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Posts Tagged ‘robot’

«Come mai quell’aria imbronciata?»
Lui stava fissando il fiume d’argento fuori dalla finestra e sentì la voce di lei come se provenisse da un’altra stanza. Passò ancora dell’altro tempo e quindi disse: «Eh?»
Lei sorrise e ripeté con calma:
«Perché hai quell’aria imbronciata?»
«Pensieri…» tagliò corto lui riprendendo il libro che aveva in mano. La poltrona su cui era seduto cigolò un poco ma poi l’accolse ancora di più tra le sue braccia.
«Se mi spieghi, magari capisco» fece lei volenterosa.
Lui posò il libro sulle ginocchia, inframezzò il dito indice tra le pagine a mo’ di segnalibro e la squadrò. Pensò subito che a quel ronzio forse non ci si avrebbe mai fatto l’abitudine.
«Isolde… è complicato. Vedi… comincio a diventare vecchio sul serio e quando si diventa vecchi sul serio si cominciano a fare un mucchio di considerazioni stupide, i tre quarti delle quali sono tristissime. E inoltre sono solo… non ci avevi mai pensato?»
«Non sei solo, hai me. E poi non sei affatto vecchio. Secondo gli ultimi rilevamenti statistici sulla vita media degli uomini di razza caucasica hai ancora un’aspettativa di vita di dodici anni, tre mesi e quattordici giorni… Vuoi sapere anche i secondi?»
Alcuni gabbiani nel cielo strillavano sguaiatamente protestando per il gran caldo.
«No, non voglio affatto sapere anche i secondi, Isolde. Te l’avevo detto che non avresti capito.»
«Ho capito benissimo, invece; e poi non mi chiamavi Brunilde?»
«Isolde, Brunilde che differenza fa?»
«Fa una differenza enorme e lo sai benissimo… comunque se hai bisogno di un sostegno psicologico, basta acquistare il nuovissimo pacchetto software ‘Sostegno Emozionale SuperConfort Over 60’ e risolverai tutti i tuoi problemi o almeno li allevierai considerevolmente… basta telefonare al numero verde 800.7056670. È possibile anche ottenere un comodo finanziamento HighCard Class con pagamento persino a rate…»
«Potresti non ricordarmi in ogni momento che sei un robot? Guarda, fammi il piacere, per oggi non ho più bisogno di te: “Brunilde, disattivati”. Così te ne stai zitta.»
Mathias cercò le ciabatte e andò in cucina. Non sapeva neppure lui cosa stava cercando. Forse qualcosa che acquietasse quella sorta di inestinguibile ansia che da diverso di tempo lo faceva sentire un animale braccato. Avrebbe voluto uscire, ma c’era davvero troppo caldo e abbandonare il confortevole rifugio di una casa rinfrescata dall’aria condizionata non se la sentiva proprio. Avrebbe potuto fare qualche telefonata agli amici, o presunti tali, ma non poteva ricordarsi di loro solo quando gli faceva comodo. Il vicino di pianerottolo, invece, era al mare con la nipotina Trudi e inoltre, ultimamente, si era proprio rimbambito in modo insopportabile.
La solitudine cominciò a colpirlo come un maglio, all’improvviso. Tutti i pensieri più cupi entrarono nel suo cuore uno dopo l’altro, in gran fretta come per guadagnare il tempo perduto. Si sarebbe accovacciato a terra per commiserarsi senza ritegno.
Chiuse il frigo che gli era rimasto aperto tra le mani e ritornò in fretta in camera.
«Brunilde, Brunilde per carità riattivati… parla con me.» Mathias non se ne era accorto ma si era messo in ginocchio davanti alla poltrona di lei e la stava supplicando.
«Non mi sono affatto disattivata… stavo solo in silenzio, come mi avevi chiesto. E poi avevo appena memorizzato che desideravi mi chiamassi Isolde. Per disattivarmi dovevi dire: “Isolde, disattivati”; vuoi che ripristini Isolde anziché Brunilde?»
«Come vuoi tu… come vuoi tu…»
«No, come vuoi tu.»
Mathias si era nel frattempo seduto sulla sua poltrona esattamente sopra il suo libro. E si teneva la testa tra le mani. Lei lo guardò compiaciuta.
«Dammi la mano» gli disse accarezzandone il dorso.
Lui stentò ad obbedirle ma poi gliela porse. Trascorsero alcuni minuti. Per chi fosse entrato nella stanza in quel momento avrebbe detto che era una coppia felice.
«Perché sorridi?» chiese lui con una venatura dolce nella voce.
«Niente niente, so che non approveresti… ora.»
«Ma no, dimmi, non mi arrabbio, forza…»
Lei sospirò.
«E va bene. Rilevo dal contatto che hai la pressione a 160 di massima e 100 di minima, hai 115 di glicemia e sei leggermente anemico. Ti ho appena prenotato una visita dall’oculista per la pressione alta all’occhio sinistro e dall’urologo per il PSA sopra la norma.»

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Come rifiuti

Clark scrollò la testa mentre chiudeva lo sportellino dell’unità centrale di BET 3600: «non c’è niente da fare, tesoro, non riparte. Sente, capisce, ma non esegue».
«Il servizio manutenzione cos’ha detto?» chiese Joanna entrando in sala.
«Che questi robot non li riparano più da dieci anni. È ora di comprarne uno nuovo».
«La fanno facile loro, con quello che costano. Beh… lo riporteremo alla casa madre, loro lo rottameranno» e si sedette accanto a lui fissando BET immobile.
«La società costruttrice è fallita» obbiettò il marito battendo il cacciavite sul palmo della mano «… oltretutto, come ho appena visionato dalle istruzioni interne, questo modello non è neppure smontabile. È in scocca pressofusa e non si spegne mai».
La moglie ci pensò un po’ su, quindi disse: «potremmo scaricarlo nello Sprofondo usando la capsula usa-e-getta dei rifiuti».
«E se ci beccano?»
«Lo facciamo stanotte. Renée mi ha detto che dopo le tre i controlli sono più saltuari».
All’ora prefissata, mentre Joanna si era appisolata, l’uomo trascinò BET nella stiva. Faceva freddo là sotto ed era tardi. Raggomitolò in fretta il robot nella cesta di raccolta. Stava per chiudere lo sportello quando, per un sobbalzo della navetta, BET frappose una mano. Clark riaprì la capsula sottovuoto e sistemò meglio il robot. Collocò a contrasto un pesante carter di protezione che schiacciò BET sul fondo: non si sarebbe più spostato. Clark si rialzò soddisfatto, ma un piede di BET scivolò dal vano sfondando il vetro di chiusura.
«Che succede, caro?» gli chiese la moglie sopraggiungendo.
«Aiutami per favore, non riesco a metterlo dentro alla cesta».
Joanna piegò ordinatamente il piede di BET e lo incastrò sotto l’altro. Il robot per tutta risposta le afferrò una caviglia con il gancio ausiliario tirandola a sé. La donna si mise a urlare; Clark, con un vassoio in ghisa, colpì d’istinto e con violenza il robot, che mollò la presa proprio nel momento in cui la moglie era riuscita a premere il pulsante di espulsione. La cesta si staccò dal fianco della navicella in silenzio, nel buio assoluto dello spazio. Lo sguardo di BET era sgomento, rassegnato. I suoi occhi si allontanavano lentamente inghiottiti dall’inchiostro dell’Outdoor. I coniugi Spencer non riuscivano a distogliere quello sguardo. Poi BET chiuse gli occhi e la capsula prese la curvatura della galassia.

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