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Archive for the ‘racconti di Poggiobrusco’ Category

Era la prima volta che veniva sull’isola. Aveva faticato molto per farsi accettare ma alla fine ci era riuscito.
«Pensa che tre giorni prima della battuta al cinghiale gli ‘indiani’ vanno sul posto e vivono all’addiaccio per tracciare il percorso che fanno gli ungulati quando vanno e vengono per la pastura.»
«Indiani?»
«Sì, li chiamano così. Sono gli esperti. Persone un po’… rustiche per la verità, ma veramente in gamba, sanno davvero il fatto loro.»
Fabio ascoltava Valerio con attenzione mentre nel cuore della notte, su una jeep piena di spifferi, si stavano avvicinando al campo base. Alla domanda dove erano diretti, il Capocaccia, che guidava il convoglio, aveva bofonchiato che era ‘lì vicino’, anche se erano quasi tre ore che erano in viaggio.
«Vengono raramente da queste parti» rivelò a un certo punto Valerio mentre la macchina entrava sulla spianata. «Vogliono fare bella figura con te e ti hanno portato in una zona pregiata…»
Al campo base, prima di partire a piedi, il Capocaccia, un viso modellato dal vento e dal tempo, in una sorta di cerimonia improvvisata, gli si parò innanzi sfilando dalla sua cartuccera una munizione a pallettoni.
Ma è vietato cacciare con questa’ pensò Fabio mentre allungava la mano per prenderla. Ma subito il Capocaccia la lasciò cadere facendola finire nell’erba. Fabio si chinò a raccoglierla. Poi il Capocaccia ripeté gli stessi gesti con la seconda cartuccia. Anche quella finì a terra. Era il rituale: l’Anziano dispensava le munizioni e l’Ospite si inchinava in segno di rispetto.
«Stai attento» l’avvertì poi Valerio poco prima di lasciarlo alla posta. «Questo punto dove ti ha sistemato Zi’ Saverio è sicuramente uno di quelli dove passerà il cinghiale. Qui sull’isola, l’Ospite è davvero sacro, viene prima di tutti, e ha sempre il posto migliore. Quando vedrai l’animale (e lo vedrai), sparagli, mi raccomando, senza mancarlo. Se lo lasci scappare si offenderanno tutti.»
E con questa frase Valerio lasciò Fabio solo e preoccupato in un bosco silenzioso. La luce nascente aveva cominciato a regalare ombre e chiaroscuri al cisto e alle piante da sughero. Il profumo di mirto, reso intenso dalla rugiada della notte, aleggiava come un fantasma vestito di seta. Il freddo era intenso e Fabio non sentiva più i piedi. Per un paio di volte avvertì l’abbaiare dei cani filtrare a ondate dai boschi dell’altura e per altrettante volte li sentì allontanarsi fino a quando il silenzio non ebbe il sopravvento.
Verso mezzogiorno, comparve dal nulla, senza fare il minimo rumore, il Capocaccia che subito gli consegnò una piccola ghirba di pelle consunta dall’uso.
«È la medicina di Zi’ Beppe» chiarì l’Anziano senza tanti preamboli e soprattutto senza muovere alcun muscolo del viso; e immediatamente scomparve così come era venuto.
Fabio aveva fame, ma il freddo era stordente. Bevette un lungo sorso del contenuto della sacca e appena il liquido toccò lo stomaco sentì una vampata lunga di calore che gli attraversò il corpo. ‘Deve essere alcol puro’, pensò con una smorfia che per un attimo gli deformò le labbra.
Trascorse un’altra ora. La fame era oramai passata. Stava meditando di andarsene, stanco per la lunga attesa, quando gli giunse all’orecchio un tramestio proveniente dal sottobosco a un centinaio di metri di distanza. C’era qualcosa che stava arrivando al piccolo galoppo. Ne ebbe conferma per le decine di cinciallegre e codirossi che si levavano pigolando dai cespugli. Alzò il fucile in direzione del rumore mentre l’adrenalina gli inondava il sangue. All’improvviso, da dietro un gruppo di roverelle, uscì. Non era un cinghiale e neppure un daino o un cervo. Aveva un’andatura bizzarra, ondivaga, ma pesante, sul dorso una serie di escrescenze ossee lo facevano assomigliare a un animale preistorico se non fosse stato per le setole ispide e il muso oblungo come quello di un grosso cane; gli occhi erano freddi e inespressivi come quelli di un rettile. Non aveva mai visto nulla di simile. Il candore delle zanne e l’ansimare furioso lo facevano sembrare irreale. Si aggiustò il calcio del fucile sulla guancia accorgendosi però di non riuscire a sparare. Era come pietrificato. Qualunque cosa fosse davanti a lui, invece di spaventarsi alla sua vista, si mise a caricare accelerando il galoppo. Oramai era a dieci metri di distanza, forse meno.
Spara’ si ripeteva nella sua testa senza riuscire a farlo.
Spara, subito, ora’. Ma nulla.
La terra tremava sotto gli zoccoli imponenti della bestia come dovesse rimanerne inghiottita. Giunto a un metro da lui l’animale scartò sfiorandolo e proseguendo la sua corsa forsennata verso valle. Abbatté alcuni giovani alberi, lasciando con la coda strisciante un largo solco dietro di sé sul terreno. Fabio si voltò a guardarlo mentre si allontanava. Non riusciva a star fermo sulle gambe: gli tremavano. E quando la bestia fu distante, solo allora provò un dolore acuto come se un artiglio di acciaio gli avesse avvinghiato d’un tratto la nuca. Poi il dolore si spostò alla spalla. Si guardò il vestito. Era lordo del suo sangue. A terra c’era il fucile e intorno al calcio la sua mano staccata dal braccio con l’indice ancora serrato sul grilletto.

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«Una camera per favore.»
La donna di una certa età, dietro al bancone, continuò a trafficare davanti a un grosso monitor. Solo dopo qualche minuto alzò gli occhi. I due si guardarono per un tempo imprecisato.
«Ne è sicuro?» chiese la donna.
Norberto si sarebbe aspettato una qualsiasi altra domanda, ma non quella.
«In che senso, scusi?» chiese un po’ alterato.
«La Linea non è vicina e potrebbe non arrivare qui prima di due o tre giorni…»
«Che ne sa della Linea?»
«Ne so quanto basta…» fece la donna posando gli occhiali da miope sulla tastiera e alzandosi in piedi. Era molto più alta di quello che a Norberto era sembrato.
«Tutti quelli che vengono qui sono alla ricerca della Linea Immaginaria… e non vogliono farlo sapere agli altri (chissà perché); badi peraltro che potrebbe anche non trovarla mai oppure, se non è fortunato, potrebbe essere la Linea a trovare lei.»
«Ma perché scusi, che dice?»
«Perché chi l’ha attraversata non è più tornato a raccontarlo…»
«Eppure ci sono molti diari e articoli sul Web su questo argomento, soprattutto da parte di chi è passato dall’altra parte ed è tornato indietro…»
«Ah, ho capito… lei è uno di quello che crede a quello che legge su Internet… Allora buona fortuna» fece staccando una chiave pesante da un quadro al muro rovinato dall’uso. «Fanno 98 euro al giorno…» disse con un sorrisetto ironico, appoggiando una mano sul bancone. «Pagamento anticipato, ovviamente…» e mise il palmo della mano davanti a sé come se chiedesse l’elemosina.
Norberto lasciò sul banco i soldi e un documento. Poi, come se il suo pensiero fosse ormai altrove: «Rimarrò tre giorni…»
«Sì, certo… la scala è quella lì a destra… Il documento se lo può riprendere, non voglio neppure sapere chi è lei… Ah, non c’è ascensore… giunto al piano però non può sbagliare… c’è una stanza sola, comoda… tranquilla…»
Le ultime parole le disse alla schiena del ragazzo che però, appena messo il piede sul primo scalino, si voltò:
«Perché dice che la Linea è ancora lontana di qui. Non è ferma? Non è una specie di confine? Dicono tutti che è come una cortina stabile…»
«La Linea si muove in continuazione, avanti e indietro, anche di un centinaio di metri al giorno, a sinusoide, a seconda del tempo atmosferico, delle asperità del terreno e della luna… Lei potrebbe finirci dentro e non accorgersene neppure. Oppure accorgersene quando è troppo tardi. Bisogna stare molto attenti…»
Il ragazzo fece una smorfia. Non doveva aver capito. Si girò verso la scala con lo zaino nella mano mettendosi a fare i gradini due a due senza aggiungere altro. Dopo un po’, la donna sentì la porta della camera che si chiudeva.
Si rimise al computer. Il solitario quel giorno proprio non gli riusciva. Andò avanti così per una mezz’ora fino a quando non entrò un altro cliente. Aveva un incedere pesante e l’odore nauseabondo che emanava faceva pensare al peggio. Quando fu sotto la luce della hall si accorse che si trattava di un uomo gigantesco, vestito di stracci, la barba incolta, un occhio azzurro e l’altro verde. E non era un cliente. Giunto al bancone, mise una mano dietro la schiena ed estrasse una grossa ascia bipenne che posò rumorosamente sul pianale.
«Lui dov’è?» sospirò con una voce rauca da far venire la pelle d’oca.
La Linea è arrivata prima del previsto’ pensò la donna facendo un passo indietro. ‘Ci deve essere un gran fermento sulla Piattaforma se hanno mandato addirittura un GreatStocker’.
«Lascia stare…» fece l’uomo riprendendosi l’arma e trascinando a terra tutto quello che incontrava sul bancone. E incominciò a salire le scale.

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L’altoparlante aveva appena dato l’annuncio dell’arrivo a destinazione del treno. Tiberio aveva riposto rapidamente il computer nella custodia e gli incartamenti nella borsa. Preferiva prepararsi per tempo prima che nei corridoi della carrozza si formasse la fila.
«Proprio una pessima giornata!» sentì dire non appena arrivato alla porta. Tiberio sbirciò fuori. Era una giornata di pieno sole come non se ne vedeva da tempo. Anche se era mattino la luce prepotente che stava sorgendo a est illuminava un cielo che prometteva una meravigliosa giornata. Tiberio si voltò verso la persona che doveva aver pronunciato quella frase e vide un uomo di colore che stava ancora scuotendo la testa preoccupato.
«Una pessima giornata?» gli scappò di dire. «Ma se c’è un sole stupendo!»
«Tu non dici così se hai tutti quegli ombrelli da vendere, dottore» disse l’uomo guardando Tiberio con un sorriso disarmante. Alle sue spalle aveva un carrettino pieno zeppo di ombrelli che fuoriuscivano da una sacca grossa e ingombrante.  «Io detto loro: ‘cosa fare io a Capaglossa in giornata radiosa come questa? Come possibile vendi ombrelli?’ ma loro niente…. Gente cattiva loro, sai…» fece scuotendo davanti a sé il palmo aperto della mano come se stesse salutando. «Loro dicono: ‘vai… vai… lo stesso‘.»
«E quindi che fai oggi con tutti questi ombrelli?» chiese Tiberio, preso ormai dalla conversazione.
«Allora io vado in campo appena qui fuori e sotterro ombrelli e poi torno a prendere quando piove… così loro contenti… Gente cattiva cattiva, sai…» e ripeté lo stesso strano movimento con la mano di prima.
«Ma quando torni loro vorranno i soldi degli ombrelli visto che non li avrai più con te…»
«Lo so, dottore… tu intelligente… tu studiato…»
I due si guardarono con aria interrogativa. Poi l’uomo di colore tornò a sorridere:
«Mi arrangio, dottore…» gli disse alla fine dandogli una leggera pacca sulle spalle.
Nel frattempo, il treno era arrivato a Capaglossa. Come al solito, un mucchio di ragazzi si stringeva intorno alle porte fin quasi a impedire il rapido deflusso di chi volesse scendere dal treno.
«Fai passare prima chi esce poi entra…» disse l’uomo di colore tirandosi dietro il carrello pieno di ombrelli e strattonando le persone davanti a lui. Poi, ancora pochi metri, e Tiberio non lo vide più, fagocitato dalle decine e decine di ragazzi che si affrettavano schiamazzando a salire sulle carrozze.
Che strana storia…’ rifletteva tra sé e sé Tiberio mentre stava guadagnando l’uscita. ‘È triste pensare che ci sia un racket persino per gli ombrelli e che poveri diavoli così ne siano vittima’.
Poi passò davanti al bar. Guardò l’orologio per sapere se aveva ancora qualche minuto per prendere un caffè. Ma l’orologio non c’era più.

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Sugar

Si precipitò in strada: l’auto, una berlina nera senza i segni di istituto, era ferma ad aspettarlo.
«Allora cosa abbiamo?» si sentì dire che ancora non aveva chiuso la portiera.
«Dunque… Dottore…»
«Chiamami Bob…» lo interruppe l’uomo e subito dopo si allungò verso l’autista toccandogli la spalla. La macchina partì a forte velocità. Karl cercò di trovare una posizione comoda sul sedile e pensò che se il Sistema aveva inviato il loro Funzionario politico migliore era segno che la situazione stava precipitando.
«Sì… dunque… Bob…» esordì schiarendosi la voce.
«Come mai c’è una concentrazione elevata di questi… uhm “cosi” nella sua area? Da dove sono sbucati?» tagliò corto il Funzionario.
«Li chiamano “Chuar”, Dottore… Bob… e non sono affatto comparsi dal nulla…»
«No? Non sono, come dire, alieni?»
«No, affatto… sembra che siano il prodotto pasticciato di una inseminazione artificiale finita male.»
«Pasticciato?»
«Sì, pare che abbiano usato un DNA alterato che non doveva essere messo in circolazione…»
«Come è possibile una cosa simile?»
«Basta ordinare su Internet uno zigote non sanitariamente verificato e impiantarlo su donna consenziente desiderosa di un figlio senza tanti certificati… Hanno anche rintracciato da dove è stato spedito il plico ed è risultato provenire da un luogo sperduto ai confini tra la Cina e il Tagikistan. Solo che al posto di un laboratorio o di un ospedale hanno trovato una rivendita di souvenir.»
La macchina stava sfrecciando nel traffico evitando all’ultimo momento passanti e altri veicoli. Il lampeggiante posizionato sul tetto spargeva improbabili bagliori bluette tra le vie del centro.
«E questi… questi Chuar sono davvero tanto strani come si dice?»
«Giudichi lei…»
La vettura aveva rallentato per poi fermarsi circondata da altri veicoli che l’avevano fermata in una morsa inestricabile. Trascinando una gamba si stava avvicinando lentamente un essere basso e grasso, dal colorito tendente al fucsia pallido: la faccia era sproporzionata rispetto al resto del corpo ed era pressoché riempita da occhi grandi e spauriti e da un sorriso disarmante. Il tipo si fermò proprio davanti al finestrino di Bob. Disse qualcosa ciondolando la testa e, senza abbandonare il suo ampio sorriso, diede una leccata al finestrino lasciando una lunga scia di saliva che colò alla base piano piano.
«Cos’è questo schifo?» chiese Bob disgustato volgendosi verso Karl.
«Lo so… sono fastidiosi, invadenti, brutti e sporchi e sono ormai dappertutto… ma non fanno male a nessuno!»
«È una indecenza. Bisogna allontanarli, rinchiuderli da qualche parte, rimandarli da dove sono venuti.»
«È proprio questo il problema, Bob, sono nati nel nostro Paese… sono cittadini regolari come me e te; non si sa però dove vivano, né cosa mangino. Si sa ancora pochissimo di loro, ma di certo non costituiscono alcun aggravio di spesa per la collettività… Non ricevono sussidi, né contributi, né si ammalano mai… »
«E cosa vogliono?»
«Nulla… pare che desiderino solo considerazione e affetto… Quel che dicono in continuazione è “sugar”, zucchero, anche se loro lo pronunciano “chuar”, appunto, così come li hanno chiamati: ma vogliono una carezza, un sorriso, una buona parola… lo “zuccherino”… si accontentano solo di questo.»
«Ma danno fastidio… sono un insulto al decoro, al vivere civile, al…» si sfogò il Funzionario scuro in volto.
«È quel che pensano in molti… alcuni di questi Chuar sono stati picchiati a morte, altri, peggio, sono stati persino uccisi… ma tutto quello che è successo è che si sono moltiplicati… non si sa come, ma lo hanno fatto. Pare che l’unico modo per contenerne il numero sia assecondarli. Dar loro cioè quel che vogliono.»
Detto questo Karl tirò giù il finestrino e accarezzò due Chuar che si erano avvicinati a loro volta dalla sua parte, dondolando. Quando ritrasse la mano era grondante di saliva maleodorante.
«Dottore… Bob… bisogna farsene una ragione e soprattutto farci l’abitudine…»

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

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«Ah, ah! Ti ho beccata!» esordì la bambina balzando all’improvviso da dietro le tende e sparando un dito indice accusatorio all’altezza degli occhi dell’intrusa.
La Vecchina rimase immobile come a chiedersi se fosse davvero possibile che qualcuno l’avesse vista. Poi per un istante socchiuse le palpebre grinzose e si grattò il naso che quasi le arrivava al mento.
«Chi sei? La zia? La mamma?» chiese rapidamente la bambina mettendo ora le braccia sui fianchi. Il tono era inquisitorio mentre la fronte imbronciata non prometteva nulla di buono. «Pensate che io sia così piccola e scema da non sapere che la Befana non esiste? Lo sanno tutti che è un modo che hanno i Grandi per rincipollire i Piccoli!»
La Vecchina posò il grosso sacco di juta. Era pesante. Guardò attraverso i vetri la luna rosicchiata dal buio. Da quanto era alta sull’orizzonte capì che si stava facendo tardi. Si mise a pensare velocemente a come uscire da quella situazione.
«E poi lo sanno davvero tutti che la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… e tu hai invece delle bellissime scarpe rosse con il tacco alto che sono pure lucide lucide…»
«Sì, in effetti, cara Martina, sono le scarpe di tua zia… le mie, tutte rotte, sono all’ingresso… volevo provare come ci si sente per una volta con addosso delle scarpe fighe…»
«Ecco, lo vedi… la Befana non direbbe mai delle parolacce e poi…»
«E poi tu a quest’ora dovresti essere a letto perché non porta affatto bene vedere la Befana; non torna più e questo sì che lo sanno tutti…»
«Se esistesse la Befana avresti ragione, ma non lo sei…» osservò la piccola con una logica ineccepibile. «In realtà sono tutte scuse per non regalarmi quello che desidero tanto…» e rimise il broncio con le braccia conserte lasciando i gomiti alti.
«Lo so, Martina, lo so… ma vedi c’è anche scritto qui sopra…» e la Vecchina tirò fuori dal sacco un librone impolverato «che ultimamente hai fatto disperare i tuoi genitori…»
«Forse ho fatto un po’ la birba…»
«Molto più che solo un po’…».
«Ma uffa mamma… non mi accontenti mai.»
«Non sono la tua mamma e non è affatto vero che non ti accontenta mai e tu lo sai bene… ma quando si fanno arrabbiare mamma e papà ci si merita solo del carbone e nemmeno di quello buono!»
«Non è giusto, non è giusto… sei cattiva, sei brutta e cattiva.»
Si fece silenzio. Un macchina per la pulizia delle strade venne avanti nella via frusciando; la piccola assunse un’aria pensierosa e poi disse a bassa voce:
«E se ti promettessi di fare la brava? Magari ci provo sul serio e da subitissimo…»
«Uhmm… promesso?»
«Promesso!» fece la bambina baciando più volte gli indici messi in croce e regalando un sorrisetto furbo.
«Martina che ci fai sveglia a quest’ora? Prenderai freddo» fece la mamma entrando alle sue spalle seguita dalla zia.
«Mamma! Zia! Voi! Ma allora…»
«Allora cosa?»
La bambina si voltò con la bocca spalancata là dove aveva appena visto la Vecchina. Non c’era più. C’era solo un sacchetto di carta in mezzo alla stanza. Che dopo un po’ cadde facendo ruzzolare fuori dei cubetti di carbone. E poi il sacchetto cominciò a muoversi. A zig zag. Abbaiando.

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«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

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Adesso mi alzo. Devo finire diverse cose prima di sera.
È bello starsene però qui sotto le coperte, al calduccio, dopo pranzo. Fuori piove. Le cime degli alberi si scuotono in una danza incomprensibile. Si agitano all’improvviso e poi si acquetano e poi oscillano di nuovo come a chiedere una tregua. È buffo guardarle.
Adesso mi alzo. Anche se in fondo è domenica e nessuno mi correrà dietro. Il resto della casa è in silenzio. Ognuno sarà intento alle proprie faccende e non fanno rumore per non svegliarmi; sono certo che non ci baderanno più di tanto se mi attardo un poco. Solo cinque minuti, lo prometto. Cosa sono cinque minuti? È che mi sento stanco, tanto stanco. E questo cuscino è morbido. Mi accarezza. Lentamente. Mentre fuori piove. Sono giorni che non mi fermo un attimo in ufficio. Non devo sentirmi in colpa.
A proposito: cos’è che mi ha detto la segretaria l’altro giorno? Quali sono state esattamente le sue parole? Non le ricordo più. Ma ci sono rimasto male. Forse è stata l’espressione del suo viso, per quello che mi hanno trasmesso i suoi occhi. Cosa mi ha detto? Dovrei ricordarlo: dopo tutto non è passato molto tempo.
Un pettirosso s’è rifugiato dal mal tempo proprio sotto la finestra. Che carino, ha un’aria sveglia. Sembra voglia dirmi qualcosa.
Dovrei davvero andarci in Canada, l’ho sempre desiderato. Quelle foreste infinite, il freddo in faccia, il colpo d’occhio che non trova ostacoli per chilometri.
Dovevamo andarci, Amore mio, tanto tempo fa, ricordi? E che poi abbiamo sempre rimandato. Anno dopo anno. Non è stato mai il momento. Ogni estate c’era un motivo diverso. È rimasto un sogno, finanche il sogno di un sogno.
Il pettirosso è andato via. Questi uccellini non stanno mai fermi. Mai. Neppure se tempesta. Chissà cosa aveva da dirmi.
Devo alzarmi. Devo proprio. Non sono mai stato così a lungo in questo letto.
È che mi sento le palpebre pesanti, tanto pesanti. Le braccia non sembrano neppure più le mie. Se non ci fosse il letto sprofonderei al centro della terra. Forse non mi farebbe male se dormissi ancora. Vorrà dire che andrò a coricarmi più tardi questa sera. Dormo ora e recupero dopo cena. Sì, si può fare. Al risveglio mi sentirò meglio.
Devo telefonare a mio fratello. È tanto che non lo sento più. Non so neppure più che voce abbia. Adesso vado di là in studio e lo chiamo. Mi manca tanto. Anche tu papà mi manchi tanto: facciamo pace, che dici? Una volta per tutte. Anche se non ci sei più.
Sono belle però queste ombre mobili nella stanza. Il cielo grondante di pioggia disegna un velo di grigio sulle pareti. Non è triste però, no, non è triste. C’è molta calma ora su questo cuscino.
Va bene, al tre tirerò fuori prima un piede e poi l’altro e poi andrò a farmi un buon caffè.
Le pantofole del resto sono lì, al loro posto. Ne sono sicuro. Aspettano solo il mio piede.
Al tre.
O al cinque.
E se facessi al dieci? O al mille?
Tutto sommato quello che devo fare lo posso fare anche più tardi o domani. O mai. La vita andrebbe avanti lo stesso anche se io sparissi tutto ad un tratto.
Il pettirosso è tornato. Sbircia dentro la stanza. Forse sbircia anche dentro il mio cuore. Cosa c’è dentro il mio cuore, papà? Io non lo so più. E non so cosa dire al pettirosso. Ecco lo so già: ora andrà via e io non sarò stato capace di dirgli nulla. Né a lui, né a mio fratello, né a te Amore mio cui non ho mai detto a sufficienza quanto ti amo.

Babbo, scusami se entro così. Guarda che è tardi. Svegliati. La mamma mi ha detto che devi aiutarla.
Babbo… Babboooo!
Oddio mamma, corri subito, presto…
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hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

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