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Posts Tagged ‘carcere’

«Ti dobbiamo spostare di lì, preparati!» annunciò la guardia appoggiando il viso alle sbarre. Mark aveva fatto appena in tempo a girarsi nella sua direzione che l’uomo era già sparito. Sapeva di aver poco tempo. Era già successo, un mese prima. Non aveva capito bene e pensava che ci sarebbe stato modo di far su le sue cose con calma. E invece dopo pochi minuti erano entrati due sacramenti di secondini che lo avevano letteralmente impacchettato in un altro braccio, quello in cui si trovava ora. Credeva che gli avrebbero permesso di tornare a prendere i suoi “effetti” più tardi, glielo avevano persino promesso, ma aveva ben presto capito che non avrebbe più riavuto nulla, né le sue lettere, né le foto, né il suo libro. Niente di che, è vero, tranne le foto. Ci teneva alle sue foto. E poi in carcere il poco, si sa, è tantissimo.
E così accadde anche quella volta. Entrarono le due guardie di fretta, come se dovessero spegnere un incendio. Una la conosceva bene, perché la chiamavano ‘Spaccadenti’, e non credo si debba spiegare perché; sapeva solo che gli altri detenuti lo evitavano come una brutta dissenteria in piena estate.
Lo spintonarono fuori dalla cella portandolo ben presto fuori dal braccio.
«Dove stiamo andando?» chiese lui preoccupato.
Le due guardie rimasero in silenzio, sembrava non avessero neppure sentito.
Il secondino che aveva il grugno meno massiccio dopo qualche secondo gli spiegò, con due parole non di più, che aspettavano di lì a poco un sacco di nuovi “uccellini” rimasti intrappolati in una retata giù ad Halifax.
«E allora dove mi state portando?»
Loro continuarono a non rispondere, ma quando Mark vide che stavano entrando nel braccio dei definitivi cercò di puntare i piedi. Le due guardie lo alzarono letteralmente da terra.
«Non potete portarmi qui… non potete, io sono in attesa di giudizio, non un definitivo… qui ci sono scannauomini e stupratori…»
«Vuol dire che farai un po’ di esperienza…» disse ‘Spaccadenti’ senza neppure muovere le mascelle.
In pochi minuti arrivarono a quello che sarebbe stato il suo nuovo gabbio. Aprirono la porta massiccia con non so quanti giri di chiave e lo spinsero dentro come una palla da bowling. La cella era al buio. Non si vedeva niente. Chissà dov’era l’interruttore. Era tutto diverso lì.
«E tu chi sei?» si sentì dopo un po’ dire nell’aria.
Una volta accesa la luce, un uomo anziano, un po’ curvo, scivolò lentamente dalla branda in basso. La cella era spaziosa, ordinata, pulita.
«Sono Mark, Mark Norton di Crumbsville, Maryland» disse il nuovo arrivato tendendo la mano.
«E che ci fai qui Mark Norton di Crumbsville, Maryland?» fece l’altro senza stringergliela.
«Sono in attesa di giudizio… mi hanno sbattuto qui perché sembra che nel mio braccio hanno bisogno di celle…»
L’uomo anziano lo guardò fisso, come se non avesse capito. L’azzurro dei suoi occhi era annacquato, senza nerbo, spento.
«Io sono Neil… Neil Bachman» disse rimettendosi in branda «vengo da un’altra vita e sono qui da così tanto tempo che non mi ricordo più neppure perché.»
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Nei giorni successivi Mark ebbe modo di conoscere meglio il suo compagno di cella. Gli avevano dato l’ergastolo anche se non volle rivelarne la ragione. Parlò a lungo del lavoro che faceva quando era fuori, della villa in collina, della sua bella famiglia, in particolare del figlio grande, di cui era orgoglioso, e che faceva lo stock broker a Wall Street e, a sua volta, era sposato con due figli, belli come divi del cinema. Gli mancava tanto la sua famiglia, diceva, ma non disperava di rivederla presto anche se non si capiva bene in che senso. Era un bravo diavolo, Neil. Mark era stato fortunato, dopotutto.
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Poi un giorno Neil, che stava guardando fuori dalla cella attraverso lo sportellino che a volte le guardie lasciano far aprire, all’improvviso si mise a darsi i pugni in testa e a graffiarsi il volto. Lo fece con tanta violenza che Mark si spaventò. Cercò di fermarlo senza riuscirci perché il vecchio, nonostante l’età, aveva una forza indomabile.
«Cos’hai? Cos’hai? Chiamo qualcuno? Stai male?»
Neil senza dir nulla si buttò nel suo lettino lamentandosi e piangendo come un neonato. Mark non sapeva che fare.
«Lascialo perdere…» gli disse la guardia che dalla porta della cella osservava la scena.
«Ma cos’ha? Che gli è successo…. non capisco… è successo tutto d’un tratto…»
Per un po’ la guardia tacque. Continuava a fissare l’anziano detenuto che si contorceva come preso da dolori lancinanti.
«Si è solo ricordato del perché è qui…» disse dopo qualche attimo.
Mark si girò verso la guardia per invitarlo a proseguire.
«Ha massacrato tutta la sua famiglia in un trip di roba tosta che a quel tempo si faceva… Ma non preoccuparti, fra un quarto d’ora, non di più, se lo sarà di nuovo dimenticato. È da tempo che si è fritto il cervello.»

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Maricopa

auguri di Natale
Per la prima parte del racconto –> Buon Natale

«Stai dormendo, Hap?»
Si sentì il fruscio della coperta come di chi si fosse appena girato nel letto per poter parlare meglio.
«No no, sono ancora sveglio» fece dopo qualche attimo l’altro, con un tono che esprimeva però il dubbio di essere in realtà addormentato. Il rubinetto perdeva come al solito e la spugna adagiata sul fondo del lavandino non era sufficiente ad attutire il suono metallico della goccia in caduta.
«Tu te la ricordi ancora tua moglie?» chiese Leo con la voce incrinata.
«Che ti viene in mente, ora?»
«Te le ricordi, sì o no?» insistette.
Trascorsero alcuni secondi di silenzio.
«Non benissimo; ma ha una qualche importanza, in questo posto?»
«Io invece non me la rammento più. Benché mi sforzi, il suo viso non ha contorni. Fino a dieci anni fa avevo una sua foto appesa al muro, di quando ci eravamo sposati; poi è successo che quel pazzo di ‘Wishbone’, quando eravamo tutti in mensa, è entrato in alcune celle, tra cui la mia, è ha distrutto tutto quello che ha trovato.»
«Non è meglio così, tutto sommato?» chiese Hap con la voce impastata dal sonno. «Ora te la puoi immaginare come ti pare… e poi hai pur sempre i ricordi della tua vita passata insieme a lei…»
Calò di nuovo il silenzio.
«La tua si è risposata?» fece Leo.
«Lo fanno tutte… prima o poi… è normale… lo fanno anche per i figli… per voltare pagina: un ergastolano lo si aspetta solo per aver la notizia che è morto.»
«Già!»
«Anche tu hai un figlio, no?»
«Sì»
«E che cosa fa ora?»
«Lascia perdere, Hap, non ho voglia di parlarne.»
«Ci siamo sempre raccontati tutto…»
«Sì, hai ragione ma non ho voglio di discuterne lo stesso.»
Rimasero in ascolto. Il rumore di una porta blindata che si chiudeva, seguita da quello cupo di una serratura che la bloccava allo stipite di acciaio, saturò la cella. Ogni volta che ascoltavano quei suoni in successione, anche se erano passati tanti anni, il cuore finiva sempre con il nascondersi nel pozzo più buio e disperato della mente. Ma non lo avrebbero mai ammesso.
«Mio figlio ha deciso di fare il secondino…» rivelò a un certo punto Leo abbassando la voce, come se sperasse che Hap non lo sentisse.
«Lavora in un carcere? Ma dai, non è possibile!»
«Sì, è così.»
«E dove?»
«Qui a Maricopa
«Davvero?»
«Già, e si è fatto trasferire da circa un mese, da Attica
«Dove un tempo stavi anche tu.»
«Infatti, e l’hai appena conosciuto… è Chuck.»
«’Bastardo’ Chuck… è tuo figlio?»
«Non mi ha mai perdonato di avergli ucciso la madre e ha deciso di farmela pagare anche qui dentro. Ha preso il cognome di mia moglie e si è fatto assumere per seguirmi in tutte le carceri dove mi mandano. Giusto per rendere questo inferno ancora più un inferno. Premuroso il ragazzo, non trovi?»
Il silenzio si distese nuovamente come una coperta leggera pronta a lacerarsi. ‘Cheepynwok’, il pluriergastolano della cella accanto, aveva smesso di russare. Anche la goccia stava indugiando nella bocca del rubinetto, incerta se cadere oppure no.
«Però l’idea della serra come regalo di Natale mi è piaciuta troppo…»
«Lo so, Hap, lo so, l’ho detto apposta.»
«Allora ’notte, Leo, a domani.»
«’Notte anche a te, Hap.»
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hat_gy
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christmas«Allora, dove passerai il Natale?»
Hap alzò lo sguardo dal libro. Sembrò far fatica a mettere a fuoco l’amico che gli era di fronte. Posò gli occhiali e fece un sorriso stanco gettando un’occhiata per un attimo verso il muro dalla parte opposta.
«Penso che come tutti gli anni andrò negli Hamptons, con moglie, figli e cani al seguito…» rispose dopo un po’ Hap cercando ora gli occhi di Leo.
«E quanto tempo ci resterai?»
«Due settimane, come al solito, tempo e lavoro permettendo» fece lui mostrando i palmi delle mani come se quel concetto dovesse essere evidente. «In quella villa così grande non ci vado quasi mai… dovrò decidermi a venderla. Nemmeno Ann ci si trova bene: si sente sola persino con la servitù; anche i ragazzi… se non li porto ogni tanto a far un po’ di pesca d’altura al marling si annoiano facile.»
«Ti capisco, è l’effetto deprimente che a volte fa il mare…» disse Leo lisciandosi la barba di un paio di giorni e sedendosi vicino all’amico. «Io infatti preferisco la montagna.»
«E tu dove andrai invece?»
«Io che sono più vecchio di te me ne starò invece tranquillo nel mio chalet sul Lago Tahoe anche se assediato dalla mia tribù di nipotini. Faranno un gran baccano, come sempre, ma vederli al mattino di Natale starsene a rovistare sorridenti tra i regali ai piedi dell’abete di otto metri che ho comprato apposta per loro, è un vero balsamo per gli occhi.»
«Eh già già…» annuì Hap posando il libro e mettendoci l’indice in mezzo per non perdere il segno. «Mia figlia grande, per ora, non ne vuol sapere di mettere su famiglia: ci ha presentato questo suo nuovo ragazzo, che, per carità è pure di buona famiglia, educato e rispettoso, ma è lei che non mi sembra granché convinta…»
«Forse perché il ragazzo non piace al papà» fece Leo ironico.
«No, che dici, ho smesso da tempo di impicciarmi di queste cose; no, è piuttosto che non mi sembra innamorata, ecco, tutto qui… Prendi per esempio l’altro giorno: lui, questo ragazzo, questo John, ha preso l’aereo dall’Europa dove si trovava per non so quale motivo e si è fatto 6.000 miglia solo per essere presente al pranzo del compleanno di Margaret, mia figlia; e lei, quando l’ha visto entrare, gli ha rivolto un gelido ‘ah, sei qui?»
«Mah, sono i ragazzi di oggi… non ci badano mica alle formalità; loro sono concreti, vanno dritti alla sostanza non sono come eravamo noi…»
«Dici?»
«Dico dico… te lo assicuro… e che regalo farai a tua moglie?»
«Quest’anno sono vent’anni di matrimonio… le regalerò un anello bellissimo che ho fatto arrivare tramite il mio gioielliere di fiducia direttamente dal Sud Africa…»
«Caspita che regalone! Io invece ho pensato a una serra.»
«A una…?»
«A una serra, una serra nuova per le piante: a lei piace tantissimo, ma anche a me del resto. Coltivare le orchidee e le piante grasse dà molta soddisfazione: sai, è un passatempo che abbiamo entrambi, che ci accomuna, ed è un modo come un altro per stare insieme, dopo tanti anni…»

«Ma che bella coppia di inguaribili sognatori…» si sentì dire alle loro spalle. I due ergastolani si girarono. Chuck il secondino, li stava squadrando con l’aria strafottente di sempre. «Se non spegnete subito quella luce, come vi ho già chiesto di fare da un po’, vengo lì dentro e vi rompo i denti a tutti e due.»
Hap e Leo si guardarono senza dir nulla. Hap allungò la mano e spense lentamente la luce della cella salendo poi sul superiore dei letti a castello; subito dopo anche Leo prese posto nel suo letto in basso. Calò il silenzio. Si sentivano solo rumori lontani e indistinti che in un carcere di massima sicurezza non si sa mai da dove provengano. Il buio si era già rarefatto e le ombre si stavano dividendo quella stanzetta sghemba.
«Allora buon Natale, Hap.»
«Sì, buon Natale anche a te, amico mio.»

La seconda parte segue con –> Maricopa
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hat_gy
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due-animeOgni volta che s’inoltrava nel ventre umido del carcere, passando attraverso i severi controlli di secondini dalle immancabili mani in tasca, provava la stessa sensazione claustrofobica. Sentire chiudersi alle spalle, a più mandate, i cancelli in ferro, sbattuti per di più come per far capire che tanto da lì non si esce, lo faceva star male. Non ci aveva fatto ancora l’abitudine, anche dopo dieci anni da pubblico ministero.
«Dottor Sbarbaro, anche lei qui?» lo salutò don Ruggero, il cappellano dell’istituto. Il magistrato, l’aria dinoccolata in uno spigato grigio che lo faceva sembrare ancora più alto e magro, andava di fretta, come al suo solito; si limitò ad assestare una pacca sulla spalla del prete e a tirare dritto. «Quando ha finito, dottore, mi venga però a trovare; sarò qui nella cappella: le devo mostrare una cosa» gli disse mentre lo vedeva già allontanarsi a larghi passi. Il PM si voltò con un’espressione sorpresa. Dondolò la borsa in direzione del parlatorio come per dire ‘oggi ho proprio da fare’, ma poi, davanti a quel viso bonario, non seppe resistere: «Va bene… ma ci metterò un paio d’ore.»
Quando ripassò, trovò il cappellano davanti alla porta della chiesetta: parlava con un detenuto che subito congedò.
«Di cosa voleva parlarmi?» fece il magistrato nel gesto di volersene andare.
«Di questo.» E il prete estrasse dalla tasca dell’abito talare uno smartphone, nero e lucente.
«Ha comprato un cellulare nuovo, padre?» fece il Pubblico Ministero con tono irridente.
Don Ruggero scosse la testa. «Il cellulare ce l’avevo già, è l’app che è nuova.» Premette su un’icona raffigurante un crocifisso e subito comparve la scritta iCrucifige. «È un software sperimentale… viene dal MIT di Boston» spiegò don Ruggero grattandosi il naso troppo grosso; poi, proseguendo sottovoce: «pare su commissione del Vaticano, ma non mi chieda di più.»
«Di cosa si tratta?» incalzò il PM temendo fosse l’ennesimo gioco di ruolo.
«È presto detto: se lo si punta contro le persone si può verificare se sono buone o cattive.»
«Prego?» chiese Sbarbaro facendosi serio.
«Guardi lei stesso» e direzionò il dispositivo contro il detenuto rimasto poco lontano a parlare con una guardia. La lancetta si mosse su un campo graduato disposto a ventaglio e suddiviso in tre spicchi diversamente colorati: inferno, purgatorio e paradiso. L’indicatore si fermò a metà strada tra i settori purgatorio e paradiso.
«Con quale criterio l’hanno progettato il suo contatore Geiger?» chiese il PM abbondando in sarcasmo.
«Mi hanno spiegato che è un algoritmo complicatissimo, non ne so molto… non mi chieda di più; ma venga, questa è l’ora d’aria. Lo può provare lei stesso su un numero maggiore di detenuti.» E così il magistrato dal balcone dell’ufficio del Direttore si divertì a puntare il gadget contro diversi detenuti che, nell’area sottostante, tra alte mura di pietra, chiacchieravano a gruppetti. Rimase stupito nel constatare come alcuni di loro, da lui conosciuti per ragioni d’ufficio, meritassero, secondo quello strambo programma, il paradiso. Poi notò in disparte l’uomo che aveva appena interrogato per omicidio. Il cellulare indicava l’inferno.
«Almeno per lui ci ho visto giusto» si compiacque mostrando il display al prete.
«A essere precisi, dottore, il programma le sta solo dicendo che il suo uomo è un gran peccatore, non che ha commesso l’omicidio.»
La soddisfazione si spense sulla faccia di Sbarbaro che, sospettoso e diffidente com’era, direzionò a quel punto iCrucifige contro il prete. Sul display del telefonino apparve un sipario che subito si chiuse con forza davanti ai suoi occhi. Il dispositivo vibrò e si spense.
«Credo sia per ragioni di sicurezza» gli chiarì don Ruggero avvicinandosi al magistrato rimasto a bocca aperta. Il prete si riprese delicatamente lo smartphone e, vedendo il PM sconcertato, gli restituì bonariamente la pacca ricevuta al mattino. «Ma non mi chieda di più…»

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Quando Peter Roots arrivò per la prima volta sull’Isola dei Quattro Venti era contrariato. Aveva preso quel trasferimento come una punizione e non riusciva a farsene una ragione. Quindici guardie, su uno scoglio sperduto nell’oceano, a far da balia a un solo pericoloso criminale, così gli avevano detto. Una roccaforte a picco sul mare dove i venti gelidi avrebbero sferzato di continuo le vecchie mura a volerle cancellare dall’orizzonte. Ma poi pian piano ci si abituò. I compagni non erano poi tanto male e il fatto di vivere così lontano dalla terraferma consentiva al distaccamento di godere di una certa autonomia, anche se il capoposto, il capitano Frank Huxley, era una vera carogna. Peter tornava sulla terraferma una volta ogni due mesi, ma la paga era davvero ottima e quel lavoro, dopo tutto, non avrebbe dovuto farlo per tutta la vita. I primi tempi erano stati però duri. Essendo il più giovane gli era capitata la garitta Nord, la peggiore quanto a clima. Se il mare infuriava, dopo pochi minuti ci si inzuppava completamente anche se il mare non lo si vedeva neppure. Sbatteva testardo sugli scogli scuri laggiù in fondo alla gola e gli spruzzi risalivano fino alla cima come un ascensore in cui avessero installato una doccia. Gli albatros andavano e venivano inquieti, con un frastuono assordante, e se faceva freddo e c’era poco da mangiare, c’era il caso che ti venissero addosso a rubarti la gavetta con il cibo dentro. Ed era anche il punto, quello, da dove si sentiva meglio il prigioniero lamentarsi, anche in piena notte.
«Non si lamenta» gli aveva detto un giorno Horace Torton dandogli il cambio. «Grida la sua rabbia per la perduta libertà.»
«Si può sapere chi è?» gli aveva chiesto.
«C’è chi dice che sia una spia russa della guerra fredda, chi un vecchio gerarca nazista… altri dicono che sia un alieno. Ma che t’importa? Tanto sempre la guardia devi fare…»
Peter dopo un paio d’anni fu trasferito alla garitta Sud, dove il sole indugiava meditabondo qualche ora in più. Poi, dopo un altro anno, era al portone d’ingresso della roccaforte e quindi nell’ufficio a curarsi di moduli da compilare: un locale pieno di spifferi, senza dubbio, ma almeno era al coperto. Da lì, una notte, spinto da un desiderio irrefrenabile, prese il corridoio per la Cella. Voleva saperne di più. Giunto all’unica porta di legno massiccio, indugiò sul da farsi davanti a tutti quei catenacci; dopo un po’ fece scivolare di lato la finestrella di ghisa per vedere dentro. Era tutto buio. Cercò di abituarsi all’assenza di luce.
«È così forte la tua curiosità?» A quella voce calda e prepotente, che non si aspettava nel cuore della notte, Peter, di primo istinto, si ritrasse. «Non andar via» proseguì «non è me che devi temere. Tu… tu sei Peter, vero?»
«Come fai a saperlo?»
Il prigioniero rise. «Sei una brava persona. Hai 42 anni, vieni da Milwaukee, hai una moglie che ti ama di nome Claire e un ragazzino vispo di otto che si chiama Tom…»
«È il capoposto a darti queste informazioni?» chiese lui duro.
Ci fu silenzio, poi il prigioniero proseguì come se gli costasse fatica «…e hai un cancro che ti sta divorando l’intestino. Come a me del resto» e si mise a ridere.
«Mi stai prendendo in giro, vero?» fece Peter dopo un attimo di smarrimento. «Ma chi sei, veramente?»
«Neppure io lo so più.»
«Dimmelo. Io invece lo voglio sapere.»
«Davvero?»
«Sì.»
«Io sono Colui che è, che è stato e che sempre sarà. Il Popolo eletto mi ha atteso per secoli e i cosiddetti cristiani credono che sia già venuto tra loro duemila anni fa. Ma quello era un altro, un semplice profeta. Io invece sono il Messia, quello vero. È per questo che mi avete tenuto qui dentro per tutto questo tempo, per non accettare la buona Novella. Troppo scomoda, troppo rivoluzionaria. È la storia che si ripete. Io sono venuto a salvarvi e voi mi uccidete.»
In quel mentre Peter udì alle sue spalle dei rumori, chiuse lo sportellino e si allontanò di corsa. Quella notte non riuscì a dormire. Le parole del prigioniero gli risuonavano nella testa come un proiettile in una giberna vuota. Al mattino decise di andare a parlare con il capitano Huxley. Voleva incontrare il prigioniero, voleva chiarire. Attese in anticamera una buona mezz’ora. Poi il capoposto uscì dal suo ufficio, di furia. Peter lo intercettò, ponendosi davanti a lui sull’attenti, era deciso a tutto. «Signore, Le chiedo di essere ricevuto…»
«Non ora, Roots, non ora: devo correre in infermeria, il prigioniero è appena spirato.»

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Nel sentire alle proprie spalle il rumore della chiave nella serratura, girata non so quante volte, il giovane sacerdote pensò che non si sarebbe mai abituato. E più si inoltrava nel carcere e più sentiva allontanarsi il cuore da sé come se lo avesse lasciato al sicuro nella propria parrocchia. Forse il ruolo di cappellano non gli si addiceva.
«Mi hai fatto chiamare?» chiese, varcando la sua cella, al detenuto 059742 disteso sul letto. Il vecchio si girò appena.
«Sì, padre, grazie».
«Vuoi confessarti…? So che stai molto male».
Il vecchio fece una smorfia che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto essere un sorriso. Cercò di deglutire, ma non ci riuscì.
«Sto molto più che male…» sbuffò a fatica «sto morendo. Tutta colpa dell’AIDS». Il sacerdote si sedette sul letto con una espressione contrita. Il viso del detenuto era consunto, inaridito dalla malattia; gli occhi, due fiori scarlatti in uno stagno di latte, le labbra, sabbia grumosa e pallida. «No, non voglio confessarmi, padre. Voglio solo che risponda a una domanda».
«Certo, se posso».
«Tanti anni fa…» cominciò a dire quello facendo larghe pause «…tanti anni fa sono stato condannato per un fatto orribile. Secondo loro avrei sterminato la mia famiglia. Mia moglie Claudia…» e qui si interruppe per la sensazione dolce che ancora gli procurava il sentire l’eco di quel nome «… e mia figlia Katia».
«Non darti pena, oramai non ci puoi fare più niente, pensa solo alla tua anima» lo consolò il prete con trasporto.
«Non è la mia anima che mi preoccupa, è che sono innocente, padre, a mio carico hanno trovato solo scarni indizi e una giuria troppo frettolosa nel volermi dare l’ergastolo. Io… le giuro, non ho fatto niente. Le amavo entrambe, perdutamente».
«Io ti credo».
«No, lei non mi crede affatto, glielo leggo nello sguardo, non mi ha creduto nessuno, del resto. Faceva comodo così e mi hanno rubato la vita. Ho pregato… ho pregato il buon Dio tutti i santi giorni che sono stato qui dentro. Che mi desse la forza di dimostrare a tutti la mia innocenza. Non ho mai smesso di chiederlo, per mesi, per anni, nonostante la malattia, nonostante quanto abbia patito qua dentro… l’ho scongiurato… fino all’altro giorno».
«Perché cosa è successo l’altro giorno?»
«Guardi lei stesso…» e tremando il vecchio scostò lentamente le coperte. Il corpo era rinsecchito, martoriato in più punti; le lenzuola erano madide di sangue: alle mani, ai piedi, al fianco.
«Oh gessummio!» esclamò il prete. «Ma queste sono stimmate!»
«Potrebbe mai un assassino avere le stimmate?» chiese il detenuto in un soffio. «No, non credo. La beffa è che non provano comunque nulla. E poi è troppo tardi. Non ho più tempo».

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Anna non ci era mai stata in quella chat room. Di tutte le stanze che aveva frequentato quella era la più caotica, forse perché riservata agli stranieri. Poi, come spesso accade, vi entrò senza un motivo. Erano passati pochi secondi quando le arrivò il messaggio di Justin_05. ‘Fai due chiacchiere con me?’ scrisse lui ‘Certo’ rispose lei. Anna rimase ben presto colpita dalle sue parole: non era spavaldo o brillante o aggressivo come gli altri, ma pensoso, schivo, dolcemente introverso come un giardino pieno di pioggia spiato da sotto le coperte nell’abbraccio d’un caldo plaid. Iniziarono così a chattare; prima in modo convenzionale, quindi, pian piano, su qualunque cosa passasse loro per la mente.
Per due mesi, tutti i giorni, si ritrovarono così al computer alle otto di sera in punto. Un incontro ineluttabile, un qualcosa che doveva accadere e basta, incastonato com’era nelle rughe del giorno. Lei gli parlava di quello che le era successo durante la giornata, dei suoi problemi, delle incomprensioni con i suoi vecchi e lui ogni volta la incoraggiava, le dava suggerimenti, la consolava come mai nessuno aveva fatto.
«Da dove digiti?» gli aveva chiesto lei una sera all’improvviso.
«Un posto non vale l’altro?» aveva risposto lui.
«Ci sentiamo domani?» aggiunse Anna poco prima di disconnettersi.
«Sì, ci sentiamo domani. Un bacio per la notte, da nascondere sotto il cuscino».
Non poterne sapere di più di quell’uomo affascinante la faceva però impazzire. Era sposato? Aveva una fidanzata? Perché non parlava di sé? Perché sviava ogni domanda come fosse la punta avvelenata di un coltello? L’agitazione la faceva star male; avrebbe voluto smettere di cercarlo, ma non aveva la forza.
«Ci sentiamo domani?» gli domandò ancora una sera quando invece avrebbe voluto chiedergli perché mai facesse così il misterioso.
«No, domani non posso…» fece lui inaspettatamente.
«Perché non puoi? Dove vai?»
Justin non rispose.
«Ci sei? Sei caduto? Justin?!? Sei andato via?» Anna stava per uscire delusa dalla chat quando lui digitò:
«No, sono sempre qui, mia dolce Anna… è che all’alba mi faranno l’iniezione letale. Sono rinchiuso ingiustamente nel braccio della morte qui, in Texas, dall’età di 18 anni. Ora è arrivato il momento di farla finita. Grazie della compagnia, Anna. Ti porterò nel cuore.»

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