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Archive for the ‘racconti di Poggiobrusco’ Category

Mi svegliai all’improvviso. Lei era entrata nella stanza facendo rumore.
«Ero preoccupata che fosse successo qualcosa, non dormi mai fino a quest’ora…»
Mi ricordo di averla guardata senza riconoscerla.
«Sì, d’accordo, arrivo subito…» feci dopo un po’, appoggiando un gomito sul letto per tirarmi su. Ma appena lei si fu allontanata mi lasciai andare pesantemente appoggiando di nuovo la testa sul cuscino. Il sonno accumulato negli ultimi giorni era quasi insostenibile.
Avvertii subito dopo, acuto, un senso di smarrimento. Stavo infatti sognando quando lei era entrata. Stavo sognando di parlare con John Lennon. Era lì con me, in quella stessa stanza, pochi secondi prima. Parlava di un brano, l’ultimo che avesse scritto prima dell’incontro fatale con Mark David Chapman.
«Sai, è una canzone per Yoko…» mi aveva detto mettendosi al piano verticale dove invece ora c’è la libreria. «Lei non l’ha mai ascoltata… doveva essere una sorpresa…» e mi ha guardato in un modo profondamente triste.
Attaccando a suonare me l’ha cantata: sembrava tutto maledettamente vero. Una canzone dolce, melodiosa, una dei suoi pezzi migliori. Ricordava le atmosfere di Julia o di Woman. E quando smise mi guardò soddisfatto.
«Ora sono riuscito finalmente a terminarla…» sorrise. «L’altro giorno mi sono venuti sia l’intro che alcuni accordi nuovi. Ma quanto tempo è passato?»
Io non sapevo cosa rispondere. ‘Quanto tempo è passato da quando?‘ stavo per chiedergli.

Poi a quel punto lei è entrata in stanza e mi ha svegliato. La canzone però la ricordavo benissimo. Così ho preso il telefono è ho chiamato prima Osvaldo e poi Carlo. Ho raccontato loro, che sono i miei più cari amici, quello che era successo. Il sogno e tutto il resto. Ho provato a cantarla ma sono così stonato che ciò che usciva dalla mia bocca risultava inascoltabile, da tapparsi le orecchie. Tutti e due mi hanno preso in giro, ovviamente. E non c’è stato modo di farli smettere di ridere. Begli amici!
Mi sono allora informato per incontrare un maestro di musica. Magari un orecchio allenato mi avrebbe permesso di fermare su carta quello che sentivo ancora distintamente nella mia testa. Quella musica mi riecheggiava dentro in modo chiaro, pulito ma quando provavo a riprodurla diventava un’altra cosa, un lamento insopportabile persino per me. Il maestro dapprima mi ha prestato seriamente la sua attenzione e poi si è messo anche lui a ridere, per quella storia del sogno e tutto il resto. Mi deve aver preso per matto tanto che non ha voluto neppure essere pagato; mi ha messo gentilmente alla porta e poi si è negato al telefono nei giorni successivi.

Ma non ho mollato. Quando mi trovavo solo in casa mi piazzavo davanti allo specchio a provare e riprovare. Chiudevo gli occhi per ascoltare bene quello che ancora ricordavo e ho tentato di riprodurlo, lentamente, con calma. Una, cento, mille volte. Ma non c’era davvero nulla da fare.
Possibile che quella musica stupenda dovesse andare perduta per sempre?

Poi una sera mi sono trovato in trasferta ad Alvona. Ero sceso al ristorante dell’hotel. Non avevo voglia di girare per la città in cerca di un’alternativa anche perché avevo poca fame. Quel ristorantino pretenzioso del resto mi era sempre piaciuto.
Avevo ordinato il solito e stavo aspettando nella sala pressoché vuota, forse perché non era stagione o più probabilmente perché era ancora presto, quando mi sono messo a giocare con le posate. Ho urtato con la lama del coltello il bordo del bicchiere dell’acqua davanti a me e poi quello del vino e infine la bottiglia di chardonnay.
Eccola la melodia, eccola…’ ho pensato. Mi sono subito alzato per prendere da un altro tavolo altri due bicchieri; li ho riempiti di vino e di acqua in quantità diverse. Ne ho aggiustato il livello fino a quando, colpendo i relativi vetri, non ottenevo la nota giusta. Suonandoli infine tutti insieme, nella corretta successione, ne ricavai buona parte della melodia, quella di John. Ci ero riuscito!
Ho afferrato il telefonino per chiamare qualcuno per dare la notizia.
Poi mi sono fermato. Ci ho pensato un po’ su. E ho preso il bicchiere di vino e me lo sono bevuto.

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Si era seduto sui gradini della chiesa. Si era chiesto molte volte che cosa si provasse a starsene lì, senza far nulla, a guardare quella splendida piazza, il sole di sbieco a illuminare il Poeta con l’aquila sottomessa ai suoi piedi. Ci passava spesso e sempre di fretta tra quelle case dai colori sbiaditi e non aveva mai trovato il tempo per indugiarvi anche solo un po’. E ora il momento era arrivato. Voleva anche solo rallentarlo, il tempo, e quello che conteneva e i pensieri soprattutto; voleva respirare un po’ la vita, scivolarvi dentro.
C’erano i soliti turisti che assumevano le posture più strampalate per farsi le foto, un bambino che correva dietro a un pallone più grosso di lui, un musicista malinconico che riservava lo stesso ritmo e la stessa cantilena a qualunque cosa cantasse. Voci, suoni, rumori. Niente di più che la vita di quartiere.
Sentiva che a poco a poco si calava in quello che vedeva, cominciava a far parte di quel tutto. Della foto strampalata dei turisti, dello sfondo indistinto per le persone distratte, del pubblico annoiato dell’improbabile menestrello: una sagoma confusa, insomma, ma presente in quel paesaggio da cartolina, come le sedie del ristorante che aspettavano impazienti i prossimi avventori o i lampioni stralunati che cercavano di dormire dopo la solita notte insonne.
«Lei non è di qui, vero?»
La domanda proveniva da una donna non più giovane, un cappello a larga tesa da uomo calata da un lato, un sguardo sincero e profondo come di chi ha avuto una vita interiore molto più lunga. Stava dipingendo la piazza e dall’accento sembrava slava.
«In verità abito laggiù» rispose lui divertito. «Vede quell’albero la cui chioma esce dalla sagoma della terrazza? Beh quella è casa mia.»
«Però! Ma allora è curioso che lei sieda qui.»
«Sono qui per rallentare il tempo…»
Lei lo squadrò per qualche attimo ma non aveva affatto la faccia stupita e continuò a dare alcune pennellate a definire il cielo nel suo quadro.
«Se è per questo, anch’io…» disse lei dopo aver sospirato in modo impercettibile.
Fu allora lui che la guardò sorpreso. «Davvero, anche lei?»
«Vede, nel mio paese di origine mi sono successe diverse cose piuttosto brutte che non voglio nemmeno più ricordare…» Si astenne per un attimo dal dipingere come se stesse decidendo se voler continuare a respirare oppure no. Stringeva il pennello in modo tale che si sarebbe detto si sarebbe spezzato tra le dita da un momento all’altro. «E così sono qui» seguitò. «Voglio ricominciare come se ogni giorno fosse il mio primo giorno…» La voce della donna si era incrinata. Stava trattenendosi dal piangere. Poi si scosse e si rimise a dipingere. Ancora alcuni ritocchi e poi, in basso a destra, fece la firma. Staccò la tela dal cavalletto, la rimirò per qualche secondo al sole di quel mattino e lo consegnò all’uomo.
«Tenga è per lei…»
Lui fece l’espressione di chi non capiva.
«Su, lo prenda» ripeté lei tendendo la tela.
«Guardi non…»
«È il mio modo per rallentare il tempo» disse lei velocemente. «Ogni tanto vengo qui a dipingere e poi regalo sempre il quadro a una persona che ha il suo stesso sguardo… Mi è di aiuto, di grande aiuto, glielo assicuro…»
Lui non seppe cosa dire. Prese in mano il quadro e se lo rimirò: era bellissimo, pieno di vita, di colore, di speranza. Da quando era nato non aveva mai visto la piazza in quel modo.
«Io non so proprio cosa dire… Lasci almeno che…» fece lui.
Ma la donna non c’era più.

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«È Aristodemo presto, vieni!»
Marta si era introdotta di corsa nella cucina ma, avendo afferrato dall’interno gli stipiti della porta con entrambe le mani, non riuscì del tutto a entrare nella stanza.
«Aristodemo?» fece il marito alzando gli occhi rossi dal trito di cipolle.
«Ma sì il gallo!»
«È vero, mi dimentico sempre che Michelino l’ha chiamato così!»
«Ecco, appunto, vieni veloce: è caduto di nuovo nel pozzo!»

Ovidio brontolò per tutto il tragitto dalla casa al vecchio pozzo di Pietrasbecca. Quella settimana era la seconda volta (la sesta nel mese) che Aristodemo-il gallo vi finiva dentro. L’ultima volta si era preso anche un’infreddatura di quelle brutte e si era dovuto tenerlo al caldo, avvolto in una coperta, accanto alla stufa, nutrendolo per di più con una pappetta gialla e rosa che “diosolosacosaconteneva”, tanto puzzava.
«Ma perché fa così?» le chiedeva la moglie cercando di tener dietro al marito che, nonostante portasse sottobraccio una pesante scala in ferro, era già qualche metro davanti a lei.
«Perché è un gallo deficiente, ecco perché…»
«Non dire così Ovidio, che poi Michelino ti sente e ci resta male…»
«Del resto ce l’ha regalato tua madre e non poteva essere diversamente!»
Giunto al pozzo l’uomo guardò giù nella semioscurità e vide gli occhi vispi del gallo che guardavano all’insù. L’animale aveva l’aria confusa, ma non pentita.
«Io ti lascerei lì…» fece Ovidio cominciando a calare la scala. «Quando capirai che il gallo che vedi riflesso nell’acqua non è un tuo antagonista sarà sempre troppo tardi…»

L’animale fu recuperato ma, per evitare che si ripetesse la stessa disavventura, perché “primaopoisifamale”, gli legarono alla zampa un anello in ferro e all’anello una corda sufficientemente lunga perché potesse scorrazzare libero nell’aia a dar fastidio alle galline. Il fatto che l’altro capo della corda terminasse sotto a un’incudine da fabbro da 4 chili, avrebbe impedito al pennuto di fare pazzie.

«Per Natale Aristodemo lo facciamo con queste» disse severo Ovidio maneggiando alcune patate.
«E Michelino?» obbiettò la moglie.
«Compreremo un altro gallo al Mercato dei Vivi di Lughi di fine anno, non se ne accorgerà neanche.»

Poi una mattina, Marta si trovava ancora in cucina quando sentì picchiettare alla finestra. Guardò ma non vide nessuno. Capitò un altro paio di volte sicché decise di uscire per vedere cosa stesse succedendo. Era il gallo che becchetteva contro la finestra e poi si nascondeva. Si era liberato dalla corda e si era messo a fare quel rumore in modo compulsivo, senza ragione, forse per protesta di essere stato fatto prigioniero. Marta cercò di avvicinarsi per legarlo di nuovo (e meglio) ma non ci fu verso di riuscire a prenderlo. ‘Per essere un gallo strano lo è davvero!’ si disse tra sé e sé Marta accarezzando l’idea dell’arrosto con le patate.

Erano oramai le 20 passate, quella sera, e il cibo era già in tavola e si stava raffreddando.
«Quando torna papà?» chiese Michelino che cercava di allungare le mani sulle patatine fritte.
«Presto, Tesoro, deve essere rimasto a parlare con qualche cliente… ma vedrai che adesso arriva». Preoccupata, buttò un occhio all’orologio a cucù. Non aveva mai fatto così tardi.
Nel mentre calava il silenzio nella stanza si sentì di nuovo picchiettare forte sul vetro della cucina. Era Aristodemo. Marta alzò gli occhi al cielo. Poi un’idea le attraversò la mente.
«Oggesù… Ovidio è caduto nel pozzo!» esclamò a voce alta.
Corse, aiutata da Fila, il suo vicino di casa, fino a Pietrasbecca seguiti entrambi, a distanza di sicurezza, dal gallo. Ovidio era effettivamente in fondo al pozzo: era scivolato nell’intento di chiudere l’apertura con un oblò di legno. Si era rotto una gamba: era provato, ma stava bene.
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L’alberghetto era grazioso, curato, lambito in modo romantico da un’ansa del fiume che in quel punto scorreva discreto tra salici enormi che allungavano i loro rami a sfiorare l’acqua.
Franco e Clara avevano deciso di fermarsi lì per una sosta durante il loro lungo viaggio di ritorno: sarebbero ripartiti riposati la mattina dopo. L’app non dava nessuna recensione per quel posto che però sembrava confortevole.
La ragazza che li accolse era giovane e cordiale. Confermò loro, in modo simpatico e spigliato, che avevano aperto da meno di un mese e che quella era la casa del bisnonno che, per una combinazione di successioni, le era giunta in eredità. Li aiutò con le valigie, anche se erano pesanti, accompagnandoli in una stanza che si presentò pulita, spaziosa e con una vista a distesa sulla campagna circostante. Il silenzio era interrotto dal canto dei merli e dei pettirossi, e la leggera bruma che saliva lentamente dal bosco sfumava il contorno dei campi di colza.
«Bella camera» disse dopo un po’ lui abbracciandola con gli occhi.
«Sì sì, Franco, non dico di no, ma tutte queste fotografie ingiallite… sono tristi…»
«C’è scritto Galizia, 1917, sotto questa…» disse lui cercando di leggere da un lato. «Sono foto della Grande Guerra. Probabilmente autentiche. Un bel valore storico.»
«Certo, come no, ma sembra un museo, Franco, non una stanza d’albergo…» sentenziò lei che già stava ispezionando il bagno.
«Di qua, all’interno di una nicchia nel muro c’è addirittura una campana di vetro» disse lei riemergendo poco dopo. «E dentro c’è un insetto imbalsamato… che schifo.»
«Un insetto imbalsamato!?! Clara… ma cosa dici?»
«E questa cosa qui… sul muro?» insistette ancora lei.
Franco si avvicinò.
«Dovevano per forza mettere una divisa sotto vetro come se fosse un quadro?» chiese la donna allargando le braccia.
«Che sarà mai… si tratta solo di una divisa militare…»
«È anche sporca di sangue che orrore… io questo posto lo trovo sinistro… non ci voglio passare la notte!»
«Ma se è carino! E poi l’app dice che il prossimo albergo è a più di cento chilometri da qui e io sono stanco morto e ho bisogno di dormire.»
Lei lo squadrò indispettita. Fece anche una strana smorfia che, lo sapeva bene lui, valeva quanto un lungo discorso. E non l’avrebbe passata liscia.

«Avete dormito bene?» chiese l’indomani al desk la ragazza nel preparare il conto.
Franco assentì mentre Clara, rimasta un po’ indietro, era seduta su una valigia e faceva ballare una gamba posata sull’altra.
«Mi scusi se glielo chiedo…» fece Franco alzando il dito indice «cos’è quella divisa che c’è appesa nella nostra stanza?»
La ragazza, fissando il monitor, continuò per un poco ad armeggiare con il mouse e, quindi, dopo aver dato il comando di stampa, spiegò:
«Come le accennavo ieri, questa casa, un tempo un capanno, era di mio bisnonno e la divisa è una delle sue quando fu ferito al costato al fronte. Ha fatto la Grande Guerra come ufficiale e in Galizia nel 1917 è purtroppo salito su una mina anticarro e quel è rimasto di lui è tornato in Italia in una scatola di scarpe. Per onorare la sua memoria, mio nonno prima e mio padre dopo, hanno risistemato questa casa ingrandendola.»
«Ah bene… una bella cosa…» fece Franco voltandosi verso la moglie come per dirle ‘visto, che poi non era tutto questo che…’ Ma lei continuava a guardare fuori della finestra, rigida, come se fosse impregnata di scagliola.
La ragazza del desk, nel frattempo, aveva estratto un foglio dal vassoio della stampante mettendolo sotto gli occhi di Franco, ponendovi sopra, a sigillo, una penna.
«E poi…» seguitò ancora sorridendo «hanno sistemato un po’ ovunque nella stanza da voi occupata, e che poi era la sua quando abitava qui, i suoi resti che ci sono pervenuti. Nel bagno, in una teca, c’è il frammento del suo osso pubico, la lampada sul comodino è fatta con alcune dita della sua mano destra, il lampadario è una parte della calotta cranica…»
Franco si era bloccato e non era riuscito a completare la firma; era diventato pallido.
«La stessa penna che ha in mano adesso» fece infine la ragazza «pensi… è stata ricavata da quello che è rimasto della sua tibia…»
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Il banano nano

Ogni volta che passava di lì guardava quel palazzotto con ammirazione; gli piaceva il disegno signorile, l’aspetto sobrio ed elegante, le modanature semplici ma classiche. E gli dispiaceva, anno dopo anno, vederlo andare in rovina.
Poi un giorno, per puro caso, dopo una trattativa per una questione di tutt’altro genere, venne a sapere che era stato messo finalmente in vendita, a mercato ristretto, per appassionati e intenditori. C’era il prezzo e non fu difficile concludere l’affare.

«Quando si possono cominciare i lavori?» chiese Ludovico all’architetto sotto il cui braccio spuntavano rotoli di progetti.
«Dalla prossima settimana, Ludo. Le ditte sono tutte allertate. Inizieranno dal tetto e poi via via rifaranno tutti gli impianti.»
«Molto bene» fece soddisfatto dando una manata a uno stipite che rispose con un sbuffo di polvere. «E poi, da ultimo il giardino» continuò l’architetto. «Ma a quello hai detto che ci penserai tu…»
«Sì, ed è ciò che mi preoccupa di meno.»
«A proposito… quello che ho visto all’entrata è per caso un banano?»
«Sì, un banano nano del Madagascar…»
«E fa le banane?»
«No, non credo proprio. Perché maturino i frutti occorrerebbe un clima tropicale impensabile a Poggiobrusco. Più che altro fa delle infiorescenze e nulla più.»
«Bellissima pianta, comunque.»
«Sì, lo penso anch’io.»
I lavori proseguirono spediti e all’inizio dell’estate Ludovico iniziò ad abitare nel suo palazzetto.

«Gran bella casa» commentò il postino che gli portava per la prima volta la posta. «Mi fa piacere che sia stata rimessa a posto…» e si guardò attorno. «Ma è un banano quello?» chiese porgendogli il dispositivo elettronico per la firma e voltandosi di un lato.
«Sì» rispose Ludovico cercando di capire come avrebbe potuto firmare.
«E… e fa le banane?»
«Banane? No no. Fra troppo poco caldo, per fortuna, a Poggiobrusco per le banane, fa solo fiori» rispose lui facendo un ghirigoro sul display che non poteva considerarsi neppure uno scarabocchio…
«Bene, grazie» disse di rimando il portalettere prendendo per buono lo sgorbio sul display.
Qualche ora più tardi venne a trovarlo l’amico Mario. Bevvero insieme per festeggiare. Anche lui chiese del banano ed ebbe la stessa spiegazione. Ma capitò ancora di parlarne con l’impiegato del gas, con l’antennista per il wifi, con un’amica, un paio di colleghi, il mobiliere…

«Una ristrutturazione ben riuscita, complimenti…» se ne uscì la donna che si era presentata al cancello di ingresso dopo aver tirato la corda della campanella. Era Cleope, la vicina di casa di Ludovico e mostrava trionfante una torta di benvenuto.
«Non doveva…» disse Ludovico imbarazzato e facendola entrare.
«È al rabarbaro, spero che le piaccia. Ma non vorrei disturbare lei e sua moglie…» chiarì lei cercando di sbirciare all’interno della casa sopra le spalle dell’uomo.
«Non sono sposato…» fece Ludovico ricevendo dalle sue mani la torta.
«Non è sposato e come mai? Alla sua età…» chiese lei delusa e aguzzando gli occhi come per carpirne le oscure ragioni.
«La farei entrare volentieri ma sono nel bel mezzo di una riunione…» fece Ludovico alzando le spalle.
«Sì, sì, ho notato infatti un bel po’ di trambusto… e mi chiedevo giusto con mio marito chi fosse tutta quella gente; speriamo solo che non debba accadere tutti i giorni, sa, questa è una zona così tranquilla e sarebbe proprio un gran peccato che…»
«Bene…» fece Ludovico a mo’ di commiato.
«Certo, chissà quanto avrà speso per rimetterla a posto…» osservò la donna senza muoversi di un millimetro «e poi così è grande per una persona sola… Quante stanze ha?»
«Un’altra volta faremo due chiacchiere con più calma…» fece Ludovico riaprendo il cancelletto.
«Ma certo… ci conto» fece lei allungando ancora il collo sul giardino. «Ehi… ma quello non è un banano?»
Ludovico chiuse gli occhi. ‘Ecco, ci siamo‘ pensò. Ma l’osservazione della donna non ebbe un seguito. I due si salutarono. L’uomo rientrò in casa. Stava recandosi nella sala riunioni quando il telefono squillò.
«E fa le banane?» sentì chiedere dall’altro capo del filo.
«Cosa scusi?»
«Sono Cleope, la sua vicina di casa. Ci siamo visti poco fa per la torta. Volevo sapere se fa le banane il suo banano…»
Ludovico sospirò.
«Certo, che fa le banane» disse dopo un po’ lui: «ne fa tantissime, in continuazione e sono prelibate perché sono al sapore di cocco e cioccolato. Sto anzi pensando di smettere di fare la professione e di darmi al commercio di banane nane perché c’è mercato e si guadagna moltissimo, in nero ovviamente…»
«Davvero? E dove l’ha trovato un banano così?»
«Su Amazon… ce ne sono per tutti i gusti: al caramello e papaya, al pistacchio e peperoncino, alla stracciatella e cous cous…»

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L’autobus procedeva lentamente nonostante la strada fosse libera. Buttai un occhio sull’orologio dell’obliteratrice. No, non era tardi. Ero solo nervoso per la giornata impegnativa che mi aspettava. Ero seduto come al mio solito sul primo sedile di destra e potevo vedere bene dalla mia posizione rialzata sia l’autista di lato che davanti a me. No, non c’era davvero bisogno di andare così piano, pensai, ma a volte lo fanno per ristabilire i tempi alle singole fermate o per mantenere le equidistanze con le vetture che precedono o che seguono sulla stessa linea in modo da mantenere il servizio fluido e continuativo. Come del resto accade al contrario, pensai ancora: che, per recuperare i tempi, corrano come forsennati tagliando le rotonde o passando con il semaforo proiettante luce gialla. Oramai, essendo un pendolare da anni, non ci facevo più caso. O mi sforzavo di non farci più caso.
Giunto davanti al Palazzo delle Esposizioni, nonostante non vi fosse alcuna fermata, il bus si arrestò. Ne salì un uomo sulla settantina, una t-shirt con su scritto “Bacio chi mi pare…”, una pancia prominente che gliela accorciava sull’ombelico e i capelli brillantinati tirati con cura all’indietro sul cranio; un modo di fare sicuro di sé, venato di malcelata indisponenza, tipico di un controllore se non fosse stato per i vestiti, pensai. E, invece di inoltrarsi all’interno della vettura, si fermò accanto all’autista che, pur richiudendo le porte, non accennava a voler ripartire.
«Allora testina… cosa vogliamo fare? Vuoi alzare le chiappe di lì o dobbiamo rimanere fermi tutto il giorno?» gli disse in malo modo l’uomo con la t-shirt.
L’autista sembrava imbalsamato; gli occhi erano direzionati verso il fondo del rettilineo; probabilmente la visione era regolata su un punto che si posizionava tra un aereo che si sta librando in lontananza nel cielo e l’infinito; poi fece una smorfia e, con un gesto di contenuta insofferenza, si alzò aprendo il recinto della cabina di guida.
«Ce ne hai messo di tempo…» fece l’uomo con la t-shirt dandogli una manata su una spalla. «Va là che sei proprio un bel perdabal, di quelli duri però, pirla d’un pirla.»
L’uomo con la t-shirt scostò l’autista con un braccio per accelerare lo scambio e si mise alla guida; si aggiustò la poltrona e il cruscotto e ripartì. L’autista era rimasto in piedi, vicino a lui e a testa bassa: non sapeva dove guardare.
Il bus percorse a un’andatura normale quasi un chilometro per poi fermarsi davanti a un bar fuori dal percorso.
«Ciao, allora, testina…» apostrofò l’uomo con la t-shirt alzandosi dalla poltrona di guida e scendendo dal bus senza neppure voltarsi. L’autista non contraccambiò il saluto e, come se si fosse finalmente tolto un peso dal cuore, riprese il suo posto. Chiuse le porte e si rimise in movimento.
«Un bel tipino…» mi sentii di commentare dopo qualche minuto.
«Chi? Quel signore di prima?» mi chiese controvoglia lui facendo finta di non capire di chi parlassi.
«Già…»
«È che non si fida di come guido. Così quando deve andare a giocare a briscola vuole guidare lui…»
«Ma non è un tantino irregolare?» osservai io.
«Irregolare?» domandò con un tono come se stesse soppesando il valore di quella parola. «Beh, sì forse… non saprei. Piuttosto, vede, è che io ho sposato sua figlia e viviamo in casa sua, come non dimentica mai di ricordarmi tutti i giorni; e pure in due piccole stanze, con mio figlio di due anni. Con il mio stipendio e il costo elevato degli affitti non mi posso permettere altro…»
«Capisco…»
«Ma è una gran brava persona, sa? Generosa, comprensiva, un nonno amorevole…» precisò come per convincersi.
«E guida anche bene…» considerai io, sincero, per compiacerlo.
«Vero? E, pensi, non ha neppure la patente.»
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«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»

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