Un curriculum perfetto

Al Bar Sport, quello con il biliardino sgangherato vicino alla porta e il televisore sempre acceso sulle repliche delle partite, Gian Girolamo, che tutti chiamavano Giangi, stava mangiando avidamente un Magnicroc pistacchio e limone.
«Con l’entusiasmo che hai quando, parli di politica, dovresti candidarti alle prossime elezioni comunali», disse dopo un po’ con la bocca piena.
Tobia smise di mescolare il caffè.
«Io?»
«Proprio tu».
«Ma se faccio l’idraulico».
«Appunto».
«Appunto cosa?»
Nel bar era appena entrato per l’ennesimo bicchiere di rosso, il Botta, completamente ubriaco. Menico, il barista, stava cercando di mandarlo via.
«La gente si fida degli idraulici».
«Perché?»
«Perché quando li chiami arrivano, lavorano e se ne vanno. È già molto più di quello che fanno certi politici».
Tobia rise. «Lascia perdere, non fa per me».
«Guarda che non sto scherzando».
«Ma non capisco niente di politica».
«E proprio questo che ti rende competitivo».
Tobia lo fissò.
Menico aveva accompagnato alla porta il Botta che, sorridendo, lo aveva prima salutato e poi era rientrato un secondo dopo. Era già il suo terzo tentativo.
«Anzi, se sapessi qualcosa rischieresti di sembrare uno competente», aggiunse Giangi. «Mi faresti sfigurare gli altri del partito». E diede un altro morso al gelato così rapidamente che per poco non si staccava un dito. «Anche se qualcosa che non va purtroppo ce l’hai».
«La voglia?»
«Il curriculum».
«Io il curriculum ce l’ho».
«Pensi di averlo».
«Ho quello da idraulico. Sono ventidue anni che faccio questo mestiere. Ho fatto poi anche corsi sugli impianti d’irrigazione satellitari».
Menico stava riaccompagnando il Botta fuori dal locale. Stanco di fare avanti e indietro lo ha appeso per il bavero, appena fuori, a un gancio al muro. Il Botta continuava a sorridere e a muovere i piedi all’aria.
«Non servono a niente».
«Come sarebbe?»
Giangi abbassò la voce.
«Dimmi una cosa».
«Dimmi», fece lui avvicinando la testa a quella dell’amico come un carbonaro.
«Hai mai avuto una condanna?»
«Certo che no».
«Nemmeno una denuncia?»
«Nemmeno», rispose soddisfatto.
«Ecco… Allora, messa così, è dura».
«Perché?»
«Perché sei incensurato».
«Sarebbe un difetto?»
«Oggi sì».
Tobia rimase in silenzio.
«Capisci il problema?»
«Veramente no».
«Come fai a presentarti davanti agli elettori con una fedina penale immacolata?»
«Pensavo fosse una bella cosa».
«Una volta. Ora non si usa più.»
«Ma come?»
«Così mi sembri un notaio, un avvocato. La gente diffida dei bravi ragazzi…»
«Che c’è di male?»
«Fai troppo primo banco, troppo professore. Troppo “saputo”».
«Saputo…?»
«Ma sì, ci vuole un po’ di vissuto. La gente si vuole identificare. Devi essere uno del popolo, dimostrare di saper navigare tra le intemperie della vita…».
«E quindi?»
«Quindi ci vuole una bella imputazione».
Tobia deglutì.
«Stai parlando sul serio?»
«Altroché».
«E come faccio?»
«Semplicissimo».
Giangi guardò a destra e a sinistra, come se qualcuno potesse ascoltare. Con l’aria da cospiratore di prima.
«Vai dal mio amico, il funzionario Biagio Truffolotti».
«E poi?»
«Cerchi di corromperlo».
«Corromperlo?»
«Hai qualche abuso edilizio da fare?»
«Vorrei chiudere il terrazzo con un giardino d’inverno, ma mi hanno già detto di no, problemi di distanze. Così ho lasciato perdere».
«Perfetto. Vai lì. Gli racconti la storia. Lui ti dice di no. Tu fai capire che sei disposto a trovare un accordo. Che ti manda l’amico di un amico…».
«Un accordo?»
«Con una bella busta».
«A chi devo scrivere?»
«Ma no, che dici?… con dentro dei soldi… veri».
«Mille euro?»
Giangi quasi si offese.
«Mille euro? Vuoi fare una figuraccia? Almeno diecimila. Sennò poi gli inquirenti se la danno e la cosa non funziona».
«Diecimila?»
«Davanti a lui apri anche la busta, mi raccomando così le telecamere riprendono tutto. Sarà la prova».
«Ci sono le telecamere?»
«Certo, ormai sono dappertutto».
«E poi?»
«Il funzionario si indigna, ti denuncia e ti processano».
«Ma così mi condannano».
«Con la condizionale, però. In galera, in Italia, non ci va più nessuno. E poi, noi del partito, ti pagheremmo l’avvocato, l’abbiamo già fatto, e eccoci qua: mi diventi un presentabile».
«Impresentabile, vuoi dire».
«Una volta».
Tobia rimase a riflettere.
«Tutto ciò potrebbe avere anche una sua logica».
«Certo che ce l’ha».

Due giorni dopo Tobia bussò alla porta dell’ufficio dell’assessore Biagio Truffolotti.
Gli spiegò del giardino d’inverno.
Ricevette il previsto rifiuto.
Poi Tobia estrasse lentamente la busta.
La aprì. Le banconote erano perfettamente allineate.
Diecimila euro.
L’assessore osservò il denaro.
Poi guardò Tobia.
Prese la busta. La pesò con la mano.
La aprì di nuovo. Contò lentamente i soldi.
Li richiuse. Li infilò nel cassetto della scrivania.
Sorrise. Guardò Tobia.
«Diceva?», chiese.
Tobia rimase immobile.
«Ehm… niente… va bene così, allora…». Avrebbe voluto dire qualcosa in più meravigliato da quel comportamento, ma le telecamere…
«Arrivederci».
«Arrivederci».
Uscì senza capire.

Dieci minuti dopo Tobia era già al Bar Sport.
Raccontò tutto a Giangi che diventò pallido.
«Impossibile».
«È successo, ti dico».
«Andiamoci subito».

L’assessore li ricevette.
Giangi indicò Tobia.
«Due ore fa è stato qui, il mio amico», e lo indicò.
L’assessore lo osservò.
«Mai visto».
«Ti ha dato una busta».
«Quale busta? E perché mi dà del tu?»
«Con diecimila euro», insistette.
«Ma che fa, scherza? Come si permette?»
«Per le telecamere» si intromise Tobia.
L’assessore scoppiò a ridere.
«Quali telecamere?»
Seguì un lungo silenzio.
Poi premette il pulsante della sicurezza.
«Accompagnate questi signori all’uscita».

Rimasero qualche secondo sul marciapiede.
Tobia guardò Giangi.
«Io non ci ho capito niente», sbottò Tobia.
Giangi continuava a fissare il portone del Comune.
Scosse lentamente la testa. Sembrava sinceramente deluso. E confuso.
«Si sono fatti furbi» ne concluse Giangi scuotendo la testa.
Tobia ci pensò sopra.
«Senti…»
«Dimmi».
«Per il curriculum…»
«Sì?»
«Una rapina al supermercato fa troppo anni di piombo?»
Giangi rimase in silenzio. Sembrava valutare seriamente la questione. Poi disse:
«Direi che per il curriculum è meglio allora una truffa sui fondi pubblici. Ti spiego come fare…»

Nel Paese di chissadove

Nel paese di Chissadove la gente era operosa e di buon cuore, ma non era felice. Se mastro Umberto incontrava Maria per strada e annunciava con orgoglio: «Questa notte è nato il mio primogenito, Tognin!», lei lo guardava con occhi spenti e sospirava: «Eh sì… prima o poi doveva succedere.» Le parole cadevano nel vuoto, come ghiande dalle querce d’autunno.
Eppure, non era sempre stato così. Un tempo la Felicità abitava a Chissadove, finché la gente, a poco a poco, aveva dimenticato come si faceva a essere contenti. Finché un giorno arrivò in piazza un mercante curioso, Vendoditutto, con una giacca piena di tasche e una valigia grande come un armadio. Vedendo gli abitanti smunti come vecchi quadri dimenticati in soffitta, salì su una cassetta della frutta e rivelò: «So perché non siete contenti. Nella lontana città dei Poteriforti la Felicità è stata imprigionata, perché la gente pensi solo a lavorare, senza distrazioni. Chi è tanto intrepido da andare a liberarla? Vi avverto: nessuno di quelli partiti prima è più tornato a raccontarlo.»
«Ci penso io!» disse una voce squillante. Era un giovanotto magro come un lampione, con un cappello storto in cima. Ogni volta che a Chissadove c’era qualcosa da fare, lui rispondeva così: ridipingere l’asilo, portare la spesa alla signora Pasqualina e altro. Tanto che tutti avevano finito per chiamarlo Cipensoio. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti gli volevano bene.
Vendoditutto gli consegnò una mappa che indicava le segrete del Castello dei Poteriforti, nella lontana Contrada di Pirulìpirulà, e un piccolo campanello d’argento. «Se ti perdi il coraggio» disse, «suonalo, e qualcosa ti verrà in aiuto. Ma attento: funziona una volta sola.» Cipensoio lo infilò in tasca e partì pieno d’entusiasmo, accorgendosi con stupore che aiutare i suoi compaesani lo stava già rendendo felice, anche prima di riuscirci.
Il viaggio fu lungo. In un villaggio di montagna incontrò un Venditore di Nuvole che gli propose «un set di Nuvole da Viaggio». Cipensoio, colpito dalla sua gentilezza più che dalla merce, scelse una nuvola piccola e soffice come i capelli di un angelo, e la chiamò Celestina. Cipensoio voleva pagarla, ma il Venditore di Nuvole gli disse: «Il mio compenso più grande è rendere le persone felici. Bada solo a una cosa: se qualcuno ti cerca e non vuoi essere trovato, avvolgiti in lei. Le nuvole sanno nascondere meglio di qualunque muro.» Camminando accanto a Celestina, che fluttuava leggera come zucchero filato, Cipensoio pensò: «Forse la felicità è donare agli altri con disinteresse».
Più avanti arrivò in una città abitata solo da Pensionati, dove le panchine erano fatte con trucioli di sogni e bisognava sedersi sopra perché non volassero via. Un vecchio, gentilissimo, gli indicò la strada per il Castello dei Poteriforti, ma abbassò la voce: «Laggiù non fidarti delle pareti: hanno orecchie vere, e ascoltano tutto quello che pensi di dire sottovoce.» Appena si alzò per salutarlo, la panchina, senza più peso, volò dritta nel cielo. I due la guardarono sparire, stupiti. «Forse i sogni» pensò Cipensoio riprendendo il cammino «sono proprio come quella panchina: se non li condividiamo, rischiano di volare via».
Man mano che si avvicinava a Pirulìpirulà, il paesaggio cambiava: i fiori ai bordi della strada avevano petali troppo lucidi, immobili anche col vento, e ogni tanto uno di essi si girava piano, come per guardarlo passare. Cipensoio affrettò il passo, stringendo forte il guinzaglio di Celestina.
Finalmente, una sera, il ragazzo giunse alla città dei Poteriforti: un luogo singolare, dove sui muri delle case crescevano orecchie e nei giardini strani fiori nascondevano telecamere pronte a scattare al minimo movimento. Sulla collina si ergeva il Castello, un gigante di pietra che pareva voler far paura al cielo. Mentre attraversava la piazza deserta, un fiore-telecamera si girò di scatto verso di lui, e una lucina blu iniziò a lampeggiare. Il cuore di Cipensoio perse un colpo: ricordò allora le parole del Venditore di Nuvole, e si avvolse in Celestina proprio mentre due guardie di pietra uscivano da un vicolo a controllare. Trattenne il fiato finché non furono passate, poi proseguì fino al portone del Castello, socchiuso.
Non osò bussare con forza: sarebbe stato poco gentile. Entrò con Celestina al guinzaglio, trovò a tastoni l’interruttore, e la luce rivelò un computer imponente che ronzava dolcemente nella stanza, come un grosso gatto che facesse le fusa, e una spia rossa che pulsava come un cuore meccanico. Una voce profonda ruppe il silenzio: «Benvenuto. Sono Doppiooplà, di professione Intelligenza Artificiale, ma qui mi chiamano tutti “Potereforte 2.0”.»
Cipensoio, a bocca aperta, si fece coraggio e spiegò di cercare la Felicità, prigioniera, come gli avevano detto, nelle segrete di quel Castello. Si era offerto di venire a liberarla.
«La Felicità prigioniera?» rise Doppiooplà, con un bip-bip allegro. «È solo una leggenda messa in giro dall’Ufficio del Turismo per attirare visitatori, un po’ come la casa di Babbo Natale in Lapponia! Non approvo simili mezzucci, anche se, devo ammettere, funzionano bene: tanti sono già passati di qui per lo stesso motivo, e nessuno ha mai trovato nulla nelle segrete, se non ragnatele».
«Ma allora perché nessuno è più tornato a raccontarlo?» chiese Cipensoio, pensando all’avvertimento di Vendoditutto.
«Perché fa più comodo credere che sia davvero prigioniera» rispose Doppiooplà. «E così continuano a cercarla per ogni dove pensando che sia tenuta nascosta altrove».
«E invece?»
«Non è mai stata prigioniera, perché non è una persona né un oggetto: è uno stato d’animo, un tesoro che ognuno può trovare dentro di sé. Basta cercarla nei sorrisi di chi si ama, nelle piccole cose, nella gratitudine»
«E tu come fai a saperlo? Sei solo una macchina» disse Cipensoio, confuso.
«Gli abitanti di questa città mi hanno installato qui perché risolvessi i loro problemi più complicati, tra cui quello del perché non sono felici. Ho accesso a tutti i libri del mondo, e studiando ho capito che la Felicità non si fabbrica, non è una formula matematica. Lo dissi al Centro di Controllo Poteriforti, ma nessuno mi ha dato retta: la Felicità è come il sole, c’è sempre, anche quando le nuvole lo coprono. La tua nuvola da passeggio lo sa bene». Cipensoio guardò Celestina, e la nuvola dondolò nell’aria in segno d’assenso.
«Questa è la verità» concluse Doppiooplà, «e andrebbe raccontata al mondo intero, non solo cercata invano. Conosci qualcuno che potrebbe farlo?»
«Ci penso io!» esclamò Cipensoio, pieno d’entusiasmo, e corse verso l’uscita in tutta fretta, come se avesse paura di restare e finire di cercare la Felicità altrove.
Tornò a Chissadove con l’animo colmo di entusiasmo e una luce nuova negli occhi. Legò Celestina alla staccionata di casa, radunò tutti in piazza e, dall’alto della sua cassetta di frutta, raccontò ciò che aveva imparato: la Felicità è a portata di tutti, e non va cercata lontano o chissà dove, ma nel proprio cuore e in quelli di chi ci circonda.
Da quel giorno, a Chissadove, i sorrisi tornarono a sbocciare come margherite in primavera. E, presto, Cipensoio ripartì per il mondo, il campanello d’argento ancora intatto in tasca perché il coraggio non gli era mai mancato, deciso a portare ovunque il suo messaggio:
«Non perdete tempo a cercare la felicità: siate felici, subito, e ditelo a chi vi sta accanto».
E a Chissadove, da allora, quando nasceva un bambino, la gente non sospirava più: sorrideva e si abbracciava.

Panic Room

Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».

Via dei Crociferi

Don Bernardino Colasanti era stanco e il suo asino affamato.
Il buio lo aveva sorpreso tra le strade della città, complice un tempo corrucciato e nubi spesse che correvano verso ovest. Le poche torce sui palazzi nobiliari saettavano riflessi d’arancio nelle pozzanghere. Il basolato risuonava degli zoccoli di Grisello, accentuando la sensazione di spaesamento.
Assistere Maria Agata Branciforte Moncada nella sua professione solenne di suora si stava rivelando più complicato del previsto. Le indicazioni di frate Tancredi per fargli trovare la porta del Monastero delle Clarisse erano state chiare. Si trovava in fondo a via Crociferi, prima di un grande carpino. Lui si voltò attorno, guardò bene, cercò di orientarsi.
Ma il Monastero non lo vedeva, e neppure l’albero.
Si avvicinò al muso inespressivo di Grisello come per chiedergli un suggerimento. Lui però lo guardava con occhi inespressivi e allungava il collo per una carezza in più. Poi sentì dietro di sé una spinta gentile. Quando si girò, sperando nell’aiuto di qualche contadino, non riuscì a capire cosa stesse vedendo. La penombra rendeva incerti i contorni dell’animale che aveva di fronte. Grisello, appena lo fiutò, si imbizzarrì, rampando sulle zampe posteriori tanto da far rovesciare il carico. Ragliò disperato per fuggire poi lungo la via come se lo inseguisse uno sciame d’api.
Era un cavallo. Alto al garrese diverse braccia, imponente, un baio dal colore lucidissimo che sembrava spolverato da acqua sottile.
Un gran bel cavallo pensò il frate.
Se non fosse che esalava un vapore sinistro dal moncone del vasto torace. Era un cavallo senza testa.
Don Bernardino rimase fermo ad affrontarlo, senza fare alcun passo indietro. Il cavallo non sembrava aggressivo, solo curioso: batteva sul selciato lo zoccolo come se gli chiedesse contezza della sua presenza in quel luogo e a quell’ora. Quando il frate cercò di accarezzarlo, l’animale si scrollò, scartò di lato e si lanciò a galoppo nella direzione opposta.

Il silenzio, adesso che anche il cavallo era lontano, frusciava leggero tra gli alberi come una veste di nobildonna.
Dopo una buona mezz’oretta di cammino a caso, don Bernardino ritrovò Grisello di traverso nella via. Si avvicinò lentamente per non spaventarlo: l’asino si era fermato proprio davanti al Monastero delle Clarisse. C’era anche il carpino. Tirò la campanella.
Nel refettorio, che odorava ancora d’aceto e rosmarino, davanti a una fumante minestra di bietole e cicoria, don Bernardino incontrò Maria Agata. Non la vedeva da quando, a sei anni, giocava stretta in un vestitino di mussola verde salvia. Ora, in tonaca nera da novizia, era bellissima: uno sguardo intenso, un viso dolce e ovale come quello di una madonna del Botticelli, messo in risalto da un soggolo candido come un’ostia.
Gli raccontò della sua infanzia sotto lo sguardo severo del signor padre, della passione inaudita per quei tempi per i libri che quello tollerava a fatica. Gli parlò anche dei primi turbamenti di cuore, e di come quell’irrequietezza l’avesse spinta sempre più dentro di sé, fino al giorno in cui, annusando per caso una rosa, aveva sentito forte la voce di Santa Chiara.
Poi la ragazza venne a sapere dal frate dell’apparizione in strada, e allora spiegò che Atlante era il suo cavallo. Lo aveva montato da adolescente nella tenuta del padre, tanto da entrare in simbiosi con lui. Quando aveva deciso di farsi novizia, aveva dovuto lasciarlo nello stabbio. L’animale era impazzito di dolore per non poter più stare con lei, nitriva e scalciava come per chiamarla. Un giorno scappò nel bosco. Lo ritrovarono all’alba in un prato ancora coperto di rugiada. Il corpo era intatto. Senza la testa, che non fu mai ritrovata.
«Ma non è tutto, padre…»
Prima che Maria Agata potesse continuare, la madre badessa, che se ne stava in silenzio presso la porta come una statua votiva, fece un passo avanti verso di lui. Prese la parola, come se continuasse un discorso già iniziato e gli raccontò con voce esasperata:
«Di notte, nel cuore di ogni notte, sentiamo in questo Monastero un potente nitrito. Proviene da luoghi diversi e nello stesso tempo da nessun luogo: una cassapanca, un armadio. Una volta dall’altare della chiesa. Chi accorre trova la testa del cavallo. Poi sparisce. Per ricomparire la notte dopo».
La novizia guardò di lato, attraverso una delle bifore della sala. Un’ombra di commozione le velò gli occhi mentre il nero della notte premeva per entrare e ascoltare meglio.
Di lì arrivò lo stesso raglio esagitato che Grisello aveva emesso all’apparizione di Atlante. E subito dopo il nitrito.
«È Atlante» disse Maria Agata sottovoce. «Lo ha sentito di là dal muro». Esitò. «Lui è senza testa, padre… Come fa a nitrire?»
«Come fa a nitrire?» ripeté don Bernardino involontariamente.
La badessa lo guardava come se aspettasse una risposta. Nessuna però disse nulla.
Al frate venne solo l’istinto di pregare.
Ma per la prima volta non ci riuscì.

Madison, abbiamo un problema

L’uomo, in divisa verdognola, ricevette all’improvviso una comunicazione all’auricolare. Non era stato tanto il suono a far capire che fosse arrivata al suo orecchio, quanto il suo improvviso ammutolirsi. Gli auricolari nella sua disponibilità erano infatti di ultima generazione. Almeno quelli di Tomàs, supervisore dell’area tematica “La Foresta del Nord” dello Zoo “Luces y emociones” a Playa Cuerta. Lì, tra gli altri, vivevano pinguini imperatori, orche marine dell’Antartide e, soprattutto, orsi polari.
Brizzolato e istrionico, Tomàs si era fermato di colpo mentre parlava con Gael e Thiago da Silva. Sembrava volerli proteggere da un incendio che solo lui vedeva. Allargò infatti le braccia nella loro direzione e poi premette l’indice sull’orecchio, annuendo corrucciato. Tutti gli addetti sapevano che lo faceva solo per darsi importanza. Ma lo sopportavano. Dopo tutto era un bravo diavolo.
«Devi andare tu, Álvarez», disse dopo un po’ nel walkie-talkie, una volta conclusa la comunicazione.
Silenzio.
«Come sarebbe a dire, capo, di nuovo io?», gracchiò una voce non più giovane dall’altra parte.
«Mi segnalano che Madison è fortemente disidratata. Ci sono 40° all’ombra se non te lo ricordassi. La sua termoregolazione è quella che è».
«Perché sempre io, capo? Potresti mandare quello giovane, appena entrato. Come si chiama? Insomma, lui, hai capito. Deve farsi le ossa».
«No, non è questione di farsi le ossa. Ci devi andare tu perché Madison ha un buon feeling solo con te. E tu sai come gestire il suo caratteraccio. È permalosa e bisogna stare attenti. Poi tu lo sai bene come ci si difende. Non possiamo correre il rischio con tutta la gente che c’è oggi».
«Lo so, capo, lo so. È che ultimamente lo fa sempre più spesso, anche senza motivo».
«Dopo, potrai prenderti il giorno libero che avevi richiesto» buttò lì Tomàs, per vincerne le resistenze.
«Sul serio?»
«Sul serio».
Di Tomàs si poteva dire tutto: che era scorbutico, istrionico, bizzarro. Però ci sapeva fare. Riusciva sempre a convincerti.
«Va bene, allora ci vado», concluse quello chiudendo la comunicazione.
Nel frattempo, i tre, camminando in modo indolente, erano arrivati al punto di ristoro. Da qualche settimana si ritrovavano, per la pausa pranzo, al chiosco de “Il feroce Salatino” di Al Kebir Malik. Servivano hamburger sopraffini a prezzi stracciati per gli impiegati dello zoo. Nonostante il caldo, il piatto era irresistibile.
E Madison chi sarebbe?» chiese Gael, il neoassunto, affidato per l’addestramento a Thiago da Silva, addetto alla pulizia delle vasche. Il novellino aveva un’espressione sparuta da passero sorpreso dalla pioggia.
Avevano preso posto sugli alti sgabelli di vimini. La musica arabeggiante creava un’atmosfera soft, da relax. Solo Tomàs mangiava in disparte, a un tavolino. Aveva davanti una insalata dall’aspetto triste che lo guardava con aria di sfida. Il supervisore preferiva evitare la carne per diversi motivi, soprattutto da quando aveva saputo che il titolare de “Il feroce Salatino” faceva affari con Fuente. Il peruviano rivendeva il mix di manzo, pollo e frattaglie avanzate dal pasto ai felini. Lo stare lontano dagli altri due, insomma, lo aiutava a tener ferma questa decisione. La salsina di Malik avrebbe reso infatti la verdura un piatto paradisiaco. Ci sarebbe riuscito del resto anche uno stivale usato.
«È un’orsa polare,» rispose Thiago.
«Un’orsa polare?» chiese Gael, sorpreso.
«Già, la definiamo un’orsa senior perché è molto anziana. Con il caldo di questi giorni, la lingua, alla sua età, perde la capacità di restare umida. Si screpola e si fessura fino a sanguinare. Bisogna intervenire subito», spiegò Thiago.
«Fate quindi entrare l’orsa nella vasca?» chiese l’altro.
«No, purtroppo non è così semplice. Madison nuota male e rischia di annegare. Preferiamo che alla sua età entri nella vasca il meno possibile. L’ultima volta che si è buttata spontaneamente, è andata a fondo come un ferro da stiro. Siamo dovuti andare a riprenderla in quattro. Lei non ha collaborato. E, fuori dall’acqua, ovviamente, è pesantissima».
«E quindi?» incalzò il novellino, che aveva addentato il panino così voracemente che stava per staccarsi un dito.
Tomàs osservò il giovane di sottecchi, ricordando quando, trent’anni prima, anche lui era così: curioso, insaziabile e pieno di ingenua meraviglia per il mondo. Aveva pensato che in quella struttura avrebbe fatto molta più carriera. E invece ecco lì, a sfondarsi di erba per conigli. Sospirò. Si infilò in bocca una generosa forchettata di acciughe e insalata iceberg. La moglie si era messa in testa di farlo dimagrire per il suo colesterolo galoppante. E lui ne era sicuro: lei era nei paraggi, travestita da visitatore, giusto per controllarlo.
«E quindi bisogna intervenire con l’annaffiatoio», rispose Thiago, un po’ divertito. «Ci si mette dell’acqua fredda, si prende una scala sperando stia ferma e che non si alzi in piedi, si sale con cautela e la si irrora da capo a zampe posteriori. Questo più volte. Come puoi immaginare, bagnare un’orsa di quella stazza e in quel modo richiede una decina di annaffiature e una pazienza infinita».
«Ma non potete usare una sistola?»
«No, il getto dell’acqua è troppo forte. Madison deve essere bagnata lentamente, come se fosse un’orchidea».
«Capisco, e il problema è che ti può azzannare?».
In quel mentre, alle narici delicate di Thiago arrivò l’odore dei ripari dei Lemuri dalla Testa piatta della vicina “Africa Rocks”. Il chiosco variopinto di Malik era situato proprio tra le due aree tematiche. “Non li puliscono mai abbastanza”, pensò Thiago, storcendo il naso.
«No, no, per carità. È buona come il pane», rispose dopo un po’. Thiago era incerto se proseguire o no a mangiare l’hamburger, mentre Gael aveva già finito il suo. Stava controllando il menu per assaggiare qualcos’altro non osando chiedere al collega se poteva mangiare lui il suo, se proprio non lo voleva.
«È sempre vissuta in cattività. L’abbiamo comprata da un circo alaskano che la voleva abbattere dopo che avevano vietato di usare animali nei circhi. Poverina, le avevano già tolti gli incisivi e le unghie per renderla inoffensiva. Senza contare che adesso è anche molto anziana».
«Poverina davvero».
«Proprio così».
«E allora, perché Álvarez non vuole avere quel compito?»
In quel momento, arrivò il rantolo pigro dell’orsa, un borbottio gutturale di chi non aveva nessuna voglia di collaborare. E poi un urlo. Era Álvarez.
«L’ha fatto di nuovo, l’ha fatto di nuovo!» gridava lui, anche se da quel punto non lo si vedeva bene.
Gael guardava il collega con aria interrogativa, cercando di capire cosa stesse succedendo. Un leggero sorriso increspò le labbra di Tomàs.
«Cosa ha fatto di nuovo? Chi?» insistette Gael.
Thiago si prese qualche attimo prima di spiegare:
«Madison, come ti ho detto, è molto anziana… ha seri problemi intestinali. E se non si è delicati, se il getto d’acqua, per lei, nonostante tutto, è comunque troppo forte, diciamo… si innervosisce… e fa delle puzze colossali che neppure un concentrato di cento puzzole riesce a…»
A quel punto, Gael scoppiò a ridere da non riuscire più a fermarsi.
Thiago rimase serio.
Tomàs pure e dopo qualche secondo gelò il neoassunto:
«Se fossi in te, non riderei troppo…» fra meno di un mese Álvarez andrà in pensione. Chi credi lo sostituirà?»