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Archive for the ‘racconti di Poggiobrusco’ Category

carrelli della spesaIl suo sguardo passava dallo scaffale al foglietto giallo attaccato al carrello come se dovesse avere una risposta imminente dall’uno o dall’altro. Augusto aveva già impiegato un mucchio di tempo per scegliere la frutta e ora davanti ai detersivi si sentiva perso. Ma quanti ce n’erano?
La sua bambina di un anno, a cavalcioni del seggiolino del carrello, lo scrutava incuriosita. Ogni tanto sbarrava divertita gli occhi, mugulava qualcosa e poi riprendeva a masticare il ciuccio. Era la prima volta da quanto era nata che Augusto faceva la spesa da solo con lei. Seguire annoiato la moglie che si destreggiava tra i vari reparti del supermercato non significava evidentemente saper fare anche la spesa: se ne stava accorgendo. Non trovava niente e le indicazioni sulla lista erano criptiche oltre che generiche.
Si fa presto a scrivere riso, pensò lui. Ma c’è il vialone nano, l’arborio, l’integrale, il parboiled, per non parlare del riso bianco, di quello rosso o nero… Quello verde e blu, no? Qual era quello che mangiavano di solito?
Si convinse che ci avrebbe pensato sopra. Forse era meglio cominciare con qualcosa di più semplice: tipo scegliere una mozzarella per sé, sempre se trovava il reparto giusto.
Nella sua ricerca transitò davanti al Box informazioni e sentì dire:
«Ecco è lui!»
Una guardia giurata grossa come un distributore di merendine gli sbarrò la strada con le gambe divaricate e le braccia incrociate.
«Mi segua!» disse imperiosamente.
Augusto, temendo di aver combinato chissà cosa, gli andò dietro fino a fermarsi davanti a una persona anziana, minuta e nervosa che non smetteva di sfoderare un indice ossuto nella sua direzione.
«Vi dico che è lui e quella è la mia nipotina! Restituiscimela, malfattore!»
Il vecchino era accanto a un carrello dove, sul relativo seggiolino, era appollaiata un’altra bambina che sembrava uguale alla sua Marta; stessi colori dei capelli e degli occhi, stesso ovale del viso, persino gli stessi vestiti.
«Ma scherza?» ebbe la prontezza di dire Augusto che non sapeva se fare la faccia seria o mettersi a ridere. «Questa è la mia bambina, Marta, cosa volete da me?»
Nel frattempo si era aggiunta la signorina degli oggetti smarriti, una responsabile di reparto e alcuni curiosi. Il vecchino non demordeva.
«Lei ha preso il mio carrello quando era al reparto del pane ed è scappato via; guardi! C’è ancora il mio pacchetto del pane in cassetta tra le sue cose.»
Augusto controllò subito nel carrello: il pacchetto che diceva quel tipo non c’era. Anche tutti gli astanti lo videro e rimasero delusi. Persino il vecchietto era senza parole. Ad Augusto invece vennero i sudori freddi. In effetti aveva tolto poco prima qualcosa dal suo carrello ritenendo di averlo preso per errore, anche se non si ricordava bene cosa fosse. Il dubbio dello scambio cominciò a insinuarsi nella mente. E mentre la gente attorno a lui si era messa a parlottare a gruppi osservò meglio la “sua” bambina alla ricerca di un qualche indizio che lo aiutasse. Non c’era dubbio: le due bambine sembravano l’una la fotocopia dell’altra. Incredibile!
Cominciò a pensare a cosa gli avrebbe detto la moglie al suo ritorno. Che aveva portato a casa la figlia di un altro perdendo la propria. Che era un incapace e che non ci si poteva fidare di lui. Il brutto è che avrebbe avuto ragione.
Lo stesso sguardo perso ora ce l’aveva però anche il vecchietto, che non era più sicuro di niente. Proprio in quell’istante stava considerando infatti che forse le scarpe che aveva quell’altra bambina non le aveva mai viste, mentre gli pareva di riconoscere proprio quelle blu indosso alla piccolina vicina a lui. Che pasticcio, che pasticcio.
In quel mentre arrivò la telefonata da Londra di Katia, la moglie di Augusto.
«Carissima!» esordì Augusto.
«Che c’è? Che hai? Hai un tono della voce strano! Oddio è successo qualcosa alla piccolina…?!?»
«Assolutamente no, cara, ma cosa dici, stiamo anzi facendo la spesa e tutto sta filando liscio che è una meraviglia…»
«Mah sarà… Hai messo la maglietta pesante alla bambina, quella rosa con le scimmiette sul davanti che ti ho lasciato sul letto? A lei piacciono tanto…»
Augusto controllò immediatamente se la “sua” bambina avesse avuto sotto il piumino proprio quella maglietta: poteva avergliela fatta indossare senza accorgersene; se fosse stato così sarebbe stato salvo. Invece no: era azzurrina con un pappagallino giallo e verde. Si sentì morire.
Poi si accorse che la “sua” bambina stava battendo le mani tutta contenta. Ed ebbe l’idea.
«Certo che gliel’ho messa, cara; infatti è felice…» disse Augusto.
Si avvicinò poi all’altra e le fece ascoltare la voce di Katia che, dall’altro capo del cellulare, non smetteva di parlare; la piccolina era del tutto indifferente. Si accostò poi subito dopo al suo carrello e mise il telefonino anche all’orecchio della “sua” Marta. E subito il volto di lei si accese in un sorriso: la bambina batteva forte le manine.
Ripeté un paio di volte il gesto di accostare e allontanare il telefonino dall’orecchio della figlia e lei reagiva festosa sempre allo stesso modo.
«Ma mi stai ad ascoltare sì o no?» sentì la moglie chiedere arrabbiata.
«Si, sì certo Tesoro, sei fantastica…» e chiuse bruscamente la telefonata.
Poi rivolgendosi ai presenti:
«Signori, è stato bello, ma mi avete fatto davvero perdere fin troppo tempo!»
E se ne andò via a finire la spesa.

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barca«Hai fatto bene a insistere a tornare qui, Julia» disse il marito appoggiato leggermente con la schiena all’armadio. «Festeggiare il nostro decimo anniversario, venendo in questo stesso albergo dove abbiamo passato la luna di miele, è come rinnovare le nostre promesse…»
«Già» rispose lei indaffarata a svuotare le valigie e a riporre gli oggetti nei cassetti e nel bagno.
Lui tirò fuori il pacchetto delle sigarette e l’accendino.
«Se vuoi fumare, vai fuori per cortesia, lo sai che mi dà fastidio l’odore di fumo che ristagna nella stanza…»
«Sì sì, certo… Sai che ho già fame?» fece lui aprendo allegro la porta della terrazza e uscendo all’aperto.
Il blu scuro del mare gli venne incontro. La notte era senza luna e le luci chiare e regolari del pontile si stagliavano come gioielli nella prospettiva immensa distesa verso l’orizzonte. Le onde erano basse, distratte, disegnate all’acquerello e la risacca giungeva morbida all’orecchio come un ritornello dolcissimo. La spiaggia era selvatica, mal tenuta, a tratti dorata con impercettibili schegge di quarzo che riflettevano il bagliore intermittente che le stanze dell’albergo facevano spiovere sull’arenile.
«Vieni Julia, vieni a vedere… è bellissimo!»
«Finisco qui e vengo…»
In quell’angolo di costa cesellata dalla natura e dimenticata dagli uomini, la primavera era già arrivata. Era nell’aria tiepida, nonostante l’ora serale, ma anche nei profumi lievi che giungevano a cavallo di una brezza gentile; gli sembrava già di avvertire i sentori del gelsomino abbracciati a quelli del bergamotto. Sospirò. Non avrebbe voluto essere in nessun altro posto.
E all’improvviso tutte le luci sulla spiaggia si spensero.
«Julia è andata via la luce!»
«Ho visto, tornerà…»
Il buio era diventato ostile, denso, malmostoso. Era una cortina impenetrabile in ogni direzione. Il cielo stellato incombeva da ogni parte sul mare come se lo volesse toccare e cancellare con la propria bellezza. Un uccello della notte emise un verso stridulo che sembrava più una richiesta di aiuto che un richiamo d’amore.
Poi alcuni rumori provenienti dal mare, da leggeri e impercettibili, si fecero più presenti. In quella conca naturale i suoni si ingigantivano rimbalzando tra pietra e cespuglio, tra sogno e irrealtà. Era una barca, una grossa barca a motore. Si sentivano delle voci sia di persone che stavano raggiungendo la spiaggia da terra sia di chi già si trovava sulla barca. Il motore fu spento e si udì il frusciare delicato della prora che divideva l’acqua.
«Vieni Julia, corri… sta succedendo qualcosa di strano…»
Ora la barca aveva attraccato perché gli uomini si erano dati l’un l’altro la voce per spingerla con la chiglia sulla rena. E, dopo ancora, si udì un contenuto tramestìo, un sommesso sciacquìo, un’attività concitata e precisa, ordinata e rapida, scandita da un ritmo che solo qualcuno nel silenzio stava impartendo. Potevano essere dieci, quindici persone, ma tutte si muovevano secondo un copione mille altre volte provato, come se ci vedessero davvero e si conoscessero a occhi chiusi: non una voce di troppo, non un suono che non fosse inevitabile.
Trascorse probabilmente un quarto d’ora, non di più.
Le luci si riaccesero tutte allo stesso istante. Quelle del pontile, quelle delle sparute case avvinghiate alle colline, quelle dell’albergo. La luminosità discreta e soffusa si riappropriò della conca sfidando la notte.
Ma non c’era più nessuno sulla spiaggia. Non si notavano neppure orme né sulla sabbia né sulla battigia; come se nulla fosse accaduto.
«Julia… cosa ti sei persa… non ci crederai mai…» disse lui rientrando nella stanza.
«Julia? Julia?!? Dove sei?»


Leggi il seguito –> E poi cos’è successo?

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Era da un po’ che cercava un distributore di sigarette. Era notte fonda e quella parte della città non la conosceva bene. Poi il buttafuori di un locale notturno glielo indicò: si trovava annesso a una tabaccheria. Ricco di spie luminose colorate e promettenti, era anche molto fornito: c’erano persino alcuni tipi di sigarette che pensava non fossero nemmeno più in commercio. E poi c’erano le sue: in versione light, strong, de luxe, doppio filtro… Gli luccicavano gli occhi.
«Aiuto, ti prego…» sentì piagnucolare. Si guardò intorno. La via era deserta. Solo qualche rara auto transitava sonnolenta una cinquantina di metri più in là sulla strada principale.
«Sono prigioniero, aiutami a liberarmi…»
«Ma chi è che parla?» disse a voce alta, spaventato.
«Sono io, Adam, sono chiuso qui dentro.»
«Dentro dove? Dentro al negozio?»
«No, dentro al distributore… mi ci hanno infilato con la forza… sono giorni ormai…»
«Oddio…» esclamò lui che non sapeva cosa fare. «Ma è una macchina sigillata, signore, non c’è modo di aprirla dall’esterno…»
«Sì, lo so, infatti, chiami qualcuno… faccia presto, non si respira qui dentro, soffoco; ho anche fame e tanta sete…»
Anche questa doveva capitarmi’, pensò lui mentre, con ancora la voglia insoddisfatta di fumarsi una sigaretta, cercò di ricordarsi quale fosse il numero di emergenza della polizia. Poi notò che stava arrivando proprio una pattuglia dei carabinieri. Un colpo di fortuna. Almeno quella. Pensò.
Fece loro segno di fermarsi spiegando cosa stava succedendo. L’appuntato, che sedeva accanto al guidatore, prima lo ascoltò con sussiego e poi, uscito dall’auto quasi con solennità, a lente falcate, si portò vicino al distributore con la paletta di ordinanza infilata nello stivale. Armeggiò scuotendo la macchina. Nulla di irregolare. Provò anche ad acquistare un pacchetto di sigarette che prontamente rotolò con un suono allegro nell’apposito vano. Tutto come doveva essere.
«Cos’è, il suo, uno scherzo?» chiese severamente il militare voltandosi verso l’uomo e battendo il pacchetto sul palmo della mano.
«Aiutatemi, vi prego aiutatemi…» si sentì subito dopo. L’appuntato fece un passo indietro, sorpreso e squadrò il distributore da cui proveniva la voce.
«Chi è là? Si identifichi…» intimò il graduato in tono perentorio.
«Adam, Adam Brown…»
«Un extracomunitario entrato illegalmente?»
«Ma no, che dice… sono un cittadino americano e sono stato messo qui dentro contro la mia volontà, mi aiuti…»
I due carabinieri fecero rapidamente il giro del negozio per accertarsi se era possibile entrare nel locale. Poi l’appuntato preferì telefonare in caserma per conoscere il nome e l’indirizzo del titolare della tabaccheria. E ottenne di più: il numero di cellulare del gestore. Telefonò. Sentì squillare a lungo.
«S-sì?!?» rispose una voce impastata dal sonno.
«Pronto? Carabinieri della Stazione di Lughi! Lei è Gerolamo T. fu Battista?»
«S-sì!»
«Deve venire subito alla sua rivendita.»
«A… a quest’ora agente? Sono le due del mattino…»
«Sono un appuntato scelto, sig. Gerolamo T. La sua presenza in loco è indispensabile. C’è un uomo sequestrato all’interno del suo distributore di sigarette. Lei è in flagranza di reato…»
«Ah il distributore… ma non è niente di che, agente… glielo assicuro.»
«Appuntato scelto, la prego. Come niente? Mi prende in giro? Non si permetta! Venga subito o veniamo a prenderla noi ad arrestarla.»
«Non c’è nessuno nel distributore. Mi creda. È tutta colpa del mio socio in affari che si è impallinato con le americanate. Compra tutto su Amazon, lui. Si è fatto abbindolare da una partita a poco prezzo di superprocessori di ultima generazione, roba da intelligenza artificiale. Il distributore è solo dotato di uno di questi chip molto intelligenti, della NASA dicono, ma di scarto; insomma, questi computer si credono delle persone e vogliono essere liberate… per andare chissà dove, poi… e invece sono solo della ferraglia: silicio e ferraglia.»
«…»
«Che si fa, devo venire lo stesso? È la terza volta in questo mese che mi telefonano di notte… perché non chiamate il mio socio? Aspetti agente che le do il suo numero…»


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Non si era accorto che la sveglia, la prima volta che aveva suonato, l’aveva spenta nel sonno. Così, quando si ridestò di soprassalto, era davvero tardi.
Fece colazione rapidamente e infilandosi nel bagno cominciò a pensare a quale scusa inventarsi in ufficio. Poi, lavandosi il viso, sentì che la fedina era sgusciata dal dito e stava rotolando nel lavandino. Fece un paio di tentativi con gli occhi ancora chiusi per il sapone per intercettare l’anello, ma gli svicolò tra le dita e finì nello scarico. Si sentì perduto: se fosse uscito senza fedina al suo ritorno la moglie avrebbe avuto una ragione in più per litigare, se avesse cercato di recuperarla avrebbe accumulato un ritardo ingiustificabile. Optò per recuperare l’anello, anche perché, se fosse caduto dentro il sifone, sarebbe bastato smontarlo e avrebbe fatto presto.
Andò a prendere la pila per illuminare meglio il tubo di scarico e subito scorse luccicare la fedina a mezza via. Prese un ferro da calza dal cestino della lana della moglie e cominciò a rovistare. Per un paio di volte gli sembrò persino di essere riuscito ad agganciarla, per spingerla o tirarla a sé, ma l’anello all’ultimo momento gli scappava sempre via per fermarsi sempre allo stesso punto. Poi si accorse di non vederlo più. Forse la fedina era finalmente caduta. Azionò il pulsante della pila per avere una luce più bianca, quando vide che il fondo scuro del tubo si stava muovendo. Un occhio si spalancò all’improvviso su di lui. Lo scrutava fisso, senza timore, con aria interrogativa, come se fosse stato anche lui appena svegliato da un sonno profondo e si chiedesse chi lo avesse potuto disturbare. Lui fece un balzo indietro, con il cuore che si era messo a battere all’impazzata. Non poteva aver davvero visto un occhio; non lì dentro. Forse, tutto sommato, era meglio andarsene, avrebbe potuto trovare una scusa anche con la moglie. La curiosità ebbe però il sopravvento. Si riavvicinò con cautela e indirizzò il fascio di luce di nuovo sulla verticale del tubo per vedere meglio: non c’era nessun occhio. Solo il suo anello che ora sembrava più vicino. Forse aveva solo intravisto il suo stesso occhio riflesso nell’acqua dello scarico. Sì, non poteva che essere così. Insistette ad armeggiare con il ferro da calza; la fedina si muoveva e ricadeva, si muoveva e ricadeva. E poi, quando stava oramai per disperare, l’occhio gli si sbarrò davanti. Questa volta era torvo, severo, arrabbiato. E non era davvero il suo. Istintivamente girò il ferro dalla parte della punta e lo calò più volte verso il basso con tutta la forza che aveva. Colpì e colpì più volte tanto che il ferro rimase finanche conficcato in quella sostanza da cui fece fatica a estrarlo. E dopo che l’ebbe finalmente estratto un fiotto di liquido rosso/marrone risalì dal tubo a coprire il fondo del lavandino; e, mentre quel liquido dall’odore nauseabondo copriva di qualche centimetro la vaschetta, l’impianto iniziò a tremare come se si volesse scardinare dal muro. Poi tutto cessò e il lavandino si svuotò di colpo.
Rimase fermo, in silenzio. Si sentiva confuso e spaventato, ma non voleva mollare. Quella cosa comunque doveva essere morta. Ne era sicuro. Diresse con precauzione il fascio di luce nel tubo per vedere cosa fosse successo; con sorpresa si accorse che l’occhio invece era però sempre lì: aperto, vigile, carico di odio. Lui rapidamente afferrò allora da sotto il lavandino una confezione di varechina pura e la svuotò nel lavello. L’impianto vibrò come in un terremoto. Si staccarono persino alcune piastrelle e cadde un po’ di intonaco. Ancora una volta, dopo diversi minuti, tutto cessò. E l’anello di lì a poco fu sputato fuori dal buco di scarico a roteare nel lavandino come una pallina da roulette e, prima che ricadesse all’interno del tubo, lo afferrò al volo. Rimase a quel punto incerto sul da farsi. Aveva ottenuto quello che voleva. Forse se avesse fatto presto a vestirsi avrebbe potuto contenere il ritardo. Al diavolo quella cosa che c’era là sotto. Per quel che ne sapeva lui poteva anche essere al piano inferiore e non lo riguardava.
Ma all’improvviso dal buco di scarico uscì un bastone scuro, nodoso. No, non era un bastone. Osservò meglio. Era un dito ossuto. Anzi erano più dita ossute che si aprirono a ventaglio a far presa sulla ceramica bianca. Una sostanza scura e gelatinosa uscì contemporaneamente anche dal rubinetto e dal buco del troppopieno e si espandeva in progressione sotto il suo sguardo attonito. Il lavandino prese a incrinarsi, il tubo di mandata scoppiò e l’acqua sgorgò copiosamente. Lui continuò a fissare il lavello senza riuscire a muoversi fino a quando l’impianto non si spaccò in due.
E poi fu troppo tardi per scappare.

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C’era una luna così luminosa e immensa che sembrava un occhio di bue acceso nella notte dal buon Dio. Tutti i cani del vicinato avevano preso a sgolarsi; alcuni facevano un verso strano, piagnucoloso, dolente, che raggelava il sangue, altri latravano a fantasmi che solo loro vedevano.
Nella campagna che galleggiava nella penombra del plenilunio si avvertivano anche altri versi indistinti, forse di animali selvatici: scendevano frettolosi giù dal vicino bosco cavalcando il vento della notte. La campana della chiesa avvertì il creato che erano le tre del mattino.
Poi un fruscio.
«Gino, mi hai spaventato…» dissi.
Il vicino aveva un’aria furtiva, leggera, come quella del cacciatore che non vuole farsi sentire dalla preda mentre ne sta seguendo le tracce. Aveva un fucile in mano. Mi vide all’ultimo momento sotto il portico.
«Ah sei tu…» mi fece lui con la voce sporca di sonno come di chi da ore non parlava con nessuno. «Ho sentito i cani abbaiare in un modo che non mi piaceva affatto e non avevo visto la tua macchina. Pensavo non ci fossi e sono venuto a vedere…»
«Ho parcheggiato la macchina dietro casa: tutto a posto, Gino. Grazie. Sei premuroso… ma entra, non stare lì al cancello…»
«Non riesci a dormire neanche te, eh?» mi fece entrando in giardino e aprendo la doppietta. «Ma cosa sta succedendo?» e si girò a 180° allargando le braccia.
«È l’eclissi Gino, l’eclissi totale di luna…»
Lui fece l’espressione come di chi non capiva visto che la luna era stampata lassù in cielo, davanti a lui.
«Posso offrirti qualcosa di caldo?» gli domandai.
«No no, grazie, sto bene così…»
Poi, pian piano la luna cominciò a essere coperta da un cerchio più scuro; prima di lato, discretamente, a mordere lo specchio d’argento come un pezzo di pane, poi a dilagare su tutta la sua superficie. Man mano che questo accadeva calava ovunque un silenzio innaturale, denso, quasi che il mondo trattenesse il respiro. Non c’era più un verso nell’aria o un suono anche solo sopito. C’era solo la sensazione di vuoto, risucchiato via altrove, una cappa scivolata sulla campagna dalle spalle di un gigante distratto. Cessò, subito dopo, anche la brezza profumata di bosco mentre le foglie dell’ulivo, che pochi minuti prima vedevo distintamente in mezzo al giardino, presero a scontornarsi nella notte sino a scomparire. Il buio era assoluto, fragile, incantato. Il gatto si era rintanato immobile sotto la panca, spalle al muro, e mi osservava con gli occhi sgranati con un’espressione interrogativa. Il freddo aveva stretto il suo pugno, tanto che mi alzai il bavero del piumino rincalzando la sciarpa intorno al collo. Ma riuscì a entrare ugualmente nell’anima.
Gino era seduto vicino a me, sugli scalini del portico. Dopo essersi meravigliato per quando accadeva sotto il suo naso, quasi non l’avesse mai visto in vita sua, guardava ora lontano, verso il fiume. Pareva stesse seguendo un film perché i suoi occhi si muovevano incessantemente; ma non parlava.
Trascorse così, in questa sospensione, una decina di minuti. Poi la luna iniziò a liberarsi con dolcezza di quanto la stava velando. Il silenzio si increspò. Prima si udì il verso di un uccello notturno, quindi il rumore di una macchina di passaggio sulla provinciale, infine un abbaio poco convinto. Gino si voltò verso di me.
«Ho visto quando e come morirò» disse lui in modo grave, alzandosi.
Non seppi cosa rispondere. La frase sembrava irreale in quel contesto.
«Scusa, ma devo proprio andare a fare alcune telefonate» mi fece ancora, come un autonoma, prendendo la strada per il cancello.
«Gino… sono appena passate le tre…»
«Lo so, ma devo telefonare lo stesso… Grazie di tutto, sei proprio un amico.»
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hat_gy

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gesu@nellaltodeicieli.par

Caro Distinto Spettabile Gesù,
sono un bambino di quasi tredici anni ma ne dimostro undici; dodici và con il cappello da cowboy pompiere.
Tutti gli altri compagni sono più grossi di me ed è una giungla là fuori.
Ti scrivo, scusa, perché non sono mica tanto contento.
Spero che questa mail ti arrivi e che tu ci abbia il uafai.
L’Angelo Custode che mi hai mandato è difettoso, non funziona bene perché non mi protegge per niente.
Maicol della terza C è un gran prepotente. Mi ruba sempre la schiacciata e le figurine dei supereroi e mi da gli spintoni nell’ora di ricreazione. Che una volta mi ha fatto pure male al labbro. E la Deborah, non so perché, mi ci ha subito messo sopra un bacio; mi ha detto che così passava tutto e invece non è passato niente e mi ci ha lasciato pure una bava da lumaca che non è tanto igenico igienico. Le femmine sono proprio strambe.
Ma non voglio farti perdere tempo impegnato come sei a fare un sacco di miracoli.
Quest’Angelo quì o non ha voglia di lavorare e allora è un extracomunitario come dice papà o non è imparato. Se non è imparato pensaci tu che sei bravo in queste cose.
Ho visto su Google che ci sono Angeli anche con quattro ali e con la spada fiammeggiante che quella mi servirebbe proprio. Scegline uno tosto e che sa anche di arti marziali, non si sa mai. L’Angelo da buttare mettilo invece alla cassa internazione integrazzione come dice papà, anche se non so cosa vuol dire.
In alternativa mandami un mucchio di muscoli oppure, che è ancora più fichissimo, dammi dei superpoteri. Tipo dare la scossa elettrica a distanza o lanciare microcoltelli avvelenati o trasformarmi in una Superzanzara. Così senza essere visto lo riempio di bolle, a Maicol, che è pure allergico e lo mando su da te e tu lo puoi menare gli puoi parlare…
Confido in te che sei potentissimo, almeno così mi dicono.
Non mi deludere. Ti stimo molto.
Tuo affezionato
Santino
[space]

hat_gy

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Era successo all’improvviso nel cuore della notte. Nella tenda era entrato un animale possente che lo aveva prima azzannato e poi trascinato fuori. Aveva squarciato la parete di lato come fosse di carta e subito si era trovato a lottare per la vita a mani nude nella neve profonda. Se non fosse stato per la bufera che era aumentata di intensità, qualunque cosa l’avesse assalito avrebbe potuto facilmente divorarlo.
E invece, ore dopo, quando si risvegliò con la neve in gola che lo stava soffocando, comprese di essere sopravvissuto. Attorno a lui c’erano il silenzio e il buio sottile della notte polare; il respiro premeva con forza contro il piumino imbottito quasi volesse volare via; davanti agli occhi le immagini confuse di quanto accaduto che continuavano a passare incessanti come in una pellicola inceppata.
Il braccio non era bello da vedersi, gliene mancava una parte, e il dolore era così viscerale da farlo svenire.
Provò a rialzarsi appoggiandosi a un albero; avrebbe voluto gridare, ma il freddo lo stava paralizzando. Doveva muoversi. La pianura era livida, azzurra, il poco riverbero che filtrava tra le nubi faceva brillare i minuscoli cristalli di ghiaccio sparpagliati a miliardi sulla neve appena caduta.
Si guardò in giro: la sua tenda non c’era più. Doveva essere stata spazzata via dalla bufera insieme al suo zaino, le riserve di cibo e il necessario per sopravvivere. Tornò sui suoi passi. Quella belva non poteva averlo trascinato troppo lontano e le sue cose dovevano essere ancora lì da qualche parte, sepolte sotto la neve. Provò a scavare anche se con una mano sola. Fece diverse buche fermandosi di continuo per non muovere troppo il braccio, ma non trovò nulla. E poi decise: non poteva rimanere lì. Si disse. Il campo-base che avrebbe dovuto raggiungere in quei giorni doveva essere tutto sommato vicino. Era ora di andare.
Uscito da un bosco di betulle vide all’orizzonte una luce blu. Non poteva essere una stella: era troppo bassa. Doveva essere il campo. Poteva essere la lampada al fosforo a guardia del campo. Si disse. Quella di Aatami.
Accelerò il passo non prima di aver avvertito alle proprie spalle un frugare impaziente nel sottobosco. Qualunque cosa lo avesse attaccato quella notte aveva fiutato il suo sangue nella neve ed era tornata a finire il lavoro. Non si curava neppure di far piano, tanto era sicura del fatto suo. Ne sentiva perfino l’odore. O forse era solo l’odore della sua paura.
Cercò di ricordarsi perché si fosse imbarcato in quella spedizione. Ma gli sembrò tutto senza senso come se appartenesse a un’altra persona di cui non gli importava nulla. Aveva sonno: avrebbe voluto tanto assopirsi, ma il dolore al braccio era lancinante. La bestia continuava a morderlo.
Strada facendo si imbatté in un nido di sula con dentro uova appena deposte. Le divorò deglutendo anche i gusci. Cercò se ce ne fossero della altre, mentre la sula volava radente lanciando il proprio grido per allontanarlo dal nido. A quel verso, una volpe artica, a una decina di metri di distanza, si fermò per un attimo dal suo girovagare. Poi riprese a trotterellare mentre ricominciava a nevicare.
Lui alzò nuovamente lo sguardo verso la luce all’orizzonte e capì in quel momento che non avrebbe mai raggiunto il campo-base; ogni cosa che lo circondava gli pareva ora irreale; il ghiaccio, il buio, quella stessa luce che si spostava in avanti man mano che si avvicinava. Del resto la febbre era già alta.

«Ti abbiamo trovato» sentì dire mentre una mano gli toccava la spalla.
«Grazie a Dio. Eccovi. Sapevo che seguire quella luce mi avrebbe portato al vostro campo…» rispose lui mormorando appena.
«Luce? Quale luce? Ah, quella! È solo il riflesso della luna su un lastrone ghiacciato. I lapponi la chiamano Jumalan syleily, l’Abbraccio di Dio. Il campo è dalla parte opposta…»
«E come avete fatto allora a trovarmi?»

La notte aveva cambiato colore per l’ennesima volta. Poteva sentire sopra la propria testa e attraverso le nubi lo sfrigolio delle stelle. Sorrise. Si sentì finalmente in pace con se stesso e con il mondo intero. Tutto era finalmente in equilibrio.

Ripeté la domanda a voce alta perché sembrava non riuscisse a sovrastare il silenzio della pianura deserta.
«E come avete fatto allora a trovarmi?»
Si accorse che accanto a lui non c’era nessuno. Solo ombre e gelo.
E l’orso che gli fu addosso.
[space]

hat_gy

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