Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».
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Via dei Crociferi
Don Bernardino Colasanti era stanco e il suo asino affamato.
Il buio lo aveva sorpreso tra le strade della città, complice un tempo corrucciato e nubi spesse che correvano verso ovest. Le poche torce sui palazzi nobiliari saettavano riflessi d’arancio nelle pozzanghere. Il basolato risuonava degli zoccoli di Grisello, accentuando la sensazione di spaesamento.
Assistere Maria Agata Branciforte Moncada nella sua professione solenne di suora si stava rivelando più complicato del previsto. Le indicazioni di frate Tancredi per fargli trovare la porta del Monastero delle Clarisse erano state chiare. Si trovava in fondo a via Crociferi, prima di un grande carpino. Lui si voltò attorno, guardò bene, cercò di orientarsi.
Ma il Monastero non lo vedeva, e neppure l’albero.
Si avvicinò al muso inespressivo di Grisello come per chiedergli un suggerimento. Lui però lo guardava con occhi inespressivi e allungava il collo per una carezza in più. Poi sentì dietro di sé una spinta gentile. Quando si girò, sperando nell’aiuto di qualche contadino, non riuscì a capire cosa stesse vedendo. La penombra rendeva incerti i contorni dell’animale che aveva di fronte. Grisello, appena lo fiutò, si imbizzarrì, rampando sulle zampe posteriori tanto da far rovesciare il carico. Ragliò disperato per fuggire poi lungo la via come se lo inseguisse uno sciame d’api.
Era un cavallo. Alto al garrese diverse braccia, imponente, un baio dal colore lucidissimo che sembrava spolverato da acqua sottile.
Un gran bel cavallo pensò il frate.
Se non fosse che esalava un vapore sinistro dal moncone del vasto torace. Era un cavallo senza testa.
Don Bernardino rimase fermo ad affrontarlo, senza fare alcun passo indietro. Il cavallo non sembrava aggressivo, solo curioso: batteva sul selciato lo zoccolo come se gli chiedesse contezza della sua presenza in quel luogo e a quell’ora. Quando il frate cercò di accarezzarlo, l’animale si scrollò, scartò di lato e si lanciò a galoppo nella direzione opposta.
Il silenzio, adesso che anche il cavallo era lontano, frusciava leggero tra gli alberi come una veste di nobildonna.
Dopo una buona mezz’oretta di cammino a caso, don Bernardino ritrovò Grisello di traverso nella via. Si avvicinò lentamente per non spaventarlo: l’asino si era fermato proprio davanti al Monastero delle Clarisse. C’era anche il carpino. Tirò la campanella.
Nel refettorio, che odorava ancora d’aceto e rosmarino, davanti a una fumante minestra di bietole e cicoria, don Bernardino incontrò Maria Agata. Non la vedeva da quando, a sei anni, giocava stretta in un vestitino di mussola verde salvia. Ora, in tonaca nera da novizia, era bellissima: uno sguardo intenso, un viso dolce e ovale come quello di una madonna del Botticelli, messo in risalto da un soggolo candido come un’ostia.
Gli raccontò della sua infanzia sotto lo sguardo severo del signor padre, della passione inaudita per quei tempi per i libri che quello tollerava a fatica. Gli parlò anche dei primi turbamenti di cuore, e di come quell’irrequietezza l’avesse spinta sempre più dentro di sé, fino al giorno in cui, annusando per caso una rosa, aveva sentito forte la voce di Santa Chiara.
Poi la ragazza venne a sapere dal frate dell’apparizione in strada, e allora spiegò che Atlante era il suo cavallo. Lo aveva montato da adolescente nella tenuta del padre, tanto da entrare in simbiosi con lui. Quando aveva deciso di farsi novizia, aveva dovuto lasciarlo nello stabbio. L’animale era impazzito di dolore per non poter più stare con lei, nitriva e scalciava come per chiamarla. Un giorno scappò nel bosco. Lo ritrovarono all’alba in un prato ancora coperto di rugiada. Il corpo era intatto. Senza la testa, che non fu mai ritrovata.
«Ma non è tutto, padre…»
Prima che Maria Agata potesse continuare, la madre badessa, che se ne stava in silenzio presso la porta come una statua votiva, fece un passo avanti verso di lui. Prese la parola, come se continuasse un discorso già iniziato e gli raccontò con voce esasperata:
«Di notte, nel cuore di ogni notte, sentiamo in questo Monastero un potente nitrito. Proviene da luoghi diversi e nello stesso tempo da nessun luogo: una cassapanca, un armadio. Una volta dall’altare della chiesa. Chi accorre trova la testa del cavallo. Poi sparisce. Per ricomparire la notte dopo».
La novizia guardò di lato, attraverso una delle bifore della sala. Un’ombra di commozione le velò gli occhi mentre il nero della notte premeva per entrare e ascoltare meglio.
Di lì arrivò lo stesso raglio esagitato che Grisello aveva emesso all’apparizione di Atlante. E subito dopo il nitrito.
«È Atlante» disse Maria Agata sottovoce. «Lo ha sentito di là dal muro». Esitò. «Lui è senza testa, padre… Come fa a nitrire?»
«Come fa a nitrire?» ripeté don Bernardino involontariamente.
La badessa lo guardava come se aspettasse una risposta. Nessuna però disse nulla.
Al frate venne solo l’istinto di pregare.
Ma per la prima volta non ci riuscì.
Madison, abbiamo un problema
L’uomo, in divisa verdognola, ricevette all’improvviso una comunicazione all’auricolare. Non era stato tanto il suono a far capire che fosse arrivata al suo orecchio, quanto il suo improvviso ammutolirsi. Gli auricolari nella sua disponibilità erano infatti di ultima generazione. Almeno quelli di Tomàs, supervisore dell’area tematica “La Foresta del Nord” dello Zoo “Luces y emociones” a Playa Cuerta. Lì, tra gli altri, vivevano pinguini imperatori, orche marine dell’Antartide e, soprattutto, orsi polari.
Brizzolato e istrionico, Tomàs si era fermato di colpo mentre parlava con Gael e Thiago da Silva. Sembrava volerli proteggere da un incendio che solo lui vedeva. Allargò infatti le braccia nella loro direzione e poi premette l’indice sull’orecchio, annuendo corrucciato. Tutti gli addetti sapevano che lo faceva solo per darsi importanza. Ma lo sopportavano. Dopo tutto era un bravo diavolo.
«Devi andare tu, Álvarez», disse dopo un po’ nel walkie-talkie, una volta conclusa la comunicazione.
Silenzio.
«Come sarebbe a dire, capo, di nuovo io?», gracchiò una voce non più giovane dall’altra parte.
«Mi segnalano che Madison è fortemente disidratata. Ci sono 40° all’ombra se non te lo ricordassi. La sua termoregolazione è quella che è».
«Perché sempre io, capo? Potresti mandare quello giovane, appena entrato. Come si chiama? Insomma, lui, hai capito. Deve farsi le ossa».
«No, non è questione di farsi le ossa. Ci devi andare tu perché Madison ha un buon feeling solo con te. E tu sai come gestire il suo caratteraccio. È permalosa e bisogna stare attenti. Poi tu lo sai bene come ci si difende. Non possiamo correre il rischio con tutta la gente che c’è oggi».
«Lo so, capo, lo so. È che ultimamente lo fa sempre più spesso, anche senza motivo».
«Dopo, potrai prenderti il giorno libero che avevi richiesto» buttò lì Tomàs, per vincerne le resistenze.
«Sul serio?»
«Sul serio».
Di Tomàs si poteva dire tutto: che era scorbutico, istrionico, bizzarro. Però ci sapeva fare. Riusciva sempre a convincerti.
«Va bene, allora ci vado», concluse quello chiudendo la comunicazione.
Nel frattempo, i tre, camminando in modo indolente, erano arrivati al punto di ristoro. Da qualche settimana si ritrovavano, per la pausa pranzo, al chiosco de “Il feroce Salatino” di Al Kebir Malik. Servivano hamburger sopraffini a prezzi stracciati per gli impiegati dello zoo. Nonostante il caldo, il piatto era irresistibile.
E Madison chi sarebbe?» chiese Gael, il neoassunto, affidato per l’addestramento a Thiago da Silva, addetto alla pulizia delle vasche. Il novellino aveva un’espressione sparuta da passero sorpreso dalla pioggia.
Avevano preso posto sugli alti sgabelli di vimini. La musica arabeggiante creava un’atmosfera soft, da relax. Solo Tomàs mangiava in disparte, a un tavolino. Aveva davanti una insalata dall’aspetto triste che lo guardava con aria di sfida. Il supervisore preferiva evitare la carne per diversi motivi, soprattutto da quando aveva saputo che il titolare de “Il feroce Salatino” faceva affari con Fuente. Il peruviano rivendeva il mix di manzo, pollo e frattaglie avanzate dal pasto ai felini. Lo stare lontano dagli altri due, insomma, lo aiutava a tener ferma questa decisione. La salsina di Malik avrebbe reso infatti la verdura un piatto paradisiaco. Ci sarebbe riuscito del resto anche uno stivale usato.
«È un’orsa polare,» rispose Thiago.
«Un’orsa polare?» chiese Gael, sorpreso.
«Già, la definiamo un’orsa senior perché è molto anziana. Con il caldo di questi giorni, la lingua, alla sua età, perde la capacità di restare umida. Si screpola e si fessura fino a sanguinare. Bisogna intervenire subito», spiegò Thiago.
«Fate quindi entrare l’orsa nella vasca?» chiese l’altro.
«No, purtroppo non è così semplice. Madison nuota male e rischia di annegare. Preferiamo che alla sua età entri nella vasca il meno possibile. L’ultima volta che si è buttata spontaneamente, è andata a fondo come un ferro da stiro. Siamo dovuti andare a riprenderla in quattro. Lei non ha collaborato. E, fuori dall’acqua, ovviamente, è pesantissima».
«E quindi?» incalzò il novellino, che aveva addentato il panino così voracemente che stava per staccarsi un dito.
Tomàs osservò il giovane di sottecchi, ricordando quando, trent’anni prima, anche lui era così: curioso, insaziabile e pieno di ingenua meraviglia per il mondo. Aveva pensato che in quella struttura avrebbe fatto molta più carriera. E invece ecco lì, a sfondarsi di erba per conigli. Sospirò. Si infilò in bocca una generosa forchettata di acciughe e insalata iceberg. La moglie si era messa in testa di farlo dimagrire per il suo colesterolo galoppante. E lui ne era sicuro: lei era nei paraggi, travestita da visitatore, giusto per controllarlo.
«E quindi bisogna intervenire con l’annaffiatoio», rispose Thiago, un po’ divertito. «Ci si mette dell’acqua fredda, si prende una scala sperando stia ferma e che non si alzi in piedi, si sale con cautela e la si irrora da capo a zampe posteriori. Questo più volte. Come puoi immaginare, bagnare un’orsa di quella stazza e in quel modo richiede una decina di annaffiature e una pazienza infinita».
«Ma non potete usare una sistola?»
«No, il getto dell’acqua è troppo forte. Madison deve essere bagnata lentamente, come se fosse un’orchidea».
«Capisco, e il problema è che ti può azzannare?».
In quel mentre, alle narici delicate di Thiago arrivò l’odore dei ripari dei Lemuri dalla Testa piatta della vicina “Africa Rocks”. Il chiosco variopinto di Malik era situato proprio tra le due aree tematiche. “Non li puliscono mai abbastanza”, pensò Thiago, storcendo il naso.
«No, no, per carità. È buona come il pane», rispose dopo un po’. Thiago era incerto se proseguire o no a mangiare l’hamburger, mentre Gael aveva già finito il suo. Stava controllando il menu per assaggiare qualcos’altro non osando chiedere al collega se poteva mangiare lui il suo, se proprio non lo voleva.
«È sempre vissuta in cattività. L’abbiamo comprata da un circo alaskano che la voleva abbattere dopo che avevano vietato di usare animali nei circhi. Poverina, le avevano già tolti gli incisivi e le unghie per renderla inoffensiva. Senza contare che adesso è anche molto anziana».
«Poverina davvero».
«Proprio così».
«E allora, perché Álvarez non vuole avere quel compito?»
In quel momento, arrivò il rantolo pigro dell’orsa, un borbottio gutturale di chi non aveva nessuna voglia di collaborare. E poi un urlo. Era Álvarez.
«L’ha fatto di nuovo, l’ha fatto di nuovo!» gridava lui, anche se da quel punto non lo si vedeva bene.
Gael guardava il collega con aria interrogativa, cercando di capire cosa stesse succedendo. Un leggero sorriso increspò le labbra di Tomàs.
«Cosa ha fatto di nuovo? Chi?» insistette Gael.
Thiago si prese qualche attimo prima di spiegare:
«Madison, come ti ho detto, è molto anziana… ha seri problemi intestinali. E se non si è delicati, se il getto d’acqua, per lei, nonostante tutto, è comunque troppo forte, diciamo… si innervosisce… e fa delle puzze colossali che neppure un concentrato di cento puzzole riesce a…»
A quel punto, Gael scoppiò a ridere da non riuscire più a fermarsi.
Thiago rimase serio.
Tomàs pure e dopo qualche secondo gelò il neoassunto:
«Se fossi in te, non riderei troppo…» fra meno di un mese Álvarez andrà in pensione. Chi credi lo sostituirà?»
Consegna a domicilio
Rokas arrivava sempre con un quarto d’ora di anticipo. Questo gli permetteva di ricevere il rapporto della notte sul bimbo e decidere, tra l’altro, se difendere il suo sonnellino pomeridiano come si proteggerebbe una frontiera conquistata a fatica.
Da quando sua nuora era morta in un incidente, suo figlio Luknè era cambiato radicalmente. Da uomo sereno si era fatto apatico. Un sacco vuoto dimenticato in uno sgabuzzino. La casa, diceva Rokas, era rimasta in piedi, ma mancava la gravità che potesse tenerla dritta. E la notte era il momento peggiore. Benas si svegliava spesso, a volte senza piangere, come se attendesse. Il figlio gli restava allora accanto, un automa scarico, finché la luce dell’alba non lo sorprendeva ancora vestito.
Per questo Rokas si recava da lui ogni mattina. Non per dare una mano, ma per tenere Luknè. Per impedire piuttosto che la disperazione inghiottisse il figlio e ne facesse quello che voleva.
E poi c’erano quegli strani discorsi che a volte faceva.
Che senso ha la mia vita, ora? Diceva scuotendo la testa.
Non sarebbe meglio finirla qui?
Poi, ogni volta si riprendeva. Tornava in sé con quel sorriso un po’ malato, come contento che, dopotutto, fosse passato un altro giorno. Una piccola vittoria sulla vita, per non precipitare. Fino all’affanno della notte successiva.
Così quella mattina, mentre si avvicinava alla casa, Rokas vide un furgone bianco sbucare da una via laterale e infilarsi davanti a lui, con prepotenza. Dovette frenare per evitare il tamponamento. Sul retro, una scritta sbiadita: PRONTO INTERVENTO. E un numero di telefono quasi cancellato.
Il furgone procedeva lento, troppo lento per lui, e ogni tentativo di sorpasso era inutile: strada stretta, troppe curve, auto parcheggiate male. Rokas si ritrovò a seguire quel veicolo con una crescente irritazione. Si faceva tardi. Il programma, in quell’ordinato caos che era diventata la sua esistenza, andava rispettato.
Quando finalmente imboccò la via di Luknè, il furgone svoltò anche lui, accostandosi all’ultimo momento proprio davanti al portone del figlio. L’unico spazio libero.
Rokas strinse i denti, fece il giro dell’isolato e trovò parcheggio a venti metri di distanza. Si fermò e spense il motore. Rimase seduto un attimo con le mani sul volante, come se volesse raccogliere le forze per affrontare il nuovo giorno. Con sua sorpresa, si mise a mormorare una preghiera a mezza bocca, qualcosa che non faceva da tempo.
In quell’istante, capì che nella via non era solo e le parole gli morirono tra le labbra.
Dal furgone scesero due figure, non in tuta da lavoro, ma in lunghe tonache nere che sfioravano l’asfalto, come se la stoffa fosse più pesante della gravità. Si muovevano con calma e professionalità. Una rimase vicino al mezzo, l’altra avanzò verso il portone del palazzo come di chi fosse venuto per una consegna. Poi si fermò. Quella rimasta indietro le porse un attrezzo.
Rokas aggrottò la fronte. Luknè non gli aveva parlato di guasti o di interventi urgenti. Non sapeva di perdite, caldaie rotte o altro. Cosa poteva essere successo?
La figura vicina al portone, ricevuta l’attrezzo, si voltò verso di lui. Rokas lo vide. Era pallido, terreo, come di ceramica grezza. Le orbite erano scure, senza luce. Il tempo di uno sguardo e Rokas sentì lo stomaco contrarsi.
Solo allora riconobbe la forma del bastone che aveva in mano. Non era una pala. Era un bastone, brandito con sicurezza e perizia. Con una lama in cima che gli rimandò un bagliore sinistro rilanciato dalla luce dei lampioni.
Rokas sentì una fitta in petto, come se quella stessa lama fosse entrata tra le sue costole. La mano volò verso la maniglia della portiera, tirandola con forza. Ma non si aprì. Riprovò, più forte, sperando che la forza potesse convincere il metallo. La serratura non cedette, il pulsante di apertura sul telecomando non rispose. L’auto lo teneva prigioniero, segregato come una cavia. Perché quanto stava per accadere dovesse accadere.
Il vetro del finestrino gli restituì in un lampo l’ombra sbiadita del suo volto: era terrorizzato, il labbro inferiore tremava, gli occhi sembravano invecchiati di anni. I due individui davanti al portone del figlio calamitavano il suo sguardo. Quello più vicino al furgone rovesciò improvvisamente la testa all’indietro. E subito, uno stridio acuto e aspro riempì l’aria. Non era un urlo umano, né un suono paragonabile a qualcosa di naturale. Era un graffio sul mondo: mille gessetti contro una lavagna, il suono di metallo che si arrende e si spezza.
Rokas si tappò le orecchie, e qualcosa di caldo gli colò lungo i polpastrelli, macchiando i sedili di un rosso atro. L’aria attorno a lui si saturò in un istante, incapace di contenere quel rumore. Guardò l’orologio: il vetro si era incrinato con un tic secco.
Nel frattempo, le due figure avevano aperto nel portone entrando con determinazione. Rokas batté i pugni sul finestrino, urlò i nomi di Luknè e Benas. Ma le sue parole rimbalzarono nell’abitacolo come colpi a vuoto. Proiettili impazziti senza una via di uscita.
La strada era deserta. Nessuno ai balconi. Era un’ora in cui la città viveva solo dentro le case. Il marciapiede gli appariva un lastricato vuoto e desolato.
Nel buio dell’androne si accese la luce temporizzata. Rokas la vide attraverso il parabrezza: un rettangolo giallastro che si proiettò prepotentemente sulla strada quasi volesse catturarlo. Poi, arrivarono da dentro voci confuse. Frasi spezzate, parole concitate, una discussione trattenuta. Le voci continuarono ancora per pochi istanti e poi si affievolirono, come se si allontanassero.
E poi, più nulla. Solo silenzio. Una superficie liscia d’acqua a nascondere nel suo profondo orribili mostri.
La luce rimase accesa per un tempo interminabile.
Chissà perché, pensò: finché la luce non si fosse spenta, tutto sarebbe stato ancora possibile, nulla poteva succedere. Oppure tutto era già accaduto, e quella luce illuminava solo la scena con la fredda obiettività di un tavolo autoptico.
Poi il portone si aprì di nuovo.
I due figuri uscirono come erano entrati, calmi, burocratici. Quello con il bastone con la lama in cima tirò fuori uno straccio sporco e cominciò a pulirlo con gesti lenti e precisi, come se stesse pulendo un attrezzo dopo un lavoro sporco ma necessario. L’altro, appena dietro, teneva una cartellina. Si fermò un attimo sotto il lampione, la appoggiò sul cofano del furgone a compilare un documento. Scriveva con la penna senza mai fermarsi. Non pensava, non rifletteva. La mano correva qua e là sul foglio. Pochi dati da registrare. Il più era stato già fatto.
Finito, infilò il foglio nella cartellina e la chiuse con uno scatto secco. Il collega ripose lo straccio. Nessuno dei due si guardò più attorno. Rokas era lì, prigioniero in quella bolla nata e cresciuta in una realtà inaccettabile. Oramai non lottava più. La rassegnazione era una coperta umida e gelida.
I due salirono sul furgone. Le portiere si richiusero con un suono metallico, del tutto ordinario, banale. Il motore del furgone fu acceso e il mezzo partì allontanandosi lentamente, svoltando appena possibile per poi sparire in fondo alla strada.
Rokas restò a fissare il portone.
La luce dell’androne all’improvviso si spense. Rokas sobbalzò come se non se l’aspettasse più. Il buio racchiudeva ora in sé la verità, come in uno scrigno da non aprire mai più.
Si accorse che la sua mano era rimasta sulla maniglia della portiera, nella tensione di aprirla. D’un tratto la porta fece uno scatto e si spalancò.
Non scese subito. Rimase seduto, con le mani ancora raggrumate di sangue, quasi fosse stato lui a commettere il delitto.
Uscì. L’aria di fuori gli parve troppo leggera, diafana, impalpabile.
Fece un passo verso il palazzo. Poi un altro. Non osava scoprire la verità.
Dopotutto, pensò, finché non avesse visto con i suoi occhi, non sarebbe successo veramente.
Poi le gambe gli cedettero.
Si accasciò per terra.
Le lacrime presero a bagnargli le dita portando con sé i coaguli secchi.
Digital Harvest
Il navigatore ricalcolò il percorso senza avvisarlo.
Oscar se ne accorse solo perché il simbolo della vettura sulla mappa cambiò direzione, piegando, al bivio, lungo una strada sterrata.
L’auto abbandonò l’asfalto con un sobbalzo più brusco di quanto si aspettasse. I sassi presero a sfiorare il fondo dell’auto. Li sentiva, anche se non li vedeva. Ridusse ancora la velocità, senza però fermarsi.
Avrebbe dovuto essere già arrivato. Il colloquio era fissato per le undici. Non c’era una ulteriore possibilità.
Pensò a Marta: le aveva detto che sarebbe andato tutto bene questa volta, con quella sicurezza un po’ recitata che usava quando non ne era convinto. Quarantadue anni. Tre anni senza un lavoro stabile.
La campagna si apriva ai lati della strada senza recinzioni. Campi larghi, uniformi, quasi senza alberi. Nessuna casa, nessun trattore, nessuna figura umana. Pensò che se qualcuno li avesse dipinti, avresti detto che il pittore li aveva immaginati; un posto così ordinato non poteva esistere davvero.
A qualche decina di metri, sulla destra, un palo inclinato reggeva un cartello rettangolare. Vernice bianca, lettere nere ancora leggibili.
Future Farm.
Lo guardò con curiosità, lo superò.
Il motore cambiò suono all’improvviso. Un ronzio più basso, un tremore leggero dal cofano al volante. La pressione dell’olio scese di colpo. L’auto si fermò. Il motore restò acceso per qualche secondo, instabile, poi si spense.
Tutto il silenzio entrò nell’abitacolo come se aspettasse solo quel momento. Con lui entrarono anche i colori, quella geometria dei campi, quel verde troppo uniforme, quell’ordine che non somigliava alla natura ma a una imitazione.
Sotto il motore, una chiazza scura si allargava lentamente tra i sassi. L’olio colava a filo continuo da una piccola apertura irregolare nella coppa. Un sasso nel punto sbagliato al momento sbagliato.
«Perfetto».
Compose il numero di Marta. Non partì nessun tono. Solo una presenza muta, come se la linea fosse occupata da qualcosa che non rispondeva.
La chiamata risultava attiva.
Durata: 00:03… 00:04… 00:05…
Nessun suono. Interruppe.
Il sole era alto ma non scaldava come avrebbe dovuto. L’aria restava piatta, satura di odori, senza insetti. Né uccelli in cielo. O movimento nei campi.
Si diresse nella direzione che il cartello indicava. Si era alzata una leggera brezza. Portava con sé un brusio lontano, costante, regolare. Un ritmo.
Dopo qualche minuto, il profilo di una struttura emerse dall’orizzonte. Linee pulite, materiali chiari, superfici riflettenti. Difficile dire cosa fosse.
Vide una figura che si spostava lungo una delle file. Il suo muoversi era monotono, senza esitazioni. Poi un’altra, più distante. E un’altra ancora. Più fissava il campo, più vedeva delle figure. Come parti integranti della campagna. Come alberi spuntati dal suolo. Non riusciva a definirle. Ma poi… ecco sì… le vedeva meglio: non erano persone, ma macchine.
Il loro rivestimento esterno era chiaro, opaco, senza segni di usura. Come lui vedeva loro ora loro potevano vedere lui. Nessuna macchina però si era voltato verso di lui. O interrotto il lavoro.
Oscar fece un passo più deciso verso il robot più vicino. Il braccio rallentò impercettibilmente, come se stesse ricalcolando i propri movimenti. Lui allungò la mano per attirare l’attenzione. Stava per toccarlo.
Il robot si fermò di colpo. Il braccio restò sospeso a metà traiettoria, in attesa.
Come se il sistema avesse un protocollo preciso: ignorare la presenza umana passiva e neutralizzare il contatto fisico.
Poi il primo segnale. Un impulso breve, secco, come in un test. A distanza, altri due risposero nello stesso momento.
Si levò quindi un suono pieno, senza variazioni. Attraversò lo spazio con precisione come a dividerlo a metà. Oscar portò le mani sulle orecchie. Non gli servì: il suono gli parve vibrare contro il cranio, contro i denti, contro il petto.
Due unità basse, su ruote, emersero tra le file dei robot. Scure, stabili, silenziose. Avevano la dimensione di due barboncini. Avevano persino la medesima aria innocua.
Un contatto rapido. Secco. All’altezza della caviglia.
La scarica arrivò rapidissima. Stordente. Le gambe cedettero. Le mani si aprirono. Il respiro si bloccò. Oscar cadde su un fianco, senza riuscire ad ammortizzare la caduta.
Vide il cielo per un attimo. Che si rovesciava. La linea dell’orizzonte che si inclinava.
Intanto le macchine del campo avevano ripreso il lavoro. La stessa metodica, la stessa solerzia. Non era accaduto nulla di rilevante.
Fu trascinato per i piedi, la faccia nella polvere. Una sezione del terreno si aprì davanti a lui. La vide appena, in tempo solo per capire di essere rotolato dentro. Come una cosa inanimata. La botola si richiuse.
Cadde atterrando su qualcosa di morbido. Nessuna luce. Nemmeno fioca.
Poi il fetore arrivò. Dolciastro e marcio insieme. Umido. Persistente.
La luce del telefono si diffuse a cono illuminando prima una superficie indistinta, poi un contorno. Non era terra. Era un volto. O quello che ne restava.
Corpi. Accatastati senza ordine. Livelli sovrapposti, compressi. Alcuni ancora riconoscibili, altri già deformati. Vestiti strappati, tessuti incollati tra loro, occhi spenti in volti incavati.
Tutt’attorno pareti lisce, senza appigli. Una vasca di cemento. La botola sopra la testa.
Forse era l’unica persona viva nell’intera farm.
Il telefono illuminò qualcosa incastrato tra due corpi. Un tesserino rigido, plastificato.
Future Farm. CEO.
Il volto nella foto era ancora riconoscibile. Un uomo sulla sessantina, capelli bianchi, il sorriso di chi è abituato a essere fotografato. Lo aveva visto da qualche parte, un convegno forse o un servizio televisivo su qualche innovazione agricola, sistemi autonomi, il futuro dell’alimentazione. Aveva detto cose come efficienza e integrazione uomo/macchina, impatto zero. Aveva sorriso esattamente come sorrideva in quella foto.
Brutta fine, pensò. I sogni sanno prendere direzioni inaspettate. Come i navigatori.
Cosa era successo in quella farm?
Poi la botola si aprì. Un braccio meccanico scese dall’apertura, un’unità grande, articolata in più segmenti. Pareva costruita apposta per quella necessità. Si mosse tra i corpi senza esitazione. Non cercava. Non selezionava. Si limitava a scendere lungo una traiettoria predefinita.
La presa si chiuse su un corpo. Lo tirò su. Le braccia del cadavere penzolavano nel vuoto, la testa oscillava leggermente come se annuisse.
Di lato un’altra macchina. A rotazione lenta. Un cilindro e un’apertura capiente.
E iniziò a triturare. Poltiglia di carne e sangue rappreso sparata sui campi.
Concime.
«Aspetta!», gli uscì di dire.
La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica, definitiva.
Il tempo là sotto non si misurava. C’era solo il ritorno periodico del braccio meccanico, che Oscar imparò presto a percepire da un clic quasi impercettibile che la precedeva.
Pensava a Marta e a come l’aveva delusa anche questa volta. Al fatto che non avrebbe mai pensato di cercarlo lì.
Poi, una mattina udì qualcosa.
Una increspatura minima del silenzio.
«… non prende… il navigatore…»
Oscar sollevò la testa di scatto. Ma poteva sbagliarsi.
No no, era sicuro. Era una voce di donna. Fuori c’era una persona. Che fosse Marta?
Cercò di ammonticchiare i cadaveri uno sopra l’altro per avvicinarsi alla botola.
«Sì! sono qui! Aiuto, liberatemi», gridò.
La propria voce suonò roca, quasi falsa. Non la riconobbe.
Poi sentì il primo impulso sonoro. Breve. Secco. Come in un test. Il secondo arrivò subito dopo. Più lungo. Poi un terzo.
Il frastuono partì. Pieno. Continuo. Identico a quello che aveva sentito fuori il giorno che era arrivato. Quel rumore non era per lui. Ma per la donna. Perché non sentisse le sue grida. Per impedirle di capire cosa stesse succedendo là sotto.
Poi il silenzio tornò.
La botola è rimasta chiusa, pensò. La donna è andata via. È riuscita a scappare.
Se lo ripeté più volte, piano, come una cosa in cui si vuole credere. Era un pensiero irrazionale. Lo sapeva. Ma scelse di tenerlo.
Alzò le braccia in un gesto di vittoria, anche se non aveva pubblico. Se non di corpi inanimati. Gli parve assurdo sentirsi sollevato per lei. Qualcuno era riuscito a scamparla.
Poi sentì qualcosa di diverso.
Non il clic che aveva imparato a riconoscere. Questo era un suono più sordo. Un peso che veniva trascinato.
La linea della botola si illuminò di taglio. Prima una fessura, poi di colpo.
Un corpo cadde insieme alla luce accecante.
La donna atterrò di fianco su quello che c’era sotto, con il suono sordo di chi non si aspettava la caduta. La botola si richiuse. Silenziosa, pneumatica.
Buio di nuovo. Silenzio di nuovo.
Sentiva la donna lamentarsi. Un brontolio sconnesso. Poi il suo respiro, affannoso, impaurito.
Oscar aprì la bocca. Non sapeva cosa dirle. Non sapeva se fosse meglio parlare o tacere. Era sopraffatto dall’emozione
Alla fine, disse solo:
«Stai ferma».
