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Archive for the ‘racconti di Poggiobrusco’ Category

Il campanello suonò più volte. Chiunque fosse alla porta aveva fretta.
Solo dopo un po’, quando le scampanellate si ripeterono più volte con ottusa insistenza qualcuno aprì.
«Finalmente!» esclamò l’uomo accigliato. Il ragazzo che era sulla soglia aveva gli occhi rossastri e gonfi. Quando vide l’uomo davanti a sé scoppiò a piangere e, coprendosi il viso con entrambe le mani, tra singhiozzi che gli scuotevano il petto, fuggì via lasciando aperta la porta.
L’uomo entrò con minor baldanza e, sulla soglia, si voltò in direzione dei due uomini vestiti di blu che erano rimasti indietro; fece loro cenno di entrare. Non c’era tempo da perdere, lo sapevano bene: ogni minuto che passava poteva essere fatale. Entrarono nella casa lasciandosi guidare dalle voci che sentivano di lontano oltre che da una luce che filtrava indiscreta dal fondo di un corridoio. L’uomo che era entrato per primo si tolse il cappello come fosse entrato in un tempio dedicato a qualche divinità in cui credeva; si inoltrò di qualche metro mentre gli altri due, dietro di lui, lo pressavano da vicino giusto per fargli capire che non era il caso di essere né incerti né dubbiosi: bisognava agire e subito.
Quando entrarono nella stanza dove erano i Jennings qualcuno aveva posato un foulard sulla lampada a creare una luce soffusa. C’era un odore indecifrabile, di guasto, di fine ineluttabile. Accanto al lettino ove quello era disteso immobile, la famiglia Jennings si era raccolta al completo, lo sguardo sperduto, la faccia affilata.
«Papà ti scongiuro… non possiamo aspettare?» implorò il ragazzo.
Il padre stava per dire qualcosa alle persone che erano appena entrate quando l’uomo con il cappello fece un passo avanti:
«Signor Jenning, abbiamo un contratto… se lo ricordi» fece recuperando quel piglio risoluto per cui era stimato nell’ambiente «…lei non può ora…. del resto, abbiamo pagato bene… venendo incontro a ogni sua richiesta». E non appena papà Jenning, rassegnato, abbassò di nuovo lo sguardo i due uomini vestiti in blu uscirono da dietro l’altro come gatti affamati e si misero ciascuno a un lato diverso del lettino tirando fuori l’occorrente. Il ragazzo cominciò a lamentarsi a voce alta e ad agitarsi; la madre lo abbracciò forte trascinandolo fuori dalla stanza.
«Per l’espianto ci metteremo pochissimo tempo…» cercò di rassicurare l’uomo con il cappello.
«Ma Lui… Lui se ne accorgerà?» chiese papà Jenning con la voce incrinata.
«Assolutamente no, non si preoccupi… ci atterremo alle linee guida…»
«Vederlo così, dopo tanti anni è roba da non crederci…» fece papà Jenning scuotendo la testa «sembrava essere eterno… un tuttofare fedelissimo.»
«Il robot modello T-583 ha una motherboard che non dura più di vent’anni e, in questo caso, ne sono passati venticinque…» chiarì l’uomo con competenza «…mentre le placche di iperianto sono invece introvabili sul mercato e possono essere facilmente riconvertite in chips di nuova generazione o in altra strumentazione digitale di eccellenza. È la cosa più giusta da fare, mi creda, sarebbe oltretutto uno spreco ingiustificabile.»
«Sì, capisco…»
«Bene, ora però si sposti, per cortesia… se il liquido refrigerante si scalda sarà stato davvero tutto inutile… Le assicuro è questione di minuti.»

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Smemo

Aprì un occhio sulla sveglia pochi minuti prima che suonasse; pigiò il bottone di spegnimento senza neppure guardare e si mise seduto sul letto per riprendere contatto con la realtà.
La luna era bassa sull’orizzonte e dalla finestra del giardino riempiva la stanza di una luce irreale. Almeno non pioveva. Pensò.
Seguì meccanicamente tutta la sua routine del mattino che prevedeva la doccia, la colazione, la scelta del vestito adatto e infine il controllo della borsa da lavoro. Ma era circa dieci minuti prima di uscire che gli sorgevano nitidi tutti dubbi di essersi dimenticato qualcosa di importante. Ultimamente, complice la stanchezza e purtroppo l’età che avanzava come una falange macedone, si era accorto che sempre più spesso scordava oggetti o azioni da svolgere prima di lasciare la casa: una luce accesa, un documento, un fazzoletto. Ben poca cosa, per carità, ma per uno che aveva la mania del controllo, era un affronto e un motivo di frustrazione. Per ovviare a questo, diligentemente, aveva predisposto una lista dell’ultimo minuto, per una verifica finale, giusto per assicurarsi quantomeno di non tralasciare le cose più rilevanti.
Nonostante ciò, tuttavia, quella sensazione spiacevole non lo abbandonava più, fino a quando durante la giornata finiva per constatare, il più delle volte, che effettivamente si era dimenticato proprio quella cosa lì che gli sarebbe invece servita.
E quella mattina quella stessa sensazione l’ebbe già appena dopo che si era seduto sul letto. Si guardava attorno come se qualcuno lo potesse aiutare ma la calma che regnava stagnante nel resto della casa gli parve solo un segno ostile. Poi pensò che qualunque cosa fosse gli sarebbe venuta in mente.
Forse erano gli appunti per il discorso del lunedì successivo… si chiese mentre si lavava la faccia… no no, era già sul cloud da qualche giorno; forse era una bolletta che non aveva pagato, si disse mentre si preparava il cappuccino… no l’agenda elettronica l’avrebbe puntualmente avvertito… forse era il telefonino che non aveva messo in carica… ma no, era proprio lì ancora attaccato alla presa, ricaricato al 100%.
Così, mentre stava per varcare l’uscio, si fermò come se fosse stato trattenuto da una fune invisibile. La sensazione spiacevole era ancora intatta. Neppure la lista dell’ultimo minuto lo aveva rassicurato. Guardò l’orologio da polso: per fortuna non l’aveva lasciato sul comodino e gli diceva che stava facendo tardi. Era il momento di andare.
Appena in strada si accorse che era iniziato a piovere. Alzò gli occhi verso il cielo per vedere dove fosse la luna che lo aveva illuso che sarebbe stato bel tempo e la vide appena sopra la casa di fronte, velata e pallida, come un’ammalata che non volesse guarire. Si tastò meccanicamente il giubbotto. E l’ombrello tascabile dov’è? Ma sì, era al solito posto, nella tasca interna. Lo sgusciò dalla foderina che scivolò via frusciando. No, non aveva dimenticato nemmeno quello. E allora?
Mentre camminava la città si stava lentamente svegliando. C’era il solito signore con il bovaro bernese che a fatica lo seguiva per il giro mattutino, il tizio che accanto all’edicola aspettava l’arrivo del pacco di giornali da lasciare nella hall dell’albergo, il netturbino che sfoderava un dinamismo che lui avrebbe potuto vantare solo qualche ora più tardi. Tutto uguale, insomma.
Prese la tranvia e all’ultima fermata, già in vista del palazzo del suo ufficio, scese. La luna era sparita e lui si domandò per quanto tempo avrebbe potuto fare ancora quella vita. Era stanco ben prima di cominciare la giornata.
E finalmente si ricordò. 
La realtà proruppe nella sua testa con tutta la sua ostinata ineluttabilità: aveva preso un giorno di ferie e in quel preciso istante avrebbe dovuto essere dall’altra parte della città per quell’appuntamento. No, non avrebbe più fatto in tempo e non se lo sarebbe più perdonato per tutto il resto della sua vita.
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hat_gy

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Cala una pioggia insistente, a tratti leggera per non mollare l’abbraccio sulla terra che ormai la respinge; colpisce le foglie pallide che persistono sui rami sempre più radi; picchietta le tegole incupite di rosso rugginoso prima di incanalarsi furibonda nel buio delle grondaie.
La luce, a ben vedere, sembra ovunque e in nessun luogo, l’alba è inespressa, il tramonto è spento. La gente è assorta ancor di più nei propri pensieri raccolta com’è sotto gli ombrelli che si spalancano come funghi lungo le strade desolate.
Il clochard del sagrato della pieve si è ritirato chissà dove, il ragazzo biondo che di solito picchia selvaggiamente le latte vuote di vernice, la spalla appoggiata allo stipite d’un negozio serrato, sbircia l’opacità del cielo e scuote la testa; i tavolini rimasti all’aperto sono relitti abbandonati da un esercito disordinato in fuga.
Ogni tanto qualche passero riga ancora l’aria volando di sghimbescio, mentre le taccole ammutolite si rintanano nei varchi che il tempo ha modellato tra le pietre sgretolate dei palazzi antichi.
Pare non dover finire mai questa malinconia sotto le nubi cariche di risentimento; dalle bolle d’acqua delle pozzanghere d’acquerello nascono solo blande ubbìe e vien voglia di gridare che torni subito il sole per vincere la paura che d’ora in poi possa essere sempre così.

Ma in mezzo al campo la figura di un uomo rimane immobile sotto quell’acqua impietosa.
È comparso tra le zolle scure e profonde non appena la notte ha levato le sue mani buie dalla piana assopita.
Si erge ritto, impassibile, noncurante di quanto accade. Respira l’aria pulita tra l’erba stillante di pioggia, raccoglie i pochi colori che ondeggiano sotto le prime luci del mattino e fa bottino dei suoni che unicamente la campagna sa donare a quell’ora.
La pioggia schietta colpisce il suo vestito generando un suono incongruo nella mescola degli altri rumori, gli riga il volto tanto da far credere che egli pianga. Ma non piange affatto. È anzi felice nel suo intimo d’essere tra tutte quelle cose tanto care un’ultima volta. E poi, solo quando ha ritenuto di averne a sufficienza, di aver fatto il pieno di vita prima dell’eternità che lo attende, socchiude gli occhi.
E pian piano, nel vapore leggero di una foschia incerta, svanisce.
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hat_gy

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«Gabriele! Gabriele!»
Nel sonno sentiva in continuazione chiamare il suo nome.
«Gabriele! Gabriele!»
Il tono era secco, profondo, concitato. Dopo un primo momento di sorpresa, la riconobbe: a chiamarlo era suo padre, scomparso anni prima d’un brutto male. Sì, la voce era senz’altro la sua: era la sola che potesse scuoterlo così profondamente facendolo sentire indifeso, in colpa, inadeguato.
«Gabriele! Gabriele!»
Si svegliava ogni volta di soprassalto. Era così reale quel suono nella sua testa che si scuoteva tutto gridando:
«Sì, papà, eccomi… sono qui… dimmi.»
Ma la voce al suo risveglio taceva. Come taceva tutto il resto della casa, della notte, del mondo intero.
«Gabriele! Gabriele!»
Negli ultimi dieci anni non aveva avuto un buon rapporto con il genitore; l’aveva anzi perso di vista per uno screzio, uno stupido screzio che subito aveva eretto tra loro un muro ottuso di orgoglio e intransigenza. A lui sembrava di essersi finalmente liberato di un giogo troppo stretto che lo aveva soffocato fin dall’infanzia, ma in realtà aveva solo reciso una parte importante di sé e della sua identità. E come spesso accade, solo adesso che suo padre non c’era più, aveva imparato a riconoscerne nel ricordo i lati positivi, l’esempio che aveva rappresentato per lui, il legame profondo al di là dei risentimenti e dei silenzi imbarazzanti.
E così poteva essere che fosse tornato per rimproverarlo, ancora una volta, che reclamasse una spiegazione del perché si fosse allontanato da lui così tanto, del perché fosse diventato un figlio ingrato e soprattutto irriconoscente.
Era diventato angoscioso andare a dormire. Tant’è che guardava il soffitto per prendere tempo, leggeva quel che capitava, sbirciava fuori dalla finestra le luci del cielo come in cerca di un aiuto. Ma non si accorgeva neppure di addormentarsi, stanco com’era per la lunga giornata di lavoro.
«Gabriele! Gabriele!»
«Cosa c’è papà, cosa c’è? Cosa posso fare per te? Perché non mi lasci in pace, una volta per tutte?»

Poi una notte gli parve che il mattino non arrivasse mai. Voleva aprire gli occhi per vedere l’ora dalla sveglia sul comodino, ma non ci riusciva. Stava diventando tardi, ne era sicuro. Doveva alzarsi per prendere il treno. Lo aspettava una giornata di inferno. Doveva scendere dal letto. Subito.
«Gabriele! Gabriele!»
Anche se gli occhi non gli si aprivano più avvertì che il padre era lì, ai piedi del letto. Gli sorrideva in quel suo modo semplice, aperto, rassicurante che tanto gli aveva infuso coraggio in mille altri momenti difficili della sua adolescenza.
«Vieni, Gabriele» gli disse girando un poco il busto e allungando la sua mano grande e accogliente verso di lui. «Vieni con me, vedrai che non è niente… sono qui io… Dobbiamo proprio andare.»
[vuoto]

hat_gy

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«Eccolo, puntuale come sempre…»
Biagio stava sorbendo il suo cappuccino ammirando la nuova e procace cameriera estone che aveva l’aria di non aver mai comprato un reggiseno in vita sua. «Come dici?» riemerse dopo un po’.
«Ignazio…» ripose Turi indicandogli fugacemente il destinatario della sua attenzione con un impercettibile movimento della testa.
«È vero…» convenne l’amico scorgendo l’uomo mentre, al di là della siepe, si stava dirigendo, serio e compunto, verso il cimitero vicino. «Sono le 9 del mattino, è il 2 di novembre e lui sta passando. Spero sempre, ogni anno, che lasci perdere… ma invece no. Tenace come un esattore.»
«Perché cosa succede il 2 novembre e chi è Ignazio?» chiese il giovane seduto con loro allo stesso tavolino del bar mentre stava mangiando avidamente un croissant caldo e profumato.
Biagio se ne stette zitto. Si capiva che non voleva parlarne. Ma il ragazzo continuava a guardare interrogativamente i due uomini davanti a lui. Aspettava con evidenza una risposta esaustiva.
Nel frattempo Ignazio, un omone di quarant’anni, dalla testa troppo piccola per sormontare un corpo troppo obeso per essere trasportato da gambette così esili, stava lentamente e a fatica caracollando fuori dal loro campo visivo.
Turi contraccambiò finalmente lo sguardo del nipote e poi cominciò:
«Ignazio, che l’è propi un brav’om, generoso e disponibile come nessun altro qui in paese, è attaccato morbosamente alla madre. Diceva sempre che quando la mamma fosse morta si sarebbe buttato giù dal campanile…»
«E quindi?» chiese il giovane per nulla sorpreso per quella affermazione.
«E quindi tre anni fa la mamma è morta improvvisamente e noi tutti temevamo che lui mantenesse la sua promessa.»
«Non mi pare allora che l’abbia fatto…» osservò Teo con logica ineccepibile.
«Sì, certo. Però per diverse settimane non è uscito di casa…» proseguì Turi «…e poi la situazione piano piano si è normalizzata: ha insomma elaborato il lutto…»
«Tutto bene, quindi, no?» fece il giovane tornando a divorare il croissant.
«Sì, in un certo senso… solo che ogni 2 novembre…»
«Ogni 2 novembre?» incalzò Teo inseguendo alcune briciole che si erano nascoste dietro la tazza del caffellatte.
«Be’, io adesso devo proprio andare…» esordì Biagio balzando in piedi e sistemando con cura i soldi sul tavolino. «La colazione, Teo, oggi te la offro io. Scusate tanto, ma ho proprio una visita urgente da fare…»
«Vengo anch’io con te» fece Turi alzandosi «sono di strada…»
In un attimo Teo rimase solo. Seguì con gli occhi Turi e Biagio che si stavano allontanando. Cosa c’era dietro la storia di ‘sto Ignazio? Perché non ne volevano discutere? Si domandò. Vinto dalla curiosità decise di scoprirlo. Tanto il croissant era ormai solo un ricordo, anche se nel suo stomaco reclamava il bis. Affrettò il passo e trovò Ignazio che era già entrato nel cimitero. Era vicino a una lapide di granito scuro, molto suggestiva, con un angelo bambino seduto sul margine. Si mise da un lato per osservare meglio ma anche per non farsi vedere. Ignazio, intanto, aveva spostato delicatamente i ceri e i vasi da fiori. Stava evidentemente sistemando la tomba per tenerla in ordine. Pensò Teo. Non ci vedeva davvero nulla di strano. Era lì lì per andarsene, annoiato, quando si accorse che Ignazio aveva in mano una vanga. Non l’aveva notata prima perché era così minuscola rispetto al corpo e alle mani di quell’uomo da sembrare inesistente. In un attimo Ignazio si mise a scavare in modo energico e ritmico come fosse una macchina. Man mano che cavava la terra e la accumulava da una parte, lui nel contempo spariva a vista d’occhio dentro la buca. Teo si avvicinò: non voleva perdersi nulla di quella scena. Così riuscì a notare che, arrivato al feretro, Ignazio aveva tirato fuori, chissà da dove, un trapano a batteria con cui allentò rapidamente tutte le viti che sigillavano la bara. Senza indugi l’uomo la spalancò. Il coperchio sbatté contro il muro di terra facendone cadere un grumo all’interno. A quel punto Ignazio si alzò in piedi levandosi il cappello e, le mani giunte sul davanti, sospirò commosso:
«Ciao mamma, come stai?»
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«Ma allora vedi che non mi ami, Geppo…»
«Certo che ti amo, cara, che dici?»
«No, tu non mi ami affatto… se mi amassi non faresti così…»
«Non è affatto vero!»
«E allora perché fai tante storie? Lo sai, ho paura a camminare da sola la mattina presto per queste vie buie…»
«È solo un paesino, cara, uno tra i più tranquilli che conosca, non succede mai nulla lì…»
«Ah sì? E che ne sai tu? Tante volte si legge sul giornale che è proprio in questi paesi, come dici tu ‘tranquilli’, che succedono le cose più atroci ed efferate… comunque ecco, sono arrivata… era così complicato stare al telefono con me per farmi compagnia? Non è colpa mia se mi dai sicurezza; e poi se mi succedesse qualcosa potresti sempre chiamare la polizia, non ci hai pensato?»
«Francamente avrebbe più senso che, se del caso, la chiamassi tu: io sono lontano più di cinquecento chilometri…»
«Sì, sì va bene, ho capito… sei un egoista, come al tuo solito: torna pure a dormire che tanto non ti scoccio più.»
«Dai, non fare così, Tesorino… ci risentiamo domattina?»
«Non lo so, ci devo pensare… ciao» e riattaccò.

E l’indomani Teresa telefonava sempre. Quel paesino sulle montagne lo trovava lugubre, inospitale e inquietante e stare al telefono con il marito, sentire la sua voce, la faceva star tranquilla mentre con la torcia accesa percorreva la strada sterrata che, pressoché all’alba, la conduceva tra campi e seminativi al suo posto di casellante. Era un lavoro saltuario, lo sapeva bene, ma non sarebbe durato poco e non se l’era sentita di rifiutarlo con i problemi economici che avevano.
Poi accadde che, per qualche giorno, lei non riuscisse a telefonare. Le avevano rubato il cellulare. Era disperata: vedeva ombre minacciose dappertutto. Ogni rumore o suono della campagna si ingigantiva nella sua testa ed era il chiaro segno di un agguato imminente.

«Pronto, Tesorino, come stai?»
«Pronto? Ah, sei tu…»
«Ho letto il tuo messaggio di ieri sera tardi: sei riuscita finalmente a farti imprestare un nuovo cellulare… bene! Sono proprio contento, ero preoccupato: credevo mi chiamassi tu però, questa mattina, come al solito…»
«Preoccupato? Tu? Ma non dirmelo…»
«Ma certo, è vero, non ti facevi viva e mi stavo preoccupando sul serio: è per questo che ti ho chiamato… Allora come va al casello?»
«Il solito…»
«Ti sei ambientata, ormai…»
«Sì sì.»
«Stai bene Teresa? Ti sento strana… Non ce l’avrai ancora con me, vero?»
«No no, tutto bene… sono quasi arrivata, puoi tornare a dormire…»
«Non vuoi parlare ancora?»
«…»
«Teresa, mi senti? Pronto?!?»
(In lontananza dall’altro capo del filo, una voce maschile:)
«Ciao Teresa, Amore mio…»
(e Teresa sottovoce:)
«Ciao Mario… ssssh! Sono al telefono…»
«Cos’è questa voce, Teresa, chi è?» fece Geppo alzando il tono.
(Dall’altro capo del filo, la voce maschile quasi sussurrando:)
«Scusa, non me n’ero accorto che stavi telefonando… mi sei mancata tanto…»
(Teresa bisbigliando:)
«Ma ci siamo visti appena ieri sera… davvero ti sono mancata tanto?»
«Teresa, insomma, con chi stai parlando? Cosa sta succedendo lì?» insistette il marito.
«Oh sì scusa, Geppo, è un turista che si è perso.. Ora sono al casello… ci sentiamo domani!»
E riattaccò.
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hat_gy

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Mako

Prometteva di essere una bella giornata. Dopo la burrasca durata tre giorni, Svein guardava fuori dalla finestrella della cucina; la luce che proveniva dal mare aveva un piglio diverso: era vivida, lucente, come fosse stata la prima dall’inizio del mondo. I primi raggi del sole rimbalzavano intrepidi sulla costa curva delle onde e il verso acuto delle sule attorno alla sua baracca facevano intendere che avrebbe potuto anche uscire in mare.
Aperta la porta gli venne incontro il suono ritmico della risacca sugli scogli, come quello di un cuore appassionato che pulsa e non si ferma mai. Ma lo colse subito anche un penetrante odore di pesce marcio, al girare del vento.
Brutta storia’ pensò.
Ridiscese verso l’insenatura risalendo poi lentamente la costa. Gli occhi si posarono per un attimo sulla terraferma laggiù: la gente forse ancora dormiva o si stava scaldando stringendo tra le dita una tazza di caffè nero e bollente. Non gli sarebbe mai piaciuta 
la vita di città. Pensò. A meno di non viverla insieme a Inger. Ma da tempo il ricordo di lei si era perso nelle brume appiccicose della sua solitudine.
Prese allora la strettoia e salì verso est. Il vento lì era teso e violento e lo sorprese a ondate sul bavero del giubbotto spesso da dove entrò gelandogli la schiena. Poi, all’improvviso, dopo la Pietra Caim, coperto in parte da granchi rossastri che stavano lavorando di chele, lo vide con la testa incastrata nella cavità di uno scoglio.
Brutta storia’ disse ancora, ma questa volta a voce alta: era un grosso squalo mako di più di cento chili, probabilmente spiaggiato da qualche giorno con l’ultima burrasca. Già, poteva essere davvero un problema. Le onde del mare in tempesta l’avevano spinto ad almeno dieci metri dall’acqua e non c’era nessuna speranza che qualche altro squalo se lo portasse via a morsi; d’altronde, pesante com’era, non era neppure pensabile trascinarlo semplicemente a riva per ributtarlo in mare. Né poteva aspettare che i granchi facessero il loro lavoro; la carcassa sarebbe marcita in poco tempo nel riverbero di quel sole tagliente e l’aria sarebbe diventata ben presto per lui irrespirabile. Se ne sarebbe dovuto andare via di lì.
Tornò indietro a prendere il coltello più robusto che possedeva. L’unica soluzione era di fare a pezzi il mako in modo da liberarsi delle parti, una dopo l’altra, buttandole dall’alto del promontorio di Knivskjellodden dove la forte corrente le avrebbe poi portate al largo.
Si mise all’opera immediatamente, di buona lena. Sapeva che sarebbe stato un lavoro lungo a farlo da solo e si sarebbe potuto anche scordare la sua uscita in mare.
Cominciò dapprima dalla testa, poi segò via le pinne e quindi la coda. Poi proseguì aprendo il pesce per il ventre praticando un taglio preciso dalla gola sino all’attaccatura della pinna caudale. La pelle rugosa e compatta faceva resistenza sotto la lama priva di filo facendogli fare ancora più fatica. Le mani gli dolevano. Non aveva davvero più la forza di una volta. Raggiunse il fegato e poi il cuore. Lo stomaco era pesante e lo recise per poterlo svuotare. Ne uscì fuori un piccolo merluzzo ancora intero con gli occhi opachi color della madreperla; poi la pinna di una tartaruga e un pezzo di cannocchiale. C’era persino un tappo di sughero, un’arancia gettata fuori bordo da qualche imbarcazione e una moneta da dieci centesimi.
‘Cos’è questo?’ si chiese poi balzando ritto in piedi. Strusciò più volte l’oggetto sul panno logoro del giubbotto. Aveva lavorato da ragazzo sulla terraferma e ne aveva visto uno uguale nel negozio di un gioielliere; ma sì, era un anello, di diamanti probabilmente. Se lo girava tra le dita, incredulo. Così facendo l’anello si mise a lanciare in ogni direzione proiettili di luce. Avrebbe potuto comprarci una barca nuova. Magari con il GPS e la radio di bordo; senza contare una nuova rete, più ampia e più resistente. Pensò.
«Svein, Svein!» sentì gridare.
Lui ci mise un po’ prima di riaversi e alzare il viso. Era Jørgen, quell’impiccione di un danese. Si stava facendo largo a grandi passi sugli scogli. Concentrato com’era su quel ritrovamento non l’aveva visto arrivare. ‘Ma che ci fa a quest’ora sull’isola?‘, si chiese. Non ci voleva: proprio adesso! Non doveva fargli sapere quel che aveva appena trovato. Sarebbe stata la fine. Ne avrebbero parlato tutti in paese e avrebbero preteso di spartirlo e poi chissà cos’altro. Sì, doveva senz’altro nascondere l’anello. Si chinò nuovamente o lo infilò nella gola del merluzzo che aveva trovato nella pancia del mako e lo spinse ben dentro al corpo. Lo avrebbe recuperato più tardi quando Jørgen si fosse allontanato.
«Svein, Svein, dove sei? Vecchio scarpone ammuffito!»
«Eccomi!» disse rialzandosi e agitando il merluzzo sopra la sua testa per farsi vedere. «Sono qui.»
In quel preciso istante una gazza marina planò su di lui proveniente da chissà dove. Afferrò il pesce sospeso nel cielo e volò via.
[vuoto]

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