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Archive for the ‘racconti di Poggiobrusco’ Category

La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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dietro il racconto
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«Ciao, Marì…» disse farfugliando Giorgino. Le luci stroboscopiche fai da te installate per la festa organizzata in casa dall’amico lo avevano appena illuminato di viola mentre la ragazza era inondata di luce dorata.
«COSAAA?!? NON CAPISCO CON QUESTA MUSICA COSI’ ALTA…» gridò Marì sgarbata.
Giorgino non si perse d’animo. Erano anni che quella ragazza gli piaceva perdutamente ed era arrivato il momento di farglielo sapere, almeno questa era la conclusione cui era arrivato dopo tanto tentennare. Le si avvicinò a piccoli passi. Il profumo di lei entrò nelle sue narici facendolo naufragare in un’altra dimensione. Per un momento, oscillò.
«Volevo solo dirti…» fece lui deglutendo più volte, «volevo solo dirti che mi piaci tanto e che mi piacerebbe uscissimo insieme…»
Questa volta Marì aveva sentito bene. Osservò divertita il ragazzo che stava diventando azzurro, poi verdolino e poi arancione a seconda delle luci al led che lo colpivano. Poi lei si fece seria e si volse attorno come per accertarsi se qualcun altro avesse sentito quelle parole. Lo stanzone era ancora semivuoto, le sue amiche erano in ritardo e Attilio, il padrone di casa, era chino sulla sua immensa raccolta di vinili per scegliere la musica più adatta per la serata.
«Cos’è una battuta?» chiese lei raddrizzando le spalle e mettendo ancora più in mostra il seno generoso.
«No… veramente no» cercò di giustificarsi lui intimorito per quel gesto.
«Ma se sei un rospo! Hai gli occhi sporgenti, gli occhiali spessi da bibliotecario e il sedere basso che puzzerà di piedi; e non guidi neppure la macchina…»
Giorgino la vide per un attimo come in una foto patinata. Anche con quell’aria di disprezzo disegnata sul volto era bellissima. Poi quelle parole appena vomitate in faccia scesero lentamente nella sua anima e l’avvelenarono; sentì che qualcosa dentro di lui si stava rovinosamente spezzando. Lei continuava a squadrarlo impietosa mentre il ragazzo non sapeva più che fare. Avrebbe voluto solo sparire, ma non gli riusciva: le scarpe erano piene di cemento e bullonate alle piastrelle.

Per tutta la festa non riuscì più a parlare. Se ne stette in un angolo, accanto a un trumeau in penombra, con mezzo bicchiere di coca-cola calda in mano: stava ancora precipitando nel suo pozzo. Ogni tanto guardava verso Marì attorniata da ragazzi e dalle sue amiche fidate. Forse, dopo tutto, aveva capito male, forse lei non voleva dire proprio quello che davvero gli aveva detto; si aggrappava a questa idea, disperatamente, per rallentare la caduta libera. Ma ora gli sembrava che finanche le amiche guardassero nella sua direzione e si mettessero a ridere.

Per qualche giorno non uscì di casa. Per fortuna, dalla finestra del soggiorno la vedeva passare nella via mentre andava a scuola. Era sempre con qualcuno, il viso sorridente, i capelli corvini, lunghi e morbidi, il passo altero come di chi nella vita avrà solo sfide tutte da vincere.
Come avrebbe potuto lui ora convivere con quel giudizio lacerante? Si chiedeva senza riuscire a rispondersi e soprattutto senza smettere di sprofondare sempre più in giù.

«Marì, apri tu?»
«Si mamma.»
«Lei è la signorina Maria Carla G.?»
«Sì»
Il ragazzotto biondo con la divisa di un noto corriere internazionale le consegnò rapido un pacco. «Firmi qui per cortesia.»
Lei firmò in modo deciso e ordinato. Non stava più nella pelle. Era un regalo per lei, il giorno di San Valentino! Che emozione!
Poggiò il pacco sul tavolo della sala e lo scartò febbrilmente. Era un scatola di legno con dentro un barattolo di vetro. Non riusciva a capire cosa fosse e lo portò verso la luce della finestra, Dentro al barattolo, immerso in una soluzione di formalina, fluttuava un cuore piccolo e poroso.
Nella scatola c’era anche un biglietto:

Buon San Valentino, Marì,
con tutto il cuore. 
Tuo, per sempre.
Giorgino

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Il paracadutismo non aveva più segreti per lui. Era diventato un vero maestro in quel settore, tanto da tenere un corso di lancio estremo da quote basse e con attrezzature sempre più leggere.
Poi a Mark venne in mente una variante originale e mai provata fino a quel momento: l’aveva battezzata “abbraccio fatale” e sarebbe consistita nel lanciarsi insieme al suo amico Fred; ma mentre lui si sarebbe buttato senza paracadute, Fred, lanciandosi subito dopo, l’avrebbe raggiunto e glielo avrebbe consegnato in caduta libera.
“Geniale”, pensò Mark.
“È da pazzi”, gli disse subito Fred che non ne voleva sapere.
Mark sapeva però come convincere l’amico; non ci mise infatti molto a rassicurarlo dicendogli che non avrebbero tentato dal vero la nuova figura prima di averla provata infinite volte nel simulatore di caduta. E così fu, fino a quando almeno non riuscirono effettivamente a ritrovarsi a occhi chiusi e Mark non fu capace di indossare il paracadute con facilità. Anzi, per l’occasione Mark ne aveva progettato uno di nuova concezione in modo che si potesse indossare senza sforzo e nel minor tempo possibile.
Poi venne il giorno della prova dal vivo.
Il lancio andò benissimo. L’emozione era molto forte, ma a parte una leggera incertezza di Fred al momento di consegnare all’amico il paracadute, il passaggio materiale avvenne circa 300 metri di altitudine prima di quanto concordato. L’abbraccio era perfettamente riuscito tanto che atterrarono pressoché insieme.
Da quel giorno ripeterono la figura tante altre volte ancora facendola diventare una routine. Si scambiarono spesso di ruolo in modo da provare la reciproca ebbrezza di chi portava il paracadute e di chi lo riceveva.
Dopo qualche mese, decisero di alzare la posta, lanciandosi da due Piper diversi. La sincronia avrebbe dovuto essere maggiore, così come la concentrazione: il tasso di adrenalina sarebbe risalito.

“Ci vediamo il primo marzo alla solita ora?” scrisse nel messaggio Mark, dopo qualche mese di lanci eseguiti con successo.
“Sì certo, contaci” gli rispose Fred. “Arriverò però con il mio Piper dall’aeroporto di Collefili. Alle 9.00 esatte sarò il tuo angelo salvatore.”

Mark si preparò con la cura di sempre. Si sentiva particolarmente bene quel giorno e in pace con se stesso. La giornata era radiosa e la visibilità perfetta. Alle ore 8.55 spalancò il portellone di lancio sopra a un paesaggio nitido e lussureggiante. Vide in quell’istante il Piper di Fred che arrivava da sud, in orario, come previsto. Le ali dell’aereo luccicavano alla luce del mattino come per un saluto. Gli sorrise per ringraziarlo. Alle ore 9.00 Mark si lanciò proprio mentre l’aereo di Fred era sopra di lui.
Ma capì subito che qualcosa non andava perché il Piper di Fred era troppo veloce. No, non era il suo amico, come realizzò pochi istanti dopo: era un altro aereo, probabilmente da turismo.
Mark, cercò di rallentare la velocità di caduta aprendosi a X e offrendo all’aria il massimo di resistenza. Doveva capire. La lancetta dell’altimetro al polso girava vorticosamente. Aveva ancora pochi secondi. Ma cosa era successo? Poi l’occhio gli cadde sul datario dell’orologio. Era il 29 febbraio, non il primo marzo. Quell’anno era bisestile. Come poteva averlo dimenticato? Il primo marzo sarebbe stato l’indomani.
Chiuse gli occhi e scosse la testa.
La mano volò alla maniglia del piccolo paracadute ventrale di nuova progettazione che un giorno o l’altro si era ripromesso di testare anche se con la sicurezza del paracadute principale. Quel giorno, dopo tutto, era arrivato. Le cascine d’intorno e la torre di controllo diventavano sempre più grandi mentre l’asfalto dell’aeroporto sempre più vicino. Era il momento di sapere se aveva fatto un buon lavoro e se le cinghie avrebbero retto l’eccessiva velocità di caduta.
Tirò con forza e il paracadute nella sacca vibrò violentemente come se avesse voluto solo esplodere; poi fece un rumore come di un urlo liberatorio. E si aprì.

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«Secondo te di cosa si tratta?»
L’amico si sporse verso l’imboccatura della scatola esaminando con attenzione il contenuto. Ci pensò un po’ e quindi disse:
«Ad occhio e croce mi sembra una larva di Diclydia del corbezzolo, però…»
«Però?»
L’uomo si raddrizzò massaggiandosi la barba non fatta della domenica mattina.
«Però ha un colore che non è proprio il suo e poi in questo periodo dovrebbe essere già nel suo bozzolo e soprattutto è è… troppo grande… dove l’hai trovata?»
Marcello, dal portico dove si trovava ora con il vicino, indicò un punto del giardino poco lontano dove aveva ricavato, nel punto più esposto al sole, un orto.
«Stavo dissodando il terreno per piantare le patate e l’ho vista su una pianta» chiarì tornando a guardare la scatola.
«E queste strane foglie a doppia punta che hai messo nella scatola, cosa sono?»
«Sono della pianta che ti dicevo, quella su cui ho trovato il bruco; non l’ho mai vista né nel mio giardino né altrove. Tu?»
«Neanch’io.»

Marcello nei giorni successivi constatò che nonostante il freddo pungente la larva era cresciuta ancora. Era pressoché raddoppiata di volume. Mise nella scatola altre foglie della pianta su cui l’aveva scoperta: era curioso di vedere che tipo di farfalla sarebbe uscita a primavera.

Dopo qualche giorno la larva nella scatola non c’era più. Aveva fatto un grosso buco in un angolo del cartone lacerandolo malamente ed era uscita; Marcello scrollò le spalle e per un po’ non ci pensò più.

A gennaio inoltrato in una delle due aiuole davanti a casa cominciarono a seccare un pianta di oleandro e una di ibisco. Sfiorandole appena, caddero a terra: non avevano più radici. La stessa sorte toccò poco dopo all’albicocco sul cui tronco già abbattuto, un’altra mattina, trovò in più punti tracce di scorticamento. Marcello cominciò ad allarmarsi: probabilmente era il caso di avvisare la Forestale che intervenne però solo dopo una settimana e dietro insistenza.

«E lei mi dice che ad abbattere i suoi alberi sarebbe stato un bruco?» chiese la guardia impettita trattenendosi dal ridere di gusto.
«Non so più cosa pensare, in verità…» fece Marcello calmo «ma venga, venga a vedere lei stesso.»
Condusse la guardia al centro del giardino dove indicò una galleria nel terreno con un’apertura del diametro di una ventina di centimetri.
«Non c’era l’altro giorno! E certamente non può essere stato un bruco.»
«Certo che non può essere stato un bruco!» gli fece eco la guardia seria e con aria seccata. «Questa è la tana di una talpa… lei ha semplicemente una talpa in giardino. Mi ha chiamato per questo? Si compri un comunissimo scaccia-talpe con onde a bassa frequenza da applicare al terreno e avrà risolto il suo problema!»
E prima che Marcello potesse replicare la guardia se ne era già andata via, brontolando tra sé e sé.
Lui avrebbe voluto aggiungere che nel frattempo gli era sparito il gatto, che due pneumatici della macchina erano scoppiati a seguito di alcuni grossi morsi e che, della pianta con le foglie a due punte, ora in giardino ne aveva molti altri esemplari, ognuno dei quali, peraltro, con una sola larva sopra. La situazione era dunque preoccupante anche se fosse stata solamente una talpa.
Marcello ci rifletté e arrivò alla conclusione che l’unico modo per uscire da quel problema era di bruciare piante e larve, sperando di essere ancora in tempo. Un bel falò e via…

Qualche giorno dopo, il vicino tornò da Marcello per sapere come stava procedendo la lotta contro l’insetto misterioso.
Trovò alberi abbattuti e, al loro posto, ovunque, piante con le foglie a due punte alte alcuni metri. C’erano anche diversi fori nei vetri delle finestre e nella porta di ingresso della casa e buchi larghi e profondi in tutto il terreno del giardino.
E di Marcello nessuna traccia.

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16 novembre 2028, h. 9.07

Oggi l’ho rivista. È proprio carina. Nella sua divisa celeste del TrandyMarket sta davvero bene. È forse un po’ piccolina, ma la linea del corpo è morbida e aggraziata; ha degli occhi azzurri profondi. Due laghi gelati d’alta montagna. Mentre parlava con una sua collega si è messa all’improvviso a sorridere ed è stato stupendo.

18 novembre 2028, h. 17.22

Priscilla, così l’ho chiamata perché non so il suo vero nome, oggi era al reparto cartoleria. Ha delle bellissime mani.

21 novembre 2028, h. 8.33

Mi sono nascosto dietro al carrello portapallet per vederla lavorare. Non c’era nessuno in quel momento nel reparto e ho potuto osservarla a lungo. Forse si è anche accorta di me perché si voltava ogni tanto nella mia direzione muovendo con eleganza i capelli a coda di cavallo fermati da un elastico rosa.
Sì, deve essere così: mi ha lasciato ammirarla mentre si muoveva sicura tra quaderni e fogli uso bollo. Poi è arrivata una sua collega, quella rossa con le lentiggini, alta alta e sgraziata, e sono scappato via.

23 novembre 2028, h. 17.10

Oggi mi ha parlato ed è stata una emozione fortissima che mi sembrava di soffocare. Stavo scegliendo dal frigo un yogurt alla ciliegia quando mi è arrivata all’improvviso alle spalle e mi ha chiesto “permesso” prima di riporre sullo scaffale interno una confezione di succhi di frutta. Me l’ha sussurrato in modo melodioso, guardandomi negli occhi. È stato un istante durato un tempo infinito.
Permesso”… che parola dolce e piena di significati reconditi!
Sapevo che era ancora al reparto cartoleria; l’avevo vista entrando nel market sicché non me lo sarei aspettato di vederla arrivare così agli alimentari. Evidentemente mi aveva notato anche lei e, avvicinandosi, ha voluto lanciarmi un segnale preciso… a questo punto mi sembra chiaro.

28 novembre 2028, h. 8.02

Mammina ora sta molto male.

1 dicembre 2028, h. 21.26

Mammina non c’è più. Quel brutto male me l’ha portata via, per sempre.
Ma su una cosa aveva ragione: è ora che mi faccia una famiglia. Che metta giudizio, come diceva lei. Non posso più vivere così, da solo, abbandonato a me stesso, per tutta la vita.
Mi devo fare coraggio con Priscilla.

4 dicembre 2018, h. 8.33

Ho avuto la conferma da Priscilla che le piaccio. Le ho chiesto dove potevo trovare le patate novelle e lei mi ha risposto con piglio professionale che non lo sapeva e che dovevo rivolgermi a un’altra collega. Mi ha sorriso dolcemente e mi ha guardato dritto dritto negli occhi un po’ più a lungo dell’altra volta in cui mi aveva chiesto solo “permesso“.
La voce era senza dubbio carica di sottintesi.
È deciso: la prossima volta l’aspetto che esca dal lavoro e mi faccio avanti.

5 dicembre 2018, h. 21.00

Ce l’ho fatta. Priscilla e io siamo finalmente insieme. Oggi, all’uscita dal lavoro non voleva salire sulla mia macchina. Ma io ho tanto insistito. Certo, ho dovuto tirarla dentro con forza e trattenerla, ma solo un poco; poi mi è sembrata contenta e tranquilla. Si è messa anche a piangere quando sono partito, io le ho detto però che non doveva preoccuparsi perché succede spesso quando i sentimenti sono più forti delle parole; che arriva prima o poi il momento in cui bisogna sapersi lasciar andare. Perché la vita è breve. E lei ha capito.
L’ho portata qui a casa per cominciare subito a formare una famiglia.
Ora siamo davvero una cosa sola, io e lei.
Gli occhi azzurri le sono rimasti per fortuna aperti ed è meravigliosa con la sua coda di cavallo.
Nel freezer a pozzetto ci sta tutta, temevo di no.
Per fortuna è così piccolina.

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«Non si trova da nessuna parte!» esclamò la Segretaria irrompendo nello studio ottagonale senza farsi annunciare.
«Non si trova chi?» disse il Vecchio sorpreso, lisciandosi la barba.
«Il 2018, non si trova da nessuna parte.»
«È ancora presto, Signorina, l’Anno nuovo nascerà scaduta la mezzanotte del 31 dicembre, non lo sapeva?»
«Ma figuriamoci!» fece la donna abbassandosi l’occhiale di tartaruga sul naso; la luce soffusa della lampada sulla scrivania le disegnò un velo di rughe sulla fronte. «Quella è solo una convenzione… ci vuole almeno un mese per il Passaggio delle Consegne ed è una procedura lunga e complicata; pensi che il 2017, per un po’, affiancherà pure l’anno nuovo per tutti i progetti ancora in corso…»
«Ah, già è vero, ha ragione Signorina… non mi ricordavo più» fece il Vecchio tirandosi su dallo schienale della poltrona su cui si era reclinato. «E dove può essere andato?»
«Non si sa… non risponde al cellulare, né all’indirizzo mail, né al cercapersone. Nel Luogo di Transizione, su a W., non l’hanno più visto da diversi giorni. Ha detto che usciva per fare quattro passi, ma l’altro ieri sera non ha più fatto rientro. Hanno organizzato approfondite battute di ricerca, anche in luoghi remoti e lontani dal Centro, ma niente.»
«Capisco» disse grave il Vecchio che aveva ripreso a lisciarsi la barba. «Potremmo prendere una controfigura… Ho già la persona giusta.»
«Come una controfigura?!?» fece la Segretaria facendo un deciso passo in avanti.
«Ma sì, qualcuno che impersoni il 2018 senza esserlo; lo istruiamo, lo trucchiamo ben bene, gli diciamo cosa deve fare e cosa dire… e il gioco è fatto: tanto la gente è troppo indaffarata e distratta perché se ne accorga.»
La donna aveva aperto la bocca un paio di volte senza riuscire a emettere alcun suono. Era rimasta immobile, come se le avessero gettato addosso una secchiata di cera fusa.
«Con tutto il rispetto, Presidente: sta scherzando, vero?» riuscì poi a domandare.
«No, affatto! Cosa suggerirebbe lei, allora, in alternativa? Sentiamo! Di prorogare al 2018 il 2017? Le banche ci farebbero a pezzi e l’intero sistema economico salterebbe; senza contare tutte le ripercussioni sociali e psicologiche della gente comune. Saremmo facile bersaglio di infinite class action e, come lei ben sa, non ce lo possiamo permettere. No, non si discute: ci deve essere un cambio di data al 31 dicembre e se non ci sarà il Signor 2018 glielo daremo.»
«E se poi torna il vero 2018?»
«Intanto lo multiamo per abbandono ingiustificato di posto e poi, se saranno ancora i primi mesi dell’anno, gli diciamo che, per colpa sua, in qualche modo dovevamo riparare e che gli abbiamo però tenuto il posto in caldo per non fargli passare guai più seri…»
«E se si fa vivo verso ottobre/novembre e vuole denunciarci per truffa?»
«Beh… allora abbiamo un Ufficio apposta per queste cose… l’Ufficio Eliminazione Anni in Esubero, con personale ben addestrato che sa già cosa fare…»
«Ma è pazzesca ‘sta cosa… non immaginavo neppure lontanamente che si potesse…» fece la Segretaria ormai del tutto pallida.
«E non sarebbe neppure la prima volta» tagliò corto il Vecchio riprendendo a lavorare al computer. «Le farò sapere, Signorina. Vada, vada pure.»
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hat_gy
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Oliviero si trovava in cucina e si stava preparando un panino con la mortadella (sarebbe stato quello il suo cenone della Vigilia) quando sentì un fracasso provenire da fuori della porta. Qualcuno era caduto. Si precipitò fuori accendendo la luce. Sul pianerottolo c’era un uomo piuttosto in carne, vestito di rosso, in mezzo a scatole grandi e piccole confezionate in colori vivaci sparse intorno a lui.
«Accidenti che botta!» esclamò l’uomo ancora disteso. Oliviero si avvicinò per aiutarlo a mettersi in piedi.
«No, per carità, non mi tocchi» fece il signore in rosso. «Faccio da me, la ringrazio. Ogni tanto mi succede con questi carrelli moderni: hanno le ruote davanti che vanno per conto loro e, quando meno te lo aspetti, si bloccano di colpo…»
Oliviero fece un passo indietro per gustarsi meglio la scena e si mise a sorridere.
«Sì, lo so cosa sta per dirmi…» se ne uscì l’uomo vestito di rosso: «che io in realtà non esisto, che sono solo un’invenzione consumistica, che le sembro un amico di un suo vicino di casa e che, insomma, è tutta una mascherata…»
«Lo sta dicendo lei…» gli fece di rimando Oliviero, sempre sorridendo.
«Ecco, appunto… mi aiuti però almeno a rimettere i regali sul carrello» sollecitò  il signore in rosso che, già in piedi, si stava spazzolando il vestito con le mani: «non riuscirò altrimenti a portarli dentro tutti, al numero 4.»
«Dai Serra?»
«Sì… mi pare si chiamino proprio così e hanno pure cinque figli…»
Poi l’uomo in rosso si diede una manata sulla fronte.
«Ecco, ma che testa che ho! Mi sono dimenticato che loro sono in sei quest’anno. C’è anche il nipotino Mark appena arrivato da Miami. Non posso farlo rimanere senza regali! Che figura ci farei?»
«Davvero…» domandò Oliviero grattandosi la testa «…come fa ad avere tutte queste informazioni? Che tipo di parente è lei? Conosco bene i Serra, da anni, io a lei non l’ho mai vista…»
«Lasci perdere, Oliviero… e poi comunque fa proprio male a non fare neppure l’albero…»
Oliviero rimase interdetto. L’uomo sapeva il suo nome ed era conoscenza del fatto che non avesse fatto l’albero di Natale in casa. Stava per chiedergli di nuovo come facesse a sapere quelle cose, ma preferì abbozzare una risposta che suonò tuttavia come una giustificazione non richiesta:
«È che non ho figli, né nipoti ed è comunque una gran seccatura comprare l’albero, addobbarlo, mettere le luci, per poi disfarsene pochi giorni dopo.»
«Ma così impedisce allo spirito del Natale di entrare in casa sua… Tutti noi abbiamo bisogno d’amore, non trova?»
I due si guardarono per un po’ senza dir altro; poi il timer della luce delle scale scattò e si spense. L’uomo vestito di rosso schioccò le dita e la luce si riaccese.
«Mi dia allora almeno un’occhiata ai regali mentre torno giù, vado e vengo…» disse il signore in rosso che già aveva preso a scendere le scale.
«No, guardi ho altro da fare, stavo giusto cenando…» fece a quel punto lui scorbutico.
«Sì, ha ragione, vada vada, sennò il panino con la mortadella le si raffredda!»
Oliviero fece una smorfia a quella battuta ironica e si chiuse la porta rumorosamente dietro di sé. Stava ancora scuotendo la testa quando vide che in sala, davanti a lui, c’era un albero di Natale che arrivava fino al soffitto, ricolmo di palline e di addobbi di ogni tipo, luci accese, colorate e intermittenti, comprese. Era bellissimo. Corse in cucina e al posto del panino alla mortadella trovò il tavolo imbandito con ogni leccornia tipica del cenone della Vigilia. Uscì rapidamente sul pianerottolo: non c’era nessuno e neppure il carrello né i regali a terra. Gli sembrò di sentire anche una risata liberatoria e soddisfatta provenire dal basso. Ma non ci avrebbe giurato.
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