Il Miracolo di San Canio

Il paese di Polvento era in agitazione. Da settimane non si parlava d’altro che della traslazione delle reliquie di San Canio, patrono del paese. Le sue ossa sarebbero state spostate dal vecchio ossario del convento alla nuova Chiesa della Sacra Rocca, costruita in tempi record al posto della dismessa Manifattura tabacchi. Un evento storico, dicevano tutti. Il santo avrebbe finalmente avuto la sua degna dimora, nel cuore della città.
Anche don Bernardino, ora parroco della nuova chiesa, viveva quei giorni con una frenesia insolita. Alle nove di quella mattina, quando tutto avrebbe avuto inizio, aveva già fatto tre docce. Ma la camicia gli aderiva addosso come carta bagnata, e la fronte gli grondava sudore. Era un suo difetto e gli accadeva anche in pieno inverno. La perpetua, donna Imma, lo inseguiva spesso con un asciugamano nascosto sotto la veste nera, cercando invano di tamponarlo quando nessuno guardava.
«Padre, si calmi, che il santo non scappa», gli disse.
«È un momento importante, Imma. I fedeli ci guardano. La Chiesa ci guarda. E oggi… oggi forse assisteremo a un miracolo. Me lo sento. Su Internet ho letto che accadono in occasioni del genere. Magari avremo anche noi un albero secco e spoglio che rifiorisce in un istante. O pioverà manna oppure…» disse gesticolando e facendo il gesto alla perpetua di non parlare avendo trovato quale poteva essere il miracolo giusto «…oppure l’acqua della fontana si trasformerà in vin santo, …chissà».
L’aria era trasognata. Sembrava vedere il prodigio proprio davanti a sé.
Lei invece alzò gli occhi al cielo, rassegnata. E poi gli allungò ancora l’asciugamano.
“Ma ci vorrebbe spugna e secchio” pensò impietosa.
La giornata si annunciava gelida. Non c’era un uccello in cielo. Anche i gatti non uscivano di casa.
La piazza, però, era già gremita dall’alba. Il Vescovo Paolo, gli esperti e un delegato del Vaticano attendevano il via. L’antico feretro in legno di abete che aveva custodito per secoli la sacra salma, era piuttosto malconcio, e fu sistemato in una nuova bara di mogano. Don Bernardino era molto soddisfatto che la sua missione in Honduras avesse impiegato per l’occasione i bambini orfani nella ricerca del legno pregiato.
E poi fu il momento.
La processione partì solenne dal convento.
Quattro frati, in abiti pesanti, sorreggevano il feretro; dietro, le autorità e il clero, seguiti dalla banda comunale che intonava un inno che il parroco trovò eccessivamente allegro per l’occasione. La folla premeva dietro le transenne, tra canti di giubilo e l’odore di fritto misto proveniente dai banchi dei food trucker.
Alcuni droni delle più accreditate piattaforme televisive ronzavano incessanti da un lato all’altro della piazza come grossi fastidiosi insetti. Le campane suonavano, instancabili, sovrastando a tratti gli altri suoni confusi. La gente si faceva il segno della croce al passaggio ieratico del parroco, insieme a Carlo, il facoltoso salumiere che da sempre, per sentirsi meno in colpa per essere un evasore fiscale totale, gli faceva da sagrestano.
Il viso di don Bernardino era rubizzo, lo sguardo fiero, come Napoleone davanti alla sua Guardia Imperiale. Anche se a ogni passo pregava di non svenire per l’eccitazione. Qualcuno piangeva, inginocchiandosi. Una donna anziana agitava un rosario come un lazo e gridava che il santo le aveva fatto vincere al Superenalotto. Il parroco la guardò con gratitudine: un piccolo segno, forse, che qualcosa di soprannaturale quel giorno stava davvero accadendo.
Dopo un’ora di marcia, il corteo arrivò alla nuova chiesa. Le porte si spalancarono tra un’onda di applausi. L’interno odorava di legno fresco, di calce e vernice fresca. Sul pavimento brillavano ancora le striature umide del cemento. Il feretro fu deposto ai piedi dell’altare su un baldacchino costruito con il mogano rimasto e il Vescovo cominciò la messa solenne. L’organo gracchiava. Doveva essere riparato, pensò il parroco con disappunto. Quella sarebbe stata la prossima spesa. Anche il coro delle voci bianche andava un po’ per conto suo seguendo note in libertà. Per fortuna le campane non smettevano mai di suonare. Don Bernardino, pur provato, sentiva, accanto al Vescovo celebrante, una gioia profonda. Nonostante i piccoli intoppi, tutto stava procedendo come previsto. Forse non ci sarebbero stati miracoli, ma la giornata sarebbe stata comunque ricordata come un successo. Guardò il fido Carlo che, da un lato, stava cercando tra la folla la moglie Bianca. Capì che l’aveva trovata, perché si scambiarono un sorriso. Era bellissima, del resto, come sempre. Pareva avesse un faro che la illuminasse.
Quando il feretro venne infine sigillato in una teca di cristallo, perché tutti i fedeli potessero venerare il santo, fu murato alla base dell’altare maggiore. Il parroco si sentì alleggerito. Salutò i confratelli, ringraziò le autorità e si ritirò in sagrestia. Per asciugarsi. Imma gli porse il solito panno che era ormai da buttare tanto era fradicio.
«Visto, padre? È andato tutto bene. Anche senza resurrezioni o altri segni divini.»
«Già…» sospirò lui. «Eppure, un piccolo miracolo… non mi sarebbe dispiaciuto. Potevamo mettere una lapide ricordo… magari con il mio nome, e quel del Vescovo, naturalmente.»
Poco dopo, uscì sul sagrato insieme a Carlo e alla perpetua. Aveva bisogno di un po’ di fresco. Stava per congedarsi quando una voce squillante li raggiunse da dietro le spalle. Era Bianca, la moglie di Carlo, trafelata ma raggiante.
«Carlo! Ho una notizia bellissima!» esclamò. «Aspettiamo un bambino!»
Il sorriso del marito si spense all’istante. «Un bambino? Ma… Bianca, è impossibile. Noi… da anni… per via del…»
Lei lo guardò sorpresa, quasi smarrita per quella logica ineccepibile, poi si voltò verso don Bernardino, che le restituì un sorriso sereno e un cenno d’incoraggiamento, come per benedire la notizia. Donna Immacolata, accanto a lui, abbassò invece lo sguardo e scosse la testa.
«Volevate un miracolo, no?» disse con una luce negli occhi che era difficile decifrare. «Ebbene, eccolo qui!» e si accarezzò il ventre con orgoglio. «Non sei contento, caro, che il santo abbia pensato proprio a noi?» Il parroco, finalmente, sorrise compiaciuto. Il Cielo lo aveva ascoltato. Disse “grazie”, in cuor suo.
Un vento gelido e tagliente si levò improvviso sulla piazza, facendo ondeggiare il drappo sulla facciata della chiesa su cui campeggiava la scritta: “VIVA SAN CANIO, VIVA IL PARROCO”.
Si staccò e volò lontano.
Molto lontano.

Campo Croci

Era tradizione, per don Pietro, celebrare la messa il giorno dell’Assunzione a Campo Croci, a 1.532 metri di altitudine. Solitamente era una giornata di bel tempo e i contadini salivano volentieri fin lassù per godersi il panorama mozzafiato sulle vette ancora innevate. Anche quell’anno la tradizione fu mantenuta, nonostante don Pietro, ormai anziano, faticasse sempre a fare escursioni. Dopo la messa, a cui partecipò un numero cospicuo di fedeli — attratti anche dal ricco pranzo sociale organizzato all’aperto dalla Pro Loco — don Pietro si sistemò, come di consueto, accanto alla Croce di Ferro per impartire l’Eucaristia. La fila dei fedeli era lunga, ma la pazienza era la miglior virtù di don Pietro. Al termine della coda rimase solo la vedova Benassi, per tutti Ginetta. Si muoveva sempre lentamente e in modo claudicante. Nonostante l’età e la mente un po’ confusa, non mancava mai all’appuntamento, attratta anche dalla generosa porzione di pollo arrosto alle erbette, specialità della bravissima Gasparina. Partiva dal paese prima degli altri proprio per arrivare in tempo, anche se all’ultimo momento. Come quel giorno. E una volta arrivata al cospetto di don Pietro, gli sorrise: anche quell’anno ce l’aveva fatta.
“Il corpo di Cristo”, disse lui, in tono solenne ma distratto dalla ripetitività. Ginetta socchiuse gli occhi e dischiuse le labbra raggrinzite, lasciando spuntare appena la punta di una lingua pallida e sottile. Ma qualcosa andò storto: forse la lingua uscì poco dalla bocca, forse ci fu un colpo di vento o un movimento fu maldestro. Fatto sta che l’ostia cadde. E non sull’erba, come ci si sarebbe aspettato, ma sopra una larga fatta di mucca, fresca a giudicare dal colore. Don Pietro non si era accorto di essersi messo proprio lì accanto a quella ‘boassa’, perché si sa, sono cose naturali della campagna e nessuno ci fa mai troppo caso, neppure all’odore. Inorridito, comunque, sgranò gli occhi appena se ne accorse, trattenendo a stento un grido.
‘Che sacrilegio, che sacrilegio!’, pensò fissando l’ostia candida che si stagliava sul fondo bruno su cui si era posata, come un occhio aperto che l’accusava.
Ginetta, ignara invece di quanto appena accaduto, fece un lieve cenno di saluto al prete e si allontanò soddisfatta, masticando come avesse davvero ricevuto l’ostia. La sua attenzione era del resto tutta rivolta all’ampia tavolata già allestita in vista delle montagne, dove i commensali si accalcavano per prendere i posti migliori. Don Pietro, invece, era ancora lì, vicino alla Croce di Ferro, come pietrificato. Mai, in quarant’anni di sacerdozio, gli era capitata una simile disgrazia.
‘Cosa faccio? La raccolgo? Ma poi dovrei ugualmente gettarla… E mi sporcherei pure le dita ora che ho anche la pisside in mano!’, pensava, sempre più agitato.
Dopo una serie di preghiere sussurrate, quasi cercando un’ispirazione, prese una decisione irrevocabile: con la punta dello scarpone spinse l’ostia in fondo alla fatta finché non scomparve al suo interno. Deglutì rumorosamente, a disagio per quello che aveva appena fatto, per poi tornare all’altare scuotendo il capo sconsolato e cercando di recuperare un certo contegno.
Verso settembre, la perpetua trovò don Pietro in sagrestia, mezzo vestito con i paramenti della messa appena celebrata. Era seduto, come fosse stato preso da un colpo di sonno. Ma era stato invece un infarto fulminante che aveva posto fine all’improvviso alla sua funzione sacerdotale. A distanza di un’ora, anche Ginetta lasciò questo mondo senza neppure riuscire a scendere da letto di casa. Solo che lei fu ritrovata casualmente una settimana dopo, da Pancrazio, venuto a portarle la legna per l’inverno.
Il nuovo prete, un giovane padre Virgilio, inviato dal vescovado solo a gennaio, stabilì che la tradizione della messa a Campo Croci sarebbe cessata con il suo predecessore: frivolezza inutile, l’aveva definita. Solo la Pieve avrebbe ospitato la celebrazione della messa di rito mentre i fondi risparmiati nell’organizzazione del pranzo sociale sarebbero stati destinati ai più bisognosi.
Tuttavia, alcuni contadini nostalgici salirono comunque, nel pomeriggio del 15 agosto, a Campo Croci il giorno dell’Assunzione. Era bello ritrovarsi lassù. C’era una pace assoluta e la vista impagabile. Volevano dare ultimo saluto ai monti prima della pausa invernale. Quando a sera tornarono a valle, raccontarono a tutti di aver visto qualcosa di straordinario: accanto alla Croce di Ferro era nato un olivo. Sì, proprio un olivo, anche se a quell’altitudine era impossibile che potesse crescere. E, al calar della sera, avevano anche aggiunto sottovoce, come se temessero di non essere creduti, di aver visto che le foglie di quell’albero si erano messe a brillare di una luce calda e intensa, luce che nessuno di loro era riuscito però a capire da dove in realtà provenisse.

In odor di santità

Erano passati quasi cinquant’anni dalla morte di fra Girolamo Ottopassi, figura controversa e venerata al tempo stesso. La sua fama di santità, alimentata da una vita dedicata al prossimo e da un indiscusso carisma che aveva incantato le folle, non era mai tramontata del tutto. Ora, in un’epoca segnata da una rinnovata sete di spiritualità, l’Arcivescovo Antioco Ippodesti, uomo dalle grandi iniziative e dalle smisurate ambizioni aveva deciso di dare nuovo impulso alla figura del frate, nella speranza di poter accendere nuovamente la fede nei fedeli e accelerando, allo stesso tempo, il processo di beatificazione. E poi c’era di mezzo il Giubileo. Quale occasione migliore per sponsorizzare il suo illustre compaesano? Ci sarebbe stata grande visibilità per tutti. Anche per lui. Non era forse un Arcivescovo in corsa per il cardinalato? E poi sarebbero arrivati a frotte i turisti nella sua diocesi con tutto l’indotto del caso. Sì, si poteva fare. Si doveva fare.
Così l’Arcivescovo ebbe l’idea di far riesumare l’Ottopassi. Se era stato davvero un santo in vita, come pensava o, meglio, come gli piaceva credere, doveva essersi sicuramente conservata incorrotta qualche parte del suo corpo. Qualcosa che i fedeli devoti, vecchi e nuovi, potessero farne oggetto di venerazione. La gente ama queste cose che lui invece aveva sempre trovate macabre.
La riesumazione fu affidata a don Mario, un solerte prete pieno di entusiasmo e devozione che, in via interinale, svolgeva il ruolo di parroco presso la chiesa nella cui cripta era sepolto il frate. E fu quindi con grande trepidazione e rispetto, che don Mario, contattato personalmente dall’Ippodesti, si addentrò nella cripta nella nicchia giacevano i resti mortali di fra Girolamo. Ubbidiente alla consegna dell’Arcivescovo, che aveva raccomandato estrema riservatezza, lui adesso era solo. Ma quel che c’era di peggio lui si sentiva solo; in una cripta, per di più, che gli aveva sempre messo i brividi. Ed era lì per riesumare un corpo, oltretutto. La luce delle candele correva incerta sulle volte millenarie e faceva davvero freddo là sotto tanto da riuscire a vedere il proprio fiato. Ebbe un momento di sconforto. Non era per quello che aveva preso i voti. Ma gli ordini dell’Arcivescovo non potevano essere discussi.
E dopo ore di lavoro certosino, con grande fatica, emerse però una verità inattesa. Lui non era un uomo di intelletto o di grandi decisioni, per carità. La sua vocazione era stata tardiva e senza clamore. Aveva sempre creduto che il suo compito fosse servire con umiltà e obbedienza la Chiesa e non pensare troppo. Ma ora, di fronte ai resti di fra Girolamo, quell’unico frammento rimasto intatto che sfidava il tempo, si sentiva scosso da un dubbio mai provato prima. Non sapeva che fare.
Poi il suo cellulare squillò e lui ebbe un sobbalzo.
«Ci sono parti incorrotte?» chiese l’Arcivescovo senza tanti preamboli tradendo la sua natura impulsiva e impaziente.
«Sì, Monsignore… una, una soltanto.»
«È sufficiente. Fammi indovinare. Magari è la lingua, visto che fece sermoni esaltanti pronunciando parole indelebili di fede; o… o forse è rimasto il dito indice, proprio lui che seppe indicare alle nuove generazioni la giusta direzione per raggiungere la fede oppure un orecchio… ecco, sì, un orecchio, lui che seppe ascoltare i derelitti e gli sconfitti dalla vita dando loro speranza e fiducia nel futuro.»
«…»
«Ci sei ancora don Mario?»
«Sì, certo Monsignore.»
«E allora su, parla.»
«È che, vede, Monsignore, è… è rimasto incorrotto…»
«Cosa? Cosa è rimasto incorrotto?» domandò alzando la voce.
«Una parte innominabile del corpo, Monsignore, che Dio mi perdoni…»
L’arcivescovo si azzittì. Trascorsero alcuni momenti di palpabile imbarazzo. L’aria in quella cripta si fece ancora più gelida.
«La riesumazione l’hai fatta da solo, come ti avevo raccomandato, vero?» chiese quasi minaccioso l’Ippodesti.
«Certo, Monsignore.»
«Bene… e allora distruggi il coso… sì… hai capito. E ovviamente conto sulla tua totale riservatezza, don Mario. Non mi deludere o ti mando a far compagnia a fra Girolamo» disse risoluto e riattaccò.

Il prete di prossimità

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Il giovane prete era seduto dietro a una antica scrivania in legno, piazzata su di un lato dell’unica navata. Sembrava fosse il suo studio e invece era una delle più belle chiese barocche del paese, meta di turisti e visitatori di ogni parte del mondo. La postura dell’uomo era composta, come di chi fosse pronto a rispondere alle più svariate domande della gente. Lui però era concentrato su di un cellulare, sistemato davanti a sé su un apposito supporto. Mentre seguiva ciò che scorreva sul display, si grattava lievemente la parte della fronte più vicina alla tempia in un gesto che sembrava più un tic che una necessità.
«È libero?» si sentì dire con un po’ di eco. Una signora di una certa età, con un foulard scuro sulla testa, una camicetta con gonna abbinata piuttosto vintage, gli si era piazzata davanti. «È libero?» insistette con voce più squillante, visto che l’uomo non le prestava nessuna attenzione.
Il prete alzò la testa e la osservò per metterla a fuoco. Poi si mi mosse di scatto riponendo il cellulare nella tasca della tonaca. «Oh sì, certo» fece alzandosi.
I due si diressero lentamente verso il confessionale più vicino, come se dovessero salire su una vettura per un lungo viaggio; si sistemarono, ciascuno al proprio posto, facendo scricchiolare il legno.
«Non l’ho mai vista in chiesa, però, figliola…» principiò il prete.
«Sì, in effetti, padre, sono di Alvona e sono venuta qui con mio marito e mio figlio per una gita fuori porta…» disse indicandoli nel buio come se il sacerdote potesse accorgersene. «E all’improvviso, vedendola, ho sentito la necessità di confessarmi.»
«Di Alvona? E allora dovrà rivolgersi al parroco di prossimità della sua città.»
«Come dice, scusi?»
«Deve rivolgersi al suo parroco di Alvona. Sono le nuove disposizioni del Concilio Vaticano III, non lo sapeva? Per non creare disparità di penitenze tra i cristiani ci si deve affidare al proprio sacerdote, che infatti, conoscendo meglio la storia di ciascun parrocchiano, può meglio valutare i suoi peccati alla luce del suo vissuto da credente. In tal modo è possibile valutare con più accuratezza la gravità o meno della nuova mancanza; le Avemaria e i Paternostro non si possono mica sprecare…»
«Sì, certo, immagino…»
«Oppure, meglio ancora» continuò il prete, ora con un certo trasporto «potrebbe confessarsi on line sul sito dimmiiltuopeccato.org dove può scegliere la sua parrocchia di appartenenza già al momento della creazione dell’account e confessarsi comodamente dal suo computer o dal cellulare, persino da casa sua o, se è in viaggio, dalla stanza d’albergo o dalla cabina della nave… o in mezzo alla campagna. Comodo no?»
«Sì sì, per carità… per essere comodo lo è senz’altro, ma io sono, come dire, tradizionalista, sa com’è…»
«Certo, capisco, ma bisogna anche stare al passo con i tempi e poi se lei usa il sito che le ho nominato, ogni dieci confessioni ha diritto a un bonus che può spendere per una gita parrocchiale in un santuario di sua scelta oppure aiutare le missioni in Africa cui sarà garantita una donazione o anche adottare un prete…»
«Adottare un prete?»
«Sì, in senso metaforico, ovviamente… può contribuire cioè alla sua formazione, al suo vestiario ma anche, perché no, ai suoi hobby… il Vaticano ha sempre meno soldi, sa, è anche per la crisi delle vocazioni…»
«Capisco…» fece lei poco convinta.
«Oppure, e questa è la vera novità del Concilio Vaticano III, nell’ottica di un panintegralismo monoteistico, può cambiare religione con pochi semplici passi; può diventare, per esempio, musulmana, che è ormai la religione più emergente per via dell’immigrazione massiccia e incontrollata, oppure può abbracciare l’ebraismo che prevede al momento della conversione anche la stipula di una vantaggiosissima polizza assicurativa kasko con la SaremoAngeli S.p.A. contro tutte, e sottolineo tutte, le avversità possibili… e a prezzi, le dico, veramente stracciati. In questo modo non avrebbe il problema di doversi confessare.»
Seguì un silenzio lunghissimo. Poi la donna chiese:
«Ma lei è proprio sicuro di essere un prete cattolico?»

Padre Ercole a quel punto del sogno si svegliò di soprassalto mettendosi seduto sul letto. Era tutto sudato e gli mancava il respiro, il cuore gli batteva forte nella gola. Era già la terza volta in quel mese che faceva un incubo simile. Nella penombra della sua camera da letto sentì in lontananza, nella notte, il rassicurante raglio dell’asino del vicino. Poi si voltò verso la sveglia luminosa. Era ancora presto per la messa del mattino. Si risistemò tra le lenzuola e provò a riprendere sonno.

dietro il racconto
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Porta la valigia

Da ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

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Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
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