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Archive for the ‘surreale’ Category

L’AM-Z

L’allarme scattò all’improvviso mentre stava ordinando le sue cose per andare al lavoro. Era un suono potente, pervasivo, definitivo. E aveva un solo significato. In un attimo abbandonò la borsa, l’incartamento che avrebbe voluto studiare in treno, la colazione. Presto non ci sarebbe stato più un luogo ove lavorare, né un treno, né la preoccupazione di far venire l’ora di tornare a casa. Andò dritto all’armadio e ne cavò lo zaino da sopravvivenza, quello che in via ufficiale chiamavano AM-Z*402. Non doveva far altro che metterselo sulle spalle e seguire il protocollo che sapeva a memoria.
Il suono dell’allarme si stava facendo più frequente e più acuto, come a chiamare a raccolta, anche se, si sentì di osservare, i Responsabili avrebbero dovuto pensare, in un frangente simile, a qualcosa di meno ansiogeno o nevrotico. Accarezzò il gatto che lo guardava stralunato accanto alla sua ciotola vuota e si buttò giù per le scale senza neppure chiudere la porta. Aveva il cuore che gli pulsava in gola, la bocca arida. Ogni secondo che passava era prezioso, lo sapeva bene.
Anche le porte delle altre abitazioni del condominio erano spalancate. C’era chi era già uscito senza aspettare il resto della famiglia, chi si arrabattava a cercare il suo AM-Z senza trovarlo e chi se ne restava immobile nel corridoio come se avesse dimenticato quello che aveva imparato in tutti quegli anni intensi di esercitazione. Si fiutava l’odore della paura, della rassegnazione per l’Evento Zero che tutti avevano sperato fino all’ultimo non accadesse mai. E invece era arrivato.
Per strada, ad ogni via che percorreva, vedeva la gente confluire a fiotti, come torrenti che divengono fiumi e i fiumi il mare. I volti erano tesi, gli occhi sbarrati, le posture rigide. Nessuno parlava: c’era solo una grande attenzione a percorrere la via giusta nel minor tempo possibile.
L’allarme stava diventando nel frattempo assordante, come se fosse l’unica cosa che si dovesse tener presente: non aveva un origine precisa, era dappertutto. Le mascelle della gente si fecero serrate, i pugni stretti attorno agli spallacci degli zaini grigi.
Poi finalmente si arrivò al Punto di Raccolta, dove era stata programmata l’evacuazione dell’area UTM 9. Ma non c’era nessuno dell’Organizzazione, nessuna giacca con i colori di istituto e soprattutto non c’era alcun mezzo della Tutela Pubblica; avrebbero dovuto essere invece già lì a imbarcare, perché il tempo era essenziale, l’avevano spiegato tante volte.
Scoppiò il panico, nessuno sapeva più che fare.
C’è chi aveva deciso di tornare a casa, chi nella confusione si era messo a cercare l’amico o il parente gridando e spingendo chiunque avesse vicino; c’è chi diceva di aspettare: dopotutto non potevano essere troppo lontani non essendo possibile credere che non avessero mantenuto la consegna.
Il cielo era blu, screziato di viola: avrebbe dovuto essere l’alba da un’ora abbondante e invece vi era solo oscurità incombente, a stento vinta dalle fredde luci di emergenza che contribuivano a creare quell’atmosfera di desolazione. Cominciava ora a scendere anche una leggera pioggia acida.
Lui fermò una donna che indossava una divisa che non riconobbe. Le chiese cosa stava accadendo e perché il piano di sfollamento non avesse funzionato nonostante le rassicurazioni. La donna parlava in modo strano, come se la sua voce non fosse in sincronia con il movimento delle labbra. Così, in quel frastuono montante, lui capì appena qualche parola: ‘tardi’, ‘imprevisto’ e forse ‘scappate’.
D’un tratto un rumore oscillante scosse violentemente l’aria. Lui e molti altri caddero per terra. Una luce violenta squarciò la notte.

«Carlo, Carlo!» gli disse la moglie scuotendogli il braccio sotto le coperte. «Svegliati o farai tardi al lavoro! E, per carità,… spegni quella sveglia per favore che fa un chiasso d’inferno!»
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«Ma lo vede anche lei?» disse Z. fermando una signora anziana e indicando un punto nel cielo.
«Cosa? Non capisco…» chiese la donna guardando all’insù e mascherandosi gli occhi con la mano tesa.
«Lassù, su quella grossa nube bianca.»
«Mi spiace, mi spiace proprio, giovanotto, ma ho lasciato a casa gli occhiali e non vedo benissimo…»
Z. abbandonò la signora senza dire altro, tanto che lei ci rimase molto male di non essere più considerata, e subito si mise a fermare una bella ragazza dai capelli corvini e boccolosi che le stava venendo incontro trionfante sui tacchi alti.
«E lei la vede, quella cosa là… lassù?» disse alzando la voce.
La ragazza si arrestò poco prima che lui la potesse sfiorare. E senza alzare la testa nella direzione indicatale guardò Z. diritta negli occhi. Fece un sorrisino di sufficienza e, mettendosi una mano sul fianco, scaricò il peso sull’altra gamba:
«E che ce stai a provà?» lo apostrofò.
Z. proseguì a camminare senza rispondere; fece diversi altri metri verso la fine del viale. Era agitato, irrequieto forse anche spaventato. Poi vide un negozio di ottica sulla sua destra ed entrò.
«Sì? Desidera?» domandò quello che sembrava essere il proprietario ancorché avesse l’aplomb di un proprietario di albergo a cinque stelle.
«Vorrei vedere il binocolo più potente che ha…»
«Un binocolo? Lei è fortunato… ho giusto un binocolo della marina, in saldo, antico, ma molto potente e…»
«Sì, certo, ho capito… è bellissimo e costa poco… me lo faccia vedere, su…»
«Va bene…» rispose accondiscendente ma deluso il negoziante. Armeggiò per un po’ su uno scaffale in alto e, da una bella scatola di legno scuro di una certa dimensione, estrasse religiosamente la custodia di un binocolo come fosse stata la pisside da un tabernacolo.
«Ah, finalmente…» fece Z. «…lo provo un attimo» fece lui afferrando il binocolo e dirigendosi verso l’uscita.
Il negoziante, temendo che il cliente se ne andasse con il suo oggetto prezioso, gli si mise dietro. Ma Z. si era limitato a spalancare la porta per scrutare meglio la nube su cui aveva distintamente visto qualcosa muoversi. Cercò febbrilmente con il binocolo e poi ad un certo punto lo vide bene. Erano due grossi occhioni e parte di una testa con lunghi capelli bruni. Era senz’altro qualcuno che si nascondeva dietro la protuberanza della nube a osservare di soppiatto il mondo sotto si sé, con grande curiosità, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva. Ma che ci faceva lassù quel tizio e perché non cadeva? Poi all’improvviso come se fosse stato chiamato da qualcun altro alle sue spalle, quello si voltò sorpreso all’indietro. Diede ancora un’occhiata un’ultima volta giù in basso e poi a malincuore sparì tra le pieghe della nuvola. Z. lo cercò ancora, ma niente, era andato via davvero.
«Allora è di suo gradimento?» chiese sicuro di sé il negoziante che era rimasto immobile dietro di lui, le dita delle mani incrociate sul davanti. «Pensi che è un raro binocolo SkySkraper 22.5x50mm della marina britannica della seconda guerra mondiale, con trattamento della lente multistrato e diametro di pupilla d’uscita di 5 mm…»
«Sì sì va bene…» fece Z. restituendo il binocolo. «Ci penserò sopra» e fece per uscire.
«Ma non le ho detto a quanto glielo posso lasciare… è un affare, sa?»
«Ne sono sicuro!» fece Z voltandosi.
Passarono alcuni secondi e poi il negoziante fece alcuni passi oltre la soglia del negozio sulla scia di Z.
«Lo ha visto anche lei, vero?» disse con tono basso della voce.
Z. tornò indietro.
«Allora c’è davvero qualcuno lassù tra le nuvole…»
«Sì certo che c’è… l’ho rivisto anch’io, poco fa,… oppure siamo pazzi tutti e due… Esce quasi tutti i giorni verso quest’ora e fa due passi su una nuvola, se c’è, ovviamente, se no non si fa vedere. Ma nessun altro, oltre a noi due, pare se ne sia ancora accorto. La prima volta che lo notato ho avvertito immediatamente le Autorità ma non mi hanno creduto. E allora ho provato anche a fotografarlo con un potente teleobiettivo, ma non rimane impresso nulla sulla memoria digitale. Lo stesso mi è successo con una cinepresa.»
«Ma cos’è?»
«Non ne ho idea… so solo che ha i capelli corti e biondi e due occhi che fan spavento… Forse è un diavolo che aspetta il momento giusto per scendere sulla terra a far danno.»
«Io però ho visto solo degli occhi molto buoni e capelli lunghi e scuri, non biondi… Ho addirittura pensato fosse un angelo!»
«Non è possibile!» fece il negoziante pensoso. «Allora quel tizio, qualunque cosa sia, appare sotto sembianze diverse a seconda di chi lo guarda… è stupefacente!»
I due rimasero in silenzio a riflettere su questa ultima considerazione mentre la sirena di un’ambulanza urlò per qualche secondo sul lungomare.
«Posso tornare domani verso quest’ora a darci un’altra occhiata?» domandò Z. dopo un po’, quasi supplichevole.
«Ma certo è il benvenuto» fece il negoziante rientrando in negozio. «Torni quando vuole… e poi il binocolo è in sconto per tutto il mese.»

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Era diverso tempo che Arvo lo invitava a casa sua. Più che altro perché voleva fargli visitare le sue serre di piante e ortaggi. Ne parlava spesso quando era in compagnia e si capiva che ne era orgoglioso.
E quando finalmente Saverio si convinse di andarlo a trovare, capì che si trattava di una grande passione. La prima serra era ampia come metà della casa ed era piena di primizie, erbe medicinali e aromatiche. C’erano tutte le qualità di basilico, la melissa antica, le pere nane dell’Alabama e le fragole nere e blu di chissà dove, senza contare la sezione di piante grasse e di ikebana.
La seconda serra era ancora più vasta ed era dedicata alle sole piante da fiore dove c’erano esemplari anche rari di cui scordò subito il nome.
«È davvero fantastico qui…» gli disse sinceramene Saverio «Non credevo avessi fatto le cose così in grande. Adesso capisco perché ti si illumina il volto quando ne parli. Ma come fai a star dietro a tutto questo?»
«Per fortuna sto molto bene di famiglia…» disse quasi vergognandosene «e ho tanto tempo libero.» Arvo si era messo a guardare in lontananza un uomo che stava sarchiando il terreno con una gigantesca macchina rossa. Sembrava essersi ricordato di qualcosa che lo aveva rattristito.
«Vieni…» fece poi all’improvviso facendogli segno con la mano. «Deve ancora venire il bello».
Saverio fece fatica a stargli dietro. Le falcate di Arvo erano lunghe e poderose. Camminò una decina di minuti e dietro a una collina artificiale apparve una terza serra. Era la casa delle farfalle. E, appena entrati, centinaia, migliaia di farfalle di tutti i colori e fogge volarono loro attorno.
«Ma è incredibile questo posto…»
«Sì, davvero…» gli rispose Arvo «ma non è questo che ti volevo mostrare…» e subito proseguì di gran lena lungo tutto il padiglione senza fermarsi. Poi arrivò davanti a un’altra porta. Si voltò verso Saverio sorridendogli. Gli tolse delicatamente una farfalla che aveva sulla fronte ed entrò.
«E quest’altro luogo che cos’è?» chiese l’amico che si sarebbe a quel punto aspettato di tutto.
«Questo è il mio posto magico…»
Non aveva finito di parlare che una pianta che era loro vicino si sporse verso Saverio e gli sottrasse dal taschino una sigaretta per poi iniziarla a masticare rumorosamente.
«Ma mi ha rubato…» disse Saverio indicando la pianta che faceva l’indifferente.
«Sì dopo un po’ però la sputa… perché sa che qui dentro non si può fumare…» fece l’altro candidamente.
Intanto dal fondo del locale arrivò un’altra pianta con un meccanismo complicato inserito sotto il vaso che le permetteva di muoversi.
«Questa è la mia preferita… si chiama Greta…» disse Arvo prendendo ad accarezzarla. Saverio era allibito.
«Ma cosa hai combinato qui?» riuscì a dire a malapena.
«Ti piace, vero?» fece Arvo spostandosi con sollecitudine verso la vetrata dove si mise a dar da mangiare ad alcune piantine che si allungavano verso di lui per prendere i bocconi migliori come fossero uccellini appena nati.
«Questi sono i miei esperimenti.»
Greta si avvicinò a Saverio per avere una carezza anche da lui.
«Ehi, ma Greta sta facendo le fusa» fece Saverio ad Arvo rimasto di spalle.
«Vuol dire che le sei simpatico… Ah… stai attento però perché quell’attaccabrighe di Sophie è gelosa e spara delle maledette spine soporifere…» lo avvertì a quel punto girandosi.
«Saverio… Saverioooo, dove sei andato, Saverio?»

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Da quando mi sono messo in pensione mi concedo spesso delle ampie passeggiate sul lungo fiume e poi al parco del Castello. Se è una bella giornata mi fermo anche a guardare il panorama, ad accarezzare i gatti che incontro per strada e a dar molliche di pane ai passeri.
Lo so cosa state pensando: che è triste essere vecchi e soli. Ma neanche per idea! Certo, essere ancora giovani sarebbe proprio una gran bella cosa, tuttavia ora faccio la vita che ho sempre desiderato una volta smesso di lavorare: tranquillità e serenità con un pizzico di buona salute, frequentando all’occorrenza chi mi pare e quando ne ho voglia.
Oltretutto, a volte, mi do pure al volontariato; come vendere le uova di cioccolato o vasi da fiore per qualche onlus che finanziano la ricerca o come servire alla mensa dei non abbienti o persino fare il chierichetto per padre Ercole. Lo so, sono un brav’uomo, ma non credo sia dopo tutto un gran merito.
Qualche giorno fa mi è stato chiesto di mettere a dimora insieme ad altri amici nuove piante nelle zone verdi della città; ho fatto il contadino fino a pochi anni or sono e so come si fa e in Comune lo sanno bene. Ed è stato proprio quando preparavo lo scavo profondo per alcune cultivar di platano, con la lentezza che ora mi contraddistingue non avendo più tanta forza, che ho visto sulla pala qualcosa che luccicava. Ho pulito l’oggetto ben bene e mi sono accorto che era una fedina, una vera nuziale da uomo; l’ho guardata meglio mettendomi gli occhiali e nella parte interna erano incise queste parole “Maria e Lorenzo – 20 marzo 1910”. Mi sono subito rialzato per farla vedere agli altri, ma ero rimasto solo: ci avevo messo evidentemente troppo tempo per la mia buca. Così la vera me la sono messa in tasca e ho terminato il lavoro.
Del tutto dimentico del ritrovamento, dopo qualche giorno mi sono messo al tavolo della cucina di casa e ho preso carta e penna. Era già un po’ che volevo scrivere a mio figlio che vive da vent’anni in Australia e io che non ho mai avuto troppa dimestichezza con il computer mi affido ancora alle patrie poste.
Ho iniziato allora di buona lena a mettere nero su bianco, ma ben presto mi sono accorto che non mi stavo affatto rivolgendo al mio Gianni; stavo scrivendo invece una specie di diario e neppure il mio: era quello di una donna, una signora anziana che parlava del suo sposo, dell’uomo della sua vita che non c’era più e di una fedina che aveva perduto e che continuava a cercare senza requie. Da quello che potevo capire, la signora tentava insomma di ritrovare la vera del marito e a modo suo me lo stava facendo sapere. Questa scoperta, lì per lì, mi ha fatto impressione, spaventandomi non poco, e sono stato tentato perfino di pensare a una mia personale suggestione per il rinvenimento; ma poi nei giorni seguenti, per i ricordi di vita vissuta che la donna faceva attraverso la mia scrittura, mi sono convinto che non era affatto così.
Da allora ho cercato di incontrare la signora per darle il gioiello che le apparteneva. Nonostante però sapessi dal diario quali fossero i luoghi del parco da lei frequentati e la relativa ora, non sono riuscito mai a incontrarla.
Mi sono risolto allora a lasciare a malincuore la fedina su una panca solitaria, una, in particolare, che avevo individuato dalle descrizioni che mi aveva fatto la signora quale da lei frequentata più sovente durante le sue ricerche. Forse l’anello avrebbe trovato da solo la sua padrona. Sono rimasto anche per un po’ di tempo nascosto dietro a un albero per paura che qualcuno lo rubasse. Verso sera però cominciava a fare un po’ troppo umido per me e, per non prendere un malanno, me ne sono andato con il proposito di tornare la mattina successiva alle prime ore del mattino.
Una volta a casa, prima di coricarmi, mi sono messo a scrivere, come ormai di consueto. E mi sono uscite queste parole:

L’ho ritrovata! L’ho ritrovata! Che gioia indescrivibile, che sollievo! Mi sembra di essere di nuovo con il mio Lorenzo. Ora posso finalmente trovar pace.
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hat_gy
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Guardava la città sottostante dalla finestrella del garage. Da qualche giorno, più esattamente dalla scomparsa improvvisa di Angelo, cercava di riallacciare il senso delle cose. E non lo trovava.
Un breve rumore proveniente dalla cucina soprastante lo scosse. Lei lo stava aspettando, anzi, l’aveva già sentito arrivare con la macchina e presto si sarebbe preoccupata di non vederlo. Diede un’ultima occhiata alla valle come se si attendesse una risposta da quelle migliaia di luci palpitanti come candeline su una torta di compleanno. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si spensero tutte le luci della città abbandonandola nel buio completo.
Mark, alla lampada bluette di emergenza, raggiunse la porta di intercomunicazione con la casa. Non si apriva. ‘Già, non può aprirsi!‘, pensò. L’apertura sarebbe infatti scattata solo con la digitazione a muro del codice e non avrebbe funzionato senza corrente. E la chiave per quella porta non l’aveva mai fatta.
Usò l’altra per uscire in strada provando un improvviso senso di sollievo; quel nocciolo duro di ansia alla base dello stomaco aveva preso lentamente a sciogliersi. La città sotto di lui, vinta dalle larghe penombre della sera inoltrata, era come sparita.
«Ah sei qui…»
Mark si voltò. La moglie lo stava squadrando ansiosa, con il viso un po’ reclinato da un lato, come volesse sgridare il figlio piccolo.
«Sì, scusa, sono rimasto intrappolato in garage… dovrò occuparmi di quella chiave…»
«Ma se l’hai fatta fare la settimana scorsa, non lo ricordi?»
Mark la guardò stupito.
«Se non ci credi controlla nel portachiavi» insistette lei «ha il bordo rosso, proprio come avevi detto avresti fatto.»
«Ora non c’è luce qui… ma lo escludo, Rose, lo ricorderei.»
Si incamminarono silenziosi per la stradina in salita verso la villa. Il ghiaino si scansava scoppiettando sotto i loro piedi.
«Ti sei tagliata i capelli? E perché te li sei fatti biondi?» fece lui aggrottando le ciglia. Rose si fermò di colpo.
«Mi stai facendo paura, Mark, smettila subito, non è divertente. Li ho così praticamente da quando siamo sposati…»
L’uomo tirò a sé il cancello in ferro rimasto accostato e fece entrare la moglie; alzando gli occhi, vide che la finestra di casa era a destra della porta di ingresso e non a sinistra come era sempre stata. Rammentava benissimo che Rose, vent’anni prima, aveva scelto quella casa proprio per quel motivo: dalla finestra della sala avrebbe potuto ammirare l’estendersi della città a perdita d’occhio, la piana verdeggiante della valle e, in fondo, il blu brillante dell’oceano.
«Perché adesso fai quella faccia?» gli chiese Rose.
«Niente cara, è che sono solo molto stanco.»
Nel chiudere il cancello gettò un’occhiata alla macchia scura e opaca della valle che sembrava aver inghiottito ogni cosa. C’era desolazione e silenzio nell’aria ostile, e una sensazione fragile di smarrimento. E poi, a blocchi, uno dopo l’altro, si riaccesero le luci della città.
«Hai visto Rose? È tornata la corrente.»
Lei ora lo stava aspettando sul vialetto di casa massaggiandosi con vigore gli avambracci: l’umidità della sera le pizzicava la pelle.
Mark notò quanto fosse ancora bella con i suoi capelli lunghi e neri che si stagliavano sulla finestra accesa della sala, tornata a sinistra della porta.
«E ora cos’hai?» gli chiese facendo un piccolo passo verso di lui. «Sei davvero strano questa sera.»
«Stavo pensando che devo proprio ricordarmi di fare la chiave del garage per passare in casa anche senza codice…»
«Lo dici sempre e non lo fai mai…»
«Magari potrei farla fare anche con un bordo colorato, che so, rosso, così la distinguo dalle altre. Che ne dici?»
«Ecco, sì, magari…»

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yerkaLa sera precedente la maggior parte del paese aveva fatto un gita notturna al colle. Da lassù, in assenza di inquinamento luminoso, avrebbero visto il passaggio della cometa proprio nel momento dell’eclissi di luna. Se ne era parlato tanto negli ultimi tempi anche perché era la prima cometa dell’anno e avrebbe portato bene, dicevano. Lo spettacolo fu in effetti meraviglioso e un appassionato Fuzz Mansfield fu prodigo di spiegazioni su tutti i segreti della volta celeste. Nessun poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche ora.
Nel cuore della notte, dopo che tutti già avevano da tempo fatto ritorno alle proprie case, si sentì un boato provenire dallo spazio profondo e subito dopo un rumore più vicino, leggero, come se sui tetti fosse caduta un’unica grande secchiata d’acqua. Molti si svegliarono scendendo in strada. Non sembrava fosse accaduto nulla di anormale se non fosse che, un po’ ovunque, sui rami degli alberi, sui lampioni, sui semafori, colava una sostanza gelatinosa rosata e trasparente che si appiccicava alle dita. Il cielo era scuro, anzi nero; le stelle non si vedevano più. Tornarono a dormire: fenomeni di quel genere non erano poi così tanto strani. E poi avrebbero aspettato la luce del giorno per capire meglio.
Chi si svegliò verso le sette per andare a lavorare si accorse però che qualcosa non andava.
«Dov’è il sole?» chiese il farmacista del paese girandosi su se stesso a braccia spiegate e mostrando a sua moglie quello che mancava.
«Gia! Dovrebbe essere l’alba» fece il suo vicino grattandosi la barba.
Si recarono tutti in piazza come per raccogliere le idee. Il faccendiere Brass Stenton, sempre risoluto nelle sue azioni, trascinò il proiettore usato di solito il 16 aprile per la festa del Saint Cross Party. Ci illuminavano il cielo perché lo vedessero dai paesi vicini e accorressero numerosi: un faro da 3000 lumen che avrebbe messo a fuoco a trecento metri di distanza l’occhio di un grillo che avesse cercato di nascondersi in un campo di grano. Lo accesero. E subito si vide sopra alle proprie teste una fitta rete di impalcature di legno; alcune vicine, altre più lontane, ma tutte sconnesse, venate e in parte schiodate. Erano incastrate l’una all’altra a creare una volta che abbracciava tutto lo spazio sopra di loro.
«Ma cos’è?» fece il sindaco ad alta voce.
Brass spaziava da una parte all’altra con il fascio di luce alla ricerca di una spiegazione e soprattutto del cielo. Ma non si vedeva nulla di diverso dalle impalcature. «Non c’è più il cielo!» fece disperato, dopo un po’, indicando un punto indefinito sulla sua verticale dove sarebbe dovuto essere e ci potessero essere dubbi di cosa stesse parlando.
«Il cielo è qui» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. E con la mano raccolse dal selciato un po’ di quella sostanza gelatinosa rosa che ancora stava colando dall’insegna del bar. «Il cielo si è rotto.»
«Come, si è rotto? Il cielo non si rompe!» fece Fuzz alzando la voce e gonfiando la vena sul collo.
«Ma allora le stelle che abbiamo visto ieri sera? La cometa? L’eclissi di luna?» chiese qualcuno.
«È tutto un’illusione. Non esiste nulla di tutto ciò!» fece l’Uomo Sconosciuto scuotendo la testa come fosse un dottore che avesse appena diagnosticato un tumore all’ultimo stadio.
«Ma cosa sta blaterando?» si alterò ancora di più Fazz andandogli vicino quasi volesse picchiarlo. «Sono un astronomo, io… non si permetta!»
«Guardate!» fece Brass dirigendo il fascio di luce da un lato. «C’è una scala!»
«Dove, dove?»
«A circa dieci metri di altezza, lassù, in quel punto!»
«Se prendiamo la mia gru a cestello possiamo arrivarci» lanciò l’idea Jim Karovitz.
In pochi minuti Jim fu di ritorno con la gru della sua impresa edile. Si scelse un gruppo di volontari per andare a ispezionare la scala e saperne di più su cosa fosse successo. Brass fu il primo a montare sul cestello, seguirono Jim, Fuzz e l’Uomo che Nessuno Conosceva.
«Ma cosa farete una volta che sarete sulla scala. Siete matti? Scendete di lì, è pericoloso» disse preoccupata la moglie di Karovitz cercando di trattenerlo per la maglia.
«Devono andare…» disse qualcuno. «Dobbiamo sapere!»
«Almeno prendi il cellulare» gli disse la moglie.
Il braccio della gru si avvicinò lentamente alla scala. Da vicino sembrava anch’essa di legno, come tutto il resto, ma poi si notò che le assi apparivano ancora più vecchie e fatiscenti. Dal cestello scese giù per primo Fuzz, con circospezione, seguito via via da tutti gli altri.
«Vedete qualcosa?» chiesero da terra con il telefonino.
«Poco» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. «Ma saliamo!»
«Ma cosa salite a fare? Torna giù, Jim» gli disse la moglie sempre più agitata «che soffri di vertigini.»
Gli uomini si avventurarono con determinazione sparendo ben presto alla vista di chi era rimasto più sotto a illuminarli con l’occhio di bue. Le torce erano diventate l’unica fonte luminosa a loro disposizione anche se la luce diventava sempre più scarsa perché il buio attorno la assorbiva. Trascorsero diversi minuti senza che gli uomini dicessero qualcosa.
«Tutto bene lassù?» chiesero da terra.
Nessuna risposta.
«Jim, per carità, rispondi, dove siete?»
Dopo qualche attimo si sentì un sussurro:
«Ma è bellissimo qui: è bellissimo!»
«Chi parla?» fecero da terra.
«È meraviglioso, continuiamo a salire…» ripeté.
«Jim dove sei?»
«Jim è caduto e anche Fuzz» si sentì dire al cellulare in modo confuso. «L’altro è rimasto indietro ma respira male, forse è svenuto. Ora sono solo, proseguo lo stesso. È troppo bello qui per fermarsi.»
«Caduti? Dove sono caduti? E chi si è fermato? Pronto, pronto? Non si sente più niente. Chi sei tu? Pronto?!?»

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Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato moscio moscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi al reparto del Baldi che è una bella carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, Bardi!»
«Appunto Bardi!»
«Ma come non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno? Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E semestrale, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Oh, guarda laggiù…guarda… uè non è Coso, il Grande lì… il… il Tanassi? Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è grande!» e fece un largo gesto circolare con il braccio.
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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