Noxxi, era un uomo dall’aspetto fragile e malaticcio che nella preghiera sapeva trovare conforto. Un giorno, per lui infausto, gli accadde di morire, come succede inevitabilmente a tutti gli uomini della Terra. Sospettando però di aver combinato più guai che opere buone, gli sembrava che la destinazione per lui più probabile fosse il Purgatorio, proprio a volerci credere.
Invece, quando riaprì gli occhi, dall’altra parte, si ritrovò nell’Ultraverso, un unico generalista Aldilà che non aveva nulla a che fare con ciò che aveva appreso nel catechismo parrocchiale. Ogni cosa sembrava infatti partorita da una mente perversa.
L’Inferno e il Paradiso (il Purgatorio non c’era mai stato) erano stati smantellati da tempo, tanto che ne era stata ormai perduta ogni memoria. Quelli che erano stati i diavoli, per spirito di sopravvivenza, si erano trasformati in Abominevoli Bruchi, mentre vi era stata la diaspora degli Angeli Raminghi che si aggiravano ora confusi tra le macerie del Paradiso, chiedendosi ancora il perché come in un mantra infinito. Nessuno però li toccava e diceva loro niente. Semplicemente venivano ignorati.
A regnare sull’Ultraverso adesso erano i Gemelli Obesi: Zaldo, buono ma sempliciotto, ai limiti della stupidità, e Torchio, scaltramente cattivo e lucidamente spietato. Per le anime, al trapasso, non c’erano dunque esami di coscienza e giudizi particolari, né cherubini con trombe spianate o diavoli a sorvegliare le anime perdute. Solo anime smarrite, in numero di miliardi di miliardi, incatenate alle Ruote Primordiali, che giravano e giravano in aeternum per generare l’energia necessaria per muovere le galassie.
Il Comando Telepatico spettava a Kroco, l’Abominevole Bruco dei Bruchi, che inviava scosse elettriche direttamente al cervello di ciascuna anima appena mostrava segni di voler rallentare l’eterno cammino. Era implacabile nel portare avanti il suo sordido compito e nessuna lusinga faceva breccia nell’arido cuore.
In sottofondo, a volume insostenibile, diffusa dal Grande Megafono, si doveva ascoltare la perenne Storia dell’Ultraverso che narrava delle imprese dei Gemelli Obesi, la loro presa del potere, il ribaltamento dell’Ordine Immoto, le specifiche tecniche delle ruote propulsive e il Fine ultimo cui tutti, tranne i Gemelli, dovevano contribuire a realizzare.
Fu così che, dal Grande Megafono, Noxxi scoprì l’esistenza di un terzo fratello: Fràmulo, silenzioso e introverso, che, un giorno, sopraffatto dalla noia e dall’assurdità della propria esistenza, aveva premuto sul petto il pulsante “NIHIL” (che insieme a “FELIX” completava l’equipaggiamento supremo dei Gemelli Obesi). In un istante, si ridusse a polvere di atomi dispersa nell’Antimateria. Fu un’uscita di scena che gli altri due fratelli salutarono con un’alzata di spalle, perché Fràmulo, l’intellettuale, non era simpatico a nessuno (tanto che, di lì a poco, la sua immensa biblioteca, per un fortuito incidente provocato dai Bruchi, andò distrutta da un incendio).
Trascorse in questo modo tanto tempo (difficile dire quanto perché nell’Ultraverso il Tempo era stato inchiodato mani e piedi a un tavolo rotante) e Noxxi, durante il fermo per manutenzione della Ruota Primordiale cui era legato come mille altri, colse i malumori crescenti delle altre anime. Nacque così, da lui fondata, la Cricca Clandestina degli Alienati, decisi a ribellarsi alla tirannia imposta con la forza dai Gemelli Obesi. Le cieche repressioni di questi rigurgiti sovversivi non tardarono tuttavia ad arrivare: chi veniva scoperto dagli Abominevoli Bruchi a tramare tra un giro di ruota e l’altro era condannato ad ascoltare per l’eternità spot pubblicitari di televendita di materassi ortopedici. Ma l’organizzazione nel complesso resistette, e l’arruolamento tra le nuove anime non conobbe soste.
La svolta avvenne quando si unì a loro il dr. Pablo Pasco, il Chirurgo, che in vita aveva tenuto bisturi e coscienza ben affilati. Era diventato ben presto medico personale di Torchio, guadagnando la sua totale e incondizionata fiducia. Il Gemello più forte aveva infatti bisogno di assistenza sanitaria, essendo dedito all’abuso compulsivo del pulsante “FELIX”, autodispensatore di beatitudine artificiale.
In occasione quindi dell’anestesia per l’installazione di un cervello di riserva, il dr. Pasco, in accordo con la Cricca degli Alienati, compì l’azzardo: invertì i pulsanti di Torchio scambiando il “NIHIL” con il “FELIX”. Successivamente, sempre il chirurgo, si presentò davanti al Gran Consiglio degli Abominevoli Bruchi per rendere conto di come fosse andato l’intervento. In quel frangente raccomandò più volte che Torchio, debilitato per il troppo uso del pulsante di autodelizia, non usasse il relativo pulsante se non sotto stretto controllo medico e comunque in dosi ridottissime perché poteva friggersi il cervello che nemmeno le scosse elettriche di Kroco avrebbero potuto rianimare.
Il destino fece il resto. Appena rimessosi, Torchio – notoriamente allergico a ogni saggio consiglio – premette e ripremette il bottone della gioia, anche per riscuotere gli arretrati non consumati nel periodo di convalescenza, non sospettando che, in realtà, stava pigiando sul pulsante “NIHIL”. In un attimo si dissolse anche lui in uno spruzzo di particelle scintillanti, esattamente come era successo a Fràmulo.
Alla notizia, Zaldo, il Gemello debole, insicuro e sciocchino, si atterrì di essere rimasto solo. Le decisioni le aveva infatti sempre prese Torchio: era lui che sapeva come mandare avanti la Sacra Baracca.
La Cricca degli Alienati, che aveva nel frattempo scoperto nel sottocrosta dell’Antimateria, il GÖTTERLAGER – campo di concentramento delle divinità, per cui vi era concreta speranza di riportare l’Ultraverso all’Ancien Régime – si presentarono a Zaldo con una possibile soluzione per il suo problema di ansia acuta da unico Gemello. Con l’aiuto di Pasco gli fecero credere che, se si fosse fatto posizionare nel suo torace, al posto del pulsante “NIHIL”, quello di “RESET” avrebbe potuto premerlo per riportare l’Ultraverso alle impostazioni originari di fabbrica, come se cioè fosse appena uscito dal big bang. Il resettaggio avrebbe riportato in vita Torchio (anche se purtroppo anche Fràmulo) e tutte le anime sarebbero state riavviate alle Ruote Primordiali senza più scioperi e pause pranzo. Zaldo accettò di buon grado la proposta e, premuto il tasto “RESET”, che si ricorda essere sempre stato il pulsante di “NIHIL”, si scompose in infinitesimali atomi sfavillanti.
La tirannia era finita. Le Ruote si fermarono, l’Ultraverso cessò di espandersi. Il GÖTTERLAGER fu aperto e Gesù, Allah, Mitra, Confucio e tanti altri, liberati. Gli Abominevoli Bruchi, che sopravvissero alle vendette personali, furono cacciati con ignominia. Ogni anima avrebbe potuto di nuovo avere, di lì a poco, il proprio Aldilà personalizzato per ogni credo: chiese celestiali, giardini zen silenziosi, cori di celeste beatitudine, deserti vuoti per gli atei più incalliti. Si buttarono giù febbrilmente persino i progetti per la ricostruzione dell’Inferno e del Paradiso (no, al Purgatorio non ci pensarono neppure in quel momento). Sembrava insomma l’inizio di una nuova era di fiducia e prosperità.
Ma i vuoti di potere, come si sa, non restano mai tali a lungo. Soprattutto nell’Ultraverso.
Noxxi, fedele alla sua formazione chiesastica, chiese consiglio sul da farsi ad alcuni Angeli Raminghi. Loro lo rassicurarono facendogli notare che il più era fatto: avevano liberato Gesù, e tanto bastava. Ci avrebbe pensato lui.
Ma gli Abominevoli Bruchi superstiti iniziarono a manovrare nell’ombra fomentando nuove tensioni e ordendo congiure tra le variopinte fazioni religiose dell’Ultraverso. E proprio allora accadde.
Noxxi, che fino a quel momento era rimasto uno schivo comprimario, aumentò inspiegabilmente di peso. Ingrassò e ingrassò nonostante la dieta ferrea e l’aiuto della preghiera. Infine, sentì un fremito nel petto. Una sporgenza metallica, mai avvertita prima, pulsava sotto la pelle. Un piccolo sportellino all’improvviso si aprì e rivelò due pulsanti: “NIHIL” e “FELIX”. Le anime lo guardarono in silenzio, incredule ma speranzose. Kroco, l’Abominevole Bruco dei Bruchi, si inchinò. Tutti gli Angeli Raminghi presenti , ma ancora confusi, fecero quadrato attorno a lui benedicendolo.
Noxxi finalmente comprese. Non era più una semplice anima smarrita, né un’anima da avviare alla Ruota primordiale. E si specchiò negli occhi cerulei di un Angelo Ramingo per averne conferma: era una copia esatta di Torchio e Zaldo. Sentì il Potere ribollirgli dentro come una pozione malefica.
“Questo cambia tutto” pensò.
E così nell’Ultraverso, il Ciclo dell’eterna ricerca dell’Onnipotenza riprese a macinare ostinato, tanto che il Grande Megafono si mise a scandire, ora, tutta un’altra Storia.
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Un’anima in meno
«Capo, abbiamo un problema.»
Ezechia si infastidiva sempre quando doveva interromperlo. Anche perché, a dirla tutta, il Capo non sospendeva mai quel che stava facendo continuando a smussare e lisciare la lama in modo così puntuale che avrebbe detto essere ossessivo. Era ben vero che teneva in ordine ed efficienza tutte le falci dell’Ufficio, ma quello stridore se lo sentiva nelle orecchie anche quando era a chilometri di distanza.
«COMEEE?»
«Capo, abbiamo un problema» urlò per soverchiare il rumore.
«Quale problema?» fece il Capo passando a raschiare l’altro lato della lama. Delle piccole scintille si sprigionarono dalla lama cadendo sul piano di lavoro.
«Nel corso di un controllo nell’Archivio Generale è risultato un deficit di ingressi. In altre parole, un’Anima è stata saltata e risulterebbe ancora in vita.»
«Non è possibile!»
Ezechia capì che la cosa doveva essere grave. Per la prima volta da quando lo conosceva, il Capo si era fermato e lo stava osservando. Almeno così gli sembrava perché il cappuccio che teneva calato sulla faccia adesso era girato dalla sua parte. Si rese anche conto in quel momento che, da quando lavorava per lui, non l’aveva mai visto in viso.
«Vai avanti…» lo esortò.
«Allora, dunque… è successo che Manasse, che doveva andare a prendere quell’Anima nel giorno prestabilito, è risultato invece essere assente. A questo proposito vorrei chiederle, Capo, molto rispettosamente: ci è consentito stare assenti? Lo dico perché sono almeno milleduecento ventitré anni che non mi prendo un giorno di pausa. E qui l’attività è serratissima. Lo dicevo così non per lamentarmi, ma per saperlo… questa attività la faccio solo per hobby, per passione intendo dire…, io ho anche una vita fuori di qui.»
«Vai avanti.»
«Manasse, dicevo, è stato assente quel giorno, ma ha passato per tempo, come doveva, le consegne a Ebediele. Fin qui tutto regolare. Solo che Ebediele, non si è accorto del nominativo di quest’Anima, come le dicevo, che si chiama… aspetti che me lo sono segnato… ah ecco sì: Clementine Kitchen.»
«Kitchen?»
«Kitchen, esatto. Non l’ha notata perché il nome si trovava riportata nella seconda pagina della lista consegnata. Poi con il daffare che c’è sempre, il giornaliero sempre strapieno, beh… sa com’è… questa cosa è sfuggita. Non sarebbe successa però se Noi ci ammodernassimo un po’. C’è un App per queste cose da poter usare anche sul cellulare… Sono stati inventati i laptop, i server, l’intelligenza artificiale… possibile che dobbiamo usare ancora il cartaceo?»
«Laptop, server? Cosa sono?» chiese disorientato il Capo.
«Appunto.»
«Ricordati che Noi abbiamo la Provvidenza dalla nostra parte: non si rompe mai e non ha bisogno di strane diavolerie per funzionare, per cui…»
«Per cui?»
«Per cui, vai avanti.»
«Insomma questa donna doveva essere prelevata 32 anni fa…»
«E adesso quanti anni ha?»
«103.»
«Dobbiamo rimediare immediatamente. Pensaci tu, Ezechia, oggi stesso» e riprese ad arrotare la lama.
«Capo, abbiamo un problema.»
C’era un silenzio, come dire, tombale. Il Capo stava posando una falce per prenderne un’altra. Ezechia ne approfittò per relazionare.
«Cominci a essere monotono, però. Già di ritorno? Notizie su Clementine Kitchen?»
«Sì, sono andato sul posto dell’ultimo domicilio conosciuto e…»
«E…?»
«E risulta deceduta.»
«Allora siamo Noi a non aver aggiornato l’Archivio Generale…»
«Forse… se non fosse che la donna risulta perita circa dieci anni fa in un naufragio della nave da crociera su cui si era imbarcata. Ma il corpo non è mai stato ritrovato. Anche se il naufragio si è verificato in alto mare, dunque ci potrebbe anche stare che sia andato disperso.»
«Cosa non ti convince, Ezechia…»
«…»
«Un dentista farebbe meno fatica a toglierti un dente…»
«E che nel Magazzino delle Anime Restituite non c’è l’Anima di Clementine Chicken. Va bene che c’è tanta confusione anche lì, ma prima o poi trovano tutto.»
«Kitchen.»
«Prego?»
«Clementine Kitchen non Chicken.»
«Sì, scusi Capo, Kitchen. È che ho fame, a quest’ora.»
Ciò che più Ezechia detestava era il dover fare tutta quella dieta per rimanere così, tutto ossa.
«Allora è viva, non c’è dubbio: bisogna assolutamente trovarla. Insisti, Ezechia, insisti.»
Ezechia se ne stava per andare quando il Capo lo fermò.
«Ah… porta con te il novizio, Sallum. È entrato da meno di una settimana e deve fare ancora pratica…»
«Posso, Capo? Sono Sallum…» disse bussando a un armadio a forma di bara.
«COMEEE?»
«Sono Sallum» disse alzando la voce per superare lo stridore della lima.
«Sei solo? Come mai? Ezechia dov’è?»
«Ezechia, Capo, è assente. Mi ha chiesto di avvertirla dicendo che lei avrebbe capito.»
«No, non ho capito. Mi aveva solo detto che ha una vita… Ma sul serio la morte ha una sua vita?»
«Ecco…» fece a disagio guardandosi attorno come per chiedere aiuto. «Sono felice però di comunicarle che abbiamo risolto tutto con la Kitchen, anche senza App…»
«Vai avanti.»
Sallum fece un passo verso il Capo sentendo che odorava di naftalina e olio per estrema unzione.
«Non fisicamente, Sallum… vai avanti con il discorso. L’avete trovata, dunque.»
«No, Capo. È lei che si è fatta trovare da noi.»
«In che senso?»
«Nel senso che, dopo aver visto morire tutti quelli che amava, si è ritrovata sola. Per anni ha vissuto d’inerzia, senza più uno scopo. Poi un giorno, davanti allo specchio, ha capito che non era più lei a trattenere la vita, ma la vita a trattenere lei. Così ha deciso di restituire l’Anima, convinta che qualcuno ne avrebbe fatto un miglior uso. Così ha lasciato un biglietto alle amiche di burraco con la scritta “È ora”. Noi siamo venuti a saperlo e siamo andate da lei. Ci aspettava.»
«Ma guarda… ed è solo per questo che si è fatta trovare?» fece il Capo grattandosi la testa con la lima.
«No, ha detto anche che, siccome era anche molto ricca era arcistufa di essere attorniata da amiche sanguisughe oltre al fatto che non ne poteva più di giocare a burraco.»
«Adesso mi torna.»
«Bene ora risulta tutto in parità, Capo… Siamo stati bravi?»
«Insomma…»
«Altri ordini?»
«No, per oggi, no… però, visto che sei qui…»
«Comandi.»
«Se ne può sapere di più su questa App…?»
«Sì, certamente… ma mi ci vorrà un po’ per spiegarle tutto.»
«Non abbiamo anche l’Eternità dalla nostra parte?»
Sallum cercò spazientito l’orologio al suo polso. Constatò per l’ennesima volta che gli era scivolato tra tibia e perone. Pensò anche che avrebbe fatto tardi e che non sarebbe riuscito a mantenere la promessa fatta a Clementine di farle fare un giro orientativo per la Stazione di Primo Ricevimento, giusto per farla ambientare un po’. Ma era contento lo stesso, dopotutto poteva dire a Ezechia che il Vecchio l’avrebbe abbozzata con quella balla della Provvidenza e si sarebbe fatto finalmente sentire con i piani alti. Anzi altissimi.
Pensieri Vaganti
«Non si può più andare avanti così.»
Il ragazzo, una nuvola di riccioli rossi indomabili sulla testa, era entrato nell’ufficio del Responsabile senza farsi annunciare. Osmond, che se lo vide comparire davanti all’improvviso con le perenni borse sotto gli occhi nonostante la giovane età, si chiese, senza sapersi dare una risposta, perché nella Sezione di quel dipendente avevano tutti i capelli rossi. O piuttosto non era un caso?
«Entra, entra pure… accomodati» gli disse con affettata gentilezza mostrando la sedia scomoda.
Sigurd non si mosse dalla soglia rimanendo agganciato allo stipite della porta; e, come se stesse continuando un discorso interrotto in precedenza, aggiunse:
«Lei non mi può sottrarre ancora dell’altro personale… alla Sezione Pensieri Rimuginanti sono già in troppi, mentre io non riesco a stare dietro all’ordinario…»
Il Responsabile alzò un po’ il mento in direzione del ragazzo come per invitarlo a proseguire. Perché sentiva che c’era dell’altro.
«Vede Capo… non si tratta solo di veicolare dei Sogni…» continuò il ragazzo il cui volto andava e veniva dalla pozza di luce diffusa dal lampada Tiffany sulla megascrivania del Responsabile «sono piuttosto dei prodotti personalizzati e occorre che, per ognuno dei Riceventi, ne siano valutate preventivamente la personalità e l’esperienza, estraendone le sequenze oniriche essenziali che vanno reinterpretate oltretutto in modo dinamico; fatto questo occorre integrare quanto ottenuto con nuove parti originali da girare, per poi infine montarle in modo efficace; e solo dopo quel momento, se tutto va bene, trasmetterlo. E questo ogni notte… è un lavoro immane…»
«Non devi pensare che non apprezzi il tuo lavoro, Sigurd, ma…»
«Non voglio comprensione o complimenti, Capo, voglio solo far bene il mio lavoro…» disse alzando un poco la voce.
Il Responsabile considerò che non aveva mai visto quel ragazzo così alterato e si rese anche conto che, ancorché lo sapesse lavorare diligentemente, già da diversi anni, alla Sezione Confezionamento Sogni, non sapeva pressoché nulla di lui.
«Non potreste trasmettere per qualche notte, in modo random ovviamente, sogni già utilizzati?» azzardò Osmond accarezzandosi la barba curata ;«prendendoli a prestito, che so, dall’Archivio Repliche? Oppure… ecco ecco sì, potreste trasmettere un Sogno vuoto o Confuso oppure con spezzoni minimi, insomma con ritagli residuali dal montaggio di altri Sogni, e mandarli magari a chi al mattino non li ricorda neppure bene…»
«Abbiamo già avuto diverse lamentele sul punto, Capo» fece Sigurd asciugandosi il naso sul polsino del pullover. «I Sognatori esigenti stanno aumentando. Tutta colpa di quelle maledette App di intelligenza artificiale. Ora è più facile ricordarsi o appuntarsi sull’App i Sogni fatti…Trasmettere più volte lo stesso sogno può tramutare il Sogno in Incubo e lei sa come sono al Servizio Controllo di Qualità… ce lo boccerebbero prima ancora che parta…»
«Sì, hai ragione, mi hanno già dato un mucchio di grattacapi quelli là…» fece il Responsabile guardando l’orologio a muro alle spalle di Sigurd e realizzando che stava facendo tardi per la sua partita di burraco del martedì.
«A proposito di Incubi…» disse a quel punto Osmond in modo conclusivo. «Potresti metterti d’accordo con Kristin della Sezione Incubi Leggeri e potresti vedere se hanno qualche incubo di risulta, magari solo per superare l’emergenza.»
«Ci avevo già pensato, Capo, la verità è che alla Sezione Incubi Leggeri e tutti quegli altri del Sovrasettore Sogni Angosciosi non sono affidabili… sono dei pasticcioni… pensi che una volta un Incubo di livello cinque, anziché trasmetterlo a un veterano di guerra del Libano, affetto da stress post traumatico, l’hanno passato per errore a un bambino di dieci anni. Sono trascorsi due mesi da allora e il bambino, povero Luca, è ancora in terapia psicologica…»
«Capisco…» mormorò quasi a sé stesso Osmond stupito del fatto che di questo incidente non ne sapesse nulla. «Va bene, Sigurd » e sospirò dopo un attimo di pausa. «Ti prometto che ci penserò su.»
Senza dire altro, il ragazzo contrasse i muscoli del volto e si allontanò.
Osmond socchiuse gli occhi.
Era uno di quei giorni in cui rimpiangeva gli anni tranquilli passati tra quella banda di svitati ma simpatici della Sezione Pensieri Vaganti.
Leggi il Dietro al racconto
Boxwood Manor
«Vedi cara? Tutto questo un giorno sarà tuo.»
La ragazza, seduta sulla comoda sedia da giardino, alzò appena gli occhi su una fetta del parco della villa.
«Proprio tutto?» fece lei sorridendo verso lo zio Albert che invece, serio, aveva appoggiato il mento sul manico d’osso del bastone da passeggio.
Era un mattino di pieno sole. Le rane gracidavano sguaiatamente nello stagno. I giardinieri stavano domando le siepi di bosso, mentre Philip, il garden designer, dava loro ordini precisi con la sua solita voce da zitella isterica.
«La Signorina prende il solito, per colazione?»
Ginevra sobbalzò. Non aveva sentito arrivare il maggiordomo alla sua sinistra. Il suo passo flemmatico questa volta non era stato tradito dal cigolio delle scarpe nuove.
«Solo un cappuccino, George.»
«Subito, Signorina Ginevra… posso servire qui, nel gazebo?»
«Sì, grazie.»
Lo zio fece solo il gesto che non voleva nulla quando incrociò lo sguardo del domestico. George fece un impercettibile cenno con il capo e sparì in direzione delle cucine.
«Zio, tu che sai tutto… Ma è vero che c’è una realtà… ‘differente’ da questa?»
Zio Albert la guardò preoccupato.
«Ma chi ti mette in testa queste sciocchezze?»
«Così, ho sentito in giro…»
L’anziano uomo aveva sempre saputo che quella ragazza così intelligente prima o poi gli avrebbe fatto quella domanda.
«La realtà è quella che hai sotto gli occhi, Ginevra, non ti basta?»
Il verde attorno a loro era così rigoglioso da essere penetrante. Rufus, il King Cavalier che si era accucciato ai piedi della ragazza alzò per un attimo la testa per guardarla meglio, come se aspettasse anche lui una risposta.
«Sì, certo, è che a volte tutto questo mi sembra… come dire?… precario, provvisorio, come se dovesse finire da un momento all’altro…» precisò lei.
«Siamo proprietari di Boxwood Manor sin dal ‘500; i nostri antenati hanno contribuito a fare la storia di questa Nazione; siamo ricevuti da sovrani e capi di Stato e tu parli di precarietà?»
«Non mi sono spiegata bene, zio; è che… è che a volte ho come l’impressione che quella in cui viviamo sia una realtà… come dire… già scritta.»
«Voi giovani pensate troppo… credevo che il Prof. Lassiter fosse un ottimo precettore…»
«Sì lo è, zio, ti ringrazio, ma è proprio lui che in questi giorni mi sta aprendo gli occhi. Lui mi parla di una vita diversa da questa, parallela, ma vera, reale, contrapposta a questa… totalmente finta.»
«Finta? Ma che assurdità è questa, ragazza mia? Non ti riconosco più.»
«Ma allora perché sono perfettamente consapevole di cosa accadrà fino alla fine di questo episodio?»
«Perché è la nostra natura, Ginevra. Siamo tutti fatti così, non possiamo farci niente.»
«Già, appunto… e perché si parla sempre di altri ‘episodi’, di ‘stagioni’, di ‘serie’, che potrebbero persino non essere rinnovate? E che fine faremmo noi se non lo fossero?»
«Mi stai facendo paura, Ginevra. Boxwood Manor non finirà mai, questa è una saga, la nostra saga, e ha uno share di ascolto altissimo; vivremo ancora in questa unica vera realtà per molte serie a venire. Del resto, io ero ancora un ragazzo quando tutto è iniziato e ora ho ottant’anni e tu non eri neppure nata. Non ti devi minimamente preoccupare. Non esiste nulla al di fuori di tutto questo» disse alzando platealmente il bastone e spostandolo in aria da sinistra verso destra. «Mia cara, ho sentito dire anch’io di queste baggianate» proseguì un po’ affannato «ma ti garantisco che sono senza alcun costrutto e totalmente insensate…»
«Mi sono permesso di portare anche una fetta di torta di mele con un ricciolo di panna acida» disse George comparso ancora una volta all’improvviso. «La sua preferita, Signorina.»
Ginevra lo guardò svogliatamente, immersa nei suoi pensieri. Poi disse sorridendo:
«Grazie, George, ogni volta che vengo qui tu mi vizi sempre.»
La Via degli Inferi
La scossa di terremoto, per la zona, fu inusualmente molto forte.
Dopo qualche settimana, un gruppo di gitanti scoprì, lungo il sentiero sud che costeggia il Lago di Calatorrione, una vasta galleria che si addentrava nella roccia. La sottile paratia di arenaria che bloccava l’apertura si era sbriciolata mostrando per la prima volta quel varco.
I vacanzieri si erano inoltrati curiosi guidati dalla luce del sole, fino a quando era stato possibile, e poi dalla luce dei loro telefonini quando il buio si era fatto impenetrabile. E fu quello il momento in cui capirono che qualcosa di strano si stava mostrando ai loro occhi. Avevano incontrato delle strane persone. Uomini, donne, ma anche bambini che in un primo momento li avevano guardati immobili, emaciati, allibiti nel vederli per poi scivolare verso le profondità della montagna inoltrandosi in altri cunicoli e altri corridoi che si ramificavano infiniti davanti a loro.
Quando i gitanti erano tornati a casa, raccontando l’accaduto, non erano stati creduti anche perché le foto, scattate con il cellulare, erano completamente scure. Riferirono anche del senso di profonda angoscia che avevano provato a visitare quei luoghi dichiarando che non avrebbero mai più riprovato a fare un’esperienza simile.
Fu così che, ben presto, si sparse la voce che era stata scoperta quella che fu ribattezzata dai media come la “Via degli Inferi”, quella che gli antichi nei loro testi avevano celebrato come l’entrata al Regno dei Morti, collocandola peraltro proprio in quell’area anche se a poco meno di un centinaio di chilometri di distanza da lì.
Si introdussero dopo qualche giorno, per la stessa apertura, altri curiosi, i quali riferirono al loro ritorno che, a protezione delle persone apparentemente inermi e spaurite che si potevano incontrare, erano accorsi altri soggetti dall’aspetto spaventoso che avevano urlato ai visitatori brevi frasi in una lingua del tutto sconosciuta. Ma poiché, dopo un primo momento di sgomento, gli stessi visitatori non si erano dati per vinti, avevano potuto avvedersi che chi aveva urlato loro contro stava raccogliendo tutta quella gente dall’aspetto smunto, come un gruppo ben addestrato di cani pastore, giusto per accompagnarla più in basso, in ulteriori cunicoli più profondi, protetti da un’oscurità totale.
Anche questi curiosi, quando tornarono presso le proprie abitazioni, non furono creduti. Le riprese da loro effettuate, pur questa volta con apparecchi professionali, non avevano di nuovo documentato nulla.
Fu organizzata nel giro di pochi mesi, una spedizione scientifica. Parteciparono una manciata di scienziati ma con attrezzatura molto sofisticata, persino con bombole di ossigeno e tute speciali termiche, visto che era stato detto che la temperatura là sotto, man mano che si scendeva, aumentava notevolmente.
Diversamente dalle prime esperienze riferite, alla spedizione ci vollero diversi giorni prima di incontrare qualcuno, così come fu poi relazionato. Chiunque abitava quei posti si stava spostando al centro e in basso della montagna.
Dopo circa una settimana, il gruppo era finalmente giunto a un’ampia sala scavata interamente nella pietra viva; da una specie di pozzo che si apriva sul pavimento furono intraviste delle luci che, se investite a loro volta dai fasci luminosi delle potenti torce degli scienziati, sparivano. Gli scienziati si accontentarono allora di rimanere al buio limitandosi a rivolgere la voce verso quelle fonti luminose accorgendosi però, solo dopo un po’, che si trattavano in realtà di sguardi umani. Qualcuno nel buio di quei luoghi li scrutava in preda a viva inquietudine. Nonostante i numerosi tentativi non fu possibile però per gli scienziati instaurare alcun tipo di comunicazione, udendosi infatti dal profondo della terra solo mormorii, fruscii e suoni indistinti.
Nel viaggio di ritorno, dei cinque scienziati, tre si ammalarono gravemente di una affezione misteriosa, uno addirittura impazzì. Il quinto, il prof. Arthur J. Sørensen, della Regia Accademia danese, l’unico apparentemente in piena salute, iniziò un ciclo di conferenze per divulgare quanto avevo visto e i risultati che aveva raccolto. Secondo lui, il varco denominato “B-U403K”, costituiva una scoperta di eccezionale valore scientifico e andava approfondita. Era necessario quindi finanziare una seconda spedizione oltre che interdire l’accesso al varco a tutte le persone improvvisate che, alla ricerca di sensazioni forti, continuavano a entrarvi a rischio della vita.
Nonostante l’opposizione del Vaticano, le prese di posizione degli immancabili negazionisti e le critiche irridenti di chi sosteneva che si trattava solo di una astuta manovra pubblicitaria per la imminente edificazione, nei pressi del Lago, di un lussuoso resort che sarebbe stato denominato “El Diablo”, il prof. Sørensen ottenne gli sponsor sufficienti.
Quando oramai tutto era pronto, una scossa di terremoto ancora più forte della precedente fece crollare la galleria di accesso per chilometri.
Per qualche tempo si provò a scavare ma poi l’impresa fu abbandonata per gli eccessivi costi.
Trascorsero ancora alcuni anni fino a quando nessuno ne parlò più.
