Vagamente. Sorrisi. «Vuoi dare al Circolo anche quello?»
«No no, per carità… stonerebbe.»
Aurelio, dietro alle mie spalle fece un lungo sospiro. Considerai in quell’istante che stavo facendo il pieno di ragioni per sentirmi depresso. Lo guardammo entrambi mentre lentamente voltava la faccia verso la finestra. Un filo di bava gli scese dall’angolo della bocca. Stava russando.
«Trent’anni fa, o forse più, stavo tornando dal mio paese, giù in bassitalia» si mise Tonino a raccontare. «Era notte e c’era molta nebbia; stavo percorrendo una stradina di campagna quando ad un certo punto ho investito un capriolo. È uscito improvvisamente dalla macchia e non l’ho visto. Accostai la macchina: mi aveva sfasciato la mascherina davanti e un faro. Imprecai perché il fuoristrada era nuovo o quasi. Poi realizzai che, dopo tutto, mi sarei mangiato un capriolo e come risarcimento non era da buttare.» Tonino mi fece segno di allungargli il bicchiere d’acqua riposto sul comodino. Bevve a piccoli sorsi.
«E allora?» lo incalzai vedendo che se la stava prendendo con calma.
«Allora, mi sono avvicinato al capriolo è mi sono accorto che non lo era affatto; era un tizio. Ed era piuttosto morto.»
«Cosa?»
«Sì, allora ero giovane e non volevo avere grane. Così l’ho caricato sul fuoristrada e l’ho portato a casa. E siccome assomigliava tanto a Clark Gable ho accentuato la sua somiglianza. Insomma, l’ho impagliato e piazzato nel corridoio di casa mia. Non se n’è accorto mai nessuno. Neppure tu. C’è chi, in tutti questi anni, l’ha usato persino come portaombrelli.»

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albero sul lagoIl medico entrò nella stanza come se avesse voluto attraversarla di corsa. Ma appena gli occhi si posarono sul paziente, immobile nel letto, si bloccò come se non se lo aspettasse e l’espressione si fece perplessa.
«Quando uscirà dal coma, dottore?» gli chiese una donna, seduta compita, in un angolo della camera, le mani giunte sul grembo quasi stesse spiegando qualcosa al malato.
«Lei non sa quanto vorrei poter rispondere a questa domanda» fece il dottore senza guardarla. Poi si avvicinò alla sacca delle urine che penzolava floscia da un lato delle lenzuola e la soppesò. «È stato un bruttissimo incidente» disse confessandolo a se stesso, «gli altri sono tutti deceduti sul colpo e lui l’abbiamo ripreso per i capelli dopo cinque ore di sala operatoria.»
La donna si ravvivò nervosa il taglio di capelli d’altri tempi: la sedia sul cui bordo sedeva scricchiolò appena e fu quello l’ultimo rumore che si udì prima che il medico abbandonasse la stanza. La luce innaturale si spandeva dal neon violetto come una malattia contagiosa facendo muovere gli oggetti nella penombra e trasformandoli in cose sconosciute e ostili.
«Ma noi abbiamo un cane?» si sentì all’improvviso nella notte.
La donna che si era appisolata credette di aver sognato. Si alzò dalla sedia scomoda e si sedette sul letto. L’uomo aveva gli occhi aperti e la guardava incredulo. «Come si chiama il cane?» insistette lui «bisogna dargli da mangiare e se tu sei qui chi si occuperà di lui?»
«Oh, caro, che gioia sentire di nuovo la tua voce! Dio sia lodato…» fece la donna accarezzandolo. «Che momenti terribili ci hai fatto passare. Abbiamo temuto il peggio. Non ti agitare adesso, stai tranquillo: non c’è nessun cane cui badare, non ne hai mai avuto uno. Tu li odi i cani.»
«Ah sì?» fece lui dubbioso. Schioccò più volte la lingua contro il palato ruvido di anestesia come per sentire che suono avrebbe fatto. «Ho sete, dammi dell’acqua…»
«Non puoi bere, per via dell’intervento. Puoi solo bagnarti le labbra» e gli porse un bicchiere stando attenta a non urtare i tubicini di plastica che si inoltravano misteriosi nelle narici.
«Cos’è successo?» domandò lui con voce arrochita.
«Un incidente stradale. Una moto ha invaso la tua corsia e, per evitarla, hai sfondato il guard-rail precipitando dal viadotto: un volo d’angelo di decine di metri: sei vivo per miracolo… Te l’avevo detto, io, di non partire, ma tu niente, fai sempre di testa tua…»
«E tu… tu chi sei?»
«Che dici? Non ricordi? Sono tua moglie, Giulia. Non ti affaticare adesso, vado a prendere i bambini e te li porto su, così puoi salutarli, erano tanto in pena per te…»
«Aspetta, non andare via, rimani ancora un po’…» fece lui sfiorandole le dita.
«Certo caro, come vuoi tu.» Per qualche attimo l’uomo non disse nulla. Cercò di mettersi seduto senza riuscirci; la donna gli sprimacciò il cuscino dietro la testa.
«Io… io mi chiamo Franco e faccio l’architetto qui ad Alvona, vero?» chiese lui nebuloso.
«Non ti preoccupare di questo, ora, pensa piuttosto a guarire. Vedrai, andrà tutto a posto» fece lei dopo un momento di incertezza, accarezzandolo di nuovo. «Il medico mi aveva avvertito: ci vorrà solo del tempo. Tu ti chiami Flavio, fai il pittore e viviamo qui, a Lughi, da quindici anni. Non so nemmeno dove sia, Alvona, tesoro…» fece sorridendo, preoccupata.
L’uomo non dovette sentire la risposta perché, quando riaprì gli occhi, era già giorno e il dottore era in piedi davanti a lui con l’aria soddisfatta.
«Sono proprio contento di constatare che si sta rimettendo rapidamente…» gli disse il medico scrivendo qualcosa sulla cartella clinica. «L’intervento è riuscito alla perfezione e, ora che è fuori dal coma, mi sentirei anche di escludere possibili complicazioni» fece rassicurante sentendogli il polso. «Ah, quasi dimenticavo… non siamo riusciti a reperire tra i suoi effetti personali un suo documento di identità: c’è qualcuno cui potremmo rivolgerci per gli aspetti, come dire… burocratici? Sa, questa è una casa di cura…» e gli strizzò l’occhio. L’uomo avrebbe voluto dire qualcosa, ma si accorse che faceva ancora fatica a mettere a fuoco il suo pensiero. Si concentrò:
«Chieda a mia moglie, dottore; risponderà volentieri a tutte le sue domande: è là fuori» e la indicò con il mento vedendola attraverso il vetro, in corridoio, che stava parlando con un’infermiera.
Il dottore si girò e la individuò.
«Le piacerebbe eh? Non credo però che lei sia sposato, non aveva la fede al momento del ricovero» fece il medico sorridendo in modo stanco. «Quella, poi, è una suora laica, viene qui solo per far compagnia ai malati.» Quindi, prendendo un’espressione seria: «e visto che ci siamo, le prescrivo anche una bella visita psicologica. Ha riportato un esteso trauma cranico e non potrà che farle bene.»

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Era in ospedale, al capezzale della madre: stava morendo, le avevano detto i medici. Ma lei non era pronta, non poteva essere pronta. Anche se in quegli ultimi anni quella povera donna era stata sempre peggio, non si sentiva pronta e non in quel periodo: si stava separando dal marito, il lavoro non andava granché bene, a causa del nuovo direttore, e anche quell’allettante audizione in teatro, la sua vera passione, sarebbe andata perduta per l’ennesima volta sentendosi impreparata. Sospirò. Sbuffò. Sospirò ancora.
La madre, nel letto, rantolava tra tubicini e sensori che ne monitoravano il respiro. Non si avvertiva null’altro in quella stanza sospesa nel tempo: solo i rumori della strada arrivavano ammorbiditi, una specie di sottofondo mal registrato di una pellicola scadente. Sarebbe potuta impazzire. Scoppiò a piangere, senza preavviso, quasi avesse acceso un interruttore. Era davvero sola e non sapeva che cosa avrebbe fatto di questa sua vita che andava in frantumi. Pianse finché ne ebbe le forze e solo quando le arrivò, violenta, l’emicrania smise di colpo come aveva iniziato. Lasciò la mano amorfa della madre e si buttò sullo schienale della poltrona, la testa rovesciata all’indietro, le palpebre pesanti. Forse se avesse chiuso gli occhi e si fosse addormentata, quella catastrofe incombente sarebbe sparita per sempre. Ma sapeva che la sua era un’esistenza da incubo, da vivere a occhi sbarrati, come una condanna impietosa. Prese a girare per la stanza. Avanti e indietro, avanti e indietro. Aveva una gran voglia di scappare, persino saltando giù dalla finestra per far prima. E in quell’agitarsi ansioso incrociò il suo stesso sguardo nello specchio dell’armadio. Aveva l’aria sfatta, gli occhi infossati, un’espressione del viso carica di sofferenza e di tensione. Pareva un’altra donna, una che non conosceva neppure, ma di cui aveva paura, una maschera di dolore, un concentrato di rabbia, solitudine e odio verso se stessa e il mondo intero. Si osservò più da vicino. Certo: avesse saputo ricreare all’audizione quel medesimo sguardo intenso, quell’aria disperata sarebbe riuscita di certo ad avere la parte. Un’interpretazione da premio oscar, altro che, troppo vera per non bucare. Pensò a come si sentiva in quel preciso momento, analizzò in modo accurato le sue sensazioni; si chiese se sarebbero state riproducibili a comando. Un po’ di trucco per evidenziare le occhiaie avrebbe potuto facilitare il compito. Sì, non poteva essere tanto difficile. Se si fosse messa subito in strada avrebbe fatto in tempo ad arrivare in teatro. Poi, lì, qualcosa avrebbe inventato. E’ la faccia che avrebbe fatto tutto. Guardò la madre nel letto. In fondo sarebbe stata ancora lì, immobile, anche al suo ritorno. Sorrise. Prese la borsa dalla sedia e uscì: per la prima volta, dopo tanto tempo, si sentì meglio.

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L’infermiera entrò nella stanza come una furia. Senza guardare diede una manata all’interruttore a muro, grigio di ditate, e azzittì la chiamata: «si può sapere cosa vuole ancora?»
L’uomo con gli occhi chiusi, si agitava nel letto, madido di sudore. «Mi può dare un antidolorifico per la notte?»
«Il medico non ha lasciato prescritto nulla!» disse secca per azzittirlo «… e poi lei non c’ha niente!»
«Come non ho niente!?! Ho dodici punti in gola…»
«Tutte storie. Lo sappiamo benissimo perché lei è qui. Le solite raccomandazioni…».
«Ma cosa dice?» sbottò indicando il fondo del letto «legga la cartella… c’è scritto ogni cosa… ho anche la febbre alta, da ieri, e nessuno se ne preoccupa.»
«Lei è il peggior finto paziente che mi sia mai capitato…» e dicendo questo si girò così velocemente che la crestina bianca tra i capelli le si spostò di lato. L’uomo aspettò nel silenzio che l’infermiera tornasse. Non poteva dire sul serio, non poteva davvero lasciarlo lì in quella condizione.
«Non tornerà» si sentì dire nella penombra accanto a lui.
«Come dice?»
«Lei è nel reparto sbagliato». L’uomo si voltò un poco e vide il profilo di una donna non più giovane che si protendeva verso di lui. «La osservo già da un po’, sa?’: lei deve andare in un altro reparto … a pagamento, s’intende, ma lì i malati ipocondriaci sono presi sul serio… Ho visto i suoi vestiti e il Rolex che ha al polso. Lei è uno che ha mezzi, non perda tempo con noi.»
«Malato ipocondriaco, io? Ma sto male sul serio: mi hanno operato l’altro ieri… due ore di intervento alla tiroide… ho male dappertutto… senta anche la voce com’è rauca!»
«Interpretazione perfetta! Lei è bravissimo, gliene devo dare atto… ma non deve convincere me. Venga, andiamo…» e così dicendo sganciò il freno dalle ruote del letto. «Dobbiamo andar via prima che l’infermiera ritorni».
«Ma dove andiamo?» fece l’uomo preoccupato vedendosi girare tutt’attorno la stanza.
«Nel reparto che le ho detto. Non si preoccupi, ho già fatto la strisciata con la sua carta di credito, il resto lo pagherà a rate, con calma… Vedrà si troverà benissimo».
«Io non voglio andare da nessuna parte! Sono malato sul serio, né ho intenzione di pagare alcunché. Ho il diritto di essere curato gratis, pago le tasse, io, cosa crede?». Il letto, spinto dalla donna, aveva intanto inforcato il corridoio e poi un altro, per poi imbucarsi in un ascensore per lettighe e attraversare un paio di reparti. «Ecco ci siamo!» annunciò la donna trionfante. In un attimo il letto raggiunse una stanza trovando parcheggio in uno spazio vuoto. L’uomo aveva voglia di piangere.
«Allora come lo vuole?» sussurrò un’infermiera apparsa dal nulla mostrandogli un decoltè vertiginoso profumato di mirra.
«Come dice?» fece lui ancora stordito dalla febbre. 
«Come lo vuole l’antidolorifico? Normale, ‘scoppiettante’ o vuole la nostra ”superbumba’?» e strizzò l’occhio.

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L’anziana signora sembrava ancora più piccola in quel letto di ospedale con il viso pallido adagiato delicatamente sugli enormi guanciali grigi. I capelli erano lisci, puliti, in ordine; avevano appena trattenuto un riflesso violetto del tramonto che si stava affacciando dalla finestra aperta.
«Ho saputo che stai molto meglio mamma.»
La giovane donna era seduta accanto al letto, con il busto rigido per non appoggiarlo allo scomodo schienale; si stava sforzando di non assumere un’espressione di circostanza. «Ti hanno sospeso gli psicofarmaci, sono proprio contenta.»
«Oh sì, cara, ieri ho avuto un lungo colloquio con il dottore.»
Parlava a fatica la madre a causa di quei tubicini che si facevano strada tra le narici e che sembravano toglierle l’ossigeno anziché darglielo. «Sono molto gentili; hanno capito che mi sono ripresa.»
«Sai, mi avevi spaventata l’altro giorno con tutti quegli strani discorsi…»
La madre sorrideva dolcemente. Aveva allungato la mano asciutta, solcata da vene gonfie e violacee, posandola su quella gelida della figlia. Aveva desiderio di piangere, ma si trattenne. Le lacrime le avrebbe riservate per dopo, per quando la cameretta sarebbe ripiombata nella solitudine più profonda.
«Se tutto procede così, fra una settimana ti riporto a casa» fece la figlia con un tono di voce privo di conforto.
«Oh, meno male, non ne posso più di stare qui, mia cara. E poi me lo ha detto anche lei che starò meglio. Pensa che è andata via poco fa…»
«Chi, mamma?»
«Ma lei, proprio lei. È venuta su, appositamente dalla cappella, sai quella che si trova al primo piano. Ma non dirlo ai medici perché loro non vogliono.»
«Ma chi? Quella suora giovane, tanto simpatica… come si chiama? Suor Lucia?»
«No, no… lei viene apposta per me quando il corridoio è vuoto… te ne avevo già parlato l’altra volta che sei stata qui… non ricordi? Ti dimentichi sempre tutto, non so come tu faccia…»
Poi, siccome la figlia non capiva, la madre le fece segno di avvicinarsi. L’anziana signora scrutò furtivamente verso la porta e, certa che non ci fosse nessuno ad origliare, mormorò:
«La Madonna, no? E chi altri?»

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