«Possiamo essere generosi.»
L’uomo davanti a sé si stava infervorando nel parlare. La faccia era seria ma cordiale. Gli arrivava al petto.
«Non ho capito cosa mi vuole vendere…» gli chiese Ingemar un po’ seccato di essere stato disturbato.
L’uomo sulla porta cambiò il peso del corpo dalla gamba destra a quella sinistra.
«Non voglio venderle assolutamente nulla. Le stavo dicendo, e se mi facesse accomodare glielo spiegherei meglio, che sono il prof. Sandström, Gunnar Sandström, del Laboratorio Reale di nanotecnologie dell’Università di Stoccolma. In collaborazione con l’Università delle Scienze Biologiche Superiori di Oslo stiamo portando avanti una ricerca per dimostrare un’ipotesi che si sta dibattendo da qualche anno nella letteratura scientifica del settore e cioè che la separazione dell’anima dal corpo, al momento del decesso, è un fatto, come dire, anche meccanico…»
«Un fatto meccanico…» ripeté Ingemar che continuava a non capire dove quello strano tipo voleva andare a parare.
«E vorremmo provare a registrarlo con dei sensori di ultima generazione in nanofrequenza da attivare proprio al momento della dipartita» seguitò il professore.
«In che senso?»
«Nel senso che al momento del distacco l’anima rilascia un suono debolissimo… più o meno un tiiic. Tracciabile però da dispositivi sofisticati. Stiamo raccogliendo dati sul punto.»
«Tic?» fece ancora eco Ingemar
«No no» fece Sandström agitando davanti alla sua faccia un indice grassoccio e tozzo. «Non tic, né tac, ma tiiic.»
«Ah ecco…»
«Sua madre è in coma irreversibile… ed è in fin di vita… » disse spiccio il professore come fosse una sentenza «e sarebbe quindi l’occasione ideale per confermare questa teoria» concluse quasi compiacendosi per la logica stringente del proprio discorso. «Lei renderebbe un servizio meritorio alla Scienza.»
«Come fate a sapere che mia madre è in fin di vita?»
«Abbiamo le nostre fonti» rispose il professore un po’ in imbarazzo.
«Non lo ritengo dignitoso e rispettoso che una donna morente sia oggetto di esperimenti… Mi spiace…»
«I sensori vengono inseriti da personale medico specializzato» insistette il professore allarmato per la piega che stava prendendo quella discussione «e poi, come le ho detto, provvederemmo a ristorare in modo cospicuo il suo… ehmmm… disagio» disse Sandström allungando un biglietto da visita.
«E che ci faccio con questo?»
«Lo volti, per cortesia.»
‘Caspita che cifra‘ pensò tra sé e sé Ingemar sperando di non aver cambiato espressione davanti al tipo buffo ‘la madre era sempre stata per tutta la vita una spina nel fianco. Se ci ricavava ora un po’ di danaro, e poi per un esperimento scientifico sicuramente meritorio, che cosa ci sarebbe stato di male, dopotutto?‘ Inoltre, a dirla tutta, lui di quei soldi ne aveva proprio bisogno.
«Ci penso e le faccio sapere» rispose brusco chiudendo la porta in faccia al professore.
Ingemar, già il mattino dopo però, telefonò a Sandström, cercando di tirare un po’ sull’importo già sostanzioso. Non ci riuscì, ma il monitoraggio si fece lo stesso.
E così il team del professore lavorò intorno a sua madre con estrema serietà e delicatezza. Ingemar non aveva potuto obiettare nulla. Non si notava neppure l’apparecchiatura installata. E, dopo circa un’ora, tutto era pronto.
La poveretta passò a miglior vita nel cuore della notte di tre giorni dopo, mentre il figlio era nella sua camera da letto attigua a dormire.
«Allora com’è andata?» chiese Ingemar al professore tornato a trovarlo a casa una settimana dopo il funerale. Lui non era stato ancora pagato ed era preoccupato. Questa volta fece accomodare il tipo buffo in salotto.
«Male» disse il professore scuotendo la grossa testa.
«Mi prende in giro? Lo dice solo per non volermi pagare.»
Sandström si risentì per quella insinuazione. «Ho la registrazione qui con me» rivelò dopo un po’, sostenuto «Sua madre è morta alle 02.04 del mattino dello scorso 20 giugno, vero? Ascolti.»
E Ingemar ascoltò.
Alle 02.04 si udì un lungo e sonoro peto.

Era iniziata come una forma di cortesia. Giovane, di belle speranze, si era affezionato a quel vecchio professore dai modi ruvidi e spicci, ma dalla profonda umanità, con cui aveva diviso un intero anno accademico. Così, quando aveva accettato quel nuovo incarico, a migliaia di chilometri di distanza, era rimasto in contatto con lui via e-mail. Il Professore, in linea con il suo personaggio, rispondeva in modo secco e sintetico, ma si capiva che gli faceva piacere. Parlavano un po’ di tutto: della difficoltà incontrate per ambientarsi nella nuova sede, dei colleghi, della casa, piccola, ma con una vista appassionata sul lago. Ma il professorino, con l’andar del tempo, complice la tristezza di abitare tanto lontano da casa, aveva cominciato a parlare di sé, delle proprie incertezze sulle scelte di vita. Il Professore, dal suo canto, non mancava mai di rispondere. A volte faceva passare diversi giorni, a volte diverse settimane, tuttavia, prima o poi, dava un cenno di riscontro. Con il suo garbo, con quella sua parola saggia di incoraggiamento, con quel suo consiglio accorato che sapeva confortarlo. Poi il Professore rimase per un paio di mesi senza dare notizie. E un mattino, quando il giovane temeva che ormai ogni contatto fosse andato perduto, gli giunse la mail insperata che gli comunicava l’avvenuto pensionamento. Erano poche parole, asciutte, quasi una comunicazione formale. Il professorino intuiva che quello doveva essere un momento molto critico per il suo mentore. Sapeva quanto aveva rappresento per quell’uomo la sua prestigiosa cattedra, il contatto quotidiano con gli studenti, i riconoscimenti internazionali. Cercò rispettosamente di tirarlo su di morale, anche se si rendeva conto che era un argomento dedicato e difficile da affrontare per quell’incolmabile divario di anni che li separava. Avrebbe voluto tornare a casa per andare a trovarlo, ma era il periodo di esami e il Rettore gli stava addosso. Così continuò a scrivergli, come aveva sempre fatto. Gli raccontò del suo desiderio di andare a insegnare in Canada, con una borsa di studio pagata dall’Università di Vancouver. Gli disse della sua passione per la montagna, la neve, il freddo, i paesaggi incontaminati del Grande Nord. Gli disse che la vita era una splendida avventura che noi esseri umani non ci meritiamo. Ma il Professore aveva smesso di rispondere.
Il professore Ghirinbelli apparve in piazzetta con l’aria stralunata. La barba, cresciuta a dismisura da quando era in pensione, sembrava tremare. All’improvviso gli si accese in volto un largo sorriso e con un movimento fin troppo rapido per la sua età afferrò qualcosa a mezz’aria e cominciò a tirare.
Il dott. Cuspide, come lo chiamava Paolo per via della testa singolarmente triangolare, era ritto davanti a lui, incastrato nella luce della porta: era anche un po’ pallido, gli occhietti aguzzi e antipatici erano remissivi e rivolti a terra.
Il professore aveva abbandonato la sua camminata pigra. A quell’ora infatti sarebbe dovuto già essere a casa a dar lezione di piano alla figlia del suo amico: una ragazzina quindicenne, ossuta e saccente, fissata oltretutto con la puntualità. Attraversò la strada sulle strisce pedonali tagliandole per obliquo. All’altezza del cordolo una donna gli sfilò accanto superandolo di fretta. La vide con la coda dell’occhio, concentrato com’era a escogitare una scusa plausibile che la ragazzina avrebbe accolto, lo sapeva già, con uno sbuffo e un’alzata di spalle. Si stava giusto chiedendo perché mai dovesse giustificarsi quando la donna che era davanti a lui sul marciapiede si voltò un paio di volte a squadrarlo con una strana espressione. Lui ricambiò senza capire. La donna fece altri venti metri e si voltò ancora due o tre volte. Il professore decise di allungare il passo per sottrarsi a quelle occhiatacce inquietanti e cariche di tensione. E non aveva fatto in tempo ad accelerare l’andatura che la donna, accortasi del passo più veloce dell’uomo, prese ad aumentare anche il suo pur se in modo agitato. Il professore a quel punto si stizzì e prima ancora che la donna si girasse di nuovo, decise di prendere un’altra via: avrebbe fatto un giro più lungo, ma si sarebbe tolto da quella situazione sgradevole. Che cosa mai si era messo in testa quella? E poi chi era? L’uomo percorse una cinquantina di metri quando la stessa donna sbucò all’improvviso da una laterale di destra. Appena vide l’uomo che le si era parato innanzi si mise a urlare e a correre alla disperata. Il professore reagì nel modo più impensato: si mise a inseguire la donna.