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Posts Tagged ‘prete’

valigiaDa ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

hat_gy
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fonte battesimaleLe scarpe blu di vernice del bambino si sentivano appena per la chiesa. Erano rumori lievi tra statue di santi e ceri accesi. La mamma, poco distante, stava pregando, anche se non distoglieva lo sguardo da lui che saltellava leggero lungo la navata centrale. Poi il bambino si avvicinò alla fonte battesimale di basalto e la sua attenzione fu attirata da una increspatura sul pavimento. Era una fenditura bruna, a zig zag, come se l’intero edificio avesse avuto un fremito e si fosse spaccato in quel punto. Il bambino, che chiameremo Giorgino, non poteva conoscere la storia di Aleppe, una storia particolare risalente addirittura al 1802 di cui si era persa ogni memoria. Se l’avesse conosciuta, forse, non si sarebbe fermato proprio lì.
Aleppe era un demone molto giovane, ma molto intraprendente, che aveva in animo di realizzare qualcosa di memorabile per mettersi in mostra e salire di considerazione a chi di dovere; fu così che, dopo tanto pensare, volle tentare l’impresa di entrare in un chiesa e rubare delle ostie consacrate per poi disperderle in un letamaio. L’idea gli piaceva molto, era ambiziosa, nel suo stile, ma doveva trovare il modo per riuscire a penetrare nella cattedrale resistendo alla sacralità del posto, quel tanto che sarebbe bastato, insomma, per arrivare sino alla pisside e portarla via.
Dovette aspettare a lungo il momento giusto che, finalmente, si presentò un giorno, al meriggio, sotto forma di una suora novizia, Maria Celeste, di appena anni sedici; la capretta, che il convento allevava per il latte, temendo che i suoi piccoli fossero in pericolo, la caricò all’improvviso aprendole la pancia con le corna aguzze e lasciandola agonizzante all’ombra di un convolvolo. Aleppe, approfittò che una bestemmia sfuggisse dalle labbra della novizia, disperata di dover morire così giovane, per entrarle dalla gola e prendere possesso del suo cuore; la salvò anche da morte certa perché, per realizzare il suo progetto, aveva bisogno di lei: sapeva che se si fosse addentrato in chiesa nascosto in quel corpo illibato e benedetto sarebbe stato al sicuro come in un’armatura.
E così, una mattina, Aleppe si presentò sulla soglia del vasto portone della cattedrale. Tutto sembrava tranquillo: solo alcune donne pie, da un lato, sgranavano monotone il loro rosario; uno sparuto gruppo di persone se ne stava invece molto più avanti, intento in chissà quale rito. Aleppe era titubante: la maestosità del luogo gli metteva soggezione. Sfidare però il Signore nella sua stessa casa era un’impresa degna di nota che lo inorgogliva. Si chiuse così nel mantello della suora e prese a percorrere lentamente la navata centrale. Nessuno badava a lui. Nessuno avrebbe fatto caso a una novizia entrata a pregare. Fece appena una decina di passi e subito avvertì fitte lancinanti al costato e alla testa. Tutto rimandava alla gloria di Dio, là dentro: lo sentì come una cappa soffocante e dirompente. Andò avanti lo stesso, doveva riuscire ad ogni costo. Cominciò a zoppicare e a respirare a fatica. Capì che non ce l’avrebbe fatta a resistere a lungo: doveva fare presto. Accelerò il passo, trascinandosi, anche se i dolori al ventre e alla gola diventavano sempre più insopportabili. Ancora pochi metri lo separavano dal tabernacolo, serrò i denti ma nello sforzo la ferita alla pancia gli si riaprì. In quel mentre, accanto a lui, una madre staccò dal suo seno un bimbo di pochi mesi e lo avvicinò al prete che con l’acqua dalla fonte battesimale bagnò la fronte del neonato. Una goccia infinitesimale di quell’acqua benedetta scivolò via toccando un lembo del mantello di Aleppe. Lui prese a tremare. Brividi violenti presero a squassargli il corpo divenendo ben presto convulsioni. Il demone prese a lacerarsi come carta bruciata per poi sciogliersi in un liquido nero che spaccò in due il pavimento saettando come per ritirarsi. Rimase solo una bruciatura su quel marmo antico, un’ustione profonda per chilometri e chilometri sino al centro della terra. Proprio lì Giorgino, ora, stava giocando. E un soldatino di plastica consumata gli cadde dalle mani.
«Mamma» disse rialzandosi subito dopo averlo raccolto. «Ma è caldissimo qui il pavimento!»
«Vien via» gli comandò lei facendosi seria e segnandosi tre volte «vieni via, subito.»

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GaltellìIl dolore all’anca si stava riacutizzando. Ogni tanto una fitta lancinante lo scuoteva violentemente tanto da dover decelerare per non correre il rischio di perdere il controllo del mezzo. Arturo si rimproverò di aver dimenticato gli antidolorifici a casa: ma come poteva immaginare che il disturbo, dopo tanti giorni, sarebbe tornato? No, non avrebbe resistito a lungo. E dire che quella sarebbe stata anche una giornata di lavoro molto impegnativa… un bel guaio, pensò.
Al primo casello autostradale, uscì. Aveva bisogno di una farmacia. E la strada subito precipitò giù tra i fianchi stretti di una collina che pareva aprirsi all’ultimo momento al suo passaggio. Dopo una curva a gomito fu abbagliato dalla lucentezza del mare che dal verde azzurro della costa prendeva il blu cupo del cielo man mano che cercava di raggiungere vanamente l’orizzonte. Fece ancora alcune curve, da ottovolante, per poi ritrovarsi lungo un viale alberato che, senza altre deviazioni, lo condusse dritto dritto nella piazza del paese quasi fosse stato la pallina di un flipper. E lì c’era la farmacia. Sono fortunato, si disse.
Appena sceso dalla macchina vide sulla destra una costruzione molto particolare. Era avveniristica, colorata, avrebbe detto persino invitante. Si avvicinò incuriosito. Appena fu dentro capì che era una chiesa, anche se dell’edificio religioso aveva ben poco se non fosse stato per l’altare in legno massiccio al centro della sala circolare. L’atmosfera era intima, irreale, quasi magica. L’architetto aveva dato sfogo più alle sue fantasie che alle esigenze di praticità del luogo: le panche dei fedeli erano sistemate ad anfiteatro e vi erano pulpiti dalle linee stilistiche sorprendenti abbarbicati alle colonne a mo’ di nidi d’aquila, raggiungibili con scale a chiocciola incastonate nelle colonne collegate tra loro da ponti sospesi nel vuoto: un enorme presepio faceva bella mostra di sé pendendo a stalattite dal soffitto mentre le pareti erano formate da variopinte vetrate istoriate che cambiavano colore e forma ad ogni istante.
«Bello, vero?» si sentì chiedere alle spalle. Era un prete, con tanto di tonaca e un largo sorriso sul volto.
«Diciamo di sì, padre, diciamo che è molto suggestivo e anche piuttosto inusuale. Non ho mai visto nulla di simile. Sembra una chiesa del futuro.»
«È proprio così, sa? Ha indovinato.»
I due si guardarono ancora in giro, come per cogliere ulteriori particolari che confermassero quel giudizio.
«A chi è dedicata?» domandò Arturo.
«A San Teofrasio da Capaglossa.»
«Mai sentito…» ribatté lui senza pensarci; ma, accorgendosi della faccia del prete, aggiunse: «oh, mi scusi e che, dopo tutto, non sono granché come credente e…»
«Non si preoccupi, non c’è nulla di male… e poi… e poi non l’ha mai sentito nominare perché ancora non è nato!»
«Non ho capito» disse Arturo sbalordito.
«Invece ha capito benissimo. San Teofrasio da Capaglossa nascerà tra una trentina d’anni. Trentadue anni, tre mesi, ventiquattro giorni, nove ore e una manciata di minuti, per l’esattezza, com’è riportato, del resto, sul quel display». Siccome Arturo non accennava a chiudere la bocca il prete proseguì: «i Guglielmini Malpighi, una famiglia molto abbiente del posto, avevano fatto un voto: se la loro figliola fosse guarita dalla grave malattia che l’aveva colpita avrebbero fatto edificare una chiesa. La bambina poi guarì e al papà apparve in sogno Teofrasio che gli spiegò come doveva essere la chiesa, raccontandogli anche quella che sarebbe stata la sua prossima vita terrena e, soprattutto, i suoi miracoli, quelli già anticipati e quelli futuri. Che poi sono tutti quelli raffigurati sulle vetrate che può notare qui intorno.»
Arturo non riusciva a dir nulla.
«Non ci crede, vero?» lo incalzò il prete. «Lo posso capire… eppure quando è entrato qui aveva un’anca che le doleva molto e stava vistosamente zoppicando…»
Arturo si ricordò solo in quel momento la ragione per la quale aveva fatto sosta in quel paese; si guardò addosso come se l’assenza totale di quel dolore fosse un qualcosa di materiale che avesse realmente perso. Era vero: stava molto meglio e, per la verità, erano anche anni che non si sentiva così bene.
«Guardi, guardi bene su quella vetrata» fece il prete mostrandola alla sua destra: «c’è anche lei lassù…»

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mattoneMi avevano avvertito che sarebbe stato così, ma ci deve essere stato tuttavia un errore. La metempsicosi è la trasmigrazione dell’anima da un corpo a un altro. Sì lo ammetto, sono stato un cattivo padre e un pessimo marito. Ho persino tradito gli amici e ho rubato. Sì, ho rubato. E allora? Che male c’è? Lo fanno tutti. Forse c’è chi lo sa fare con più eleganza di me, non discuto, e soprattutto senza farsene accorgere, ma io sono fatto in questo modo, non ci penso tanto sulle cose. La mia mamma me lo diceva sempre. E poi volevo la mia libertà; pensavo di avere a disposizione una vita soltanto sicché ho voluto viverla come volevo, senza pensieri e senza responsabilità. Ma dopo il trapasso, io che ho sempre creduto in un dio cristiano, anche se credere è una parola molto grossa, mi si è avvicinato un tizio, nel buio fitto della morte, e mi ha sussurrato che per tutta la vita avevo creduto in un aldilà sbagliato. È forse colpa mia? Io mi sono limitato a fare quello che i genitori mi avevano detto di fare. Sono stato affidato ai preti fin da piccolo. Mi dissero: tieni le mani giunte in tal maniera, prega quel santo là, fatti il segno della croce, inginocchiati qui… Una volta diventato adulto, a mia volta, non ho pensato di cambiare, perché avrei dovuto? E invece no. Era tutto sbagliato: la vera verità era la reincarnazione. Va bene, ho detto io, dove si va allora? Il tizio che sussurrava non si è degnato di rispondermi. Però si è fatto all’improvviso tutto luminoso attorno a me, come se mi fosse esplosa una stella in faccia ed è stata una luce così abbacinante che sono svenuto. Dopo non so quanto tempo, mi sono svegliato e mi sono accorto dello sbaglio. Ecco, sì, è proprio di questo che volevo parlare. Sapevo che l’anima doveva passare per purificarsi da un essere vivente a un altro e invece mi sono reincarnato in un mattone. Sì, avete capito bene: in un mattone. Rosso, pieno, neppure nuovo. Uno dei tanti di questa casupola al mare, anche se gli altri mattoni sono per lo più coperti da intonaco scrostato. Sento la risacca giù dal crinale sbattere sugli scogli, ma è dall’altra parte della casa. Si sente ogni tanto il profumo delle onde spezzate contro il cielo; lo sento a momenti, lo porta il vento e lo lascia qui, come un regalo, quasi volesse farmi un dispetto. Io che il mare l’ho sempre amato e ora non posso nemmeno più vederlo!
Il mattone è incastrato in un vicolo, nell’umido di un vicolo angusto pieno di ragnatele appiccicose ed escrementi di topo. Ma cos’è accaduto? È forse uno scherzo, questo? Con chi devo protestare? Possibile che debbano succedere queste cose? E poi fino a quando dovrò rimanere così? La trasmigrazione si ha con la morte del corpo ospite, ma un mattone non muore mai. Devo forse restare in questo stato per sempre? E che fine ha fatto la mia anima? Ve la siete persa? Chi se l’è presa? La rivoglio la mia anima, è mia!
Ma ecco ecco, sta arrivando qualcuno… forse mi diranno che si è trattato di uno sbaglio e tutte le cose si metteranno a posto. Ma sì, non può che essere così. Sappiate che mi va bene anche prendere il corpo di una camola da legno, di un protozoo o persino del mio vicino di casa, basta essere vivo, mi spetta, ne ho diritto. Eh no, gatto! Che fai? Mi fai la pipì addosso? Ma no, ma no! Non potevo essere un mattone vicino al tetto? Anche ad altezza di gatto dovevo trovarmi? E adesso? Questo odore non andrà più via! È un incubo! Ma che puzza! Che schifo! Ehi, qualcuno mi sente? Il tizio di prima che sussurra alle anime che fino ha fatto? Chiamatelo! Qualcuno deve rimediare a questo pasticcio. Volete rispondermi? C’è un direttore responsabile? E tu gatto vai via, presto, vai via che ho appena visto un brutto cagnaccio…

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nobildonnaEra già stato in quella città, ma questa volta l’impegno di lavoro gli aveva lasciato del tempo per gironzolare tra le chiassose vie del centro. Si approssimavano le vacanze di Natale e i negozi si erano vestiti di luci e di colori. Percorrendo la strada principale, Curzio vide a un certo punto, sulla destra, una chiesetta schiacciata in un vicolo come se le due case ai lati fossero cresciute durante la notte con l’intento di cacciarla via di lì. Dal portone aperto s’intravvedeva la luce morbida e calda di un cero acceso: decise di avvicinarsi. Sulla soglia, si accorse che la facciata di marmi rosa e verde smeraldo non rendeva giustizia alla struttura interna che era molto più ampia. La penombra era diffusa, intrisa di incenso, e interrotta qua e là da candele sparpagliate ai piedi dell’altare principale e di alcune statue di santi che facevano capolino dalle loro nicchie. Si genuflesse sull’inginocchiatoio d’un banco come se avesse obbedito a un ordine. Mormorò tra sé e sé qualcosa che sarebbe dovuta essere una preghiera quando da dietro l’altare maggiore sbucò all’improvviso, danzando in un fruscio, una giovane donna completamente nuda sotto un velo di organza che parzialmente la copriva. Ballava con grazia seguendo una musica che solo lei sentiva, volteggiando ora su un piede ora sull’altro a disegnare nell’aria gelida figure eteree ed eleganti. La penombra giocava con quel corpo sinuoso cancellandolo a tratti e a tratti valorizzandolo come in un bozzetto a carboncino. Aveva gli occhi socchiusi e un sorriso dolcissimo che le illuminava il naso piccolo e le labbra delicate. L’immagine era irreale come un sogno sfilacciato frutto dell’ebrezza: una nuvola di voluttà in un luogo consacrato. Stava danzando da qualche minuto quando entrò, proveniente dalla sacrestia, un prete che, con passo lento e cerimonioso, si diresse al tabernacolo da dove estrasse la pisside che riempì di ostie. ‘Adesso la vede’ pensò Curzio ‘Adesso la vede’. Ma la donna continuava a piroettare indisturbata alle sue spalle come fosse sola, cimentandosi in passi di danza sempre più arditi a mostrare con naturalezza le parti più segrete del suo corpo. Il prete, intanto, nel suo daffare, era passato vicino a Curzio e lui non resistette dal chiedergli:
«Ma quella chi è, padre?»,
«Come dice, scusi?» fece il prete assorto nei suoi pensieri.
«Quella donna, che balla…»
«Ah perché lei la vede?» fece aguzzando la vista e cercando di bucare il buio, ma guardando nel posto sbagliato. «Me lo dicono sovente le mie pie donne. A me, forse per ragioni superiori di ufficio, non mi è data l’opportunità di vederla…» e sorrise tra l’ironico e il compiaciuto. Poi, appoggiandosi con una mano al banco di Curzio si mise comodo e disse: «Credo sia la marchesa Matilde Simi De Castrovillari. Una nobildonna eccentrica, molto ricca, celebre in città per i suoi costumi, come dire…, disinvolti, e per il suo salotto letterario frequentato dal bel mondo del primo Ottocento. Poverina è morta di tisi che non aveva trent’anni, ma ha lasciato un ingente somma alla Curia perché fosse edificata questa chiesa a suffragio della sua anima. È stata sepolta, laggiù, sotto l’altare maggiore. Ma quando mezzo secolo fa aprirono la tomba la trovarono inaspettatamente vuota. Gli scienziati dissero che, siccome il terreno non avrebbe consentito la decomposizione del corpo, le avevano versato addosso, subito dopo il decesso, un potente acido per scioglierlo. Altri ancora, dicono invece che, non potendo rinunciare alla passione per la danza, lei ogni tanto se ne esce a farsi un balletto. Pensavo fosse solo una leggenda. Certo che se lei l’ha vista…»

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due-animeOgni volta che s’inoltrava nel ventre umido del carcere, passando attraverso i severi controlli di secondini dalle immancabili mani in tasca, provava la stessa sensazione claustrofobica. Sentire chiudersi alle spalle, a più mandate, i cancelli in ferro, sbattuti per di più come per far capire che tanto da lì non si esce, lo faceva star male. Non ci aveva fatto ancora l’abitudine, anche dopo dieci anni da pubblico ministero.
«Dottor Sbarbaro, anche lei qui?» lo salutò don Ruggero, il cappellano dell’istituto. Il magistrato, l’aria dinoccolata in uno spigato grigio che lo faceva sembrare ancora più alto e magro, andava di fretta, come al suo solito; si limitò ad assestare una pacca sulla spalla del prete e a tirare dritto. «Quando ha finito, dottore, mi venga però a trovare; sarò qui nella cappella: le devo mostrare una cosa» gli disse mentre lo vedeva già allontanarsi a larghi passi. Il PM si voltò con un’espressione sorpresa. Dondolò la borsa in direzione del parlatorio come per dire ‘oggi ho proprio da fare’, ma poi, davanti a quel viso bonario, non seppe resistere: «Va bene… ma ci metterò un paio d’ore.»
Quando ripassò, trovò il cappellano davanti alla porta della chiesetta: parlava con un detenuto che subito congedò.
«Di cosa voleva parlarmi?» fece il magistrato nel gesto di volersene andare.
«Di questo.» E il prete estrasse dalla tasca dell’abito talare uno smartphone, nero e lucente.
«Ha comprato un cellulare nuovo, padre?» fece il Pubblico Ministero con tono irridente.
Don Ruggero scosse la testa. «Il cellulare ce l’avevo già, è l’app che è nuova.» Premette su un’icona raffigurante un crocifisso e subito comparve la scritta iCrucifige. «È un software sperimentale… viene dal MIT di Boston» spiegò don Ruggero grattandosi il naso troppo grosso; poi, proseguendo sottovoce: «pare su commissione del Vaticano, ma non mi chieda di più.»
«Di cosa si tratta?» incalzò il PM temendo fosse l’ennesimo gioco di ruolo.
«È presto detto: se lo si punta contro le persone si può verificare se sono buone o cattive.»
«Prego?» chiese Sbarbaro facendosi serio.
«Guardi lei stesso» e direzionò il dispositivo contro il detenuto rimasto poco lontano a parlare con una guardia. La lancetta si mosse su un campo graduato disposto a ventaglio e suddiviso in tre spicchi diversamente colorati: inferno, purgatorio e paradiso. L’indicatore si fermò a metà strada tra i settori purgatorio e paradiso.
«Con quale criterio l’hanno progettato il suo contatore Geiger?» chiese il PM abbondando in sarcasmo.
«Mi hanno spiegato che è un algoritmo complicatissimo, non ne so molto… non mi chieda di più; ma venga, questa è l’ora d’aria. Lo può provare lei stesso su un numero maggiore di detenuti.» E così il magistrato dal balcone dell’ufficio del Direttore si divertì a puntare il gadget contro diversi detenuti che, nell’area sottostante, tra alte mura di pietra, chiacchieravano a gruppetti. Rimase stupito nel constatare come alcuni di loro, da lui conosciuti per ragioni d’ufficio, meritassero, secondo quello strambo programma, il paradiso. Poi notò in disparte l’uomo che aveva appena interrogato per omicidio. Il cellulare indicava l’inferno.
«Almeno per lui ci ho visto giusto» si compiacque mostrando il display al prete.
«A essere precisi, dottore, il programma le sta solo dicendo che il suo uomo è un gran peccatore, non che ha commesso l’omicidio.»
La soddisfazione si spense sulla faccia di Sbarbaro che, sospettoso e diffidente com’era, direzionò a quel punto iCrucifige contro il prete. Sul display del telefonino apparve un sipario che subito si chiuse con forza davanti ai suoi occhi. Il dispositivo vibrò e si spense.
«Credo sia per ragioni di sicurezza» gli chiarì don Ruggero avvicinandosi al magistrato rimasto a bocca aperta. Il prete si riprese delicatamente lo smartphone e, vedendo il PM sconcertato, gli restituì bonariamente la pacca ricevuta al mattino. «Ma non mi chieda di più…»

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pesci-rossi-su-carte-sensibiliLa fortuna di Poggio Nesto arrivò con una giovane coppia di australiani; quel pomeriggio erano davvero sbronzi quando sbagliarono strada. Ma una volta sulla collina capirono che lì avrebbero trascorso tutto il resto della loro vita. Comprarono cento piante di vite da scaldare a quel sole gentile e in poco tempo, grazie alle alchimie del vecchio enologo del paese, trovarono il giusto compromesso tra sapidità e bouquet per quella terra scura come il fondo di un pozzo. E fu il successo. L’azienda richiamò da tutta la zona maestranze esperte e nuova vita fu iniettata tra le vie di pietra brulla dell’antico borgo.
«Deve riaprire la chiesa» gli comunicò il Vescovo abbozzando un sorriso. «Non vorrà mica lasciare tutte quelle povere anime senza la parola del Signore?»
Don Terenzio si stava martoriando il crocifisso che pendeva lucido dall’abito talare: non sapeva cosa dire, sicché si limitò a sbarrare gli occhi sorprendentemente azzurri. «Monsignore, con tutto il rispetto che ho per Lei» ebbe poi il coraggio di fiatare facendo un impercettibile passo in avanti «se mi manda lassù per la storia di quel ragazzino, guardi, Le assicuro, è tutta una montatura, non è vero nulla, posso spiegare… »
«Caro don Terenzio» proseguì il Vescovo come non avesse sentito. «È solo il campanile che è in rovina, il resto avrà bisogno di una semplice ripulita. Ho già fatto contattare per lei una pia donna che l’aiuterà come perpetua. Insomma, ho necessità che della cosa se ne occupi una persona…» e qui cercò un’espressione che fosse felicemente maliziosa «diciamo… piena di vigore, proprio com’è lei.» Quindi prese il prete sotto braccio e delicatamente l’accompagnò verso l’uscita. In un attimo Don Terenzio si ritrovò nel corridoio dalla volta affrescata, con il bagliore della facciata rinascimentale del Palazzo Ducale che gli rimbalzava sulle spalle. Il Vescovo alzò una mano ieratica in una sorta di benedizione mal riuscita: «Lo prenda come un dono del Cielo» gli disse sibillino, e gli chiuse la porta in faccia.
Il giorno dopo, don Terenzio era in macchina diretto a Poggio Nesto. Ci vollero quattro ore buone e un centinaio di curve per arrivare fin in cima e quando entrò nella piazzola si era fatta già sera; era sicuro di aver perduto lo stomaco da qualche parte nella panda. Fece un paio di ampi respiri e poi scese. La pieve era antica. Il Vescovo aveva ragione: era in discrete condizioni, tranne il campanile che doveva aver patito un bombardamento di troppo. Entrò in chiesa, con circospezione. La luce della luna filtrava dal rosone e l’aria era irrespirabile per l’odore di chiuso e la polvere imperante. Da un rapido inventario c’era però ancora ogni cosa: le statue dei santi, i dipinti alle pareti, i ceri consumati, le panche in buon ordine. In sacrestia trovò persino tutti i paramenti sacri e nel tabernacolo la pisside opaca con dentro ostie rinsecchite. Sembrava che la chiesa fosse stata abbandonata all’improvviso durante una messa. Appena scorse la porticina della cella campanaria cercò di aprirla. Era bloccata. Spinse con tutte le forze fino a quando le macerie che la fermavano non si spostarono. Era buio e non si vedeva niente se non il cielo nero bucato di stelle. Si spostò verso il centro del campanile e così facendo perse l’equilibro: si appoggiò maldestramente alla porta dietro di lui che sbatté con violenza. La vibrazione sui muri fece scricchiolare l’intera struttura, con in coda un vago rumore di qualcosa che tentennava sopra la sua testa. Deve essere la campana, pensò. S’inerpicò un poco, scalando il muro con le mani e con i piedi a frugare sui sassi spioventi. Gli occhi si abituarono lentamente all’oscurità. Raggelò. A un paio di metri da lui, incastrato tra le possenti travi che un tempo avevano sostenuto il tetto, c’era una bomba d’aereo inesplosa. Erano passati quasi sessant’anni ed era ancora lì, come un animale selvatico imprigionato nella sua trappola mortale. Salì ancora, incuriosito, facendosi leva su alcuni buchi nel muro, fino a quando non le fu vicina. Si distingueva bene la stella americana. E quasi che la bomba avesse patito la sua presenza, sbuffò di polvere rabbiosa cedendo di qualche centimetro come per sfuggirgli. Lui istintivamente l’abbracciò per fermarla. Adesso si trovava proteso nel vuoto, i due piedi a contrasto delle pareti, la bocca piena di polvere di mattone. Sentiva che a ogni secondo la bomba si stava facendo sempre più pesante tra le sue braccia: non sarebbe riuscito a trattenerla a lungo. Si mise a urlare. Urlò così forte che le taccole che avevano fatto nido nel campanile si levarono tutte insieme con un gran frastuono d’ali. Gridò ancora, ripetutamente, con la forza della disperazione. Le braccia tremavano, tutto il corpo tremava sotto quello sforzo. Ma la bomba, tra le assi che gemevano, lo stava trascinando sempre più in giù.
A cinque chilometri di distanza, Alfonso stava cenando con la famiglia; il silenzio della casa era inframmezzato dal rumore del suo cucchiaio di legno che sbatteva ritmico sul fondo della pentola oramai vuota. Alzò la testa, indirizzandola verso il rumore appena filtrato da sotto l’infisso mal chiuso della finestra:
«Il giorno in cui becco quel ragazzino che mi lancia i petardi nel fienile» disse con la bocca ancora piena di minestrone «giuro che gli torco il collo come a una gallina».

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