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Posts Tagged ‘autostrada’

Tunnel«Te l’avevo detto IO che occorreva partire domani, ma tu niente…» disse lei con un’espressione irrigidita del volto. L’uomo chiuse gli occhi e strinse le mani attorno al volante. Sapeva che quello era l’inizio di una litigata e non ne aveva nessuna voglia di affrontarla. Guardò gli stop accesi della macchina davanti a lui.
«Chissà cosa avrà da frenare questa macchina qui, visto che siamo fermi…» fece lui per cambiar discorso. Lei, muovendosi a scatti, come faceva spesso quando era arrabbiata, accese l’autoradio.
«Come si fa a far funzionare ‘sto coso… magari dice qualcosa sul traffico…»
«Siamo dentro una galleria, Franca, non prende… Bisogna avere pazienza, magari è solo un incidente…»
«Certo, solo un incidente… dici tu; una giornata da bollino nero per il traffico e in più solo un incidente… ma bene, di bene in meglio.»
Tiberio controllò il suo bambino dallo specchietto retrovisore. Era disteso sul sedile posteriore e stava dormendo beatamente. Almeno lui era tranquillo.
«Te l’ho già spiegato non so quante volte» fece lui nella speranza di tagliar corto. «Domattina presto ho questo appuntamento importante di lavoro e non era possibile spostarlo… Saremmo dovuti piuttosto partire ieri, ma volevi rimanere ancora un po’.»
«Eh certo! Perché adesso la colpa sarebbe mia! E IO rinunciavo a un giorno di ferie perché il ‘signore’ qui voleva tornare prima per stare con quella là…»
«Come quella là?»
«Ma sì che mi hai capito bene… la tua preziosa segretaria color della cioccolata… Miss Fior della Savana…»
«Di nuovo con questa storia?»
Entrambi si erano messi a guardare nell’opposta direzione. La donna la parete umida della galleria, Tiberio la corsia opposta, del tutto libera.
«Vado a vedere cosa sta succedendo…» disse lui per sottrarsi a quella discussione sterile.
Ma dove vai? Torna qui!’ si sentì dire dalla moglie prima che la portiera si chiudesse. Tiberio non ci voleva pensare: ci volevano ancora 400 chilometri prima di arrivare a casa. Sarebbe stata una prova di resistenza.
Sceso dalla macchina, guardò davanti a sé. Il tunnel si allungava a perdita d’occhio fino a una curva ampia e pigra che nascondeva ai suoi occhi il fascio ininterrotto di scatole di metallo sberluccicanti sotto i fari al neon. I motori lasciati accesi, nonostante la fila ferma, stavano rendendo l’aria irrespirabile. Preferì così raggiungere l’imboccatura opposta della galleria, quella alle sue spalle, che distava solo una decina di metri.
«Sa per caso del perché di questa coda?» chiese Tiberio a una donna sola, riccia e rossa di capelli, seduta al posto di guida dell’auto appena dietro di lui. Lei tirò giù il finestrino, imbarazzata, come se avesse dovuto trovare una qualche scusa per non dargli un passaggio:
«Dicono che è un incidente stradale: un TIR ha investito una mucca…» fece a voce bassa.
«Una mucca? Su un’autostrada?»
La donna fece spallucce e tirò subito su il finestrino. Tiberio allungò il passo verso l’uscita. C’era un sole bruciante. Appena fuori dalla galleria un giovane aveva montato la sedia a sdraio sull’asfalto e si stava abbronzando. Non c’era nessun’altra macchina in coda. ‘Pessimo segno’ pensò lui. ‘Vuol dire che hanno chiuso l’autostrada: la situazione allora è molto più grave di quello che si poteva pensare’. Il giovane disteso a torso nudo sulla brandina, sentendosi osservato, aprì gli occhi con aria di sufficienza; poi, come se fosse in riva al mare, inforcò degli spessi occhiali da sole e si voltò dall’altra parte aprendo un giornale. Tiberio tornò svelto verso la sua macchina. ‘Un bel guaio’ pensò ‘ora chi glielo dice a Franca?
Passò davanti alla signora rossa e riccia che distolse subito lo sguardo giusto per far capire che non voleva essere più disturbata. Arrivò all’auto e aprì la portiera. Stava per entrare quando un uomo, con una grossa pancia che premeva sul volante, lo apostrofò con un accento straniero:
«Ehi, ma cosa fa?»
Tiberio si abbassò per vedere meglio nell’abitacolo. Oltre all’uomo alla guida, c’era una donna anziana accanto a lui e altri due giovani, dietro, dalla carnagione olivastra con barbe lunghe e senza baffi.
«Oh… mi scusi…» fece lui confuso: si voltò attorno più volte. La macchina effettivamente non era la sua: le assomigliava, ma di certo non era la sua. Eppure riconosceva quella davanti a sé ancora con gli stop accesi e quella appena dietro con la donna riccia al volante. Ma dov’era la sua auto? Corse in avanti chiamando Franca ad alta voce. Udì quel nome rimbombare nel tunnel come se a cercarla fosse stata un’intera squadra di soccorritori. Si sentiva smarrito. Poi i motori delle macchine si accesero pressoché all’unisono. La coda cominciò a muoversi lentamente.
«Franca, Franca, Mino, dove siete?»
Le auto in movimento si misero a suonare il clacson per farlo spostare. La donna riccia, passando davanti a lui, lo squadrò con commiserazione scuotendo la testa; il giovane che prendeva il sole, per la fretta di ripartire, aveva buttato la sdraio di traverso nell’abitacolo e ora stava armeggiando con gli occhiali scuri.
Ben presto l’autostrada fu completamente vuota.

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Umbrellas«Oggi mi sembra di non arrivare mai.»
La macchina bucava la notte come fosse un tutt’uno con il tempo e la pioggia. Il tergicristallo strisciava sul parabrezza con un rumore goffo di gomma risucchiando l’acqua che precipitava scura dal cielo.
«Forse è perché piove» fece la moglie guardando l’uomo accanto a lei a tratti illuminato da trapezi di luce gettatigli addosso dall’altra corsia.
«Sarà,» fece dopo un po’ il marito… «ma è più buio del solito e non riconosco neppure il paesaggio attorno. È strano, visto che sono quindici anni che tutti i fine settimana facciamo questa strada.» La moglie si guardò attorno vincendo quel sonno che sempre la stordiva non appena iniziava a viaggiare.
«No, ecco, dietro a questa curva, sulla destra, c’è la chiesa di Alvona…» disse lei sollevata.
«Ma cosa dici? La chiesetta di Alvona l’abbiamo superata dieci minuti fa e poi… sarebbe stata sulla sinistra, semmai…» L’uomo spense la radio che stava gracchiando, fuori sintonia, una musica indefinibile. Altri rumori entrarono di prepotenza nell’abitacolo a impastarsi con quelli del motore.
«Oddio» fece lei «hai ragione tu, ci siamo persi.»
Proseguirono così, per altri minuti, senza parlare, sondando il buio alla ricerca di un particolare o di un cartello che facesse capire loro dove si trovassero. La pioggia rimbalzava sui vetri come volesse lavar via colori e luci mentre in realtà cancellava tracce, pensieri e ricordi, in un indefinito confuso dove ogni cosa era uguale all’altra.
«Aspetta» fece lui mettendo di scatto la freccia. «C’è una volante della polizia laggiù. Chiediamo a loro.»
«Sei impazzito? Vuoi fermarti sulla corsia di emergenza in autostrada? È pericolosissimo!» fece lei drizzandosi sul sedile. Ma il marito aveva già accostato e spento il motore. «No, non scendere dalla tua parte» disse allora lei rassegnata «chiedo io, tu stai lì.»
«Ti bagnerai… prendi l’ombrello…» le disse dietro, proprio mentre lei stava già sbattendo la portiera.
L’uomo accese la luce di cortesia e con il cellulare cercò di fare il punto con il gps. Non funzionava e non c’era neppure campo. Alzò lo sguardo, quasi volesse chiedere alla moglie che cosa si dovesse fare, quando, attraverso il parabrezza punteggiato di gocce tutte identiche, vide che la macchina della polizia non c’era più. E non c’era più neanche la moglie. Uscì spaventato. «Marta, Marta…» urlò nell’oscurità della notte. Risalì in macchina e accese agitato gli abbaglianti. «Marta, dove sei? Non fare scherzi» gridò sotto la pioggia correndo avanti e dietro sulla corsia di emergenza. ‘Che sia andata via con la stradale?’, pensò,’no, non è possibile. Non mi avrebbe lasciato qui senza avvertirmi’. Salì nuovamente sulla macchina controllando il cellulare. Continuava a non esserci campo. Cercò di fermare qualche macchina sbracciandosi e urlando nella notte con la pioggia che gli lavava il viso e gli annebbiava gli occhiali, ma i veicoli lo rasentavano suonando a lungo il clacson senza fermarsi. Aspettò ancora qualche minuto, con il cuore in gola; non sapeva che fare, poi si rimise in macchina. Avrebbe cercato aiuto alla prima uscita o alla prima stazione di servizio che avesse incontrato. Ora andava veloce, come un pazzo: doveva far presto. La moglie poteva essere da qualche parte in autostrada, da sola, in difficoltà. Dopo una lunga galleria, all’improvviso, gli apparve sulla destra il cartello di uscita per Lughi, quello che avevano tanto cercato. Ebbe una stretta allo stomaco.
«Bene, finalmente siamo arrivati» disse la moglie accanto a lui sorridendogli nella penombra.
«Marta!» disse lui con un soprassalto.
«Rallenta caro… sennò saltiamo il casello.» Lui rallentò frenando bruscamente.
«Come sono felice di vederti!» le disse. La macchina si infilò docilmente nella corsia di uscita scrollandosi di dosso le ultime gocce di poggia. «Ma dove eri…»
«Andiamo a casa» lo interruppe lei mettendogli una mano sul ginocchio. Il suo viso era dolce e triste allo stesso istante.
«Sì,» rispose lui «hai ragione, andiamo a casa.»

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albero sul lagoIl medico entrò nella stanza come se avesse voluto attraversarla di corsa. Ma appena gli occhi si posarono sul paziente, immobile nel letto, si bloccò come se non se lo aspettasse e l’espressione si fece perplessa.
«Quando uscirà dal coma, dottore?» gli chiese una donna, seduta compita, in un angolo della camera, le mani giunte sul grembo quasi stesse spiegando qualcosa al malato.
«Lei non sa quanto vorrei poter rispondere a questa domanda» fece il dottore senza guardarla. Poi si avvicinò alla sacca delle urine che penzolava floscia da un lato delle lenzuola e la soppesò. «È stato un bruttissimo incidente» disse confessandolo a se stesso, «gli altri sono tutti deceduti sul colpo e lui l’abbiamo ripreso per i capelli dopo cinque ore di sala operatoria.»
La donna si ravvivò nervosa il taglio di capelli d’altri tempi: la sedia sul cui bordo sedeva scricchiolò appena e fu quello l’ultimo rumore che si udì prima che il medico abbandonasse la stanza. La luce innaturale si spandeva dal neon violetto come una malattia contagiosa facendo muovere gli oggetti nella penombra e trasformandoli in cose sconosciute e ostili.
«Ma noi abbiamo un cane?» si sentì all’improvviso nella notte.
La donna che si era appisolata credette di aver sognato. Si alzò dalla sedia scomoda e si sedette sul letto. L’uomo aveva gli occhi aperti e la guardava incredulo. «Come si chiama il cane?» insistette lui «bisogna dargli da mangiare e se tu sei qui chi si occuperà di lui?»
«Oh, caro, che gioia sentire di nuovo la tua voce! Dio sia lodato…» fece la donna accarezzandolo. «Che momenti terribili ci hai fatto passare. Abbiamo temuto il peggio. Non ti agitare adesso, stai tranquillo: non c’è nessun cane cui badare, non ne hai mai avuto uno. Tu li odi i cani.»
«Ah sì?» fece lui dubbioso. Schioccò più volte la lingua contro il palato ruvido di anestesia come per sentire che suono avrebbe fatto. «Ho sete, dammi dell’acqua…»
«Non puoi bere, per via dell’intervento. Puoi solo bagnarti le labbra» e gli porse un bicchiere stando attenta a non urtare i tubicini di plastica che si inoltravano misteriosi nelle narici.
«Cos’è successo?» domandò lui con voce arrochita.
«Un incidente stradale. Una moto ha invaso la tua corsia e, per evitarla, hai sfondato il guard-rail precipitando dal viadotto: un volo d’angelo di decine di metri: sei vivo per miracolo… Te l’avevo detto, io, di non partire, ma tu niente, fai sempre di testa tua…»
«E tu… tu chi sei?»
«Che dici? Non ricordi? Sono tua moglie, Giulia. Non ti affaticare adesso, vado a prendere i bambini e te li porto su, così puoi salutarli, erano tanto in pena per te…»
«Aspetta, non andare via, rimani ancora un po’…» fece lui sfiorandole le dita.
«Certo caro, come vuoi tu.» Per qualche attimo l’uomo non disse nulla. Cercò di mettersi seduto senza riuscirci; la donna gli sprimacciò il cuscino dietro la testa.
«Io… io mi chiamo Franco e faccio l’architetto qui ad Alvona, vero?» chiese lui nebuloso.
«Non ti preoccupare di questo, ora, pensa piuttosto a guarire. Vedrai, andrà tutto a posto» fece lei dopo un momento di incertezza, accarezzandolo di nuovo. «Il medico mi aveva avvertito: ci vorrà solo del tempo. Tu ti chiami Flavio, fai il pittore e viviamo qui, a Lughi, da quindici anni. Non so nemmeno dove sia, Alvona, tesoro…» fece sorridendo, preoccupata.
L’uomo non dovette sentire la risposta perché, quando riaprì gli occhi, era già giorno e il dottore era in piedi davanti a lui con l’aria soddisfatta.
«Sono proprio contento di constatare che si sta rimettendo rapidamente…» gli disse il medico scrivendo qualcosa sulla cartella clinica. «L’intervento è riuscito alla perfezione e, ora che è fuori dal coma, mi sentirei anche di escludere possibili complicazioni» fece rassicurante sentendogli il polso. «Ah, quasi dimenticavo… non siamo riusciti a reperire tra i suoi effetti personali un suo documento di identità: c’è qualcuno cui potremmo rivolgerci per gli aspetti, come dire… burocratici? Sa, questa è una casa di cura…» e gli strizzò l’occhio. L’uomo avrebbe voluto dire qualcosa, ma si accorse che faceva ancora fatica a mettere a fuoco il suo pensiero. Si concentrò:
«Chieda a mia moglie, dottore; risponderà volentieri a tutte le sue domande: è là fuori» e la indicò con il mento vedendola attraverso il vetro, in corridoio, che stava parlando con un’infermiera.
Il dottore si girò e la individuò.
«Le piacerebbe eh? Non credo però che lei sia sposato, non aveva la fede al momento del ricovero» fece il medico sorridendo in modo stanco. «Quella, poi, è una suora laica, viene qui solo per far compagnia ai malati.» Quindi, prendendo un’espressione seria: «e visto che ci siamo, le prescrivo anche una bella visita psicologica. Ha riportato un esteso trauma cranico e non potrà che farle bene.»

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Via libera

autostradaQuando alle 21 entrò nel gabbiotto di comando del casello autostradale Paolo ebbe la precisa impressione che la sua vita era cambiata. Questa sensazione ebbe una prima conferma appena mezz’ora dopo quando Elena, la moracciona del quarto turno che gli aveva dimostrato sino a quel giorno ostentata indifferenza, nell’entrare nell’edificio centrale insieme a due dirigenti, si era all’improvviso girata verso di lui e gli aveva sorriso. Il Paradiso gli aveva appena mandato al suo piano l’ascensore di servizio.
Sì, sarebbe andato tutto bene. La serata si preannunciava del resto trafficata, un po’ nebbiosa, ma tranquilla. Inoltre doveva limitarsi al lavoro di supervisione e i casellanti di quel turno erano tutti in gamba. Si mise così ben presto a leggere il giornale, controllando ogni tanto la porta degli uffici, caso mai comparisse Elena, da sola. Questa volta le avrebbe parlato perché quel sorriso era molto di più di un semplice ‘via libera’
Dopo un paio di tuoni cupi si mise a piovere. Dapprima qualche goccia, poi scrosci violenti. Le code ai caselli, com’era prevedibile, aumentarono. Paolo era però più preoccupato per il fatto che, nonostante fosse passata una buona mezz’ora, Elena non era ancora uscita. Stava rimuginando sulla situazione quando uno stridio acuto di freni lo fece sobbalzare dal posto: una Mercedes SLK, inserendosi nella corsia del Telepass accanto a lui, aveva frenato all’ultimo momento perché la sbarra non si era alzata. L’autista straniero gli vomitò addosso farsi incomprensibili con tono sprezzante. Aveva ragione, pensò: il semaforo era verde e questo poteva solo voler dire che la sbarra aveva smesso di funzionare all’improvviso. Uscì sotto l’acqua a verificare. No, non era qualcosa di meccanico. Rientrò nel gabbiotto armeggiando con la pulsantiera di emergenza. Premendo qua e là dovette toccare il tasto giusto perché la sbarra si alzò sbloccando la situazione. La coda defluì, ma il problema rimase. C’era qualcosa che non andava nel contatto elettrico: se mollava il pulsante la sbarra, infatti, scendeva e pure rapidamente. Con quel traffico era impensabile eliminare la corsia per cui comprese che era una questione che avrebbe dovuto risolvere subito anche perché non avrebbe potuto resistere così altre due ore e mezza. Guardò l’orologio: erano ormai le 23, troppo tardi per l’ufficio guasti. Notò che la luce negli uffici si era fatta nel frattempo fioca e questo contibuì a metterlo definitivamente di malumore. Forse se fosse entrato con la scusa di avvertire del guasto avrebbe potuto capire cosa stava succedendo. No, sarebbe stato troppo pericoloso abbandonare il posto. Prese il telefono: la centrale gli avrebbe suggerito il da farsi. Con la mano destra impegnata a tenere premuto il pulsante non gli fu facile fare il numero con l’altra, ma ci riuscì. Il telefono squillò a lungo, poi rispose quell’odioso del capo servizio, quello che si divertiva sempre a stuzzicarlo e a metterlo in difficoltà. Paolo guardò fuori dal gabbiotto per raccogliere le idee. In quell’istante vide Elena uscire dall’edificio con il suo ombrellino rosa. La vide fare due piccoli passi nella pioggia scrosciante. Appena sotto il cono di luce del lampione, la donna alzò lo sguardo verso Paolo e gli sorrise salutandolo con un cenno della mano. Paolo trasalì: del tutto sordo al cellulare che nell’orecchio continuava a urlargli ‘PRONTO, PRONTO, MA CHI È?’, istintivamente, con la mano non impegnata a tenere il cellulare, lasciò il pulsante e la salutò. La sbarra cadde come una ghigliottina, proprio mentre un TIR frigo di quindici metri stava transitando dal casello a velocità sostenuta.

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toroPiù il tempo passava e più pensava che non fosse affatto giusto. A lui non toccava mai di andare in vacanza: aveva il suo animale da accudire! E ora che era in pensione gli pesava ancor di più essere costretto a restarsene a casa. Aveva chiesto ai suo vicini che se occupassero, anche solo per poco tempo, ma non avevano sentito ragione anche perché lui non aveva mai avuto un buon rapporto con nessuno. 
Una notte, nel cuore della notte, si alzò di soprassalto. Aveva fatto un sogno orribile. Che era morto in quel letto, da solo, dopo una lunga malattia, senza essere mai uscito da quella valle. Allora decise. Si alzò, preparò lo zaino, ci mise dentro quello che aveva trovato nell’armadio e prelevò da dietro il mattone nel muro tutti i suoi risparmi. Sì, sarebbe partito: ma che fare di Pilato? Si risedette di nuovo sul letto a rimuginare, vinto dallo sconforto e dal senso di colpa. Poi guardandosi attorno, vedendosi circondato dalle sue misere cose, capì ciò che era diventata la sua vita: andò nella stalla, prese la cavezza e la slacciò dall’anello attaccato al muro. Si chinò e liberò la zampa dalla catena. Il toro, 850 chili di carne massiccia di razza charolais, lo scrutava incredulo; dopo qualche sforzo da parte del contadino di spostarlo, l’animale lo seguì docilmente caracollando fuori sul prato antistante. L’uomo pensò che, dopotutto, all’interno del recinto il toro avrebbe potuto trovare l’erba necessaria per sopravvivere e due settimane sarebbero passate velocemente. Per maggior sicurezza gli scaricò nella stalla otto balle di fieno ben stagionato e aprì la sistola prendendo a far scorrere l’acqua lungo lo scolo a riempire la vasca pluviale. Diede un pacca sul dorso gibboso del toro e, afferrato lo zaino, cominciò a scendere a valle. Pilato lo guardò per un po’ allontanarsi quindi si voltò indietro a controllare chi mai fosse rimasto a fargli da guardia, ma non c’era nessuno: per la prima volta nella sua vita aveva la possibilità di girare libero nel recinto senza funi o catene. Non riusciva a capacitarsi di ciò che gli stava capitando davvero. Gironzolò per un po’, entrando e uscendo lentamente dalla stalla un paio di volte. Nel suo occhio si rispecchiava un mondo intero e l’aria fresca del mattino saturava le sue froge. Camminò docilmente lungo il perimetro, sporgendo più volte il muso curioso verso i prati più bassi. Poi bastò che con il suo peso si appoggiasse alla staccionata perché si spaccasse in due: per non voler salire, prese anche lui la strada della valle. Vagò per un paio di giorni fermandosi a mangiare l’erba nei prati e a bere l’acqua dai ruscelli. Il quarto giorno scese ancora, puntando verso una brezza carica di profumi e sentori. Il sesto giorno, girata una collina, avvertì quello stesso odore che seguiva da qualche ora e che ben conosceva. Fece un sentiero stretto, a chiocciola, fino a quando si trovò davanti a una recinzione. Una ventina di metri oltre quel punto c’erano alcune mucche anche loro al pascolo. Il fiuto non lo aveva ingannato. Butto giù senza sforzo la recinzione che gli rimase impigliata in un corno. Non ci badò e proseguì il cammino: la sua attenzione era rivolta a ben altro. Il terreno in quel posto era strano, duro, caldo, gli zoccoli risuonavano come non aveva mai sentito. Si fermò dubbioso per un attimo, per pensare il modo migliore per proseguire. In quel mentre una moto a tutta velocità, appena uscita dal tunnel, se lo trovò maestoso davanti a sé a sbarrargli, come una montagna nera, quel tratto di autostrada.

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Gli scrosci erano violenti e il ragazzo cercava di ripararsi come poteva sotto la stretta pensilina del casello. Le macchine entravano in autostrada distratte ignorando quell’ombra grigia. Se si fosse piazzato più avanti, sotto i coni di luce della stazione, si sarebbe infradiciato del tutto. Un’auto però si fermò.
«Grazie» fece il ragazzo cercando di sistemare alla bell’e meglio lo zaino sul sedile posteriore. «La ringrazio davvero, devo essere zuppo, mi spiace». Il giovane sfoggiava una divisa ordinata da scout. Le gambe sbucavano dai calzoncini, livide di freddo, e per un po’ si tenne in capo il cappello dalla larga tesa.
«Dove vai?» gli domandò brusco l’uomo con la sigaretta in bocca.
«Verso nord, più va in su, meglio sarà per me».
L’uomo non disse altro. Il telepass alzò diligentemente la sbarra per farlo passare e lui prese il raccordo come se percorresse un binario prefissato. All’imbocco s’infilò nel flusso senza guardare. Un camion frigo che proveniva da tergo, per evitare la collisione, frenò bruscamente sbuffando in un fumo denso e amaro. Il ragazzo si tenne alla portiera e al sedile. Si era fatto pallido.
«Dobbiamo per forza andare così forte?» chiese come se parlasse a se stesso.
L’uomo per tutta risposta calò il finestrino di una spanna. Lanciò nel buio il mozzicone di sigaretta che attraversò come una cometa l’opposta corsia. «Sì, dobbiamo» sentenziò. Poi si spostò sulla corsia di sorpasso e cominciò ad accelerare. 130/140/150. La strada si stava stringendo sotto l’effetto della velocità e le vetture superate parevano risucchiate all’indietro dal vortice d’aria. 160/170/180.
«Mi faccia scendere, la prego» supplicò il ragazzo che aveva gli occhi sbarrati. Ma la macchina aumentò l’andatura infilandosi tra TIR ciondolanti e vetture più lente. «La prego, si fermi, la prego».
L’uomo guardò il ragazzo con uno sguardo opaco che pareva quello di un cieco. Si chinò verso di lui e aprì con calma il vano cruscotto da dove estrasse una Colt Python calibro 357 Magnum. L’inox dell’arma luccicò per un attimo nell’abitacolo.
«Cosa vuol fare? Ma è impazzito?» ebbe appena il tempo di dire il ragazzo mentre la vettura scivolava sui 200 km all’ora.
L’uomo sorrise appena poi si mise la pistola sotto il mento e si sparò.

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La coda sull’autostrada stava rallentando sempre più, oramai si procedeva a passo d’uomo. Il freddo faceva risaltare gli scarichi delle macchine che si levavano densi e spessi sotto i fasci dei fari. E intanto cominciava a nevicare.
«Sì, pronto?» fece Luca sentendo vibrare il cellulare nella giacca.
«Tesoro, è successa una cosa terribile…»
«Marta, amore mio, cosa è successo?» Luca la sentiva piangere a singhiozzi e quella voce gli rimbombava avvelenata nel cuore: aveva smesso di respirare. «Marta? Marta!?! Calmati e dimmi cosa è successo! Cosa ti è successo?» ripeteva lui ora a voce alta. Il tergicristallo non ce la faceva più a spazzare via la neve e la fila era ferma da un po’.
«No, caro, non a me, a Luigino, non è colpa mia ma…»
«Luigino? Cosa gli è successo? Oddio…»
La comunicazione divenne improvvisamente sorda. La linea era caduta. Luca si maledisse per non aver ricaricato il cellulare. Uscì di schianto dalla macchina: doveva trovare subito un altro telefonino. Sotto una vera e propria bufera bussò alla portiera della vettura che gli era a fianco.
«Mi scusi! Mi scusi!» fece ballonzolando dal freddo prima su un piede poi sull’altro. Ma non ricevette risposta. Tolse un po’ di neve dal finestrino laterale e si accorse che dentro non c’era nessuno. Andò più avanti, sul rettilineo, fino alla macchina successiva che trovò con i fari spenti e completamente vuota. Luca si agitò, il gelo gli si stava insinuando sotto la giacca facendolo rabbrividire. Avrebbe voluto tornare indietro, ma doveva trovare quel telefono. Doveva sapere cosa fosse successo a suo figlio. Si mise così a correre disperato per diversi minuti, chiedendo aiuto alle macchine che incontrava. Erano però tutte livide nella penombra incerta, abbandonate come in un cimitero a cielo aperto, alcune persino con le portiere spalancate. Poi l’uomo si voltò realizzando sconcertato di essere completamente solo su quell’autostrada gelida. La neve aveva appena inghiottito ogni cosa: le tracce dietro di lui, le forme delle macchine, ogni suono.

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