Gli amici non servono anche a questo?

Amici, in, carcere«Hai una pessima cera.»
Matteo giocherellava con il bicchiere bevuto a metà. Realizzò solo dopo qualche istante che a parlare era il suo amico seduto al tavolino del bar con lui.
«Gentile davvero…» gli rispose.
«Dico sul serio, non ti ho mai visto così giù…»
«Lascia perdere…»
Roberto alzò lo sguardo in direzione del corso che a quell’ora si stava già affollando di gente per il quotidiano struscio del tardo pomeriggio. Notò che, poco distante, due giovani si erano appena incontrati davanti alla farmacia. Lei, in una attillata tutina rosa, aveva fatto il gesto di voler baciare il ragazzo, ma poi ci aveva ripensato.
«Lo sai che a me puoi dire tutto, che ti succede?» gli chiese Roberto distratto.
Matteo si chiuse in un mutismo difensivo.
«Allora?» incalzò l’amico. «Tanto sappiamo entrambi che finirai per dirmelo.»
«È meglio di no.»
«Non ti lascerò in pace fino a quando non me lo dirai. Lo sai quanto posso essere insistente.»
«Altroché se lo so. Va bene. Ma poi non lamentarti come tuo solito…»
«Figurati!»
«È che ho ucciso mia moglie» confessò d’un fiato.
A Roberto cadde la sigaretta dalle labbra finendo sulla sottostante fetta di torta al ribes.
«Che dici? Sei impazzito?»
«No… non l’ho ammazzata sul serio… ecco… cioè… sì… l’ho fatto, ma in sogno.»
«Come in sogno? In che senso?»
«Nel senso che, nel corso di un brutto litigio, in sogno, ho finito per sparare a mia moglie.»
«Ma se sei la persona più pacifica che io conosca e… e inoltre non hai neppure una pistola.»
«Certo che non ce l’ho. Poi amo mia moglie, né ho mai avuto motivo di questionare con lei.»
«E allora?»
«Allora è successo, anche se solo in un sogno: vallo a spiegare l’inconscio! Per farla poi breve mi hanno arrestato, processato e condannato per benino. Le prove erano schiaccianti anche perché, come puoi immaginare, ho subito ammesso il fatto.»
«Almeno nei sogni la giustizia funziona, allora…» osservò l’altro caustico.
La coppia di giovani davanti a loro adesso si stava abbracciando ma piangevano teneramente entrambi dandosi reciproco conforto.
«E quindi?» chiese ancora Roberto che non riusciva a staccar gli occhi da loro.
«E quindi, sarà per l’avvocato scarso sarà per il fatto gravissimo in sé, mi hanno dato l’ergastolo. Non contento di averle sparato, l’ho infatti pure gettata dalla finestra. Roba da matti. Insomma, mi hanno riconosciuto tutte le aggravanti possibili e nessuna attenuante.»
«Caspita…»
«Ora in questo incubo sono a regime di carcere duro.»
«Come un efferato criminale…»
«Non mi prendere in giro…»
«No… certo, scusa… però è un sogno, no? Ti svegli e tutto torna alla normalità.»
«La fai facile, tu, amico mio. Il problema è che appena mi addormento mi ritrovo in quella cella fetida, caldissima e sovraffollata con ceffi della peggiore specie. Le risse, gli accoltellamenti e le vessazioni sono all’ordine del giorno. È tutto dannatamente realistico, te lo assicuro, ed è l’incubo di tutte le sante notti. Mi sveglio di soprassalto, urlando. Cerco di calmarmi, e se mi riaddormento mi ritrovo puntualmente dietro le sbarre e questo fino a quando non mi alzo, insonne. Ormai ho il terrore di mettermi a letto. Sto uscendo pazzo.»
«Mi spiace davvero… dovresti andare a farti vedere da qualcuno bravo.»
«Ci sto andando, dallo psichiatra. Dice che è un trauma infantile riemerso per lo stress da lavoro e che ci vorrà del tempo…»
«Del tempo…» fece eco l’amico che non sapeva cosa dire.
«Adesso scusami ma devo proprio andare» disse Matteo alzandosi senza finire l’aperitivo. «Devo passare in farmacia per ritirare degli ansiolitici…»
Anche la ragazza in tutina rosa se ne era appena andata. Il giovane invece era fermo, impietrito, gli occhi a terra. La faccia pallida.
«Ah, vai via… ci vediamo però domani?»
«Domani? No no ci vediamo stanotte!»
«Come stanotte?»
«Eh sì… Per qualche strano motivo quando parlo con qualcuno del mio incubo me lo ritrovo poi la notte seguente nel mio sogno, rinchiuso con me nello stesso carcere… Te l’avevo detto che non volevo parlartene. Ma tu hai insistito… Va be’ dai, almeno ci facciamo compagnia! Gli amici non servono anche a questo?»

Il Solerte Funzionario

Funzionario - DipendenteProprio non si raccapezzava. Quando si addormentava era tutto chiaro. Il Centro di Controllo, a volte via mail a volte con una telefonata, più raramente di persona, lo contattava a mezzo del Solerte Funzionario che insisteva perché fosse inserito l’Astruso Codice di sblocco del flusso dati. Diceva che non si poteva continuare così a ignorare deliberatamente una regola tanto basilare per la sicurezza delle informazioni. Oltretutto i Preziosi Dati non trasmessi si stavano accumulando nella Main Directory creando un ingorgo di mail sempre meno gestibile. Il Solerte Funzionario, insomma, stava meditando di prendere seri provvedimenti nei suoi confronti denunciando l’accaduto all’Integerrimo Ispettore essendo palese oramai l’inutilità dei richiami e dei solleciti reiterati. E, inoltre, era inaccettabile che un Malinconico Dipendente di una Insignificante Filiale di una Periferica Agenzia avesse dato ampie rassicurazioni di adempimento senza poi dar alcun seguito a quanto promesso. L’inottemperanza era oltretutto di serio ostacolo per la funzionalità della Locale Rete, vista la struttura ramificata e interdipendente dell’Ottimizzato Sistema. Senza contare che questa inerzia aveva un effetto domino anche sulla catena di trasmissione delle informazioni di diversi altri Inferiori Uffici collegati a loro volta alla Insignificante Filiale della Periferica Agenzia, Uffici che non lesinavano lamentele e contestazioni al Radioso Titolare dell’Ottimizzato Sistema. Il crescente malcontento era ancora contenuto ma sicuramente serpeggiante.
Sì, nel sogno era davvero tutto chiaro. Il comando era legittimo, l’inadempienza conclamata. Ma il Malinconico Dipendente non si ricordava più quale fosse la procedura necessaria per riattivare il flusso dati. Sapeva che era una procedura complessa, sapeva che contava su salienti passaggi necessari ma proprio non riusciva a farsi tornare in mente quali fossero. Perché mai non se li era segnati da qualche parte se era così importante? Era probabile però che la sua Volenterosa Segretaria potesse essergli d’aiuto. Così almeno pensava nel corso di ogni sogno. E pensava anche che l’indomani mattina glielo avrebbe potuto chiedere non appena lui fosse arrivato in ufficio. Per certo non poteva chiamarla subito: era notte fonda. Però forse, sognava, avrebbe potuto intanto scriverle una mail a mo’ di appunto; così la Volenterosa Segretaria l’avrebbe potuta leggerla già mentre faceva colazione, e dargli subito una dritta che gli avrebbe consentito di rimediare in modo sollecito. Il Radioso Titolare doveva ricredersi su di lui. Ma allora doveva alzarsi dal letto, sì o no? Lo avesse fatto per inviare la mail si sarebbe tuttavia svegliato e allora addio sonno, e non poteva permettersi di affrontare giornate di lavoro tanto estenuanti già stanco.
E così via, in queste ambasce, per tutta la notte.
Ma poi alla mattina si svegliava e capiva che era stato tutto un incubo. Il solito stupido incubo. Man mano che il tempo trascorreva dal risveglio, alla certezza della necessità opprimente di dover fare quanto il Solerte Funzionario esigeva, subentrava incalzante la altrettanto granitica certezza che non esisteva nulla di quanto aveva sognato. Non c’era un Centro di Controllo, non esisteva un Solerte Funzionario, non esisteva una Volenterosa Segretaria. Nè tantomeno esisteva un Astruso Codice da inserire per garantire il flusso dati ai Superiori Uffici. I dati venivano semplicemente trasmessi, ogni giorno, con regolarità: erano difatti del tutto sufficienti i protocolli ordinari.
Questa constatazione lo conciliava a poco a poco con la vita di tutti i giorni facendogli ritornare il buon umore. Quindi iniziava la sua giornata senza pensare più al suo incubo se non la notte successiva. Quando si addormentava di colpo per la stanchezza ripiombando di lì a pochi minuti in quella ansiogena routine di sempre. Il Solerte Funzionario fatalmente si rifaceva vivo reclamando attenzione e sbraitando le sue ragioni.
Provò allora a dormire meno o a dormire sulla poltrona dello studio nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma fu tutto inutile. L’incubo si ripresentava puntuale ogni notte. Poi arrivò alla conclusione che se non poteva evitare di avere l’incubo poteva almeno cercare di modificarlo mentre lo aveva, giusto per renderlo innocuo o meno pressante. Sì, poteva anche funzionare.
Così una notte, nel bel mezzo del sogno, il Malinconico Dipendente rivelò al Solerte Funzionario, presentatosi di persona per reclamare l’Astruso Codice mai immesso, che lo aveva trovato. Il Solerte Funzionario non si aspettava una simile risposta tanto da rimanere del tutto ammutolito con l’indice intimidatorio ancora alzato pronto a vomitare ogni sorta di improperi. E il Malinconico Dipendente era già sul punto di gongolare per la sua trovata geniale quando Quello gli chiese allora di inserirlo in Rete e di fare finalmente il proprio dovere. Il Malinconico Dipendente non si fece trovare impreparato. L’Astruso Codice, grazie alle sue mai rinnegate conoscenze nel Losco Sottobosco che gli avevano anche rinfrescato le conoscenze sulla esatta procedura, ce l’aveva davvero e senza tante storie lo inserì. La Rete deglutì avidamente la lunga sequenza alfanumerica come un cibo prelibato. La Main Directory, sotto i piccoli Occhi da Topo del Malinconico Dipendente, si svuotò a ritmi serrati smistando, inoltrando, etichettando. Sembrava alla fine che tutto fosse andato per il verso giusto, con piena soddisfazione generale di tutti i Malinconici Dipendenti con gli Occhi da Topo della Insignificante Filiale della Periferica Agenzia e soprattutto sotto gli Occhi da Lucertola del Solerte Funzionario; ci fu addirittura chi giurò, ad anni di distanza dal Tragico Fattaccio, di aver intravisto in quel momento, sulle labbra ostili di Quello, un represso cenno di sorriso. Ma fu solo un attimo intenso, perché i pochi ricordi sopravvissuti divennero confusi per quanto poi accadde. Lo schermo del computer, infatti, di lì a poco, divenne improvvidamente blu e andò in crash. Subito anche tutti gli schermi degli altri computer della Insignificante Filiale della Periferica Agenzia diventarono blu andando in crash. E anche quelli di tutti gli altri computer collegati a tutte le residue Locali Reti interconnesse alla Globale Rete della Agiata Città, della Pingue Regione, dell’intero Squallido Paese diventarono blu andando in crash con una emorragica e inarrestabile perdita dei Preziosi Dati.
«Ma lei è pazzo!» gli urlò in faccia il Solerte Funzionario, diventato pallido come una noce di ricotta, con tutta la rabbia che aveva in corpo. «Lei ha inserito un potentissimo virus direttamente nella Globale Rete. Ma cosa le è saltato in mente? Subirà, per questo, conseguenze inimmaginabili! Sanzioni indicibili! Ritorsioni efferate!» abbaiò al cielo prima di uscire sbattendo la porta che rovinò a terra nel diffuso sbigottimento generale.
Il Malinconico Dipendente si svegliò di soprassalto.
E capì con orrore che questa volta era tutto vero.

 

Un triste sognatore (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO DELLA PUNTATA PRECEDENTE: Paul è contento della sua
vita dorata che trascorre negli agi e in compagnia di una 
bellissima ragazza. Tutto va per il meglio fino a quando non scopre, 
a causa di un lieve malessere, che la realtà che sta vivendo è molto 
diversa da quella che credeva: lui esiste solo perché è il frutto del 
sogno di una persona frustrata dalla propria esistenza]

Paul non si poteva arrendere a tutto questo, non avrebbe mai permesso di sparire definitivamente chiuso in qualche cassetto mnemonico di chissà quale oscuro individuo e perdere quanto di più bello aveva potuto conoscere.
Cominciò così ad indagare cercando di capire chi fosse la persona che lo aveva creato e che ora aveva decretato la sua fine. Scoprì che si trattava di un grigio impiegato che lavorava in una dimenticata e squallida biblioteca alla periferia di una megalopoli del Sud del Paese. Una persona dalla vita monotona e incolore che evadeva dalla sua esistenza privo di qualsivoglia svago immaginandosene un’altra piena di soddisfazioni e di esperienze fantastiche. Ma ora, anche in quella tediosa vita, qualcosa era cambiato. Paul scoprì infatti che il triste sognatore aveva vinto un premio favoloso a un concorso nazionale. La fortuna lo aveva aiutato e adesso tutto ciò che aveva solo sognato avrebbe potuto viverlo in prima persona. E’ per questo che Paul di lì a poco non sarebbe più servito a nulla, come si doveva più sognare un qualcosa che finalmente si sarebbe potuto realizzare! Doveva allora far presto, doveva trovare una rapida soluzione per salvare il suo mondo e quanto più gli era caro. Gli venne così in mente che il suo mesto sognatore avrebbe potuto ritornare a desiderare di essere ricco se solo avesse perso ogni cosa e fosse tornato a essere quello di prima.
Fu così allora che, in uno dei più sbiaditi sogni in cui aveva potuto prender corpo, Paul riuscì a convincere il sognatore che dalla brace rimasta accesa nel camino di casa sua si era staccata una scintilla che aveva incendiato il tappeto per poi estendere le fiamme ai quadri e ai mobili della sua nuova e sfarzosa villa. Preso dal panico, il sognatore, pensando che il sogno fosse reale, si buttò a capofitto dalla scala del soppalco dove dormiva e, complice il buio, mise un piede in fallo cadendo malamente e ferendosi seriamente.
Paul poté così ritenersi soddisfatto. Il sognatore, a seguito della caduta rimase paralizzato dalla cintola in giù, cosicché i soldi che finalmente aveva vinto non gli sarebbero serviti se non per avere dei domestici e infermieri che lo avrebbero accudito e aiutato a prendersi cura di lui mandando avanti la casa. Avrebbe però anche dovuto rinunciare a poter vivere una nuova esistenza come la intendeva lui vale a dire viaggiando, facendo sport, andando a ballare in feste sontuose, circondarsi di donne bellissime. Il sognatore, piano piano, riprese i suoi vecchi sogni rimettendo Paul nel suo ufficio, circondandolo, ancora una volta, di tutte le belle cose che mai avrebbe potuto più avere compresa la compagnia della splendida Colette.
Paul si ritrovò a ricuperare il braccio perso e ogni altra parte del corpo che gli era sparita. Anche la giovane mulatta aveva preso di nuovo posto accanto a lui, così come i suoi conti in banca erano diventati floridi. Ogni cosa era tornata al suo posto.
Per festeggiare Paul passò da una parte all’altra del mondo, visitò casino, alberghi e ristoranti stupendi. Si comprò persino uno yacht di quaranta metri con interni lussuosi ed equipaggio esperto.
Così accadde che, una sera, Paul si trovasse proprio a bordo del suo nuovo yacht ancorato appena fuori un porticciolo su di un’isola sperduta nel mare dei Caraibi. Si trovava sul ponte principale a godersi il suo aperitivo alla brezza serale di quell’angolo di paradiso quando sentì un rumore dietro di sé.
«Sei tu Colette?» chiese Paul girandosi sorridente.
No, non era Colette. Era solo un’ombra, l’ombra di un uomo con un giaccone blu ed un passamontagna scuro a coprirgli il volto.
«Lei chi è? Che ci fa sulla mia barca?» chiese quasi balbettando Paul.
«È stato un gioco piuttosto sporco quello che hai messo su, non è vero, Paul?»
Lui rimase in silenzio. Qualcosa nel suo piano non doveva aver funzionato.
«Vedi, mio caro» fece l’uomo non uscendo dall’ombra che lo proteggeva «non si può mai sapere cosa può passare nell’intuito di un uomo. La mente, come si sa, può essere anche ottusa, poco intelligente persino distratta. Ma l’intuito, eh sì l’intuito, quello non conosce strade rette, ubbidisce a regole non scritte, irrazionali, percorre via impensabili, capisce e arriva là dove la mente razionale si ferma. Una cosa meravigliosa e delicata, ma anche capricciosa e testarda perché può, da una parte, decidere di sognare per potersi stordire e non pensare, ma può anche ritenere che non ne valga più la pena di rifugiarsi in effimeri e vacui sogni se la vita non è più degna di esser vissuta.
«Non vorrà per caso suicidarsi il nostro sognatore?» fece allarmato Paul stringendo il bicchiere che era lì lì per rompersi tra le sue dita.
«No, suicidarsi no, questo davvero glielo impedirò».
«E allora cosa è successo, cosa vuoi?»
«Sono venuto a dirti che il nostro amico è diventato, grazie alla tua bella trovata, di pessimo umore. È depresso e agitato, in poche parole dorme poco e male. Pensa a tutto quello che avrebbe potuto avere e che non avrà mai come in una ossessione. Insomma, come dirtelo caro Paul, quando si addormenta ha iniziato ad avere dei terribili incubi».
«Incubi?!?»
«Sì, incubi!»
«Ma è normale avere ogni tanto degli incubi…»
«Il tuo problema è che il suo incubo sono io; il nostro sognatore in altre parole non ha più bisogno di te. Non c’è più spazio per sogni dorati e donne fatali. E poi come tu sai ci sono incubi innocui e incubi orribili, incubi questi ultimi cioè che possono uccidere i sogni, buoni o cattivi che siano. Io sono insomma la sua nuova realtà onirica, fatta di rivalse, vendette e rivincite sulla vita amara e ingiusta che gli è capitata grazie a te.»
Dicendo così l’uomo tirò fuori dalla tasca qualcosa che Paul non capì bene cosa potesse essere. Poi un raggio di luna si posò sulla canna della pistola riflettendosi proprio nell’occhio sbarrato di Paul. Seguirono tre colpi in rapida successione che trapassarono il corpo di Paul frantumando al loro passaggio persino il bicchiere di cocktail che esplose in una fantasia di mille colori e questo proprio mentre l’uomo come un masso precipitava all’indietro nell’acqua sottostante. Seguì un tonfo sordo, come se venisse da lontano, subito coperto dal risveglio dell’uomo che sognava e che, sorridendo, come non aveva fatto ormai da molto tempo, chiese per favore al domestico un bicchiere di champagne.

Un triste sognatore (prima parte)

Paul era decisamente soddisfatto. Ai bordi della sua piscina, sorseggiando un classico champagne da mezzo pomeriggio, guardava la sua nuova splendida compagna nuotare nell’acqua tersa di quella vasca. Paul era giovane, bello, davvero ricco e nulla sembrava preoccuparlo più del fatto che quello che stava bevendo avrebbe potuto di lì a poco riscaldarsi tra le sue dita.
Ma forse, a ben guardare, qualcosa che lo preoccupava forse c’era davvero. Da qualche giorno, un fastidioso torpore al braccio destro gli stava dava noia. Gli prendeva, prima come un leggero formicolio alle dita, e poi saliva verso il polso impossessandosi dell’avambraccio e di tutto il braccio fin quasi a non sentirlo più. ‘Passerà’, pensava Paul, sorridendo alla modella mulatta emersa dall’acqua della piscina come una venere; ‘passerà non può essere nulla di grave’.
Il giorno dopo Paul partì per un viaggio di affari. Andò in Europa, prima in Inghilterra e poi a Parigi. Colse l’occasione, in tarda serata, per fare un giro per la capitale che trovava sempre seducente e piena di fascino. Si ritrovò così a Saint Germain de Prés, nel quartiere latino, a sorbire una cioccolata a “Les Deux Magots” il caffè storico che si affaccia in modo sontuoso sul boulevard principale, sempre animato di gente e da artisti da strada che tanto gli piacevano. Anche Colette, che lo aveva seguito in quel viaggio, sembrava divertirsi. ‘Ma com’era bella quella donna’, pensò guardandola mentre sorrideva; e quella sera lo era più che mai. Forse perché Colette a Parigi ci era nata, tanto da muoversi con quella spigliatezza tipica di chi ci ha vissuto.
Tutto sembrava perfetto insomma: l’atmosfera, la serenità che aveva nel cuore, la tranquillità per il futuro che solo il danaro e la giovinezza potevano dare. Poi all’improvviso sentì ancora una volta il formicolio montargli dalle dita. Provò un fastidio acuto, come se quel disturbo capitasse a sproposito a rovinargli una serata meravigliosa. Paul cercò di distrarsi ordinando un altro dessert, distogliendo il più lontano possibile il suo sguardo come per scacciare l’immagine della propria mano che sembrava diventare insensibile. Si distrasse tanto profondamente che non sentì Colette che lo chiamava più volte. Era arrivato quello che aveva ordinato. Paul allora allungò la mano ma il movimento andò a vuoto. La sua mano non c’era più. Era sparita e persino tutto il braccio. Dalla spalla non si dipartiva nulla, semplicemente mancava l’arto anteriore destro, come se non ci fosse mai stato. L’uomo riuscì a non gridare. Sudò freddo. Poi riprendendosi si limitò a prendere il bicchiere con l’altra mano portandoselo alle labbra in modo maldestro perché parte del liquido gli cadde sul vestito.
«Ma tu tremi…» gli fece notare Colette che pareva non essersi accorta di quanto di più grave stava accadendo. «Non stai bene?»
Paul avrebbe voluto gridarle ‘ma come, non vedi che non ho più il braccio, certo che tremo!’ Ma stette zitto. Non riusciva ancora a rendersi ben conto della situazione.
«Vuoi rientrare?» gli disse lei comprensiva.
«Sì, forse è meglio, si è fatto tardi».
Il taxi arrivò subito. Paul si chiese se lei si fosse accorta di quanto era successo e avesse preferito non toccare l’argomento o se invece realmente non aveva visto niente. Ma se l’aveva notato, perché mai non gli chiedeva una spiegazione? Non era di certo normale che un braccio sparisse da un momento all’altro.
All’hotel, quando Paul si spogliò, lei non stette a guardarlo così quando poco dopo lui sotto le coperte, cercava di prendere inutilmente sonno, ogni tanto si tastava la spalla destra come se si aspettasse che da un momento all’altro il braccio ricomparisse. Si addormentò all’alba, oramai sfinito dalla veglia e dalla tensione. L’ultima immagine che aveva avuto negli occhi era il viso addormentato e sereno di Colette che gli respirava accanto come se tutto fosse normale.
Fu la sua compagna a svegliarlo, ripetutamente, dicendogli che l’aereo non li avrebbe aspettati e che bisognava far presto se voleva far colazione. Ancora assonnato, Paul s’infilò nel bagno. Mise la testa sotto la doccia fredda nella speranza di riuscire a riaprire completamente gli occhi. Se ne rimase così, forse anche una decina di minuti, poi si asciugò con la sola mano che gli restava. Ma quando si guardò allo specchio si sentì mancare. L’orecchio sinistro e gran parte della mascella dalla stessa parte erano spariti. Non solo il braccio non era ricomparso, ma ora anche parte del viso era come in parte cancellato. Paul si sedette sull’angolo della vasca, cominciò ad avere paura. Gli mancava il respiro.
Sentì Colette chiamarlo, gli chiedeva se stesse male visto che ci stava mettendo molto ed aveva anche cercato di entrare. Paul la rassicurò, disse che aveva finito.
«Colette» le disse uscendo finalmente dal bagno «ma non vedi nulla di strano in me?»
«Beh di strano direi proprio sì» rispose lei con uno di quei sorrisi assolutamente indimenticabili «non ti sei fatto la barba ed è proprio tardi».
«No, dicevo qui alla faccia» cercò di chiarire Paul sempre più spaventato indicando la parte del viso con l’unico braccio che gli era rimasto «e… e il braccio… non ho più il mio braccio destro!»
«Che c’è da vedere? Solo che sei il mio solito bellissimo Paul, cos’altro? Non manca nulla. Certo che sei strano questa mattina!»
Ci vollero diversi giorni a Paul, cui nel frattempo era venuta meno anche una gamba, perché comprendesse appieno che lui, in verità, non esisteva. Si consultò con diversi specialisti e finalmente apprese la verità. La sua villa, le sue automobili, il suo ufficio nell’attico del grattacielo che portava il suo nome, tutto quello cioè che in tanti anni aveva imparato ad amare e a godersi erano in realtà il frutto della fantasia di qualcun altro. Lui esisteva sì, ma solo in quanto era il sogno di qualcun altro e, quel che c’era di peggio, questo qualcuno lo stava volutamente dimenticando, come fosse stato stanco di rievocarlo ogni notte nei propri sogni. Fu un grave colpo per lui e per poco non impazzì.

Continua la prossima domenica --> Un triste sognatore 
(seconda e ultima parte)

Io e te…

La ragazza entrò in cucina ciabattando, il viso nascosto dai lunghi capelli biondi. Erano quasi le dieci del mattino, ma per Rita era come se fosse l’alba.
«Cosa vuoi per colazione?» domandò la madre con tono sommesso per non dar fastidio alla figlia.
La ragazza si limitò a grugnire qualcosa di indefinibile che però la madre riuscì a capire mettendosi ai fornelli.
«Ma ce l’hai ancora con me?» chiese a un certo punto la donna voltandosi di scatto. La ragazza non rispose.
La madre riprese a scaldare il latte e a mettere sul fuoco la moka; tirò fuori dal pensile una confezione di fiocchi di avena e la posò sul tavolo.
«Allora, possiamo parlare un po’?» domandò ancora la donna ora con tono supplichevole.
«Perché, ti importa qualcosa di me?» disse la ragazza in modo rude e la voce ancora impastata.
«Ma certo che mi importa di te, sei mia figlia, sei tutto il mio mondo, la cosa più preziosa che ho…»
«E allora perché non mi permetti questa sera di andare alla festa di Luca? Eh? Che cosa ti costa? Ci tengo tantissimo, lo sai… Sono settimane che te lo chiedo.»
La madre spense il fuoco sotto il pentolino e ne versò il contenuto nella tazza dove aveva già messo il caffè.
«Dobbiamo parlare, Rita, dobbiamo farlo necessariamente, e subito…» disse lei risoluta, allungandole la tazza.
«Io con te non ci parlo mai più… la mia vita è rovinata per sempre, grazie a te, perderò l’amore di Luca e…»
«Stammi sentire, Rita…» fece la madre sedendosi al tavolo della cucina, vicino a lei.
La figlia si era messa a squadrarla con aria di sfida, ma la madre non riusciva a trovare le parole.
«Ecco vedi, come al solito, quando è il momento, non sai cosa dire…» la rimproverò.
«Non è così, non è così…» fece la donna lisciando davanti a sé una piega inesistente della tovaglia. «Tu… tu… non puoi andare a quella festa perché… perché moriresti… Verso l’una ti riaccompagnerebbe a casa Luca che, drogato, bucherà con la macchina uno stop schiantandosi così contro una moto…»
La figlia la stava osservando incredula.
«Cosa stai dicendo?» fece dopo qualche attimo con la voce che le tremava di rabbia. «E mai possibile che devi arrivare a tanto? Luca non si è mai drogato in vita sua… e mai lo farà!»
«Lo farà, lo farà… i suoi amici gli faranno lo scherzo di mettergli una pillola nella birra mentre lui è distratto a parlare con te e, nonostante non sia in grado di guidare, lo farà ugualmente per portarti a casa…»
«Questo è incredibile! Che cosa ti devi inventare ancora per negarmi il permesso di andare a quella festa? Ti detesto mamma, con tutte le mie forze!» e afferrò la tazza del caffellatte per andarsene nella sua stanza.
La madre la prese con decisione per un braccio impedendole di alzarsi.
«Ahia! Mi fai male, sei impazzita!?!»
«Siediti, non ho finito. C’è dell’altro!»
La figlia aveva appena visto sul volto della madre un’espressione che non conosceva e si spaventò.
«Io e te… io e te…» mormorò la donna incespicando nelle parole «…non esistiamo.»
«Cosa dici, mamma, stai vaneggiando? Cos’hai fumato?» chiese la ragazza sempre più preoccupata.
«Vedi, piccola, noi siamo il prodotto del sogno di una donna che si chiama Alma..»
«Allora si chiama come te, mamma…»
«Sì, si chiama proprio come me. Alma aveva una figlia, Rita, proprio come te, che, quando quest’ultima aveva sedici anni, la sera del 17 di maggio, cioè oggi, è andata a una festa per stare con il suo Luca… Be’, tutto il resto te l’ho appena raccontato…»
La figlia era rimasta senza parole.
«Dopo quel fatto tragico in cui perse la figlia, tanti anni fa, Alma è entrata in una grave depressione. Ha rivisto in sogno, il suo incubo ricorrente, questa stessa scena per migliaia di volte; e ogni volta ha sempre sperato in un esito diverso, che ti salvasse la vita, senza mai però riuscirci. E dopo anni di terapie per non impazzire, di sforzi e di impegno costante, Alma sta guarendo. Presto, prestissimo, non farà più questo sogno, dove io e te esistiamo…»
Rita stava cercando di dire qualcosa ma non ci riusciva.
«Ecco, ecco…» disse Alma gridando e alzandosi in piedi, come se avesse sentito qualcuno arrivare alle sue spalle. «Sta succedendo prima del previsto, proprio ora…»
In un’esplosione di luce la parete alle sue spalle in un attimo scomparve e poi madre e figlia si videro come in un negativo di fotografia. La luce intensa divenne accecante in un crescendo dirompente, divorando ogni cosa.
E poi più nulla.